Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

CHARLEY CROCKETT – Lonesome As A Shadow

di Paolo Crazy Carnevale

24 aprile 2018

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CHARLEY CROCKETT – Lonesome As A Shadow (Thirty Tigers/IRD 2018)

La prima cosa che viene in mente leggendo il nome di questo songwriter texano è ovviamente l’eroico fanfarone che fu persino deputato del Tennessee e che partecipò alla difesa di Fort Alamo: niente di più giusto a giudicare dalla biografia di Charley in cui il musicista si dichiara proprio discendente del mitico Davy.

Questo disco uscito per la Thirty Tigers non è il suo debutto ma è quasi come se lo fosse, nel senso che i suoi sforzi musicali precedenti erano autoproduzioni realizzate per il mercato indipendente: Lonesome As A Shadow è un disco che viaggia su differenti binari e inizia in maniera fuorviante. È chiaro da subito che la voce del nostro è la sua carta vincente, ma i primi due brani faccio fatica a mandarli giù, sembrano troppo Texas songwriting qualunque, nel senso che in Texas e dintorni di cantautori ce ne sono talmente tanti che noi possiamo giusto farci una pallida idea di quanto il panorama sia vasto: I Wanna Cry e The Sky’d Become Teardrops non sono brutti brani ma non aggiungono nulla a miriadi di ascolti a cui ci siamo sottoposti in tanti anni, sono davvero brani qualunque, non proprio entusiasmanti. Ma i dischi, è buona regola, vanno ascoltati dall’inizio alla fine e questo ha il pregio/difetto di durare davvero poco, mezz’ora, ascoltarlo nella sua interezza non ruba troppo tempo e si dimostra molto valido visto che dalla terza composizione in poi diventa una rivelazione.

Crockett più che un semplice cantautore è anche un soul man, un country soul man. Ed ha le idee molto chiare, per registrare si è recato a Memphis, in quelli che furono gli studi di Sam Phillips, accompagnato dai suoi fidi Blue Drifters, nel giro di quattro giorni ha messo nero su bianco una dozzina di canzoni, con poco o nulla di sovrainciso, quasi in presa diretta, costruendo un’architettura sonora davvero impeccabile, sorretta da un uso parsimonioso e mai sbagliato delle tastiere,dei fiati e soprattutto di quella sua voce entusiasmante.

Ain’t Gotta Worry Child, terza traccia del disco è già pienamente convincente, e il disco procede poi nella stessa direzione qualitativa: How Long Will I Last, If Not The Fool e la robusta Help Me Georgia hanno tutte quello che potremmo definire un marchio di fabbrica originale, con le sfumature della voce di Crockett che emozionano. La title track è più virata verso suoni acustici, ma sempre con una punta di blues.
Crockett è stato paragonato a molti autori, tra gli altri il mai abbastanza lodato Bill Withers, e in brani come Sad & Blue e Oh So Shaky i richiami vocali e sonori all’autore di Ain’t No Sunshine traspirano abbondantemente, più leggera Li’l Girl’s Name, all’insegna di atmosfere sixties.
Goin’ Back To Texas, vira verso il texas blues, con fiati, fisarmonica e doverosa chitarra elettrica, quasi in odor di Dave Alvin, prima della chiusura in chiave acustica e intima, affidata a Change Yo’ Mind, eccellente suggello per un disco per molti versi sorprendente.

MOJO MONKEYS – Swerve On

di Paolo Crazy Carnevale

17 aprile 2018

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MOJO MONKEYS – Swerve On (Medikull/Hemifran 2017)

Ecco qui un dischetto di rock ‘n’roll da terzo millennio, senza pretese ma godibile, nulla di nuovo, ma tanta voglia – da parte del trio titolare – di divertirsi suonando una musica che fa parte del suo DNA.

I Mojo Monkeys, di base a Los Angeles dove i tre componenti del gruppo hanno inanellato una serie di collaborazioni così altisonanti da mettere paura, hanno registrato questo loro terzo disco presso lo studio Honky Abbey, sotto la supervisione del batterista e cantante della formazione David Raven, il cui pedigree da paura include Lucinda Williams, Meat Puppets, Beth Hart, Bobby Womack e Delaney Bramlett (tanto per dire bruscolini).

È un disco, questo Swerve On, di rock’n’roll/blues notturno, a tratti punk, a tratti swingante (i brani d’apertura intitolato Tuscaloosa Maybe e Two Shots su tutti), musica per divertirsi in definitiva, sia suonandola che ascoltandola.

Con Raven ci sono il chitarrista Billy Watts che ha suonato con John Trudell e il bassista Taras Prodaniuk che ha lavorato molto con Lucinda Williams, Richard Thompson, Dwight Yoakam e (con Raven) ha fatto parte della house band di un bel tributo a Gram Parsons pubblicato in DVD una quindicina d’anni fa.

Sono undici le tracce che compongono il disco e, tralasciando le iniziali composizioni swing, la parte più divertente è quella rock’n’roll venata di blues che domina dalla terza traccia in poi, About To Get Gone ad esempio strizza l’occhio a John Hiatt ma anche a certe sonorità più sotterranee quali quelle di Tito Larriva, Beat Bus Driver ha una parte strumentale centrale assai contagiosa.

Music for fun, senza dubbio: come già osservato credo che nessuno di questi Mojo Monkeys abbia mai pensato di realizzare un capolavoro musicale, quanto al divertimento direi che l’obiettivo è raggiunto in pieno, sia con brani crepuscolari come If I Were Gone o Argyle & Selma, o con la cover della Ride Your Pony di Allen Toussaint, che con la robusta ballad che intitola il disco.

Come ospiti nel disco suonano Gregg Sutton (altro veterano della città degli angeli) e Marty Rifkin (che ha suonato con Springsteen, Tom Petty, Jewel…).

JOHN GORKA – True In Time

di Paolo Crazy Carnevale

12 aprile 2018

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JOHN GORKA – True In Time (Red House/IRD 2018)

C’è qualcosa di nuovo che ci si possa aspettare dal cantautorato americano classico? La risposta probabilmente è no. Certo, ci sono le eccezioni, e ci sono le varie scuole cantautorali: ci sono i rudi texani, ci sono i californiani, ci sono quelli del midwest e ci sono naturalmente quelli metropolitani, quasi tutti sono riconducibili ora a quel genere che viene definito “americana”.
John Gorka è uno dei pionieri, uno di quelli più legati a questa denominazione, uno dei primi, sono trent’anni che porta in giro le sue canzoni e da almeno venti è legato stabilmente (anche se vi aveva esordito nel 1987) alla Red House, la label che fa capo a Greg Brown, un altro della stessa scuola musicale.

Posto, come si diceva in apertura, che è difficile attendersi qualcosa di nuovo, questo recente CD di Gorka è un disco piacevole, magari non entusiasmante e senza vibrazioni particolari: una manciata di buone – non eccelse – composizioni, qualcuna più interessante, altre più sonnacchiose (complice anche la voce del titolare), o anche tediose (la title track, che non aiuta molto essendo posta in apertura del disco e ripresa anche in chiusura in versione più lunga).
Il disco è stato registrato in pochi giorni a Minneapolis, con un ristretto gruppo di amici fidati con cui Gorka ha messo insieme una base molto fluida per le proprie composizioni, il tutto sotto la produzione di Rob Genadek, altro frequentatore abituale del nostro.
Al lavoro poi sono state aggiunte varie parti vocali registrate da altri amici/amiche di Gorka in differenti studi e stati americani: c’è Lucy Kaplanski che canta in Nazarene Guitar mentre Don Richmond e Jim Bradley sono ospiti nella border ballad Arroyo Seco, una delle cose più riuscite del disco. Tattoed è un brano dalla bella amalgama sonora, con le tastiere di Tommy Barbarella in particolare evidenza. Crowded Heart è invece una delicata ballata acustica senza particolari picchi, come la dolente Fallen For You, contrappuntata dalla pedal steel di Joe Savage. Più briose la spiritosa The Body Parts Medley, piacevole canzoncina in controtempo, The Ballad Of Iris And Pearl con la voce ospite di Eliza Gilkynson, sicuramente tra le cose più riuscite del disco.

Gregg Stewart: un anno, due dischi.

di Paolo Baiotti

8 aprile 2018

Cresciuto nel New Jersey, Gregg si trasferisce in California a sedici anni per completare gli studi e cercare di emergere nel mondo dell’arte, ma si ritrova a lavorare in Ontario come manovratore di carrelli elevatori. In questo periodo inizia a suonare in una band di punk e a 22 anni firma un contratto come autore per la Emi, inserendosi nella scena di Los Angeles. Partecipa alla formazione di una band di pop/rock che firma per la Elektra, poi forma una label indipendente e incide nel ‘99 il primo disco della band Stewboss, Wanted A Girl nel quale compone, canta e suona la chitarra. Cinque brani sono inseriti in film e serie tv, compresa Let’s Go For A Ride nella colonna sonora di 3.000 Miles To Graceland (con Kevin Costner e Kurt Russell). Stewboss pubblicano altri tre dischi tra il 2002 e il 2006, senza ottenere visibilità in un ambiente competitivo come quello californiano. In seguito Gregg compone per numerosi film e documentari indipendenti, scrive per altri artisti e partecipa più recentemente al nuovo album dei Dead Rock West con tre canzoni. Finalmente a marzo pubblica il suo primo album solista, seguito sei mesi dopo da un disco di covers ispirato dagli artisti deceduti nel 2016.

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GREGG STEWART (Stewsongs 2017)
Ispirato dalla musica del 1978, che per Gregg non è l’anno della disco-music, ma quello di This Year’s Model, Powerage, One Nation Under A Groove, Some Girls, Easter e Darkness On The Edge Of Town, nonché dell’esordio di Tom Petty, Blondie, Cars e Van Halen, un anno pieno di diversità in campo musicale per merito di artisti di personalità, Gregg ha cercato di incidere un disco che traesse ispirazione da questa diversità e da questi musicisti, con un pizzico di modernità in più. Un’idea difficile da realizzare nel 2017 e che, in effetti, riesce in parte. Le intenzioni sono lodevoli, il risultato un po’ anonimo. Gregg ha una bella voce, è un cantautore pop-rock con influenze di Americana, è accompagnato da una band pregevole nella quale spiccano la batteria di Kevin Jarvis, il basso di Bob Glaub e le tastiere di Carl Byron, ma il materiale non ha la necessaria personalità e originalità per emergere. L’opener R Is For Rockstar è un pop-rock esuberante debitore dei Cars, Let’s Go Find A Night è un discreto up-tempo scanzonato, You’re The One è una canzone pop trascinante, ma You’re The One e Nobody Like You non brillano per originalità e Stone Cold Fox sembra una b-side di Joan Jett. In When The Work Is Done sembra aleggiare il fantasma di Johnny Cash, in Hey Doncha si respira un’aria da American Graffiti, mentre la conclusiva Mystery è un’intima ballata cantautorale interpretata con sentimento.

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TWENTYSIXTEEN (Stewsongs 2017)
La voglia di continuare a incidere e l’intenzione di ricordare gli artisti morti nel 2016 (o almeno alcuni di loro), hanno convinto Gregg a lavorare per mesi alla ricerca del materiale più adatto e vicino alla sua sensibilità, aiutato dal produttore e batterista Kevin Jarvis, dal tastierista Carl Byron e dal bassista Kurtis Keber che lo hanno coadiuvato nelle scelte e negli arrangiamenti. Il risultato è un disco tendenzialmente intimo, interpretato con essenzialità, da cantautore indie con influenze roots e pop. I brani scelti non sono scontati, anzi in alcuni casi sono spiazzanti, a partire da You Spin Me Round (Dead Or Alive), brano disco di Pete Burns rallentato e trasformato in un roots rock bluesato, proseguendo con A Different Corner di George Michael, ballata asciugata e ridotta al suo nucleo con piano e chitarra acustica in primo piano e con Rapsberry Beret, scatenato funky-soul di Prince che subisce lo stesso tipo di trattamento, diventando una ballata intima e delicata. Daisies è una ballata dei Viola Beach, sfortunata band indie scomparsa in un incidente stradale in Svezia, interpretata con delicatezza, come Sing A Song degli Earth Wind & Fire di Maurice White che, seppur meno impetuosa, mantiene un ritmo trascinante. Ogni brano è tendenzialmente arrangiato allo stesso modo da cantautore indie: rallentato, intimo, un po’ piatto e questo è un limite del disco, che però riesce in alcuni casi a far emergere la purezza delle canzoni, nascosta tra le righe. Come in One More Love Song di Leon Russell che diventa una ballata roots con un organo che ricorda The Band o in If I Could Only Fly di Blaze Foley, scelta per la versione di Merle Haggard o anche in High Flying Bird dei Jefferson Airplane, cantata dalla prima cantante Signe Anderson, mancata lo stesso giorno di Paul Kantner. Questi tre brani sono più vicini alla sensibilità di Stewart, ma anche la versione di Pure Imagination di Gene Wider, attore molto amato dall’artista, del quale interpreta questa sognante canzone tratta dalla colonna sonora di Willy Wonka, si lascia ascoltare. Nella parte finale emergono una rispettosa esecuzione di I Found Somebody di Glenn Frey, la sommessa Out In The Parking Lot del grande Guy Clark, una nostalgica Leaving The Table di Leonard Cohen dall’ultimo album dell’artista canadese e un’avvolgente Starman di David Bowie che chiude un album meno monocorde di quanto non appaia al primo ascolto.

MATTHEW O’NEILL – Trophic Cascade

di Paolo Crazy Carnevale

3 aprile 2018

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MATTHEW O’NEILL – Trophic Cascade (Underwater Panther Coalition/Hemifran 2017)

La copertina, bruttina, mi aveva fuorviato del tutto: pensavo di ritrovarmi ad ascoltare uno dei molti dischi di Americana o pseudo tale distribuiti dalla svedese Hemifran. E invece, sorpresa ( manco fosse pasqua!), Matthew O’Neill, canadese di stanza sulle Catskill Mountains, è un cantautore in bilico tra sonorità ardite e ritmi riconducibili alle tradizioni dei nativi americani.

Come a dire una sorta di Jonathan Wilson – con le debite proporzioni – che invece di fare riferimento a certo rock inglese (ma anche americano) degli anni settanta, prende un po’ dello space-rock byrdsiano (ascoltare, per credere, la traccia iniziale del disco, Bridge Builder) e del Neil Young (non sarà mica canadese per niente questo O’Neill) degli esordi (Buffalo Springfield e il primo disco), che fanno capolino in Golden Boy e Ain’t No Way, con cori femminili e voce grave.

Su tessuti musicali così fortemente dichiarati si innestano in parecchie composizioni percussioni e ritmi nativi che hanno come antenati di riferimento gli esperimenti di Robbie Robertson (non a caso un altro canadese?) o anche della Buffy Sainte-Marie meno datata.

In definitiva il risultato è abbastanza difficile da inquadrare, senza dubbio interessante, e a tratti entusiasmante, più rock in brani come Poisoning The Well, affascinante in composizioni come in Stand Tall (sarà un altro caso che qualche mese dopo l’uscita di questo disco, Neil Young abbia pubblicato un brano dal medesimo titolo?), nella torrenziale 1000 Years e in Louisiana, scelta come brano trainante del disco, fino alla particolare e fiatistica e nervosa Alzaheimer’s Blues.

Per mettere assieme il suo affresco sonoro, O’Neill non ha lesinato certo nelle collaborazioni, così oltre al produttore Diko Shoturma (Bjork, Nada Surf, Snarky Puppy e altri) ci sono le chitarre di Ryan Scott, il sax di Stuart Bogie (Arcade Fire, Iron & Wine, Paul Simon), il violoncello di David Egger (con Patti Smith) e il basso di Jacob Silver (Lauren Hill, Lucinda Williams).

AJAY MATHUR – Little Boat

di Paolo Crazy Carnevale

1 aprile 2018

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AJAY MATHUR – Little Boat (Yakketyyak Records/Hemifran 2018)

Curioso personaggio questo chitarrista nativo della lontana India, trapiantato in Svizzera e dedito alla produzione di una musica lontana anni luce dal suo paese natale quanto da quello adottivo.

Appassionato di musica americana ma con un rimando abbastanza vistoso anche ai Beatles, complice l’uso del sitar, strumento tipico del suo paese d’origine, Mathur è essenzialmente un chitarrista in bilico tra un pop aggraziato e godibile e riff di chitarra robusti che non nascondono il suo approccio zeppeliniano alla musica.

Al suo attivo ha ormai alcuni dischi e con quello che precede questo Little Boat, l’indiano si è persino guadagnato una nomination ai Grammy Awards del 2016.

Il nuovo disco, dalla grafica tutt’altro che appetitosa, è stato registrato e prodotto nella Confederazione Elvetica, con l’aiuto di musicisti del luogo, forse non particolarmente adatti – al di là della bravura – a conferire un po’ d’anima al disco… d’altronde si è sempre parlato di precisione svizzera, ma alla precisione non sempre corrisponde il sentimento.

Il disco è buono, per carità, forse un po’ indeciso sulla direzione da seguire: Ordinary Memory col sitar di Thomas Niggli è l’esempio calzante di quanto si diceva poc’anzi riguardo all’influenza harrisonaiana, se non proprio beatlesiana; My Wallet Is A House Of Cards invece è un robusto brano elettrico con chitarra arrabbiata, Who’s Sorry Now è forse il contributo in cui il rimando al paese natale di Mathur si fa più evidente grazie all’uso di strumenti come tabla, oud e sarangy, stavolta suonati da connazionali del titolare. All Your Thoughts è invece un country blues in cui armonica, pedal steel e slide sono gli strumenti principali. In Time For Deliverance viene giocata ila carta del soul blues con tanto di sax e cori, ma nel disco c’è ovviamente molto altro.

Godibile e curioso, non indispensabile.

CARRINGTON MACDUFFIE – Rock Me To Mars

di Ronald Stancanelli

28 marzo 2018

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CARRINGTON MACDUFFIE
ROCK ME TO MARS
2017 Pointy Head Records

Carrington MacDuffie, l’artista di New York, che recensimmo con piacere tempo fa è tornata dopo tredici mesi con un nuovo, seppur breve, lavoro. Proprio oltre un anno fa avevamo parlato positivamente del suo Crush on You, bissato adesso dopo quattordici mesi da Rock me to Mars, album che è notevolmente caratterizzato dalla sua title track, piacevolissimo ed orecchiabile sincopato brano folk/pop che una volta sarebbe stato un eccellente 45 giri. Segue la roccheggiante e solare Because I couldn’t have you con leggera infarinatura pezzata, notevole pezzo di gran ritmo. Come l’anno sorso nel quale il suo album minimale proponeva solo cinque pezzi ci troviamo tra le mani un dischetto di soli sei brani ma come la precedente volta anche in questa occasione sono tutti piacevoli e ben eseguiti. Better than Way segue una miscela di folk acustico diremmo da camera tanto edulcorato e tanto classico nella sua schietta semplicità. Lay Down and Let Go è caratterizzato da un suono simil moog e si potrebbe collocare a cavallo tra funky, prog ed elettronica, può ricordare una progressiva Ani Di Franco mentre Sweet Young Thing, cover da C.King/G Goffin/M.Nesmith ripercorre i canoni classici del cantautorato con la chitarra elettrica da lei suonata che detta i tempi ed è pure questo brano di semplice orecchiabilità che resta impresso al primo ascolto, pur se non si conosce l’originale. Lei oltre alle chitarre si cimenta al piano e all’ukulele aiutata da Rob Halverson al basso, synth organo, piano, percussioni e chitarra; da Daniel Jones e Thor Harris alla batteria e da Paul Klemperer al sax. Brava e bella artista, che ricorda pur se in versione capelli neri molto Sharon Stone e ci regala un dischetto dai contenuti intensi ed inebrianti prodotto da Halverson che si chiude con Come for Me, lancinante ballata minimale ma di grandissimo effetto ed impatto. Molto bello, sicuramente non una sorpresa considerando quanto ci aveva affascinato anche il suo precedente lavoro.
Molto meglio la back cover che la front cover clone quasi spudorato di un vecchio album di Roger Mc Guinn.

JUDY NAZEMETZ – Balancing Act

di Paolo Crazy Carnevale

24 marzo 2018

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JUDY NAZEMETZ – Balancing Act (Smokey Lady Music/Hemifran 2017)

Un disco controcorrente, in tutti I sensi: Judy Nemetz è una signora che in America si è conquistata una certa nomea grazie alle sue numerosissime apparizioni al Jay Leno Tonight Show, ma ha anche preso parte a qualche musical e, a tempo perso, si è messa a fare la cantautrice. Non nel senso classico però, con una voce assai particolare, abbastanza tipica per cantare nei musical ed un gusto per un jazz/folk non scevro da ulteriori contaminazioni, da qualche anno la Nazemetz si è messa in testa di registrare le proprie canzoni.

Sicuramente l’accostamento a sonorità un po’ dixieland e allo swing si attagliano bene alla sua voce acuta e con l’accompagnamento di un buon gruppo guidato dal pluridecorato Chad Watson (bassista, chitarrista, produttore e cantautore che ha offerto i propri servigi a Janis Ian, Essra Mohawk, Kin Fowley, tra gli altri) mette in pista dodici nuove composizione, tutte scritte di proprio pugno, in cui per la verità brillano maggiormente quelle che si distaccano un po’ dal gusto retrò che domina i brani più jazz/swing con i fiati che ricordano un po’ i funerali di New Orleans.

Appartiene a questa tipologia di brano, l’inaugurale The Way Back, con tromba, trombone e clarinetto che guidano le danze, più interessante la successiva Which Cup, più sul modello Cab Calloway, con un ritmo moderatamente caraibico, e la terza traccia, intitolata A Song For Mary, brano molto intimista basato tutto sulla chitarra acustica e su un violoncello suonato da John Crozova. He Said My Name Right risente forse un po’ troppo dell’impostazione canora tipica dei musical. Three Sticks Of Butter ripesca atmosfere irish che ricordano troppo (per essere un brano autografo) la mitica Sally MacLennane dei Pogues.

Motivi particolarmente interessanti sono Miami Underwater con echi che richiamano fortemente la musica spensierata di Jimmy Buffett (con una pedal steel suona da John Wakefield e l’elettrica di Don Peake, già chitarrista per gli Everly Brothers, Sonny & Cher, Hank Williams Jr. ed ora autore di musica da film), My Daily Regimen, il folk-blues Behind That Locked Door con un bel piano suonato da JT Thomas (Captain Beefheart Magic Band, Jackson Browne, Bonnie Raitt sono alcuni dei talenti con cui Thomas ha suonato) e la deliziosa Altars, gioiellino acustico che vede in pista la sola Nazemetz accompagnata da Watson.

VIVA – Living Well Is The Best Revenge

di Ronald Stancanelli

24 marzo 2018

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VIVA
LIVING WELL IS THE BEST REVENGE
Autoprodotto 2017

Pop Rock melodico con striature prog e diramazioni ballad per tal Viva DeConcini della quale scopriamo l’esistenza oggi con il ricevimento di un suo cd per recensione dal significativo e lungo titolo di Living Well is the Best of Revenge. Cantante e nel contempo cantautrice la ragazza ha nel suo passato musicale esibizioni sia in festival rock che in manifestazioni jazz il che rende la sua musica un assemblaggio di differenti orizzonti ma che raggiunge un buon risultato che post shakeraggio regalano all’ascoltatore un buon rock soffusamente pacato con diramazioni estemporanee di buon assemblaggio musicale. Brava quindi a dirimere trame musicale e a stemperarle sul pentagramma in ordinata e dolce armonia a dispetto della copertina ove si penserebbe che la fanciulla si lancerebbe decisamente in strali punk rocchettari di insolito vigore e frastuono. Niente di tutto questo, abbiamo tra le mani e nelle orecchie un amabile dischetto di musica decisamente piacevole ove la buona voce, mai invadente, della ragazza, ben si amalgama con il basso di Mary Feaster, la batteria di Sean Dixon e le tastiere di Peter Apfelbaum. Per il resto testi, musiche e chitarre a cura della DeConcini che ama usare solamente il suo nome di battesimo. In Your Amazing Body un bel connubio tra percussioni e tastiere non invadenti regalano un eccellente momento di questo piacevole album che non possiamo esimerci dal consigliare a ogni buon appassionato di musica come si deve. Un rock annacquato ma nello stesso tempo viscerale è quello che ci regala questa ragazza di probabile origine italiana. Se amate certe atmosfere fine anni settanta avete trovato il giusto cd che fa per voi. Io lo sto ascoltando a rotazione e non solo non mi stanca ma mi avvince ad ogni ascolto. Molto stile appunto settanta/ottanta la copertina che mi porta alla mente sia Debbie Harry che Chrissie Hynde. Bellissima in puro stile Pogues Song for Shane and Nina, che poi lo Shane sia McGowan è implicito e la Nina credo sia la Hagen. Altro brano che non lascia adito a fraintendimenti è Lesbian sex in the Bathroom e notevole il ritmo sincopato della magnifica Driving to New York che chiude magistralmente un ottimo dischetto.

THUNDERBOLT & LIGHTFOOT – Songs For Mixed Company

di Ronald Stancanelli

21 marzo 2018

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THUNDERBOLT & LIGHTFOOT
SONGS FOR MIXED COMPANY
VESPER Music 2017

Anche qui siamo qualche minuto oltre la mezzora ma alfine è giusto dire che fare album che superano quasi sempre l’ora o si avvicinano ai settanta minuti non è certo sinonimo di qualità, anzi; infatti i quattro cd che ho recensito stanotte, notte nella quale non riuscivo a dormire erano tutti sulla falsariga dei 30 / 36 minuti che a volte è la formula migliore per fare dei buonissimi album, ed infatti erano tutti ottimi, senza mettere accozzaglie di brani in esubero che servono solo a dilatare spazi e tempi ma che fatalmente abbassano il valore delle opere in questione. Se hai 17/18 brani e riesci ad avere la forza e l’intelligenza commerciale e artistica di lavorare di sottrazione alfine caccerai fuori un album con 10/12 pezzi che saranno i migliori della compagnia rendendo il lavoro sicuramente più compatto, rilucente e scorrevole, a meno che non capiti, ma son casi rarissimi, di averne così tanti tutti di ottimo livello e allora ben venga il cd di minutaggio lungo o lunghissimo. Thunderbolt & Lightfoot sono un duo formato da Phil Barry e Sarah Fuerst, americani che con l’aiuto di altri cinque musicisti costruiscono un eccellente album acustico ove chitarre, basso, marimba, tastiere,mellotron, ( guarda chi viene riutilizzato !) , whistle, batteria/percussioni, organo, piano, fisarmonica tessono una tela musicale di variegata e piacevole sonorità. Non stiamo parlando certo di un capolavoro ma di un album che nei suoi dieci pezzi tra cui la cover I’m on Fire di Springsteen dolcemente folk, è lavoro intelligentemente piacevole e ben redatto come generalmente i musicisti di spessore sanno fare. A parte la cover i pezzi sono a loro firma e la produzione affidata a Michael Fuerst mentre la copertina pare un po’ insipida nella sua esagerata semplicità e nella scelta, secondo noi, non azzeccata dei colori. Per il resto come detto un sonoro complimento. Citeremmo ancora un’ottima Year of the Monkey con trame delicatamente progressive, diremmo dalle parti di Strawbs o Traffic per questo Songs Mixed for Company di estrema pulizia e gentilezza musicale.

JOHN PINAMONTI – The Usual

di Paolo Baiotti

21 marzo 2018

pinamonti[698]

JOHN PINAMONTI
THE USUAL
www.pinamonti.com 2015

Nel corso di una carriera ventennale nella quale ha inciso sei albums, il californiano John Pinamonti, nato a Los Angeles e cresciuto tra Texas (San Antonio) e Oregon (Portland) si è ricavato una nicchia in ambito roots music, con una voce personale e una capacità strumentale in costante crescita. Influenzato da uno zio violinista e chitarrista che gli ha regalato la prima chitarra elettrica, ha affinato le sue doti seguendo on the road per quattro anni il batterista del Ghana Obo Addy, uno dei primi musicisti africani che cercò di miscelare musica folk tradizionale e pop occidentale. Dopo questa esperienza ha deciso di avviare una carriera solista con Tragico Magico (Gregor Records ’97), seguito da quattro dischi nel primo decennio del nuovo millennio e più recentemente da The Usual, pubblicato a cinque anni di distanza da End Of Smith. Accompagnato dalla sezione ritmica formata da Joe Ongie (basso) e Steve Goulding (batteria), con l’aggiunta di un manipolo di amici, John ha inciso il suo album più personale e maturo sia nei testi che negli arrangiamenti, pur evidenziando limiti compositivi difficilmente superabili. Tuttavia, pur tra alti e bassi, The Usual è un disco di discreto livello che scorre veloce, fin dalla fluida partenza di Rough And Ready, traccia elettroacustica nella quale spicca la presenza del violino di Heather Hardy, proseguendo con la ballata Forget Everything You’ve Learned impreziosita dalla chitarra acustica spagnoleggiante di Danny Weiss e dalla fisarmonica di Gavin Smith, la riflessiva Thursday Night Is Alright e la sommessa There Will Come A Day. Prevalgono i ritmi lenti anche nell’acustica High, seguita dal rock elettrico di I Want It Now con la lap steel di Josh Roy Brown che ricorda i Dire Straits più grintosi e dalla mossa City Of Angels rinvigorita da una sezione di fiati. Tuttavia la dimensione migliore di Pinamonti si ritrova nel mid-tempo scorrevole di Mother’s Nature Son e di In Plain Sight e nelle ballate You, con un’armonica delicata e The Way The Wind Blows con un riuscito arrangiamento fiatistico. In chiusura l’unica cover, il folk tradizionale I Can’t Feel At Home In This World Anymore della Carter Family, eseguito da John al banjo e voce.

STEVEN CASPER & COWBOY ANGST – Sometimes Jesse James

di Paolo Crazy Carnevale

20 marzo 2018

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STEVEN CASPER & COWBOY ANGST – Sometimes Jesse James (Silent City/Hemifran 2017)

Ormai è cosa risaputa che l’America è piena di talenti minori ma non per questo disprezzabili: ennesima testimonianza è questo EP, che ci giunge tramite l’impeccabile Hemifran, della solida band californiana di Steven Casper, l’ottavo con questa denominazione, ma Casper ha in saccoccia altre esperienze con gruppi differenti.

Certo non si tratta di ragazzini, le foto a disposizione ci raccontano di un gruppo di veterani dalla gran voglia di suonare calandosi nell’immaginario tutto californiano della banda di fuorilegge. Sono tutti dei signori nessuno, tranne John Groover McDuffy che si occupa di tutte le chitarre, lui ha una lunga collaborazione con Rita Coolidge alle spalle e il suo apporto strumentale nelle composizioni di Casper si fa sentire parecchio.

L’altro pilastro del gruppo è Carl Byron (hammond organ, fisarmonica, piano) che insieme a McDuffy traccia le coordinate e crea la solida base su cui si sviluppano e muovono le canzoni. Alla produzione troviamo invece Ira Ingber, veterano ed esperto regista che ha lavorato persino con Dylan (ma non certo nei momenti migliori dell’ebreo).

Il formato è quello dell’EP, prediletto da molti indipendenti in America, un formato che permette agli artisti di essere frequentemente presenti sul mercato senza avere l’onere di pubblicare un nuovo disco ogni anno, e al tempo stesso un formato facilmente spendibile durante i concerti, sicuramente la maggior fonte di guadagno per questi personaggi.

L’inizio di questo EP è affidato ad un brano dai chiari rimandi al miglior Tom Petty, Down, in cui la voce di Casper ricorda molto da vicina quella del compianto Tom – cosa che non si ripeterà nei brani successivi – è un rock solido, d’effetto, ma scivola presto via, molto più impressiva la successiva The Best Day Of Our Lives, una ballata dal respiro arioso sorretta da pedal steel e hammond, davvero bella. Segue una cover, piacevole, di My Wrecking Ball, presa dal repertorio di Ryan Adams, ma il brano che arriva dopo sembra più interessante, è quello che contiene il verso da cui il disco prende il titolo: Born To Loose Blues è una composizione dall’incedere notturno e ancora una volta con grande dispiego delle chitarre. La chiusura è affidata ad uno strumentale quasi acustico, Mi Sueno, Mi Dolor, brano dall’incedere sontuoso, con uso di altri strumenti – suonati dal producer – e particolarmente calato nelle atmosfere western suggerite da titolo e copertina del disco.

PETER GALLWAY – Feels Like Religion

di Ronald Stancanelli

20 marzo 2018

Peter Gallway Feels Religion[688]

PETER GALLWAY
FEELS LIKE RELIGION
2017 Bay Music

Peter Gallway, personaggio col viso in parte Waits e in parte Cohen, potrebbe tranquillamente fare la loro controfigura se non fosse che non faccia parte del mondo cinematografico ma bensì sia lui stesso un cantautore musicista che, come gli illustri colleghi suona e canta e questo Feels like Home giuntoci oggi per recensione caratterizzato da una back cover impressionante per la sua somiglianza con Cohen è il suo ultimo lavoro in ordine di tempo. Album profondamente dedicato a Laura Nyro e al suo capolavoro, forse ancora un po’ misconosciuto New York Tendaberry si avvale della prestazione bonaria ma fortemente incisiva del grande Jerry Marotta e della bravissima Annie Gallup. La voce pur un po’ gutturale e profonda fa molto effetto e la sua dizione incisiva e penetrante aiuta moltissimo. Mettiamoci poi che le canzoni, tutte scritte da lui meno una con la Gallup, sono molto piacevoli e rilassanti ed abbiamo un quadro decisamente positivo. Gallway suona le chitarre, il basso, e le tastiere mentre ovviamente Marotta è ottimamente sul pezzo con batteria e percussioni. La dolce e gradevole voce della Gallup si affianca nella intensa title track mentre suona la lap steel in Maria Makes, swingata ballata. Molto bella la suadente cavalcata di Women’s House in D mentre aguzza e penetrante la ritmìa delle percussioni in Dark Matter che par pezzo arrangiato da Daniel Lanois tanto è particolare mentre la voce del songwriter splendidamente accattivante. Gran bella canzone. Un ottimo album di categoria superiore nell’ambito di certo cantautorato sicuramente meno noto ma non per questo non meritevole. Gallway è personaggio molto prolifico in materia di album, ne abbiamo scoperto in rete ben sedici ed il suo percorso inizia addirittura dai settanta con due dischi licenziati dalla Reprise ed è anche noto agli addetti per aver formato il gruppo della Fifth Avenue Band. Da segnalare in precedenza, si era nel 2016 un interessante album, sempre con la Gallup dal titolo Two sides to evey Story uscito col moniker di Hat Check Girl pregno e denso di atmosfere texane con interessanti striature di desert tunes, recensito enfaticamente e positivamente all’epoca su questo sito. A questo punto anche da non scordare Six Bucks Shy, altro album con Jerry Marotta che ricordiamo musicista a volte prestato a certo prog rock e la stessa Gallup anche questto accreditato come Hat Check Girl; detto lavoro nonostante fosse carico di intense canzoni dal sapido sapore che ti lascia un gusto retrodolce in bocca purtroppo non mi pare abbia mai raggiunto livelli o notorietà elevate, non parliamo poi da noi. Insomma nonostante una discografia diremmo quasi sterminata Artista di culto per pochissimi, anche se artista con la A maiuscola. Chissà che questo suo ultimo cd denso di bellissime ballate non compia il miracolo, ci farebbe tanto piacere ma ci crediamo poco, anche se un brano della gradevolezza di Roller Coaster meriterebbe un’ampia ed attenta platea.

KASHKA – Relax

di Ronald Stancanelli

20 marzo 2018

KASHKA[687]

KASHKA ( KAT BURNS)
RELAX
Autoprodotto Play the Triangle. com

Breve album, solo qualche secondo oltre i ventiquattro minuti per Kashka, vero nome Kat Burns, musicista canadese. La fanciulla proviene dall’Ontario, precisamente da Toronto e nella sua musica si sente l’atmosfera dei grandi spazi, delle immense distese, dei cieli aperti che in questo album si coniugano perfettamente con atmosfere musicali che le suggellano in modo direttamente proporzionali. Disco calmo ma intensamente impegnato ed accorto ove la voce che potrebbe portare in certi frangenti a Bjork ben si amalgama alle atmosfere un po’ indie, un po’ ambient che scaturiscono dai solchi. Sicuramente piacerà a coloro che della musica fanno una componente essenziale e rilassante della propria esistenza ma senza abusarne in velocità , espansione, volume o esasperazione. Qua siamo tra una grande verde pianura e una rilassante vasca di acqua a giusta temperatura con idromassaggio che stimola la non creatività ma solo un dolce rilassamento dell’essere e dobbiamo ammettere che pur essendo di orientamento diverso riguardo i nostri gusti musicali questo è veramente un bel dischetto e mentre ora sta finendo ci troviamo beatamente calmi, tranquilli e rilassati,. Ah, la terapia della musica ! I brani sono firmati da lei a parte un paio in coabitazione con altri due artisti. Cd arrivato in versione promotional copy senza dati o info alcune quindi di lei poco sappiamo e poco in rete si trova. Ma caparbi troviamo qualche esigua notizia. Comunque pare questo sia il suo terzo lavoro preceduto da un altro album e da un EP ed in questo, nonostante la musica ambientale alquanto minimale surrogata dalla splendida sua voce ben undici altri artisti la accompagnano in questa parca passeggiata nei boschi del nord. Strana la copertina in relazione a quanto il dischetto propone, dischetto che produce lei stessa assieme a Lisa Conway e Andrew Collins. Non vorremmo essere ripetitivi ma questo è realmente un breve bel disco che fa bellamente a pugni con tanta musica caciarona e casinara d’oggigiorno. Mi accorgo adesso di non aver mai citato il titolo che solo ora leggo anche io per la prima volta data sia la distrazione che poi il cimentarsi nella recensione e nell’ascolto. Il cd si chiama Relax e mai titolo fu più appropriato !

LELLE DAHLBERG – These Words Are True

di Paolo Crazy Carnevale

17 marzo 2018

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LELLE DAHLBERG – These Words Are True (Lelle/Hemifran 2017)

Uno dei tanti: questo signor Dahlberg sembra essere uno dei tanti, forse tantissimi nordici che si sono innamorati di sonorità lontane anni luce dalle latitudini in cui risiedono.

Non so se sia per via delle temperature sub artiche che probabilmente danno l’impressione di attenuarsi se le si affronta giorno dopo giorno con una musica calda e morbida.

Forse semplicemente non c’è luogo più o meno idoneo per amare un certo tipo di musica e tanto basta. Basta anche a Lelle Dahlberg, svedese, che lo scorso anno ha dato alle stampe il proprio primo disco, nonostante la canizie evidente dalle foto di copertina. Basta accontentarsi di poco – avrà pensato – l’America del country non sarà poi così differente…

Differente lo è di certo, dalla Svezia come dall’Europa in generale. Lo stile di vita innanzitutto, soprattutto quello scandinavo, l’orizzonte, i paesaggi, le architetture. Proprio quelle, immortalate in fondo ai binari su cui Dahlberg cammina. Sono tipicamente europee. La musica no, e non è neppure quel country troppo annacquato che piace tanto agli europei, in particolare ai germanofoni: è country, ma è anche soul, una fusione che a Dahlberg riesce facile, in particolare per via della voce che si ritrova, un vocione dalla consistenza robusta e dalle sfumature da soul singer appunto.

Poi il parco strumenti è quello giusto, c’è la pedal steel, il violino, una sezione ritmica puntuale, tastiere giuste, un po’ di chitarre.

Anche se è un disco di debutto si comprende che il titolare ha avuto tempo di lavorarci su a lungo, pare che abbia cominciato a scrivere canzoni a tredici anni, dopo aver strimpellato a lungo la chitarra del nonno.

Dodici brani in tutto, forse un po’ monotematici (sono per lo più canzoni d’amore), ma piacevoli, sia che li canti da solo o che si faccia accompagnare dalla cantante Pearl (nessun aggancio stilistico con Janis Joplin però): sicuramente è interessante la canzone che apre ed intitola il disco, forse anche il brano più riuscito, ma non è male neppure There’s Only You (il duetto con Pearl), uno slow con belle chitarre. Come Back Home è invece una composizione dominata dall’organo e dall’andatura a metà tra rock lento e anni sessanta, mentre Tonight’s The Night è country-rock solido in stile Nashville.

Nulla di originale, certo, e tutto suona come già sentito. Onesto però. Uno dei tanti.

JAN DALEY – The Way Of A Woman

di Paolo Baiotti

17 marzo 2018

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JAN DALEY
THE WAY OF A WOMAN
Log Records 2017

La biografia di Jan Daley è ricca di attività di vario genere nell’ambito dello spettacolo. Nata nella California del Sud, adolescente affascinata dalle voci di Doris Day e Julie Andrews, ha iniziato la carriera nello show business vincendo il concorso di Miss California, diventando poi la cantante di una big band. Entrata nel mondo della televisione, ha partecipato alla serie “Here Comes The Stars” con artisti come Bob Hope, Bing Crosby e Debbie Reynolds, spostandosi a Las Vegas dove ha aperto per attori e cantanti tra i quali Louis Armstrong. Dopo l’ingaggio nel Bob Hope World Christmas Tour ha proseguito in televisione, superando anche un tumore e incidendo a Roma nel ‘70 una canzone di Riz Ortolani candidata all’Oscar come colonna sonora del western Madron di Jerry Hopper. A questo punto però Jan sente il richiamo della famiglia: si dedica al matrimonio, ha una bambina, si avvicina alla religione e incide due dischi di Christian Music, specializzandosi in jingle pubblicitari che le consentivano di non spostarsi da casa. Solo verso la fine degli anni novanta riprende a cantare in teatro e in spettacoli a Los Angeles e Nashville, incidendo l’album Something Old, Something New. Dopo un ritorno a Las Vegas e la partecipazione a un paio di musical, prosegue impegnata principalmente tra televisione e teatro, scrivendo canzoni e incidendo nel 2016 l’Ep When Sunny Gets Blue, dal quale si è sviluppato il progetto di The Way Of A Woman, che comprende undici tracce tra le quali i cinque brani dell’Ep. Sei composizioni sono di Jan, tra le altre cinque ne spiccano due di Jack Segal, famoso pianista e compositore di canzoni riprese dai più famosi interpreti tradizionali, da Frank Sinatra a Barbra Streisand, che è stato maestro di canto di Jan e l’ha convinta a proseguire nella sua carriera musicale. Proprio When Sunny Gets Blue di Segal ha lanciato l’Ep, salendo al n.1 nella classifica di Smooth Jazz della AOL Radio, un network americano di stazioni radio online. Sulla spinta di questo brano, The Way Of A Woman è entrato nella Billboard Jazz Chart, salendo fino al n.1 e restando per più di venti settimane nella Top 5. Un successo inaspettato, dovuto principalmente alla voce di Jan, davvero notevole, perfetta per un repertorio tra jazz tradizionale e pop, che privilegia le ballate, anche troppo, con qualche momento eccessivamente zuccheroso che sfiora la monotonia. I brani più mossi e jazzati come l’eccellente When Sunny Gets Blue, Come On Daddy e l’intensa cover di Cry Me A River evidenziano la classe di Jan e del gruppo, ma le ballate soverchiano il resto, specialmente nella parte centrale del disco. In The One I’ve Been Waiting For la voce ricorda la Whitney Houston più ispirata, in God Bless The Child l’interpretazione è adeguatamente intensa, ma in altri momenti si entra nel campo dell’Adult Contemporary, ai confini con lo smooth jazz, di stampo prettamente radiofonico.

RADOSLAV LORKOVIC – The Po, The Mississippi

di Paolo Crazy Carnevale

17 marzo 2018

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RADOSLAV LORKOVIC – The Po, The Mississippi (Appaloosa/IRD 2017)

Sono almeno venticinque anni che Radoslav Lorkovic bazzica la nostra penisola, che sia come accompagnatore di qualche cantautore o che sia per suonare per conto proprio, l’Italia gli è entrata nel cuore da un pezzo, e bazzicare il mondo musicale di quegli italiani che amano la musica americana è un’abitudine che ha fatto sua da subito.

Questo è un po’ il retroterra culturale del suo disco uscito sul finire dello scorso anno sotto l’egida dell’Appaloosa e con la supervisione amicale di Andrea Parodi: The Po, The Mississippi è un disco fluviale non solo per il suo titolo, è un omaggio alle sue due terre d’adozione, l’America e l’Italia, ma anche alla sua terra d’origine, la Croazia.

Il disco è stato inciso in una giornata, in un piccolo studio brianzolo, in compagnia di Charlie Cinelli al contrabbasso e del maestoso Andrew Hardin alla chitarra, poi sono state sovraincise delle parti con vari ospiti. Il risultato è un disco essenziale, molto piacevole, intenso, in cui oltre ai brani si fa molta attenzione al suono degli strumenti: come è giusto che sia, il piano di Lorkivic e la chitarra di Hardin hanno un suono inconfondibile che va trattato con le dovute attenzioni.

Qualche brano originale, un paio di cover pescate dai dischi dei suoi compagni di viaggio o dei suoi maestri ispiratori, un paio di tradizionali dell’ex Jugoslavia.

Si comincia con l’ariosa Blue Parade, la canzone che sta anche all’origine del titolo del disco, la parata blu è quella dell’acqua dei due fiumi osservati da Lorkovic durante due differenti voli aerei, oltre al piano è fondamentale l’inconfondibile chitarra di Hardin che conferisce al brano un’atmosfera da border song fantastica.

Tango ‘Til They’re Sore è del miglior Tom Waits, l’arrangiamento con il dobro di Palo Ercoli è eccellente, l’interpretazione ispirata; Mexican Cafè è puro south of the border sound, con la fisarmonica e la chitarra di Hardin che sembrano chiamare in causa un altro fiume, il Rio Grande.

Jeremija è invece un brano tradizionale della terra d’origine del pianista, siamo anni luce lontani dal Po e ancor più dal Mississippi, ma anche questo fa parte del background di Lorkovic, imprescindibile. Con Fishing si va a pescare nel repertorio del suo grande amico Richard Shindell e c’è un bel cameo di Mary Gauthier che valorizza il brano, mentre Headin’ South è di nuovo Mississippi, sia per il sound che per il testo; ancor più lo è il classico di Randy Newman Louisiana 1927, ispirato da uno straripamento del grande fiume. L’interpretazione vocale non può competere con quella che ne dette anni fa Aaron Neville, ma il lavoro di piano e chitarra è da premio oscar e a dare una mano nei cori c’è Shawn Mullins. Dal repertorio di Greg Brown arriva invece In the Dark With You, particolarmente riuscita anche dal punto di vista vocale, con la band di Tony Felicioli a dare una mano. Ancora Felicioli e il suo flauto sono protagonisti di Northwind, lungo ed intenso brano che Lorkovic considera la sua migior canzone: Hardin all’acustica e Ercoli diviso tra dobro e pedal steel rivestono la composizione di un abito drammaticamente bello. Atmosfere malinconiche e balcaniche da post sbornia triste per Ribor plete mirzu sojo, in cui la chitarra di Hardin suona come un mandolino e il titolare va di fisarmonica e canta con suggestione. Poi il finale con l’omaggio al compagno di scorribande Jimmy Lafave di cui viene proposta Cafè In The Rain.

DUSAN JEVTOVIC – Live At Home

di Paolo Crazy Carnevale

11 marzo 2018

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DUSAN JEVTOVIC – Live At Home (SKC Kragujevac/Moonjune 2017)

Dusan Jevtovic, chitarrista serbo dallo stile particolarmente interessante e vario, è uno tra i rappresentanti storici del sound di casa Moonjune (in questo caso però solo distributrice del disco) per la quale ha già realizzato diverse produzioni.

Per quanto la sua casa sia da tempo la Catalogna – il chitarrista si è insediato in quel di Barcellona – questo live in edizione limitata e assolutamente godibile è stato catturato in quella Serbia che è la casa anagrafica di Jevtovic, per la precisione al Decije Pozariste di Kragujevac poco prima del natale 2016. Il chitarrista è accompagnato per l’occasione da una band di suoi connazionali (tra cui spicca il tastierista Vasil Hadzimanov che nel disco appare anche in qualità di autore).

Il disco, dalla bellissima copertina, si apre in scioltezza con due brani inediti al momento della registrazione:, No Answer , una composizione di gran classe e il meno impressionante il medley tra Angel e Al Aire – Soko Bira: entrambe le tracce sarebbero apparse sul disco di Jevtovic pubblicato la primavera scorsa: per quanto riguarda No Answer si tratta di un brano molto riuscito, a cavallo tra prog e psichedelia, con un ispirato assolo di chitarra ed un finale a base di pianoforte ad appannaggio di Hadzimanov , presente anche nella versione di studio.

Molto riuscita la terza traccia, Ohrid, una composizione del pianista che vi suona una gran parte lasciando comunque un grande spazio anche alla chitarra ispiratissima del titolare: il brano ha uno sviluppo incredibile che lo conduce a svilupparsi in una galoppata col piano elettrico protagonista su una base retta dal basso di Pera Krastajic e dalla batteria di Pedja Milutinovic.

New Pop è un’altra lunga composizione del titolare, molto in odor di fusion, col basso molto rotondo atmosfere latin jazz meno interessanti, mentre Babe una delle composizioni più brevi del live ha un sapore a cavallo tra canzone popolare – con un coro non meglio identificato, forse anche campionato – e sperimentazione chitarristica; Briga è invece di nuovo firmata dal pianista ed inizia anche con una voce campionata su cui il piano tesse una serie di passaggi orientaleggianti che come nel brano precedente sembra voler mediare la matrice musicale contemporanea con la cultura ottomana che per anni ha imperversato sui Balcani in generale e quindi anche in Serbia, poi la musica si dipana, il jazz fa capolino, gli strumenti si rincorrono, fino a condurre la composizione ad un finale avanguardistico.

La chiusura è affidata a Gracias y perdon, poco più di due minuti che fungono da sigla finale del concerto.

NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL – The Visitor

di Paolo Crazy Carnevale

11 marzo 2018

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NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL – The Visitor (Reprise 2017/2018)

Ci sono stati dei momenti in cui ho atteso ogni nuovo disco di Neil Young con golosità. Poi negli anni ottanta ha sparato un brutto disco dietro l’altro, alcuni davvero bruttissimi e inascoltabili, tanto che a un certo punto ho anche smesso di comprarli. Poi è rientrato nelle mie grazie, o meglio, è tornato nelle grazie dell’ispirazione. Ora sono un po’ di anni che i suoi dischi mi lasciano nuovamente perplesso.

L’imprevedibilità è sempre stata di casa nella sua discografia. Ma dopo Psychedelic Pill non c’è un solo disco che mi piaccia. Si salva qualche brano. Molti sono poco ispirati, fuori sintonia. Young è così, prendere o lasciare, ma che fatica!
Tralasciando i dischi d’archivio, sempre dignitosi, in particolare il recentissimo Hitchhiker, questo The Visitor sembra comunque essere quello riuscito meglio, ma contiene cose che sarebbe stato meglio lasciare nei cassetti. A vita.

Posto che il canadese ha sempre e comunque qualcosa da dire, se non altro nei testi, l’accompagnamento dei Promise Of The Real sembra più azzeccato che nell’altro disco di studio inciso con loro, e sì che dal vivo (ma non di certo nell’appena passabile doppio live Earth) i ragazzi spaccano!

Qui comunque si inizia con un brano politico sicuramente ben riuscito, al di là del testo che vorrebbe risvegliare le coscienze di quegli americani che hanno votato Trump sperando di tornare una grande nazione, la musica viaggia dalle parti delle sonorità dello Young del 1973, con venature blues e belle chitarre. Il brano successivo, Fly By Night Deal, è però un tonfo, davvero brutto. È un attimo che per fortuna dura poco, la canzone che segue, Almost Always è per contro una delizia, una delle perle del disco, peccato che ricordi alcuni passaggi di From Hank To Hendrix, ma Young ha spesso saccheggiato se stesso: qui comunque l’arrangiamento è vincente, le chitarra sono elettriche in luogo dell’acustica e le tastiere sono perfettamente inserite, il drumming è giusto quello che ci vuole. È questo il suono migliore dei Promise Of The Real, che d’altra parte durante i tour hanno dimostrato di riuscire meglio proprio nell’esecuzione dei brani degli anni settanta. Stand Tall è un’altra invettiva, stavolta anche in nome della salvaguardia del pianeta, ottimi gli intenti, meno il risultato dal punto di vista musicale di cui si lascia ricordare solo il finale distorto. Il secondo lato del primo disco (il vinile di The Visitor è doppio e si compone di tre facciate solamente, la quarta è nera e senza label e riporta i nomi di young e del gruppo e una penna d’aquila) si apre con la delicata e acustica Change Of Heart, quasi un brano parlato, sempre con un testo interessante e con un bel mandolino suonato da Micah Nelson, mentre il fratello si divide le parti di chitarra col padrone di casa, semplice e adeguato il lavoro di Anthony LoGerfo alla batteria. Carnival è una (troppo) lunga composizione dall’andamento spagnoleggiante – ho letto con perplessità una recensione in cui veniva paragonata a certe atmosfere di Santana –, sembra un lungo delirio ipnotico, con risate e atmosfere circensi, a partire dal testo, sinceramente non la necessità di averla fatta diventare così lunga non avendo mai una variazione, un cambio di atmosfera, di ritmo, salvo nel refrain in cui fa capolino anche il suono della calliope (una sorta di organo a vapore). I cori sono noiosi e le risate alla Mangiafuoco tra una strofa e l’altra dopo un po’ si fanno irritanti. A chiudere il secondo lato c’è un blues, un blues da ridere con Young che sembra improvvisare un testo su un giro di blues appunto e con i ragazzi che gli fanno il botta e risposta nel cantato di un testo casuale. Probabilmente si sono divertiti a farlo e bisogna cercare di divertirsi ad ascoltarlo: se non altro dura poco!

Terza ed ultima facciata: ad aprirla un brano dall’incedere epico, sembra un sunto tra tutte le cose discutibili che Young ci ha fatto ascoltare negli ultimi anni: Ci sono i fiati e c’è un’orchestra, ci sono un sacco di coristi e naturalmente i Promise Of The Real. Buon testo, di certo, di nuovo un invito a preservare il pianeta per i nostri figli, spiazzante l’arrangiamento, ma non da buttare: se non altro dura meno di quattro minuti. When Bad Got Good è brevissima, un invito a sbattere in galera qualcuno, molto probabilmente Trump, ma sembra l’unica cosa intelligente del brano. La perplessità sale.

Per fortuna a chiudere il disco arriva Forever, dieci minuti di inno alla terra, ad una terra al limite del collasso, un pianeta da dopobomba che ricorda la copertina di On The Beach, a metà strada tra le storie dell’autostoppista i Hitchhiker e dell’emarginato di Trashers: Neil canta con voce bassa e quando arrivano gli acuti lui e i Promise Of The Real ci stonacchiano su un po’, ma la costruzione non è male, di tanto in tanto l’elettrica lancia guizzi sul tessuto di base tracciato dall’acustica e dal mandolino (qui non accreditato ma perfettamente udibile).

Chissà, fosse stato un lungo EP di cinque brani, questo The Visitor avrebbe potuto essere un disco migliore.

GEOFF ALPERT – Open Your Heart

di Paolo Baiotti

11 marzo 2018

geoff

GEOFF ALPERT
OPEN YOUR HEART
Geoff Alpert 2017

Geoff Albert, californiano del sud, cresciuto in una famiglia dove la musica ha sempre avuto un ruolo importante, ha studiato alla San Diego State University specializzandosi nei fiati, da innamorato del trombone ispirato da J.J. Johnson (Count Basie, Charlie Parker), James Pankow (Chicago), Wayne Henderson (The Jazz Crusaders) e Raul De Souza (Sergio Mendes, Flora Purim, Sony Rollins). Nei primi anni ottanta ha lasciato la musica per dedicarsi alla famiglia e a un lavoro sicuro. Dopo la dolorosa perdita della moglie a causa di un tumore nel 2002, ha rispolverato il trombone ed è gradualmente tornato in scena, con l’aiuto del bassista Darryl Williams e della tastierista e band leader Gail Jhonson che lo hanno avvicinato allo smooth jazz, un tipo di jazz prettamente radiofonico apparentato con la fusion, il pop e il rhythm and blues, Un genere tendenzialmente leggero, melodico e ballabile discretamente popolare negli Stati Uniti. Affiancando la passione per la musica con le discipline orientali (in particolare il Ken-Ka-Kung-Fu del quale è maestro), Geoff ha affrontato un viaggio nel dolore, riuscendo ad accettare e superare la grave perdita. Open Your Heart è il suo primo album, il frutto di parecchi anni di scrittura e di arrangiamento nel quale è stato affiancato da Darryl e Gail (arrangiatrice del disco) e da Adam Hawley (chitarrista che ricorda lo stile di George Benson), Greg Manning (tastiere) e Tony Moore (batteria), oltre a una sezione fiati, sempre con il trombone in primo piano. In questo album c’è tutta la vita del musicista, autore di quasi tutti i brani. La toccante Thinking About You, un duetto tra tastiere e trombone è stata scritta pensando alla moglie e alla madre, mentre la insinuante The Crusade è un tributo a The Jazz Crusaders con una sezione ritmica scattante e il sax di Steve Nieves. Zen Funk cerca di musicare le suggestioni dell’amata arte marziale con il basso in primo piano, Don’t Ask My Neighboors, cover di The Emotions del ’77, è una traccia da night club un po’ troppo leggera. Colgono il bersaglio la ritmata ripresa dell’errebi Heartbreak Hotel di Michael Jackson (con i Jackson 5), completata da un delizioso assolo di Adam Hawley e la latineggiante Open Your Heart con Althea Rene al flauto. Geoff costruisce un disco piacevole e rilassato, senza particolari squilli o cadute, nel quale non può mancare un pensiero per le amate isole Hawaii, omaggiate in Aloha Nights.