Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

ISMAEL – Quattro

di Paolo Baiotti

21 settembre 2018

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ISMAEL
QUATTRO
Macramè Dischi 2018

Sandro Campani, artista multiforme dell’area appenninica tosco-emiliana, ha già al suo attivo quattro libri tra il quali il più recente è Il Giro Del Miele (Einaudi 2017). Alla passione per la scrittura affianca quella per la musica, non solo come autore dei testi, ma anche come cantante e chitarrista degli Ismael, quintetto di indie-rock nato intorno al 2006 dalle ceneri dei Sycamore Trees, che tra il 1997 e il 2002 avevano pubblicato tre cd autoprodotti, in quanto nella ultima formazione della band militavano come chitarristi Campani e Giulia Manenti. Gli Ismael aggiungono Barbara Morini al basso, e Claudio Congliocchiali ai campionamenti, affiancando new wave elettronica e riff bluesati. Il primo cd esce nel 2008, ma la formazione si assesta in seguito con l’inserimento di Piwy Del Villano al sax e clarinetto e del cugino Luigi Del Villano alla batteria, con Andrea Fontanesi come sesto uomo alle tastiere e al missaggio. Dopo Due (2010) e Tre (2014) eccoci arrivati a Quattro, inciso nel reggiano con il fido Fontanesi. Un disco aspro, amaro, a tratti cupo, con dei testi che, come anticipato da Campani, cercano di raccontare lo sradicamento dal territorio, la scomparsa di un’Emilia da cartolina, una terra in cui la gente vive o meglio sopravvive dimenticandosi delle proprie radici, come se fosse morta dentro.

L’intenso rock ammorbidito dal sax di E Dove Andrai, Luchino? cantato con inflessioni che possono richiamare i cantautori degli anni settanta (De Gregori e De André) apre il dischetto, seguito da Canzone del Melo, mid-tempo cadenzato con un testo dolente sullo stato di un vecchio che gradatamente dimentica cose e persone. Tra i dodici brani emergono il rock robusto de Il Nocciolo della Questione che affianca un testo acre sulla morte e sul disfacimento del corpo (non necessariamente di un morto), il ritmo lento di Quante Case Spente sullo spopolamento, la dura e inquietante Canzone della Vedova, la morbida Canzone dello Specchio, amara fotografia di un’etica del lavoro che ha perso ogni valore e Canzone dei Salici, introdotta da un’armonica incisiva.

Nel finale del disco il punk rabbioso di La Gente Che Vive e la vigorosa Barbaj confermano la vitalità della band, che si può vedere come un rifugio e una reazione alla drammaticità della situazione raccontata dai testi.

WHITERWARD – The Anchor

di Paolo Crazy Carnevale

17 settembre 2018

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WHITERWARD – The Anchor (Whiterward/Hemifran 2017)

Questa formazione, facente capo a due cantautori – la bionda Ashley E. Norton e il nero Edward Williams – è sulla breccia da qualche anno, in maniera assolutamente indipendente, muovendosi nell’ambito di quell’indefinibile groviglio musicale che è il genere Americana. Negli ultimi tempi il gruppo si è consolidato in un quartetto dalle incredibili capacità e sonorità che oltre ai due cantanti e autori include il bassista (acustico ed elettrico) Patrick Hershey e la polistrumentista Stephanie Groot (viola, violino, mandolino, xilofono): proprio questa formazione ha realizzato The Anchor, il proprio sforzo più recente, uscito lo scorso anno e ancora in promozione, tanto che sono in previsione anche dei concerti europei per il 2019, e chissà che qualcuno accorgendosi di loro non provi a portarli anche in Italia. La musica dei Whiterward – mi piace pensare che sia una sorta di folk-rock da camera – sfugge abbastanza alle definizioni: ci sono influenze che li collocano in molti filoni, ma sostanzialmente il bello di quanto possiamo ascoltare in questo disco è proprio l’essere originale e, al di là delle similitudini e dei rimandi, di suonare molto personale. Le voci dei due sono molto caratteristiche e il mélange che si crea è come se le Indigo Girls incontrassero Steve Wynn, magari qualche brano ricorda anche da vicino le Indigo Girls, complice l’uso degli archi, ma l’approccio è meno folkie. Anzi, nei primi brani si fatica a comprendere dove il disco voglia andare a parare, per via dell’uso di un po’ di elettronica ed effettistica applicata alla chitarra elettrica ma è subito evidente quanto contino l’affiatamento degli archi e le voci diversissime delle varie chitarre elettriche. L’iniziale title track è già una buona composizione, anche se la successiva Free non quadra troppo. Il disco si riprende subito con Deaf, Dumb And Blind che rimette le cose a posto. Dopo Burn The Roses, la breve Interlude prepara il terreno per una lunga sequenza di brani da ricordare: Are You There? funziona egregiamente, con dei bei cori e suoni che calzano come un guanto, il mandolino che si inserisce alla perfezione e il leggero tocco del batterista Tony King, presente in parecchi brani; non da meno è Haunted By Me (dove il paragone con il duo di Amy ray e Emily Saliers è più evidente) costruita molto bene e a sua volta da annoverare tra i migliori momenti del disco. Parallel Universe, con un bel solo di chitarra elettrica e con la partecipazione del rapper Jhan Doe osa verso territori più pop, sempre profondamente legati al sound del quartetto. In Nepew la Norton sfoggia un cantato che ricorda certa enfasi di Freddy Mercury, ma state tranquilli, il suono è sempre quello dei Whiterward. Sempre lei dà la voce a Teeth, bella ballata blues con tastiere e solo di chitarra acido. Poi il microfono passa a Williams che tira fuori una voce per Isadora composizione acustica con la Groot allo xilofono. Acustica è anche la seguente The Night I Fell For You, chitarra arpeggiata e la voce di Ashley, eseguita quasi in punta di piedi, il contrabbasso che dialoga col violino ed un coro in crescendo che inspessisce il risultato. Un brano da applausi. Il finale è affidato alla pianistica e riuscita Wasteland, sempre scritta da Ashley, con tanto di effetto LP che salta nel finale e con la puntina che gratta a vuoto il vinile sulla brusca interruzione. Un nome, quello dei Whiterward, da segnarsi in agenda.

ESTERINA – Canzoni Per Esseri Umani

di Paolo Baiotti

17 settembre 2018

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ESTERINA
CANZONI PER ESSERI UMANI
Pippola Music 2018

Gruppo indie toscano originario di Massarosa, gli Esterina sono attivi dal 2008 cercando di coniugare nella loro produzione influenze cantautorali, una musicalità post-rock e testi piuttosto particolari. Le loro scelte sono poco ortodosse, tanto che nelle note bibliografiche della casa discografica vengono presentati come “un emblema di biodiversità musicale e di divergenza parallela con la scena indie contemporanea”. Una definizione che può sembrare poco comprensibile, ma che rende l’idea della loro originalità e specificità.
Canzoni Per Esseri Umani è il quarto album in studio, dopo l’esordio Diferoedibotte prodotto da Guido Elmi (Vasco Rossi), il secondo Come Satura e il terzo Dio Ti Salvi, prodotto da Ale Sportelli (Raw Power, Prozac). Nel 2016 hanno vinto il Premio Ciampi per la miglior cover (Fino all’Ultimo Minuto), poi si sono dedicati alla preparazione di questo disco, registrato e prodotto con Marco Lega (CCCP, Marlene Kuntz), ad eccezione del primo singolo Santo Amore Degli Abissi, mixato da Gareth Jones, un’autorità in ambito post-rock (Depeche Mode, Erasure, Interpol, Erasure…). Proprio questo brano, introdotto da un synth analogico, è un elettro-pop influenzato dai Depeche Mode avvolgente e drammatico, accompagnato da un video nel quale due appassionati di skateboard si lanciano in spericolate evoluzioni in mezzo alle colline emiliane. Gli Esterina prediligono i brani d’atmosfera come l’iniziale Chiamarsi, Meraviglia Normale percorsa da squarci di chitarra elettrica, le ballate Te E Io in cui la voce richiama le tonalità di Vasco Rossi (la voce, non la musica) e Più di Me, forse il brano più ortodosso della raccolta. Nell’obliqua e disturbante Si Che Lo Merita in cui si incrociano chitarre ed elettronica, dinamiche particolari e cambi di ritmo e in Cometa, impregnata di suoni elettronici, si rivelano i tratti più sperimentali del gruppo che chiude l’album con la lunga Esterno Notte, traccia lenta e cadenzata che si apre in un finale strumentale in crescendo di indubbia efficacia. Un quintetto intrigante da seguire con attenzione.

MIKE SPINE – Forage & Glean Volumes I & II

di Paolo Baiotti

7 settembre 2018

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MIKE SPINE
FORAGE & GLEAN VOLUMES I & II
Global Seepej 2018

Musicista di Seattle attivo dagli anni novanta, dopo l’esperienza con la band The Help sfociata in un album nel ‘96 ha esordito da solista nel 2000, fondando successivamente la band At The Spine che ha inciso tra il 2003 e il 2012 cinque dischi in studio in equilibrio tra punk e rock con influenze grunge. D’altra parte ha coltivato anche la sua passione per il folk e il rock melodico con la band The Beautiful Sunsets che ha inciso Coalminers & Moonshiners nel 2012 e da solista con il recente Don’t Let It Bring You Down. Questi due aspetti della sua esperienza musicale sono equamente rappresentati in Forage & Glean, raccolta antologica di 32 tracce equamente divise tra folk rock (il primo volume) e punk rock (il secondo volume), con alcuni brani presenti in entrambe le vesti. Figlio di una insegnante e di un pilota di elicotteri impegnato per molti anni in Vietnam in missioni segrete, Mike è anche un attivista politico impegnato soprattutto nella difesa dell’ambiente. Ha lavorato come insegnante in aree socialmente problematiche a South Bronx, South London, Seattle, Portland e San Diego fino al 2011, quando ha smesso di insegnare dedicandosi a tempo pieno all’attivismo e alla musica. I testi riflettono il fervore e la passione che hanno contraddistinto la sua vita impegnata nel sociale. Musicalmente Spine riconosce influenze diverse, rappresentate dalle scelte di Forage & Glean: da una parte il punk di The Clash, Fugazi e Offspring e il grunge di Nirvana e Soundgarden, dall’altra la scrittura di Neil Young, Bob Dylan e Hank Williams. Il disco più rappresentato sul primo volume è Coalminers & Moonshiners con nove brani tra i quali l’accattivante Delirious che apre il dischetto, la melodica Sand In Your Teeth con un testo sullo sfruttamento del lavoro, The French Girl cantata in falsetto e Crumble, ballata che ricorda i Coldplay (la voce di Mike può essere accostata a quella di Chris Martin nei brani melodici). Dall’album solista spiccano la spagnoleggiante La Frontera e il folk-pop di Sinaloa, mentre l’eterea Nora e l’epica Spanish Anarchy sono tratte da Vita di At The Spines. Il secondo volume attinge prevalentemente da due dischi di At The Spines, Sonic Resistance del 2006 e l’omonimo del 2012. Le chitarre e la ritmica si induriscono, il ritmo accelera, la voce cambia assumendo tonalità rabbiose e intransigenti. La robusta Second Hand con un testo sul problema del riscaldamento globale, la cupa e tesa Transylvania, il rock duro di Power Broker che affronta il tema della corruzione, l’intensa Meteorite, la versione rock di La Frontera, la sognante The Ointment che accelera a metà strada nella sezione strumentale e l’aspra Battle In Seattle dimostrano le capacità di Spine in ambito punk-rock. E’ difficile scegliere tra i due dischi; probabilmente la dote migliore del musicista è quella di riuscire ad affiancare genere diversi riuscendo ad essere sempre credibile e sincero…un merito non da poco

MARK HUFF – Stars For Eyes

di Paolo Baiotti

7 settembre 2018

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MARK HUFF
STARS FOR EYES
Exodus Empire 2018

Nato a Las Vegas Mark Huff, dopo avere esordito con la garage-punk band Smart Bomb, ha pubblicato il primo album da solista Happy Judgement Day nell’89, seguito da una serie di dischi tra i quali Skeleton Faith nel ’99, premiato in un sondaggio locale. In questo periodo ha aperto per Willie Nelson, Chris Isaak e Bob Dylan, dando l’impressione di essere pronto al salto di categoria. Nel 2003 si è trasferito a Nashville: è stato accolto con attenzione dalla comunità locale e invitato in breve tempo da Alison Moorer ad aprire il suo tour. Gravity del 2005 e Feels Like California uscito cinque anni dopo sono stati apprezzati, ma il suo nome non è uscito al di fuori di una ristretta cerchia di appassionati. Con l’Ep Down River e con Stars For Eyes l’artista cerca di fare il grande salto, aiutato dalla produzione dell’esperto Chad Brown (Ryan Adams, Mike Farris, Tom Russell, Faith Hill…) e da un gruppo di musicisti tra i quali spiccano Doug Lancio alla chitarra (John Hiatt), Russ Pahl alla pedal steel (Pretenders, John Hiatt, Dan Auerbach) e Mike Vargo al basso (Alison Moorer), oltre a un quintetto di coriste guidato da Julie Christensen (Leonard Cohen).

Stars For Eyes è un disco contraddittorio ed eccentrico, affiancando melodie tradizionali a squarci di sperimentalismo e modernità negli arrangiamenti, una voce affascinante e a tratti soave a testi foschi e oscuri basati su storie vere. Pur essendo considerato un cantautore country-roots Mark è atipico e obliquo, per questo meritevole di attenzione. Tra i brani spiccano Stars For Eyes, una ballata caratterizzata da una chitarra sognante, voce e cori avvolgenti e un tocco di psichedelia che può persino ricordare i Pink Floyd, il ringraziamento a Nashville di Big City Down, mid-tempo melodico country-pop con pedal steel e piano in evidenza, l’intima Heart Beating With You percorsa da suoni più sperimentali e la minimalista I Know You Don’t Want My Love, ballata soffusa tra country e tocchi di ambient alla Lanois. Meno convincenti il rock di Albatross e God In Geography che mischia un organo new wave con un riff robusto. L’unica cover è una jazzata Almost Like The Blues di Leonard Cohen che, pur non sfigurando, sembra in disarmonia con l’atmosfera del disco, ma si giustifica per l’affetto di Mark nei confronti del grande artista canadese, che gli ha dato preziosi consigli alcuni anni fa e per la presenza ai cori di Julie Christensen.

CALLE KARLSSON – Monterey Shoreline

di Paolo Baiotti

7 settembre 2018

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CALLE KARLSSON
MONTEREY SHORELINE
Paraply Records 2018

Cresciuto a Traslovslage, sulla costa occidentale della Svezia, in una famiglia amante della musica (il padre, pescatore da generazioni, suonava la fisarmonica, la madre il piano), Calle ha iniziato a cantare nel coro della chiesa. Più tardi, all’epoca delle scuole superiori, ha imparato a suonare la chitarra. Per molti anni ha lavorato in un negozio di fotografia a Varberg, alternando questa attività con l’interesse per auto, moto e musica. Nell’85 ha inciso un album con la band Blue Light ma, non essendo riuscito a sfondare, si è dedicato all’attività solista, diventando un intrattenitore di successo in vari ambiti (dai matrimoni alle feste aziendali), incidendo sei dischi, sia in svedese che in inglese. Nel 2013 ha anche pubblicato un disco nel dialetto della sua regione.

Monterey Shoreline è un Ep in inglese pubblicato da poco, che segue un altro Ep di due brani in svedese, tra Americana e suono della West Coast, permeato di venature country. Cinque brani melodici e agili, nei quali si apprezza particolarmente il contributo strumentale di Olle Bergel (fisarmonica e tastiere), Berra Karlsson (pedal steel) e Goran Sjowall (flauto), ad eccezione dell’ultimo brano composto e cantato con l’artista folk Annika Fehling, della quale ci siamo occupati recentemente. Monterey Shoreline è un dischetto rilassante e disinvolto, adeguato sia nel cantato che negli arrangiamenti, non molto originale dal punto di vista compositivo. La ritmata Monterey è un’apertura soddisfacente, con un impasto di flauto e chitarra nella sezione strumentale e un’interpretazione vocale melodica, appena sporcata, seguita da Shoreline, un’immersione nella west coast, con una fluida pedal steel e un organo brillante. Il tempo medio di Carry On incrocia influenze country e easy, mentre il motivo lento e avvolgente di The Sun Song rallenta al momento giusto il ritmo che accelera nella conclusiva Seize The Day, un po’ troppo easy nella costruzione e negli arrangiamenti. Venti minuti che scorrono velocemente, senza scossoni, lasciando un’impressione complessivamente positiva.

AA.VV. – Yayla, musiche ospitali

di Paolo Crazy Carnevale

2 settembre 2018

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Various Artists – Yayla, musiche ospitali (Appaloosa 2018)

Un progetto nobile, intelligente, variopinto questo CD realizzato dall’Appaloosa su input del Centro Astalli, una struttura che si occupa di accoglienza per i migranti.

E difatti, il titolo è già molto esplicativo riguardo ai contenuti sonori e lirici qui contenuti: si tratta di una parola turca che significa “transumanza”. E di transumanza, in tutte le sue varietà si parla e soprattutto si canta nelle trenta tracce spalmate sui due CD contenuti nella confezione, riunendo sotto un unico tetto artisti italiani, artisti dei paesi da cui il flusso migratorio verso il mediterraneo arriva, e, perché no musiche e artisti più vicini al catalogo Appaloosa tradizionale.

Il risultato è decisamente interessante, nonostante la presenza di più brani parlati (sono ospiti del progetto attori e poeti, su tutti l’immenso Erri De Luca, ma anche Donatella Finocchiaro, Valerio Mastandrea) che richiedono un ascolto diverso da quelli musicali.

Tra canzoni nuove, canzoni meno recenti date in dono al progetto da artisti di rilievo, atmosfere tradizionali tipiche di tutta l’area di quel “mare nostrum” dei latini che a ben vedere è nostrum nel senso di tutti coloro che vi si affacciano.

Antonella Ruggiero regala quindi al progetto un differente mix di Nuova terra, una sua canzone di diversi anni fa ma che pare scritta alla bisogna, e così fanno i Gang, che rispolverano dal loro ultimo disco di brani originali quella Marenostro che (pur ricordando nella musica altre cose della band marchigiana) sembra davvero ispirata per finire in un progetto come Yayla. Suggestivo il brano proposto da Michele Gazich in compagnia di Isaac De Martin e Alaa Arshed e intitolato Itaca o Milano, e che dire della rilettura che il Coro popolare della Maddalena fa di Sinan Capudàn Pascià e de Il pescatore, cucendo insieme le due composizioni deandreiane. Sempre sul primo disco vale senz’altro la pena segnalare la Taranta migrante dei Traindeville, grande esempio di folk di protesta contemporaneo dall’effetto magistrale, e la conclusiva La memoria dell’acqua di Erica Boschiero.

Il secondo disco, per tutta la prima parte si gioca su grandi voci femminili, con suggestioni orientaleggianti, sonorità balcaniche: sembrano particolarmente azzeccate Matri l’emigranti di Matilde Politi, che punta l’indice sul fatto che una volta i migranti eravamo noi, e la bella composizione di Andrea Parodi (mente occulta dietro alla scelta di parte del materiale) Rosamarina. E subito dopo uno dei brani simbolo – almeno nella tradizione nordamericana – sul tema della migrazione, quella Deportee composta da Woody Guthrie, dedicata ad una strage di migranti di molti decenni fa: qui la interpretano Sarah Jane Ceccarelli e Paul-Jones Kokou trasportandone la melodia tra Bretagna e Irlanda, con oculatezza. Bocephus King (con Saba Angiana e Flophouse Jr.) mette sul piatto un brano scritto appositamente per il disco, By Foot, By Boat, By Train, facendosi sedurre dalle sonorità mediterranee e fondendole con suoni più moderni, e il risultato è molto interessante.
Thom Chacon, una delle rivelazioni di maggior rilievo in casa Appaloosa, riprende dal suo recente disco I’m An Immigrant, una canzone davvero grande, che viene reincisa per l’occasione, con Rado Lorkovic, Paolo Ercoli e con Violante Placido a duettare col titolare. Gli applausi sono scontati.

Neri Marcorè e Giua cantano invece Perché ci hai messo tanto, di nuovo un brano di Andrea Parodi, riuscito e molto De André oriented, che la voce di Marcorè caratterizza particolarmente bene. Dal catalogo Appaloosa arriva poi James Maddock con The Mathematician, una delle migliori canzoni del suo recentissimo album, qui però reincisa con Tatè N’Songan. Meno interessante il contributo di Ben Glover, mentre a chiudere il progetto troviamo un’ottima Jamma scritta e interpretata da Marius Seck e Guido Tronconi e una rivoluzionaria rivisitazione dell’Isola che non c’è in cui Jono Manson riprende il brano traducendolo in inglese, rivestendolo di suoni e suggestioni insospettabili, coinvolgendo Saif Samejo e, udite udite, lo stesso Bennato. Manco a dirlo, gli applausi sono di rigore anche qui!

MARCIA BALL – Shine Bright

di Paolo Crazy Carnevale

2 settembre 2018

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Marcia Ball – Shine Bright (Alligator 2018)

Alla vigilia dei settant’anni la pianista e cantante Marcia Ball pubblica un nuovo frizzante disco per la Alligator, l’etichetta che si occupa della sua discografia dall’alba del nuovo millennio in qua.

La Ball, texana di nascita ma di fatto cresciuta musicalmente a Vinton, Louisiana, è sulla breccia da parecchio tempo, il suo esordio discografico viene fatto addirittura risalire al 1972, e le assi dei palcoscenici le calcava anche da prima. La sua carriera ha però cominciato a decollare negli anni ottanta quando si è accasata presso la Rounder, etichetta che l’ha pubblicata dal 1984 fino al passaggio su Alligator.

Con questo disco, la Ball offre una nuova raccolta di composizioni per lo più autografe che riflettono alla perfezione il suo stile pianistico devoto alle tradizioni di New Orleans corredato con l’uso di una sezione d’ottoni usata in stile big band, pur contando solo sei elementi, cui si aggiunge il sax del produttore Steve Berlin (Blasters, Los Lobos, occorre dirlo?).

Naturalmente Berlin si limita a fare un bel lavoro di produzione, senza portare altre influenze alle coordinate della musica di Marcia e guardandosi bene dal modificarle.

Il risultato è un disco facile, da ascolto disimpegnato, di sicura presa tra coloro che amano le atmosfere di New Orleans meno pretenziose, abbastanza orecchiabili, ben suonate, ben cantate.

Non troverete in Shine Bright il blues lancinante e torrido di altre zone degli Stati Uniti, non vi troverete né polvere né sudore. Giusto una buona dose di musica da mardi gras di ottima fattura.

Alle classiche atmosfere evocate dalla title track e da I Got To Find Someone, fanno da contraltare la lenta e avvolgente What Would I Do Without You presa in prestito da Ray Charles, la rumba/honkytonk intitolata When The Mardi Gras Is Over, l’ispirato gospel World Full Of Love e soprattutto Life Of The Party, riuscita commistione tra trombe messicane e musica caraibica, molto in odore di Buster Poindexter o, se preferite, dei Mavericks prima maniera.

Un disco non indispensabile, ma godibile.

MARIO ROJAS – Lost Angelino

di Paolo Baiotti

27 agosto 2018

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MARIO ROJAS
LOST ANGELINO
Mariorojasmusic.com 2017

Cantautore nativo di Los Angeles di famiglia messicana, ha trascorso parte dell’adolescenza a Dallas dove ha iniziato l’attività musicale appassionandosi ad artisti locali come Freddie King e Ray Wiley Hubbard. Tornato a Los Angeles alla fine degli anni settanta ha fatto parte degli Shake Shakes componendo, cantando e suonando la chitarra per la band, tra pop, punk e new wave. Dopo questa esperienza ha lasciato la musica per un lungo periodo, tornando come artista solista, sempre in equilibrio tra pop, rock e soul. Influenzato dai grandi songwriters americani e inglesi, da Bruce Springsteen a Graham Parker, da Leon Russell a James Taylor, dal rock dei Cream e dei Jam, dagli Stones e dagli artisti Stax, Mario ha una voce che ricorda a volte in modo quasi imbarazzante Elvis Costello, non solo nella tonalità, ma anche nel modo di cantare.

Lost Angelino è il suo terzo disco solista, prodotto con Ed Tree e inciso in parte da solo, in parte con la sua band, A Saturday Night Pink, formata da Mike Fernandez (batteria), Rick Snyder (basso) e Jeremy Long (tastiere e pedal steel). Un album gradevole, profumato di pop, con qualche sfumatura country e rock, come si evince dall’opener Temporary Clown, traccia radiofonica di spessore, dall’elettroacustica Face Down che può ricordare i Byrds, da Beatle Boots che potrebbe essere scambiata per una outtake di Elvis Costello, dalla scorrevole Blue Light Follow, punteggiata dalla lap-steel e dal mid-tempo melodico della title track. Le undici tracce del disco mantengono una qualità di scrittura dignitosa, pur senza entusiasmare, allo stesso modo degli arrangiamenti e delle esecuzioni.

ROLLING STONES – Blue & Lonesome

di Paolo Crazy Carnevale

27 agosto 2018

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ROLLING STONES – Blue & Lonesome (Promotone/Rolling Stones Records 2016)

Vecchio grande amore… I Rolling Stones… devo ammettere che li avevo lasciati per strada da un pezzo. Mi correggo, non ho mai smesso di ascoltarli, ma i dischi recenti – e voglio dire dagli anni ottanta in poi, dopo Tatto You – mi erano sembrati via via sempre più fiacchi, talvolta anche suonati senza voglia, con canzoni qualunque. Non mi erano piaciuti né Voodoo Lounge né A Bigger Bang, tantomeno il resto, esclusi naturalmente i live. Quella è un’altra storia. Su tutti Stripped e il DVD quadruplo 40 Licks.

Il fatto che stessero facendo un disco nuovo dopo undici anni dal precedente non mi aveva quindi coinvolto più di tanto, nonostante si trattasse di un disco blues. E poi, preoccupante quanto mai, c’era il fatto che a produrre avessero chiamato l’invadente e ridondante Don Was.

Poi, più per caso che per altro, mi è capitato tra le mani Blue & Lonesome, con qualche giorno d’anticipo rispetto all’uscita prevista per giunta, ed è stato un colpo di fulmine: giuro che ormai ero convinto che il vecchio Keith e soci avessero esaurito la benzina, almeno per quanto riguarda l’approccio allo studio di registrazione. Certo, questo è un disco di cover, di vecchi blues malati e vibranti, grondanti torride atmosfere; ma i Rolling Stones non erano nati proprio come cover band? E allora che male c’è?

Blue & Lonesome è bello da morire e anche se è uscito da quasi due anni – ho voluto lasciarlo decantare e riascoltarlo periodicamente per essere sicuro di confermare la prima impressione – è giusto, giustissimo dirne.

Dischi blues ne vengono prodotti a decine ogni mese, alcuni notevoli, e su queste colonne se ne parla abbondantemente. Ne vengono prodotti anche di più dozzinali, o quantomeno di meno ispirati. I Rolling Stones danno ancora la birra a parecchia gente quando tornano a questo loro vecchio amore.

Sempre di vecchi amori si tratta: loro per me, il blues per loro.

E i vecchi amori, se sono veri vanno rispettati e trattati con i guanti: Jagger, Richards, Wood e Watts (più i soci non titolari) si accostano al blues con la stessa freschezza (e inevitabilmente un po’ di mestiere in più) di un tempo, infilando una dozzina di brani che potremmo definire classici minori, suonando come se si trovassero di nuovo negli studi Chess, o in quelli della Vee Jay, dove i loro idoli degli esordi hanno scritto la storia del genere.

Sarebbe stato troppo facile andare a rifare quei brani che tutti ricordano, facile e scontato, l’intelligenza degli Stones invece sta proprio nell’aver scelto oculatamente altre canzoni.

Così ecco scorrere una dietro l’altra le composizioni di Chester Burnett, Walter Jacobs, Magic Sam e Willie Dixon (per dire solo quelli più noti).

Grande, subito, l’inizio, affidato a Just Your Fool, poi tocca a Commit A Crime, immensa, e alla title track, che è tra le cose migliori della raccolta. Wood e Richards macinano blues con le chitarre, Jagger oltre a cantare rispolvera l’armonica, ricordandoci quanto bravo fosse con questo strumento, Watts sui tamburi è essenziale come sempre. Poi ovviamente c’è il bassista Daryl Jones e al piano l’inestimabile Chuck Leavell. Anche All Your Love è torrida, mentre I Gotta Go vira verso il boogie, prima di cedere il passo a Everybody Knows About My Good Thing che ospita Eric Clapton alla slide, inconfondibile: bel brano, bella scelta e bella esecuzione, col piano di Leavell in evidenza.

Ride ‘Em Down è ripescata dal repertorio di Bukka White, Have To See You Go contiene un altro bell’intervento dell’armonica e Hoodoo Blues di Lightnin’ Slim è interpretata con gran gusto e con le percussioni aggiunte di Jim Keltner. Little Rain è di Jimmy Reed ed ha tutta la tensione delle dodici battute, lenta, con l’armonica vibrante ed un suono delle chitarre che ci ricorda quanto Ron Wood sia molto di più che un gigione sparring partner per Keith “the human reef”.

In chiusura due brani di Willie Dixon, la movimentata Just Like I Treat You e la più nota – forse l’unico brano leggermente più celebre della raccolta – I Can’t Quit You Baby, in una bella esecuzione, di nuovo con Clapton ospite a dialogare con le sei corde di Wood e Richards, e con Jagger che canta più nero che mai.

NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL – Paradox

di Paolo Crazy Carnevale

27 agosto 2018

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NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL – Paradox (Reprise 2018)

Pur non trattandosi di un disco a sé stante, questo Paradox è il quarto registrato da Neil Young con l’aiuto della band di Lukas Nelson: una colonna sonora realizzata per accompagnare l’omonimo film scritto e diretto da Daryl Hanna, l’ex Sirena a Manhattan di cinematografica memoria ed ora compagna del rocker canadese.

Film e disco inattesi, soprattutto alla luce del fatto che nei mesi immediatamente precedenti Young ha messo sul mercato ben due dischi d’archivio (uno meglio dell’altro, Hitchhiker e Roxy-Tonight’s The Night Live) ed uno nuovo di studio con gli stessi Promise Of The Real (non così ottimo ma migliore dei due lavori con questo gruppo che lo avevano preceduto).

Questa colonna sonora rischia comunque di essere il miglior disco nuovo di Young dai tempi dell’eccelso Psychedelic Pill, nel senso che lo si riesce ad ascoltare quasi interamente senza essere sopraffatti dal desiderio di toglierlo dal lettore (cosa che in particolare non riusciva col doppio dal vivo Earth o col brano spagnoleggiante del più recente The Visitor). Rispetto ai precedenti dischi Lukas Nelson ha anche diverse possibilità di esprimersi come cantante oltre che come chitarrista e a cavallo tra brani totalmente acustici e cavalcate elettriche la serie di composizioni fila via abbastanza bene.

Il film, che non ha riscosso particolari entusiasmi, è una specie di western crepuscolare e visionario, come visionari erano i film diretti e scritti da Young in persona, la sua dolce metà evidentemente è sulla stessa lunghezza d’onda. È avvantaggiata però dalle tecnologie d’oggidì, e quindi la pellicola, per quanto sconclusionata, ha una definizione altissima, e la qualità delle riprese è davvero incredibile.

Il disco dal canto suo mette insieme alcune composizioni strumentali, qualche brano d’epoca eseguito in maniera scarna, e alcune canzoni fatte e finite – Diggin’ In The Dirt pare essere l’unica nuova – ripescate dal repertorio recente e meno recente di Young e risuonate per l’occasione.

E a questo punto è doverosa una parentesi riguardo al fatto che il canadese ultimamente pare essere stato eccessivamente indulgente nel mettere in commercio brani incisi alla bene e meglio, che avrebbero beneficiato di un po’ di attesa e di un’esecuzione più adeguata, o addirittura di un mix più adeguato, proprio come nel caso dell’iniziale (dopo un’introduzione parlata di Willie Nelson) Show Me, che appariva già su Peace Trail, ma che qui suona decisamente meglio, anche se la versione sembra la stessa. Le fa seguito un brano strumentale intitolato Hey, costruito citando il tema di Love And Only Love, In realtà nel disco, tra un brano e l’altro ci sono degli intermezzi acustici suonati da Young ma nel CD non sono indicati (i titoli sono Paradox Passage I, II, II e via dicendo, fino al sesto). Diggin’ In The Dirt il brano nuovo, è cantato due volte nel disco, con Young e Nelson che si alternano. Nulla di memorabile ci pare, ma inserito nel contesto ci può stare. La nuova versione di Peace Trail è il capolavoro del disco, non solo, è anche la cosa migliore incisa da Young in studio con questa formazione, per altro spettacolare in concerto. Dimenticate la versione in trio acustico presente sul disco omonimo, qui c’è davvero del gran buono, a conferma che forse sarebbe stato meglio aspettare a pubblicare quell’altra.

Pocahontas, un classico senza tempo, è qui eseguita con il famoso organo a canne. Un brano che in qualunque versione non può far altro che piacere. Poi arriva Cowgirl Jam, una lunga scorribanda messa insieme prendendo le varie jam di Young e del gruppo su un altro classicone, Cowgirl In The Sand, filmato durante il tour europeo del 2016: il brano fa da commento ad una scena in cui Young e Nelson padre rapinano una banca.

Poi c’è un brano di Willie, cantato da Lukas, Angel Flying Too Close To The Ground, in versione fuoco di bivacco, così come Baby What You Want Me To Do di Jimmy Reed (già affrontata da Young con i Crazy Horse su Broken Arrow), il blues How Long? e la Happy Together dei Turtles.

Nel mezzo si infilano la seconda versione di Diggin’ In The Dirt e un paio di altre invenzioni strumentali, tra cui l’interessante e ossessiva Running To The Silver Eagle. Poi per il finale Young ripesca e rilegge un altro suo brano recente, tratto da Storytone (il disco con l’orchestra). Rispetto alla pesantissima versione orchestrale, qui la canzone è quasi unicamente rivestita di voce e ukulele, in maniera splendida: manco a dirlo anche in questo caso non c’è paragone con quella già ascoltata.

Una cosa è certa, a giudicare dal film, Young e soci devono essersi divertiti parecchio ad andare in giro per boschi e montagne acconciati e vestiti come mountain men e pistoleri straccioni!

ROGER LEN SMITH – Anything Goes

di Paolo Crazy Carnevale

20 agosto 2018

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ROGER LEN SMITH – Anything Goes (2018)

Erano alcuni anni che Roger Len Smith non ci faceva sentire la sua musica. Per la precisione dal 2009, anno di pubblicazione del piacevole Clear Blue Sky, nel frattempo, da Austin, Texas, si è trasferito con la famiglia in Colorado, altro stato dove la musica indipendente riesce a ritagliarsi dei begli spazi. Questo Anything Goes è il suo sesto disco, e ci conferma quanto l’artista sia maturato dai tempi del suo esordio solista risalente ormai a vent’anni fa.

Naturalmente tra un disco e l’atro Roger non ha dormito, ha suonato molto dal vivo, come solista e come turnista (in Italia lo abbiamo visto nel 2014 al seguito di Phil Cody, amico storico, che raggiunge sul palco non appena possibile, oltre che sui dischi).

Dopo il trasferimento in Colorado, Roger ha assemblato le dieci nuove composizioni, però per registrarle ha deciso di tornare in Texas, nella pacifica e romantica Wimberley, lungo le rive non sempre tranquille del Blanco River: lì, l’amico A.J. Downing – produttore e cantautore in proprio, in questo disco anche banjoista – ha costruito letteralmente con le proprie mani un piccolo studio confortevole che ha visto nascere Anything Goes.

Diciamolo subito, questo è un bel disco, fatto in casa ma ben suonato, con suoni equilibrati ben tesi a mettere in luce i lavori delle molte chitarre impiegate: Roger dal canto suo è davvero maturato e cresciuto bene come autore, e la sua voce viene impiegata al meglio, grazie anche alle armonie di Nöelle Hampton del duo The Belle Sounds, di cui fa parte anche il marito Andre Moran, che nel lavoro di Roger suona la chitarra elettrica.

Il disco si apre subito con un brano che presenta lo spessore del prodotto, Can’t Wait For Another Day, una composizione dal tiro rock’n’roll caratterizzata da una lap steel che ricorda i suoni del miglior David Lindley quando suonava nei dischi di Jackson Brown; il brano successivo conferma la bontà della prima impressione: s’intitola Rain On A Sunny Day una canzone ben riuscita (con la lap steel sostituita dalla più morbida pedal steel) che ospita Rami Jaffee (qui al vibrafono, ma già all’organo con i Wallflowers, Phil Cody e ora con i Foo Fighters). La title track non fatica a rivelarsi come una delle canzoni memorabili del disco, piuttosto lunga, con bei lavori delle chitarre: oltre a Moran c’è il prodigioso Kim Deschamps (Cowboy Junkies soprattutto e molto altro, tra cui anche Bruce Cockburn) che nel disco si alterna a pedal steel, lap steel e dobro con estrema ispirazione e bravura.

Il songwriting di Roger Len Smith è scorrevole, passa con tranquillità da temi di carattere universale ad argomenti più politici, senza dimenticare la sua vita personale; e il tutto contribuisce alla piacevolezza del disco. La scuola cantautorale di marca californiana anni settanta si sposa alla perfezione coi più moderni suoni “americana”.

Warren Zevon è l’autore che viene in mente ascoltando l’attacco di Leaving It All Behind, forse non un caso visto che Roger, negli anni novanta, al seguito di Cody ha suonato spesso come opening act per Zevon, ma c’è anche un po’ di Dylan nell’aria, per via del modo di suonare nell’armonica del titolare. La pedal steel e un ritmo cullante vagamente folk sono alla base di House Of Cards mentre Empty ha un giro vagamente fifties e di nuovo si può ben sentire il contributo di Rami Jaffee. Atmosfere acustiche, con tanto di dobro, stanno alla base della canzone che Roger dedica ai figli Zander e Zoey, quasi una filastrocca che proprio dai loro nomi prende il titolo; Got To Thinkin’ è invece di nuovo robusto rock, con le chitarre in tiro e un riff rollingstoniano, a dimostrazione della versatilità e della profonda conoscenza che Smith ha dell’intero panorama musicale di matrice rock. Suggestione di stampo The Band arrivano invece da Aim, soprattutto nell’uso delle chitarre, mentre la conclusiva Down At Juniors è di nuovo una riuscita canzone veloce con suono in bilico tra chitarre acustiche ed elettriche.

JIMMY PATTON & SHERRY BROKUS – The Hard Part Of Flying

di Paolo Baiotti

14 agosto 2018

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JIM PATTON & SHERRY BROKUS
THE HARD PART OF FLYING
Berkalin Records 2016

Pubblicato in Europa a maggio di quest’ anno, il nuovo album del duo di folk acustico e di Americana formato da Jim Patton & Sherry Brokus, compagni nella vita oltre che nell’attività musicale, riunisce per la quarta volta la coppia con Ron Flynt (multistrumentista, già con i 20/20 e The Bluehearts) che ha registrato e mixato a Austin, producendo le incisioni alle quali hanno partecipato tra gli altri Rich Brotherton (session man che ha suonato in decine di dischi texani, da tempo con Robert Earl Keen) e Martin Dykhuis (Tish Hinojosa, Jimmy LaFave, Peter Rowan…) alla chitarra, dobro e mandolino, Warren Hood al violino nonché Mary Cutrufello ospite alla chitarra acustica solista in due tracce, tutti collaboratori di lunga data della coppia. I personaggi di Patton sono perdenti o eroi minori della classe lavoratrice, le sue canzoni, molte scritte con il cantautore Jeff Talmadge, parlano della vita comune, con semplicità e verità. A tre anni di distanza da The Great Unknown, il nuovo album riafferma la capacità della coppia di scrivere ed eseguire brani di tradizione folk con venature country e qualche vicinanza con il rock, pur mantenendo ferma la scelta acustica. Cresciuti nel Maryland, Patton e la Brokus hanno formato gli Edge City a metà degli anni ottanta, suonando un rock ispirato da Byrds, Stones, Creedence e Van Morrison per parecchi anni sulla costa est, spostandosi a Austin alla fine dello scorso secolo, dove hanno realizzato due cd con la band aiutati da musicisti di primo piano come Lloyd Maines, David Grissom e Gleen Fukunaga. Contemporaneamente stavano approfondendo l’aspetto acustico della loro musica, esordendo con Great Expectations nel 1991, seguito da Million Miles Away due anni dopo. Entrati a far parte del circuito texano dei cantautori, nel 2008 hanno deciso di dedicarsi completamente all’attività acustica. Nel nuovo disco spiccano la delicata How Did We Come To This?,fusione perfetta di melodie vocali e arrangiamento minimale, la mossa When I Was The King in cui Jim assume il ruolo di voce solista, la deliziosa ballata country Drunk In Baltimore e la ritmata Down At The Anchor Inn, un rock acustico con la Cutrufello alla chitarra solista, dove la voce di Patton ricorda Lou Reed. The Hard Part Of Flying è un disco di folk acustico di agevole fruizione, pur non vantando una scrittura trascendentale.

ROGER Mc GUINN – Sweet Memories

di Paolo Crazy Carnevale

4 agosto 2018

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ROGER McGUINN – Sweet Memories (April First Productions 2018)

Roger McGuinn. Chi se lo aspettava un disco nuovo dopo anni di Folk Den e dischi dal vivo piuttosto inutili? Era lecito attendersi molto, o almeno qualcosa di più visto che l’ex Byrd in persona aveva annunciato questa pubblicazione da diverso tempo e ne aveva parlato come di un disco rock.

L’attesa e l’entusiasmo a riguardo sono stati puntualmente disattesi dall’uscita (il 13 luglio scorso, compleanno del nostro) di questo Sweet Memories.

A dispetto dei bei e applauditi concerti che Roger sta tenendo in compagnia di Chirs Hillman e dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart per festeggiare i cinquant’anni di Sweetheart Of The Rodeo, questo nuovo disco è davvero poca cosa. Per certi versi imbarazzante. È vero che l’artista nelle interviste, recenti o meno che siano, continua a puntare il dito sul fatto che gli interessi solo essere un artista solista, senza gruppi, ma è anche vero che in anni lontani si è sempre dichiarato pignolo e perfezionista: Sweet Memories non è certo il disco di un pignolo, tantomeno di un perfezionista. È un disco arruffato, messo insieme alla viva il parroco – citando Sandro Ciotti – e senza rispetto alcuno dei fan che ancora lo seguono. Un disco che suona come una raccolta di demo con un adattamento riuscito di u n vecchio brano, canzoni inedite (otto) e qualche minestra scaldata (male), per di più dura trentaquattro minuti, uno sforzo davvero minimo, quasi McGuinn volesse sfruttare il fatto che dopo tanti anni si è tornati a parlare di lui.

In tutta sincerità lo definirei un disco per collezionisti incalliti, ma davvero incalliti, perché non mi sentirei di consigliarlo a nessun altro.

Pensiamo ai lavori di altri ex Byrds usciti di recente: Hillman ha fatto un capolavoro (certo con Tom Petty come produttore), Gene Parsons, pur lavorando in economia e semplicità ha inciso un disco con David Hayes e uno con il Mendocino Quartet che sono infinitamente superiori a questo disco di McGuinn; Crosby, pur senza dispendio di forze ha pubblicato nel 2016 Lighthouse, il suo secondo disco più bello di sempre.

Sweet Memories non è innanzitutto un disco rock come promesso, è un disco di pallido folk rock dove si riascoltano (basta!) Turn! Turn! Turn!, Mr. Tambourine Man e So You Want To Be A Rock’n’Roll Star in arrangiamenti pressoché identici a quelli delle versioni byrdsiane. Roger suona tutto, che significa chitarre e basso (nella seconda lo stesso identico giro dello storico singolo) e usa (nella terza) una drum machine dal suono fastidioso e vetusto che non usa più nessuno.

La cosa migliore del disco è Chestnut Mare Christmas, indicata come il seguito di Chestnut Mare, in cui si può riconoscere il tema del vecchio brano: qui c’è ospite Marty Stuart, e si sente, la cui chitarra regala al brano e al disco qualcosa di superiore. Ma non basta.

E non basta la spiritosa intuizione di inserire in scaletta Friday, un brano oscuro che in un video fake di youtube viene presentato come inedito dylaniano eseguito dai Byrds in un programma televisivo del 1965. Un falso dichiarato e riconosciuto. Simpatica l’idea di reinterpretarlo. Il resto sono una manciata di buone canzoni, folk elettrico eseguito con la Rickenbacker. Ci sono tre brani che risalgono ai primi anni ottanta (ascoltati anche in Italia quando Roger vi venne con i Peace Seekers): The Tears, Light Up The Darkness (la migliore della terna), la title track. L’impressione è che i suoni siano un po’ lasciati al caso, non c’è un lavoro di produzione, non c’è un missaggio adeguato, i volumi sono casuali e di tanto in tanto c’è anche fruscio sulle voci (McGuinn si sovraincide).

I brani più interessanti sono 5:18, At The Edge Of The Water e Catching Rainbows, tutte originali ma indubbiamente succubi dello stile del british folk marinaro che sta all’origine di molte canzoni che Roger negli ultimi venticinque anni ha approcciato per i numerosi progetti denominati del Folk Den.

ANNIE KEATING – All The Best: From Brooklyn With Love

di Paolo Crazy Carnevale

4 agosto 2018

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ANNIE KEATING – All The Best: From Brooklyn With Love (Appaloosa/IRD 2018)

Credo che se qualcuno tentasse di fare un giorno un censimento dei singer/songwriter operativi sul territorio americano, verrebbe dissuaso dall’intento fin da subito, vista e considerata la mole di personaggi poco noti che si aggirano per il settore.
Personaggi che spesso e volentieri, a dispetto dell’essere dei perfetti sconosciuti o quasi, hanno una bella e ricca discografia alle spalle e, soprattutto di qualità.

Prendiamo questa recente scoperta di casa Appaloosa, chi è Annie Keating? Anche se il suo nome non mi dice nulla, l’ascolto del suo disco in questione mi dice di dolci motivi, di scorrevoli ballate all’insegna di suoni misurati, gioiellini acustici ed incursioni strumentali più corpose.

Il disco è un’antologia realizzata appositamente per il mercato italiano, con una serie di canzoni tratte dai suoi dischi precedenti (ben sette): si tratta di un best, come fa intendere il titolo, che però si riferisce anche all’unica cover inclusa nella raccolta, All The Best di John Prine, uno che sta andando per la maggiore alla faccia della vetusta età e dei malanni di salute.
La Keating è una cantautrice di razza, i brani suonano tutti bene, la voce ricorda un sacco di altre colleghe, ma che ci si può fare, sono talmente tante che essere originali anche nella voce è un po’ un’impresa. Magari i suoni non sono quelli che ci aspettiamo da un disco che porta Brooklyn nel sottotitolo, ma la Grande Mela c’è poi in realtà nei testi.

Quindici le tracce incluse nel disco, piacciono Belmont, In The Valley con un bel mandolino e la pedal steel (ma non sappiamo i nomi dei musicisti purtroppo), la dolce Sweet Leanne, la più ritmata Water Town View.

New York è protagonista in particolare della riuscita Coney Island, tra le tracce più belle, Kindness Of Strangers ha un violino dominante, presente anche in Forget My Name che però sfoggia anche un bel break di mandolino e la pedal steel.
E che dire della bella introduzione di You Bring The Sun una bella canzone d’amore, solare, con chitarra baritonale e mandolino che creano un crescendo su cui si innesta poi anche la pedal steel.

Gli arpeggi di chitarre acustiche sorrette da un bel suono di basso sono invece la caratteristica di For The Taking, poi il disco va chiudersi con reverenza con la cover di John Prine, in una versione essenziale e rispettosa.

BUDDY GUY – The Blues Is Alive And Well

di Paolo Baiotti

1 agosto 2018

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BUDDY GUY
THE BLUES IS ALIVE AND WELL
Silvertone/Rca 2018

Sulla copertina del suo nuovo album, Buddy Guy si fa fotografare sorridente in tuta da agricoltore, ma con la chitarra al posto della vanga, al fianco del cartello stradale di Lettsworth, Louisiana, il paesino nel quale è nato 82 anni fa. Sebbene si sia spostato da adolescente a Baton Rouge e poco più che ventenne a Chicago, l’artista sembra volere riaffermare le sue origini nel momento in cui si avvicina alla fine della sua carriera. E lo fa con una classe immensa, con un disco di qualità che ribadisce la sua statura iconica di ultimo grande chitarrista del blues di Chicago, lui che arrivò in città mettendosi in competizione con i contemporanei Magic Sam e Otis Rush, che lo aiutò a ottenere il primo contratto con la Cobra Records. In seguito, pur avendo difficoltà con la Chess Records per il suo stile influenzato dal rock, ha inciso dischi importanti con Junior Wells (Hoodoo Man Blues è un classico), emergendo come solista negli anni ottanta, aiutato dall’appoggio di amici importanti come Eric Clapton e i Rolling Stones, che ne hanno sempre riconosciuto l’influenza. In studio Buddy ha mantenuto una continuità sorprendente, mentre dal vivo negli ultimi anni tende un po’ troppo a gigioneggiare, alternando momenti esaltanti ad altri dimenticabili. Da Skin Deep (Silvertone 2008) ha iniziato a collaborare con il produttore e batterista Tom Hambridge, autore di gran parte del materiale degli cinque dischi più recenti. Il doppio Rhythm And Blues (Rca 2013) ha debuttato al n.27 nella classifica americana, confermando la sua notevole popolarità, non solo nella ristretta cerchia di appassionati di blues, mentre Born To Play Guitar (Rca 2015) ha vinto un Grammy come miglior album di blues. Con The Blues Is Alive And Well il chitarrista realizza un altro disco significativo, il diciottesimo da solista in studio, destinato probabilmente ad aggiungere un nuovo Grammy alla collezione, vista la qualità dei brani e delle interpretazioni. Qualcuno si soffermerà sulla presenza di ospiti famosi ma, per quanto l’armonica di Mick Jagger sia funzionale allo splendido slow You Did The Crime e le chitarre di Jeff Beck e Keith Richards abbelliscano un altro lento da antologia come Cognac, non sono presenze indispensabili, perché il mid-tempo della title track, la vitale Old Fashioned irrorata dai Muscle Shoals Horns, la riflessiva When My Day Comes con le tastiere calde di Kevin McKendree e la magistrale cover dello slow Nine Below Zero (puro Chicago Blues) non sono meno efficaci. La voce di Buddy sembra avere l’energia e la vitalità di un trentenne, quanto alla chitarra c’è poco da dire, è un maestro e lo conferma per l’ennesima volta. Un disco da quattro stelle, che sarebbe stato perfetto con un paio di brani in meno.

MICHAEL VEITCH – Wake Up Call

di Paolo Baiotti

26 luglio 2018

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MICHAEL VEITCH
WAKE UP CALL
Burt Street Music 2017

Innamorato dei Beatles già da bambino, cresciuto alternando il rock and roll ai canti Gregoriani imparati in chiesa, Michael ha affiancato alla musica la passione per l’attivismo ambientale e per la fotografia. L’attività in campo ambientale è sconfinata nell’appoggio a candidati progressisti e a concorrere come indipendente per il ruolo di governatore del Vermont parecchi anni fa. Dopo questo tentativo si è dedicato con maggiore attenzione alla musica, incoraggiato da Shawn Colvin e influenzato da artisti impegnati come Woody Guthrie, Pete Seeger e Billy Bragg. Dal ’99 si è stabilito a Woodstock, ny; dopo avere inciso due album per la Silverwolf, NY Journal prodotto da Murray Krugman e Southern Girl, ha preferito lavorare come indipendente, distribuito dal sito www.cdbabycom, con numerosi album tra i quali Painted Heart, Heartlander e il recente Box Of Letters.
Wake Up Call è un progetto particolare di carattere patriottico: un ep di cinque brani dedicato a chi ha servito il paese e in particolare ai veterani, nonché a ricordare le diseguaglianze sociali che condizionato e rallentano lo sviluppo della nazione. E proprio la delicata Veteran’s Day apre il dischetto, seguita da Pledging Allegiance sulla disillusione del sogno americano, dalla malinconica ballata Voices Of The Old Days sulla seconda guerra mondiale, da White Rose cantata con particolare intensità e da Happy Fourth Of July, ballata con accenti springsteeniani impreziosita dalla resonator di Dan Whitley, amara riflessione sugli eventi drammatici che hanno segnato la storia del paese. La voce morbida di Michael a tratti ricorda Paul Simon; l’artista suona chitarra acustica, elettrica e tastiere con uno stile fluido e comunicativo, accompagnato da un ristretto gruppo di amici tra i quali Fooch Fischetti (dobro e violino) e Luo Pappas (contrabbasso).

A.F.T. – In The Universe

di Paolo Baiotti

26 luglio 2018

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A.F.T.
IN THE UNIVERSE
Rootsy Music 2018

Annika Fehling è una cantautrice svedese residente a Visby, capoluogo dell’isola di Gotland. Da anni attiva in ambito folk-roots, ha inciso una decina di dischi solisti a partire da JazzFehlings del ’96, oltre a una collaborazione con Marcus Rill e una con il gruppo isolano Glimra. Ha suonato in molti paesi europei e negli Usa, ottenendo riconoscimenti in Svezia e Danimarca. Oltre all’attività solista è impegnata con A.T.F. (Annika Fehling Trio) che esordisce con In The Universe. In questa formazione è accompagnata da Christer Jonasson, esperto chitarrista acustico, elettrico e alla lap-steel, attivo fin dagli anni settanta sia come solista che come session man e da Robert Wahlstrom (percussioni, piano, moog), compositore di colonne sonore per il cinema ed il teatro sia in ambito elettronico che folk. Con il trio Annika, compositrice delle nove tracce del disco, cerca di superare il formato del cantautore solitario, creando un tappeto sonoro prevalentemente acustico e rilassato, che riflette la calma nordica e l’amore per la terra e la natura, rispecchiato dai testi e dalla grafica della copertina e del booklet.
Musica morbida, a tratti evanescente e impalpabile, come la voce sussurrata di Annika, un po’ troppo monotona nella sua delicatezza. Il disco musicalmente riesce a mantenere viva l’attenzione, nonostante questi limiti, anche per la sua limitata durata. La raffinata opener Greenland arrangiata con le percussioni in sottofondo e una limpida chitarra acustica, l’eterea Mother Earth Song con l’inserimento di una delicata lap-steel, la mossa Dark City Alone, Stars vivacizzata da un paio di break strumentali e l’inquieta White Witch risultano le tracce più convincenti di un album consigliabile soprattutto agli appassionati di folk nordico con accenti new age.

DAVE MULDOON – Smoke Steel And Hope

di Paolo Baiotti

24 luglio 2018

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DAVE MULDOON
SMOKE STEEL AND HOPE
Prismopaco 2018

Cantautore newyorkese, Dave si è trasferito in Italia nel 2000. Ha fatto parte di una tribute band di Tom Waits, una delle sue principali fonti d’ispirazione, avviando poi una carriera solista con Little Boy Blue, pubblicato nel 2008 e prodotto da Cesare Basile, un disco vicino all’indie-rock tra ballate cupe e canzoni più rumorose. Sono passati dieci anni, Muldoon ha una famiglia e insegna, ma non ha dimenticato la musica ed è tornato con un disco più tradizionale del precedente, anzi in equilibrio tra tradizione cantautorale e modernità minimalista degli arrangiamenti. Questa volta ha scelto la chitarra steel e la produzione di Giovanni Calella, che ha mischiato sonorità roots, accenti desertici e campionature, aiutato da Lino Gatti e Roberto Dellera di The Winstons, Milo Scaglioni, Chiara Castello e Micol Martinez.

L’apertura del disco denota le influenze di Tom Waits in Die For You, sia nella sporca tonalità vocale che nell’arrangiamento secco ed essenziale, e quelle di Bob Dylan nello scorrevole singolo New York City Life, una delle composizioni migliori del disco, punteggiata da una chitarra western e dal pianoforte. La ballata Nothing At All e l’avvolgente Destiny’s Child inseriscono con discrezione elementi gospel, seguendo il solco iniziale. Ma l’atmosfera cambia con due tracce oscure: Mountain, dichiaratamente ispirata da Ian Curtis dei Joy Division, con la chitarra acustica della prima parte sostituita da un crescendo elettronico anni ‘80 e la corale Horizon, scritta a Ibiza durante uno spaventoso incendio, che richiama nei testi la scrittura di Mark Lanegan. Dancing inserisce elementi latini, mentre la lunga e ripetitiva Long Time è stata stravolta dalla band che ha inserito un ritmo incalzante con molte sovraincisioni (anche troppe). In chiusura la brillante On The Radio, che ondeggia tra vocalità springsteeniane e influenze soul e l’up-tempo easy Get What You Need, ballabile e ricco di campionature, confondono un po’ le acque lasciando l’impressione di un artista ancora indeciso sulla strada da intraprendere.

KEEGAN McINROE – A Good Old Fashioned Protest

di Paolo Crazy Carnevale

24 luglio 2018

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KEEGAN McINROE – A Good Old Fashioned Protest (Keeganmcinroe/ Hemifran 2017)

Un balzo ne passato la partenza di questo disco! Alla faccia dei suoni facili, dei rapper di nuova generazione questo Keegan McInroe se ne parte con un blues parlato intitolato Talking Talking Head Blues, come se fosse Woody Guthrie o il Dylan degli esordi: l’ultimo che avevo ascoltato alle prese con questa forma musicale era stato Dan Bern ai tempi dei suoi esordi, vale a dire parecchio tempo fa.

McInroe, texano, cerca però di sfuggire alle etichette, il suo suono non è quello tipico dei suoi conterranei, pensiamo solo a Townes Van Zandt, che il talking blues lo ha fatto proprio dandogli un’impronta diversa, meno da folksinger e più da songwriter. McInroe torna alla forma primordiale del genere, ma non vi si fossilizza. Il resto del disco viaggia in più direzioni, sempre caratterizzate da testi arguti e non scontati. Peccato che il disco non includa i testi che bisogna andare a recuperare nel sito del cantautore.

Se il brano iniziale, ripeto in puro stile tradizionale, è una riflessione sui colpi di testa di Donald Trump e sulla sua politica, nel brano successivo, Big Old River, si affida ad una struttura strumentale più articolata, con un bel suono d’organo e ancor di più lo fa in Bombing For Peace, altro testo ironico in cui dice saggiamente che lanciare bombe per pacificare è come inserire il gelato in una dieta o fare la vasectomia ad uno che deve diventare papà…

Christmas 1914 è una lenta ballata, introspettiva, ispirata alla prima guerra mondiale; il blues parlato torna poi nella brevissima Bastards & Bitches, titolo eloquente per un’altra canzone in cui McInroe non risparmia nulla ai potenti. Molto bella nella sua semplicità strutturale The Ballad Of Timmy Johnson’s Living Borther, mentre Nietzsche Wore Boots ammazza letteralmente l’ascolto, si tratta di un brano parlato, o meglio recitato, che spezza il disco. Personalmente credo che un disco sia fatto per essere ascoltato, sia nella sua parte lirica, ma soprattutto in quella musicale, in particolare per l’ascoltatore non anglofono.

The Love That We Give, brano per chitarra acustica ed elettrica twang, con un altro bel testo intelligente, in cui la matrice texana si fa sentire più che in altre parti del disco, una coda d’organo arricchisce nel finale il tessuto musicale del brano. La chiusura è affidata a Keegan’s Beautiful Dream un’altra piacevole ballata folkie, nello spirito dylaniano degli esordi.