Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

DENNIS REA – Giant Steppes

di Paolo Crazy Carnevale

28 febbraio 2021

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Dennis Rea – Giant Steppes (Moonjune 2020)

Gradito ritorno quello del chitarrista newyorchese Dennis Rea che a distanza di dieci anni torna ad esplorare la musica asiatica contaminandola con una sonora dose della sua sei corde elettrica.

Rea, che vanta un lungo curriculum musicale influenzato dal krautorck e dalla scuola progressive di Canterbury, ha pubblicato diversi dischi a proprio nome ma ha anche fatto parte di progetti internazionali come Moraine, Zhangyou, Iron Kim Style di cui ci siamo già occupati su queste colonne, sempre con ampi riferimenti alla musica asiatica, ma anche all’art rock (con i Moraine), nel 2004 aveva dato alle stampe un live registrato a Pechino e nel 2010 era uscito Views From The Chicheng Precipice un omaggio molto sentito alle sonorità dell’estremo oriente.

Ora con questi “passi da gigante”, quattro lunghe composizioni che costituiscono il suo nuovo lavoro, Dennis Rea sposta il tiro verso l’Asia Centrale, tra la Cina e le alture della Mongolia, fino alle regioni più asiatiche della Russia.

Rea, che da anni ha stabilito la propria base a Seattle, di fatto uno dei punti degli USA continentali più vicini all’Asia, ci ha messo quattro anni per portare a termine questo lavoro complesso ed elaborato, per altro molto riuscito.

Giant Steppes è il frutto di un lavoro accurato e studiato al dettaglio, in cui si mescolano i suoni prodotti da Rea e dal suo gruppo con voci, cori e musiche raccolti sul campo nelle regioni asiatiche che stanno alla base di questa esplorazione sonora. Le registrazioni sono state effettuate a Seattle, Tacoma, Krasnoyarsk e fungono anche da colonna sonora ad un libro che viene distribuito col disco in cui il chitarrista racconta il suo viaggio musicale. Maestosa la traccia d’apertura, intitolata Live At Goachang, qui Rea (che suona ogni chitarra) è accompagnato da Don Berman alla batteria, Stuart Dempster al didgeridoo, Greg Campbell (corno elettrico), Greg Kelley (tromba) e Dick Valentine (sassofoni). Ci sono poi cori raccolti nell’Altai, che costituiscono una parte importante della seconda traccia del disco, Altai By And By, in cui è poi fondamentale il coro Pava guidato dalla cantante Juliana, con unici elementi estranei la chitarra di Rea e l’hurdy gurdy .

Altro brano d’effetto è il terzo del disco, Wind Of The World’s Nest, in cui troneggia la voce quasi death metal di Albert Kuvezin in cui sono state usate anche le melodie del tradizionale della regione di Tuva Baezhin. Il disco si chiude con i quasi quindici minuti di The Fellowship of Tsering elaborata composizione ottenuta assemblando estratti da una performance di Rea al festival jazz di Krasnoyarsk, con altre cose registrate invece a Tacoma e Seattle. Anche qui è presente la voce di Kuvezin, mentre gli strumenti sono oltre che la chitarra di Dennis (qui anche alla kalimba), la batteria di Daniel Zongrone, il basso di Wadim Dicke, il flauto di Valentine, le tastiere di Steve Fisk e un particolare corno asiatico suonato da Greg Powers.

Paolo Crazy Carnevale

DAVE ROSEWOOD – No Rodeo In Rome

di Paolo Baiotti

24 febbraio 2021

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DAVE ROSEWOOD
NO RODEO IN ROME
Autoprodotto 2020

Originario delle Ozark Mountains nella regione dell’Arkansas, Dave si è trasferito da tempo nel cuore della Svezia dopo avere viaggiato a lungo, ma non ha perso l’amore per la musica con la quale è cresciuto (bluegrass, country e gospel). Il suo debutto Gravel & Gold del 2018 è stato definito un disco di country al 100% sulla scia di Waylon Jennings, Johnny Cash e Merle Haggard. Questo secondo album è un concept che vuole raccontare la storia di un “Cowboy” attraverso otto canzoni per meno di mezz’ora di musica, registrato negli studi Aula a Mariannelund in Svezia con l’aiuto di Bjorn Holm alla produzione nonché alla chitarra e tastiere, della sezione ritmica formata da Roger Olofsson (basso) e Monica Paulsson (batteria e percussioni) e del violino di Ulf Nilsson.
Il country-rock d’atmosfera fifties Long Distance Love con le chitarre twangy apre il dischetto, che prosegue con la classica ballata country Drinkin’ Man, percorsa da un violino dolente e uscita anche come singolo, con la ballabile Two Steps e con la title track, che non si allontana da uno stile preciso e pulito, come la voce profonda di Dave, capace anche di modulare momenti tremuli vicini allo yodel. La malinconica ballata Sarah (The Cowboy Song) è un altro country che sfiora la banalità, tuttavia in altri episodi Rosewood si stacca dai clichè del genere: mi riferisco al brillante strumentale western Canyons punteggiato da influenze spagnoleggianti, alla narrata Sunset e all’acustica Cowboy Moon che chiude il disco con l’uso del fischio accompagnato alla chitarra.

SOFT WORKS – Abracadabra In Osaka

di Paolo Crazy Carnevale

24 febbraio 2021

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Soft Works – Abracadabra In Osaka (Moonjune Records 2021)

La genesi di questo lavoro che inaugura le pubblicazioni dell’etichetta Moonjune per il 2021, risale addirittura alle origini della sua attività, quando la Moonjune, che oltre a fungere da casa discografica è anche un’agenzia che organizza tour ed eventi, stava muovendo i primi passi lavorando a stretto contatto con alcuni ex componenti dei Soft Machine, il grande amore di Leonardo Pavcovich, anima della label.
E il nome usato dal quartetto protagonista di questo doppio cd dal vivo la dice lunga sulle connessioni con la band inglese: dietro il nome Soft Works ci sono infatti il chitarrista Allan Holdsworth (con i Soft Machine dal 1973 al 1975), il batterista James Marshall (dal 1972 al 1978 e poi a più riprese fino ad oggi), il bassista Hugh Hopper (dal 1968 al 1973) e il sassofonista Elton Dean (1968-1973).
A buon diritto si può dire che se non ci fosse stato il gruppo dei Soft Works non ci sarebbero state le successive reincarnazioni sotto il nome di Soft Machine Legacy e in tempi recenti il ritorno all’uso del nome originario della band di Canterbury, caratterizzata sì da frequenti cambi di formazione, ma sempre all’insegna di una certa eccellenza.
La gestazione del disco di studio uscito nel 2003 col titolo di Abracadabra non fu certo facile, vista la presenza di un pignolo come Holdsworth, molto concentrato e mai contento dei suoni della sua chitarra. Il disco e i pochi concerti ad esso collegati sono però rimasti un must per i fan, qualche concerto in Europa (Italia inclusa), un festival in America, e qualche apparizione in Giappone, a Tokyo e Osaka, da cui è tratto il live in oggetto.
Proprio quest’ultima data fu fatta registrare professionalmente, rimasta inutilizzata però per lo sbandamento del quartetto – più che altro dovuto all’abbandono del sempre insoddisfatto chitarrista – e per la difficoltà di aggiustare adeguatamente i suoni.
Dopo diciott’anni, con tre dei protagonisti passati a miglior vita e con una tecnologia che ha fatto passi da gigante, vede la luce questo concerto di Osaka, dedicato ovviamente ai tre scomparsi e con un magistrale lavoro di mastering e missaggio effettuato dal chitarrista/produttore Mark Wingfield nel suo studio nel Cambridgeshire alle cui cure sono stati affidati i nastri originali.
Il disco non deluderà certamente gli appassionati di jazz-rock e Canterbury sound, avvezzi alle sonorità dei Soft Machine, infatti, al fianco dei brani contenuti in Abracadabra, ben sei su undici (tra cui spiccano First Trane composta da Hopper e Baker’s Treat di Elton Dean), ci sono riprese di brani che figuravano sui dischi del gruppo madre: un’ispirata Kings And Queens (che stava su Fourth), Has Riff (firmata anche da Mike Rathledge e finita poi su Live Adventures dei Soft Machine Legacy), Facelift (scritta das Hopper per il terzo disco, Third).
Terminata l’avventura e perso per strada Holdworth, gli altri tre soci un anno dopo erano già pronti per dare un seguito a quell’esperienza, stavolta sotto il nome di Soft Machine Legacy, sostituendo il chitarrista con John Etheridge, lo stesso che lo aveva sostituito nel 1975 nel vecchio gruppo.

Paolo Crazy Carnevale

STEFANO SALETTI & BANDA IKONA – Sound City

di Ronald Stancanelli

21 febbraio 2021

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STEFANO SALETTI & BANDA IKONA
Sound City
2016

Si sta parlando in questi giorni di del nuovo disco del moniker Stefano Saletti & Banda Ikona che uscirà il 20 marzo. Noi, per intanto, vi parliamo del precedente, l’ottimo Soundcity caratterizzato da varie voci femminili ovvero in primis Barbara Eramo, e poi Awa Li, Yasemin Sannino, Lucilla Galeazzi e Gabriella Aiello, altra presenza femminile quella di Giuliana De Donno all’arpa. Stefano Saletti oltre che alla voce si diletta con una miriade di strumenti che la lista sembra quella dell’elenco telefonico : oud, bouzouki, guitars, saz, ukulele, piano, bodhran, drum ,camorra, cabasa, darbouka e marimba., Gabriele Coen al clarinetto e sax, Carlo Cossu al violino e Mario Rivera al basso acustico. Ospite graditissimo all’organetto Riccardo Tesi oltre a Alessandro D’Alessandro e anche qui in una marea di strumenti svariati, anche molti desueti o quasi sconosciuti suonati da Giovanni Lo Cascio e Arnaldo Vacca.
Disco solare, il trionfo della musica etnica in tante salse mirabilmente mescolate tra loro. Undici pezzi che abbracciano posti lontani, e se non possiamo dire dal Manzanarre al Reno o dalla Alpi alla Piramidi però possiamo tranquillamente dire da Lampedusa all’Est Europa. Un misto di gradevoli e graditi suoni, d’altronde gli strumenti usati per questo lavoro sono oltre trenta e un impasto piacevolissimo di differenti voci ci regalano un espanso suono che attraversa mezzo continente europeo stringendo tra suoni e amicizie un intenso concatenamento musicale che avvince, stimola e suscita emozioni. Tutti gli undici brani sono a firma di Stefano Saletti, alcuni da solo ed altri co-firmati con altri artisti. Lo stesso Saletti ne è anche il produttore e l’arrangiatore. Mentre vi informiamo che in data 20 febbraio è uscito su youtube il loro nuovo video, Anima de moundo che anticipa appunto l’album Mediterraneo ostinato vi esortiamo a “recuperare” e sentire questo precedente splendido SoundCity. Suggestiva e significativa anche la sua potente copertina.

Ronald Stancanelli

MARBIN – Shreddin’ At Sweetwater

di Paolo Crazy Carnevale

18 febbraio 2021

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MARBIN – Shreddin’ At Sweetwater (Marbin Music 2021)

I Marbin sono un pregevole quartetto di base a Chicago che dai suoi esordi a livello indie, contando sul passaparola tra i fan si è conquistato una credibilità, fondata su un’intensa carriera concertistica e su una decina di dischi, i primi tre (dopo l’esordio autoprodotto) per la Moonjune Records, dopo di che hanno fondato la loro etichetta che da cinque anni in qua si occupa oltre che del gruppo anche dei progetti solistici dei singoli componenti.
Innanzitutto il quartetto ha due leader, Dani Rabin (chitarra) e Danny Markovich (sassofono) che sono gli ideatori di un sound riuscito che gioca sul connubio tra jazz-rock, prog e musica yiddish; a loro si affiancano poi il bassista Jon Nadel e il batterista Everette Benton Jr., che forniscono una solida e fantasiosa base ritmica su cui i due leader sviluppano le loro idee.
Costretti dalla pandemia ad annullare la maggior parte dei concerti previsti lo scorso anno, i Marbin – che di concerti ne tengono circa 150 all’anno –, dopo otto mesi di inattività hanno puntato su un concerto a porte chiuse svoltosi allo studio Sweetwater; estasiati dalla bontà del risultato alla faccia della lunga astinenza, in un secondo tempo hanno deciso di darlo pure alle stampe, un po’ per raggiungere tutti quei fan impossibilitati ad assistervi o a muoversi, un po’ per tenersi sul mercato in mancanza di un nuovo tour all’orizzonte.
Questo inusuale live senza applausi, si apre con una composizione di grande impatto intitolata Messy Mark in cui Rabin si concede alcune ispirate virate in stile blues.
Con Whiskey Chaser Intro e Whiskey Chaser, i Marbin ci regalano un tuffo tonificante nelle loro sonorità più tipiche col sax di Markovich alle prese con un tema ispirato dalla musica ebraica, dapprima con una lenta introduzione del solo Markovich, poi con il brano vero e proprio che si scatena in una sorta di futuristico bar-mitzvah in chiave bolero.
Le atmosfere del brano precedente si ritrovano anche nella riuscita The Old Ways, con un bell’alternarsi tra la tradizione dettata dal sax e il modernismo della chitarra elettrica.
Per contro, Escape From Hippie Mountain è una divagazione d’impronta più deliberatamente free, così come la successiva Electric Zombieland, caratterizzata comunque da un tema più riconoscibile.
The Way To Riches è una più breve composizione d’impronta puramente jazz-rock che lascia spazio quasi in totalità alla chitarra elettrica e alla batteria, le fa seguito una grande rilettura del brano che intitolava il primo disco del gruppo per la Moonjune, Breaking The Cycle, una di quelle composizioni che mediano sapientemente i vari stili che si fondono nella musica dei Marbin, altamente elettrico, una sorta di yiddish-rock di grande respiro. Da applausi.
Arkansas Jumper è poi una cavalcata sorretta da un basso quasi funk, in cui il jazz incontra il progressive, poi la conclusione con i dieci minuti di Splaw permette alla formazione di imbastire una complessa e affascinante composizione in cui fa capolino prepotentemente anche la vena blues della chitarra di Rabin, creando un sottile filo conduttore col brano che aveva aperto il disco.

TOM SHED – Davey’s Cornet

di Paolo Baiotti

18 febbraio 2021

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TOM SHED
DAVEY’S CORNET
Curly Maple Music 2016

Tom Shed è un cantautore country appassionato di storia americana. Molte sue canzoni si riferiscono ad episodi accaduti nel passato più o meno recente, dal grande uragano del 1928 alla depressione degli anni trenta, dall’incendio di Jacksonville al periodo dei diritti civili, cercando di mitigare il tono serioso con un po’ di sano umorismo e ironia, che si rispecchia anche in alcune scelte musicali. Così si susseguono l’errebi/country fiatistico Better Than Good che apre il disco irrorato dai fiati e dai backing vocals di Marcia Ramirez e Britt Savage, la divertente e scorrevole Ole Hickory’s Town, un country/hillibilly con un banjo bluegrass che racconta il grave incendio del 1901 a Jacksonville visto dagli occhi della nonna del musicista, per non parlare del brillante strumentale Groove che chiude il disco ricordando lo stile delle marching band di New Orleans. Nell’acustica Fear, una delle tracce migliori dell’album, viene espresso il sentimento della paura verso l’ignoto, il valzer Davey’s Cornet racconta l’esperienza di un veterano alle prese con il disturbo da stress post-traumatico mentre Bolita Sam affronta la vicenda di un politico degli anni cinquanta ucciso dall’amante di colore su un rilassato tappeto country. Non mancano riferimenti a vicende sentimentali come in Walk Proud influenzata dalla scrittura di John Prine, nella delicata Does It Hurt To Laugh? con un inizio che ricorda Friend Of The Devil dei Grateful Dead, nella malinconica e struggente Just A Soft Echo e nel country Draw The Line in cui Tom si esibisce anche in alcuni yodel. L’unica cover è Ghost Riders In The Sky ripresa con rispetto, aggiungendo il tocco della pedal steel di Steve Hinson all’iconico tradizionale country.

THE REFUSERS – Freedom Fighter

di Paolo Baiotti

18 febbraio 2021

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THE REFUSERS
FREEDOM FIGHTER
Autoprodotto 2020

The Refusers sono un quintetto formato da Michael Belkin (autore, cantante e chitarrista), Brendan Hill (batterista), Eric Robert (tastierista), Joe Doria (all’organo hammond) e Steve Newton (bassista) provenienti dall’area di Seattle nello stato di Washington. Nella loro carriera hanno aperto per Joan Jett, Black Keys, Kings Of Leon, Jane’s Addiction, Black Crowes e Flaming Lips gravitando in un’area che comprende rock classico e alternativo. Hanno esordito nel 2016 con Wake Up America, seguito nel 2018 da Disobey. Scrivono dei testi di impatto sociale e politico, con i quali cercano di coinvolgere contro il razzismo, gli abusi di potere e le manipolazioni dei media, a favore di un sistema sanitario pubblico e in generale di un’attenzione maggiore nei confronti dei più deboli. Affiancano a questi testi sempre di Belkin (che ha lavorato a Wall Street e quindi conosce le distorsioni del sistema che vuole combattere) un rock energico e robusto con riferimenti punk e hard rock e qualche venatura reggae, cantato con una voce rabbiosa anche se non molto personale, buttando comunque un occhio alle melodie.
Tra i brani si distinguono il mid-tempo pop-rock Love Never Fails sulle attuali ingiustizie sociali, l’intricata e muscolare Clown Show in cui si sensibilizzano gli ascoltatori a prendersi le proprie responsabilità, la reggata Truth Is Treason, la ballata Follow Your Heart e la conclusiva Troublemaker che incrocia ritmi spezzati con una chitarra insaporita di country. Non mancano alcune tracce più banali come Money Talks, My Body My Choice e Shame On You in cui abusano di suoni sintetici e la voce di Michael appare poco incisiva.

BOBBO BYRNES – SeaGreenNumber5

di Paolo Baiotti

14 febbraio 2021

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BOBBO BYRNES
SeaGreenNumber5
Autoprodotto 2020

Ci siamo occupati di questo artista l’anno scorso in occasione della pubblicazione del terzo album The Red Wheelbarrow. Ispirato da autori come Bruce Springsteen e Paul Westenberg in bilico tra americana e alternative rock, originario del Massachusetts e residente da tempo in California, per il quarto album, anche a causa della pandemia, si è comportato diversamente. Nessun ospite di prestigio come Ken Coomer, Phil Manzanera o Remi Jaffee, ma un approcio più intimo e morbido con una formazione elettroacustica ridotta comprendente la moglie Tracy al basso e voce, Matt Froehlich alla batteria, Georgiana Hennessy al violino e Jeremy Long alla pedal steel, oltre a un paio di coriste. L’album è ispirato dal quadro di Byrnes con lo stesso titolo raffigurato sulla copertina. Bobbo è un valido storyteller: le sue canzoni raccontano la vita di un musicista on the road (10.000 Miles), la passione per la moglie bassista (Queen Of The Party che apre il disco) o vicende più drammatiche come il coinvolgimento involontario in una sparatoria (Every Sound That Crashes). La scelta musicale è orientata verso un folk-rock con venature country che ricorda anche nell’uso delle armonie vocali CSNY e gli Eagles, con la pedal-steel in primo piano. Non sempre la scrittura è all’altezza, ci sono tracce un po’ scontate, ma non mancano riusciti momenti di intimità più quieta come Sight Of Me e lo strumentale Geo’s Jig, alternati a brani più ritmati tra i quali Eveline e Running Back To You in cui spiccano i backing vocals di Jen Moraca e Tawny Ellis e gli arpeggi dell’acustica di Bobbo. In chiusura il morbido country Somewhere Else punteggiato dalla pedal-steel riafferma la scelta intimista del disco.

LOVE ME IN THE DARK – Love Me In The Dark

di Paolo Crazy Carnevale

11 febbraio 2021

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LOVE ME IN THE DARK – Love Me In The Dark (Love me In The Dark 2020)

Nome del gruppo, titolo del disco, eventuale nome dell’etichetta. Sempre lo stesso, quasi i due titolari del disco volessero fissare e ribadire un concetto ben preciso. Il disco è di fatto un vero e proprio progetto che vede coinvolti il chitarrista Steve McCormick (non nuovo alle platee italiane, visto che nel nostro paese lo si è visto diverse volte come componente della band di Phil Cody) e la cantautrice Heather Donavon, entrambi di stanza ai margini della Città degli Angeli, per la precisione nell’area di Venice. McCormick, che a Venice lavora oltre che come chitarrista anche come produttore, è titolare di uno studio casalingo apprezzato per l’estrema cura dei suoni operata da McCormick stesso che da buon artigiano si preoccupa anche di costruirsi i microfoni che usa. Da alcuni anni i due sono una coppia nella vita, naturale quindi che dopo aver dato i natali a un biondo pargolo Donovan Heat, abbiano deciso di unire le forze anche sul fronte artistico. In un primo tempo si sono battezzati Maplewoods, poi mano a mano che il lavoro di studio procedeva e le canzoni prendevano forma, è cambiato anche il nome ed ora sono i Love Me In The Dark. Il disco di cui stiamo raccontandovi è uscito la scorsa primavera, quando anche la California era in pieno lockdown pandemico, col risultato che la distribuzione e la promozione sono state penalizzate non poco, e, lo diciamo subito, è un vero peccato, in quanto ci troviamo al cospetto di un disco che meriterebbe davvero parecchia attenzione. Una raccolta di belle composizioni (rigorosamente tutte originali e quasi tutte firmate in coppia), cantate appassionatamente e suonate splendidamente.

McCormick e la Donavon hanno innanzitutto lavorato di fino per creare un amalgama molto riuscita tra i loro due timbri vocali, dimostrando che non è impossibile far correre sugli stessi binari amore e musica, perché questo è un disco molto innamorato, molto costruito sul rapporto dei due titolari e molto equilibrato.

Steve può metterci un sacco di strumenti a corda, dalle chitarre, al basso, al mandolino e ci piazza anche un po’ di Hammond e Wurlitzer, lei dal canto suo ci mette una voce suadente e l’omnichord.

Il disco parte subito molto bene con Old Soul e sono la suggestiva Circlin’ Up The Wagons e Riding Wind i primi brani davvero superiori, quest’ultimo introdotto da un ispirato assolo di pedal steel suonato da Eric Heywood, dotatissimo multistrumentista che ha fatto parte dei Son Volt e della band di Ray Lamontagne. Heywood è amico di lunga data di McCormick ed è sicuramente molto importante la sua presenza in questo CD, nel brano in questione in particolare la sua pedal steel duetta ottimamente con la slide acustica di Steve.

Ma Heywood non è l’unico pezzo da novanta a frequentare il duo, e nel disco ci imbattiamo anche in Keb Mo’ (nel brano Heart Attack, una delle composizioni cantate da Heather in solitaria, suona il suo dobro dialogando con Heywood e con l’acustica di Steve), in Michael Jerome (batterista con Richard Thompson), nella premiata sezione ritmica formata da Steve DiStanislao e Kevin McCormick (nessuna parentela con Steve), entrambi alla corte di Jackson Browne e CSN. Ci sono poi alle tastiere Peter Fox, Eric Lynn e Jeff Young. Sono tutti amici di Steve e Heather, magari vicini di casa anche, e tutti contribuiscono a creare il sound del disco sotto la guida di Steve.

Move Like Africa è un’altra buona composizione che prende corpo mano a mano che si sviluppa, Baby Bird paga pegno a certe cose prodotte da Daniel Lanois, produttore molto amato da Steve che qui è anche il cantante principale, e probabilmente è dedicata al figlio della coppia; si cambia però subito registro con Shenandoah, stavolta con la voce di Heather e con un arpeggio iniziale che fa molto California anni settanta, bello il refrain con un azzeccato intervento di Heywood e il mellotron di Eric Lynn. Più di transizione Surreal To Me con gli archi (violino e viola) orchestrati e suonati da Kaitling Wolfberg.

Imma Hold You To It è un altro dei pezzi forti del CD, quasi un brano soul, cantato splendidamente dalla Donavon in forma notevole: a fare botta e risposta con lei c’è anche una sezione fiati in cui spicca il nome del “Barone del Blues” Stanley Behrens che ha fatto parte della band di WIllie Dixon, dei Canned Heat e si occupa dell’armonica nell’attuale formazione dei War. Per par condicio il brano successivo, Nightingale, è cantato dal solo Steve che vi suona un assolo elettrico di slide in odore di Ry Cooder.

Il disco si chiude con la pianistica Runs Deep, un brano a metà tra gospel e atmosfere irish, con la voce solista di Heather e Steve che fa i cori e ci piazza le chitarre.

Per la copia solida del CD conviene rivolgersi al sito del duo www.lovemeinthedark.com , se vi accontentate del formato liquido da Amazon, a Spotify, a I-tunes il disco è reperibile senza problemi… ma attenti, gira voce che ci sia l’intenzione di farlo uscire presto anche in vinile!

THE MYSTIX – Can’t Change It

di Paolo Baiotti

11 febbraio 2021

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THE MYSTIX
CAN’T CHANGE IT
Autoprodotto 2020

I Mystix sono un gruppo di blues/roots molto conosciuto nell’area di Boston e del New England, guidato da Jo Lily (voce e chitarra), membro con il soprannome Sam Deluxe di Duke and the Drivers, formazione di culto della zona, attiva in modo intermittente fin dagli anni settanta. Ne fanno parte alcuni session man di lusso: i chitarristi Bobby Keyes (Jerry Lee Lewis, Sleepy LaBeef, Ben E. King e Martha Reeves) e Duke Levine (Shawn Colvin, Peter Wolf, Lucy Kaplansky, Bill Morrissey, Ellis Paul, Mary Chapin Carpenter e J. Geils Band), il tastierista Tom West (Peter Wolf, Ellis Paul, Tom Jones), il bassista Marty Ballou (Duke Robillard Band, Roomful Of Blues, John Hammond, Peter Wolf) e il batterista Marco Giovino (John Cale, Robert Plant, Norah Jones, Patty Griffin). Evidentemente si tratta di un insieme di musicisti esperti che hanno deciso di divertirsi con questa formazione nata intorno al 2002, che ha già inciso sei album a partire da Satisfy You del 2006 con una line-up che in passato ha coinvolto anche Kenny White, Jerry Portnoy, Jesse Williams e Marty Richards.
Anche in Can’t Change It, prodotto da Giovino, i Mystix restano fedeli ad una riuscita miscela di roots-rock, soul e blues da bar band che ricorda un po’ The Nighthawks, caratterizzata dalla voce sporca e fumosa di Lily, tra Bob Dylan, Dr. John, Roger Chapman e Howlin’ Wolf e dall’intreccio delle chitarre, secche ed essenziali. Can’t Change It alterna alcuni brani autografi a numerose cover e brani tradizionali che si amalgamano puntualmente in un disco che scorre veloce senza intoppi.
Una ruvida versione di Outlaw Blues (Bob Dylan) apre il dischetto, seguita dall’ondeggiante Ain’t Gonna Cry, dalla ballata Carrie con la fisarmonica di Sonny Barbato e dal country-roots Let’s Get Started con la pedal steel di B.J. Cole. Tra gli altri brani emergono una torrida e insistente Jumper On The Line del bluesman R.L. Burnside, che si giova della partecipazione di Luther e Cody Dickinson (North Mississippi Allstars), le due cover dello scozzese Frankie Miller Bottle Of Whiskey con l’armonica del veterano Charlie McCoy e la deliziosa ballata Can’t Change It, nonchè il tributo agli Stones di Backstreet Girl (da Between The Buttons).
Disco ispido al punto giusto, suonato con passione e in scioltezza da un gruppo di veterani pieni di carica vitale.

VASKO ATANASOVSKI ADRABESA QUARTET – Phoenix

di Paolo Crazy Carnevale

7 febbraio 2021

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VASKO ATANASOVSKI ADRABESA QUARTET
Phoenix
(Moonjune Records 2020)

Sullo scoccare di fine anno la Moonjune Records non si è di certo risparmiata e insieme ad altre interessanti pubblicazioni di cui ci siamo già occupati più o meno diffusamente, ha dato alle stampe questo bel prodotto di matrice balcanica accreditato al sassofonista sloveno Vasko Atanasovski.
L’area blacanica è sempre stata una delle più prese in considerazione dall’etichetta newyorchese, insieme a Spagna e Indonesia, e nel corso degli anni abbiamo avuto modo di ascoltare cose interessanti e originali.
Fedele alla visione globale e internazionalista della Moonjune, Atanasovski ha messo insieme un quartetto che oltre a lui include il fisarmonicista italiano Simone Zanchini (con un curriculum da paura che va dall’orchestra della Scala a Bill Evans, passando per Javier Girotto e Fresu), il batterista e percussionista polacco Bodek Janke e la tuba del francese Michel Godard (già con Sclavis e Rava): il risultato è riuscitissimo e degno di nota, Phoenix è un disco pieno di invenzioni che dà il giusto spazio a ciascun elemento. Va da sé che la matrice dominante è quella della musica tipica dell’area dei Balcani; il disco, inciso sul finire del 2019 si compone di nove tracce (in cui è ospite aggiunto il figlio del titolare alle percussioni) che lasciano parecchio spazio alla fantasia dell’ascoltatore e al virtuosismo dei musicisti. Ascoltando le composizioni (tutte di Atanasovski, tranne la jam finale nata da un’improvvisazione collettiva) non si può non pensare a certe atmosfere rese celebri dalle colonne sonore concepite da Bregovic per i film di Kusturica, ma perché no anche a certi lavori di Rota per Fellini, in certi momenti della lunga Liberation ad esempio, composizione di respiro largo e arioso.
Nella musica di Atanasovski e soci emergono i momenti corali, ma non manca lo spazio per i singoli momenti di gloria, nel suddetto brano che considerata la struttura ben si adatta alla bisogna: il leader si destreggia indistintamente sia al sax alto e soprano che al flauto, il lavoro di Zanchini è poi irrinunciabile e non c’è da stupirsi se sia considerato uno dei maestri assoluti nel suo strumento.
Dalle atmosfere orientali di Thornica all’incedere di Epic Concert, alle riuscite Yellow Sky e The Partisan Song il disco non mostra mai momenti di stanca.

MICHAEL VEITCH – Best Of Many Days

di Paolo Baiotti

6 febbraio 2021

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MICHAEL VEITCH
BEST OF MANY DAYS
Autoprodotto 2020

Suo suo sito Michael descrive così il suo approccio giovanile alla musica: “ho cantato molti canti gregoriani da bambino in chiesa e ho sentito un sacco di rock and roll crescendo. Mio fratello maggiore collezionava i 45 giri degli anni ‘50 e collegava la nostra casa con altoparlanti, così sono stato esposto molto presto a Elvis, Chuck Berry, Little Richard, The Platters e Jerry Lee Lewis. E molti altri, credo che sia nelle mie ossa. E poi sono arrivati ​​i Beatles. Penso di aver avuto la giusta progressione. L’ho sperimentato in tempo reale”. A 23 anni ha preso lezioni di canto da un insegnante che aveva lavorato con tanti artisti, da Frank Sinatra agli Aerosmith, poi si è appassionato all’attivismo ambientale e ha messo un po’ da parte la musica. Si è occupato di fotografia e di arte figurativa (è anche un valido pittore), ha collaborato con candidati progressisti lavorando per lo Stato del Vermont fino al ’94 quando ha corso per il Senato americano come candidato di Bernie Saunders, perdendo alle elezioni. A quel punto si è di nuovo focalizzato sulla musica con l’aiuto della cantautrice Shawn Colvin, portando avanti il suo messaggio pacifista e ambientalista. Dopo avere vissuto un paio di anni in Germania, alla fine dello scorso millennio si è stabilito a Woodstock incidendo parecchi dischi e partecipando a festival importanti come Newport e Kerrville. Best Of Many Days è il suo progetto più recente, scritto nel corso di parecchi anni e inciso quasi interamente da solo tra il Vermont, Monaco e Woodstock con la partecipazione di Julie Last e Kirsti Gholson alla voce e di Billy Clockel al basso e pochi altri aiuti. Un disco di folk, cantautorale, intimista, indubbiamente un po’ monocorde, anche se la voce di Michael è in grado di assumere diverse tonalità. I testi sono importanti quanto la musica, da Shame Shame Shame dedicata alle vittime e ai sopravvissuti al massacro della Parkland School in Florida ad Above The Rain scritta con una sopravvissuta all’Olocausto, arrangiata con violoncello e fisarmonica. Ma ci sono anche tracce più personali come Never Been To China, la scanzonata That Was The Summer, Edge Of This Town che si distingue anche musicalmente con la pedal steel di Rob Stein e accurati backing vocals e la conclusiva Lisa Marie dedicata alla figlia di Elvis Presley.

JIM STANARD – Color Outside The Lines

di Paolo Baiotti

6 febbraio 2021

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JIM STANARD
COLOR OUTSIDE THE LINES
Autoprodotto 2020

Ormai non sorprende vedere in copertina artisti in età avanzata; il rock e il folk sono invecchiati più o meno bene, ma sicuramente una parte rilevante dei musicisti che seguiamo è invecchiata con noi, continuando a incidere e a suonare dal vivo (almeno quando la pandemia non lo impedisce). Ma il caso il Jim Stanard è diverso: “ho suonato molta musica negli anni sessanta e nei primi anni settanta, da solo nelle caffetterie dei college per una quindicina d’anni. Poi sono stato impegnato in altri ambiti e ho smesso di suonare, pur non abbandonando la passione per la musica. Ho continuato ad ascoltare, a conoscere e ad assorbire, così quando si tratta di comporre non mi manca l’ispirazione”. Dopo una carriera di successo nel mondo della finanza, Jim è tornato alla musica e ha inciso nel 2018 il suo primo disco, Bucket List. Aiutato e spronato da Kip Winger (ex bassista di Alice Cooper e dei Winger, poi solista e produttore), supportato anche da un nome prestigioso in ambito folk, quello di Peter Yarrow, uno dei fondatori del trio Peter, Paul And Mary che partecipa al nuovo album con la figlia Bethany, Jim si è creato una seconda vita e ha già dimostrato di potersi affiancare senza timore ad artisti con maggiore esperienza in campo musicale. Le sue canzoni hanno indubbiamente una base cantautorale folk, con venature country più accentuate in questo secondo album inciso a Nashville in cui si sente parecchio l’apporto di Wanda Vick al violino, dobro e mandolino e di Jeff Taylor alla fisarmonica, ai quali si contrappone la chitarra di Jon Skibic (The Afghan Whigs), che affianca la sezione ritmica formata da Kip Winger al basso e Scott Trammell alla batteria.
L’artista non si allontana dagli schemi classici del cantautore folk, non osa molto e questo è un suo limite. Il disco è suonato e arrangiato con cura, forse troppa…qualche spigolo in più gli gioverebbe! Stanard è dotato di una voce autentica e solida ed ha capacità narrative più che discrete, ma ci vorrebbe qualcosa in più per emergere. Tracce come Home e Arkansas, alle quali partecipano Peter e Bethany Yarrow contribuendo alla riuscita delle complesse armonie vocali, la ballata Same River che ricorda il suono di Mark Knopfler da solista, lo scanzonato up-tempo country Witness Protection e l’ironic Fake News dimostrano le qualità di Stanard che, tuttavia, in altri momenti come One Time In A Row o When My Truck sembra limitarsi ad eseguire un compitino corretto, ma privo di mordente.

Mark Wingfield with Jane Chapman and Adriano Adewale – Zoji

di Paolo Crazy Carnevale

28 gennaio 2021

Layout 1

Mark Wingfield with Jane Chapman and Adriano Adewale – Zoji (Moonjune Records 2020)

Ecco qui, nuovo di zecca un nuovo capitolo della discografia del poliedrico chitarrista britannico accasato presso la Moonjune, tra dischi da titolare e collaborazioni con altri artisti legati all’etichetta, Wingfield ha trovato il tempo di portare recentemente a termine questo nuovo lavoro non del tutto a proprio nome, anche se ne è sicuramente il principale artefice.
A fargli da sparring partner ci sono la tastierista Jane Chapman, collaboratrice di lunga data di Wingfield (già nel 2008 avevano condiviso un disco), e il percussionista Adriano Adewale.
Non è un caso che “Guitar Player”, la rivista di riferimento per i cultori dello strumento chitarra abbia definito lo stile di Wingfield misterioso e maestoso: questo nuovo disco esplicita sonoramente la definizione, mettendo sul piatto una serie di composizioni elaborate e importanti, caratterizzati dall’ottima miscela stilistica realizzata dagli interventi soprattutto della chitarra e dell’harpsichord.
Si tratta in tutti i sensi di un’escursione spazio-temporale in cui i filtri e gli effetti applicati all’elettrica di Wingfield si intersecano senza problemi con il suono “antico” dell’harpsichord, virando talvolta verso rimembranze di musica barocca, talaltra verso mondi lontani, su tutti vale l’esempio della corposa ed elaborata Persian Snow Leopard, composizione in cui il concept è particolarmente riuscito.
D’altronde va detto, a mo’ di aneddoto, che quando Wingfield e Chapman hanno cominciato a sperimentare insieme, è stato nel 2006 in occasione di alcune esibizioni tenutesi nell’abitazione che fu residenza del compositore barocco Friedrich Handel per diversi decenni: nella casa di fianco, due secoli più tardi abitò per un periodo Jimi Hendrix!
Ascoltate Pasquali Dream, il brano più breve e più barocco del disco, oppure Zoji Pass da cui il titolo del disco, o ancora Prelude Sinueux, per avere esempi ulteriori dell’ariosità del progetto e delle sue direzioni musicali e del suo stare in bilico tra stili e atmosfere.

Kevin Kastning, Sàndor Szàbo & Balàsz Major – Ethereal IV

di Paolo Crazy Carnevale

27 gennaio 2021

Ethereal IV cover

Kevin Kastning, Sàndor Szàbo & Balàsz Major – Ethereal IV (Greydisc 2021)

La collaborazione tra il chitarrista ungherese Sàndor Szàbo e quello americano Kevion Kastning è cominciata pochi anni fa, quando entrambi già parecchio affermati nel loro ambito musicale, quello della ricerca e dell’esplorazione di nuove sonorità hanno deciso di unire le forze per un disco in duo. Per quanto solitamente iimpegnato come chitarrista acustico, l’ungherese per queste collaborazioni, così come per un’altra serie di produzioni (composta a sua volta di ben nove dischi) si occupa di svariate chitarre elettriche, mentre l’americano si detreggia con una chitarra speciale a trenta corde che sembra un’arpa. Con loro c’è poi il percussionista Balàsz Major, fedele collaboratore si Szàbo.

Il connubio è nato nel 2018 all’indomani di un tour acustico di Szàbo, un tour con artisti di caratura internazionale tra i quali figurava anche Kastning, un tour che però lo aveva lasciato insoddisfatto, il fatto di lanciarsi in questa nuova avventura con Kastning si rivelò invece subito una sfida stimolante proprio per la sua diversità dalla routine del tour.

Il disco è stato registrato il 15 maggio di quell’anno in una serie di sedute che nel giro di una giornata hanno fruttato una più dischi, in duo o trio (il primo uscito nel 2019 col titolo di Kisnaros, dal nome della città nella cui concert hall, a porte chiuse, si sono tenute le sedute) tutti basati su una forte improvvisazione di non certo facile assimilazione o digeribilità.

Una cosa, se ci è concesso dirlo, molto per addetti ai lavori e poco per il pubblico.

Una cosa che però ha però evidentemente soddisfatto parecchio i musicisti, per via della possibilità di agire e suonare in totale libertà, nonostante l’americano avesse a disposizione solo la chitarra con le trenta corde, unico strumento portato in Europa Ungheria per il tour antecedente le sedute di registrazione.

Il disco, si compone di sei tracce, di lunghezza oscillante tra i cinque e i nove minuti, tutte all’insegna di una musica spaziale e sperimentale rigorosamente strumentale e senza schemi. A nostro giudizio eccessivamente ardita.

DWIKI DHARMAWAN – Hari Ketiga

di Paolo Crazy Carnevale

17 gennaio 2021

SleepCase

DWIKI DHARMAWAN – Hari Ketiga (Moonjune Records 2020)

Ha visto la luce proprio allo scadere dell’anno la nuova e mastodontica operazione discografica ordita dal producer Leo Pavkovic: infatti, se per la verità il disco è attribuito al tastierista/pianista indonesiano Dwiki Dharmawan, a conti fatti lo possiamo considerare un parto collettivo della scuderia Moonjune, con Pavkovic in veste di grande mente dietro il progetto, orchestratore di un’opera ambiziosa, non sempre di facile assimilazione, ma di grande fascino.

Con le dovute proporzioni si potrebbe fare un parallelo con il George Martin di Sgt Pepper, visto che il lavoro del produttore va qui molto oltre l’essere stato in cabina di regia durante le registrazioni. Pavkovic ha trovato nella Casa Murada situata in Catalogna, uno studio con una location suggestiva che ben si presta a stimolare le molte ispirazioni degli artisti della sua scuderia, e nel 2017 all’indomani di due giorni di session per un altro disco di casa Moonjune, Dharmawan, il chitarrista prezzemolino Markus Reuter, il batterista Asaf Sirkis e il cantante camuno Boris Savoldelli (una delle punte di diamante dell’etichetta) hanno lavorato insieme per una terza giornata di session, e proprio “terzo giorno” è il significato del titolo in lingua indonesiana Hari Ketiga.

Un viaggio musicale attraverso sonorità bene distinte e varie che Pavkovic ha subito ripreso in mano ed elaborato, lavorato e assemblato in studio dando forma ad un doppio CD dalle atmosfere suggestive. Un concept dei nostri tempi, all’insegna di sonorità differenti che spaziano dal prog-rock al noise, alla fusion (termine brutto e abusato, ma abbastanza esplicativo).
Se la voce di Savoldelli spesso è uno strumento alla stregua di tutti gli altri, in questo disco va semplicemente oltre, grazie anche ad una collaborazione a posteriori ordita dallo stesso Boris dopo che Pavkovic gli ha consegnato le registrazioni appositamente editate su cui lavorare per il cantato: il vocalist ha infatti coinvolto nell’operazione l’amico, rocker, cantautore e compaesano Alessandro Ducoli, solitamente impegnato su altri fronti musicali, nonché eccellente paroliere, e dopo avergli spiegato l’idea di base del progetto, gli ha proposto di comporre dei testi appositamente per i nove atti che compongono il disco. Così – se in taluni momenti tra le distorsioni chitarritiche di Reuter, le escurisoni del titolare alla tastiera del pianoforte o di altri strumenti e la percussività di Sirkis – Boris si ritaglia momenti in cui il suono della sua voce diventa il quarto strumento, in altre parti (molte) del disco, grazie ai testi di Ducoli che ha cucito una serie di liriche ispirate dalo David Bowie di Space Oddity e dal poeta latino Lucrezio (parliamo di contenuti testuali non di musica), liriche che permettono alla voce del connazionale di cantare i senso più propriamente detto.

In un paio di occasioni, sul secondo disco, con i brani The Truth e The Perpetual Motion il montaggio finale fa sposare la voce di Savoldelli con quelle di alcuni strumentisti vocalisti indonesiani di matrice tradizionale, ripescati dagli archivi di Darmawan, che li ha registrati nel proprio paese all’inizio del decennio scorso, in altre occasioni invece invece le parti cantate si imbevono di grande lirismo, nella conclusiva The Memory Of Things, con le liriche in inglese e il piano ubriaco di Dharmawan, non è difficle pensare a certe cose del primo Tom Waits. Laddove i testi di Ducoli sono invece in italiano viene più facile il paragone con certo progressive rock molto in voga anche nella nostra penisola, pensiamo alla parte finale di The Loneliness Of The Universe, ma soprattutto alle due prime tracce del primo disco, le lunghissime composizioni che lo aprono: The Earth (quasi ventinove minuti) e The Man (ben trentaquattro). Due autentici tour the force in cui la musica si sprigiona e la voce di Boris Savoldelli fa suoi i testi composti da Alessandro Ducoli.

Per quanto le note di copertina e il booklet siano bastevolmente esaurienti sui contenuti dei testi e su come i nostri due connazionali abbiano lavorato al disco, l’unico appunto chge ci viene da fare è che probailmente attribuirlo al solo Dwiki Dharmawan sia stata una scelta riduttiva, visto che si tratta di un vero e proprio lavoro d’equipe.

Complimenti e applausi al regista e a tutti i suoi collaboratori!

JAIME WYATT – Neon Cross

di Paolo Crazy Carnevale

7 gennaio 2021

Jaimie Wyatt - Neon Cross (1)

Jaime Wyatt – Neon Cross (New West Records 2020)

Una vita non facile quella di Jaime Wyatt, country girl non più di primo pelo ma comunque appena al suo secondo disco. Californiana di nascita, la Wyatt deve aver trascorso la gioventù in maniera molto pericolosa, non sappiamo a quale/i dipendenza/e fosse dedita ma sicuramente la sua strada è stata in salita, e lo si evince abbastanza dalle liriche delle undici canzoni incise in questo Neon Cross. Songwriting abbastanza felice, qua e là aggiustato con l’aiuto di qualche amico, illustre o meno, voce interessante, in bilico tra personaggi diversissimi quali Maria McKee e Lucinda Williams, la Wyatt con questo disco tenta di aprirsi la via dell’Americana una volta per tutte, con l’appoggio di una band formata da musicisti di vaglia e sotto la produzione di Shooter Jennings, e non a caso da un po’ di tempo ha trasferito la propria residenza a Nashville, anche se il disco è sicuramente più intriso di atmosfere west coast che altro: a partire dai suoni ai contenuti dei testi che rimandano spesso ad atmosfere tipiche della Los Angeles/Sin City cantata da Gram Parsons, a cui la Wyatt sembra rifarsi con gli abiti da cowgirl del Sunset Boulevard e con le croci del titolo (che Parsons aveva ricamata sulla giacca.

Il disco ha delle buone basi, alcuni brani ci sono, altri un po’ meno, la produzione di Jennings invece pecca un po’ di manierismo che depriva di anima il suono finale.

La Wyatt mette sul piatto delle buone canzoni – ma ci dicono che altre, notevoli, sono rimaste nel cassetto! –, talvolta tipicamente d’atmosfera country-rock, quelle che le riescono meglio, con la giusta spolverata di honky-tonk, tal altra più rilassate, canzoni che sono storie di donne differenti, non si capisce bene se autobiografiche o meno, certo è che quando canta di ragazze perdute sembra di vederla, persa nel limbo del suo passato, con quel lungo mento ed il cappello da cowgirl, un po’ meno la si riconosce nelle liriche di Just A Woman, che sembra figlia della celebre Stand By Your Man, uno dei testi più maschilisti del country… non deve essere un caso che Jennings vi abbia coinvolto mamma Jessi Colter per le seconde voci.
Da qui a identificare la Wyatt con una sorta di “outlaw” al femminile magari ce ne passa, ma l’intenzione parrebbe andare in quella direzione.

Il disco si apre con l’introspettiva e pianistica Sweet Mess, un po’ diversa da tutto il resto del disco, ci pensa la title track però a portarci nella giusta direzione, con la storia di una ragazza perduta con un profumo da quattro soldi, occhiali scuri e scarpe in pelle di alligatore. Jennings si occupa delle tastiere, buona parte del sound è sorretto dalla pedal steel di John Schreffler Jr., ma c’è anche la chitarra solista di Neal Casal (qui probabilmente nelle ultime sue registrazioni), per altro abbastanza sepolta nel mix finale.

L I V I N è una buona composizione, ma piacciono di più Makes Something Outta Me e By Your Side dal consistente tessuto musicale, con la voce di Jaime Wyatt che ricorda la McKee e con Casal un po’ più udibile che altrove.

La seconda facciata si apre con il duetto insieme alla Colter, una honky tonk ballad in cui si sente bene l’acustica della titolare e il tappeto è tutto affidato alla pedal steel e – ahimè – alla brutta orchestra sintetizzata ordita dalle tastiere del produttore.
Bello l’attacco di chitarra di Goodbye Queen, un gran brano che ha un andazzo che ricorda molto Warren Zevon, quello dei tempi migliori (cosa che rende inevitabile non pensare a Linda Ronstadt), con un’altra bella intuizione di Casal alla sei corde.
Mercy è una canzone lenta e Rattlesnake Girl non impressiona molto, al di là del titolo, più accattivante Hurt So Bad con begli intrecci delle chitarre, sia l’acustica di Jaime, che l’lettrica e la pedal steel, Jennings duetta con lei ma la voce resta talmente sotto che si fatica a sentirla.

Suggestivo il finale, Demon Tied To A Chair In My Brain, l’unico brano non originale (Dax Riggs e Matt Sweeney gli autori), in cui la Wyatt gioca a cantare con intonazione dolente, novella Lucinda Williams, accompagnata dal violino di Aubrey Richmond.

MOLLY TUTTLE – …But I’d Rather Be With You

di Paolo Crazy Carnevale

1 gennaio 2021

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Molly Tuttle – …But I’d Rather Be With You (Compass 2020)

Terzo disco per la chitarrista e cantante Molly Tuttle, disco registrato ed uscito nel corso delle restrizioni dovute alla pandemia che ha messo in ginocchio un po’ ovunque le attività musicali, soprattutto quelle di chi non ha grosse rendite (vedi royalties e dischi d’oro) e deve fare i conti con una quotidianità in cui, senza i concerti e i dischi che ai concerti si vendono, andare aventi è assai difficile.

La Tuttle, californiana ma di stanza da tempo a Nashville, si è messa quindi al lavoro in casa, assemblando un disco in solitudine, facendosi guidare a distanza dal produttore Tony Berg (che sta a Los Angeles), e con l’aiuto di proTools e di pochi ospiti ha registrato una manciata di canzoni pescate tra le sue favorite di sempre.

Il disco in verità è gradevolissimo, molto curato nella creazione di equilibri tra la bella voce folk-pop di Molly e il suono della sua chitarra. Alcuni brani rendono molto bene, altri lasciano un po’ il tempo che trovano, come spesso accade nei dischi di questo genere, che ad un genere vero e proprio non appartengono visto che il fil rouge è costituito dall’interprete che non sempre riesce a tracciarlo.

Ad esempio, la cover di Fake Empire dei National che apre il disco non ha mordente e soccombe al cospetto della successiva Ruby Tuesday di rollingstoniana memoria, brano di tutt’altra pasta in cui Molly piazza una notevole chitarra acustica: è chiaro che i National stessi soccombono al cospetto di Jagger e soci, ma qui è proprio il brano ad essere in tono minore. Buona invece A Littel Lost di Arthur Russell, molto intime Something On Your Mind di Karen Dalton, con un violino malinconico suonato da Ketch Secor degli Old Corw Medicine Show, e la minimale Mirrored Heart.

Più coinvolgenti senza dubbio la rilettura di Olympia, WA dal repertorio dei Rancid con la voce di Secor a fare il controcanto, e Standing On The Moon, rubata al repertorio tardivo dei Grateful Dead e resa in una bella versione molto suggestiva, sempre con Secor ospite e proprio da un verso di questo brano è preso il titolo del disco, che metaforicamente fa riferimento alla situazione pandemica: come dire, sono qui, ma preferirei essere con te.

Tra gli altri ospiti ci sono – rigorosamente ognuno da casa propria – il chitarrista dei Dawes Taylor Goldsmith, il tastierista Patrick Warren e alla batteria Matt Chamberlain.

Il disco procede con l’energica ma non memorabile Zero degli Yeah Yeah Yeahs, con la più rilassata Sunflower di Harry Styles, quasi tutta giocata su voce e chitarra acustica, e si chiude con la riuscita How Can I Tell You di Cat Stevens, sorretta da voce, chitarra e violino (sempre Secor), cantata dalla Tuttle con grande sentimento, nel solco delle grandi cantanti californiane degli anni settanta.

SAVOY BROWN – Ain’t Done Yet

di Paolo Baiotti

1 gennaio 2021

savoy

SAVOY BROWN
AIN’T DONE YET
Quarto Valley Records 2020

Da quando li ha formati a Battersea nel 1965, Kim Simmonds è stato il leader carismatico e l’anima dei Savoy Brown. Dapprima tra i protagonisti dell’epoca d’oro del British Blues con dischi come Getting To The Point e Blue Matter, sempre caratterizzati da repentini cambi di formazione che hanno avuto Kim come unico punto fermo, i Savoy Brown hanno chiuso il primo periodo nel ’70 con Looking In, seguito dal distacco degli altri tre membri Dave Peverett, Roger Earl e Tone Stevens, che insieme al chitarrista Rod Price hanno formato i Foghat, ottenendo notevole successo negli Stati Uniti. Anche Simmonds si è dedicato principalmente al mercato americano aumentando la dose di rock e riducendo quella di blues, mantenendo un buon livello di popolarità nella prima metà degli anni settanta con Hellbound Train, Jack The Toad e Street Corner Talking. In seguito Kim ha continuato a incidere con regolarità, sfiorando l’hard rock alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta e poi riavvicinandosi progressivamente al blues.
L’attuale formazione è un trio con il leader alla voce e chitarra solista, Pat De Salvo al basso e Garnet Grimm alla batteria, sezione ritmica in carica dal 2009, quindi oliata dalla registrazione di parecchi album in studio e da centinaia di concerti, che il trio esegue con regolarità (pandemia permettendo).
Ain’t Done Yet è il 41° disco in studio e non è sicuramente uno dei peggiori. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una gradevole miscela di rock e blues, con break strumentali di gusto, interpretazioni vocali più che discrete di Kim, da anni anche voce solista del gruppo e una ritmica che spinge quando è il momento giusto, ma è in grado di rallentare e fornire un tappeto sonoro morbido e poco appariscente come nella deliziosa ballata Feel Like A Gypsy, venata di influenze latine.
Tra i brani più ritmati e roccati spiccano l’opener All Gone Wrong, la cadenzata e robusta Borrowed Time, la bluesata title track e il boogie hookeriano Jaguar Car con Kim all’armonica. Tra le altre tracce si distinguono Rocking In Louisiana con un andamento che ricorda JJ Cale e una slide pigra, il mid-tempo Devil’s Highway con una scorrevole coda chitarristica e il conclusivo strumentale Crying Guitar, uno slow alla Roy Buchanan in cui Simmonds dimostra di non avere perso la capacità di toccare con raffinatezza.

STICK MEN with GARY HUSBAND – Owari

di Paolo Crazy Carnevale

27 dicembre 2020

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STICK MEN with GARY HUSBAND – Owari (Moonjune Records 2020)

La storia dietro questo recente produzione della Moonjune Records è alquanto travagliata, probabilmente qualcun altro, al posto del producer Leonardo Pavkovic si sarebbe demoralizzato, ma il discografico italo-newyorkese non è certo il tipo da perdersi d’animo e nonostante le difficoltose avversità che si sono messe di mezzo durante il tour da cui il live degli Stick Men è tratto, ha voluto portare a termine quanto aveva programmato, consegnandoci una delle migliori produzioni di casa Moonjune dell’ultimo periodo.

Il progetto Stick Men gira soprattutto attorno alla personalità e al nome di un importante musicista come Tony Levin. Pavkovic, da sempre estimatore e fan della scena musicale legata al prog-rock e al Canterbury sound degli anni settanta ha cercato nel corso di una lunga carriera a capo di un’intelligente etichetta di far sposare quelle sonorità a matrici etniche legate ai paesi d’origine dei musicisti a lui legati in primis da stima ed amicizia. Parrebbe naturale usare il termine fusion per definire i dischi prodotti dalla Moonjune, ma sarebbe ormai scontato, più opportuna la definizione jazz-rock, anche se più datata.

Ovvio che Levin, con i suoi trascorsi onorevoli alla corte del Re Cremisi non potesse che trovarsi a proprio agio con questa casa discografica ed abbia coinvolto negli Stick Men il collega crimsoniano Pat Mastellotto, completando la formazione col chitarrista touch Markus Reuter (un po’ eccessivamente prezzemolino negli ultimi dischi della Moonjune).

Per arricchire il sound del trio (oltre una quindicina i titoli al suo attivo se includiamo alcuni live digitali) in occasione del tour asiatico dell’inverno 2020, Pavkovic ha ben pensato di coinvolgere anche il tastierista britannico Gary Husband (già con Allan Holdsworth e John McLaughlin). Purtroppo, quello che avrebbe dovuto essere un tour di una certa lunghezza ha dovuto fare i conti con la pandemia, così delle varie date in Cina e Giappone, molte sono saltate creando non pochi problemi a Levin e soci, anche a livello economico, oltre che col Covid il gruppo ha dovuto fare i conti con i disordini di Hong Kong, una delle città che avrebbe dovuto toccare. Tutto si è risolto in quattro soli concerti in Giappone, tre dei quali sold-out. Il nostro live viene però dall’altro concerto, quello del 28 febbraio al Blue Note di Nagoya, con poco pubblico per via delle restrizioni e dei timori legati alla pandemia. Gran lavoro, oltre che del quartetto, anche da parte del fonico Robert Frazza, responsabile della brillantezza che caratterizza un live che si snoda tra brani del repertorio Stick Men e eccellenti rivisitazioni frippiane, ovvio retaggio dei trascorsi di Mastellotto e Levin.

Il disco si apre con Hajime un brano che include anche alcuni campionamenti con la recitazione di alcuni versi di Pete Sinfield (altra connessione crimsoniana), e poi si dipana tra Hide The Trees, Schattenhaft, Prog Noir, la notevole Crack In The Sky, tutte tratte dai dischi di studio del gruppo, e spettacolari ripescaggi di casa King Crimson come Level 5, del passato recente della band di Robert Fripp, e la classica Larks Tongues In Aspic, risalente agli anni settanta, qui in versione smagliante.
Il titolo giapponese del disco, significa “la fine”, che è anche il titolo del brano omonimo incluso nel live e della bonus track The End Of The Tour, con riferimento alle predette sorti del tour da cui il disco è tratto. Speriamo non all’onorata carriera del gruppo.