Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

BLACKBERRY SMOKE – Find A Light/Tour Edition

di Paolo Baiotti

13 dicembre 2018

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BLACKBERRY SMOKE
FIND A LIGHT – TOUR EDITON
Earache 2018

Originari di Atlanta, capitale della Georgia, i Blackberry Smoke nel giro di una decina d’anni sono diventati il più popolare gruppo di rock sudista della generazione del nuovo millennio. In realtà la loro musica riprende tematiche e suoni del southern rock degli anni settanta, inserendo una dose non indifferente di country, influenze di rock classico e hard rock, folk e bluegrass e una buona capacità di scrivere melodie radiofoniche che li ha aiutati ad imporsi. Sono sempre rimasti indipendenti, avviando la loro ascesa con il secondo album A Little Piece Of Dixie, suonando il più possibile in ogni zona del paese e non trascurando l’Europa, visitata quasi ogni anno, entrando in classifica la prima volta con l’ottimo The Whippoorwill (top 40 in Usa, Top 30 in Gran Bretagna), crescendo con il successivo Holding All The Roses e sfondando con Like An Arrow (n. 12 in Usa, n.1 nella classifica country, n. 8 in Gran Bretagna). Find A Light, sesto album in studio pubblicato nell’aprile di quest’anno, ha confermato la posizione raggiunta, con un leggero calo. Anche musicalmente l’album, superiore al precedente troppo condizionato dalla produzione di Brendan O’Brien, non raggiunge l’apice di The Whippoorwill dal punto di vista compositivo. Charlie Starr, voce e chitarra, è l’indiscutibile leader nonché il principale autore dei brani da solo o con aiuti esterni. Find A Light alterna rock energici come Flesh And Bone e The Crooked Kind a ballate come Medicate My Mind, permeata di influenze psichedeliche, Seems So Far e Let Me Down Easy, con il tocco di bluegrass di Mother Mountain, la radiofonica Till The Wheels Fall Off e il coinvolgente southern rock di I’ll Keep Ramblin’.
In occasione del recente tour europeo è uscita una tour edition dell’album che aggiunge sei tracce acustiche registrate a Nashville nello studio dell’amico Zac Brown, The Southern Ground Sessions pubblicate anche separatamente sia in vinile che in cd dalla Earache in Europa e dalla 3 Legged Records negli Usa. Non è una novità, i ragazzi amano le registrazioni acustiche, già nel 2015 avevano pubblicato il 10’’ Wood, Fire & Roses. Vengono ripresi cinque brani dal disco senza particolari stravolgimenti: la scorrevole Run Away From It All, la ballata Medicate My Mind dove si esprime al meglio la voce melodica di Starr, mentre il finale è affidato all’organo e alla chitarra acustica, la ballata country Let Me Down Easy con Amanda Shires alla voce e violino, la ritmata Best Seat In The House e il bluegrass Mother Mountain con Oliver Wood dei Wood Brothers, molto simile alla versione del disco. L’ultima traccia è un omaggio a Tom Petty, You Got Lucky con Amanda Shires, eseguita con rispetto da Starr, unendo nell’arrangiamento organo e violino alle chitarre. Un Ep piacevole, un’aggiunta non essenziale alla discografia del quintetto georgiano, che verrà apprezzata dai appassionati più fedeli.

LINDSAY BEAVER – Tough As Love

di Paolo Crazy Carnevale

12 dicembre 2018

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LINDSAY BEAVER – Tough As Love (Alligator /IRD 2018)

Quando questo dischetto comincia a girare nel lettore, la prima cosa che balza all’occhio è la grinta della performer. A ruota, col secondo brano, arrivano i rimandi alle sonorità del rhythm’n’blues anni cinquanta, con quel pianoforte che strizza l’occhio al vecchio Fats Domino (a suonarlo, nella circostanza è la compagna di etichetta Marcia Ball).

Allora vi chiederete cosa ci sia di strano in tutto questo, ebbene, la cosa strana è che Lindasy Beaver è canadese, e solitamente dalle foreste del nord siamo abituati ad accogliere sui nostri impianti stereo singer songwriter e affini, poi c’è che la Beaver, sulla copertina stringe in mano le bacchette da batterista e andando a leggere le note nel booklet vien fuori che la solida batteria che si ode in tutto il disco la suona lei.

Direi che ce n’è abbastanza per stupirsi.

Il disco poi è registrato e prodotto in Texas (il suo scopritore è tale Jimmy Vaughan), patria adottiva della Beaver, ma non suona assolutamente come il blues di quei posti.

Rispetto al recente disco inciso sempre su Alligator da Marcia Ball, questo è assolutamente più fresco, più godibile, un passo avanti pervaso da suggestioni molto coinvolgenti, a partire dalla solida chitarra di Brad Stivers, che in un brano si concede anche al canto. Nel panorama del blues contemporaneo questo della Beavers è un disco che si colloca molto bene, si concede alla modernità pur strizzando continuamente l’occhio al passato: Too Cold To Cry, il brano con la Ball al piano è fifties che di più non si può, in You Hurt Me tornano alla mente echi del vecchio Screamin’ Jay Hawkins, su Don’t Be Afraid Of Love la Beaver e Stivers si lanciano in una tirata alla Blasters, quasi ci fosse anche Gene Taylor a far parte della partita. I Got Love If You Want It è quasi blues punk, sottolineato dall’armonica di Dennis Gruenling, presente anche nel brano d’apertura, You’re Evil.

Dangerous è in linea con il sound a cavallo tra fifties e sixties, Oh Yeah è rock blues abrasivo e in meno di due minuti mette l’ascoltatore K.O. con Stivers che duetta con la chitarra di Eve Monsees scambiando assoli da un canale all’altro dello stereo. C’è spazio anche per il blues più torrido e nella fattispecie è Lost Causes il brano che ci mostra quanto sia duttile la Beaver nell’adattarsi a tutte le sfaccettature del genere. Più risaputa la seguente She’ll Be Gone, meglio la classica Let’s Rock di Art Neville che porta verso la chiusura affidata all’autografa Mean It To Me.

KATE CAMPBELL – Damn Sure Blue

di Paolo Baiotti

12 dicembre 2018

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KATE CAMPBELL
DAMN SURE BLUE
Large River Music 2018

Ci siamo occupati di Kate nel 2016, in occasione dell’uscita di una raccolta, The K.O.A. Tapes Vol. 1 che raccoglieva brani incisi prevalentemente sul cellulare in diversi periodi, spogli e minimali. Damn Sure Blue è il suo ultimo disco inciso da Will Kimbrough, che in passato ha prodotto Rodney Crowell, Todd Snider, Kim Richey, Garrison Starr, Matthew Ryan e Josh Rouse e collaborato con quasi tutti (da Mark Knopfler a Steve Earle, da John Prine a Mavis Staples) nel suo studio di Nashville. Oltre a produrre Will ha collaborato nella scrittura e ha suonato chitarra, basso, tastiere mandolino e banjo, coadiuvato da Bryan Owings alla batteria, Chris Carmichael al violino e Phil Madeira alla fisarmonica.
Nata a New Orleans nel 1961, cresciuta nel Nord del Mississippi in un ambiente tradizionale con un padre pastore battista, Kate è vissuta in una casa piena di musica, con una madre cantante e pianista e una nonna violinista. Ha studiato piano classico e clarinetto, poi si è spostata alla chitarra, coltivando anche l’interesse per lo studio, ottenendo la laurea in storia all’università di Auburn. Dopo essersi trasferita a Nashville, ha debuttato nel ’95 con l’ispirato Songs From The Levee seguito da una corposa discografia in cui ha evidenziato qualità non comuni di scrittura in ambito folk e Americana, influenzata dalla letteratura del Sud (in particolare da Flannery O’Connor), creandosi un seguito di nicchia che non si è mai espanso a livelli più alti che avrebbe meritato di raggiungere. Probabilmente le mancano l’immagine di altre colleghe e il sostegno di una casa discografica solida, ma è un peccato. Damn Sure Blue difficilmente cambierà la situazione, pur essendo un album curato dal punto di vista degli arrangiamenti che scorre fluido, facendo risaltare capacità compositive e interpretative notevoli. Tra i brani autografi citerei la disinvolta title track e il country Long Slow Train (ispirato dal suono di Johnny Cash), entrambe composte con il cantautore Tom Kimmel, il folk acustico della dolce This, And My Heart Beside, il roots spigliato di When You Come Back Home e la notevole ballata Sally Maxcy, arrangiata con chitarra acustica e piano. Quanto alle cover spiccano una coraggiosa rilettura di Ballad Of Ira Hayes più narrata che cantata e i due brani posti in chiusura, la ballata Forty Shades Of Green di Johnny Cash con una fisarmonica struggente e il gospel-folk Peace Precious Peace di David Akerman.
Damn Sure Blue è un disco curato e profondo di un’artista da riscoprire.

JENNIFER MAIDMAN – Dreamland

di Paolo Baiotti

5 dicembre 2018

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JENNIFER MAIDMAN
DREAMLAND
jennifermaidman.com 2018

E’ difficile descrivere in poche righe le attività e partecipazioni di Jennifer Maidman, nata Ian Maidman nel ’58 a Upminster in Gran Bretagna. Cantante, polistrumentista (in primis bassista, ma anche tastierista, chitarrista e batterista), produttrice e autrice, ha collaborato con artisti di vario genere e popolarità. Negli anni ottanta ha lavorato con David Sylvian, Ian Dury, Proclaimers, Shakespears Sister, Paul Brady, Sam Brown, Gerry Rafferty, Annie Whitehead (sua compagna anche nella vita), Robert Wyatt, Murray Head e altri. Ha fatto parte della Penguin Cafè Orchestra dall’84 al 2007, partecipando anche a programmi televisivi sul gruppo, su Paul Brady e Robert Wyatt. Negli ultimi anni ha suonato regolarmente con The Orchestra Thet Fell On Earth (che comprende parecchi ex Penguin Cafè Orchestra), Murray Head, Kokomo, Terry Reid e la trombonista Annie Whitehead. Inoltre è psicologa e membro dell’Associazione Britannica di Psicoterapia; su questo argomento ha scritto articoli e ha partecipato alla stesura di importanti pubblicazioni. Insomma, un talento multiforme che finalmente è riuscita a pubblicare il suo primo disco solista, registrando tra Woodstock e il Kent, le due aree in cui risiede. Viste le ampie conoscenze non è stato difficile raggruppare il gruppo base con il quale ha inciso il disco: il batterista Jerry Marotta (Peter Gabriel, Hall & Oates, Indigo Girls), il chitarrista David Torn (David Bowie, Jeff Beck, Tori Amos, Bill Bruford, David Sylvian…) e Annie Whitehead (Elvis Costello, Dr. John, Eric Clapton) al trombone e filicorno, nonché responsabile degli arrangiamenti dei fiati. Dreamland, che è anche il nome dello studio di registrazione della Maidman a Woodstock, è un disco sui desideri e sui sogni, ispirato dalla travagliata esperienza di transgender di Jennifer; un viaggio affascinante tra jazz, rock, musica sperimentale, folk, psichedelia, brani narrati (che allentano un po’ la tensione) e world music. La prima traccia Conspiracy Of Dreamers è emblematica, contenendo elementi di funky, gospel, jazz e soul, guidati dalla voce un po’ mascolina di Jennifer e dai controcanti dei coristi, con inserimenti incisivi di fiati e chitarra. La ballata Outside esprime la solitudine vissuta dalla Maidman, mentre Red Heart ritorna al funky-soul dell’opener. La lunga This Man Is Dangerous è una traccia avvolgente ed emozionante con Sam Brown ai controcanti e un assolo esemplare di Torn, come la seguente riflessiva The Letting Go, mentre nella cover della ballata O Caroline partecipano l’autore Robert Wyatt alla tromba e Paul Brady al flauto. No Man’s Land è uno dei brani migliori, misterioso e jazzato, con un arrangiamento orchestrale e qualche tocco pinkfloydiano. Nella parte finale del disco, complessivamente un po’ troppo lungo, emergono l’eterea Land Of Dreams, il pop tipicamente british The Magic Voice tra Kinks e Beatles e lo strumentale conclusivo Crow Dance, di ispirazione irlandese.
Dreamland è un disco ambizioso, una miscela molto particolare e personale che risulta interessante e stimolante, non liquidabile in pochi ascolti.

ALLAN THOMAS – Two Sides To Every Story

di Paolo Baiotti

5 dicembre 2018

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ALLAN THOMAS
TWO SIDES TO EVERY STORY
Black Bamboo 2018

Originario di Brooklyn, ma residente da oltre trent’anni sulla costa nord di Kauai’s, l’isola geologicamente più antica dell’arcipelago delle Hawaii, Thomas ha inciso recentemente il suo sesto album solista con alcuni dei musicisti locali più talentuosi, qualche partecipazione prestigiosa (Jimmy Johnson bassista di James Taylor, James Raymond figlio di David Crosby, Russell Ferrante…) e il missaggio di Paul Northfield (Rush, Dream Theater). Allan non è un novellino: il suo primo contratto discografico risale al 1966, quando ha inciso a 17 anni due singoli in Texas. Due anni dopo si è trasferito al Greenwich Village, partecipando alla scena locale, ma dopo qualche mese si è spostato a Los Angeles. Nel ’71 è uscito il suo primo album, A Picture (Sire Records) prodotto da Richard Gottehrer, che gli ha consentito di andare in tour come supporto a Cannonball Adderley, Marc Almond, Richie Havens, Livingston Taylor e Weather Report. In seguito ha abbracciato la meditazione orientale di un maestro indiano, suonando per gruppi religiosi, ha partecipato a un disco del Cannonball Adderley Quintet, è diventato insegnante di chitarra …insomma un sacco di iniziative e attività legate alla musica, fino alla decisione di trasferirsi a Kauai dove è diventato maestro di windsurf e ha ripreso con regolarità a incidere scrivendo canzoni e arrangiamenti che mischiavano blues, rhythm and blues, jazz e influenze locali, uno stile che ha chiamato Rhythm and Beach. The Island, prodotto da Stephen Barncard e uscito nell’89, ha raccolto brani incisi nel decennio, Coconut Culture del ’97 è stato prodotto da Mile Shipley (Joni Mitchell, Tom Petty, Alison Krauss…). Allan ha fatto il DJ per anni in una stazione locale e ha costruito uno studio di registrazione utilizzato tra gli altri da Donald Fagen per il suo terzo album solista. Nel 2007 è uscito Making Up For The Lost Time, due anni dopo Brooklyn Boy In Paradise, una raccolta di inediti degli anni ottanta e novanta e nel 2011 Deep Water, quinto album in studio al quale hanno partecipato anche David Crosby e Graham Nash ai controcanti. E dopo sei anni ecco Two Sides To Every Story, un disco che mischia più che mai elementi di rock, blues, jazz e soul, a volte un po’ troppo easy, come in Dating Game, brano suadente alla Steely Dan, If Only, davvero impalpabile e Is That Asking Too Much?, soffice lounge music. In altri casi il risultato mi sembra più soddisfacente, come nell’opener 15 minutes che ondeggia tra Donald Fagen e Paul Simon, in Could’ve Been Worse e Good To Go che possono richiamare Chris Rea o i Dire Straits più leggeri o negli strumentali jazzati Aquadesiac e On Another Note. Un disco estivo, da spiaggia al tramonto, chiuso male da Geezer Talk, brano rappato che c’entra poco con il resto del materiale proposto.

PARK88 – The Fearlessness

di Paolo Baiotti

28 novembre 2018

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PARK88
THE FEARLESSNESS
Park88music 2018

Park88 è un duo formato dal pianista e cantante Rich Wyman e dalla cantautrice Lisa Needham, che ha recentemente pubblicato questo Ep, otto canzoni (di cui due in doppia versione) per 32’ di musica. A settembre il duo ha supportato i Gypsy Kings in tour, festeggiando l’esordio discografico in coppia, giunto dopo una lunga gavetta che li ha portati da New York a Park City in Utah dove si sono stabiliti e hanno ottenuto ingaggi continuativi. Dal canto suo Rich ha già alle spalle una carriera di un certo peso. Un incontro fortuito con Edward Van Halen lo ha portato a registrare a Los Angeles dove ha realizzato nel 1996 un disco solista, Fatherless Child, prodotto da Andy Johns con la partecipazione dell’amico Edward, accolto con attenzione in Europa, seguito da altri albums tra i quali Where We Stand. Popolare in Olanda, Belgio e Irlanda, ha anche pubblicato Embrace, un live cd/dvd, il suo sesto disco e nel 2009 Home-Solo Piano, un album per sola voce e pianoforte. Inoltre Rich è conosciuto come arrangiatore e autore di colonne sonore. Live From The Heart II del, 2015 è la sua fatica più recente. Alla fine i due, compagni anche nella vita, hanno deciso di incidere insieme, unendo i testi di Lisa, il pianismo brillante di Rich, la voce melodica di Lisa usata soprattutto nei cori e nelle armonie e quella solista più roca e grintosa di Rich. Suonano una roots-music cantautorale con influenze pop brillante e divertente, come nella pianistica What We Got, traccia trascinante arricchita da un sax solista che si affianca al piano con echi di Billy Joel o Elton John. La title track è un accattivante up-tempo con una melodia che resta in mente, No Matter What un’energica traccia bluesata, Soul Like A Flower un errebi con influenze latine cantato da Lisa, Good Times un brioso rhythm and blues interpretato in coppia con i fiati in ritmica e i controcanti forse un po’ scontato, ma con un break pianistico azzeccato, Slow Down una discreta ballata avvolgente. In conclusione Fearlessness è un’attraente presentazione per un duo che potrebbe interessare una fascia matura non trascurabile di appassionati.

ERIC LINDELL – Revolution In Your Heart

di Paolo Crazy Carnevale

27 novembre 2018

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ERIC LINDELL – Revolution In Your Heart (Alligator/IRD 2018)

Non fatevi fuorviare dal fatto che questo disco sia pubblicato dalla Alligator, una delle migliori etichette per quanto riguarda la promozione della musica blues, o quanto meno rock-blues: per carità una vaga matrice c’è, ma questa bella produzione del cantautore Eric Lindell sfugge alle definizioni di genere e preferisce inserirsi nella scia dei singer songwriters elettrici che mescolano sapientemente tradizione e rock.

L’autore (che in questo caso fa anche il producer e si suona quasi tutti gli strumenti), si è chiuso negli studi di Bogalusa, in Louisiana, dove da tempo si è trasferito, dopo un girovagare che dalla natia California lo ha portato a spasso per gli States: eppure qualcosa della solare terra d’origine è rimasto nella musica di questo quasi cinquantenne che nell’arco di una ventina d’anni ha disseminato ben quattordici dischi.

Questo Revolution In Your Heart, oltre ad essere un gran bel disco, segna il ritorno di Lindell in casa Alligator, dopo quasi dieci anni di pellegrinaggio su etichette minori.

Non un disco di blues si diceva, ma un disco di belle canzoni che mostrano la felice vena compositiva del titolare che si destreggia tra basso, organo, armonica e chitarre varie, soprattutto l’elettrica con cui dissemina il disco di begli interventi: se Big Horse è un rock blues a tutti gli effetti non privo di venature funk sottolineate da organo e wah wah, Heavy Heart è una brillante composizione che la solista impreziosisce non poco; Pat West mescola invece certo country rock di matrice californiana con influenze leggermente caraibiche, come usavano fare spesso i cantautori degli anni settanta. Kelly Ridge è una sorta di zydeco elettrico, ma nel testo si parla di California e con le sue composizioni in effetti, Lindell si candida decisamente a miglior erede di taluni suoi conterranei che nella storia della musica rock hanno sposato California e paludi del sud: tanto per dirne due, John Fogerty e Lowell George, ma poi, quando parte Claudette, vien da chiudere gli occhi e la chitarra e il ritmo spezzato portano alla memoria certe atmosfere della Band, la gloriosa The Band.

Non c’è che dire, Lindell ha frequentato buone scuole, a mandato a mente le lezioni ed ora, con questa sua uscita ci delizia sapientemente.

Qualche altro titolo? Appaloosa (nulla a che vedere con la label lombarda), Revolution, Shot Down o Millie Kay in cui emerge l’ispirazione country-rock.

BOB DAISLEY AND FRIENDS – Moore Blues For Gary/A Tribute To Gary Moore

di Paolo Baiotti

25 novembre 2018

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BOB DAISLEY AND FRIENDS
MOORE BLUES FOR GARY – A TRIBUTE TO GARY MOORE
EarMusic 2018

Gary Moore ci ha lasciato all’improvviso il 6 febbraio 2011. Bob Daisley, bassista, autore e produttore che ha lavorato con nomi importanti del rock (Chicken Shack, Mungo Jerry, Ozzy Osbourne, Rainbow, Black Sabbath…) è stato amico di Gary, facendo parte della sua band negli anni ottanta tra l’84 e l’88, gli ha suggerito la svolta blues e ha collaborato con lui anche in questa fase importante del suo percorso, a partire da Still Got The Blues (1990). Australiano di nascita, si è formato come musicista in Inghilterra, tornando più stabilmente in Australia nel nuovo millennio, dove ha fatto parte degli Hoochie Coochie Men, band di rock blues composta con il cantante e chitarrista Tim Gaze e il batterista Rob Grosser, nella quale ha militato anche Jon Lord dopo avere lasciato i Deep Purple. Daisley e Grosser sono la sezione ritmica principale in questo tributo e anche Gaze contribuisce attivamente. Ovviamente i “friends” sono musicisti legati a Gary o suoi ammiratori che hanno partecipato con entusiasmo al progetto, rivolto principalmente alla fase blues con qualche ripresa dal periodo precedente e con l’aggiunta di due brani di Bob, The Blues Just Got Sadder cantato da Joe Lynn Turner (Deep Purple e Rainbow) con Steve Lukather alla chitarra e This One’s For You suonato con i figli di Moore, Gus alla voce e Jack alla chitarra. Non ci sono versioni clamorose o rivoluzionarie, vengono rispettati gli originali con qualche personalizzazione, come l’armonica nell’introduzione della ballata Empty Rooms cantata da Neil Carter (tastierista di Gary negli anni ottanta) o la voce inconfondibile di Glenn Hughes che connota di soul Nothing’s The Same, brano intimo da After Hours (1992). Spiccano le versioni di Still Got The Blues For You, impreziosita dagli assoli espressivi di John Sykes (Whitesnake, Thin Lizzy) e dalla voce di Danny Bowes (Thunder), lo strumentale The Loner con la chitarra di Doug Aldrich (Whitesnake, Dio) e le tastiere di Don Airey (Rainbow, Deep Purple), la lenta e cadenzata Torn Inside da Power Of The Blues (2004) con Stan Webb (Chicken Shack) alla voce e chitarra che ricorda le atmosfere dei Fleetwood Mac di Peter Green (uno dei principali riferimenti di Moore) e la struggente Parisienne Walkways, top ten inglese nel ’78, incisa da Gary su Back On The Streets con l’amico Phil Lynott alla voce solista. In questa versione spiccano la chitarra di Steve Morse (Deep Purple, Dixie Dregs, Kansas) e la voce di Ricky Warwick che, non a caso, ha cantato nei Thin Lizzy riformati dopo la morte di Lynott. Un paio di brani convincono di meno, mi riferisco alla grintosa Power Of The Blues e alla grezza Texas Strut, in cui è doveroso segnalare la voce di Brush Shields che fece parte degli Skid Row, gruppo irlandese di fine anni sessanta in cui militarono Moore e Lynott. Moore Blues For Gary è un tributo appassionato, che ha il merito di ricordare un musicista dimenticato troppo rapidamente.

PK GREGORY – Honkabilly Blues

di Ronald Stancanelli

21 novembre 2018

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PK GREGORY
Honkabilly Blues
2017 Blue Betty Records

PK Gregory si autodefinisce One Man Band e propone un songwriting di country-blues con una grande predominanza dell’armonica a bocca oltre che ovviamente della chitarra e del footdrums, caratteristica basilare per coloro che in special modo dal vivo si presentano totalmente soli. Nato ad Anchorage in Alaska, ma residente a Stavanger in Norvegia ha uno stile non molto differente da tanti altri suoi pards che girano in versione solitaria finendo le proprie serate sui palchi di chissà quanti posti dimenticati da Dio e dagli uomini. Questo suo Honkabilly Blues è il suo terzo lavoro e nonostante sia un po’ monocorde considerando tredici brani alquanto similari accatastati uno dietro l’altro, non possiamo dire sia un brutto album, certamente quelli divertenti, solari e luminosi albergano da altre parti. Comunque il suo raccontare storie alla maniera di un novello troubadour con chitarra, armonica a bocca e battute di mano sulla chitarra stessa o battiti del piede per simulare immaginifiche percussioni se fa un po’ tenerezza da una parte, dall’altra regala uno scarno ma accettabile lavoro di musica vera, vissuta e onestamente proposta. Racconta le sue storie, i brani sono a sua firma, le sue peripezie, i suoi racconti con filosofica e pacata tranquillità in solitudine e il suo country-hillbilly-rockabilly-folk-blues alla fin fine non è certo da disprezzare. Album come si evince dalle note, suonato dal vivo in studio nella formula meritevole del “buona la prima” nel Franken-Trailer Ranch presumibilmente in Germania, dischetto ad appannaggio della Blue Betty Records. Tutta la strumentazione, ovvero chitarra , armonica e colpi di percussione vari son da lui suonati simultaneamente in questo studio ove l’unico spettatore, non si sa se pagante o meno, è suo fratello Matt che si preoccupa di fargli avere cibarie e bibite e di essere a disposizione durante questa performance spartana sia nella sua musicalità che in quello che pare sia l’unico assistente di studio. Qualche tecnico o fonico indubbiamente c’era si presuppone. Per chiudere il discorso un dischetto certamente non imprescindibile sul quale vi è la scritta Like it? Tell a Friend! Qualche dubbio ci sovviene sull’avverarsi di questa operazione orale di passa parola. Che il cielo gli sia propizio e che ai suoi concerti venda più copie possibili del suo cd, glielo auguriamo di tutto cuore.

JUDITH OWEN – Rediscovered

di Paolo Baiotti

21 novembre 2018

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JUDITH OWEN
REDISCOVERED
Twanky Records 2018

Nata a Londra, ma di origine gallese, ha esordito nel ’96 con Emotions On A Postcard per la Dog On Bed, seguito da numerosi album per questa label e per la Courgette, prima di creare la Twanky Records che ha pubblicato Ebb & Flow (2014) e Somebody’s Child (2016), considerato da molti il suo album più riuscito, seguiti da Rediscovered, primo disco di covers della cantautrice. Ha supportato in tour Richard Thompson, partecipando ad alcuni dischi del chitarrista britannico ed è riuscita a creare un discreto interesse per la sua musica anche in Europa, aiutata dalla presenza di musicisti prestigiosi come Leland Sklar (basso), Russell Kunkel (batteria) e Waddy Watchel (chitarra), session men di lusso facenti parte di The Section, house-band della Asylum, collaboratori di Carole King, James Taylor, Jackson Browne e tanti altri. Rediscovered riunisce dodici tracce scelte insieme al marito, l’attore Harry Shearer, interpretate in modo personale, cercando di non imitare le versioni originali come precisa Judith nelle note di copertina (I don’t do karaoke…). Alcune scelte sono prevedibili, come i due brani di Joni Mitchell, da sempre citata come principale ispirazione della cantante, la jazzata Ladies Man arrangiata con piano e percussioni e la sofisticata e sofferta ballata Cherokee Louise con piano e violoncello in evidenza, o Blackbird dei Beatles, altre meno come il pop di Shape On You di Ed Sheerar reso con tonalità jazzate e l’avvolgente Can’t Stop The Feeling di Justin Timberlake. Sorprendono una Smoke On The Water (già incisa alcuni anni fa) stravolta da una ritmica latina, una Summer Night irriconoscibile, tratta dalla colonna sonora di Grease, la drammatica Black Hole Sun di Chris Cornell trasformata in modo jazzato e apparentemente solare e due classici della discomusic degli anni settanta, Play That Funky Music dei Wild Cherry parzialmente spogliato della ritmica funky e rallentato ad arte e Hot Stuff di Donna Summer con violoncello e controcanti sensuali. Un disco piacevole e originale anche se, pur apprezzando l’intenzione di personalizzare i brani, gli arrangiamenti non convincono del tutto nonostante la partecipazione di musicisti stellari, lasciando l’impressione di un’eccessiva uniformità data anche dal modo di cantare di Judith, confidenziale, intimo e raffinato, ma un po’ monocorde.

BAP & BRENDA KENNEDY – Love Hurts EP

di Paolo Baiotti

7 novembre 2018

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BAP & BRENDA KENNEDY
LOVE HURTS EP
LONELY STREET 2018

Il 1° novembre del 2016 ci ha lasciato a causa di un tumore Martin Christopher (per tutti Bap) Kennedy, sensibile cantautore nord irlandese. A due anni dal triste evento la moglie Brenda, bassista della sua band, ha pubblicato un Ep il cui ricavato verrà devoluto al Marie Curie Hospital di Belfast, dove Bap è stato assistito negli ultimi mesi di vita. Negli archivi del musicista è stata trovata una deliziosa versione di Love Hurts, il famoso brano di Boudleaux Bryant interpretato nel ’60 dagli Everly Brothers e in seguito, tra gli altri, da Nazareth, Jim Capaldi e Emmylou Harris. Questa esecuzione allegra e ritmata, ricorda un po’ l’approccio dei Traveling Wiburys, percorsa dalle tastiere di Rod McVey. La seconda traccia è una take acustica di Moonlight Kiss (solo voce, chitarra e basso), il brano più famoso di Bap dall’album Lonely Street, incluso nella colonna sonora della commedia Serendipity (Quando l’Amore è Magia) con John Cusack e Kate Beckinsale. Seguono l’ultima intervista di Bap, un tributo della moglie Brenda trasmesso da Radio Ulster nel novembre 2016 e una toccante versione radiofonica di Be True To Your Heart di Brenda (voce) e Rod McVey (piano). Un atto d’amore più che un disco da valutare. Reperibile sul sito www.bapkennedy.com

MARCUS KING BAND – Carolina Confessions

di Paolo Baiotti

24 ottobre 2018

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MARCUS KING BAND
CAROLINA CONFESSIONS
Fantasy 2018

Appena ventiduenne, Marcus King ha già raggiunto obiettivi importanti. Nato a Greenville in South Carolina, figlio del bluesmen Marvin King, insicuro e solitario in ambito scolastico, ha trovato presto la sua strada in campo musicale, esordendo nel 2015 con Soul Insight per la Evil Teen di Warren Haynes, che lo ha aiutato producendo l’anno dopo il secondo album per la Fantasy, The Marcus King Band. Per il terzo disco, quello della definitiva consacrazione, Marcus è stato prodotto da Dave Cobb, che in questi anni si è distinto per avere seguito i migliori talenti del genere Americana (Sturgill Simpson, Chris Stapleton, Jamey Johnson, Jason Isbell…), registrando a Nashville negli storici Rca Studios. Una scelta intelligente, in quanto Cobb ha sicuramente dato il suo contributo a gestire al meglio l’esuberanza e l’entusiasmo di una band formata da sei musicisti giovani, talentuosi e affamati. Perché una delle caratteristiche di King è quella di guidare un vero gruppo affiatato, lasciando spazio agli altri musicisti, dalla sezione ritmica (l’ottimo Jack Ryan alla batteria e Stephen Campbell al basso) alla sezione fiati (Justin Johnson alla tromba e Dean Mitchell al sax e flauto), passando per le tastiere di DeShawn Alexander. Se dal vivo, come testimoniato dal recente concerto milanese, talvolta gli strumenti si sovrappongono creando un po’ di confusione, in studio Cobb ha guidato con mano sicura i ragazzi, ottenendo un risultato egregio. Tuttavia il merito maggiore va dato alla qualità superiore di Marcus, chitarrista che prosegue degnamente la tradizione dei grandi solisti del sud di scuola allmaniana, nel solco di Duane Allman, Dickey Betts, Warren Haynes e Derek Trucks, cantante dotato di una roca voce soul espressiva e personale di rara efficacia e compositore sorprendentemente maturo per la sua età, anche nella scrittura dei testi.
Alternando tempi medi come la melodica Homesick, gli errebi Where I’m Headed illuminato da un assolo di slide, 8 A.M. nel quale la voce di Kristen Rogers inserisce tonalità gospel e la notevole Autums Rains, che ricorda la Marshall Tucker Band nel suo sviluppo con un assolo alla Dickey Betts, alla ritmata e vigorosa Welcome ‘Round Here, traccia aspra con un distorto assolo psichedelico e alla briosa How Long, il gruppo costruisce un disco frizzante e convincente che cresce ulteriormente di livello con le ballate. In questo ambito Marcus è già un maestro, basta ascoltare il sontuoso soul sudista Confessions che apre il disco, l’acustica Remember, l’accorata Side Door che ci riporta al periodo migliore del southern rock e la conclusiva Goodbye Carolina, drammatico ricordo di un amico suicida, interpretato con sfumature intime che ricordano Jason Isbell e sostenuto da una slide struggente, con un finale strumentale jazzato.
Incrociando soul, rhythm and blues, influenze jazz e rock di matrice southern, la Marcus King Band ha pubblicato uno dei dischi più significativi di quest’anno in un settore bisognoso di rinnovamento.

ISMAEL – Quattro

di Paolo Baiotti

21 settembre 2018

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ISMAEL
QUATTRO
Macramè Dischi 2018

Sandro Campani, artista multiforme dell’area appenninica tosco-emiliana, ha già al suo attivo quattro libri tra il quali il più recente è Il Giro Del Miele (Einaudi 2017). Alla passione per la scrittura affianca quella per la musica, non solo come autore dei testi, ma anche come cantante e chitarrista degli Ismael, quintetto di indie-rock nato intorno al 2006 dalle ceneri dei Sycamore Trees, che tra il 1997 e il 2002 avevano pubblicato tre cd autoprodotti, in quanto nella ultima formazione della band militavano come chitarristi Campani e Giulia Manenti. Gli Ismael aggiungono Barbara Morini al basso, e Claudio Congliocchiali ai campionamenti, affiancando new wave elettronica e riff bluesati. Il primo cd esce nel 2008, ma la formazione si assesta in seguito con l’inserimento di Piwy Del Villano al sax e clarinetto e del cugino Luigi Del Villano alla batteria, con Andrea Fontanesi come sesto uomo alle tastiere e al missaggio. Dopo Due (2010) e Tre (2014) eccoci arrivati a Quattro, inciso nel reggiano con il fido Fontanesi. Un disco aspro, amaro, a tratti cupo, con dei testi che, come anticipato da Campani, cercano di raccontare lo sradicamento dal territorio, la scomparsa di un’Emilia da cartolina, una terra in cui la gente vive o meglio sopravvive dimenticandosi delle proprie radici, come se fosse morta dentro.

L’intenso rock ammorbidito dal sax di E Dove Andrai, Luchino? cantato con inflessioni che possono richiamare i cantautori degli anni settanta (De Gregori e De André) apre il dischetto, seguito da Canzone del Melo, mid-tempo cadenzato con un testo dolente sullo stato di un vecchio che gradatamente dimentica cose e persone. Tra i dodici brani emergono il rock robusto de Il Nocciolo della Questione che affianca un testo acre sulla morte e sul disfacimento del corpo (non necessariamente di un morto), il ritmo lento di Quante Case Spente sullo spopolamento, la dura e inquietante Canzone della Vedova, la morbida Canzone dello Specchio, amara fotografia di un’etica del lavoro che ha perso ogni valore e Canzone dei Salici, introdotta da un’armonica incisiva.

Nel finale del disco il punk rabbioso di La Gente Che Vive e la vigorosa Barbaj confermano la vitalità della band, che si può vedere come un rifugio e una reazione alla drammaticità della situazione raccontata dai testi.

WHITERWARD – The Anchor

di Paolo Crazy Carnevale

17 settembre 2018

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WHITERWARD – The Anchor (Whiterward/Hemifran 2017)

Questa formazione, facente capo a due cantautori – la bionda Ashley E. Norton e il nero Edward Williams – è sulla breccia da qualche anno, in maniera assolutamente indipendente, muovendosi nell’ambito di quell’indefinibile groviglio musicale che è il genere Americana. Negli ultimi tempi il gruppo si è consolidato in un quartetto dalle incredibili capacità e sonorità che oltre ai due cantanti e autori include il bassista (acustico ed elettrico) Patrick Hershey e la polistrumentista Stephanie Groot (viola, violino, mandolino, xilofono): proprio questa formazione ha realizzato The Anchor, il proprio sforzo più recente, uscito lo scorso anno e ancora in promozione, tanto che sono in previsione anche dei concerti europei per il 2019, e chissà che qualcuno accorgendosi di loro non provi a portarli anche in Italia. La musica dei Whiterward – mi piace pensare che sia una sorta di folk-rock da camera – sfugge abbastanza alle definizioni: ci sono influenze che li collocano in molti filoni, ma sostanzialmente il bello di quanto possiamo ascoltare in questo disco è proprio l’essere originale e, al di là delle similitudini e dei rimandi, di suonare molto personale. Le voci dei due sono molto caratteristiche e il mélange che si crea è come se le Indigo Girls incontrassero Steve Wynn, magari qualche brano ricorda anche da vicino le Indigo Girls, complice l’uso degli archi, ma l’approccio è meno folkie. Anzi, nei primi brani si fatica a comprendere dove il disco voglia andare a parare, per via dell’uso di un po’ di elettronica ed effettistica applicata alla chitarra elettrica ma è subito evidente quanto contino l’affiatamento degli archi e le voci diversissime delle varie chitarre elettriche. L’iniziale title track è già una buona composizione, anche se la successiva Free non quadra troppo. Il disco si riprende subito con Deaf, Dumb And Blind che rimette le cose a posto. Dopo Burn The Roses, la breve Interlude prepara il terreno per una lunga sequenza di brani da ricordare: Are You There? funziona egregiamente, con dei bei cori e suoni che calzano come un guanto, il mandolino che si inserisce alla perfezione e il leggero tocco del batterista Tony King, presente in parecchi brani; non da meno è Haunted By Me (dove il paragone con il duo di Amy ray e Emily Saliers è più evidente) costruita molto bene e a sua volta da annoverare tra i migliori momenti del disco. Parallel Universe, con un bel solo di chitarra elettrica e con la partecipazione del rapper Jhan Doe osa verso territori più pop, sempre profondamente legati al sound del quartetto. In Nepew la Norton sfoggia un cantato che ricorda certa enfasi di Freddy Mercury, ma state tranquilli, il suono è sempre quello dei Whiterward. Sempre lei dà la voce a Teeth, bella ballata blues con tastiere e solo di chitarra acido. Poi il microfono passa a Williams che tira fuori una voce per Isadora composizione acustica con la Groot allo xilofono. Acustica è anche la seguente The Night I Fell For You, chitarra arpeggiata e la voce di Ashley, eseguita quasi in punta di piedi, il contrabbasso che dialoga col violino ed un coro in crescendo che inspessisce il risultato. Un brano da applausi. Il finale è affidato alla pianistica e riuscita Wasteland, sempre scritta da Ashley, con tanto di effetto LP che salta nel finale e con la puntina che gratta a vuoto il vinile sulla brusca interruzione. Un nome, quello dei Whiterward, da segnarsi in agenda.

ESTERINA – Canzoni Per Esseri Umani

di Paolo Baiotti

17 settembre 2018

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ESTERINA
CANZONI PER ESSERI UMANI
Pippola Music 2018

Gruppo indie toscano originario di Massarosa, gli Esterina sono attivi dal 2008 cercando di coniugare nella loro produzione influenze cantautorali, una musicalità post-rock e testi piuttosto particolari. Le loro scelte sono poco ortodosse, tanto che nelle note bibliografiche della casa discografica vengono presentati come “un emblema di biodiversità musicale e di divergenza parallela con la scena indie contemporanea”. Una definizione che può sembrare poco comprensibile, ma che rende l’idea della loro originalità e specificità.
Canzoni Per Esseri Umani è il quarto album in studio, dopo l’esordio Diferoedibotte prodotto da Guido Elmi (Vasco Rossi), il secondo Come Satura e il terzo Dio Ti Salvi, prodotto da Ale Sportelli (Raw Power, Prozac). Nel 2016 hanno vinto il Premio Ciampi per la miglior cover (Fino all’Ultimo Minuto), poi si sono dedicati alla preparazione di questo disco, registrato e prodotto con Marco Lega (CCCP, Marlene Kuntz), ad eccezione del primo singolo Santo Amore Degli Abissi, mixato da Gareth Jones, un’autorità in ambito post-rock (Depeche Mode, Erasure, Interpol, Erasure…). Proprio questo brano, introdotto da un synth analogico, è un elettro-pop influenzato dai Depeche Mode avvolgente e drammatico, accompagnato da un video nel quale due appassionati di skateboard si lanciano in spericolate evoluzioni in mezzo alle colline emiliane. Gli Esterina prediligono i brani d’atmosfera come l’iniziale Chiamarsi, Meraviglia Normale percorsa da squarci di chitarra elettrica, le ballate Te E Io in cui la voce richiama le tonalità di Vasco Rossi (la voce, non la musica) e Più di Me, forse il brano più ortodosso della raccolta. Nell’obliqua e disturbante Si Che Lo Merita in cui si incrociano chitarre ed elettronica, dinamiche particolari e cambi di ritmo e in Cometa, impregnata di suoni elettronici, si rivelano i tratti più sperimentali del gruppo che chiude l’album con la lunga Esterno Notte, traccia lenta e cadenzata che si apre in un finale strumentale in crescendo di indubbia efficacia. Un quintetto intrigante da seguire con attenzione.

MIKE SPINE – Forage & Glean Volumes I & II

di Paolo Baiotti

7 settembre 2018

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MIKE SPINE
FORAGE & GLEAN VOLUMES I & II
Global Seepej 2018

Musicista di Seattle attivo dagli anni novanta, dopo l’esperienza con la band The Help sfociata in un album nel ‘96 ha esordito da solista nel 2000, fondando successivamente la band At The Spine che ha inciso tra il 2003 e il 2012 cinque dischi in studio in equilibrio tra punk e rock con influenze grunge. D’altra parte ha coltivato anche la sua passione per il folk e il rock melodico con la band The Beautiful Sunsets che ha inciso Coalminers & Moonshiners nel 2012 e da solista con il recente Don’t Let It Bring You Down. Questi due aspetti della sua esperienza musicale sono equamente rappresentati in Forage & Glean, raccolta antologica di 32 tracce equamente divise tra folk rock (il primo volume) e punk rock (il secondo volume), con alcuni brani presenti in entrambe le vesti. Figlio di una insegnante e di un pilota di elicotteri impegnato per molti anni in Vietnam in missioni segrete, Mike è anche un attivista politico impegnato soprattutto nella difesa dell’ambiente. Ha lavorato come insegnante in aree socialmente problematiche a South Bronx, South London, Seattle, Portland e San Diego fino al 2011, quando ha smesso di insegnare dedicandosi a tempo pieno all’attivismo e alla musica. I testi riflettono il fervore e la passione che hanno contraddistinto la sua vita impegnata nel sociale. Musicalmente Spine riconosce influenze diverse, rappresentate dalle scelte di Forage & Glean: da una parte il punk di The Clash, Fugazi e Offspring e il grunge di Nirvana e Soundgarden, dall’altra la scrittura di Neil Young, Bob Dylan e Hank Williams. Il disco più rappresentato sul primo volume è Coalminers & Moonshiners con nove brani tra i quali l’accattivante Delirious che apre il dischetto, la melodica Sand In Your Teeth con un testo sullo sfruttamento del lavoro, The French Girl cantata in falsetto e Crumble, ballata che ricorda i Coldplay (la voce di Mike può essere accostata a quella di Chris Martin nei brani melodici). Dall’album solista spiccano la spagnoleggiante La Frontera e il folk-pop di Sinaloa, mentre l’eterea Nora e l’epica Spanish Anarchy sono tratte da Vita di At The Spines. Il secondo volume attinge prevalentemente da due dischi di At The Spines, Sonic Resistance del 2006 e l’omonimo del 2012. Le chitarre e la ritmica si induriscono, il ritmo accelera, la voce cambia assumendo tonalità rabbiose e intransigenti. La robusta Second Hand con un testo sul problema del riscaldamento globale, la cupa e tesa Transylvania, il rock duro di Power Broker che affronta il tema della corruzione, l’intensa Meteorite, la versione rock di La Frontera, la sognante The Ointment che accelera a metà strada nella sezione strumentale e l’aspra Battle In Seattle dimostrano le capacità di Spine in ambito punk-rock. E’ difficile scegliere tra i due dischi; probabilmente la dote migliore del musicista è quella di riuscire ad affiancare genere diversi riuscendo ad essere sempre credibile e sincero…un merito non da poco

MARK HUFF – Stars For Eyes

di Paolo Baiotti

7 settembre 2018

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MARK HUFF
STARS FOR EYES
Exodus Empire 2018

Nato a Las Vegas Mark Huff, dopo avere esordito con la garage-punk band Smart Bomb, ha pubblicato il primo album da solista Happy Judgement Day nell’89, seguito da una serie di dischi tra i quali Skeleton Faith nel ’99, premiato in un sondaggio locale. In questo periodo ha aperto per Willie Nelson, Chris Isaak e Bob Dylan, dando l’impressione di essere pronto al salto di categoria. Nel 2003 si è trasferito a Nashville: è stato accolto con attenzione dalla comunità locale e invitato in breve tempo da Alison Moorer ad aprire il suo tour. Gravity del 2005 e Feels Like California uscito cinque anni dopo sono stati apprezzati, ma il suo nome non è uscito al di fuori di una ristretta cerchia di appassionati. Con l’Ep Down River e con Stars For Eyes l’artista cerca di fare il grande salto, aiutato dalla produzione dell’esperto Chad Brown (Ryan Adams, Mike Farris, Tom Russell, Faith Hill…) e da un gruppo di musicisti tra i quali spiccano Doug Lancio alla chitarra (John Hiatt), Russ Pahl alla pedal steel (Pretenders, John Hiatt, Dan Auerbach) e Mike Vargo al basso (Alison Moorer), oltre a un quintetto di coriste guidato da Julie Christensen (Leonard Cohen).

Stars For Eyes è un disco contraddittorio ed eccentrico, affiancando melodie tradizionali a squarci di sperimentalismo e modernità negli arrangiamenti, una voce affascinante e a tratti soave a testi foschi e oscuri basati su storie vere. Pur essendo considerato un cantautore country-roots Mark è atipico e obliquo, per questo meritevole di attenzione. Tra i brani spiccano Stars For Eyes, una ballata caratterizzata da una chitarra sognante, voce e cori avvolgenti e un tocco di psichedelia che può persino ricordare i Pink Floyd, il ringraziamento a Nashville di Big City Down, mid-tempo melodico country-pop con pedal steel e piano in evidenza, l’intima Heart Beating With You percorsa da suoni più sperimentali e la minimalista I Know You Don’t Want My Love, ballata soffusa tra country e tocchi di ambient alla Lanois. Meno convincenti il rock di Albatross e God In Geography che mischia un organo new wave con un riff robusto. L’unica cover è una jazzata Almost Like The Blues di Leonard Cohen che, pur non sfigurando, sembra in disarmonia con l’atmosfera del disco, ma si giustifica per l’affetto di Mark nei confronti del grande artista canadese, che gli ha dato preziosi consigli alcuni anni fa e per la presenza ai cori di Julie Christensen.

CALLE KARLSSON – Monterey Shoreline

di Paolo Baiotti

7 settembre 2018

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CALLE KARLSSON
MONTEREY SHORELINE
Paraply Records 2018

Cresciuto a Traslovslage, sulla costa occidentale della Svezia, in una famiglia amante della musica (il padre, pescatore da generazioni, suonava la fisarmonica, la madre il piano), Calle ha iniziato a cantare nel coro della chiesa. Più tardi, all’epoca delle scuole superiori, ha imparato a suonare la chitarra. Per molti anni ha lavorato in un negozio di fotografia a Varberg, alternando questa attività con l’interesse per auto, moto e musica. Nell’85 ha inciso un album con la band Blue Light ma, non essendo riuscito a sfondare, si è dedicato all’attività solista, diventando un intrattenitore di successo in vari ambiti (dai matrimoni alle feste aziendali), incidendo sei dischi, sia in svedese che in inglese. Nel 2013 ha anche pubblicato un disco nel dialetto della sua regione.

Monterey Shoreline è un Ep in inglese pubblicato da poco, che segue un altro Ep di due brani in svedese, tra Americana e suono della West Coast, permeato di venature country. Cinque brani melodici e agili, nei quali si apprezza particolarmente il contributo strumentale di Olle Bergel (fisarmonica e tastiere), Berra Karlsson (pedal steel) e Goran Sjowall (flauto), ad eccezione dell’ultimo brano composto e cantato con l’artista folk Annika Fehling, della quale ci siamo occupati recentemente. Monterey Shoreline è un dischetto rilassante e disinvolto, adeguato sia nel cantato che negli arrangiamenti, non molto originale dal punto di vista compositivo. La ritmata Monterey è un’apertura soddisfacente, con un impasto di flauto e chitarra nella sezione strumentale e un’interpretazione vocale melodica, appena sporcata, seguita da Shoreline, un’immersione nella west coast, con una fluida pedal steel e un organo brillante. Il tempo medio di Carry On incrocia influenze country e easy, mentre il motivo lento e avvolgente di The Sun Song rallenta al momento giusto il ritmo che accelera nella conclusiva Seize The Day, un po’ troppo easy nella costruzione e negli arrangiamenti. Venti minuti che scorrono velocemente, senza scossoni, lasciando un’impressione complessivamente positiva.

AA.VV. – Yayla, musiche ospitali

di Paolo Crazy Carnevale

2 settembre 2018

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Various Artists – Yayla, musiche ospitali (Appaloosa 2018)

Un progetto nobile, intelligente, variopinto questo CD realizzato dall’Appaloosa su input del Centro Astalli, una struttura che si occupa di accoglienza per i migranti.

E difatti, il titolo è già molto esplicativo riguardo ai contenuti sonori e lirici qui contenuti: si tratta di una parola turca che significa “transumanza”. E di transumanza, in tutte le sue varietà si parla e soprattutto si canta nelle trenta tracce spalmate sui due CD contenuti nella confezione, riunendo sotto un unico tetto artisti italiani, artisti dei paesi da cui il flusso migratorio verso il mediterraneo arriva, e, perché no musiche e artisti più vicini al catalogo Appaloosa tradizionale.

Il risultato è decisamente interessante, nonostante la presenza di più brani parlati (sono ospiti del progetto attori e poeti, su tutti l’immenso Erri De Luca, ma anche Donatella Finocchiaro, Valerio Mastandrea) che richiedono un ascolto diverso da quelli musicali.

Tra canzoni nuove, canzoni meno recenti date in dono al progetto da artisti di rilievo, atmosfere tradizionali tipiche di tutta l’area di quel “mare nostrum” dei latini che a ben vedere è nostrum nel senso di tutti coloro che vi si affacciano.

Antonella Ruggiero regala quindi al progetto un differente mix di Nuova terra, una sua canzone di diversi anni fa ma che pare scritta alla bisogna, e così fanno i Gang, che rispolverano dal loro ultimo disco di brani originali quella Marenostro che (pur ricordando nella musica altre cose della band marchigiana) sembra davvero ispirata per finire in un progetto come Yayla. Suggestivo il brano proposto da Michele Gazich in compagnia di Isaac De Martin e Alaa Arshed e intitolato Itaca o Milano, e che dire della rilettura che il Coro popolare della Maddalena fa di Sinan Capudàn Pascià e de Il pescatore, cucendo insieme le due composizioni deandreiane. Sempre sul primo disco vale senz’altro la pena segnalare la Taranta migrante dei Traindeville, grande esempio di folk di protesta contemporaneo dall’effetto magistrale, e la conclusiva La memoria dell’acqua di Erica Boschiero.

Il secondo disco, per tutta la prima parte si gioca su grandi voci femminili, con suggestioni orientaleggianti, sonorità balcaniche: sembrano particolarmente azzeccate Matri l’emigranti di Matilde Politi, che punta l’indice sul fatto che una volta i migranti eravamo noi, e la bella composizione di Andrea Parodi (mente occulta dietro alla scelta di parte del materiale) Rosamarina. E subito dopo uno dei brani simbolo – almeno nella tradizione nordamericana – sul tema della migrazione, quella Deportee composta da Woody Guthrie, dedicata ad una strage di migranti di molti decenni fa: qui la interpretano Sarah Jane Ceccarelli e Paul-Jones Kokou trasportandone la melodia tra Bretagna e Irlanda, con oculatezza. Bocephus King (con Saba Angiana e Flophouse Jr.) mette sul piatto un brano scritto appositamente per il disco, By Foot, By Boat, By Train, facendosi sedurre dalle sonorità mediterranee e fondendole con suoni più moderni, e il risultato è molto interessante.
Thom Chacon, una delle rivelazioni di maggior rilievo in casa Appaloosa, riprende dal suo recente disco I’m An Immigrant, una canzone davvero grande, che viene reincisa per l’occasione, con Rado Lorkovic, Paolo Ercoli e con Violante Placido a duettare col titolare. Gli applausi sono scontati.

Neri Marcorè e Giua cantano invece Perché ci hai messo tanto, di nuovo un brano di Andrea Parodi, riuscito e molto De André oriented, che la voce di Marcorè caratterizza particolarmente bene. Dal catalogo Appaloosa arriva poi James Maddock con The Mathematician, una delle migliori canzoni del suo recentissimo album, qui però reincisa con Tatè N’Songan. Meno interessante il contributo di Ben Glover, mentre a chiudere il progetto troviamo un’ottima Jamma scritta e interpretata da Marius Seck e Guido Tronconi e una rivoluzionaria rivisitazione dell’Isola che non c’è in cui Jono Manson riprende il brano traducendolo in inglese, rivestendolo di suoni e suggestioni insospettabili, coinvolgendo Saif Samejo e, udite udite, lo stesso Bennato. Manco a dirlo, gli applausi sono di rigore anche qui!

MARCIA BALL – Shine Bright

di Paolo Crazy Carnevale

2 settembre 2018

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Marcia Ball – Shine Bright (Alligator 2018)

Alla vigilia dei settant’anni la pianista e cantante Marcia Ball pubblica un nuovo frizzante disco per la Alligator, l’etichetta che si occupa della sua discografia dall’alba del nuovo millennio in qua.

La Ball, texana di nascita ma di fatto cresciuta musicalmente a Vinton, Louisiana, è sulla breccia da parecchio tempo, il suo esordio discografico viene fatto addirittura risalire al 1972, e le assi dei palcoscenici le calcava anche da prima. La sua carriera ha però cominciato a decollare negli anni ottanta quando si è accasata presso la Rounder, etichetta che l’ha pubblicata dal 1984 fino al passaggio su Alligator.

Con questo disco, la Ball offre una nuova raccolta di composizioni per lo più autografe che riflettono alla perfezione il suo stile pianistico devoto alle tradizioni di New Orleans corredato con l’uso di una sezione d’ottoni usata in stile big band, pur contando solo sei elementi, cui si aggiunge il sax del produttore Steve Berlin (Blasters, Los Lobos, occorre dirlo?).

Naturalmente Berlin si limita a fare un bel lavoro di produzione, senza portare altre influenze alle coordinate della musica di Marcia e guardandosi bene dal modificarle.

Il risultato è un disco facile, da ascolto disimpegnato, di sicura presa tra coloro che amano le atmosfere di New Orleans meno pretenziose, abbastanza orecchiabili, ben suonate, ben cantate.

Non troverete in Shine Bright il blues lancinante e torrido di altre zone degli Stati Uniti, non vi troverete né polvere né sudore. Giusto una buona dose di musica da mardi gras di ottima fattura.

Alle classiche atmosfere evocate dalla title track e da I Got To Find Someone, fanno da contraltare la lenta e avvolgente What Would I Do Without You presa in prestito da Ray Charles, la rumba/honkytonk intitolata When The Mardi Gras Is Over, l’ispirato gospel World Full Of Love e soprattutto Life Of The Party, riuscita commistione tra trombe messicane e musica caraibica, molto in odore di Buster Poindexter o, se preferite, dei Mavericks prima maniera.

Un disco non indispensabile, ma godibile.