Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

Rock & Pop, le recensioni di LFTS 2

di Roberto Anghinoni

29 dicembre 2009

Nuovo appuntamento con le recensioni di dischi più o meno nuovi arrivate in redazione e curate da Sonia Cheyenne Villa, Ronald Stancanelli e Paolo Crazy Carnevale. A tutti buona lettura, ma soprattutto tantissimi auguri per il prossimo anno da parte di tutti noi. E che il vinile invada i vostri scaffali e vi rimanga per sempre!

 

 

 CHEAP WINE
Spiritscheapwine
2009 Venus CD

I Cheap Wine sono un gruppo di Pesaro che ha deciso di acquisire un sound americano, una scelta probabilmente costata molto cara per potere andare avanti. È sicuramente più facile cantare in italiano e fare musica più commerciale, piuttosto che continuare su questa linea, forse solo per pochi, ma sicuramente affezionati fan a cui, a ogni album, se ne aggiungono di nuovi. Il primo lavoro è un mini di cinque tracce uscito nel 1997. La loro carriera inizia però dal loro secondo lavoro A Better Place del 1998. Il disco ricorda le atmosfere dei Green On Red (da una loro canzone prendono infatti il loro nome) e la voce di Marco sembra quella di Steve Wynn dei Dream Syndicate. Segue nel 2000 Ruby Shade, e da quest’album iniziano a inserire nel booklet interno i testi con la traduzione in italiano. Nel 2002 esce Crime Stories con copertina e artwork del batterista Francesco “Zano” Zanotti il quale, avendo scelto altre strade, non fa più parte della band ed è stato sostituito nell’ultimo album da Alan Giannini. Nel 2004 tocca a Moving che è, a mio parere, uno dei lavori migliori della band. Dal primo pezzo all’ultimo non ha un attimo di cedimento, la chitarra di Michele, soprattutto nel brano che chiude l’album, è a dir poco struggente. Si arriva poi a Freak Show del 2007, e finalmente giungiamo al superbo lavoro del 2009, Spirits, che è stato pubblicato verso la fine di settembre in confezione digipack e che, ovviamente, ho comprato il giorno stesso in cui è uscito. Appena preso il disco in mano, mi sono soffermata a osservarlo e ho subito notato sulla copertina la moltitudine di bottiglie impolverate le quali mi hanno fatto supporre che si trattasse di qualcosa di diverso, di più profondo. Apro la custodia, metto il CD nel lettore e iniziano a fuoriuscire dalle casse i primi accordi di Just Like Animals e successivamente gli ultimi di Pancho & Lefty. Sono sembrati una manciata di secondi, da tanto sono piacevoli e orecchiabili, invece degli effettivi quarantanove minuti e rotti per undici tracce! Il commento comune di tutti quelli a cui mi sono rivolta è stato: “un album che non ha niente da invidiare ai dischi dei più stimati artisti, forse meno rock, ma più intimista e maturo degli ultimi lavori, un vera svolta, uno tra i migliori album del 2009!”. La sera stessa decido di riascoltarlo, ma questa volta per approfondire con i testi in mano. Man In The Long Black Coat di Bob Dylan e Pancho & Lefty di Townes Van Zandt sono le due cover dell’album e sono eseguite divinamente, in particolar modo la prima. Infatti, sostengo che siano davvero in pochi quelli che sono riusciti a interpretarla con tale trasporto e sentimento. Poi c’è Alice, bellissimo pezzo strumentale e Dried Leaves a parer mio uno dei brani più belli dell’album. Per quanto mi sia subito piaciuto, penso non si possa completamente comprendere fino a quando non si ha davvero bisogno di riorganizzare la propria mente e se si mette, come ho fatto io, come colonna sonora ai propri pensieri, il melodico suono coinvolgerà mente e spirito, entrambi questa volta. Lo si assimila in tutti i suoi aspetti più nascosti e da quell’ascolto sembrerà quasi un altro disco. Penso che per cogliere la vera essenza di questo album si debba essere soli, seduti con un buon bicchiere di vino, quando si ha bisogno di riflettere. Con questo disco credo si siano davvero superati, il genere è chiaramente sempre il loro, ma il livello che hanno raggiunto non può certo lasciare indifferenti. Sinceri complimenti a questo gruppo italiano/ americano che riesce a coinvolgere con sempre più passione il proprio pubblico.

Sonia Cheyenne Villa

 

 FELICE BROTHERS
Yonder Is The Clockyonder
2009 Team Love Records CD

Tra le note liete di questo fine anno, sicuramente un posto d’onore lo hanno occupato i Low Anthem ma, vorrei aggiungere un altro gruppo recentemente scoperto, anche se hanno già pubblicato vari CD. Il crinale è quello dei Low Anthem anche se i Fratelli Felici sono ancora qualche curva indietro. La prima cosa che salta agli occhi, curiosando nel libretto, è che appunto i primi tre musicisti del gruppo si chiamino appunto Felice essendo senza ombra di dubbio fratelli ma è col quarto che ci viene da sorridere essendo il suo nome di battesimo Christmas. Di conseguenza Felice Natale a tutti e andiamo ad ascoltare e riascoltare il CD. La cover è molto spartana, su carta riciclata, e ricorda tantissimo, ancora direte voi, quella dei Low Anthem. La strumentazione adottata dal gruppo non è citata nella copertina del disco, comunque si tratta di strumenti acustici con fisarmonica e piano a tessere. Tutti i pezzi sono accreditati a i fratelli Felice escluso un traditional che da loro stessi è comunque arrangiato. Le canzoni sono molto minimali, troviamo anche qualche strumentale, e si trascinano con scarno abbellimento musicale che ha dalla sua un certo fascino, sicuramente non hanno la potenzialità intellettuale di un gruppo come i Cowboy Junkies o la grinta dei Low Anthem, ma in questa loro strada del dolore percorsa con affanno ma ricercatezza gettano le basi per catturare con immediatezza un loro pubblico. Sailor Song sussurrata come un lamento d’oltreoceano o del mondo perduto si lascia traversare da una incipiente fisarmonica e quando la voce si fa giungere all’ascoltatore par un Tom Waits entrato nell’ade che manda un canto, un messaggio dal mondo dei defunti. Strascicatamente vetrosa una voce ci narra di Katie Dear in modo così realista che par di vederla di fronte a noi con la sua mappa stradale persa nel diluvio della sue esistenza, mentre giunge a noi che pendiamo da questo racconto che ci porta al successivo, quello del pollo che corre ma che deve correre di più, con l’inasprimento dei toni che non sono quelli dei Pogues ma la direzione sicuramente si. Introdotta da un cappello strumentale Run Chicken Run sveglia l’incauto ascoltatore che magari s’era perso tra i meandri anestetici di questo inizio dei Fratelli Felice che sin’ora di felice ben poco aveva. Meno male che è arrivato il chicken che ci sveglia tutti, attenti o distratti che fossimo. Sicuramente si può dire tanto di questo disco, con idee indubbiamente contrastanti, ma non che non sia un lavoro fascinoso e che ogni ascolto lo renda più palesemente vicino a noi. All When We Were Young nasconde tra i solchi le prime soffici e acustiche elucubrazioni di un Neil Young giovanissimo e come il brano vira e s’arricchisce ci si rende conto che ci troviamo dinanzi a un lavoro che col tempo avrà la sua collocazione e, se ci siamo chiesti qualcosa, avremo anche la sua risposta. Boy From Lawrence County la risposta la da, è un bel disco, invernale, intimo, interiore, interno, scavato dentro e a fondo. Con una trama dipanata tra viottoli riottosi e bugigattoli nodosi ecco un album straordinariamente in tema coll’oggi che ci sovrasta, non sai da dove venga ne dove vada, ma ti piace seguirlo.

Ronald Stancanelli

 

GIULIO REDAELLICONNEMARA
Connemara
2008 F-Net CD

Questo è decisamente un ottimo disco per coloro che amano i suoni acustici con un orientamento verso le sonorità nord-americane o irlandesi. Giulio Redaelli, musicista lecchese di grande talento e già autore nel 2001 dell’album Blue Eyed Duckling si ripresenta con un lavoro dal titolo appunto decisamente irlandese. Connemara è un disco prevalentemente acustico- strumentale ove spiccano le chitarre suonate ordinatamente da Redaelli. Il Connemara è un massiccio montuoso dell’Irlanda occidentale con una limitata altitudine, non supera i mille metri, ma con un aspetto montuoso molto intenso dovuto sia al modellamento glaciale sia all’inesistente vegetazione. Il CD si avvale della collaborazione di ottimi musicisti come Socrate Verona al violino e viola, Dario Tanghetti alle percussioni, Nicola Oliva al basso e chitarra ritmica, Gisella Romeo al violoncello, Franco D’Auria alla batteria e delle voci di Elisabetta Rosa e Marco Gallo. Redaelli ci tiene a far sapere che nel CD non vi sono parti campionate ma tutto è genuinamente dal vivo. Per aiutare il lettore possiamo dire che lo stile del dischetto ricorda musicisti come il talento genovese Beppe Gambetta e anche, ma in minor misura, il didascalico toscano Untemberger o artisti stranieri quali Stefan Grossman o Leo Kottke. Tanto per non essere smentiti, tra le cover del disco una è proprio un brano di Kottke, la piacevole The Ring Stealing. Le altre tre sono What A Wonderful World di Armstrong, Maple Leaf Rag di Scott Joplin e Doc’s Guitar di Doc Watson, non Wotson come segnato sull’ultima di copertina. Il resto è a firma dello stesso Redaelli, così come gli arrangiamenti delle cover succitate. Molto suggestiva, Puzzle mentre evoca nostalgia la bella riproposizione del brano di Armstrong cantato da Elisabetta Rosa. Il dischetto della media e giusta durata, ovvero circa cinquanta minuti, è il trionfo del fingerpicking ove si esalta la grande produzione acustica musicale in un susseguirsi di brani uno più piacevole dell’altro e dai quali si evince la splendida padronanza allo strumento dell’artista lombardo. Arrangiato dallo stesso Redaelli, è stato registrato mixato e masterizzato all’Acoustic Design Studio di Milano ed è lavoro meritorio di notevole conoscenza e diffusione. Consigliato vivamente. Vi ricordo anche l’ottimo For Guitars Clan che Redaelli assieme ad altri musicisti ha inciso nel 2007 e che noi abbiamo recensito sul numero 92 di “Late for the sky” a pagina 48. Per erudirvi maggiormente vi consiglio una puntatina su www.giulioredaelli.com.

Ronald Stancanelli

 

 GREG HARRIStherecord
The Record
2009 Autoprodotto CD

I più se lo ricorderanno tra le file dei Flying Burrito Brothers a cavallo tra anni ‘70 e anni ‘80, periodo in cui Greg Harris ci ha consegnato anche alcuni dischi come solista che si erano fatti notare (soprattutto i primi due Acoustic e Electric) per la loro bontà. Harris in quegli anni ha girato anche in Italia, col chitarrista piemontese Ricky Mantoan e con il gruppo di cui facevano parte anche Skip Battin e Gene Parsons, ma la sua carriera discografica è andata poi via via inaridendosi e al momento della pubblicazione di questo nuovo disco, prodotto e distribuito in modo assolutamente indipendente, erano almeno dieci anni che non si sentiva parlare di lui. Si tratta di un ritorno graditissimo, soprattutto alla luce del fatto che il disco ci riconsegna Harris al top della forma, alle prese con un repertorio ispirato e con una serie di sonorità che ci confermano la grandezza di questo artista quando impugna una chitarra, elettrica o acustica che sia. Unico altro chitarrista del disco infatti è suo figlio Jesse Jay, quello dei Rancho Deluxe, che ricambia qui il favore al padre che aveva preso parte all’ottimo, secondo CD del gruppo, recensito in questo stesso sito. Quello che entusiasma maggiormente in questa produzione sono i bei suoni di chitarra che gli Harris sanno mettere insieme, al servizio di un gusto musicale che sta in bilico tra il country rock di matrice californiana e certe atmosfere più vicine allo swing. Personalmente preferisco i brani country-rock, con la voce di Harris sempre bene in mostra, quella voce che mi aveva conquistato fin da primo ascolto quando avevo comprato il live giapponese dei Flying Burrito Brothers, in cui cantava alcuni brani in maniera vibrante. Tra i brani si fanno subito apprezzare The Gilded Palace Of Sin, brano che fin dal titolo fa capire dove Greg stia andando a parare, e l’intro di chitarra è una citazione che conferma le promesse dal titolo, siamo in piena atmosfera FBB. Un altro gran brano è The Long Road To Nowhere, in cui Greg duetta alla chitarra col figlio. Tra le cose più d’atmosfera, con batteria spazzolata, c’è The Sunday News, country jazz in cui Harris snocciola una serie di assoli con l’acustica che ne confermano la statura come chitarrista. C’è anche una lenta ballata, Mexico, scritta in tandem con Rick Danko, ai tempi del Byrds Tribute Tour a cui i due presero parte nel 1985, con Gene Clark. Murriettas Gold è un altro bel brano acustico, su cui Harris interviene col mandolino, altro strumento di cui è maestro. All’amico Skip Battin, scomparso ormai da alcuni anni, è dedicata Evergreen Blueshoes, notevole composizione ispirata al gruppo in cui Skip suonava prima di entrare nei Byrds. Il disco, quaranta minuti di durata, si conclude con lo strumentale Dale’s Tune. E a confermare il buono stato di salute del nostro, le ultime notizie riguardano l’intenzione di Harris di venire a suonare in Italia l’anno venturo, probabilmente nientemeno che insieme a Gene Parsons!

Paolo Crazy Carnevale

 

 MORAINE
Density
2009 Moonjune Records CDmoraine

Interessante questo disco, che si discosta notevolmente dai miei ascolti abituali: si tratta di una nuova produzione della casa discografica newyorkese diretta da Leonardo Pavkovic, sempre attenta, oltre alle ristampe di interessante materiale d’archivio riguardante la famiglia Soft Machine, alle nuove tendenze musicali. È il caso di questo disco strumentale del quintetto Moraine, capeggiato dal chitarrista Dennis Rea, che si propone con una bella miscela di suoni che qualcuno ha definito, a ragione, “heavy chamber music”. Il disco offre una manciata di composizioni eseguite da un’anomala formazione in cui chitarra elettrica, basso e batteria si fondono con violoncello e violino, dando origine ha un sound originale, a volte sperimentale (Uncle Tang’s Cabinet Of Dr. Caligari e Staggerin’), a tratti orientato verso il jazz-rock di stampo zappiano (Nacho Sunset), con improvvise virate verso la psichedelica di stampo western (Disillusioned Avatar), e assunzione di toni talvolta epici infusi dal cello di Ruth Davison e dal violino di Alicia Allen (Kuru) che provvedono anche alle influenze cameristiche (Reveng Grandmother), il tutto sempre senza perdere di vista il sound caratterizzante le mosse del gruppo. Ogni brano potrebbe essere parte di una ideale colonna sonora che ha l’apprezzabile qualità di lasciarsi ascoltare senza costringere l’ascoltatore a torturanti sforzi mentali spesso associati a questo genere musicale.

Paolo Crazy Carnevale

 

NILS LOFGREN
Sings Neil YoungLOFGREN
2009 Hypertension CD

Avevamo precedentemente recensito il tributo dei Rusties a Neil Young, ci accingiamo adesso a presentarvi quello operato dal fido Nils Lofgren, una vita col canadese e un’altra vita con Bruce Springsteen. Quindici canzoni in fase delicatamente acustica che abbracciano, e su questo non nutrivamo dubbi alcuni, il primo periodo o repertorio del musicista canadese ormai naturalizzato per usucapione yankee. Il disco è semplicemente suonato o al piano o alla chitarra acustica da Lofgren in modo pacato, sereno e decisamente suggestivo, e registrato in perfetta calma e solitudine in quel di casa sua. Fanno capolino tra i solchi, e la sua voce si trova notevolmente a suo agio con detto repertorio, splendidi tasselli della nostra esistenza che amammo e mai perdemmo come Birds, Long May You Run, The Loner, Winterlong e Like A Hurricane che in veste spoglia e acustica ci delizia oltre l’immaginabile. In effetti, un brano leggermente più recente l’abbiamo e si tratta di Harvest Moon. Fa piacere che in questo splendido celebrativo lavoro di passione e amore sia verso Young che verso una musica, anzi delle canzoni senza tempo, Lofgren abbia recuperato un reale capolavoro come Don’t Be Denied, brano facente parte dell’unico album che Neil Young per le sue solite paturnie non ha mai fatto pubblicare su CD, ovvero quel Time Fades Away che è uno dei capisaldi della sua discografia. Molto bella la riproposizione di World On A String ove ancora una volta si evidenzia la bravura di Lofgren allo strumento mentre un plauso sincero alla sua voce che a volte un po’ fuori luogo nei brani elettrici qua si trova meravigliosamente a suo agio. Teneramente bluesy la versione di Mr. Soul che appiana ricordi di lontana misura e proseguendo nell’ascolto del dischetto ci rendiamo conto che questo omaggio è opera non solo di mero e puro tributo a un amico, ma anche un album decisamente bello, ben suonato e ben cantato. Sicuramente uno dei suoi migliori lavori da un po’ di tempo a questa parte. Bella e suggestiva la copertina cartonata. Solare e afrodisiaca come sempre Winterlong, uno dei brani più soavemente profumati che ci sia stato dato di sentire nella nostra lunga carriera di musicofili un po esterofili. Produzione a cura di David Briggs e dello stesso Lofgren il tutto su Hypertension, etichetta minore degna di ovvia lode.

Ronald Stancanelli

 

URIAH HEEP

Celebration

2009 Edel CD+DVD

 

Per celebrare il quarantesimo  anniversario della pubblicazione del primo Huriah Heepstupendo album  “Very Heavy … Very Umble”, famoso non solo per il suono innovativo della band, ma anche per una delle copertine piu’  macabre ed inquietanti nella storia della musica rock , gli Huriah Heep, guidati da sempre dal chitarrista e mente del gruppo Mick Box, pubblicano questo “Celebration”, una vera sorpresa anche  per uno come il sottoscritto che li ha sempre  amati alla follia.

Completano la formazione attuale Bernie Shaw, vocals, Phil Lanzon, keys, Trevor Bolder, bass e Russell Gilbrok, drums che ha sostituito il batterista storico Lee Kerslake, che aveva lasciato per motivi di salute un paio di anni or sono; il nucleo è lo stesso da anni, ottimi strumentisti che hanno pubblicato “I Wake The Sleeper”, il buon album di studio inciso nel 2008 dopo oltre dieci anni dal precedente. Il  cantante David Byron, grande  front man, è purtroppo scomparso da anni; dopo una breve carriera solista, Ken Hensley, lo stupendo  tastierista, arrangiatore e coautore delle piu’ belle e famose canzoni della band, continua una prestigiosa carriera ricca di soddisfazioni .

Ma se il suono è cambiato rivolgendosi a sonorità più corpose ed avvolgenti, lo spirito degli Huriah Heep non è mai venuto meno, basta ascoltare questo lavoro che ci offre ben quattordici brani. Un paio di inediti,  “Only Human” e “Corridors Of Madness”;  mentre gli altri brani ci ripropongono canzoni immortali come  “Sunrise”, “Stealin”, “The Wizard”, “Easy Livin”, “Lady In Black”, “Gypsy”   e “Free And Easy”, tutte riproposte in una nuova versione .

Stupenda la confezione  in digypack del dischetto con un booklet ricco di foto , notizie   e con i testi delle canzoni; il DVD ci offre uno splendido concerto registrato al The Sweden Rock Festival dello scorso anno , con la band in forma smagliante  che ci offre quarantacinque minuti di musica che continua e continuerà a farci sognare .

 Daniele Ghisoni

 

Rock & Pop, le recensioni di LFTS

di admin

2 novembre 2009

La rubrica “Rock&Pop” sino a ieri presente nelle pagine del nostro Organo Ufficiale ha traslocato nel nostro sitoblog. Questo per almeno due motivi: primo, per non far invecchiare eccessivamente i contributi sulle novità discografiche (novità nel senso latefortheskyiano del termine, ovvero “novità si fa per dire”); secondo, per recuperare qualche pagina sulla rivista e dedicarla all’approfondimento. Pubblicheremo quindi in questo spazio le varie recensioni delle (per noi) più interessanti uscite discografiche. Buona lettura.

 

 

COBB & THE OTHER APOSTLEScobb001
I Leave My Place To The Bitches
2009 RNRCW CD

Quello che colpisce maggiormente nei prodotti discografici targati Alessandro Ducoli, sia che si tratti di lavori come quelli con i Bartolino’s o altri gruppi con cui da sfogo ai suoi impulsi cantautorali, sia che si tratti di dischi dall’impianto più dichiaratamente rock (il disco che sto recensendo e quelli degli Sanishjohnny), è l’incredibile spontaneità, che li attraversano dall’inizio alla fine. Ducoli è un genuino su tutti i fronti, uno che fa dischi perché gli piace farli, forse sotto sotto accarezza anche il sogno di ritagliarsi una fetta di fama o successo, ma in realtà non ne ha bisogno, perché la mole di dischi che ha prodotto in poco più di dieci anni di attività gli è già valsa comunque un bel posto tra i musicisti degni di rispetto. Ducoli è un generoso in tutti i sensi, perché c’è bisogno di dischi come questo, un disco pieno di energia, sicuramente più da band rispetto al precedente, che peraltro godeva di una magia tutta sua e per certi versi mi aveva forse colpito di più. Forse ora manca l’effetto sorpresa, ma in compenso c’è una classe da vendere, e come sempre l’urgenza di dire delle cose, a partire dal concetto, anzi dal fatto reale da cui il disco prende il titolo: una triste considerazione sul fatto che la maggior parte dei bar in cui il nostro era solito esibirsi sono diventati locali da spogliarello, nella migliore delle ipotesi. E allora ecco spiegato perché Ducoli/Cobb lascia il suo posto alle signorine, nei confronti delle quali peraltro non nasconde una certa simpatia. Un disco quasi interamente elettrico: rispetto a Easylove, il suo predecessore, ci sono forti venature funk, dall’iniziale title track (uno shuffle) alla successiva Like a Rolling Stones (dal titolo fuorviante). Il riferimento sembrano essere gli anni ‘70, soli di chitarra squarcianti, tastiere penetranti, una voce femminile al posto giusto, come nell’ottima Straight Up Coffee. Piace anche la nonchalance con cui Ducoli/Cobb, quasi a sottolineare questo dualismo di identità, passa dalla lingua inglese all’italiano nel corso della stessa canzone. E soprattutto piace pensare che in una remota valle dell’alta Italia ci sia qualcuno con le palle di continuare a fare la musica in cui crede con tanta costanza e prolificità. E vale la pena di tessere le lodi di House In The Woods, il brano che conclude questa ennesima fatica del nostro: non ho dubbi che se Neil Young ascoltasse questa canzone direbbe che l’avrebbe voluta scrivere lui, lui che nel suo ultimo disco non è riuscito a includerne nemmeno una che sia bella solo la metà di questa.

Paolo Crazy Carnevale

 

 

JOE COCKERcocker_woodstock[1]
Live at Woodstock
2009 A&M CD

Lo dico subito: della location di questo concerto non mi importa nulla. Sarà magari solo per ragioni anagrafiche, ma il mito di Woodstock mi è arrivato addosso già sdrucito e invecchiato, come un bel sogno di altri sognatori ormai trasformato in incubo. Qui può bastare ricordare che all’indomani della sua strepitosa performance al celebre festival Joe Cocker era passato dal rango di giovane promessa a quello di superstar, vittima predestinata di tante e tali pressioni commerciali da portarlo in pochissimi anni allo sfascio psicofisico (quel vacuo sguardo da tossico impietosamente ritratto in certe copertine degli anni ’70!). Importa invece che dopo 40 anni questa resta, appunto, una performance strepitosa. La fisicità dei ruggiti di Joe è quella di un ragazzo tutto sensualità e sentimento che fa evadere il rhytm and blues dalle prigioni in cui stava rinchiuso – le poltroncine di velluto dei night club, le luci basse delle sale da ballo, ma anche i teatri dai quali i soul brothers & sisters avevano appena cominciato a cercare di fuggire – per riportarlo in mezzo agli esseri umani “di mente e di cuore” come avrebbe detto Joni Mitchell. Stiamo parlando di entertainment, sia chiaro, e la scaletta dei brani eseguiti lo dimostra senza possibilità di dubbio: tre soli brani originali, e poi due cover della premiata copia soul Ashford & Simpson, una di Ray Charles, tre brani di Dylan (su tutti, una Just Like A Woman da spezzare il cuore), la Feelin’ Allright dei Traffic e a finire la beatlesiana With A Little Help From My Friends trasformata in un inno tutto anima e viscere. Una tipica scelta di repertorio, insomma, da “cantante di successo”, come miliardi di mestieranti. A fare la differenza, è innanzi tutto il cuore di Joe, la convinzione con cui le pulsazioni vengono messe in sintonia con la voglia di vita e di felicità di chi ascolta, e poi i musicisti, forse tecnicamente non eccelsi (però alle tastiere c’è Chris Stainton, destinato con merito a un luminoso futuro), ma dal feeling immenso. Uno dei pochi dischi di Woodstock che ancora oggi ha senso ascoltare: qui c’è il Joe Coker migliore, quello che col cuore gonfio di sentimento, i sensi tesi ad afferrare la felicità per riempirsene l’anima e le roche ombreggiature della voce ha incarnato, come forse nessun bianco in tutta la storia della nostra musica, lo spirito del rhytm and blues: la vita come ritmo di passione e sensualità, sofferto eppure gioioso, inesorabilmente risucchiato dal gorgo della morte.

Luciano Salvati

 

 

JOHN HAMMONDhammond
Rough & Tough
2009 Chesky Records CD

Quasi cinquanta anni di carriera, forse il più grande interprete ed esecutore bianco della musica blues di tutti i tempi, Hammond riesce ancora a stupirci con un nuovo album, grazie a una voce calda e coinvolgente, un tocco chitarristico unico unito alle sonorità stupende che riesce a trarre dalla sua armonica. Con un palmares di un Grammy Award e un WH Handy Award, oltre a diverse nomination, il 26 giugno di quest’anno ha suonato il suo 4.000° concerto. Una produzione discografica enorme, oltre trenta album, iniziata nel 1962 ma con pochissimi lavori non all’altezza. Hammond è soprattutto un grande interprete, perché ha scritto pochissimo, delle canzoni di tutti i grandi del blues, solo per citarne alcuni Muddy Waters, Chuck Berry, Jimmy Reed, Son House, Sonny Boy Williamson e Howlin‘ Wolf, ma un brano già ascoltato migliaia di volte nella sua esecuzione riesce a regalare ancora nuove sensazioni che ti coinvolgono in modo particolare. Quindici brani, classici senza tempo, prodotti da G.Love, nei quali John si fa aiutare da Stephen Hodges, drums, Marty Baloou al basso e Bruce Katz alle tastiere, mentre John suona acoustic and 12 strings guitar, National steel e armonica. Il disco è stato registrato nel novembre del 2008 in NYC, alla St. Peter Episcopal Church. Le canzoni, quasi tutte già interpretate da John, si susseguono senza sosta, una più bella della altra: My Mind Is Ramblin’ del suo idolo Howlin’ Wolf, She’s Though, Chattanuga Choo Choo, il classico di Glen Miller davvero stupendo, Statesboro Blues di Willie McTell, I Can Tell di Bo Diddley, No PlaceTo Go, It Hurts Me Too di Elmore James, I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, solo a titolo di esempio. Notevole il booklett allegato con notizie e foto. Un disco da non perdere.

Daniele Ghisoni

 

ZACHARY RICHARD
Last KissZACH RICH
2009 Artisti Garage CD

Amiamo svisceratamente Zachary Richard da tempo immemorabile e chi ci segue da tempo ben lo sa. Zach, dopo alcuni ottimi album in lingua francese per i cui giudizi riferentesi agli ultimi vi rimandiamo al numero 92 torna a fare un disco il lingua inglese. Ci siamo già soffermati precedentemente sulle motivazioni che possono spingere il cantante canadese ora a optare per l’uso dell’idioma francese, ora per quello anglofono evitando quindi di ripeterci. Per la precisione erano comunque diciassette anni che un suo CD non veniva proposto nell’idioma inglese e se i precedenti in tal lingua non ci avevano entusiasmato più di tanto, a parte Snake Bite Love del 1992, qua troviamo un lavoro che risente del pathos dei suoi LP francofoni ma con la riuscita capacità di coniugarlo appunto con la lingua inglese, e trattasi di un lavoro splendido. È ovvio che la lingua francofona abbia quel quid di pathos in più che la caratterizza ma Last Kiss, questo il titolo del nuovo album, è lavoro intenso e lancinante come nelle sue migliori pagine del passato. Eric Sauviat è protagonista alla chitarra mentre, tra gli ospiti, abbiamo Celine Dion nel bel duetto su Acadian Driftwood di Robbie Robertson. Le restanti undici canzoni sono tutte a firma Richard e vi ritroviamo Au bord de Lac Bijou già ripresa in Italia da Fabrizio Poggi, unica canzone qua proposta in francese. Freddy Koella al mandolino, violino e steel ci fa capire che trattasi della stessa già pubblicata precedentemente da Richard e un ascolto più attento ci conferma che è la stessa apparsa su Cap Enrage nel 1996. Peccato, ovviamente pensavamo fosse una nuova versione. Non sappiamo il riscontro che questo disco in inglese potrà avere sugli acquirenti di tal lingua e anche se da sempre Zachary lo preferiamo quando canta in francese questo è sicuramente un lavoro tra i più suggestivi della sua discografia, anche se ancora una volta a e ormai definitivamente, purtroppo crediamo, dobbiamo rassegnarci al fatto che non viene assolutamente più da lui usata la fisarmonica! Si poteva scegliere una foto di copertina migliore poiché questa rende impietosamente evidente il passare degli anni, e trattasi inoltre di foto decisamente mediocre. Molto più affascinante quella col cappello che fa mostra di se nella seconda pagina del libretto accluso e che, se usata in copertina, avrebbe maggiormente reso giustizia al disco. Come di consueto, i testi raccontano con maestria della sua terra e delle sue vicende. Un gran bel disco tristemente invernale orientato mestamente anche sul trascorrere del tempo, ma quello del trascorrere del tempo e della nostalgia era caratteristica primaria anche del suo splendido penultimo lavoro, Lumiere dans le Noir. (Per Rosi, passata come una meteora…).

Ronald Stancanelli

 

 

LOW ANTHEMlow[1]
Oh My God, Charlie Darwin
2008 Bella Union (Usa, Europa 2009)

Disco dell’anno? Questo Oh My God, Charlie Darwin ha nel primo ascolto, e soprattutto nei successivi, un impatto devastante come fu quello di tanti anni fa ascoltando i novelli Cowboy Junkies. Arrivano da Providence nel Rhode Island e sono Ben Knox Miller, Jeffrey Prystowsky e Jocie Adams. Questo album ha venduto circa 7000 copie semplicemente con l’interesse che il passa parola data la loro indubbia bravura ha generato. Chi li ha visti dal vivo e ha poi comprato il loro CD ne ha parlato, e così via sino a che, alla fine, è stato appena pubblicato anche in Europa per la Bella Union. Credo che chi li ascolterà ne resterà affascinato e sicuramente un ulteriore passaparola positivo si creerà anche da noi. I primi 5000 CD erano numerati a mano e una prima parte degli stessi addirittura con la copertina dipinta a mano da Miller che è anche pittore. Molteplici e variegati gli strumenti utilizzati nel gennaio 2008 quando il disco è stato registrato, anche una cetra, tabla, e un organo a pompa. Realmente è difficile citare un brano a discapito di un altro ma certamente To Ohio e Charlie Darwin si ergono tra le canzoni più belle che abbiamo ascoltato in questo 2009. Le voci sono perfette e così ogni singolo strumento. Nulla è lasciato al caso come nada es fuera de lugar o desordenado. I brani si alternano tra dolci ballate acustiche e sincopati ritmi elettrici. Appena finisce, la durata è quella canonica degli LP di una volta, circa 42 minuti, viene voglia immediatamente di riascoltarlo e l’unica cosa che può dispiacere per un lavoro di questo tipo è il non avere tra le mani un vinile con bella grande e rigida copertina cartonata ma un semplice piccolo dischetto digitale. Uno dei dischi più belli che ho ascoltato ultimamente, probabilmente il migliore, che non mi stancherà di consigliarvi di acquistare esortandovi, se l’effetto sarà lo stesso che ha fatto su di me, di continuare un meritato passa parola. Crediamo possa realmente essere disco dell’anno e in attesa (pare che sarà così, che vengano anche in Italia) di andare a vederli, ci accingiamo a riascolatre Charlie Darwin per l’ennesima volta. Il loro precedente CD What The Crow Brings è uscito nell’ottobre del 2007. Esiste anche un album datato 2006 dal titolo Low Anthem edito in un paio di centinaia di copie vendute direttamente da loro ma è stato poi da loro stessi ritirato con nessuna intenzione di mai più ripubblicarlo. Benvenuto quindi a questo combo che pensiamo in un immediato futuro farà sicuramente ancor parlare di se. Quattro stellette se non qualcosa di più.

Ronald Stancanelli

 

loreley

MARILLION
Recital Of The Script
2009 Emi 2 CD
Live From Loreley
2009 Emi 2 CD

Tra il 1983 e il 1987 i Marillion sono stati il gruppo di riferimento per gli appassionati di rock progressivo. Nella loro scia hanno cercato di emergere altre band principalmente britanniche (Pendragon, I.Q., Pallas, Twelfth Night), ma solo i Marillion hanno ottenuto un notevole riscontro commerciale almeno in Europa. Guidati dal carismatico cantante marillionFish, con Steve Rothery alla chitarra e Mark Kelly alle tastiere, Pete Trewavas al basso e Mike Pointer alla batteria hanno pubblicato lo splendido album d’esordio Script For A Jester’s Tear nel 1983. Recital Of The Script ci permette di rivivere uno dei momenti migliori di quel periodo, la seconda data all’Hammersmith Odeon di Londra del 19 aprile, ultima serata di un tour trionfale. Parzialmente pubblicato in versione video, il concerto viene stampato per la prima volta integralmente in due dischetti. Oltre a versioni eccellenti dei brani dell’album, tra i quali spiccano la title track, un classico del prog con cambi di ritmo perfetti e un’interpretazione cristallina di Fish, la complessa The Web, la melodia indimenticabile di Chelsea Monday con Rothery in primo piano e la drammatica Forgotten Sons, vengono eseguite le b-sides Charting The Single e Three Boats Down From The Candy e il primo singolo Market Square Heroes. Ma, soprattutto, come bis possiamo riascoltare la suite Grendel, pubblicata originariamente come b-side, un brano mitico per i fan e mai troppo amato dalla band, forse un po’ acerbo e derivativo (alcuni passaggi ricalcano fortemente i Genesis), ma interpretato teatralmente da Fish che, come il suo idolo Peter Gabriel, usava costumi e maschere sul palco. Quattro anni dopo la band è in una fase molto diversa, come spiega Fish nelle interessanti note del booklet. Dopo il successo crescente culminato con Misplaced Childhood, un album concept perfetto salito in cima alle classifiche europee spinto dai singoli Kayleigh e Lavender, le fatiche di tour intensivi, un quarto disco meno riuscito (Clutching At Straws) e contrasti tra i musicisti hanno minato l’equilibrio interno. Quando il 18 luglio del 1987 i ragazzi salgono sul grande palco di Loreley davanti a ventimila fan per uno dei concerti più significativi del tour, la tensione è al massimo. La voce di Fish non è più quella degli esordi; gli sforzi richiesti dal repertorio della band, i troppi concerti e stravizi di ogni tipo hanno ridotto la sua autonomia (non a caso Cori Josias lo affianca come corista). I Marillion sono ancora una band in forma, anzi tecnicamente sono migliorati, ma hanno perso in freschezza. Anche questo concerto è stato pubblicato negli anni ‘80 in videocassetta e poi in DVD, ma non integralmente. Il cadenzato opener Slainte Mhath, una complessa White Russian e la deliziosa ballata Sugar Mice rappresentano bene il nuovo album nel primo dischetto, alternate ai classici Incubus e Fugazi, oltre alla inevitabile Script For A Jester’s Tear. Il secondo compact si apre con la sequenza Hotel Hobbies/ Warm Wet Circles/ That Time Of The Night, seguita dalla prima facciata di Misplaced Childohood e dalla trascinante The Last Straw. I bis comprendono Garden Party e Market Square Heroes con l’attiva partecipazione del pubblico. Pochi mesi dopo Fish lascia la band per intraprendere una carriera solista che non riuscirà mai a decollare, mentre i Marillion lo sostituiscono con Steve Hogarth e cambiano gradualmente genere musicale, virando verso un pop rock un po’ freddo, non privo di spunti interessanti. Lasciata la Emi sono diventati indipendenti, hanno un sito internet molto ben gestito e uno zoccolo duro di appassionati, ma le emozioni suscitate negli anni ‘80 restano nel cuore dei fan che li hanno seguiti e apprezzati in quel periodo irripetibile.

Paolo Baiotti

 

 

MIAMI & THE GROOVERSGROOVERS
Merry Go Round
2008

Noi che siamo fruitori, la rivista e questo sitoblog ne sono esempio lampante, di musica straniera non possiamo non dare atto al gruppo dei Miami And The Groovers di avere fatto un album, vabbeh chiamamolo CD, di enorme impatto, immediato e dirompente. È un lavoro che potrebbe senza alcuna riserva essere uscito dal New Jersey e di New Jersey nostrano si tratta. Lorenzo Semprini, lead vocal, chitarre e armonica, Claudio Giani al sassofono, Marco Ferri alla batteria, Beppe Ardito alla chitarra elettrica, Luca Fabbri al basso e Alessio Raffaelli alle tastiere e fisarmonica omaggiano i propri ascoltatori di un album a cento miglia all’ora tra campagne e praterie. I ragazzi, arrivano chi dall’Emilia chi dalla Romagna, ci verrebbe di dire tra la via Emilia e l’East, e hanno masticato nel loro percorso da Southside Johnny a John Cafferty passando tra le maglie di Willie Nile, Murray McLauchlan, Elliott Murphy, non disdegnando certo l’ascolto di Springsteen o dei nostrani Rocking Chairs. Tredici brani di spumeggiante ritmo e di cinematografica espressione quasi tutti a firma di Semprini o da solo o in coppia con vari compagno di gruppo. Il CD è dedicato a Warren Zevon e tra gli artisti ospiti ci fa piacere trovare amici di come Joel Guzman, gia fisarmonicista con Joe Ely, Jono Manson, cantautore ormai ubicato dalle nostre parti e Marc Reinsman all’armonica. Se i primi brani seguono le coordinate degli artisti su citati, My Sweet Rose sta tra i Lucky Seven e i Black Sorrow e i nostri amici, qua con Guzman, sono a cavallo del confine muovendosi mirabilmente nella Sun Belt. Ma non finisce qua, poiché un pezzo come The Time Has Come ci porta nelle praterie dei Green On Red e la passione che trasuda sia da questo brano che dal resto finora ascoltato ci porta lontano e ci fa sognare e ben sperare se escono qua dischi di siffatto livello. Poi il genere sarà di nicchia, la distribuzione magari non facile, il pubblico non sarà nell’ordine delle migliaia di fan ma ce ne fossero di prodotti di siffatta levatura. Noi li abbiamo incontrati e poi sentiti suonare e quando ne avremo l’occasione saremo di nuovo li perché questo è il nuovo che avanza. Questo CD è stato preceduto nel 2005 da Dirty Roads, bel titolo per un album del quale contiamo di parlarne quanto prima. La produzione è affidata allo stesso Semprini e la registrazione effettuata a Trebbiantico, mixato a Ravenna e ulteriori tracce inserite tra San Marino e gli States. La voce, molto bella, di Semprini a tratti ricorda Graziano Romani e non smetteremo mai di ringraziare l’Emilia Romagna per tutta la buona musica donataci in questi anni. I brani si susseguono e in Sliding Doors la chitarra trasversalmente ci ricorda il suono di Philip Donnelly. Un album che più va avanti più ci piace. Non c’è una canzone minore o di riempitivo, tutto è ben dosato e ogni pezzo trascina con passione il seguente. Andate sul sito di questo gruppo sia per procurarvi il CD che per scoprire quando e dove suoneranno la prossima volta. (www.miami-groovers.com).

Ronald Stancanelli

 

 

MUDDY WATERSMUDDY
The Johnny Winter Sessions 1976 – 1981
2009 Raven Records CD

Chi pensava che non ci fosse più materiale interessante di Muddy si sbagliava di grosso. Infatti, la australiana Raven pubblica questo bellissimo CD che riguarda un periodo particolarmente importante per uno dei padri del blues di Chicago, in quanto segnava il passaggio dal blues canonico, quello della Chess Records ormai in declino, a quello contaminato dalla musica rock, derivato dal british blues britannico. Muddy entra in studio con uno dei più grandi chitarristi bianchi di blues, Johnny Winter, l’albino dall’anima nera (detto anche Silver Train, dalla canzone che gli avevano dedicato i Rolling Stones). Con Muddy e Johnny alcuni dei più grandi musicisti di blues, alcuni giovanissimi, altri già allora leggende viventi. Eccoli: Pinetop Perkins al piano, James Cotton, Jerry Portnoy e Walter Horton all’armonica; alle chitarre Jimmy Rogers, Bob Margolin e Luther Guitar Jr. Johnson. Alla batteria Willie Big Eyes Smith. Al basso Calvin Jones e Charlie Calmese. Diciannove brani stupendi prodotti da Winter e pubblicati sui quattro album di Muddy per la Blue Sky: Hard Again, I ‘m Ready, King Bee e Muddy Mississippi Waters, oltre a Walking Through The Park, pubblicata nell’album Nothing But The Breeze di Johnny Winter e Trouble No More, pubblicata solo nella ristampa in CD deluxe di Muddy Mississippi Waters. Musica che gronda lacrime e sudore, un suono grezzo e sporco come quello dei Rolling Stones ma sempre fresco e attuale. Muddy esegue tutte le parti vocali e Johnny tutti gli assolo, inarrivabile alla slide, mentre gli altri musicisti sono semplicemente superlativi. Canzoni di eterna bellezza composte da Waters come Rock Me, 33 Years, I Can’t Be Satisfied e Crosseyed Cat, si alternano a classici come Mannish Boy di Bo Diddley, Good Morning Little Scoolgirl di Sonny Boy Willamson, I Want To Be Loved di Willie Dixon, I‘m A King Bee di Slim Harpo e Mean Old Frisco di Arthur Big Boy Crudup. Vista la elegante edizione con un esauriente booklet allegato e la ottima incisione è consigliato anche a chi ha già tutto di Muddy, ma soprattutto a chi vuole conoscerlo.

Daniele Ghisoni

 

 

PAOLO NUTINI
Sunny Side UpNUTINI[1]
2009 Atlantic CD

 
Oltre ai Low Anthem, un altro nome che mi ha eccitato particolarmente è stato quello di tal Paolo Nutini, artefice di un disco decisamente interessante, coinvolgente e particolarmente suggestivo. Il giovanotto ha una particolare voce, a tratti quasi un soul man, molto più matura della sua età e inizialmente, infatti, si pensava trattarsi di un artista di mezza avanzata età. Invece, dalle foto che lo ritraggono nel libretto pare possa avere poco meno di trent’anni. Sunny Side Up, questo il titolo di un lavoro che assembla vari brani che abbracciano disparati generi tra cui non possiamo esimerci dal citare ovviamente un pop di alta fattura, (Coming Up Easy) un country di buonissima levatura, (Simple Things) pezzi di eccellente cantautorato (le ottime Candy e Worried Man) e allegri momenti tra le terre d’Albione e le Highlands scottish (Chamber Music). In altri frangenti le tematiche musicali abbracciano un lento inno quasi da cerimonia funebre (Keep Rolling), alcuni istanti mescolano pop con reggae (10/10) altri si rivolgono alle classiche ballate (Growing Up Beside You) mentre qualcosa vibra tra suoni sfumatamente blues (Pencil Full Of Lead e No Other Way), e infine una spruzzata di soul jazz che non guasta (High Hopes). Un lavoro molto interessante che andremo ulteriormente a scoprire quando nel mese di novembre Nutini arriverà qua da noi con una manciata di date che si annunciano decisamente interessanti. L’artista scozzese che aveva esordito nel 2006 con These Streets è prodotto da Ethan John che ha anche lavorato anche con Ray Lamontagne, trait d’union questo con i Low Anthem che hanno recentemente suonato appunto con lui. Come dicevamo, un disco dalle molteplici sfaccettature, tutte affascinanti e godibili che per essere completato ha avuto bisogno di viaggi tra studi di registrazione ubicati da Los Angeles a New York e dal Galles alla verde Irlanda. Tutti i brani sono a sua firma e un cenno al disegno di copertina che riporta a cover splendide degli anni passati.

Ronald Stancanelli

 

 

RYAN ADAMS & THE CARDINALSR.Adams_Everybody_cov.[1]
Everybody Knows
2007 Lost Highway CD

A scorrere la produzione discografica di Ryan Adams, prima con i Whiskeytown e poi come solista, si potrebbe pensare di aver a che fare con un cinquantenne con circa venticinque anni di carriera alle spalle. Invece, Ryan di anni ne ha solo trentacinque e Faithless Street, debutto dei Whiskeytown, risale solo al 1995. Decisamente iperattivo il nostro amico, dei cui album solisti ho ormai perso il conto, e anche un tantino sopravvalutato dalla critica perché, per forza di cose, in mezzo a tante pubblicazioni ce ne sono di sicuramente validissime, ma anche altre molto più noiose. Heartbreaker, Gold e Cold Roses ad esempio mi erano sicuramente piaciuti, mentre i due capitoli di Love Is Hell o Demolition (in realtà una raccolta di outtake) un po’ meno. E non aiuta certo a essere più indulgenti nei suoi confronti il suo carattere, in quanto l’ego di Ryan Adams è inversamente proporzionale alla sua simpatia, come si può facilmente intuire dalle varie interviste lette sulle riviste di settore. Oltre a pubblicare dischi a suo nome, l’irrequieto cantautore americano si dedica anche alla produzione di lavori altrui (ottimo il suo intervento in Songbird di Willie Nelson) o come talent scout (vedi il lancio in grande stile dell’amico Jesse Malin). In questa sede vorrei spendere due parole su un EP del 2007, Everybody Knows, composto da un paio di inediti e alcuni brani pescati fra la sua torrenziale discografia e reinterpretati per l’occasione, e a mio parere fra i migliori dischi da lui pubblicati. Solo otto canzoni per trentacinque minuti di durata totale per questo dischetto, venduto comunque a prezzo speciale, ma non c’è un solo brano da buttare. Con lui sono i Cardinals, ormai il suo gruppo fisso, nei quali milita anche un certo Neal Casal alla chitarra e cori, che non è sicuramente l’ultimo arrivato, autore di pregevoli lavori a suo nome, Fades Away e Diamone Time su tutti. Inoltre, il vecchio amico Brad Pemberton alla batteria, il tastierista Jamie Candiloro, responsabile anche della splendida produzione del CD, con in più Chris Fenstein al basso e Jon Graboff alla pedal steel. Le canzoni. Oltre alla bella title track, uno dei brani di punta del suo album precedente, Easy Tiger, le mie preferite sono le ballate mid-tempo Follow The Lights, sublime country rock, e If I Am A Stranger, già sentita in Cold Roses, ma qui è migliore, la trascinante This Is It, che si trovava in versione diversa nell’album Rock’n’Roll, la particolare cover di Down In A Hole degli Alice In Chains, gruppo apparentemente distante anni luce dai consueti standard di Ryan Adams, e la pianistica Dear John, scritta assieme a Norah Jones e dedicata a John Lennon. In sostanza, quindi, un dischetto che mi sento di consigliarvi assolutamente e che dimostra che se il suo autore, con un po’ di umiltà, puntasse più alla qualità che alla quantità, potrebbe entrare nel novero dei grandi.

Gianfranco Vialetto

 

 

RAMBLIN’ JACK ELLIOTTramblin jack
A Stranger Here
2009 Anti CD

Lo confesso, ho la tendenza a storcere il naso quando leggo le recensioni che incensano eccessivamente il ritorno sulle scene di un grande vecchio. Spesso mi sembrano dettate dalla nostalgia, o addirittura dal senso del dovere di chi scrive: dover parlar bene per forza di un artista dalla leggendaria carriera. Ramblin’ Jack mi è sempre stato simpatico come personaggio, mi piace ricordarlo al fianco di Dylan nella Rolling Thunder Revue, ma per il resto l’ho sempre reputato uno cresciuto all’ombra di Guthrie e poi, pur essendone più vecchio, del grande ebreo (il cui ultimo disco non piace affatto). Qualche anno fa mi ero lasciato tentare da un suo celebratissimo disco di duetti per la Hightone, ma l’avevo trovato null’altro che piacevole. Con queste premesse, quando ho letto di questa pubblicazione della Anti, mi sono sorti molti dubbi, ma non ho saputo resistere, per fortuna, perché stavolta c’è davvero da gridare al miracolo. Finora uno dei dischi migliori dell’anno, forse della decade. Dieci blues tradizionali che più tradizionali non si può. Dal reverendo Gary Davis a Blind Willy Johnson. Il segreto della bellezza di questo disco sta probabilmente nella produzione intelligentemente essenziale di Joe Henry, che ci mette molto del suo per garantire un risultato da record. Elliott poi fa la sua parte cantando questi vecchi blues come non lo avevamo mai sentito cantare prima, con una rara intensità e con la voce più giusta che potesse esserci. Pochi compagni in studio, David Hidalgo, Van Dyke Parks, Greg Leisz, tutti tesi a costruire un sound penetrante come non se ne sentiva da quando Ry Cooder incise i suoi primi dischi. Sarà la presenza di Parks, forse, ma questo disco ricorda davvero molto i suoni dei primi tre dischi del chitarrista di Los Angeles, sia per il risultato che per gli intenti. Tra le perle del disco vanno senz’altro citate Death Don’t Have No Mercy e Soul Of A Man, ma piacciono molto tutti i brani come il country blues Richland Women Blues di Mississippi John Hurt, How Long Blues, la tristissima Grinnin’ In Your Face.

Paolo Crazy Carnevale

 

 

RANCHO DELUXErancho_deluxe
True Freedom
2009 Rancho Deluxe CD

Non sono ben chiari i criteri dell’industria discografica, ma non c’è di che stupirsi: il fatto che dischi come questo possano girare solo grazie all’autoproduzione la dice davvero lunga. True Freedom è la seconda prova di questo duo californiano dalle grandi risorse, si tratta di un signor disco ben sorretto dalle composizioni di Mark Adams (autore principale) e Jesse Jay Harris (sopraffino chitarrista e polistrumentista), figlio, quest’ultimo, di quel Greg Harris che sul finire degli anni ‘70 seppe infondere nuova linfa ai riformati Flying Burrito Brothers, rivestendo il mitico live giapponese del1978 di un gran suono chitarristico e della propria voce graffiante. I Rancho Deluxe sembrano proprio figli di quel suono, un gran bel country-rock californiano caratterizzato da ottimi suoni di chitarra, dove le acustiche si mescolano bene con la Telecaster (Jesse Jay) e con la pedal steel di Jaydee Maness restituendoci sonorità che temevamo passate a miglior vita. Le canzoni sono molto convincenti, con un bel treno di ritmo (alla batteria c’è nientemeno che Don Heffington che ha suonato con Dylan e con i Lone Justice), con le belle tastiere di Skip Edwards e qua e là la partecipazione di papà Harris che passa dalla chitarra al violino e al mandolino come ai tempi dei FBB. Maintenance Man è un gran brano con una bella e lunga coda strumentale con le chitarre a dettar legge, Ghost Town, breve ma spedita, è un honky tonk con le chitarre giuste e il piano che saltella qua e là. Negli strumentali Bone Rock Breakdown e Templeton Gap Jesse Jay Harris ha modo di sbizzarrirsi e dimostrare di che pasta è fatto il suo suono, degno figlio di papà Greg e con la lezione di Clarence White ben fissata in testa. Mercy Me è un altro brano convincente che richiama molte cose, Semi Cool Cube si muove più sui toni da ballata e nel finale gioca bene sugli intrecci delle chitarre che sono le vere protagoniste del disco. La title track è invece un brano di largo respiro, con una bella introduzione strumentale e con toni molto più rilassati rispetto alla maggior parte dei brani e belle armonie vocali. L’augurio è che questa band possa avere un futuro, perché di suoni come questi c’è davvero molto bisogno…

Paolo Crazy Carnevale

 

 

RAY DAVIES & THE CORAL
CROUCH END FESTIVAL CHORUSdavis
The Kinks Choral
2009 Decca CD

Solo un genio come Ray Davies poteva pensare a riproporre le più famose canzoni dei Kinks facendosi accompagnare da un coro liturgico, riuscendo in modo eccellente ad amalgamare brani seminali con sonorità così diverse, unendo il sacro al profano in modo unico. Il risultato è un disco davvero unico per la sua bellezza, nel quale Ray canta facendosi accompagnare da una rock band composta da Billy Shamely e Milton McDonald alle chitarre, Dick Nolan al basso, Toby Baron alla batteria e Gunnar Frick e Ian Gibbons alle tastiere. Il coro è originario di Crouch End, un sobborgo vicino a quello di Mushwell Hill dove Ray è cresciuto, ed è diretto da David Temple. Ray aveva già utilizzato questo coro nella incisione di Other People‘s Lives e in alcune sue esibizioni dal vivo. Dieci brani stupendi, alcuni tratti da Village Green Preservation Society (disco stupendo, recentemente ristampato come triplo CD in edizione deluxe), ma tutti in questa versione col coro che si amalgama perfettamente alla strumentazione elettrica, assumono una prospettiva musicale diversa, mantenendo intatto il nucleo originale della melodia. Le eterne You Really Go Me e All Day And All Of The Night, dal riff chitarristico unico e irripetibile, con il coro assumono un alone di magia. Lo stesso dicasi per le melodiche Days, See My Friend, Shangri -La e Celluloid Heroes (queste ultime due sono tra le composizioni di Davies quelle che adoro) che continuano sempre a incantare. Anche le famosissime Waterloo Sunset e Victoria con questo arrangiamento sembrano avere una immediatezza nuova e avvolgente. Notevole è anche Working Man Cafè, tratta dal suo ultimo, omonimo album, che fa la sua bella figura in mezzo a tanti classici. un cenno a parte merita il medley di Villane Green, con Big Sky, Picture Book, Johnny Thunder, Do You Remember Walter? e ovviamente la title track che coinvolgono in modo sorprendente. Un grande disco che non mi stanco mai di riascoltare! Una volta i dischi preferiti che riascoltavi in continuazione si consumavano, succederà anche per questo CD?

Daniele Ghisoni

 

 

THE HOOCHIE COOCHIE MEN WITH JON LORDhookie
Live At The Basement
2009 Edel Records CD + DVD

The Hoochie Coochie Men (da una canzone di Wilie Dixon) sono un’ottima band australiana di blues guidata dal bassista Bob Daisley che, tornato in patria dopo una incredibile militanza di oltre trent’anni con artisti del calibro di Ozzy Osbourne, i Rainbow di Ritchie Blackmore, Ronnie James Dio, Chicken Shack, Uriah Hep e Gary Moore, solo per citarne alcuni, chiama con sé i vecchi amici Rob Grosser, batteria e Tim Gaze, chitarra, già con i Rose Tattoo e Jimmy Barnes (questo ultimo cantante ex Cold Chisel, altra storica band di blues australiana). Con ospiti Mike Grubb alle tastiere e Jim Conway all’armonica pubblicano l’omonimo album che contiene spettacolari cover di classici come I Just Want To Make Love To You e You Need Love di Willie Dixon, Dallas di Johnny Winter, The Walk di Jimmy Mc Cracklin, Strange Brew dei Cream, oltre a proprie composizioni. Nel gennaio del 2003 il giornalista Paul Hogan (niente a che vedere con l’attore di Mr. Cocrodile Dundee) convince Jon Lord, che stava dirigendo alla Opera House la Sidney Symphony Orchestra, a unirsi loro per una data al mitico Basement Club. La serata, era il 7 febbraio, davanti a pochi ma competenti appassionati, diventa un evento memorabile che sorprende anche gli organizzatori per il feeling che si instaura subito tra Jon e la band, supportata da una robusta sessione fiati. Dopo l’intro e le iniziali Hideway di Freddie King, Green Onions di Booker T. e Dust My Broom di Ellmore James, con Gaze stupendo alla voce e alla chitarra solista, il blues entra nel sangue e tutta la serata diventa una stupenda improvvisazione, con i musicisti che si ritrovano a memoria. Due ore di musica, con Jon che detta i fraseggi dal suo Hammond, con Jim Conway, personaggio stupendo, che si presenta sulla sedia a rotelle alla quale è condannato per tutta la vita a soffiare il suo dolore nell’armonica. Poi, ancora ospiti come l’idolo locale Jimmy Barnes e via a canzoni senza tempo come When A Blindman Cries e The Hoochie Coochie Men Blues. Incredibile come in solo una serata la benemerita DEL sia riuscita a produrre una discografia del genere: prima una edizione in doppio CD, poi in CD+DVD, quindi in triplo CD con tutta la serata e interviste varie, poi un doppio DVD! Dimenticavo un altro doppio DVD, sempre di quella serata, sottotitolato Danger White Men Dancing nel quale è ospite niente meno che Ian Gillan in Over And Over e If This Ain‘t The Bues.

Daniele Ghisoni

 

 

THE POPEScover Popes
Outlaw Heaven
2009 Townsend Records CD

Come nelle migliori storie di fuorilegge irlandesi ubriaconi e poeti è finalmente uscito il nuovo album dei Popes, l’ormai epica band fondata dal leggendario e immancabile Shane McGowan nel 1991, durante una pausa dei suoi fidi Pogues. A distanza di cinque anni dall’ultima uscita discografica del gruppo, Release The Best, comprendente la riedizione del precedente disco, il primo senza Shane, Holloway Road, più un CD live di un concerto londinese, ecco Outlaw Heaven un ennesima bella prova della band irlandese. La voce a tratti waitsiana del fuorilegge Paul “Maddog” McGuinness e il ritmo indiavolato e pieno di whiskey dei suoi Popes ci riportano quel suono così tanto amato da noi orfani dei primi Pogues o degli indimenticabili Thin Lizzy. Proprio dall’esperienza di quattro mesi come ospite della prigione di Sua Maestà di Pentonville e dai suoi eccessi con droghe e whiskey nasce il paradiso del fuorilegge, ironica ma intensa visione di McGuinness sulla sua permanenza in prigione, scrivendo ed eseguendo le bozze di alcune di queste canzoni proprio a un suo compagno di cella. Outlaw Heaven è un ruvido disco rock, un mix a tratti rosso sangue e caotico di punk, rockabilly e irish music prodotto dagli stessi Popes con l’aiuto in sala di registrazione del vate McGowan e del suo fidato Spider Stacy che appaiono anche come ospiti in tre canzoni. Il viaggio nel particolare paradiso di McGuinness si apre con Black Is The Colour che inizialmente ricorda le atmosfere folk per poi scatenarsi in riff alla Metallica con la voce roca di “Maddog” Paul che ci apre la porta della sua cella. Seguono la bella Let The Bells Ring Out e la stupenda Angels Are Coming, una ballata degna di sua maestà Shane, ruvida e dolce in perfetto stile irish con il banjo, il mandolino e il violino di Fiachra Shanks e Ben Gunnery in evidenza. La band ci porta piacevolmente a Outlaw Heaven, la title track dove Paul Mc Guinness duetta con i suoi amici Shane & Spider e il risultato è una splendida canzone in perfetto stile tradizionale irish alla maniera dei Pogues con un riff quasi western in sottofondo alle voci che si rincorrono in un crescendo irresistibile per poi trasportarci alla delicata e intensa Boys – They Don’t Cry, altro brano da non tralasciare dopo un solo ascolto. Dopo la rockeggiante e tradizionale You’re Gonna Shine e la tormentata e ritmica Crucified i gagliardi Popes e i loro illustri amici ci consigliano di “non lasciare che i bastardi ci mettano sotto” nell’ovviamente poetica e intensa Bastards. Non troviamo il romanticismo e la poesia di Shane McGowan ma la convinzione, la forza e il fuoco scorrono nelle liriche di questo lavoro del gruppo irlandese, come dimostrano la rabbia del brano seguente Underneath The Blue Sky e la quiete tra le corde del violino e la voce quasi narrante di McGuinness di Slip Away delizioso preludio alla straordinaria song di chiusura dell’album. Loneliness Of A Long Distance Drunker non può che essere cantata dalla voce impastata e ruvida di Shane McGowan, sempre eccezionale per come conduce la canzone tra spigoli vigorosi e liriche tipicamente irlandesi.
Una chiusura degna di un grande disco ricco dello stream of whiskey irlandese e di ricordi, Bobby Sands, Robert Johnson, James Joyce, John Dillinger e “Lord Fucking Nelson” tra i brani e molti nomi leggendari di “fuorilegge” che ci hanno lasciato come John Belushi e Syd Barret o MalcolmX e Frank Sinatra nell’ultima pagina del booklet. Bentornati!

Michele Marcolla

Crosby, Stills & Nash “Demos”

di admin

27 ottobre 2009

 

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Crosby, Stills & Nash:  DEMOS   2009 Rhino CD

Quasi a sorpresa, mentre tutti sono concentrati sugli infiniti (in tutti i sensi) archivi del collega canadese, o attendono l’annunciato disco di Stills con Hendrix o il CSN prodotto da Rick Rubin, arriva questo agile dischetto accreditato ai tre maestri della voce. Disco godibilissimo, diciamolo subito, disco da avere, diciamo subito anche questo, ma anche disco che desta qualche perplessità. Sì, perché, di fatto, in questi dodici demo di brani di Crosby, Stills & Nash ce n’è uno solo, quello d’apertura, una versione acustica di Marrakesh Express, una canzone che non ho mai amato molto, preferendole sempre Pre-Road Downs, per rimanere al Nash del primo disco in trio. Il brano successivo, per quanto l’etichetta precisi che il disco si compone di tracce mai pubblicate, è l’ottima, splendida, acustica versione di Almost Cut My Hair che era già stata inserita nel triplo di Crosby pochi anni fa. Forse in differente (ma quanto trattandosi di chitarra e voce?) missaggio. Tocca poi a Stills in solitudine, per una versione della sempre apprezzabile You Don’t Have To Cry, cui fa seguito Deja Vu con Crosby ispiratissimo. Nash torna a far capolino con un demo di Sleep Song, quindi di nuovo Stills con My Love Is A Gentle Thing, un inedito totale che fa la sua bella figura. Be Yourself è un brano che Nash firma con Terry Reid e che avrebbe poi messo sul suo primo disco solo. Music Is Love è la stessa che apre il primo disco di David Crosby, senza le sovraincisioni effettuate poi da Neil Young. Il brano è già notevole così, con le voci di Crosby e Young che si rincorrono mentre sotto Nash armonizza. Forse rispetto alla versione conosciuta, questa fa emergere di più le chitarre e la voce del canadese. Forse. Singin’ Call è un’anticipazione del brano che poi Stephen metterà nel suo secondo disco solista, con la chitarra acustica che da sempre sogniamo, mentre Long Time Gone vede Crosby e Stills, prima di sodalizzare con Nash, si tratta però della stessa versione apparsa nel box di Crosby quindi valgono le stesse osservazioni e perplessità fatte per Almost Cut My Hair. Il disco si chiude con la pianistica Chicago e per la sempre ben accetta Love The One You’re With, che in questa versione si avvicina a quella di 4 Way Street, spogliata dei pur ottimi arrangiamenti con cui Stills l’aveva rivestita nel suo primo disco. Un disco sicuramente per amanti del genere, ma non solo. Confezione curata ma essenziale che nella grafica richiama quella del disco d’archivio di Stills uscito un paio d’anni fa.

 

Paolo Crazy Carnevale

Pere Ubu “Long Live Père Ubu!”

di Marco_Tagliabue

27 ottobre 2009

…in appendice alla retrospettiva pubblicata sul n.97 di Late For The Sky…

 

Long Live Père Ubu!

 

Pere Ubu: LONG LIVE PERE UBU!  2009 Cooking Vinyl  CD   

Lo avevamo preannunciato che qualcosa stava bollendo in pentola e, puntuale, pochi giorni dopo aver chiuso l’articolo, arriva la notizia che il 15 settembre uscirà il nuovo album dei Pere Ubu. “Long Live Père Ubu!” presenta gli Ubu nella stessa formazione di “Why I Hate Women” con un paio d’ospiti d’eccezione: la celebre cantante soul-jazz Sarah Jane Morris, che affianca David Thomas alla voce, ed il manipolatore elettronico Gagarin in un ruolo piuttosto difficile da inquadrare, ma certo non di primissimo piano. Cominciamo subito con il dire che “Long Live Père Ubu!” non è il “solito” disco dei Pere Ubu. Purtroppo.

Trentacinque anni fa David Thomas battezzò la propria band Pere Ubu ispirandosi al personaggio principale della pièce teatrale “Ubu Roi” di Alfred Jarry, padre della Patafisica e fra i precursori del Teatro dell’Assurdo. Il legame fra le astrazioni musicali intorno alle quali il cantante andava modellando la propria creatura, e quelle di cui si serviva il teatro-non teatro di Jarry per prendere a pugni lo spettatore, era evidentemente tale da giustificare una delle ragioni sociali più bizzarre ed anti-comunicative di sempre per una rock band. Una vera e propria corrispondenza di amorosi sensi sulla cui natura Thomas ha scantonato per molti anni, senza mai dare una spiegazione esatta riguardo al suo vero significato. Fino a quando, il 24 e 25 aprile 2008 alla Queen Elizabeth Hall di Londra, ha finalmente deciso di confrontarsi con la propria storia, e fors’anche con il proprio destino, portando in scena “Bring Me The Head Of Ubu Roi”, un adattamento teatrale del testo di Alfred Jarry che aveva ispirato il nome della band. Più che un adattamento si tratta, in effetti, di una vera e propria riscrittura dell’opera, che è stata “attualizzata” ed in un certo senso anche proiettata nel futuro dalla vigorosa penna di Thomas. Sul palco tocca al corpulento leader, naturalmente, il ruolo di Père Ubu, personaggio abbietto e meschino costretto dall’odiosissima moglie (Mere Ubu, Sarah Jane Morris), manovrata da un’assurda volontà di riscatto, ad uccidere il proprio re per dare a tutti dimostrazione di forza e di potere. Non ce la farà, naturalmente, e passerà il resto dei suoi giorni nascosto in una squallida caverna a rimuginare sugli errori commessi.

Più musical che opera rock, “Long Live Père Ubu!” è un album che deve necessariamente allineare alla propria dimensione musicale quella più prettamente teatrale, in un legame per forza di cose indissolubile, così come la voce di Thomas è costantemente affiancata a quella della Jane-Morris, formando un’accoppiata strana all’idea della quale, quantomeno, non siamo mai stati abituati dalle produzioni precedenti dei Pere Ubu. Ma, oltre che l’ispirazione, sono anche i contenuti che fanno di “Long Live Père Ubu!” un album diverso dai “soliti” album dei Pere Ubu e, considerando che negli ultimi anni/lustri lo standard era rappresentato da capolavori o poco meno, il lettore accorto forse ha già capito dove vogliamo andare a parare. Siamo probabilmente alle prese con un’opera di transizione, con un album che viaggia parallelo rispetto alla discografia principale degli Ubu, anche se le dichiarazioni di Thomas il quale, forse per la prima volta, si dichiara completamente soddisfatto del proprio lavoro, lasciano presagire il peggio o, nella migliore delle ipotesi, un’accorta strategia promozionale. Diciamo che, quasi sicuramente, “Long Live Père Ubu!” chiude un ciclo, o allo stesso modo ne apre un altro, tracciando comunque, se non la quadratura del cerchio, un punto di approdo abbastanza importante nella storia degli Ubu. E, speriamo, di (veloce) ripartenza. Il suo referente più diretto, almeno in termini musicali, potrebbe essere il Tom Waits di “Frank’s Wild Years”, anche se in quel progetto le canzoni avevano un autonomia maggiore rispetto alla loro dimensione teatrale. “Long Live Père Ubu!”, invece, non può essere letto disgiuntamente da essa e, questo, a parere di chi scrive, più ancora della qualità non sempre ispirata delle tracce che lo compongono, ne rappresenta il limite maggiore. E’ altrettanto chiaro poi che dai Pere Ubu ci si aspetta sempre il meglio, complici le meraviglie a cui hanno abituato i propri ascoltatori, e anche una piccola sensazione di amaro in bocca ha lo stesso effetto di un semplice cerchio al capo per chi non sa nemmeno cosa sia il mal di testa.

Eppure l’inizio, nel segno di una Ubu Overture tutta chitarre e grugniti, ritmi meccanici e furiose folate di theremin, è in perfetto stile Ubu, ma già con Song Of The Grocery Police, Banquet Of The Butchers e March Of Greed siamo in una nefasta atmosfera da musical con brani semplici e diretti cantati a due voci. Less Said The Better, tutta rutti ed elettronica scarnificata, è francamente imbarazzante, mentre Big Sombrero (Love Theme), Bring Me The Head e Slowly I Turn sembrano rivisitare un po’ troppo da vicino l’universo di Tom Waits. Road To Reason e Watching The Pigeons sono gli unici due brani dalla struttura più marcatamente rock, mentre The Story So Far è un lungo jazz noir recitato a due voci su una base molto lenta e scarna tormentata da una selva di effetti. Snowy Livonia dura poco più di un minuto ma è perfetta sul piano strumentale, e l’altro minuto e mezzo di Elsinore & Beyond altro non è che uno smilzo dialogo di chiusura, magari già da dietro il sipario. Che, speriamo, si rialzi in fretta e bene, perché quando anche le certezze cominciano a scricchiolare…non rimane che buttarsi in politica.

Marco Tagliabue