Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

JOHN CEE STANNARD – The Doob Doo Album/Moving On

di Paolo Baiotti

15 giugno 2019

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JOHN CEE STANNARD THE DOOB DOO ALBUM (CastIron 2013)
JOHN CEE STANNARD MOVING ON (CastIron 2019)

Cantautore attivo da cinque decenni, Stannard ha fondato alla fine degli anni sessanta i Tudor Lodge, dapprima come duo folk poi come trio con la cantante Ann Steuart, esordendo con l’omonimo album nel ’71 per la Vertigo. Per qualche tempo Ann è stata sostituita da Linda Peters (futura moglie di Richard Thompson). La formazione si è sciolta e riformata più volte, pubblicando come duo con Lynne Whiteland numerosi dischi (tre nell’ultimo decennio). Nel gennaio 2011 John ha iniziato a scrivere brani blues o bluesati, confluiti nel progetto di un disco solista di blues orchestrale che è stato realizzato nel corso del 2012 e pubblicato l’anno dopo come John Cee Stannard Blues Orchestra. In realtà si tratta di una formazione allargata con alla base la sezione ritmica di Richard Hudson (batteria) e Nigel Portman-Smith (basso), con una sezione fiati, il piano di Paul Millns e l’aggiunta di armonica, banjo, un paio di altre chitarre oltre a quella di John e di un saltuario hammond. Il suono è old style, tra blues, jazz e doo-wop, leggero e piacevole. Gli arrangiamenti sono curati e ricercati, rispecchiando diversi stili rinominati dall’autore: dal Groove Blues al Night Blues, dal Dinner Blues di That’s When I Get The Blues al Bucket Blues della swingata Better Days, dal Country Blues (una cover di Blind Boy Fuller) al Café Blues per finire con il Latino Blues di Ballad Of A Tricky Night Visitor che chiude il disco con un’esuberanza tex-mex. Un disco da ascoltare unitariamente, nel quale i vari stili si miscelano senza grandi stacchi. In seguito Stannard ha formato un trio acustico, The Blues Horizon, con il quale ha pubblicato tre dischi in studio e ha suonato con regolarità.

Ma l’anno scorso ha voluto dare un seguito al disco orchestrale con Moving On, registrando ai Whitehouse Studios di Reading con una formazione più ampia in cui compaiono l’armonicista Howard Birchmore e il chitarrista Mike Baker, suoi compagni nei Blues Horizon, la sezione ritmica di Les Calvert (basso) e Dean Robinson (batteria), nonché numerosi session men (chitarre, fiati, tastiere e fisarmonica). Rispetto al disco del 2013 il suono è più contemporaneo, vicino al British Blues, con le chitarre molto presenti e incisivi interventi dell’armonica. Spiccano l’opener Cemetery Junction e l’energica Seventeen, scritte in onore della città natale di Reading, la jazzata Do Right To Me, lo slow Price Of Your Sin, la divertente Call Of Duty e la scorrevole Something That You Do To Me, cover di Jimmy Witherspoon che ricorda le sonorità del blues californiano. Doob Doo e Moving On sono due facce della stessa medaglia, due tipi di interpretazione del blues entrambi ben eseguiti, pur non aggiungendo nulla di nuovo al genere.

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SAMANTHA FISH+CURSE OF LONO-Milano, Legend, 30/05/2019

di Paolo Baiotti

3 giugno 2019

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L’unica tappa italiana ha chiuso il tour europeo della cantante e chitarrista Samantha Fish, supportata dal quintetto britannico dei Curse Of Lono. Gran parte del pubblico, che ha esaurito il locale milanese, non era ancora arrivata quando alle 20 (un plauso agli organizzatori per la puntualità) è salito sul palco il gruppo di supporto. Nati dalle costole degli Hey Negrita, che eseguivano un mix di alternative country, blues, folk e southern rock, i Curse Of Lono (nome tratto da un libro di Hunter Thompson) sono stati formati dal cantante Felix Bechtolsheimer e dal batterista Neil Findlay; hanno esordito con l’omonimo ep seguito da due album, suscitando un notevole interesse per la loro miscela di folk-rock oscuro permeato di tonalità country, basato su tempi medi, con evidenti influenze cinematografiche testimoniate anche dai video e dai cortometraggi che accompagnano le loro canzoni. Sono melodici e ammalianti e si presentano con un look curioso, diversi uno dall’altro: il tastierista sembra uscito dai Mungo Jerry, il batterista potrebbe essere scambiato per un Ed Hollis (R.I.P.) più emaciato, la bassista rispecchia l’estetica punk con un vestitino nero scollato, il cantante è il più piacione, un Bryan Adams inglese, il chitarrista Joe Hazell sembra catapultato dalla Laurel Canyon dei seventies (e anche il suono della chitarra rispecchia questa impressione). Il loro set scorre veloce; tra i brani spiccano London Rain dal primo Ep, Welcome Home e la cadenzata Send For The Whiskey in cui il cantante suona anche un tamburo, tratte dall’album Severed, Way To Mars dedicata da Felix alla figlia che soffre quando è in tour e Valentine provenienti dal secondo album As I Fell, nonché la cover di Goin’ Out West di Tom Waits.

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Il locale si riempie gradualmente in attesa di Samantha Fish, all’esordio in Italia. Bionda, con un vestito corto in lamé che ne evidenzia le curve e un paio di stivali al ginocchio, la trentenne di Kansas Ciry imbraccia una cigar box accompagnata da tre fuorilegge scapigliati: il brillante tastierista Phil Breen, il bassista Chris Alexander e il batterista Scott Graves.
Dopo l’esordio del 2009 Live Bait, Samantha ha firmato per la Ruf incidendo cinque dischi in studio, il più recente Belle Of The West nel 2017 prodotto da Luther Dickinson (che già aveva prodotto Wild Heart nel 2015) e registrato nel suo Zebra Ranch con i musicisti del giro dell’Hill Country Blues (Lightnin’ Malcolm, Amy Lavere, Jimbo Mathus, Lillie Mae..). Il blues-rock dei primi album si è evoluto, assimilando elementi roots e rendendo più complessa e originale la musica della Fish, che ha ancora dei limiti compositivi, ma possiede un’energia contagiosa, è una chitarrista con i fiocchi ed ha una voce che, quando non esagera negli acuti come in qualche momento a Milano, incrocia Bonnie Raitt e Susan Tedeschi.

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Problemi di acustica hanno condizionato l’inizio del concerto: la voce era bassa e anche il suono della chitarra e delle tastiere non era chiaro, sovrastato dalla batteria. Ma ha destato qualche perplessità anche la qualità delle canzoni: l’aspra Bullet Proof, l’inedita Love Letters e You Can’t Go da Chills And Fever non hanno avuto l’impatto atteso. Poi le cose si sono sistemate e il concerto è cresciuto gradualmente, dalla swingata Chills And Fever in cui Breen ha affiancato con bravura la cantante, proseguendo con la ritmata Watch It Die che, come la precedente, dovrebbe far parte del nuovo album Kill Or Be Kind e con la scanzonata cover di Little Baby (The Blue Rondos, gruppo inglese dei mid-sixties), decollando con la drammatica Blood In The Water e con la bluesata Gone For Good, caratterizzata da assoli di piano elettrico e slide, entrambe da Belle Of The West.

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Per l’intima ballata Go Home da Wild Heart ha imbracciato l’acustica, una sorta di pausa prima del finale del set, comprendente il rock-blues No Angels in cui, dopo un brillante assolo di Breen, Samantha si è lasciata andare, rallentando il ritmo e ripartendo con un crescendo notevole e l’eccellente Somebody’s Always Trying, cover del cantante gospel-soul Tad Taylor in cui ha dato il meglio alla solista, chiudendo in ginocchio ed entusiasmando il pubblico milanese. In chiusura l’artista ha ripreso la cigar box per eseguire Shake ‘Em On Down, scatenata cover di Bukka White, rifatta alla maniera del Mississipi Blues di R.L. Burnside con un finale travolgente. Unico bis il trascinante rock and roll Bitch On The Run da Wild Heart, in cui ha presentato la band e coinvolto il pubblico in un call and response molto apprezzato.
Dopo il concerto, finito per una volta ad un orario decente anche per i numerosi appassionati convenuti da altre regioni, la Fish ha firmato dischi e concesso foto senza fretta, gentile e disponibile, da vera professionista.

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(foto di Michele Marcolla)

MICHAEL McDERMOTT – Orphans

di Paolo Crazy Carnevale

3 giugno 2019

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MICHAEL McDERMOTT – Orphans (Appaloosa/IRD 2019)

Il prolifico McDermott sembra ormai un fiume in piena: la sua vena compositiva è talmente ricca che dalla stesura di Willow Springs (2016) e di Out From Under (2018) sono rimasti nei cassetti abbastanza brani da mettere insieme un terzo disco, pubblicato dall’Appaloosa lo scorso febbraio.

Questo nuovo disco si compone di ben dodici brani che erano rimasti fuori dalle precedenti pubblicazioni, tutti brani comunque all’altezza della situazione, debitori come sempre a certe sonorità molto legate a Springsteen e ai suoi accoliti, siano essi Miami Steve o Johnny Lyons, brani sempre caratterizzati da liriche torrenziali, magari non lunghissimi come ci aveva abituati in passato, ma sempre intriganti, sia quando a dominare sono le atmosfere elettriche sia quando Michael si rintana in preziose nicchie acustiche con appena una spruzzata di tastiere e sezione ritmica in punta di piedi (Never Do Well, Black Tree Blue Sky e Los Angeles A Lifetime Ago, quest’ultima tra le più riuscite a livello lirico).

Rispetto ai dischi precedenti e a quello con i Westies (di fatto un disco di McDermott a tutti gli effetti) i testi sono più introspettivi, riflessivi, mancano le tragiche ballate da storyteller quale siamo avvezzi a conoscerlo, quelle storie drammatiche ed intense: qui spiccano canzoni d’amore e brani velati da un tiepido ottimismo, di speranza, così come era accaduto nel disco dello scorso anno. Con timide eccezioni, come Sometimes When It Rains In Memphis, una delle canzoni più riuscite del disco.

Tra i brani che emergono va ricordata anche l’incalzante Givin’ Up The Ghost con il controcanto della consorte Heather Lynn Horton (presente anche altrove, come backing vocalist e violinista), The Wrong Side Of Town (forse però troppo simile a Dancin’ In The Dark, pur non essendo così spudoratamente commerciale ed infausta nelle sonorità), Richmond (dal buon break strumentale nel mezzo).

Se la copertina non è particolarmente invitante (un disegno della figlia Rain), la confezione è comunque ben curata e come da tradizione apprezzatissima l’Appaloosa Records ci mette i testi con tanto di traduzione. Le note di copertina sono invece abbastanza latitanti, giusto i nomi dei musicisti, senza gli strumenti: ci sono i fedelissimi Will Kimbrough (strumenti a corda), il bassista Lex Price, John Dederick (tastiere), Steven Gills (batteria).

STEVE EARLE & THE DUKES – Guy

di Paolo Crazy Carnevale

26 maggio 2019

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STEVE EARLE & THE DUKES – Guy (New West 2019)

Lunga vita a Steve Earle. Sempre e comunque.
Anche se la sua musa ispiratrice sembra essersi messa comoda negli ultimi tempi, i suoi dischi sono sempre godibili, ben fatti, ma meno ispirati rispetto agli esordi, rispetto alla splendida (e piena di svolte stilistiche) rinascita negli anni novanta e anche rispetto al suo periodo più “barricadero” e politicamente impegnato dei primi anni duemila. Pretendere da certi artisti uno standard sempre elevato è lecito, come è lecito da parte di questi artisti disattenderle (valgano per tutte le immonde ultime schifezze di Springsteen). Steve Earle dal canto suo nel frattempo ha pubblicato un signor libro(“Non uscirò vivo da questo mondo”, Mondadori) e musicalmente si è limitato a stare su un livello onesto e, quando è a corto di canzoni, piuttosto che concedersi all’immondizia come Bruce si rifugia – come in questo caso – nel songbook dei suoi padri spirituali, nonché amici di vecchia data.

Earle non è più quello di dischi epocali come Train A-Comin’, El Corazon, Jerusalem: con Washington Square Serenade la sua carriera ha cominciato a declinare, lentamente, senza picchi negativi, ma il momento di stanca – che tutt’ora perdura – è evidente. Dischi come il recente live al Contiental Club di Austin, dal suono un po’ piatto, o come il tributo a Townes Van Zandt del 2007 e questo omaggio a Guy Clark sono l’occasione per testimoniare il suo grande affetto per due dei massimi protagonisti della canzone d’autore made in Texas, ma soprattutto un atto dovuto nei confronti di cari amici scomparsi. Con Clark la collaborazione/amicizia è davvero di lunga data: già negli anni settanta Earle figurava come bassista (!) nel live act del burbero Guy, lo troviamo in un vecchio doppio live uscito nel 1979 contenente contributi di artisti veri con estratti da varie edizioni del Kerrville Folk Festival. Non solo, nello splendido documentario Heartworn Highway realizzato negli anni settanta ma distribuito solo un paio d’anni fa, l’intera sequenza finale documenta una cena di natale in casa Clark con tutti i “fuorilegge” nashvilliani (quanto a residenza) a cantare insieme, tra gli altri ci sono Steve Young ed un giovanissimo Steve Earle.

Il tributo a Clark è un doppio LP o singolo CD inciso da Earle con l’attuale formazione dei Dukes ed un pugno di amici a prestare strumenti e soprattutto voci nel finale. Sedici tracce ripescate nel repertorio del maestro, con le cartucce migliori tutte sparate nella prima facciata. Dublin Blues, L.A. Freeway, Desperados Waiting For A Train sono brani talmente sentiti, risentiti, belli, che è difficile darne un giudizio. Farne delle brutte cover è cosa davvero da mettercisi d’impegno, e Steve Earle non è certo il tipo da rovinare simili gemme, così le rifà senza intaccarle, con arrangiamenti molto classici, con la sua voce unica. Sulla stessa facciata figura infine anche un altro classico del primo Clark, Texas 1947.
La side B si apre con la movimentata Rita Ballou, poi si va di grandi ballate, ben sorrette dai Dukes, con la pedal steel di Ricky Jay Jackson ed il violino di Eleanor Whitmore, che è spesso la voce di rincalzo che fa eco a quella del protagonista. The Ballad Of Laverne And Captain Flint, The Randall Knife e l’intensissima Anyhow I Love You i titoli.
Passando al secondo disco della doppia confezione, ci troviamo al cospetto della dolente e minimale (ma con una grande pedal steel) That Old Time Feeling seguita dalla più corposa Heartbroke con tutti i Dukes coinvolti nell’esecuzione. Poi è la volta di The Last Gunfighter Ballad, unico brano non inciso appositamente per il disco (e infatti è eseguito in solitudine) ma ripescato da un tributo a Clark a cui Steve aveva partecipato appunto con questa esecuzione. La facciata tre si conclude con una robusta versione di Out In The Parking Lot in cui il gruppo e il leader sembrano rispolverare certe sonorità ascoltate nei momenti migliori della loro storia.

La facciata finale comincia con una buona She Ain’t Going Nowhere, poi i Dukes virano verso il bluegrass a loro familiare con l’arrangiamento riservato a SiS Draper, Earle imbraccia il mandolino, la Whitmore il violino e la pedal steel s’infila dappertutto.
Robusta e bluegrass oriented (qui il break strumentale finale è fantastico) anche la versione di New Cut Road, che prelude al gran finale, riservato alla più intima Old Friends, cantata con un sacco di ospiti, tutti amici di vecchia data, quasi a conferma del titolo: c’è Emmylou Harris, e c’è l’armonica di Mickey Raphael, e poi le voci di Terry Allen, Jerry Jeff Walker, Rodney Crowell e Joe Harvey Allen. Insomma una sorta di definitiva elegia per il compianto Guy.
Dell’edizione in vinile esistono diverse versioni, quella normale in blue, quella in rosso, quella autografata esclusivamente per i clienti della catena di librerie Barnes & Nobles, quella in vinile trasparenti tirata solo in 200 copie e venduta in Tennessee e Texas, le due case musicali di Steve.

BILL PRICE – Digging Deeper Toward The Sky

di Paolo Baiotti

26 maggio 2019

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BILL PRICE
DIGGING DEEPER TOWARD THE SKY
Grass Magoops 2017

Questo mini album di 5 canzoni per complessivi 26 minuti è il settimo pubblicato da Price, concepito come disco autonomo, ma anche come una specie di coda al doppio I Can’t Stop Looking At The Sky, un progetto ambizioso che comprende anche un libro che ha lo stesso titolo dell’Ep, pubblicato nel 2015. Price sostiene che si tratta di canzoni che, pur avendo un tema comune, come stile e testi non si prestavano ad essere incise con quelle del doppio, trattandosi di brani semplici, diretti e prevalentemente acustici. Libro e album sono ispirati da un viaggio nell’ovest degli Stati Uniti; il progetto completo, frutto di quattro anni di lavoro, comprende un diario di 120 pagine, un libro di 160 pagine con racconti, riflessioni e poesie legate al tema del viaggio e ad altri aspetti della vita, posters, adesivi e memorabilia, venduti insieme sul sito www.billprice.info.
Originario dell’Indiana, Price ha fatto parte negli anni ottanta del gruppo Off The Tracks; nel decennio successivo ha formato il duo acustico The Mighty Quintessentials con Mario Noche e poi il trio The Brains Behind Pa ispirato dalla musica di Bob Dylan che ha pubblicato un ep di musica tradizionale nel 2002 e l’album Better For The Deal nel 2006. E’ approdato all’esordio da solista con Bones & Apples nel 2003, seguito quattro anni dopo dall’Ep The Circus & The Gallows. Alternando attività solista e collaborazioni ha ottenuto una discreta attenzione in Europa e in Australia, nonché in alcune zone degli Stati Uniti.
La scorrevole Ordinary Time apre il dischetto con un riuscito intreccio di mandolino e violino che accompagnano con tonalità country-folk, specialmente nella coda strumentale, la voce melodica di Price, che suona chitarra, organo e armonica, aiutato dalla sezione ritmica di Jamey Reid (batteria) e Jeff Stone (basso). As They Come è una delicata ballata cantautorale con sfumature folk, con un raffinato assolo di chitarra elettrica. Don’t Put The Child Away Too Long ha un’atmosfera più rilassata, mentre Saint Ampersand è un rock brioso venato di influenze rockabilly, che si giova di un impasto insinuante di hammond e chitarra. The Last Refugee chiude sommessamente il disco senza brillare particolarmente ma, complessivamente, in Digging Deeper Toward The Sky Price denota discrete doti di scrittura e di interpretazione.

CITIZEN K – III

di Paolo Baiotti

26 maggio 2019

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CITIZEN K
III
Paraply Records 2018

Citizen K, in arte Klas Qvist, cantautore e chitarrista nonché polistrumentista di Borås, Svezia, è un artista pop-rock che si ispira chiaramente alla scena pop degli anni ‘60 e ‘70, a nomi classici come Beatles, Beach Boys, Electric Light Orchestra, 10CC e Moody Blues, con un pizzico di Steely Dan e Fleetwood Mac, con classe e bravura, aggiornando neanche troppo gli insegnamenti di questi giganti della musica moderna. Le melodie sono la forza principale della musica di Qvist, che sa comporre, arrangiare e suonare con gusto. In questo terzo album, che segue l’ambizioso doppio Second Thoughs, suona quasi tutto lui (basso, percussioni e tastiere oltre alla chitarra), facendosi aiutare principalmente dalla batteria di Kim Gunneriusson e degli effetti sonori di Andreas Holmstedt, con il quale si divide gli oneri della produzione.

In un disco dominato dal tema del viaggio, pur non essendo un concept, non mancano accenni prog e persino un pizzico di southern rock nello strumentale Beasts Of England, ma le melodie pop dominano la scena, specialmente nei cori solari di Let This Be Love e di How Are You Gonna Handle It, nella ritmata Ocean’s Call, nella ballata Cancelled Flight, in And You Danced All Night che sembra un incrocio tra Jimmy Webb e i Beach Boys e nella conclusiva After The Fact.
La voce di Klas sembra a volte un po’ troppo sottile per reggere la scena, tuttavia gli arrangiamenti e le melodie riescono a mascherare questo difetto, contribuendo a un risultato finale più che discreto, consigliato soprattutto a chi apprezza il pop classico.

JOANNE SHAW TAYLOR – Reckless Heart

di Paolo Baiotti

16 maggio 2019

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JOANNE SHAW TAYLOR
RECKLESS HEART
Silvertone/Sony 2019

Scoperta nel 2002 a 16 anni da Dave Stewart degli Eurythmics, ispirata da Jimi Hendrix, Albert Collins e Stevie Ray Vaughan, Joanne ha esordito nel 2009 con White Sugar, seguito l’anno dopo da Diamonds in The Dirt, entrambi su Ruf. Lo stesso anno è stata dichiarata migliore cantante ai British Blues Awards, premio vinto anche nel 2011. Nel 2012 ha accompagnato Annie Lennox al concerto celebrativo del Giubileo britannico, affrontando la prova senza timori o esitazioni. The Dirty Truth e Wild, quarto e quinto disco in studio, sono stati incisi negli Stati Uniti a Memphis e Nashville, dopo il trasferimento dalla madre patria a Detroit. Nel 2018 ha firmato per la Sony, facendosi produrre e mixare in Michigan a poche miglia da casa dall’amico Al Sutton (Greta Van Fleet, Kid Rock) il nuovo album Reckless Heart, nel quale suonano alcuni dei migliori session men locali. Il blues-rock di matrice britannica dei primi tempi si è modernizzato, senza perdere le radici, valorizzando maggiormente le tonalità vocali sporche e arrocchite della Taylor, aggiungendo un pizzico di aggressività e delle venature soul, con dei testi personali influenzati dai momenti positivi e negativi della relazione sentimentale vissuta durante le registrazioni.
L’impetuoso opener In The Mood, con una voce e una chitarra abrasiva e un piano incisivo è seguito dal rock-blues venato di cori gospel di All My Love e dal mid-tempo soul The Best Thing in cui Joanne conferma la duttilità della sua voce, supportata dall’organo di Chris Cadish. L’up-tempo Bad Love è ornato da un rabbioso assolo di elettrica, mentre Creepin’ ricorda il rock potente dei Bad Company, come la successiva ballata I’ve Been Loving You Too Long, che non è quella di Otis Redding, ma non sfigura affatto, a partire dall’intro chitarristica, proseguendo con la sentita interpretazione vocale e con un assolo veemente e drammatico. L’intima e sofferta title track guidata dal basso pulsante di James Simonson, in cui si inseriscono con moderazioni gli archi e dei cori avvolgenti e l’elettroacustica Break My Heart Away ribadiscono la scelta di variare maggiormente il suono, puntando sulla scrittura e sulle doti vocali della Taylor, che si lascia andare nell’energica New 89, passando all’acustica in Jake’s Boogie e chiudendo con la sobria e malinconica ballata It’s Only Lonely.
Un disco che si muove agilmente tra rock, soul e blues, inserendo la Taylor tra le artiste di punta di un genere nel quale la componente femminile è sempre più essenziale.

BOUND FOR GLORY – One Night With Bound For Glory

di Paolo Baiotti

16 maggio 2019

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BOUND FOR GLORY
ONE NIGHT WITH BOUND FOR GLORY
Autoprodotto 2019

Bound For Glory è un progetto e una band che nasce dall’unione di musicisti prevalentemente emiliano-romagnoli, guidato dalle voci dei riminesi Lorenzo Semprini (Miami & The Groovers) e Marcello Dolci (Nashville & Backbones) e del milanese Daniele Tenca (titolare di cinque pregevoli dischi solisti). Si definiscono giustamente “una band di 11 elementi che ripropone il sound delle Seeger Sessions di Bruce Springsteen con altre incursioni in chiave folk”. Da sempre appassionati del Boss, in effetti basano il loro repertorio sul disco e sui concerti delle Seeger Sessions, aggiungendo altri elementi della tradizione folk/roots americana. Si potrebbe dire che in questo non c’è nulla di originale, che sono una specie di cover band…ma sarebbe riduttivo, perché la bravura, l’entusiasmo e la capacità che dimostrano negli arrangiamenti li pone ben al di sopra di qualsivoglia cover band. Il cd appena uscito, reperibile tramite la pagina facebook https://www.facebook.com/seegerband o la mail bigliettissb@gmail.com è stato registrato dal vivo al Teatro Comunale di Cesenatico il 2 febbraio di quest’anno ed è la prova di quanto ho appena affermato. Per valutare il livello del progetto basta il primo brano, il tradizionale Hard Times Come Again No More, aperto a cappella dalla voce di Tenca con i backing vocals, in cui si inseriscono gradatamente chitarra acustica, sezione ritmica, il piano di Michele Tani, la fisarmonica di Fabrizio Flisi, il violino di Elisa Semprini e il sax di Massimo Semprini. La vivace e trascinante Old Dan Tucker e lo scatenato western-folk di Jesse James (con Lorenzo voce solista) alzano il ritmo con un finale strumentale degno del carnevale di New Orleans, mentre Eyes On The Prize con le voci soliste che si alternano ha un pregevole arrangiamento cadenzato tra gospel, soul e rhythm and blues. Citare tutti i brani sembra quasi superfluo…non ci sono punti deboli. Mi limito alle versioni di tre tracce di Springsteen: un’intensa The Ghost Of Tom Joad con le voci di Tenca e Dolci che si alternano, la pedal steel di Eugenio Poppi e il violino protagonisti nelle parti soliste e i fiati nel finale, Long Time Comin’ con Lorenzo in primo piano e la sofferta My City Of Ruins ammantata dai fiati e dai cori. E poi ancora Erie Canal con ospite Riccardo Maffoni, il trascinante irish folk di American Land e le due ultime tracce, una scanzonata This Train Is Bound For Glory con spazio per i tre cantanti e per ogni strumentista e I’ll Fly Away, gospel tradizionale che chiude il disco con sobrietà. Spettacolo da vedere assolutamente se passa dalle vostre parti; diversamente il cd, inciso con la giusta attenzione, può essere un ottimo rimpiazzo.

JAIMEE HARRIS – Red Rescue

di Paolo Crazy Carnevale

7 maggio 2019

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JAIMEE HARRIS – Red Rescue (Self production, 2018)

La bionda in rosso che guarda imbambolata dalla copertina di questo primo disco è proprio lei, Jaimee Harris, ma non sembra la stessa Jaimee vista sui palchi italiani lo scorso autunno. Per fortuna si tratta solo di una questione di look da copertina e non degli abiti musicali.

Dentro il disco invece c’è la stessa, interessante cantautrice vista in concerto. Una donna dalla bella voce, dalle sonorità a cavallo tra certo country-rock del giorno d’oggi e quelle folkie che sembrano riuscirle meglio: d’altra parte è texana, di Waco, e il suo quartier generale è ad Austin, la città che contende a Nashville (o viceversa) il primato di città più musicale d’America.

Red Rescue è un bel disco, senza troppi fronzoli, prodotto con attenzione e con lo scopo di mettere in risalto il talento della titolare: operazione riuscitissima grazie al buon lavoro di Craig Ross (Lenny Kravitz, Patty Griffin, Califone, Nathalie Merchant tra i suoi clienti), che oltre che sedere alla consolle si occupa di chitarre, tastiere, basso e tutto ciò che capita a tiro quando serve. Poi a dare un rinforzo ci sono Mike Hardwick (chitarrista e producer per Robyn Luttwick, John Dee Graham, Eliza Gylkinson e altri), il compianto Jimmy Lafave che canta nella title track, il chitarrista Mike Patterson.
E il tutto contribuisce a rendere il disco un bel debutto, a cavallo tra suono moderno (chitarre un po’ in odor di anni ottanta) e vecchia scuola a base di chitarre acustiche, un po’ come nei dischi del vecchio Townes Van Zandt.

Se la prima traccia, Damn Right, è un buon riscaldamento che non si fa notare più di tanto, il disco decolla con Creatures e prende la via con Depressive State, brano autobiografico ben riuscito, con la chitarra che imita un mandolino. Catch It Now è la prima grande canzone del disco, chitarra acustica suonata alla vecchia maniera e la voce di Jaimee che vien fuori nel migliore dei modi.

La quinta traccia è quella che intitola il disco e che rimanda direttamente all’abito (meglio dire alla vestaglia) che Jaimee indossa in copertina, è un altro brano solido, ben sviluppato e arrangiato, impreziosito, come si diceva, dalla voce di Lafave.
Fake è una ballata pianistica ed intimista, con la voce in crescendo che s’impadronisce in toto della canzone; country rock invece per Hurts As Good As It Feels, con un attacco di chitarra quasi rollingstoniano, bella mescola di suoni e pedal steel (Hardwick?) che si intrufola su un supporto dai richiami hammond che risulta vincente sotto goni profilo. Non da meno è Forever in cui Jaimee usa la voce con enfasi particolare, poi Snow White Knuckles conclude l’infilata di brani memorabili, chitarre lancinanti, distorsori, organo, chitarre baritonali, incedere accattivante, la solita bella voce.

Un po’ sottotono il brano che conclude il disco, invece: Where Are You Now, molto raccolta ed intima, non brutta, ma meno incisiva.

JOHN MAYALL – Nobody Told Me

di Paolo Baiotti

7 maggio 2019

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JOHN MAYALL
NOBODY TOLD ME
Forty Below 2019

Nel 2008 John Mayall, classe 1933, annunciò lo scioglimento dei Bluesbreakers per rallentare l’attività ed essere libero di suonare con altri musicisti. Tre mesi dopo iniziò un tour solista con Rocky Athas alla chitarra, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria, con ospite Tom Canning al basso. Questa formazione, escluso Canning, ha proseguito l’attività fino al settembre 2016, poi John si è separato da Athas ed ha suonato per un anno in trio senza chitarrista. Infine ha assunto la prima chitarrista donna della sua storia, Carolyn Wonderland nell’aprile 2018. In questo periodo ha inciso cinque dischi in studio e tre dal vivo e suonato decine di date ogni anno…e meno male che pensava di ridurre l’attività! Nel 2014 ha firmato per la Forty Below del musicista e produttore di Los Angeles Eric Corne (già collaboratore di Walter Trout, Joe Walsh, Edgar Winter, Kim Deal, Lucinda Williams, Joe Bonamassa…) che ha prodotto gli ultimi dischi del bluesman. Nobody Told Me, inciso nello Studio 606 di Dave Grohl all’inizio del 2018 e pubblicato nel febbraio 2019 è l’ultima fatica di John, un disco che lo conferma su livelli di eccellenza difficili da immaginare per un artista ultraottantenne. Ancora in trio, Mayall ha invitato alcuni chitarristi, non necessariamente di blues, che contribuiscono alla varietà e incisività dell’album.

L’opener What Have I Done Wrong è un up-tempo brillante ed energico, cantato con una voce che sembra la stessa degli anni sessanta, scandito da una calda sezioni fiati e completato da un calibrato assolo di Joe Bonamassa. Il ritmo si mantiene alto con The Moon Is Full, percorso dalla chitarra nervosa di Larry McCray che si lascia andare nello spazio solista finale, mentre le tastiere di John riempiono gli spazi restanti. Evil And Here To Stay è un mid-tempo di Jeff Healey con il leader al piano elettrico e all’armonica, in cui si inserisce la chitarra di Alex Lifeson dei Rush, una presenza sorprendente che si adatta agevolmente al mood del brano. Non mi sarei immaginato neppure la presenza di Todd Rundgren, invece il suo apporto all’errebi That’s What Love Will Make You Do, classico di Little Milton, è vigoroso e lodevole, in compagnia di un hammond incantevole. Distant Lonesome Train è un brano recente di Bonamassa, trasformato in un roots-rock inquietante illuminato dalla slide di Carolyn Wonderland (entrata nella band proprio in seguito alla registrazione di questo album), seguito dal robusto e scattante mid-tempo Delta Hurricane, in cui riappare la chitarra di Bonamassa in ottima forma, accompagnata dall’hammond e dalla sezione fiati. The Hurt Inside è una ballata di Gary Moore da After Hours del ’92, interpretata con gusto e cantata con voce profonda, inserendo dei fiati avvolgenti e l’incisiva chitarra di Larry McCray. Gli ultimi tre brani sono scritti da Mayall: il grintoso tempo medio It’s So Tough con un altro ospite impensato, Little Steven che da sempre è appassionato di blues e soul, ma non aveva mai suonato con il bluesman, lo scorrevole up-tempo Like It Like You Do tra blues e rock and roll con l’energica partecipazione della Wonderland che dà il meglio nell’eccellente slow Nobody Told Me, degna chiusura di un album che convince per freschezza ed energia, nonché per il livello qualitativo dei musicisti, degno del passato di uno dei più grandi artisti della storia del blues inglese.

BEN BEDFORD – The Hermit’s Spyglass

di Paolo Crazy Carnevale

22 aprile 2019

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BEN BEDFORD – The Hermit’s Spyglass (Cavalier/IRD 2018)

Non conoscevo assolutamente questo barbuto songwriter americano, e la copertina spartana, con altrettanto spartane note mi diceva solo che il disco è tutto opera sua, suonato, composto e cantato in assoluta solitudine. Va da sé che non volendomi fare influenzare cercando notizie ulteriori sul disco mi sono buttato nell’ascolto e basta.

Sorpresa! Che signor disco questo The Hermit’s Spyglass, una raccolta di brani cantati e strumentali totalmente acustici (poteva trattarsi anche di uno di quegli autori alla Prince o Jonathan Wilson, che si suonano tutto da soli), decisamente gradevoli, ben concepiti e altrettanto ben eseguiti. L’eremita del titolo a questo punto non può che essere lui stesso, il titolare, che se ne vive in solitudine col suo gatto, Darwin, nella sua fattoria sperduta nelle praterie dell’Illinois, concependo piccoli gioielli come quello di cui stiamo appunto parlando. Bedford non è alla sua prima esperienza, ci sono almeno quattro altri dischi prima di questo, ed è già stato acclamato come un erede di Dylan, Townes Van Zandt, John Prine. Ora, forse tutta questa acclamazione può sembrare fuori luogo, eccessiva, ma il Bedford è davvero un soggetto a cui dedicare attenzione. Magari Prine e Dylan non c’entrano più di tanto, piuttosto ci trovo delle similitudini con Bruce Cockburn (che non è sicuramente da meno), soprattutto per l’uso della voce e per la capacità con la chitarra. Lo scorso anno è stato anche uno dei vincitori del Kerrville Folk Festival, autentica pietra miliare tra le storiche manifestazioni musicali texane.

Quello che importa però, al di là dei paralleli e dei paragoni è il contenuto del disco, undici tracce, alcune decisamente riuscite, altre, magari, troppo brevi per brillare da sole, ma teniamo pur sempre conto che si tratta di un disco concepito come un progetto, come una storia della prateria, la storia del girovagare di Bedford e del gatto. Se composizioni come Morning Rise (cantata) o The Hermit’s Cat (strumentale) sono appunto degli sketches di breve durata, altre sono decisamente autentiche piccole perle che sarebbe un peccato trascurare.

Little Falcon è invece già una canzone di tutto rispetto, molto bella, le fa seguito lo strumentale Larkspur Awakes (tutt’altro che interlocutorio) e più avanti brillano in particolare un altro brano cantato intitolato Coyotes (qui l’influenza di Cockburn è quanto mai evidente), davvero sorprendente, come anche lo strumentale The Mule And The Horse, assolutamente ben costruito, con una notevole padronanza dello strumento. Più intimista è invece Moon And March End, di nuovo cantata, e sulla stessa lunghezza d’onda è Thunderstorm. Morning Conversations, meno di un minuto e mezzo è cantata e racconta dei dialoghi tra il gatto e gli uccelli, di cui il felino pare conoscere il linguaggio. Il finale è affidato ad un ultima creazione strumentale struggente, Quiet on The Green Hill, vagamente folkie, avvincente, bella insomma.

Chapeau!

JOSHUA BRITT – Starting Over In A Storm

di Paolo Crazy Carnevale

15 aprile 2019

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JOSHUA BRITT – Starting Over In A Storm (Appaloosa 2019)

Non poteva mancare: dopo i dischi solisti dei suoi due colleghi negli Orphan Brigade, l’Appaloosa ha pubblicato, all’inizio dell’anno il disco da solo di Joshua Britt. Il discorso potrebbe essere complesso, o forse no, però ci permette di tirare le conclusioni una volta per tutte su questi tre artisti.

Si suol dire che non sempre la somma di tre talenti corrisponda al valore reale dei tre, in genere quando musicalmente si mettono insieme dei nomi ed il risultato è inferiore alle aspettative (ricordate la Souther-Hillman-Furay Band?). Gli annali della musica rock sono pieni di tali esempi. Con questi musicisti il problema è inverso. Tre discreti cantautori, chi più chi meno dotato (Ben Glover è quello messo meglio, mentre Neilson Hubbard è il più accreditato in sede di produzione) che messi insieme riescono ad incantare con un progetto ricco di spunti, idee e suggestioni.

Singolarmente però la storia suona differente.

Se il disco di Glover poteva anche essere carino, quello di Hubbard uscito poco dopo stentava a passare la sufficienza: Britt ne resta al di sotto. Non basta la produzione di Hubbard (che in altri frangenti si è rivelato capace e talentuoso produttore, ma una cosa è produrre le canzoni di una fuoriclasse come Mary Gauthier, altra è cavar qualcosa dalle sonnacchiose composizioni di Britt) a fare di questo CD un prodotto interessante: il suo sound neo folk è decisamente da catalessi.

Non vi è un guizzo, uno stimolo a cercare di approfondirne la conoscenza, dopo tre brani sembra aver già detto tutto, non basta il suono Farfisa della quarta traccia, Summer Heat’s On (cantata con un piglio un po’ più pimpante), a risvegliare l’ascoltatore dal torpore. Ed il secondo ascolto non cambia l’impressione. Ci sono troppi bei dischi (vecchi o nuovi) in circolazione per perdere tempo con questo.

Forse, se i tre “Orfani” non ci arrivano da soli, i loro consulenti musicali potrebbero provare a far capire loro che la loro magia si accende quando lavorano insieme e che pubblicare in due anni tre dischi da solisti e due come band intasa ed inflaziona il mercato, oltre a lasciare l’ascoltatore con l’amaro in bocca.

MICHAEL McDERMOTT – Out From Under

di Paolo Crazy Carnevale

15 aprile 2019

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Michael McDermott – Out From Under (Appaloosa/Pauper Sky 2018)

A tamburo battente. Michael McDermott non cede di un centimetro, di cose da dire deve averne tante e uscito dalle sue varie dipendenze, rinato artisticamente pare avere l’urgenza di pubblicare senza troppi indugi tutto quello che sta uscendo dalla sua penna e dalla sua chitarra. Mentre sto scrivendo queste righe sul disco uscito lo scorso anno ne è già nei negozi uno nuovo. Tutti pubblicati dalla sua etichetta personale, Pauper Sky, titolo di un’ottima canzone incisa con i Westies (il progetto parallelo alla carriera solista) nonché nome dello studio chicagoano di casa sua, e in esclusiva per l’Europa per l’Appaloosa.

Questo Out From Under conferma il buono stato di salute di McDermott, undici tracce con storie di America profonda, quella delle lunghe strade perse nel nulla con stazioni di servizio che ricordano quelle viste in decine di film, dal bogartiano La foresta pietrificata in poi, ma anche le periferie più degradate e povere. McDermott, accompagnato dai soliti fedeli amici (dalla violinista Heather Lynne Horton al tastierista John Deaderick e al polistrumentista Will Kimbrough), fin dalla prima traccia lascia subito segni graffianti: Cal-Sag Road si apre con atmosfere desertiche, quasi fosse la colonna sonora di un film commentato musicalmente da Ry Cooder, con un testo che è un film a sua volta, un po’ pulp, un po’ hard boiled, coinvolgente; tanto quanto la successiva e acustica Gotta Go To Work, altro drammatico ritratto di quell’America lontana dai lustrini e dai sorrisi patinati, una storia da classe operaia incazzata. La stessa America cantata, sempre senza mezzi termini in Knocked Down un talking rock dalle inflessioni dylaniane con implicazioni sicuramente autobiografiche che raccontano il fondo toccato nei momenti più bui.

Sad Songs racconta della voglia di scrivere storie più allegre, una voglia che rimane però tale, come dice il titolo stesso di questo brano che musicalmente è molto debitore alla scuola di Johnny Lyons, in arte Southside Johnny. Il pessimismo regna anche in This World Will Break Your Heart, ma nella title track ecco la svolta, la volontà di farcela è il tema conduttore di questa song dall’andamento quasi western in cui il protagonista (l’autore) si rivolge così alla propria amata: “Svegliami da questo torpore crudele e insensato, per vivere una vita di amore, luce e stupore, oh so che un giorno riemergeremo”.

Celtic Sea, sembra la prosecuzione del brano precedente, con i due amanti che davvero ce la fanno, sulle note di una chitarra acustica che poi esplode in un arrangiamento più corposo, con le tastiere ben calibrate ed un sound che continua ad aggirarsi dalle parti di Asbury Park. Più qualunque il testo della scanzonata (anche musicalmente) Rubber Band Ring, mentre Never Goin’ Down Again sembra voler ribadire il concetto che i tempi duri sono terminati, con un refrain che suona proprio come un inno. Sideways, è un altro lungo racconto che pare rifarsi all’autobiografia di McDermott, poi, in conclusione troviamo l’elegiaca invocazione di God Help Us, lenta, rarefatta, essenziale: una preghiera.

ELVIN BISHOP’S BIG FUN TRIO – Something Smells Funky ‘Round Here

di Paolo Crazy Carnevale

9 aprile 2019

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ELVIN BISHOP’S BIG FUN TRIO – Something Smells Funky ‘Round Here (Alligator 2018)

Il nome del gruppo dice tutto: una formazione con cui, soprattutto, Elvin Bishop si diverte a suonare. E alla grande.

Il chitarrista californiano (di nascita), è sulla breccia dalla fine degli anni sessanta e di strada ne ha fatta tanta, ha macinato note su note diventando uno dei chitarristi blues dalla pelle bianca più credibili; in anni lontani ha calcato gli stessi palchi di gente come Michael Bloomfield e Allman Brothers Band, si è persino meritato una menzione nel testo di un brano arcinoto di Charlie Daniels all’epoca in cui il suo filone musicale era orientato verso il southern rock più classico ed era accasato (discograficamente) presso l’etichetta Capricorn.

Nel corso di una lunga carriera ha sfornato una ventina di dischi ed ora ha appena pubblicato la sua terza fatica per la Alligator, la seconda attribuita a questo Big Fun Trio che oltre a lui comprende anche il tastierista Bob Welsh e Willy Jordan che si occupa delle percussioni, nella fattispecie del cajòn.

Welsh è uno stretto collaboratore del chitarrista, suona con Bishop da una decina d’anni e cinque CD, ed ha un discreto curriculum alle spalle, va però da sé che il pezzo forte del trio è Elvin, con la sua voce e la sua grande chitarra.
Questo Something Smells Funky ‘Round Here, registrato e mixato in California allinea una decina di brani per lo più composti dai tre componenti (in solitudine o in stretta collaborazione), con l’aggiunta di qualche azzeccatissima cover ripescata nello sterminato songbook del blues.

Il risultato è un suono robusto e ben strutturato, nonostante la formazione si basi praticamente su chitarre, tastiere e cajòn (c’è solo un cameo del fisarmonicista Andre Thierry nella conclusiva My Soul): la prestazione vocale di Bishop (coadiuvato dal percussionista) è assolutamente di buon livello e le chitarre ruggiscono con grinta, sia quando sono suonate normalmente, sia quando le corde vengono strapazzate dal bottleneck.

L’inizio è affidato alla canzone che intitola il disco, un buon lancio, ma il decollo è affidato alla seconda traccia, una ripresa della (Your Love Keeps Lifting Me) Higher And Higher di Jackie Wilson che più riuscita non poteva essere, ricca di groove e passione. Altra cover che incontriamo è Another Mule scritta da Dave Bartholomew, mentre tra i brani originali spiccano Stomp, con una notevole e agguerrita slide e Looking Good un ottimo blues recitato, lento, con gran pianoforte e soprattutto grande chitarra, con Bishop impegnato in una sorta di autobiografia in musica. Da menzionare assolutamente anche la ripresa di I Can’t Stand The Rain (Ann Peebles) con un dispiego d’organo davvero avvincente.

JAMES MADDOCK – If It Ain’t Fixed, Don’t Break It

di Paolo Crazy Carnevale

9 aprile 2019

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JAMES MADDOCK – If It Ain’t Fixed, Don’t Break It (Appaloosa 2018)

Ad appena un anno dal precedente e molto interessante Insanity Vs. Humanity, il rocker britannico di casa negli Stati Uniti torna a colpire con un nuovo disco, un disco dall’approccio molto più virato verso il rock’n’roll rispetto a quel prodotto che ci aveva colpito per l’originalità e la varietà musicale.

Questa nuova uscita non è male, assolutamente, ma convince molto meno, sembra più uscita dall’urgenza di mettere in pista le nuove canzoni che da una reale idea musicale. Maddock ha ormai una nutrita discografia alle spalle e i riferimenti a certe cose dello Springsteen migliore sono più che mai evidenti in questa ennesima fatica, molto più che sul disco del 2017, però si avverte una certa tendenza a ripetersi, le composizioni sono buone ma sembrano un po’ ripetersi.

La band che lo accompagna è naturalmente quella rodata e affiatata che già conosciamo, con le tastiere di Ben Stivers ad imprimere un sound deciso al risultato finale e la sezione ritmica formata da Drew Mortali al basso e Andrew Comess alla batteria che macina molto bene nelle dieci tracce in cui compaiono come ulteriori ospiti solo le voci di Joy Askew e Shannon Conley.

L’inizio è di forte impatto con la solida Discover Me, mentre la virata verso un rock con pianoforte honky tonk della successiva No Love In Our Love non è troppo riuscita.

Assolutamente più riuscita la cover di Loretta, il brano di Townes Van Zandt qui rivisitato in chiave molto veloce e originale, peccato che l’avessimo già ascoltata lo scorso anno sul doppio tributo al cantautore texano prodotto da Andrea Parodi proprio per la medesima Appaloosa.

Ain’t Leaving My Girl For You è un passo indietro, un po’ melensa, anche nei suoni; il disco riprende quota con la sferragliante Knife Edge, un continuo crescendo costantemente sorretto dall’organo suonato da Stivers, qui perfettamente inserito nel ruolo.

Calling My People è invece uno scanzonato incalzante boogie che però con i suoi oltre sette minuti di durata, risulta a lungo andare monotono nonostante i cambi di andatura tra la strofa ed il refrain (per altro accattivante). A seguire Music In The Stars, una ballatona in cui non tutto funziona alla perfezione a livello sonora in cui gli archi sintetizzati stridono eccessivamente, non va meglio con Don’t Lie To Me troppo fifties con un piano alla Perry Como. Prima della conclusione c’è spazio anche per uno strumentale, Dad’s Guitar, dall’ispirazione vagamente surf che ricorda lontanamente Merrel Fankhauser, poi per il finale Maddock e soci tornano ad essere all’altezza della situazione con la breve Land Of The Living che oltre ad un buon tema musicale con la chitarra del titolare finalmente in bella mostra, mette in pista anche un testo meno qualunque, tra riflessione ed ironia, nella scia di quanto ci aveva fatto apprezzare il disco precedente.

JOHN MAYALL: La storia del blues a Fontaneto D’Agogna.

di Paolo Baiotti

7 aprile 2019

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JOHN MAYALL: LA STORIA DEL BLUES A FONTANETO D’AGOGNA.

Sabato 30 marzo il Phenomenon di Fontaneto D’Agogna, nei pressi di Borgomanero, ha ospitato l’ottava e ultima data italiana del tour europeo di John Mayall, il decano del blues inglese.
A 85 anni, compiuti il 29 novembre del 2018, John non solo continua a pubblicare con regolarità (quattro dischi in studio e uno dal vivo negli ultimi sei anni), ma si sottopone a tour che artisti molto più giovani faticherebbero a sopportare. Quello in corso prevede 40 date in 48 giorni in 14 paesi. Inoltre l’artista tutte le sere prima del concerto vende personalmente al banco del merchandising i suoi dischi e subito dopo, senza riposarsi un attimo, si mette a disposizione per autografi e saluti. Evidentemente ha deciso di suonare finchè le forze lo sostengono ed è uno dei motivi del rispetto e dell’affetto del pubblico che lo ha accolto con un’ovazione quando è salito sul palco del locale, completamente esaurito.

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Un po’ piegato, ma vitale e lucido sia nel suonare che negli intermezzi parlati nei quali ha infilato qualche battuta fulminante dimostrando una notevole ironia, Mayall si è diviso tra hammond, suonato solo nel primo brano Dancing Shoes, piano elettrico e chitarra (rettangolare e leggera, un modello ad hoc costruito per lui), senza trascurare l’armonica. A parte qualche esitazione con la chitarra si è disimpegnato egregiamente, sempre in piedi, aiutandosi con un quaderno per ricordare i testi delle canzoni. La scaletta varia ogni sera e non di poco: a Fontaneto ha eseguito due soli brani dal nuovo disco, The Moon Is Fool e It’s So Tough, ripescando chicche dimenticate come One Life To Live e lo slow A Dream About The Blues da Chicago Line dell’88. Un discorso a parte lo merita la band, a partire dalla collaudata sezione ritmica di Jay Davenport (batterista presente dal 2009) e Greg Rzab, formidabile bassista già con Otis Rush e Buddy Guy che, entrato nella band nel ’99, è uscito l’anno dopo per suonare con i Black Crowes e con i Gov’t Mule, ma è tornato in pianta stabile nel 2009. Per un certo periodo hanno suonato in trio, senza chitarra, poi Mayall ha deciso di assumere una nuova chitarrista, Carolyn Wonderland, texana di Houston, che ha già inciso una decina di dischi da solista o con The Imperial Monkeys. Una decisione che dimostra l’eterna voglia di rinnovarsi del bluesman e la sua innata capacità di trovare musicisti poco conosciuti da valorizzare, come ha fatto in modo clamoroso negli anni sessanta (Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor solo per citare i chitarristi) e anche in seguito (Coco Montoya, Walter Trout, Buddy Whittington e Rocky Athas in tempi più recenti). La Wonderland ha rivitalizzato la band, con la sua energia, la sua capacità di chitarrista fluida e grintosa e le doti vocali non indifferenti, tanto che ha cantato un paio di brani tra i quali la sua Two Trains, con un riff ispirato da You Don’t Love Me, tratta dall’album Peace Mill del 2011.

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Il concerto non ha avuto un momento di stanca, con particolari note di merito per il mid-tempo Dirty Water tratto da Stories, una traccia ecologista scritta da Buddy e Julie Miller, una scintillante Help Me (Sonny Boy Williamson), una lunga Chicago Line con spazio solista per la sezione ritmica e il bis Looking Back, una delle poche riprese dagli anni sessanta.

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Una serata che ha riproposto ancora una volta la magia del blues e il temperamento dell’indomito musicista originario di Macclesfield, che ha esordito con un singolo nel ’64 e che quindi sta festeggiando nel modo migliore 55 anni di carriera, sul palco e con il nuovo brillante album Nobody Told Me.

TWO TONS OF STEEL – Gone

di Paolo Crazy Carnevale

3 aprile 2019

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TWO TONS OF STEEL – Gone (Big Bellied/Two Tons Of Steel 2017)

Non si può dire che siano molto noti dalle nostre parti, ma i Two Tons Of Steel sono un’autentica Gloria locale della musica texana, in particolare dell’area tra San Antonio e Austin (ma si esibiscono con frequenza e gran seguito in tutto lo stato della Stella Solitaria, e sono arrivati anche in Europa). Sulla breccia da oltre vent’anni, capitanati dall’inossidabile Kevin Geil, un cantante dotato, buon compositore, i Two Tons Of Steel sono da qualche anno il prodigioso chitarrista mancino Will Owen Gage, il batterista Rich Alcorta e il contrabbassista Jake Marchese. La loro miscela musicale attinge a piene mani nel rockabilly, nell’honky tonk, nello swing e naturalmente nella visione tutta texana del country, soprattutto musica per divertirsi, per ballare, ma suonata davvero bene: perché la dimensione ideale per ascoltare questa band è quella live, magari in una sala da ballo dalle luci soffuse, con cowboy e cowgirl che ballano allacciati una slow ballad oppure si lanciano vorticosamente in un giro di swing, roteando sugli stivali col tacco, incuranti dell’età, giovani, meno giovani, anziani, anche bambini.

Ma anche su disco i Two Tons Of Steel rendono molto bene, la voce di Geil è adatta a tutte le occasioni, la chitarra di Gage fa il suo bel lavoro e la sezione ritmica funziona metronomicamente, per di più il chitarrista e il batterista forniscono anche delle ottime armonie vocali, che arricchiscono un lavoro dietro la cui consolle è seduto nientemeno che Lloyd Maines, mica uno qualunque.

L’inizio è subito un tuffo negli anni cinquanta, Shoulda Known Better pare composta da Geil con la mente rivolta ad un grande texano, Buddy Holly, uno dei padri assoluti del rock’n’roll, spesso presente anche nelle set list dei concerti dei Two Tons Of Steel. All Tied Up viaggia più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, mentre Jumpin’ Tonight (composta dal gruppo con il vecchio Augie Meyers) riporta allo swing più indiavolato, ma forse anche un po’ più risaputo. Poi arriva una sequenza di ballate spaccacuore, in cui Kevin sembra essere specialista, ed emerge particolarmente qui la presenza nel gruppo del veterano della pedal steel Denny Mathis, già alla corte di titolati personaggi quali Bob Willis e di Willie Nelson e ora membro aggiunto dei Two Tons Of Steel. Gone, il brano che dà titolo al disco è notevole, con rimandi dylaniani, vede il produttore ospite al mandolino, perfettamente inserito tra la chitarra di Will Owen Gage e la pedal steel; meglio ancora Does Heaven Know, languida al punto giusto, e il capolavoro Surrender, che grazie ai suoi oltre quattro minuti si fa apprezzare a lungo e pienamente, assolutamente la perla del disco.

Count On Me (I’ll Let You Down) è più veloce, Can’t Get You Off My Mind conferma lo status compositivo eccellente del gruppo, con la sezione ritmica in grande forma, impegnata a sostenere un riff indiavolato su cui Kevin canta disperatamente mentre Gage si lancia in assoli venati di fuzz, non siamo lontani dai Los Lobos dei vecchi tempi, e l’impressione è confermata anche nella successiva Sweet White Van, tra le composizioni migliori del disco autentica vetrina per le evoluzioni della chitarra solista, e nella conclusiva Runaway Baby, un po’ meno tirata, ma costruita in maniera ipnotica, coinvolgente.

I Two Tons Of Steel sono molto più di una local band texana, provate ad ascoltarli e ve ne renderete conto immediatamente.

WILKO JOHNSON – La sofferenza del blues

di Paolo Baiotti

1 aprile 2019

Nel 2013 Wilko Johnson, chitarrista di Canvey Island nato nel 1947, fondatore con Lee Brilleax dei seminali Dr. Feelgood, band di pub-rock apprezzata sia dagli appassionati di blues che dai punk-rockers, sembrava spacciato. Gli era stato diagnosticato un tumore terminale al pancreas, incurabile con la chemioterapia e non operabile. Wilko reagì da vero guerriero, continuando a suonare e pubblicando nel marzo 2014 un album con Roger Daltrey, Going Back Home, salito al n.3 in Gran Bretagna, il suo più grande successo dopo il clamoroso n.1 di Stupidity, il disco dal vivo dei Dr. Feelgood del 1976. L’anno dopo un oncologo gli disse che forse, con un’operazione invasiva di dieci ore, sarebbe sopravvissuto. Wilko ha affrontato l’operazione, gli è stata asportata una parte rilevante di stomaco e intestino oltre al pancreas, ha superato un lungo periodo di convalescenza e poi ha ripreso a suonare, ovviamente con qualche pausa in più, ma con immutato entusiasmo, passione e amore per la sua professione, pubblicando Blow Your Mind nel 2018.

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Influenzato da Mike Green, il chitarrista di Johnny Kidd & The Pirates, il mancino dell’Essex ha perfezionato uno stile che gli ha consentito di suonare ritmica e solista allo stesso tempo, emergendo nei Dr. Feelgood con un suono semplice, energico, secco ed essenziale ravvivato da assoli brevi e rabbiosi, muovendosi di continuo sul palco. Lasciata la band nell’aprile del ’77 per dissidi musicali con il cantante e armonicista Lee Brilleaux, ha formato i Solid Senders, diventati Wilko Johnson Band, ha suonato con i Blockheads di Ian Dury, poi è tornato alla carriera solista con un altro Blockhead, il bassista Norman Watt-Roy. La sua attività è proseguita senza squilli, ma la stima e il rispetto nei suoi confronti sono rimasti inalterati da parte di un fedele zoccolo duro di appassionati.

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Il concerto di sabato 23 marzo a Castelceriolo nel Cinema Macallè, un locale a due passi da Alessandria che ricorda gli anni sessanta e che l’anno scorso ha ospitato i Blasters grazie alla dedizione di Salvatore Coluccio, animatore di una realtà di provincia che resiste miracolosamente in questa Italia in cui le istituzioni ignorano la cultura, è stato un evento per gli appassionati delle zone limitrofe e non solo. Piemontesi, lombardi e liguri hanno riempito il locale per ascoltare Wilko, il fedelissimo Watt-Roy e il batterista Dylan Howe (figlio di Stevie, chitarrista degli Yes).

L’attesa è stata premiata quando il trio è salito sul palco un po’ tardi (come al solito), ma la serata ha avuto sviluppi imprevedibili. Vestito di nero, magro ed elegante, il chitarrista è apparso in buona forma con la sua Fender Telecaster rossa e nera (anche Mike Green suonava questa chitarra), senza l’ausilio dei pedali. La prima mezzora è filata liscia, a parte qualche problema tecnico, con una manciata di brani recenti come That’s The Way I Love You, Take It Easy e Marijuana e riprese da dischi più datati, If You Want Me You Got Me (da Barbed Wire Blues) e la reggata Dr. Dupree (da Solid Senders), mentre il pubblico si è scaldato particolarmente con il classico Going Back Home dei Feelgood, Wilko ha sfoggiato la solita essenzialità, più fermo di una volta (e ci mancherebbe…), ma sempre vivace e presente, seguito da una sezione ritmica pulsante con Howe puntuale e Watt-Roy che seguiva un suo copione mosso e sgraziato. A un certo punto il chitarrista è impallidito e si è accasciato lentamente, facendo segno di non stare bene. E’ accorso il manager, ci sono stati momenti di paura, lui ha cercato di tranquillizzare tutti mantenendo la calma, ma il concerto è stato sospeso per una ventina di minuti. Un’iniezione di insulina ha avuto l’effetto sperato…Johnson ha ripreso la chitarra, applaudito con affetto e la crisi è sembrata superata. Una certa stanchezza è emersa in Keep On Loving You e Roxette, la dilatata When I’m Gone e I Love The Way You Do non hanno sfigurato, ma alla fine della jammata Everybody’s Carrying A Gun, in cui il leader ha lasciato spazio alla sezione ritmica, Wilko si è appoggiato al suo manager visibilmente provato. Si è capito che questa volta non avrebbe ripreso il concerto, chiuso dopo un’ora di musica. Nessuno si è lamentato o ha fischiato, nessuno ha scattato foto dell’artista seduto sul lato destro del palco, solo tanto rispetto e un lungo applauso quando è tornato nel backstage.

Nonostante la parziale delusione non possiamo che ringraziare questo guerriero orgoglioso, il suo coraggio e la sua passione, sperando di poterlo rivedere in un’occasione più propizia.

SABRINA NAPOLEONE – Modir Mir

di Ronald Stancanelli

29 marzo 2019

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Napoleone, nome decisamente importante e forse pur scomodo, ma che resta graniticamente in modo indubbio in mente a ogni ascoltatore od interlocutore, è invece una tostissima fanciulla che non ha riserve a proporre un ensemble di musicalità intensamente forte ed incisiva che ci azzardiamo ad accomunare a pagine di Nick Cave & Bad Seeds, come peraltro ai Velvet Underground, indubbiamente a Nico, ai Wilco e in certi istanti alla miglior new wave di una volta.
Voce forte, energica e vigorosa che ben si sposa con le taglienti sonorità di vari brani, ad esempio perfetto connubio in nel giorno di Natale. La proposta appunto sia musicale che poetica, testi invero precisi e graffianti quanto è giusto lo siano, sono li a tessere una trama interessantissima e nel contempo impegnativa ed integrativa di varie problematiche e fatti che riguardano in toto un po tutti noi incatenati volenti o nolenti in una epoca che pare ci abbia reso liberi in abnorme misura e felici in grande connotazione ma che stringi stringi, poca è la sabbia che resta tra le dita. Esemplare in detto senso il pezzo Creatura di rabbia che se esistessero ancora i vecchi 45 giri ne sarebbe degna abitatrice. Una sfera tonda, ovale, curva, a istanti spigolosa, una sfera personale dicevo leggibile in variegate e multiformi aspetti che poi può essere di me di te , di noi tutti, sviscerata in soli nove, ma eccellenti, pezzi che con una forte , anche criptica, soluzione di continuità ci avvolgono, ci avviluppano, in definitiva ci affascinano ed attraggono dando ragione alpensare, allo sperare, al dialogare con se stessi e in ultimo pur di bellamente sognare.
Ricerche di soluzioni e cambiamenti, denuncia di storture e fatti incresciosi, un piccolo grande capolavoro sia per le parole che per le ritmie sincopate, in questo senso ne è mirabile esempio Resilienza. Fatti incomprensibili, urla di dolore e strazio, rabbia e sentori di rivoluzioni attese ed anelate.
Ascoltare con attenzione e fruire ed accettare il verbo musicale di questo album è cosa doverosa e quello che esce dai solchi ti contorna come miele. Disco facile, commerciale, orecchiabile, solare ? Beh certamente no, ma cercate e trovate gli antagonisti dei termini succitati ed avrete il quadro esatto di quello che viene proposto. Album intensamente coinvolgente e qui raggiunge il suo scopo di essere. Sorpresa e fascino infinito trovarne, a mia insaputa, in un frangente la rotonda voce di Max Manfredi, piccolo tassello e cameo che aggiunge bellezza a bellezza. Testi di Sabrina Napoleone e musiche della stessa Sabrina con Giulio Gaietto, unica cover un pezzo di Luigi Tenco, giustamente scelto tra i meno noti. Di Max si è detto, La sua presenza in Il business dei primati è ripartito con ben altri 15 ospiti ! Registrato a Genova e Leivi è prodotto quasi in toto dal duo Napoleone Gaietto.
La Orange Home Records ci regala un ennesimo ottimo lavoro. Belle le foto vintage virato seppia, probabilmente l’artista quando era piccolina , molto suggestiva la front cover a Selinunte.

KURT DEEMER BAND – Antenna Like A Lightning Rod

di Paolo Baiotti

25 marzo 2019

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KURT DEEMER BAND
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Kurt Deemer 2018

La Kurt Deemer Band è una formazione americana di indie-rock originaria di Baltimora, che non dimentica l’esperienza di autori classici come Tom Petty, Elvis Costello o Paul Westerberg, ma cerca di attualizzarla, con qualche somiglianza alla scrittura di contemporanei come Ryan Adams e i Dawes. Il frontman Kurt Deemer, cantante e chitarrista, è anche il principale compositore del quartetto, un musicista esperto con alle spalle un ventennio di attività. Gli altri componenti della band sono il chitarrista John Christensen di Pittsburgh, il bassista Kris Maher di Baltimora e il batterista britannico Steve Rose, raggiunti per l’incisione di questo mini album dal tastierista Ben Alexandre’. Hanno già pubblicato l’album Gaslight nel 2016 e l’Ep con cinque brani Afterthought nel 2017 e suonano regolarmente tra il Maryland e lo stato di Washington, con puntate in altre aree della East Coast. Il dischetto, comprendente sei brani, è aperto da A Dream In The Dark, caratterizzata da un’intro rarefatta, da una batteria ripetitiva e una chitarra robusta, prosegue con la melodica Liars And Thieves con tastiere avvolgenti che possono richiamare i Simple Minds e un calibrato assolo di chitarra nel finale e con la ballata d’atmosfera Listen To Love, in cui la tonalità vocale incrocia Brian Ferry e Elvis Costello. Shadow Pass è un up-tempo rilassato e disteso con una melodia che resta in testa, Walking On una traccia ritmata alla Tom Petty e Little Hand un altro mid-tempo che denota un certo gusto sia nella scrittura che nell’arrangiamento, in cui le tastiere richiamano i Doors e i Creedence.
Antenna Like A Lightning Rod è un mini-album promettente di rock intenso e scorrevole allo stesso tempo.