Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

JOHNNY BEAUFORD – Just A Little Pick Me Up

di Paolo Baiotti

30 aprile 2022

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JOHNNY BEAUFORD
JUST A LITTLE PICK ME UP
St. Cait Records 2020

Registrato negli Audiostyles Studios di Dripping Springs in Texas, prodotto dall’artista con Taylor Tatsch, questo è l’esordio solista di Johnny Beauford, texano di Dallas attualmente residente a Mesquite con la famiglia. Non è un novellino, essendo attivo da una decina d’anni e avendo fatto parte di Jack Kerowax, formazione di americana e della rock band Bravo, Max! di Dallas con le quali ha pubblicato una mezza dozzina di dischi. Ma con il suo nome prima di Just A Little Pick Me Up ha inciso solo dei demos raccolti in un paio di EP casalinghi. Johnny fa parte anche di due formazioni locali, Minor Tigers e Cpt Tornado.
Stavolta si è dedicato a una prova solista raccogliendo testi e musiche scritti nel corso degli anni, aiutato dagli amici Garrett Padgett (chitarra) e Jonathan Jackson (batteria) con i quali collabora da lungo tempo e con i quali ha condiviso l’esperienza dei Bravo, Max!.
Musicalmente il disco alterna indie rock e roots rock melodico e scorrevole con la chitarra sempre in primo piano rispetto alle tastiere. L’opener Killer Bus Driver e Cool Breeze fanno parte della prima categoria, l’orecchiabile Golden Lungs e Messin’ Around con i fiati in ritmica che ricordano i Jukes di Southside Johnny, influenzate dalla scrittura e dal modo di cantare di Tom Petty, fanno parte della seconda.
Ma non mancano un approccio più rock nell’intenso singolo Doomsday Café accompagnato da un testo sulla credibilità delle informazioni, un’influenza pop nella ballata Moxy e nella briosa The Fog Song, venature sixties nel mid-tempo CST e riff hard rock nella disomogenea Echo Chamber.
La voce di Johnny non ha caratteristiche particolari e questo è un limite, mentre dal punto di vista musicale il disco è un po’ dispersivo, pur avendo alcuni spunti interessanti.

Paolo Baiotti

DEEP PURPLE – Turning To Crime

di Paolo Baiotti

25 aprile 2022

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DEEP PURPLE
TURNING TO CRIME
EarMUSIC/Edel 2021

Si sono divertiti di più i Deep Purple a registrare Turning To Crime oppure gli appassionati ad ascoltarlo? E’ difficile rispondere! Di sicuro si respira un’atmosfera rilassata e festosa tra i solchi di questo album di cover, il primo della carriera della gloriosa band britannica che, peraltro, ha avuto il suo primo hit con Hush di Joe South nel ‘68. Un disco nato da un’idea del produttore Bob Ezrin, concepito e inciso durante il lockdown come si capisce dalle ironiche note di copertina in cui si parla di cinque musicisti disoccupati e agli arresti domiciliari, di un pizzico di tecnologia, di una cucchiaiata di canzoni che li hanno influenzati nel corso degli anni, di un un miscuglio di tutto ciò con l’aggiunta di un po’ di sale e pepe…ed ecco il risultato! Ian Gillan (voce), Ian Paice (batteria) e Roger Glover (basso) sono i tre superstiti della formazione storica detta Mark II, ai quali da anni si sono aggiunti Steve Morse (chitarra dal 1994) e Don Airey (tastiere dal 2002). A differenza di altre band storiche loro hanno continuato a pubblicare album nuovi: Now What?! (2013), inFinite (2017) e Whoosh! (2020), sempre prodotti da Bob Ezrin, hanno occupato posizioni di rilievo nelle classifiche europee (in Germania tutti e tre al primo posto) e anche dal vivo hanno eseguito parecchie tracce recenti alternate ai classici dei decenni precedenti.
Ma Turning To Crime è un’altra storia, un album che senza particolari ambizioni vuole ricordare su cosa si è formata la musica del quintetto e per questo è un disco di rock, non di hard rock, con venature rock and roll e soul. La passione di Gillan per il rock and roll dei fifties è testimoniata dalle incisioni con The Javalinas e in questa occasione dalla briosa ripresa di Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu del ’57 in cui spicca il piano boogie di Airey, di Let The Good Times Roll del ’46 incisa con il suono di una big band, con intermezzi jazzati di chitarra, piano e organo e di The Battle Of New Orleans, skiffle di Jimmy Driftwood del ’59, portata al successo da Johnny Horton, con il violino di Gina Forsyth che Gillan e Glover suonavano con gli Episode 6 prima di entrare nei Deep Purple.
Passando al periodo successivo l’opener 7 And 7 Is dei Love (1966) non ha la rabbia garage dell’originale, mentre Oh Well di Peter Green (1969) fa la sua figura pur non avvicinando la versione dei Fleetwood Mac specialmente nel suono della chitarra. Funzionano meglio un’indurita Jenny Take A Ride di Mitch Ryder, Lucifer di Bob Seger da Mongrel del ’70, una gloriosa White Room (da segnalare in generale la qualità delle interpretazioni vocali di Ian Gillan), una cadenzata Shapes Of Things, una briosa Dixie Chicken con il piano nuovamente in evidenza e persino Watching The River Flow di Bob Dylan.
Decisamente riuscita la scelta del finale: un brillante medley prevalentemente strumentale chiamato Caught In The Act in cui si alternano segmenti di classici, da Going Down a Green Onions, da Hot’ Lanta a Dazed And Confused, per finire con Gimme Some Lovin’.

Paolo Baiotti

CORDOVAS – Destiny Hotel

di Paolo Crazy Carnevale

20 marzo 2022

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Cordovas – Destiny Hotel (ATO 2021)

Una delle più piacevoli sorprese dello scorso anno questo secondo disco dei Cordovas, gruppo raccolto attorno alla figura di John Firstman, cantante, polistrumentista e principale autore delle dieci tracce che compongono questo bell’LP.

Il gruppo, di base in Tennessee, ha un suono che profuma vagamente di California, più precisamente di certe cose country-rock dei tempi andati; d’altra parte per registralo il quartetto si è spostato a Los Angeles. Molto curato nelle sonorità e negli arrangiamenti delle armonie vocali, il disco può contare sulle chitarre di Lucca Soria e Toby Weaver (che suona anche violino e un ottimo mandolino), mentre Sevans Henderson si occupa di tastiere varie, anche se per la verità nel disco c’è anche, e si sente, l’organo di Rami Jaffee che costituisce un tappeto denso di suggestioni su cui i vari strumenti a corda si dipanano con successo.

Si parte alla grande con il primo colpo di fulmine, High Feeling, scritta a più mani, che è anche il singolo apripista, un brano a presa rapida, nel senso che si cementa subito nella testa dell’ascoltatore, tutto gira alla perfezione, l’hammond di Jaffee è il collante, i Cordovas vi si appiccicano come fosse una carta moschicida e non lo lasciano più.

Certo il sound non è nuovo, ma è piacevolmente rinfrescato e coinvolgente.

Ottima anche la traccia successiva, Rain On The Rail, con le armonie vocali che funzionano a pennello, qui sono Firstman e Weaver gli autori. Più country swing Fine Life, brano scanzonato guidato dal violino di Weaver, con un testo inneggiante alla vita spensierata lontana dalle metropoli. Afraid No More è un breve brano lento, caratterizzato stavolta dal pianoforte (Firstman o Henderson?), poi il primo lato si conclude rapidamente con Man In My Head, un altro breve brano, più rock stavolta, cadenzato dalla batteria (sono diversi i batteristi ospiti del disco) e ben cantato. Destiny apre invece la seconda parte del disco, bei cori, belle chitarre e solito bel lavoro dell’organo di Jaffee, su cui si innesta il piano di Henderson, per un brano molto solare.

Warm Farewells è tutta di Firstman, molto corale, bel break di chitarra e Weaver che si cimenta sia con il mandolino che col violino. The Game riporta in pista l’anima rock del gruppo, attacco robusto, con la batteria che fa la sua parte, le chitarre l’organo a comandare nella parte strumentale mentre il cantato è tutto a tre voci: da qualche parte sembra strizzare l’occhio ai Grateful Dead del 1970.

I’ma Be Me è anche cantata a più voci, le chitarre sono molto distintive, con tanto di assoli gemellari, sembrerebbe esserci anche una steel (come in altri brani del resto), ma più probabilmente si tratta solo di un uso particolare della pedaliera, il ritmo è incalzante.

Per congedarsi dal pubblico i Cordovas si affidano ad una lenta ballata che parte con chitarra acustica, piano e violino, stavolta meno corale (refrain a parte) e andamento struggente.

Bravi davvero!

Paolo Crazy Carnevale

STEFANO DYLAN – Ouroboros

di Paolo Baiotti

20 marzo 2022

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STEFANO DYLAN
OUROBOROS
Autoprodotto 2022

Stefano Dylan, cantautore torinese da qualche anno residente in Irlanda per motivi di famiglia e di lavoro, si è fatto conoscere ed apprezzare nella zona di Limerick dove è domiciliato, entrando a far parte della scena locale. Sfortunatamente la pandemia ha interrotto la possibilità di suonare nei locali e nei pub che, a differenza di quanto avviene dalle nostre parti, non richiedono solo le cover band, ma gli ha dato la possibilità di preparare con calma il secondo album a due anni di distanza dall’esordio Rough Diamonds. Questa volta tra le dodici tracce ce ne sono tre cantate in italiano oltre alle otto in inglese e a uno strumentale. In realtà Endless Road è divisa in due parti poste in apertura e chiusura del disco, la prima strumentale e sognante con l’elettrica di Matt Sofianos che ricama assoli melodici che incrociano David Gilmour e Mark Knopfler intrecciandosi con l’acustica di Stefano, la seconda cantata completando una delle tracce più convincenti dell’album. La delicata e toccante The Life Before e la malinconica Fool’s Gold arrangiata con la partecipazione di due chitarre acustiche e di una chitarra classica confermano l’impronta folk del modo di comporre e cantare di Stefano, che mi sembra paradossalmente più originale nei brani in inglese rispetto alla convenzionale Asso, seppur valorizzata da un testo pregevole e alla sofferta Amarcord, in cui si notano il piano di Carlo Gaudiello e la tromba di Steffen Dix. La ritmata Flight Distances e Midlife Booze interpretata con voce più sporca e con un’elettrica aspra, testimoniano le influenze rock dell’autore, ma in definitiva l’eccellente Rain Waters cantata con l’aiuto di Karla Segade, l’acustica Moving On, morbida e triste e la pianistica Desiderio lasciano l’impressione che il tratto distintivo della scrittura di Stefano privilegi lo stile dei folksingers.
Ouroboros antico simbolo rappresentante un serpente o un drago che si morde la coda formando un cerchio senza inizio né fine, raffigurato nella copertina del disco, conferma le positive percezioni dell’esordio e la maturazione del suo autore.

Paolo Baiotti

MODEL T BOOGIE – Still Gettin’ Down

di Paolo Baiotti

10 marzo 2022

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MODEL T BOOGIE
STILL GETTIN’ DOWN
Cluster Records 2021

Torna in attività una delle formazioni storiche del blues italiano, la Model T. Boogie, sempre guidata da Giancarlo Crea (armonica e voce) con gli eccellenti chitarristi Dario Lombardo e Nick Becattini e la batteria di Massimo Bertagna, ai quali si aggiunge la giovane bassista Alice Costa che ha sostituito Massimo Previn, purtroppo deceduto nel 2015. Il nuovo album è il terzo della loro storia e viene pubblicato 32 anni dopo Born To Get Down e 35 anni dopo l’esordio …Really The Blues! Negli anni ottanta questa formazione è stata riconosciuta e applaudita anche negli Stati Uniti, soprattutto nella zona di Chicago dove si è esibita nell’87 nel Chicago Blues Festival. In quel periodo hanno accompagnato in tour Eddie C. Campbell e Johnny Copeland e stretto un legame forte con Phil Guy, fratello di Buddy. Inoltre Becattini negli anni novanta ha suonato nella band di Son Seals e con Melvin Taylor, mentre Bertagna ha suonato con Maurice John Vaughn e Lombardo, oltre ad un’intensa attività con la sua Blues Gang, ha collaborato con artisti di Chicago come John Primer e Liz Mandeville. Stiamo parlando di musicisti esperti che non hanno nulla da invidiare ai bluesmen americani e lo confermano anche in questo Still Gettin’ Down che si riaggancia ai dischi precedenti miscelando Chicago Blues con qualche spruzzata di funky, alternando cinque tracce autografe a sei cover non scontate, scelte da veri esperti del settore.
I due brani di Lombardo aprono e chiudono il disco: il brioso errebi Hey, Model T! ispirato da Mona di Bo Diddley e il mid-tempo Still Gettin’ Down con un’armonica fluida e un finale di chitarra calibrata. Nick contribuisce con l’up-tempo Even In My Sleep e il funky-blues Gipsy Woman oggetto del primo video, mentre Giancarlo apporta il boogie strumentale Model T’s Boogie guidato dalla sua armonica. Quanto alle cover spiccano il raffinato mid-tempo Lucy Mae Blues dal repertorio di Buddy Guy con un assolo di elettrica di Nick e la slide acustica di Dario, la scorrevole Everything’s Gonna Be Alright di Little Walter con la voce di Crea e il piano di Keki Andrei e il vibrante up-tempo Western Union Man con una chitarra bruciante e l’armonica di Andrea Scagliarini.
Still Gettin’ Down è un gradito ritorno…speriamo che il gruppo riesca anche ad organizzare dei concerti per promuovere adeguatamente il disco.

Paolo Baiotti

TINSLEY ELLIS – Devil May Care

di Paolo Crazy Carnevale

10 marzo 2022

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Tinsley Ellis – Devil May Care (Alligator 2022)

Cadenza quasi regolare per le uscite di questo bluesman georgiano accasato presso la blues label per eccellenza, per la quale aveva registrato anche i suoi primi dischi prima di passare alla Capricorn e poi alla Telarc con una carriera discografica di lunghissimo corso iniziata negli anni ottanta.

I suoi dischi sono sempre stati apprezzati anche se negli ultimi anni sembravano un po’ la fotocopia uno dell’altro, gran blues chitarristico ma senza troppa motivazione e impegno. Per questa nuova produzione – realizzata con la produzione di Kevin McKendree, qui anche in veste di tastierista, artefice di parecchie produzioni Alligator – Ellis sembra ricordarsi di essere non solo un bluesman ma anche un sudista, georgiano per di più, lo stato dell’Allman Brothers Band.

Devil May Care, disco molto infernale (oltre al titolo dell’album ci sono altri due brani che nel titolo fanno riferimento al diavolo e agli inferi e a ben vedere anche il disco precedente, Ice Cream In Hell, aveva l’inferno nel titolo) e soprattutto un disco di bel southern rock che oltre che pagar dazio a gente come Allmans e soci riprende altre sonorità tipiche del sud rockettaro.

Il risultato è che tra le mani abbiamo indubbiamente il miglior disco inciso da Ellis negli ultimi anni. Se l’iniziale One Less Reason è una buona composizione guidata dall’incedere dell’organo di McKendree sviluppandosi sull’incalzante ritmo sostenuto da Steve Mackey e Lynn Williams, con la seguente Right Down The Drain è un autentico brano sudista classico, di quelli con i botta e risposta tra una chitarra e l’altra che sfocia nel classico finale a chitarre gemelle, solo che a fare tutto è Ellis da solo. I bollori si placano con la splendida soul ballad Just Like Rain, con il titolare meno impegnato a fare il guitar hero cimentandosi piuttosto come vocalist lasciando posto a McKendree e al suo strumento: a Gregg Allman sarebbe piaciuta molto.

Beat The Devil è un po’ meno sudista, nell’accezione classica del termine, ma funziona bene, grazie anche ai fiati, presenti per altro anche nella composizione precedente. Le atmosfere southern tornano nella lenta Don’t Bury Our Love e in Juju che si snoda tra organo e slide con stacchi mutuati da casa Allman che colpiscono dritto al cuore; atmosfere funky dettate da organo e chitarra in Step Up che vede anche il ritorno della sezione fiati (Jim Hoke e Andrew Carney), poi la lunga One Last Ride ci riporta alla soul ballad e alla voce in stile Gregg Allman, con la slide che ricorda molto Dickey Betts e le sue indimenticabili cavalcate sonore.

Per 28 Days Ellis lascia le origini sudiste lanciandosi in un brano dal sapore molto hendrixiano, con tanto di wah wah, poi per il finale da applausi viene sfoderato di nuovo il rock blues sudista, ma non quello dello stato d’origine, qui Ellis fa un bel tuffo nel Texas blues: Slow Train To Hell (ecco l’inferno che torna) sembra battere la stessa bandiera dei vecchi ZZ Top e della loro Blue Jeans Blues, con grande efficacia, soprattutto nelle parti di chitarra.

Paolo Crazy Carnevale

MARKUS REUTER – Truce 2

di Paolo Crazy Carnevale

6 marzo 2022

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Markus Reuter – Truce 2 (Moonjune Records 2022)

Che Markus Reuter sia un iperattivo prezzemolino all’interno di casa Moonjune credo di averlo scritto già altrove, tra dischi a proprio nome, dischi come sideman di progetti a più nomi e come ospite nei dischi dei colleghi, negli ultimi quattro/cinque anni se ne contano almeno una dozzina (senza contare quelli per altre case discografiche). Sempre spaziando attraverso i generi e gli esperimenti sonori, senza contare le partecipazioni.

Questo disco è il seguito del primo Truce, pubblicato un paio di anni fa e realizzato con la stessa formazione qui coinvolta, che comprende oltre a Reuter il bassista veneto Fabio Trentini e il batterista Asaf Sirkis, altra colonna portante della label newyorchese.

Truce 2 oltre ad essere il primo disco dell’etichetta edito nel 2022 è anche il 120° del catalogo in vent’anni di attività, non male per un’avventura partita per pura passione e cresciuta a tal punto da diventare un sogno realizzato. Il disco è interamente registrato presso lo studio Ritmo&Blu di Pozzolengo con l’aiuto di Stefano Castagna in veste di ingegnere del suono.

Ed è sicuramente una delle cose migliori tra le moltissime uscite in questi anni dalla Touch Guitar di Reuter, una chitarra diversa dalle altre il cui scopo è quello di creare esclusivi paesaggi sonori non sempre di facile assimilazione.

L’uscita del disco precedente era caduta quasi in contemporanea con la pandemia e questo aveva bloccato il progetto alla fase inziale, ossia il disco, senza possibilità di promozione e concerti. Un po’ tutto il contrario di quanto i tre musicisti si aspettavano. Quando è giunto il momento di decidere come proseguire la scelta è ricaduta sul registrare un nuovo disco, ma senza ricalcare troppo le orme del precedente. Il tutto con il sostegno sempre entusiasta del patròn dell’etichetta.

Truce 2 inizia con The Rake quasi nove minuti di che fanno già trasparire la propensione verso un prog moderno con le caratteristiche del power-trio, in Rounds Of Love l’atmosfera è più che mai elettrica, mentre Barren è dominata dall’elettronica filtrata in chiave fusion.

Melomania è un po’ il cuore del disco, oltre che il brano che sta giusto a metà, un cuore pulsante grazie al gran lavoro del basso e della batteria su cui Reuter intesse i suoi paesaggi in cui la chitarra produce suoni quasi da tastiera. Consolation ci propone invece un Reuter all’insegna di suoni lancinanti prodotti sul manico della chitarra in un crescendo coinvolgente.
Particolarmente interessante il lavoro della sezione ritmica in River Of Things, dove la chitarra è trattata con elementi elettronici. Chiusura infine con la lenta One Cut Suffices dominata dalla matrice prog-rock radicata nel DNA dei tre artisti.

Paolo Crazy Carnevale

THE VEGETARIANS – Bill Haley

di Paolo Baiotti

26 febbraio 2022

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THE VEGETARIANS
BILL HALEY
ANNELLSSONGS 2021

The Vegetarians è un progetto di Hans Annellsson, compositore e musicista svedese, attivo anche in ambito di musica strumentale, che si è unito con numerosi cantanti tra i quali John Tabacco, Robin Schell (Blue Shift), Napoleon Murphy Brock (Frank Zappa) e John Crowe. Un progetto partito intorno al 2000 con l’intenzione di registrare covers di nomi storici del prog (Yes, King Crimson, Adrian Belew, Peter Hammill) e di Frank Zappa. Sono usciti un paio di album, Remustered And Remixed Salad e The Calling, ma poi l’idea si è evoluta e Hans ha deciso di incidere un album di brani autografi, Bill Haley, scritti quasi tutti in collaborazione con John Tabacco. Considerate le distanze e la pandemia sono stati scambiati files tra Long Island dove ha registrato il cantante e Malmo dove Hans ha costruito il suo studio. Hanno partecipato anche Morgan Agren (Devin Townsend, Mats & Morgan, Zappa’s Universe) alla batteria, Mats Oberg (Mats & Morgan, Zappa’s Universe) alle tastiere e armonica e Dan Bornemark alle tastiere.
Bill Haley mischia influenze rock, prog, pop e indie con qualche momento di ironia e di cabarettismo zappiano. L’unica cover è la beatlesiana Where’s My Yoko? della cantautrice Susan DeVita. Tra gli altri brani spiccano il prog-rock di Ones & Zeroes con cambi di ritmo e qualche reminiscenza dei Phish nel modo di cantare (che si nota anche nell’opener Everything Is Everywhere), il melodico pop-folk Five Little Words con l’armonica in primo piano, la mossa Distant Traveler in cui spicca il contributo del sax di Fredrik Kronkvist e la ballata floydiana Thank You, mentre le influenze zappiane sono evidenti nella cabarettistica Reptilian’s Folly, nella ritmata Louie e nella dissonante Voices.

Paolo Baiotti

HELENA DAVIDSSON – Aldrig Lika Konstig Och Ensam Igen

di Paolo Baiotti

19 febbraio 2022

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HELENA DAVIDSSON
ALDRIG LIKA KONSTIG OCH ENSAM IGEN
Kakafon Records 2021

Helena è una cantante svedese che, a sette anni di distanza dall’esordio But There Are Cows, pubblica il suo secondo album che incontra la tradizione cantautorale locale con arrangiamenti e improvvisazioni jazzate. La scrittura di Helena è influenzata dalla natura, dal rumore del mare, dal desiderio di libertà. Durante le sessioni di registrazioni leggeva i testi delle canzoni influenzando in questo modo le esecuzioni strumentali guidate da Henrik Cederblom, produttore e chitarrista del quale abbiamo recensito l’esordio Zobop nel 2019, un disco strumentale di musica folk molto vicino al jazz con qualche venatura dance e fusion. Ai testi di Helena si affianca la musica scritta principalmente dalla compositrice Sofia Pettersson e arrangiata da Cederblom con la partecipazione di Olle Linder al basso e batteria, Jon Falt alla batteria, Stefan Wingefors al piano e Lisen Rylander Love al sax, con l’aggiunta di qualche corista.
Indubbiamente la lingua svedese rappresenta un ostacolo alla comprensione complessiva del disco, ma non impedisce di apprezzare la voce calda e rilassata di Helena e la qualità degli arrangiamenti. Oltre alla title track intima, melodica e swingata con raffinati tocchi di chitarra, si distinguono la mossa Det Maste Handa Nagot Stort percorsa dal piano, il folk di Volkommen Blad cantato in coppia con Olle Linder come la delicata Svala, Fladdermus, la ballata Stormen con un break jazzato dominato dal sax free di Lisen, Puman che ondeggia tra folk e jazz con un’intro di percussioni e sax e gli inserimenti di un piano dissonante e la chiusura rarefatta di Haven Rullar che si distende nella parte finale corale.

Paolo Baiotti

PG PETRICCA – Bad Days

di Paolo Baiotti

17 febbraio 2022

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PG PETRICCA
BAD DAYS
Autoprodotto 2021

Scarno, essenziale, aspro, sofferto e minimale. Sono i primi aggettivi che mi vengono in mente ascoltando Bad Days, scritto e registrato in solitudine dal bluesman abruzzese Pierluigi Pg Petricca alla voce, chitarra acustica, dobro e percussioni varie con il solo aiuto del basso di Roughmax Pieri in tre occasioni. Dotato di una voce sporca, rugosa, bassa e a volte lamentosa che può richiamare Tom Waits, Petricca arrangia con sobrietà le nove tracce del disco, accompagnandole con dei testi appropriati che parlano di solitudine, di una quotidianità (il ‘bad day’) sempre più difficile e contrastata, di amori non corrisposti, della vita condizionata dalla pandemia e di città spettrali. Il tutto è completato dalle foto dell’artwork scattate e scelte dal musicista.
Siamo nell’ambito del blues arcaico e rurale ispirato dalla passione per musicisti come Charlie Patton, Mississippi Fred McDowell e Blind Lemon Jefferson. Petricca ha già diversi dischi alle spalle, un paio con il duo acustico Papa Leg e un paio in solitaria, At Home del 2015 e Other Stories del 2016; si esibisce come one man band oppure con Pieri al basso e percussioni.
L’ascolto può risultare un po’ faticoso a causa della scelta di usare una tonalità vocale aspra e monocorde, ma se si supera questo limite (ammesso che sia un limite) che si nota di più in tracce minimali come l’iniziale Where They Are, Snowy Night o l’oscura Life Is The Same, si notano anche diverse sfumature in altri brani quali la malinconica e drammatica Mr. George Goodbye con morbidi tocchi di slide, Let Me Out e I Don’t Wonna Change con un dobro pungente e il toccante slow Bad Day, chiudendo con la dolente e raggelante There’s No Right Or Wrong Way ravvivata da un dobro espressivo.

Paolo Baiotti

WEST OF EDEN – Taube

di Paolo Baiotti

9 febbraio 2022

taube

WEST OF EDEN
TAUBE
West of Music 2021

Venticinque anni di attività e undici album all’attivo sono il biglietto da visita di questo gruppo svedese che finora ha sempre cantato in inglese mantenendosi fedele ad una matrice folk celtica. Nel corso degli anni hanno girato in tutta Europa e anche in Cina ottenendo apprezzamenti critici e di pubblico. Ma con Taube hanno deciso di cambiare interpretando brani del cantautore svedese Evert Taube, nato a Goteborg nel 1890, marinaio e autore di molti brani celebri della tradizione folk locale nella prima metà dello scorso secolo. Lo hanno fatto a modo loro, inserendo elementi musicali di origine celtica che li ricollegano ai dischi precedenti. E’ chiaro che l’uso dello svedese è un limite per raggiungere un pubblico più vasto al di fuori della Scandinavia, ma la musica è universale e Taube si può considerare un disco folk scorrevole e ben arrangiato che può essere apprezzato anche non comprendendo i testi. Così Vastanvind è una melodica traccia folk guidata dal violino e dalla voce femminile, Sa Lange Skutan Kan Ga una ritmata traccia elettroacustica con l’inserimento del tradizionale The Copperplate, Sa Skimrande Var Aldrig Havet assume tonalità drammatiche ben interpretate dal violino e dalla voce, Mote I Monsunen è trasformata in una jig irlandese, Cheerio è avvolta dalle melodie irish di Star Of The County Down e Karl-Alfred Och Ellinor diventa una danza celtica con un segmento di un brano del multistrumentista irlandese Gerry O’Connor.
Guidati da sempre dalla cantante e fisarmonicista Jenny Schaub, dotata di una voce chiara e limpida e dal cantante, chitarrista, tastierista e mandolinista Martin Schaub, con Lars Broman al violino, Martin Holmlund al contrabbasso, Ola Karlevo alle percussioni e Henning Sernhede alla chitarra, in questo disco West Of Eden riescono a fondere la tradizione svedese con quella celtica in modo sorprendente, confermandosi una pregevole formazione in ambito irish folk.

Paolo Baiotti

MALA OREEN – Awake

di Paolo Baiotti

6 febbraio 2022

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MALA OREEN
AWAKE
Tourbo Music 2021

Cantautrice svizzero/americana residente a Lucerna, è cresciuta in una casa in cui la musica era importante come il pane quotidiano. Ha studiato violino classico e chitarra prima di specializzarsi nel canto traendo ispirazione dalla collezione di folk americano della madre e poi dal folk irlandese e degli Appalachi. Ha fatto parte come violinista di alcuni gruppi svizzeri di musica tradizionale; in seguito ha formato la band celto/americana Mala & FyrMoon, dividendo il palco con nomi importanti del panorama folk e bluegrass. Parallelamente ha coltivato la carriera solista, esordendo nel 2011 con Simply a Lotus, seguito tre anni dopo da On The Run inciso con i FyrMoon, girando in Europa e negli Stati Uniti. Attualmente si esibisce da sola o con la band che comprende Marc Scheidegger alla chitarra, Rafi Woll alle percussioni e Simon Iten al contrabbasso.
Awake è il frutto di un lungo soggiorno americano e della collaborazione con musicisti dell’area di Nashville guidati dal produttore Nelson Hubbard, conosciuto per avere lavorato con Mary Gauthier e Sam Baker e come membro di The Orphan Brigade. La pedal steel e il dobro di Fats Kaplan (Beck, Jack White, John Prine), il mandolino di Joshua Britt, il piano e la batteria di Hubbard e il basso di Dean Marold spiccano tra le collaborazioni di Awake, inciso agli Skinny Elephant Recording Studios di Nashville.
Il risultato è un disco di folk prevalentemente acustico, anche se non manca qualche spunto elettrico come nella brillante Ghost Cat in cui spicca il violino di Mala, nella mossa Threshold o nell’intensa Moon Same Moon interpretata con tonalità drammatiche, alle quali si contrappongono la purezza della title track, l’intima Mosaic con tocchi di pedal steel, la ritmata Offspring, Soldier On percorsa dal violoncello di Chelsea McGough e la malinconica Untied che chiude il disco evidenziando ancora la voce eterea e pulita di Mala.
I testi intimi e personali di ogni canzone sono brevemente presentati nel booklet che completa un disco profondo che ha bisogno di parecchi ascolti per essere assorbito e apprezzato adeguatamente.

Paolo Baiotti

BELEDO feat. TONY LEVIN and KENNY GROHOWSKY – Seriously Deep

di Paolo Crazy Carnevale

30 gennaio 2022

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Beledo featuring Tony Levin and Kenny Grohowski – Seriously Deep (Moonjune Records 2021)

Tra le varie uscite con cui la label di Leonardo Pavkovic ha celebrato il proprio ventennale lo scorso anno, è particolarmente gradito questo ritorno del chitarrista (ma anche pianista all’occorrenza) uruguayano Beledo, di base da molti anni nella Grande Mela però, dove la label ha la sua sede.
Per questo nuovo disco, l’artista si fa accompagnare da due purosangue della scena americana e mondiale, due cavalli di razza non nuovi alle collaborazioni con altri musicisti di casa Moonjune.
Si tratta del poliedrico e a ragione celebrato bassista Tony Levin e del batterista Kenny Grohowski che forniscono a Beledo il giusto appoggio per le sue escursioni in chiave fusion sia sul manico della sei corde che sui tasti del pianoforte.
A testimonianza della particolare attenzione del produttore a far incontrare e collaborare gli artisti della sua scuderia, troviamo in veste di ospiti negli unici due brani cantati la vocalista del Bostwana Kearoma Rantao e il nostrano Boris Savoldelli, autentico maestro della voce.
Il disco prende le mosse dalla fine degli anni settanta, quando un giovane Beledo, già attento ascoltatore e cultore della musica jazz, grazie all’amico Jorge Camiruaga con cui militava nella medesima band, scopre un disco di Eberhard Weber, Colours la cui intera prima facciata era occupata dal brano Seriously Deep.
Il chitarrista è rimasto così colpito da quel disco e da quel brano che ora ha deciso di omaggiare Weber e quella composizione riproponendola come centerpiece di questa nuova produzione. Ecco così che il disco si apre proprio con questo lungo brano, in cui come guest star al vibrafono la formazione di Beledo ospita proprio Jorge Camiruaga, a sua volta divenuto uno stimato jazzista.
Il brano successivo è Mama D, una vera e propria canzone in cui si tocca il tema dell’apartheid, è qui che compare la voce della Rantao, in un excurusus di latin fusion molto classico e a sua volta fortemente legato al periodo musicale a cui risale il brano di Weber. La sezione ritmica si libra con sapienza e senza alcuna pesantezza mentre le dita di Beledo volano sul manico dell’elettrica.
Coasting Zone è un brano elaborato in cui il batterista Grohowski ha a disposizione spazio per brevi passaggi solisti, mentre la seguente Maggie’s Sunrise, anche grazie alle suggestioni del vibrafono di Camiruaga, si ricollega alla suite di Weber da cui il disco prende le mosse.
Mentre i brani fin qui proposti hanno una loro partitura scritta, con Knocking Waves il trio si concede all’improvvisazione più pura e alla sperimentazione sonora.
D’altra pasta i quasi undici minuti di A Temple In The Valley, la composizione con la voce di Savoldelli: il cantante camuno rende omaggio al disco con una prestazione in bilico tra la scuola di Canterbury (uno dei chiodi fissi della label di Pavkovic) e certe armonizzazioni a la Crosby, per quanto riguardo a certi passaggi non pare fuori luogo tirare in ballo anche Stratos, rendedno un ottimo servizio alla scrittura di Bledo.
La breve Into The Spirals si sviluppa attorno ad una jam improvvisata del basso e della batteria su cui il titolare si destreggia all’insegna di un fruibile jazz rock.

Paolo Crazy Carnevale

STEVEN GRAVES – All Alone

di Paolo Baiotti

29 gennaio 2022

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STEVEN GRAVES
ALL ALONE
Steven Graves 2021

Californiano di Santa Cruz, Steven ha esordito nel 2010 con Make A New World, proseguendo a incidere con regolarità fino a All Alone, nono album registrato durante la pandemia da solo (da qui il titolo), ma con l’aiuto seppur da remoto della sua band formata da Travis Cruse alla chitarra, Robert Melendez al basso, Bryant Mills alla batteria e Russel Kreitman alle tastiere, nonché con la partecipazione di una sezione fiati, di numerosi coristi, di alcuni session men locali e di Doug Pettibone (Lucinda Williams, Marianne Faithfull, John Mayer) all’elettrica e pedal steel. Come sempre i testi di Steven affrontano temi di attualità e sociali con una vena di ottimismo, molto importante in tempi difficili e confusi come quelli che stiamo vivendo.
Dotato di una voce in grado di giocare su toni più o meno alti e di una scrittura autentica e sincera che lo pone al confine tra il cantautorato folk-rock e l’Americana, Graves parte con l’animato up-tempo Lonely Night venato di sapori caraibici, seguito dalla corale Love Conquers Fear, incitamento a superare le paure anche nei periodi problematici. e da Fire, traccia scorrevole e ritmata scritta durante gli incendi che hanno imperversato in California, con un suono che ricorda i Grateful Dead più leggeri, una delle passioni dell’artista che ha fatto parte del circuito delle jamband, essendo molto apprezzato dall’ex pubblicista del gruppo Dennis McNally. La reggata Angel Came From Heaven e il folk-rock Rita con la fisarmonica di Art Alm completano un quintetto di brani di buon livello, molto promettenti.
Nella parte centrale Steven inserisce tracce più leggere e soft, anche troppo, come You’re The One, l’errebi All Alone e So Far Away (dedicata alla madre) che annacquano l’impatto del disco. Si prosegue con l’errebi jazzato Always Here un po’ alla Steely Dan e con la frenetica I Can Be Free, mentre Rise Together è un mid-tempo che richiama gli Eagles più easy. Dopo qualche alto e basso la chiusura è affidata al roots-rock Sitting Bull con un testo sui torti subiti dai Nativi Americani e sulla necessità di superare le divisioni e alla divertente Good People con il sax di Armen Boyd e una chitarra molto vitale.

Paolo Baiotti

KALINEC & KJ – Let’s Get Away

di Paolo Baiotti

29 gennaio 2022

kalinec

KALINEC & KJ
LET’S GET AWAY
Berkalin Records 2021

Brian Kalinec è un cantautore folk di Beaumont, residente a Houston. Paragonato a Woody Guthrie, Jim Croce e Rodney Crowell, già presidente della Houston Songwriters Association, coproduttore per anni del Sonny Throckmorton Songwriter’s Festival, ha partecipato a numerose manifestazioni e festival ottenendo importanti riconoscimenti non solo locali. Ha esordito discograficamente nel 2007 con Last Man Standing seguito qualche anno dopo da The Fence.
KJ Reimensnyder-Wagner, originaria della Pennsylvania, dotata di una voce pulita e cristallina, ha imparato a suonare la chitarra a dodici anni. Ha inciso numerosi cd, alcuni dedicati al mondo dei bambini, delle fattorie (Proud To Be A Farmer, Farms Food & Fun) e dell’agricoltura (Agriculture is a Big Word). Inoltre, lavorando in ambito motivazionale, ha viaggiato non solo negli Stati Uniti, ma anche in Scozia che considera la sua seconda casa.
Brian e KJ si sono incrociati casualmente durante un concerto di Brian nel 2013. In breve hanno deciso di formare un duo di Americana/folk che ha girato soprattutto in Texas, Colorado e nel nord est del paese, fino alla pubblicazione del primo disco in comune, Let’s Get Away, registrato ai Lucky Run Studios di Houston.
Accompagnati dal basso di Rankin Peters, dal prezioso violino di Jeff Duncan e dalle percussioni di Tyson Sheth i due hanno inciso dieci tracce che rientrano in pieno in ambito folk, con le voci che si alternano alla solista e nei cori tanto da sembrare nate per fondersi, creando melodie soffici e orecchiabili. Dall’allegra atmosfera di Let’s Get Away e di Reach Out all’inserimento delle cornamuse nella sentita Home In Scotland, dalla nostalgica Where Do Old Lovers Go all’Americana di I Don’t Know, dalla malinconica ballata When You Say Nothing At All (unica cover dell’album) alla sofferta On This Winter’s Eve il disco scorre veloce seppur ricalcando schemi già conosciuti e lasciando un sentore di serenità che, in questo periodo, è molto gradito.

Paolo Baiotti

PAUL KAPLAN – We Shall Stay Here

di Paolo Baiotti

26 gennaio 2022

kaplan

PAUL KAPLAN
WE SHALL STAY HERE
Old Coat Music 2021

Paul Kaplan si può definire un veterano del cantautorato americano. Una delle sue prime canzoni, I’ve Been Told del ’66, si trova sul sito dello Smithsonian Folkways, altre contro la guerra in Vietnam sono state pubblicate sulla rivista Broadside. Nel corso degli anni lo hanno reinterpretato artisti come Paul Messengill, Jay Ungar, Molly Mason e Sally Rogers e hanno speso opinioni egregie su di lui Pete Seeger e Tom Paxton. Per lungo tempo ha lasciato il mondo musicale per insegnare musica nella scuola pubblica (ora a Springfield) e per occuparsi della famiglia, ma non ha mai smesso di scrivere. Il suo primo album solista Life On This Planet è dell’82 seguito tre anni dopo da King Of Hearts, da un disco nel ’94 e da altri due nel nuovo millennio. Inoltre negli anni settanta ha prodotto dischi postumi di Phil Ochs per la Folkways, per due decenni ha presentato un “open mic” mensile ad Amherst dove risiede e ha fatto parte del gruppo The Derby Ram che aveva un ingaggio come gruppo fisso alla Eagle Tavern di New York.
We Shall Stay Here, realizzato durante la pandemia con la collaborazione in remoto di numerosi artisti tra i quali il grande Jay Ungar al mandolino e violino, Molly Mason al basso e un gran numero di contributi ai cori nonché con il decisivo aiuto di Mac Cohen che ha inciso le parti vocali e di chitarra di Paul raccogliendo le tracce digitali degli altri musicisti, si può definire un riassunto della sua storia diviso in tre parti: la ripresa di tre canzoni altrui con dei nuovi testi adeguati al periodo che stiamo vivendo, la riproposizione di tre brani dal suo primo album mai pubblicati su cd e sei canzoni nuove o rifatte con testi aggiornati su temi sociali.
Le prime tre sono la filastrocca folk Little Boxes famosa nella versione di Pete Seeger, la nostalgica These Are The Days, rifacimento dello standard Those Were The Days di Gene Raskin (la cantò in italiano Gigliola Cinquetti) con un tocco di ironia nel testo sul Covid e il mandolino di Jay Ungar e il classico The Frozen Blogger (Logger nella famosa versione dei Weavers). I brani tratti dal disco dell’82 sono la title track Life On This Planet, scorrevole traccia folk con i controcanti di Robin Greenstein, la latineggiante Traffic Jam in the Zocalo e la love song We Shall Stay Here dedicata alla compagna Lisa.
Tra le altre sei canzoni spiccano la dolente The Voice Of Pete, scritta in onore di Pete Seeger, If I Had Half an Acre con l’espressivo violino di Ungar e la drammatica Survival con un accompagnamento minimale di percussioni in cui si inserisce il sax doloroso di Frank Newton. Chiude il disco After The Fire, traccia corale affidata alle voci del coro della Leverett Community.

Paolo Baiotti

ACE OF CUPS – Sing Your Dreams

di Paolo Crazy Carnevale

23 gennaio 2022

ace of cups

Ace Of CUps – Sing Your Dreams (High Moon 2020)

Se avevate pensato che le nonnette di San Francisco reduci dalla Summer of Love e debuttanti con un primo doppio vinile nel 2018 avessero voluto togliersi uno sfizio per poi tornare a sferruzzare o occuparsi dei nipotini, eravate in fallo.
Mary Simpson, Diane Vitalich, Denise Kaufman, Mary Gannon e Dalis Craft ad un paio d’anni di distanza si sono tolte lo sfizio per la seconda volta, con un nuovo disco, singolo stavolta che segue più o meno la ricetta del precedente col risultato di consegnarci un altro piacevolissimo prodotto in cui sotto la guida di Dan Shea (produttore, tastierista, polistrumentista che sedeva in cabina di regia anche nella produzione del 2018) assemblano una nuova dozzina di canzoni firmate dalla Kaufman, talvolta con l’aiuto della Gannon.

Sing Your Dreams ci ricorda quanto siano ancora vitali queste signore e quanta sia la loro voglia di stare insieme e fare musica ora che con l’età l’impegno come madri si è fatto meno pressante.

Il CD si apre con il corposo blues Dressed In Black in cui la Simpson e la Vitalich si dividono le parti vocali oltre che occuparsi una della chitarra elettrica e l’altra della batteria, ospite alla slide c’è Steve Kimock, a testimonianza del fatto che anche in questo disco la comunità musicale della Frisco storica non ha esitato a correre in aiuto delle cinque signore, anche se in questo disco hanno cercato di fare il più possibile le cose da sole. Jai Ma è un brano solare, di quel sole tiepido che aveva scaldato l’estate del 1967, una composizione ricca di ritmo grazie al grande dispiego di percussioni schierato dalla famiglia Escovedo al completo, con la mitica Sheila E. in testa. Le cinque Ace Of Cups provvedono alle voci e di nuovo c’è Kimock alla chitarra.

In Put A Woman In Charge le cinque ex ragazze fanno tutto da sole, dimostrando che gli ospiti sono solo un lusso che si vogliono concedere, ma che potrebbe anche non essercene bisogno, non c’è neppure il producer in questo brano dalle solide atmosfere rock. Poi tutto rallenta e la Kaufman sfodera una ballata intitolata Sister Ruth, un’altra storia al femminile come è lecito aspettarsi da un gruppo così, guidata dal piano di Jason Crosby e dall’organo di Shea, con l’armonica soffiata dall’autrice.

Basic Human Needs è firmata da Wavy Gravy, personaggio storico della Frisco psichedelica e solare coeva delle Ace Of Cups, è lui stesso ad occuparsi della voce solista mentre le ragazze forniscono un minimale accompagnamento strumentale e ordiscono, con qualche amico, una base corale che ricorda le “cose africane” di Paul Simon; minimale anche la base di I’m On Your Side composta e cantata dalla Gannon, uno swing con clarinetto e ukulele e batteria spazzolata dal produttore, non tra i brani migliori del disco.

Gemini ripercorre sentieri venati di psichedelia, Shea tira fuori mellotron, Farfisa e altre cose d’epoca per rivestire questa bella composizione d’un sapore antico che si sviluppa su un ritmo che ricorda i vecchi Jefferson Airplane, ma le voci delle Ace Of Cups differiscono come impostazione da quella della Slick e le tastiere nei Jefferson non c’erano, nel finale abbiamo una parte recitata dall’attore amico di lunga data Peter Coyote. Gli anni sessanta si sprigionano anche nella seguente Boy, What’ll You Do Then, un’altra canzone suonata senza alcun ospite e senza Shea, con una grande performance alla voce e all’armonica della Kaufman, autrice del brano. Assolo di chitarra molto anni settanta di Michael J. Manning su Little White Lies, composizione energica cantata dalla Vitalich con un refrain accattivante.Seguono altre due canzoni, la prima senza guest stars e la seconda col solo Shea ospite al Wurlizer, segno dell’indipendenza delle cinque titolari: Waller Street Blues è un solido blues con ampi riferimenti nel testo al movimento hippy e al passato del gruppo, con un devastante spettacolare assolo di armonica della Gannon che è autrice e voce solista; Lucky Stars ci offre invece la possibilità di ascoltare la voce e la chitarra della Simpson, delle cinque quella con la voce più drammatica, il brano è ottimo e la Simpson, che ne è coautrice con la Kaufman sfodera una serie di soli di chitarra molto azzeccati.

Il disco si conclude col medley Slowest River/Made For Love, la prima parte vede duettare alle voci la Kaufman e Jackson Browne e il risultato non poteva che essere felicissimo, Jason Crosby suona il piano, la base strumentale è quasi in punta di piedi, poi parte la seconda parte col coro che ripete il titolo e la Kaufman che recita il testo. La Simpson si occupa di tutte le chitarre mentre Shea ci mette l’Hammond B3, il coro è opera della Simpson , della Vitalich, della Gannon, della Craft e di tre insospettabili amici blasonatissimi: Browne, Bob Weir e David Freiberg, meglio di così il disco non poteva terminare.
Bravissime!

Paolo Crazy Carnevale

Francesco Piu & The Groovy Brothers – Live In France

di Paolo Crazy Carnevale

4 gennaio 2022

piu

Francesco Piu & The Groovy Brothers – Live In France (Appaloosa/IRD 2021)

A tre anni dall’inarrivabile The Cann’O Now Sessions, live anomalo registrato nella natia Ichnusa, torna, sempre su etichetta Appaloosa, il chitarrista Francesco Piu. Anche stavolta si tratta di un disco dal vivo, un disco che, con l’eccezione di qualche brano, è comunque parecchio diverso dal predecessore, soprattutto a livello concettuale. Stavolta al posto della Peace & Groove Band ci sono i Groovy Brothers e la sottile analogia nel nome del gruppo suggerisce comunque un approccio musicale pepace e grintoso: ma se il precedente era un live studiato a tavolino tutto fatto con musicisti nativi della medesima isola, questo è invece la documentazione di un concerto vero e proprio catturato, come il titolo suggerisce, in Francia, a Sens, lo scorso settembre. Il gruppo stavolta è un quartetto completato da Roberto Luti alla chitarra elettrica (mentre Piu si occupa dell’acustica), Davide Speranza all’armonica e Silvio Cantamore che si occupa di batteria e cose elettroniche: il risultato è un disco vivo e scalciante col quartetto in forma smagliante, dominato dalla costante spinta in avanti delle esecuzioni che si dividono tra brani autografi (che Piu ha composto col conterraneo Salvatore Niffoi) e classici del genere.

Il disco si apre con Down On My Knees, brano originale, seguito da una cover di Jesus On The Mainline molto più veloce di quella più nota eseguita da Ry Cooder. Gotta Serve Somebody è naturalmente il brano di Bob Dylan a cui Piu e soci tolgono l’abito gospel per rivestirlo di funky sferragliante lasciando spazio ad assoli individuali dei musicisti. Trouble So Hard è un lungo brano gospel di Vera Hall che appariva anche nel disco precedente qui caratterizzato dal dialogo tra chitarra acustica ed elettrica, You Feed My Soul proviene anche dal predecessore e riporta in scena il groove funky.

Overdose Of Sorrow è quasi acustica, sorretta dalle percussioni che si sostituiscono alla batteria e la chitarra acustica più in evidenza che altrove, mentre il funk torna con In The Cage Of Your Love; il brano tradizionale Black Woman, invece, si divide tra una prima parte molto essenziale ed un finale in chiave hendrixiana con le chitarre infuocate. Mother ha un feeling sudista che ricorda certe ballate dei Lynyrd Skynyrd o dell’Allman Brothers Band, quei brani lenti, con molta slide e lunghe introduzioni per intenderci, Piu canta con il giusto approccio e il dipanarsi della composizione in una cavalcata che supera gli otto minuti che fa il resto.

Riff alla Hendrix anche per Hold On con l’armonica in bella vista, prima della conclusione affidata ad una rivisitazione della Trouble No More di Muddy Waters a cui Piu e compari riservano un arrangiamento galoppante e dilatato che lascia spazio per assoli individuali che sfociano nel caloroso applauso del pubblico gallico.

Paolo Crazy Carnevale

LOVE ON DRUGS – Melodies

di Paolo Baiotti

24 dicembre 2021

melodies

LOVE ON DRUGS
MELODIES
Paraply/Hemifran 2021

Love On Drugs (o LOD) è la band di Thomas Pontén, musicista svedese di Gavle che, dopo essersi trasferito a Uppsala e Stoccolma si è infine stabilito a Goteborg nel nuovo millennio. Nel suo percorso ha suonato di tutto, dal reggae all’avanguardia, prima di formare Love On Drugs dove si è focalizzato su una scrittura più tradizionale e solida. Appassionato di americana e indie pop scrive canzoni che sono state paragonate a nomi come World Party e Teenage Fanclub, leggere e scorrevoli, ma non prive di profondità, con melodie a cavallo tra pop e rock, percorse da influenze folk. Questo è il terzo album di LOD, dopo l’esordio I Think I’m Alone Now (2016) e Solder (2018) in cui viene confermata la formula del gruppo che è formato da Thomas (voce, chitarra e tastiere), Martin Lillberg (batteria), Robert Olsson (basso) e Markus Larsson (tastiere).
Dieci canzoni eclettiche scritte da Pontén, quasi tutte da solo, che alternano il pop-rock dell’eccellente opener Standing On The Doorstep con la lap-steel di Tony Martinsson, di There Goes My Heart e di Cutting Words, il pop intenso di Let The Banner Wave, l’irish-pop di All Those Years, il country rock della ballata Green, il reggae di Out Story, l’americana di The Well, e il pop della beatlesiana Heartache I Know You So Well che il suo autore considera come un omaggio a Get Back.
Disco divertente, agile, brioso e disinvolto, che si ascolta più volte senza un attimo di noia.

Paolo Baiotti

FASCINATION CURVE – Corona Time In Amerika

di Paolo Baiotti

24 dicembre 2021

Fascination_Curve

FASCINATION CURVE
CORONA TIME IN AMERIKA
Curious Musik 2021

Questo disco rappresenta un progetto ambizioso per una piccola etichetta ed è la realizzazione di un’idea di Karl Lundeberg che ha creato la band Fascination Curve per incidere un concept che vuole fotografare un momento difficile e criticare duramente razzismo, estremismo politico e conseguente confusione nella società nell’epoca della pandemia del Coronavirus. Per questo il musicista si è fatto aiutare da un gruppo di artisti e amici realizzando un album a tratti potente e muscolare e a tratti delicato e compassionevole. Con Lundeberg alla chitarra, tastiere e voce ci sono Marc Bonilla (Keith Emerson, Rick Wakeman, Toto, Peter Frampton) alla chitarra e voce, Ken Stacey (Madonna, Elton John, Michael Jackson, Tom Petty) e Amy Keyes (Phil Collins, Ringo Starr) alla voce, Mha Bhati (David Lee Roth, Elton John, ELO, Steve Vai) al basso, Tim Riess (Rolling Stones, Norah Jones, Sheryl Crow) al sax soprano e Gregg Bissonette (David Lee Roth, Toto, Steve Vai, Joe Satriani, Bee Gees) alla batteria.
Se guardiamo il percorso di Karl è veramente notevole e sorprendentemente eclettico: come compositore e interprete si è mosso dalla classica contemporanea al jazz, dalla world music al folk norvegese, registrando cd per la Columbia, componendo colonne sonore per film, televisione, radio, teatro e balletti e collaborando con John Cage, Gerry Goffin, Susan Sontag, Steve Gadd, Gilberto Gil e Steve Martin.
Con i Fascination Curve viene confermato questo eclettismo anche in campo pop-rock, con brani e segmenti tra progressive, hard rock, jazz, pop, blues e world music che hanno in comune una ricerca della melodia e di un’ambiziosa coralità negli arrangiamenti. Cinque brani lunghi per oltre cinquanta minuti, tracce complesse e a volte derivative, ma con tratti personali. Si parte con Land Of The Free, Home Of The Slave, una dura condanna del razzismo su una base musicale tra prog e hard rock con momenti corali e parti soliste, seguita dalla ballata pianistica Somewhere, Somehow con le tastiere di Lundeberg che ricordano Keith Emerson e dalla soffusa I Will Breathe With You con il sax di Tim Reiss e sapori floydiane. La parte centrale del disco è occupata dalla suite Corona Time In Amerika, divisa in due parti e vari segmenti con un testo forte sulla disinformazione e le manipolazioni legate al virus, musicalmente influenzata da jazz, fusion, funky e rock con qualche passaggio un po’ confuso e faticoso da ascoltare. L’ultimo brano è Dip Them In Gold, traccia avvolgente e maestosa che chiude un disco non sempre fluido, ma di spessore.

Paolo Baiotti