Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

SKYE WALLACE – Skye Wallace

di Paolo Crazy Carnevale

17 settembre 2020

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Skye Wallace – Skye Wallace ( Kingfisher Bluez 2019)

“Skye Wallce è ciò che accade quando una collaudata cantautrice con radici sulla costa orientale scopre il punk rock”: sono le parole in cui la cantautrice canadese viene presentata nel suo sito ufficiale. Direi che ci sta tutto, perché è proprio quello che vedendola dal vivo (è passata diverse volte nella nostra penisola, anche in versione acustica) e ascoltando questo suo recente disco si percepisce.

Un disco rock, fantasticamente rock, spesso sostenuto da ossessiva sezione ritmica, con chitarre taglienti e riff arrabbiati, ma tutto cantato con una voce unica, personale, originale. Dire che Skye Wallace sembra una scanzonata Joni Mitchell in shorts e minigonne non è sicuramente esagerato.

E se a livello lirico doppiare la “Sweet Joni” di younghiana memoria è impossibile, di certo la Wallace non canta cose scontate, il suo repertorio, in particolare in questo disco è focalizzato su storie di donne; per giunta negli ultimi mesi, bloccata artisticamente dal lockdown, è molto attiva sui social in difesa dei nativi nonché fortemente impegnata sul fronte Black Lives Matter.

Accompagnata in studio dal produttore Devon Lougheed (basso e chitarre), da Brian Besse (chitarre e Wurlitzer), dalla viola di Rachel Cardiello e dal batterista Brad Kilpatrick, la bionda Skye allinea dieci brani (cinque per ogni lato del vinile) che si ispirano ad uno studio approfondito su una struttura ospedaliera di Terranova e gli anni della corsa all’oro Dawson City, nello Yukon, dove la Wallace per u n certo periodo è stata di casa per una lunga serie di concerti.

Il disco si apre con una delle sue perle, Death Of Me, triste storia ispirata da quella di un’infermiera dell’ospedale che dopo aver lasciato la struttura per mettere su famiglia vi tornò per morie di parto! Storia triste, ma trattata con profondità e amore, affidata ad una musica elettrica e vincente. Storie di donne anche per There is A Wall e per Coal In Your Window (ispirata da un’altra infermiera), scelta come singolo trainante del disco e costruita su un riff ossessivo e distorto. Identica location d’ispirazione anche per la più lirica e raccolta Stand Back, in cui il collegamento con la Mitchell sembra più diretto e naturale, con un refrain che conquista: la voce di Skye è ottima e l’arrangiamento con la viola assolutamente azzeccato. Gran uso della voce in Iced In, che mescola le fredde atmosfere di terranova con quelle di Dawson City, coniugandole ad una musica incalzante e ossessiva.

Sul lato B si parte subito con un’altra composizione che conquista, Always Sleep With A Knife, le donne cantate sono qui la bisnonna e la trisavola di Skye, il fatto di dover dormire con un coltello è riferito al fatto che per queste donne cresciute nei campi di minatori dell’Ontario fosse legato strettamente alla sopravvivenza. Applausi per Skye!

French Marie, protagonista di Body Light The Way è invece una prostituta nel Klondike dei cercatori d’oro, ancora una volta un buon brano, con cori a cura della cantante e del produttore. Il femminicidio di Angelina Napolitano è alla base di Swing Batter, dall’accompagnamento ritmico insistentemente minimale in cui la talentosa cantautrice si doppia con la voce dando origine a interessanti soluzioni armoniche, voce che diventa quasi angelica nell’ispirata Midnight, bellissima composizione dedicata ad un’amica. Il disco termina con Suffering For You che s’ispira alla storia di un gruppo di persone (bimbi inclusi) disperse durante una spedizione nel diciottesimo secolo, la donna di riferimento, cantata qui da Skye, sempre con profonda ispirazione, è una donna Inuit chiamata Tookoolito che le aiutò a sopravvivere al congelamento. Ancora una volta il brano è impreziosito dall’uso della voce sovraincisa più volte.

E fate attenzione, se mai torneranno in auge i concerti, non negatevi il piacere di assistere ad uno di quelli di Skye Wallace se dovesse capitarvi a tiro. O, come direbbero gli americani: don’t dare miss it!

GENNA & JESSE – Say Ok

di Paolo Baiotti

7 settembre 2020

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GENNA & JESSE
SAY OK
Autoprodotto 2020

Nel 2009 Genna Giacobassi, originaria di Lansing, ma residente nella Bay Area dalla metà degli anni novanta, cantante appassionata di musical, jazz e Motown, assume Jesse Dyen come tastierista nella sua band soul-punk Fiction Like Candy. Jesse, nato a Philadelphia, ha alle spalle esperienze importanti come musicista seppure in ambito di nicchia, ha prodotto dischi ed è stato coinvolto in vari progetti. Presto il rapporto tra i due si trasforma in sentimentale: decidono di lasciare il gruppo e di suonare in duo, si sposano nel 2013 e sei anni dopo hanno un figlio. Lasciano la casa di San Francisco e decidono di girare il mondo con uno stile un po’ nomade, guardando molto al presente, traendo ispirazione dai viaggi e dalla conoscenza di diverse culture, suonando molto anche in Europa e pubblicando dischi. Say OK è il quarto della loro storia, registrato e prodotto a Nashville da Jacob Lawson che ha curato anche gli arrangiamenti dei fiati e degli archi. In contemporanea hanno lanciato un crowdunding su Kickstarter per aiutare giovani artisti, in collaborazione con le scuole.
Definiscono il loro genere “retro soul pop”, un genere che ingloba influenze diverse: folk, blue-eyed soul, jazz, blues, torch song, pop degli anni ‘60 e ’70, caratterizzato da due voci notevoli, melodiche e potenti, arrangiato con cura. I 13 brani sono composti da Genna o Jesse che si alternano alla voce solista, accompagnati dalla sezione ritmica di Lindsay Jamieson (batteria) e Steve Mackey (basso) con Tom Hampton alla chitarra.
Say OK è un disco leggero, estivo, che alterna le ritmate tracce pop Dr. Steve, la fiatistica Happy Song e At Ease alle ballate Annabel Lee con un delizioso break strumentale di slide e sax, I Don’t Feel Like Myself Tonight in cui la voce di Jesse ricorda Billy Joel, Rinse Repeat (un’altra brillante intepretazione di Genna) caratterizzata da toni malinconici e la bluesata The Ballad Of Sandra Bland (che accelera nella parte centrale), alle swingata Weatherman e Don’t Be Surprised con echi di Norah Jones o al soul della fiatistica Two Dimes in cui Genna e Jesse duettano confermando le loro doti vocali.

JOY MILLS BAND – Echolocator

di Paolo Baiotti

7 settembre 2020

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JOY MILLS BAND
ECHOLOCATOR
joymills.com 2020

La cantante Joy Mills e il bassista Tom Parker collaborano insieme dal 2000: dapprima come duo hanno inciso tre dischi e suonato in tour anche in Europa (Germania, Olanda, Belgio), poi hanno formato la Joy Mills Band che ha esordito nel 2012 con Trick Of The Eye, seguito da Cat And Mouse e da un paio di Ep. Originari di Seattle, suonano un roots-country con forti venature pop, con in primo piano la voce melodica e ben modulata di Joy che ricorda, specialmente in alcuni brani, Stevie Nicks. Questa somiglianza è evidente in tracce come la title track che apre il disco, nella ritmata Stuck In A Rut e in The Peace Of Things che non sfigurerebbe nel repertorio dei Fleetwood Mac del secondo periodo, con un tocco chitarristico alla Mark Knopfler. L’alternative country Without Even Asking potrebbe ricordare Neko Case, mentre Favourite Stone è un brano di stampo sudista in cui svetta la chitarra di Lucien LaMotte. Pescando da varie fonti, ma inserendo anche elementi personali nei testi non banali e nelle melodie arrangiate con cura e arricchite dai backing vocals di Tom, la Joy Mills Band potrebbe ambire ad ottenere attenzione dalle radio pop e rock se queste non si limitassero a programmare nomi già affermati. La scorrevole The Lonely And The Lean, l’eterea ballata Oxygen e la languida My One And Only, in cui Lucien si disimpegna alla pedal steel, sembrano perfette per le radio FM, mentre la conclusiva Message Of My Love è un pop leggero con un testo di speranza, che non guasta in questo periodo storico.
La band, completata dalle tastiere di Jack Quick e dalla batteria di Mikel McDermott, appare coesa al punto giusto e il disco, registrato con cura nello studio NoteWordies di proprietà di Lucien (autore anche di un paio di dischi a suo nome), ha un suono fresco e cristallino.

A.K & THE BROTHERHOOD – Oh Sedona!

di Paolo Baiotti

4 settembre 2020

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A.K & THE BROTHERHOOD
OH SEDONA!
Paraply Records 2020

Dopo The Outlaw American Session, esordio del 2017, ritorna A.K accompagnato da The Brotherhood con il secondo album. Se non avessi letto le note di copertina avrei scambiato questo gruppo svedese, creatura di Alo Karlsson, cantante e chitarrista di Vaxjo, per una formazione della West Coast! Il suono è americano, in equilibrio tra roots rock e country, ennesima prova dell’amore di molti nordici nei confronti di questo tipo di sonorità. Alo è veramente bravo, sia come compositore che come cantante; inevitabilmente derivativo, ma con una personalità distinta e una capacità di arrangiare con gusto. Nel 2017 si sono aggiudicati la Swedish Country Music Championship; dopo tre anni pubblicano Oh Sedona! diviso in tre Ep nella versione digitale su Spotify, unito in vinile e cd. Se la scorrevole California Free Bird ricorda gli Eagles, la ballata pianistica For The Long Run inserisce una slide alla David Lindley e il violino di Martin Bjorklund, valorizzando la voce calda e profonda di Karlsson. Tracce country più leggere come (Livin’ On) Tupelo Time e la scanzonata Sweet Miranda si alternano a ballate come la malinconica Big City Sidewalks (duetto con la cantante Sofia Loell) e Guiding Light, al pop-rock di Miles And Memories e della melodica Halfway To Anywhere e al country corale e divertente di Like The Devil Reads The Bible. La capacità di Alo di scrivere melodie accattivanti è ribadita da Where All The Dreams Go che ricorda gli Outlaws più vicini al country e dalla lenta Broken Rainbow in cui il violino riafferma il suo ruolo primario nell’assetto strumentale della band insieme alle chitarre di Johan Glassner, elemento fondatore della Brotherhood con il batterista Daniel Uhlas.

MICHAEL JOHNATHON – Legacy

di Paolo Baiotti

4 settembre 2020

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MICHAEL JOHNATHON
LEGACY
PoetMan Records 2020

Definire Michael Johnathon un artista eclettico è il minimo che si possa fare. Folksinger, chitarrista, drammaturgo, scrittore (ha pubblicato 5 libri), compositore dell’opera Woody: For The People, fondatore dell’organizzazione di artisti SongFarmers, animatore del programma WoodSongs Old Time Radio Hour trasmesso ogni settimana da 500 stazioni radio pubbliche e da numerose emittenti televisive, Michael è un uomo sempre in attività.
Nato nel 1957 e cresciuto nell’area di New York, si è trasferito a Laredo e poi a Mousie in Kentucky, che ha usato come base per girare nella zona degli Appalachi dove ha cercato e studiato decine di brani tradizionali, raccogliendoli dalla popolazione locale. Risiede tuttora ai piedi di questa zona montana, dalla quale si sposta per suonare ovunque, spesso per eventi benefici.
Legacy è il suo quindicesimo album (l’esordio è datato 1988), un disco ispirato da un’intervista del cantante Don McLean nella quale l’artista dichiarava il suo sconcerto per il tramonto dell’industria musicale e di un periodo d’oro della musica americana. La title track non a caso riprende il tema di American Pie e inserisce nel nostalgico testo riferimenti ad altri brani di grandi autori (Kingston Trio, Harry Chapin, James Taylor, Bob Dylan, Steve Goodman…). Il primo lato dell’album, diviso come un vinile, prosegue con due brani autografi, la ballata Winter Rose e l’acustica Rain arrangiata con un quintetto d’archi, alternati alle cover di Blue Skies di Irving Berlin e di Knockin’ On Heaven’s Door rallentata ad arte, con piano e mandolino in evidenza nel break strumentale. Il secondo lato è aperto da tre brani di Michael: l’intensa ballata The Coin, l’altro lento acustico Loyalty e la frizzante The Twinkie Song ondeggiante tra country e jazz e chiuso dalla cover di Like A Rolling Stone e da un medley di Woody Guthrie incentrato su Woody’s Poem, nel quale si inseriscono spezzoni di This Land Is Your Land e Ain’t Got No Home.
Legacy merita un ascolto, anche se manca un po’ di fluidità e di omogeneità tra i brani autografi e le cover.

PETE WAY: Addio a una vera rockstar

di Paolo Baiotti

1 settembre 2020

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Se c’è un musicista che abbia rappresentato il termine “rockstar” come è stato inteso nello scorso millennio, questo è Pete Way, bassista degli UFO per un trentennio. Esuberante, pieno di entusiasmo per la vita, dedito ad ogni tipo di eccesso senza farsi tanti problemi, generoso e disponibile con i fans, un eterno ragazzo che non voleva crescere e che trovava la sua dimensione su un palco, al pub o su un campo di calcio (era un grande tifoso dell’Aston Villa), aveva appena compiuto 69 anni, probabilmente sorpreso di esserci arrivato nonostante tutto.
Dopo avere superato un tumore alla prostata nel 2013 e un infarto nel 2016, è morto il 14 agosto scorso e non per le conseguenze degli eccessi di una vita, ma a causa di un grave incidente che due mesi prima gli aveva provocato ferite e lesioni multiple. In alcune interviste Pete ha ammesso di avere sniffato quantità enormi di cocaina e di avere sottoposto il suo cuore a ogni tipo di tensione, affermando di non rimpiangere nulla. “Non posso avere rimpianti, ho avuto una vita brillante. Non cambierei nulla di ciò che ho fatto”.

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Nato a Enfield nel Middlesex il 7 agosto del ’51, fonda gli UFO nel 1968 con gli amici Phil Mogg (voce), Andy Parker (batteria) e Mick Bolton (chitarra). Esordiscono con l’omonimo album nel ’70, seguito l’anno dopo da Flying. Due dischi di hard rock psichedelico molto validi, ignorati in patria e in Usa, considerati solo in Germania e Giappone. Dopo l’addio di Bolton i tre amici decidono di cambiare direzione, virando verso un hard rock energico e melodico allo stesso tempo. Cercano un nuovo chitarrista e dopo un breve periodo con Larry Wallis e Bernie Marsden, lo trovano nel talentuoso tedesco Michael Schenker, 18 anni, che aveva esordito con gli Scorpions. Il periodo tra il ’74 e il ’78 è quello di maggiore creatività e successo. La band diventa un quintetto con l’aggiunta di un tastierista/chitarrista ritmico e incide Phenomenon, Force It, No Heavy Petting, Lights Out e Obsession che segnano una crescita progressiva, con tour mondiali e canzoni iconiche come Doctor Doctor, Lights Out, Rock Bottom, Too Hot To Handle e Love To Love. La voce potente e melodica di Mogg, la chitarra esplosiva di Schenker, il basso pulsante di Pete e la solida batteria di Parker sono le fondamenta di un suono che ha influenzato molte band degli anni ottanta. L’epocale doppio live Strangers In The Night viene pubblicato quando l’incostante e irascibile Schenker ha già lasciato il gruppo, sostituito da Paul Chapman. La band si ammorbidisce, ma pubblica dischi di buon livello come No Place To Run e The Wild, The Willing And The Innocent. Dopo Mechanix dell’82 Pete se ne va, insoddisfatto delle scelte musicali e forma i Fastway con Eddie Clarke (ex Motorhead) e il batterista Jerry Shirley (ex Humble Pie). Ma per motivi contrattuali non può incidere e accetta un’offerta di Ozzy Osbourne per un tour. Quindi forma i Waysted che incidono tre dischi senza sfondare. Nel ’92 torna negli Ufo e rimane fino al 2009 quando non può partecipare a un tour americano per problemi di visto legati ai suoi precedenti con le droghe. Da questo momento non suonerà più con la band. Nel nuovo millennio partecipa ai Damage Control con Chris Slade e Spike incidendo due dischi, pubblica un album in studio e un live, partecipa a un disco di Michael Schenker, riforma i Waysted, crea la Pete Way Band e nel 2017 pubblica un’autobiografia.

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Oltre a suonare il basso (e a cantare nei progetti solisti), ha anche prodotto dischi dei Twisted Sister e dei Cockney Rejects.
Sempre sulla breccia nonostante gli acciacchi, aveva appena registrato l’album Walking On The Edge prodotto da Mike Clink, che verrà pubblicato postumo.

DAN TUFFY – Letters Of Gold

di Paolo Baiotti

31 agosto 2020

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DAN TUFFY
LETTERS OF GOLD
Smoked/Continental Europe 2020

Cresciuto a Kempsey nella regione australiana del nuovo Galles del Sud, da anni residente in Olanda, Dan ha un passato da punk rocker nei Wild Pumpkins At Midnight dall’83 al ’93, quando l’intera band si è spostata in Germania e poi in Olanda per cercare di sfondare in Europa. In questo periodo si sposa, ha due figli piccoli da mantenere, fatica a mantenere il ritmo dei tour…ma la band si scioglie e, dopo una pausa, riprende a fare musica in Olanda formando i Big Low e i Parne Gadje. Crea anche la Smoked Records che finora ha pubblicato una ventina di album e infine nel 2017 pubblica l’esordio solista Songs From Dan seguito tre anni dopo da Letters Of Gold, registrato parzialmente nella nativa Australia con musicisti locali e con musicisti europei.
Dimenticato il periodo punk, Dan è un cantautore che privilegia atmosfere intime ed eteree, con suoni sparsi e qualche inserimento di elettronica, accentuato in questo nuovo disco in presenza del produttore Zlaya, che ha anche mixato e masterizzato l’album. La voce bassa e il suono minimale e ipnotico caratterizzano Can’t Contain My Feeling, mentre Honey Flow ha sapori orientali ritmati da una batteria elettronica, Eternity si muove nel filone del country essenziale e Time Stole My Angel inserisce elementi di synth pop. Questi brani rappresentano la “bright side”, i successivi quattro la “shady side” in una divisione che ricorda quella del vinile. Sandy Track è un mid-tempo con una chitarra a strappi con echi di J.J. Cale, No Sleep Until The Work Is Done un brano ipnotico tra blues e Mark Knoplfler, Home Fires una traccia quasi sospesa e sognante cantata con voce filtrata (ma la batteria è troppo invadente), Big Man un brano oscuro e minimale, con l’inserimento di un’armonica dolente.
Un disco prodotto con cura in cui i suoni sembrano prevalere sulla qualità delle composizioni.

BLUES ESCAPE (feat. Johanna Lillvik) – Blues Escape

di Paolo Baiotti

31 agosto 2020

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BLUES ESCAPE (feat. Johanna Lillvik)
BLUES ESCAPE
Paraply 2020

Blues Escape è il risultato dell’incontro tra la versatile cantante Johanna Lillvik e la blues band Hill Blue Unit in un jazz club nel novembre del 2016. Johanna non aveva mai cantato in pubblico blues o jazz: il risultato di quella serata si è ripetuto più volte, in quanto il gruppo è stato ingaggiato in Svezia e Danimarca per festival e serate nei club, ottenendo ottimi riscontri. Suonano un mix di blues, gospel, jazz, soul, ritmi latini e voodoo, boogie woogie, rythm’n’blues con particolare attenzione alla tradizione di New Orleans. La voce affascinante di Johanna è il fulcro del suono, ma il piano di Orjan Hill e il sax di Torbjorn Stenson si distinguono negli spazi solisti e in ritmica, accompagnati dalla batteria di Ake Goransson e dal basso di Lars Mellqvist, musicisti esperti e tecnicamente all’altezza.
Questo mini album di sette brani per quasi 30’ di musica, registrato al West Coast Piano Studio da Goransson, è un anticipo dell’esordio in studio previsto per fine anno. Brani sciolti, rilassati, old style, vibranti, da ascolto serale accompagnato da un buon bicchiere. Il ritmato boogie di Evil Gal Blues, la languida e sensuale That’s How I Got My Man, il blues pianistico Trouble In Mind e The Dream /Marie Laveau profumata di sapori della Louisiana sono le tracce migliori di un dischetto che, pur non inventando nulla ed essendo rivolto al passato, risulta brillante e accattivante.

FABRIZIO POGGI – For You

di Paolo Crazy Carnevale

13 agosto 2020

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Fabrizio Poggi – For You (Appaloosa/IRD 2020)

Un inizio insospettabilmente notturno, guidato in punta di contrabbasso da Tito Mangialajo Rantzer, per questo nuovo disco di Fabrizio Poggi, uno dei più attivi e interessanti musicisti italiani dediti alle radici del suono americana. Poggi, che tra carriera solista e Chicken Mambo ha oltre una ventina di produzioni alle spalle, per non dire delle collaborazioni con sparring partner d’eccezione al di là e al di qua dell’oceano Atlantico, ha dato alle stampe questo nuovo disco la scorsa primavera. Un disco breve ma intenso, ricco di sonorità che mescolano il blues ed il gospel con al musica notturna e vibrante delle metropoli, composto prevalentemente da brani tradizionali rimaneggiati e arrangiati sapientemente da Poggi e dal suo producer Stefano Spina (impegnato anche alla chitarra elettrica, alle tastiere, al basso elettrico e alla batteria).

L’armonica è ovviamente protagonista a trecentosessanta gradi, come del resto la voce soul e densa di sfumature di Fabrizio, ma la particolarità sta proprio nell’uso di strumenti più inusuali come il contrabbasso e i fiati che ci riportano in fumosi club metropolitani, distanti anni luce dai juke joint campagnoli a cui il titolare aveva dedicato non molti anni fa un altro riuscito disco.

For You, che ruba il titolo ad una canzone di Eric Bibb qui inclusa, parte con le riletture di Keep On Walkin’, If These Wings e Chariot (che altro non è che la nota Swing Low Sweet Chariot), riletture che profumano, o forse meglio dire odorano, di Harlem e della Grande Mela delle ore tarde.

Fiati, armonica e il suddetto contrabbasso sono la colonna portante di tutte e tre le composizioni, per contro invece la successiva Dont’ Get Worried (altresì nota come Keep Your Lamp Trimmed and Burning), è elettrica vibrante, accattivante. Le fa seguito il gospel di I’m Goin’ There, altro brano particolarmente riuscito, notturno ma in modo diverso.

A questo punto tocca alla cover di Eric Bibb, aperta da un accenno di vibrato dell’armonica che sembra Neil Young, poi parte la voce e l’unico strumento a supportare Poggi in questa versione è il piano di Stefano Intelisano (vecchio amico dai tempi dei Chicken Mambo) e nella seconda parte una sezione d’archi sintetizzata. Il brano sfocia nella successiva My Name Is Earth, la prima delle tre composizioni che portano la firma del titolare, il brano è molto arrangiato, con un bell’intervento all’organo di Pee Wee Durante ed un robusto coro in cui si inserisce la voce dell’ospite Arsene Duevi, originario del Togo; notevole la coda strumentale che termina, in linea col brano che è un omaggio a Madre Terra, con una serie di voci di bambini che restano in sottofondo anche sulla partenza di un altro traditional dalle movenze più smaccatamente blues di matrice elettrica, Just Love, in cui brilla la chitarra elettrica di Enrico Polverari.

Con Sweet Jesus, Poggi ci omaggia di una canzone originale più allegra, sorretta da armonica e chitarra pizzicata e archi, il tutto prima del finale di It’s Too Late, struggente e corale composizione scritta con Arsene Duevi, che vi suona anche l’acustica e canta nella sua lingua.

LUCIANO FEDERIGHI e DAVIDE DAL POZZOLO – Viareggio And Other Imaginary Places

di Paolo Crazy Carnevale

10 agosto 2020

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LUCIANO FEDERIGHI e DAVIDE DAL POZZOLO – Viareggio And Other Imaginary Places (Appaloosa 2020)

Appaloosa Records da quando è rinata a nuova vita sta decisamente muovendo passi più interessanti e arditi che non ai tempi dei suoi pionieristici ma pur sempre indispensabili esordi.

Soprattutto ha cominciato a dare significativamente spazio anche agli artisti di casa nostra che si cimentano con generi musicali affini a quelli degli artisti stranieri trattati dall’etichetta, vale a dire rock, cantautorato, americana, country-rock, folk-rock, blues.

Quest’ultimo disco uscito nel bel mezzo della pandemia però non ci convince appieno come era accaduto con altre produzioni di nostri connazionali (pensiamo a Francesco Piu o a Fabrizio Poggi, o a certe cose di Charlie Cinelli, non tutto però): il pianista, scrittore, giornalista, illustratore viareggino Luciano Federighi non è nuovo in casa Appaloosa e questo suo disco condiviso col sassofonista Davide Dal Pozzolo sembra più che altro un momento di musica condivisa in maniera informale che un progetto discografico vero e proprio, e la produzione a livello di ascolto poteva essere molto meglio (tanto per fare un esempio, la terza traccia del CD, Darkness Will Never Hurt You, ha la voce che nei primi versi è molto più bassa rispetto al resto). Non siamo amanti della musica troppo leccata e perfettina, ma qui un po’ di lavoro al mixer e un po’ di attenzione alla mescola dei suoni non avrebbe fatto male.

Federighi dimostra comunque una grande padronanza, del piano, dell’inglese per la scrittura dei testi e, soprattutto di una voce arrochita che non può non fare venire in mente certe cose di Tom Waits: ma badate, non si tratta di uno scopiazzamento, il timbro di Federighi è personale: nell’iniziale Lather Than You Think e in Mr. Lonesome sfodera addirittura sfumature sinatriane assolutamente azzeccate e, sempre a proposito del cantato, in A Sabbatical From The Blues tornano in mente certe cose di David Bromberg.

Il sax di Dal Pozzolo (talvolta impegnato anche al flauto) non è sempre azzeccato, è mixato troppo alto ed è troppo virato al jazz per un genere cantato in cui i testi sembrano avere particolare rilievo, troppo sofisticato al punto da finire per distrarre l’ascoltatore dai testi, che sono tra l’altro molto lunghi, talvolta verbosi e nel booklet sono riportati solamente in lingua inglese. Peccato, visto che l’Appaloosa di solito brilla per le belle e intelligenti traduzioni dei testi acclusi agli album di artisti americani.

MIA ARENDS/MICHAEL DERNING – Rough Music

di Paolo Baiotti

6 agosto 2020

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MIA ARENDS – MICHAEL DERNING
ROUGH MUSIC
Autoprodotto 2019

Coppia nella vita e nella musica da 45 anni, ma con poche incisioni alle spalle, Mia e Michael hanno pensato, dopo l’album Cover Art del 2007, di incidere un disco che si riallacciasse alla musica ascoltata da adolescenti, sia recuperando brani del passato sia scrivendone di nuovi dal sapore antico, utilizzando soprattutto le due voci e la chitarra acustica, con qualche inserimento di mandolino e slide da parte di Michael e dosati interventi di percussioni, violino e piano (Michael Thomas Connolly che ha mixato il disco), batteria (Brad Gibson) e violoncello (Colin Isner). Il risultato è un disco di cantautorato folk con venature jazz in cui sei tracce originali si miscelano senza difficoltà o bruschi stacchi con dieci cover. Delicate armonie vocali caratterizzano brani come Empty Pocket Blues e Joy, mentre la purezza del fingerpicking emerge in Pilgrims e Mind Your Own Heart. Una versione intima e minimale di Norvegian Wood ci ricorda l’eterna influenza dei Beatles, la sciolta Everybody Wants To Be A Cat e Moon Indigo di Duke Ellington, dove spicca l’interpretazione vocale di Mia, riaffermano la passione della coppia per il jazz tradizionale. Una scanzonata Baby It Must Be Love (Blind Willie McTell) e una delicata Blue Skies (Irving Berlin) ci traghettano al termine del disco, affidato alla jazzata That’s All (Bob Haymes) e alla breve Gone, un brano di Michael nel quale si inseriscono le percussioni.

DAVE GREAVES – Still Life/The Legacy Collection

di Paolo Baiotti

6 agosto 2020

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DAVE GREAVES
STILL LIFE – THE LEGACY COLLECTION
Inbred Records 2020

Negli anni settanta Dave Greaves, cantautore di area folk/rock, ha girato la Gran Bretagna in tour con Sandy Denny e John Martyn, ha lavorato con la Island, la Pye e la Demon. Nel suo percorso Dave ha fondato la Hull Truck Theatre Company, ha suonato la chitarra elettrica accompagnando molte formazioni americane di R&B in Europa e ha fatto parte di MG Greaves and The Lonesome Too con il fratello. Inoltre ha affiancato in svariate occasioni il cantautore texano Bob Cheevers.
Originario di Hull, vive a Scarborough. Non ha pubblicato molto, solo cinque dischi dal 1984 ad oggi da solo, con la Dave Greaves Band o con altri artisti. Da questi dischi sono tratti i 22 brani di Still Life, una raccolta esaustiva della sua carriera reperibile in doppio cd, prodotta da Bob Cheevers, che si può considerare una sorta di testamento musicale, tenendo conto dei seri problemi di salute del musicista. Sono canzoni personali, intime e toccanti con echi di John Martyn, Nick Drake, Eric Andersen o dei più giovani Greg Trooper e Tom Russell, come l’eccellente ballata Frank o Danny And His Girl, forse un po’ monocordi come la voce di Dave (in questo senso una raccolta doppia può sembrare eccessiva). Tuttavia la scrittura di Greaves è apprezzabile e anche la semplicità degli arrangiamenti si presta a questo tipo di canzoni morbide e delicate.
Nel primo cd, oltre ai brani citati, spiccano Fool’s Gold con preziosi arpeggi di chitarra, Rising Tide e la malinconica The Desperate Hours. Dal secondo disco sceglierei la scorrevole opener Me And Lucky, la ballata Phantasy con una raffinata chitarra e il piano in sottofondo, la sussurrata Unguarded Moment, l’intensa Sunflowers e la conclusiva Without The Asking.

SOFT MACHINE – Live At The Baked Potato

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2020

Soft Machine Live At Backed Potato[283]

SOFT MACHINE – Live At The Baked Potato (DYAD Records 2019/ distribuzione Moonjune Records 2020)

Soft Machine? Ebbene sì. Dal 2015 la formazione che aveva pubblicato dischi ed effettuato lunghi tour col nome di Soft Machine Legacy, ha deciso di lasciare a casa il suffisso Legacy e di esibirsi usando tout court il nome storico, nonché di incidere il primo disco in studio sotto questo nome dal lontano 1981.

E proprio nei mesi scorsi, in piena pandemia il quartetto attuale ha dato alle stampe un eccellente live (che rispolvera anche il logo storico del gruppo in copertina) tratto dal tour con cui quel disco di studio, Hidden Details, era stato promosso, tour che celebrava contemporaneamente il cinquantenario dall’uscita del primo disco della formazione di Canterbury.

Si tranquillizzino i puristi, il disco come dicevo è eccellente, una fotografia della voglia di suonare del gruppo e del mai cessato interesse di un pubblico affezionato: va da sé che sono cambiati gli spazi e i gusti, ma gli attuali Soft Machine continuano ad essere alfieri di un jazz rock virato al prog, alla fusion e alla psichedelia più colta, confermando quelle caratteristiche che negli anni sessanta/settanta li avevano fatti diventare autentica formazione di culto, sperimentatori ad oltranza. Non dimentichiamo che il gruppo non ha mai avuto una formazione stabilissima, vi sono transitati numerosi musicisti e a ben vedere, nel 1972 della formazione originale era rimasto il solo Mike Ratledge, gli altri erano già tutti passati ad altri progetti e sperimentazioni, sempre etichettate, dal loro luogo di provenienza, come Canterbury Sound.

Ma pur senza membri fondatori nella line-up i nuovi Soft Machine non sono perfetti sconosciuti estranei al gruppo (come invece è per i nuovi Burrito Brothers ad esempio, che sono davvero tutti nuovi, pur avendo realizzato un disco a sua volta incredibilmente eccellente): qui militano come si diceva gli stessi artisti che nel 2010 come Soft Machine Legacy (in cui in un primo tempo avevano militato anche Hugh Hopper ed Elton Dean) dettero alle stampe un bel live inciso in Europa intitolato Live Adventures, vale a dire John Etheridge (chitarrista a partire dal 1975), Roy Babbington (bassista subentrato a High Hopper già nel 1973 e il batterista John Marshall (entrato in formazione all’inizio del 1972). Come si vede, tre che hanno comunque una loro storia sotto il nome Soft Machine, il gruppo si completa con Theo Travis, tastierista e addetto ai fiati, ultimo arrivato ma assolutamente in linea col sound del gruppo.

Il live in questione è stato registrato in un piccolo club di Los Angeles nel febbraio del 2019 e allinea una scaletta che giustamente va a ripescare sia nel repertorio storico che dalle ultime produzioni, privilegiando, per quanto riguarda la scelta dei brani vecchi, composizioni di Ratledge.

Si parte con una breve overture di tastiere firmata da Travis per introdurre Out Bloody Rageous (Pt.1), di Ratledge appunto, che stava sul terzo disco del gruppo, quello stesso in cui appariva Moon In June la composizione di Robert Wyatt da cui prende il nome (guarda un po’) la casa discografica di Leonardo Pavkovic, che distribuisce questo live.

Sideburn è firmata dal batterista Marshall ed è ovviamente una vetrina per il suo strumento, come andava di moda negli anni settanta, oggi questi assoli di batteria suonano sempre un po’ eccessivi e fuori luogo. Meglio Hazard Profile (Pt 1), composta da Karl Jenkins per l’ottavo album del gruppo, mentre con firma Hugh Hopper troviamo Kings And Queens dal quarto disco uscito nel 1971 (come probabilmente sapete, i primi sette dischi del gruppo erano intitolati col numero progressivo di uscita). Di nuovo di Jenkins è la notevole Tale Of Taliesin pubblicata su Softs nel 1976. La formazione sembra decisamente in gran forma e a proprio agio con questo materiale, e d’altra parte tre quarti dei musicisti qui impegnati lo erano anche su Softs.

Heart Off Guard, Broken Hill e Fourteen Hour Dream è invece una tripletta dal più recente disco di studio, quello del 2018, inciso dalla stessa formazione di questo live, i primi due sono firmati dal chitarrista, e si sente, nel terzo invece l’autore è Travis. Quel che appare evidente è che comunque, nonostante le decadi che separano queste composizioni da quelle precedenti, la continuità di sound è pressoché inalterata e inavvertibile.

C’è quindi spazio per un ulteriore brano di Ratledge, The Man Who Waved At Trains, da Bundles del 1975, con grande lavoro di tutti gli strumenti, ma in particolare evidenza è l’opera di Travis al flauto e alle tastiere.

Ed è proprio lui a chiudere in gloria il disco con due brani tratti di nuovo dal disco del 2018, la lunga Life On Bridges con intro di sax su cui si innestano poi tutti gli altri strumenti, e l’ottimo tour de force jazz-rock quasi zappiano di Hidden Details, da cui il recente disco prende il titolo.

MICHAEL McDERMOTT – What In The World…

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2020

McDermott-WITW[275]

Michael McDermott – What In The World… (Appaloosa/Pauper Sky/IRD 2020)

Sembra inarrestabile il flusso d’ispirazione di Michael McDermott, non passa anno che il musicista di Chicago non lasci la sua zampata nel mondo delle sette note, che si tratti di lavori a proprio nome o come leader dei Westies, che poi sarebbe la stessa cosa, visto che a conti fatti i musicisti coinvolti sono in pratica gli stessi e anche la produzione sonora non si discosta.

Va da sé che a lungo andare, per quanto si tratti sempre di dischi di buon livello, la cosa si fa un attimo monotona: il copione è abbastanza fedele, canzoni di stampo rock robusto e ballate a cavallo tra folk e rock, sempre corredate da testi molto pregni di storie cupe e introspezioni sul proprio percorso umano e musicale, talvolta attraversate da momenti di buio pessimismo, tal altra più serene o quantomeno illuminate da bagliori di speranza.

McDermott è soprattutto un grande raccontatore di storie, storie di gente comune, di gente disperata se non addirittura perduta: va da sé che i temi forti sono sempre il proprio vissuto, la caduta nelle dipendenze, il baratro toccato fino a grattare il fondo del barile, la riabilitazione, il ritorno alla vita, alla musica ovviamente, l’incontro con la moglie Heather Lynn Horton, musa e collaboratrice musicale in qualità di violinista, sia con i Westies che nei dischi solisti.

E va da sé anche che se cercate la novità, questo disco non fa per voi, a meno che siate digiuni delle ultime opere di Michael: perché What The World ripercorre le orme dei suoi predecessori, passo dopo passo, siano essi il più riuscito Willow Springs, il secondo album dei Westies, Out from Under o il recente Orphans, disco di outtakes dei precedenti lavori.

In particolare nei testi (ma in maniera più oscura) e nelle musiche dei brani più intimisti, McDermott sembra più orientato verso certe cose dello Springsteen anni ottanta e novanta: le storie di personaggi come quelle dei protagonisti New York, Texas, di Veils Of Veronica o come la barista dagli occhi blu ricordano da vicino quelle dei personaggi delle canzoni di Bruce, solo attualizzate dalla presenza di temi come il disturbo da stress post traumatico dei reduci di guerra (nel senso che il termine è diventato tristemente di moda negli ultimi anni).

In certi momenti, soprattutto nei pezzi meno elettrici fanno capolino anche riferimenti al folk irlandese, ma personalmente trovo più avvincente il McDermott elettrico della title track, o di Mother Emmanuel e The Thing You Want: il suono corposo è opera di Lex Price, bassista e coproduttore, dalle chitarre di Will Kimbrough e dalle tastiere di John Deaderick, mentre alla batteria si alternano Steven Gillis e Fred Elthringham.

What in The World…, che intitola il disco è particolarmente felice nella sua sostanza rockettara che non fatichiamo a ricollegare al miglior Tom Petty (ma curiosamente come bonus track vi è incluso il demo acustico che invece suona più come certe cose del coguaro dell’Indiana): è un ottimo brano che rende merito ad un testo molto politicizzato, come se McDermott volesse dare la sveglia al suo paese nell’anno delle elezioni! Molto elettrica, anche se molto più lenta è la stoffa di Veils Of Veronica, altro punto di forza del disco. E ancora fa spicco Mother Emanuel, rock urbano dal tessuto sonoro a cavallo tra Asbury Park e il nervosismo di certo Lou Reed, e anche qui il testo sembra di particolare attualità, all’indomani dei recenti fatti di sangue che durante il nostro lockdown hanno funestato gli Stati Uniti, non fosse che il brano è stato registrato prima.
Come nel disco precedente, anche qui McDermott chiude all’insegna della speranza con un paio di canzoni più introspettive, più personali: l’invito a non abbandonarsi di No Matter What e l’omaggio alla moglie di Until I Found You. Il disco termina – prima della bonus track – con Positively Central Park, ballata alla Springsteen in cui si fa riferimento alle problematiche dei nativi.

Come sempre sono sempre molto gradite le trascrizioni e traduzioni dei testi a cui l’Appaloosa ci ha abituati da tempo!

Tre EP dalla Svezia

di Paolo Baiotti

23 luglio 2020

a new future[272]

Negli ultimi tempi il formato ep/mini album è tornato in auge, specialmente nelle produzioni indipendenti.
Dai paesi nordici riceviamo tre nuove proposte.
Partiamo con Annamay Ejrup, cantautrice svedese di Stoccolma che ha pubblicato due singoli, Out Of Reach (in versione elettrica con la band e acustica) e Om Hon Hade Vetat in svedese, che anticipano il primo album di questa autrice pop con influenze folk, sensibile e delicata, dotata di una voce angelica.
In particolare Out Of Reach è una canzone sulle opportunità perse della vita che potrebbero ripresentarsi. Questo brano melodico rappresenta la trasformazione di Annamay da artista solista acustica a componente di una band.

annamay-music-1[271]

I Safari Season sono un duo formato da Lars Ryen (voce) e Anders Lindgren (chitarre, tastiere), accompagnati da Daniel Gullo (basso, batteria, tastiere e chitarra) nell’ep A New Future (Paraply/Beat Goes On 2020). Non sono dei novellini: Anders ha iniziato come artista punk, poi ha fatto parte dei 99th Floor, molto conosciuti in patria, mentre Lars, originario di Torsby, si è spostato a Stoccolma dopo l’adolescenza, dove ha suonato in gruppi pop e soul prima di formare i Touch. Lars ha aperto il negozio di dischi The Beat Goes On dove ha incontrato Anders con il quale ha formato un duo e poi un gruppo ribattezzato Safari Season, che ha inciso un paio di album e parecchi singoli. Si definiscono una band di surf-pop-psychrock…definizione impegnativa, ma che ha una sua logica in quanto, pur privilegiando traiettorie pop, in Nowhere On The Run la chitarra ha un suono abrasivo di matrice garage. La title track è un sommesso brano pop, interpretato in modo morbido e melodico dalla voce accattivante di Lars, avvolta dalle tastiere e da una chitarra che si inserisce dapprima con moderazione, poi in crescendo. Il terzo brano è The Way I Walk, sia in versione inglese che svedese, una ballata elettroacustica molto gradevole.

vilma[273]

Andra Stallen (autoprodotto 2020) è il mini album d’esordio di Vilma Snygg, cantante ventunenne di Boras che ha recentemente partecipato a un concorso per la radio svedese. Sei canzoni (una in inglese) che ricordano, sia nella voce che nella scelta musicale, nomi come Enya, Loreena McKennith o le connazionali First Kit. Atmosfere intime e riflessive, prevalentemente acustiche (anche se in Din Hand Mot Min Rygg si inserisce sapientemente una chitarra elettrica), interpretate da una voce eterea che sembra provenire dalle innevate piane nordiche. Musica un po’ ripetitiva che si avvicina alla new-age, ma non priva di fascino.

JONATHAN WILSON – Dixie Blur

di Paolo Crazy Carnevale

20 luglio 2020

Jonathan Wilson Dixie Blur 1 (1)[265]

JONATHAN WILSON – Dixie Blur (Bella Union 2020, 2 LP)

Ci voleva un disco così per Jonathan Wilson, dopo le perplessità lasciate dal suo LP precedente che avevano lasciato l’amaro in bocca a chi aveva apprezzato i suoi Gentle Spirit e Fanfare, nonché un paio di suggestivi EP usciti in occasione di passati Record Store Day e Black Friday.

Wilson, che è soprattutto un grande manipolatore di consolle e creatore di suoni ci aveva abituati ad un sound moderno ma dalle radici ben piantate negli anni settanta e nei tardi sessanta: echi di Grateful Dead, Pink Floyd, ma anche del grande cantautorato californiano erano stati alla base dei suoi dischi più applauditi, e negli EP aveva dimostrato di saper scegliere anche azzeccate cover per nulla scontate da proporre al suo pubblico.

Spostatosi dalla West Coast al Tennessee, ora Wilson mette sul piatto una quindicina di nuove tracce registrate a Nashville con l’aiuto di musicisti del posto e del producer Pat Sansone, con cui divide i crediti in sede di regia. Nashville vuol dire country music, ma non solo, vuol soprattutto dire studi molto professionali ed al tempo stesso a misura d’uomo e vuol dire musicisti in grado di riprodurre qualunque atmosfera sonora, con umiltà e professionismo, senza sbavature e sempre all’altezza della situazione.

E questa è la caratteristica principale del disco, che ci restituisce le buone cose del Jonathan Wilson che abbiamo apprezzato sui dischi succitati e nelle sue rare apparizioni dal vivo (ricordiamo in particolare quelle come apripista per Tom Petty & The Heartbreakers nel tour che portò la band in Italia per l’ultima volta nel 2012).

I dischi di Wilson non sono fatti di canzoni memorabili, per quanto ogni brano sia cantato, sono dischi di grandi atmosfere e di suoni spettacolari, e questo Dixie Blur segue una ricetta ben collaudata: Wilson per creare un ponte con Fanfare (che ospitava David Crosby, Graham Nash, Jackson Browne, Mike Campbell, Benmont Tench) ha pensato bene di iniziare la scaletta con una cover, ma non una cover scontata e stra-ascoltata, bensì un brano dei Quicksilver Messenger Service, quella Just For Love che intitolava il loro disco del 1970, quando Dino Valenti (autore del brano) aveva assunto il comando della formazione. La versione di Wilson supera l’originale, pur non cambiando molto, l’esecuzione è commovente, cantata con ispirazione, con tanto di flauto suonato da Jim Hoke e con grande lavoro di pedal steel (l’incredibile Russ Pahl) e con l’elettrica un po’ nascosta di Kenny Vaughan (dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart), il brano si dipana in un crescendo che conquista fin dal primo ascolto, lasciando poi il posto alla prima delle composizioni originali (tutte le altre in pratica), la bella 69 Corvette sorretta dal violino del veterano Mark O’Connor, che duetta con la pedal steel (stavolta la suona Joe Pisapia) mentre Wilson e Sansone arpeggiano con le acustiche e rifiniscono le atmosfere a suon di mellotron: il risultato è una delle più riuscite cose del disco. Segue New Home, brano ancor più soffuso, di nuovo con Pahl e Vaughan, col piano di Drew Erickson più in vista che non nei due brani precedenti.

Il lato 1 si chiude con l’eccellente So Alive, con Wilson particolarmente ispirato, impegnato all’acustica ritmica e alla dodici corde elettrica, di nuovo con un bel pianoforte e soprattutto con Mark O’Connor che oltre a suonare il violino si produce in un entusiasmante assolo di acustica: un’altra delle perle del disco.

Voltando il vinile (color verde menta), incappiamo nella prima traccia in cui fa deliberatamente capolino la musica di Nashville: In Heaven Making Love coniuga bluegrass e atmosfere da avanspettacolo, non è una delle cose migliori nel disco ma entra facilmente in testa e se il violino di O’Connor è la guida del brano, le elettriche di Wilson e Vaughan si spingono in interventi più azzardati. Oh Girl inizia come una lenta ballata pianistica, in cui Wilson e Sansone (qui in veste di bassista, mentre la pedal steel di Pahl tesse il sottofondo) coinvolgono di nuovo Jim Hoke sia al flauto che ad una serie di armoniche dal suono diverso, riconducendo maggiormente ai suoni che avevamo apprezzato in Fanfare. Atmosfere vagamente marinare sono alla base di Pirate, con Wilson impegnato con varie chitarre e O’Connor protagonista di un dolente assolo di violino
Il secondo disco si apre con le atmosfere elaborate di Enemies, una composizione dal refrain accattivante, con chitarre in evidenza ed un’intera orchestra tutta suonata da Wilson con una Arp String Machine. Fun For The Masses è un lento valzer dominato dalla pedal steel (sempre Russ Pahl) e dall’elettrica di Vaughan, mentre il titolare si dedica ad acustica e mellotron. Meno interessante dal punto di vista della struttura risulta Plattform, in cui comunque rimane sempre molto riuscita l’amalgama sonora, meglio il brano che chiude il lato 3, il blues Riding The Blinds, blues in chiave Jonathan Wilson ovviamente, un brano lento e cadenzato, cantato con passione con citazioni di titoli di classici blues nel testo, con uno spettacolare organo suonato da Wilson stesso, e ovviamente lavoro di fino da parte di Pahl e Vaughan quando il brano accelera concedendosi un breve bellissimo break tipicamente country, prima di rallentare per il finale.

Il country irrompe nel brano che apre l’ultima parte di Dixie Blur, col titolo di El Camino Real Wilson mette in pista un’altra composizione in cui lui forse non è propriamente a proprio agio, ma lo sono decisamente i suoi accompagnatori, O’Connor e Vaughan su tutti (niente pedal steel qui). Golden Apples è struggente, intima, sussurrata, con Jim Hoke di nuovo protagonista con l’armonica cromatica e il flauto, Wilson suona la slide mentre Vaughan si occupa qui dell’acustica e Pahl da ulteriore saggio della propria bravura.

Il disco si chiude con Korean Tea, un brano senza strofe, ma non recitato, ancora con Vaughan all’acustica che ricama sul tappeto creato da Pahl, dal mellotron del producer e dal sempre ben inserito pianoforte di Drew Erickson.

Ribadisco, non un disco di canzoni memorabili, ma di suoni penetranti e coinvolgenti da ascoltare e riascoltare lasciandosi rapire senza remore.

THE THIRD MIND – The Third Mind

di Paolo Baiotti

21 giugno 2020

third mind[245]

THE THIRD MIND
The Third Mind
Yep Roc 2020

L’esordio di The Third Mind è sicuramente una delle gradite sorprese di questi primi mesi del 2020. Un disco che sfortunatamente è stato pubblicato appena prima dell’esplosione della pandemia, non ottenendo anche per questo le dovute attenzioni e, soprattutto, un’adeguata promozione, magari accompagnata da qualche concerto. E’ un viaggio nella psichedelia, un ritorno alla fine dei sixties, all’epoca hippy legata a musicisti leggendari come Mike Bloomfield, Roky Erickson, John Cipollina e Gary Duncan (la coppia dei Quicksilver Messenger Service), citati e ringraziati per l’ispirazione nelle note di copertina. Anche il nome è un (probabile) omaggio all’omonimo libro pubblicato da William Burroughs e Brion Gysin nel ’78.
La sorpresa principale riguarda gli autori del disco, musicisti esperti e di qualità che non vengono abitualmente ricollegati a questo tipo di suono. Si tratta di Dave Alvin (voce e chitarra di Blasters, X e Flesh Eaters, prima di intraprendere una trentennale carriera solista in ambito Americana), Victor Krummenacher (basso con Cracker e Camper Van Beethoven), Michael Jerome (batteria con Toadies, Richard Thompson, Blind Boys Of Alabama, John Cale e Better Than Ezra) e David Immerglück (chitarra e tastiere con Counting Crows, Camper Van Beethoven e James Maddock). Una sorta di supergruppo di rock alternativo che si è ritrovato in studio dove ha inciso rapidamente e senza prove, cercando di cogliere la libera ispirazione del momento, come Miles Davis ai tempi di Bitches Brew.

Sei tracce di cui cinque covers e ben tre strumentali di rock psichedelico con venature blues e jazz, in cui l’improvvisazione regna sovrana. Il fulcro del disco è sicuramente la versione di 16’ di East-West, la title track del seminale secondo album della Butterfield Blues Band (Elektra ’66), una cavalcata in cui le chitarre viaggiano libere con l’appoggio dell’armonica di Jack Rudy, in un percorso ondivago straordinario, specialmente nella parte centrale, tra crescendo, fermate, ripartenze e cambi di ritmo che non hanno nulla da invidiare all’originale in cui si ergeva la chitarra di Mike Bloomfield. Ma non sono da meno l’apertura di Journey In Satchidananda (Alice Coltrane ’71), una meditazione orientaleggiante che assume colori psichedelici grazie alle chitarre che richiamano i Grateful Dead dei primi album o il terzo strumentale Claudia Cardinale, unico brano originale, nel quale convergono le atmosfere dei Quicksilver e dei western di Sergio Leone. In due tracce cantate si aggiunge la presenza della voce eterea e misteriosa di Jesse Sykes (un incrocio tra Grace Slick e Sandy Denny), cantante dei Sweet Hereafter, autori di almeno due eccellenti album nel nuovo millennio, assente dalle scene da parecchi anni. Jesse interpreta alla perfezione Morning Dew di Bonnie Dobson, in una versione che si riallaccia alla cover lisergica dei Grateful Dead e contribuisce ai cori in The Dolphins (Fred Neil), affiancando Dave Alvin. L’ultima traccia è Reverberation di Roky Erickson, dall’indimenticabile esordio dei texani 13th Floor Elevators, un garage rock stralunato che viene “normalizzato” da una versione rock meno spigolosa, con una chitarra che assume venature hard.

Completato dalla copertina dell’artista Tony Fitzpatrick, diversa per il cd e il vinile, l’album è uscito in una prima edizione limitata con un poster e due versioni alternate di East-West, una mixata da Tchad Blake (ancora più psichedelica) e una da Clay Blair (nel vinile le due versione fanno parte di un secondo 12’’). Come scrivono The Third Mind nella loro pagina di Bandcamp “turn on, tune in, rock out”, riprendendo in parte il famoso motto di Timothy Leary “turn on, tune in, drop out”.
Sicuramente non vi annoierete!

LYNNE HANSON – Just Words

di Ronald Stancanelli

18 giugno 2020

Lynne Hanson just words[238]

Lynne Hanson, bella cantautrice canadese della quale parlammo su Late cartaceo due anni fa esce con un nuovo piacevole lavoro dal titolo Just Words. Dovrebbe questo essere il settimo album dell’artista cantante e musicista autrice di tutte le canzoni a parte la title track co-firmata con Tara Holloway. Undici brani per giusti una quarantina di minuti che rappresenta più o meno l’esatta durata dei vinili di una volta. Album orientato su buonissimo country rock con qualche venatura blues qua e la si caratterizza ancora una volta per la splendida e incisiva voce della canadese che come sempre suona anche le chitarre ed è accompagnata in questo suo settimo viaggio musicale da ben nove musicisti.

I brani sono tutti piacevoli ed accattivanti e le melodie country folk rock che ne derivano sono di estremo livello, la splendida Long Way Home rammenta le pagine più belle di Tracy Chapman. La title track, ovvero Just Words è improntata invece sulla chitarra elettrica e lo stile rassomiglia alla Lucinda Williams più ponderata. Eccellente pezzo, ottimo il connubio chitarra piano che conclude il brano.Dodici tasselli realmente interessanti e di spessore che fanno si che questa, purtroppo poco nota da noi, cantautrice possa essere considerata alla pari di colleghe notoriamente più famose. Sulla falsariga della precedente, ovvero con un occhio sempre rivolto alla Williams la lancinante Higher Ground. Infine una doverosa citazione anche per Hemingway ‘s Sonbird, altro piccolo gioiellino di questo affascinante disco.

L’album è stato prodotto da Jim Bryson, registrato al Fixed Studio di Stittsville in Ontario e masterizzato ad Ottawa, città che viene ringraziata nelle note di copertina per il supporto datole, e si avvale di una foto di copertina di impronta sciamanica decisamente particolare.

Grande artista da non sottovalutare. Potete andare su www.lynnehanson.com e scoprirla ancor di più.

THE GOTHIC COWBOY – Between The Wars

di Paolo Baiotti

18 giugno 2020

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THE GOTHIC COWBOY
BETWEEN THE WARS
Melvin Litton 2019

Per molti anni il cantautore e chitarrista Melvin Litton, canadese da tempo residente in Kansas, ha guidato il quartetto The Border Band, pubblicando cinque album e suonando in ogni angolo d’America. Melvin è anche uno scrittore: ha pubblicato tre romanzi e due raccolte di poesie, oltre a racconti su riviste e giornali. Ha lavorato come falegname, alternando la professione alla scrittura e alla musica che da qualche anno sono diventate la sua principale occupazione.
Lasciata a riposo la band dopo 20 anni di attività, si è cimentato in un altro ambizioso progetto: un doppio album di Americana acustico con testi e musiche riferite alla tradizione folk, raccontando episodi di vita, eventi drammatici, storie ispirate da testi di artisti come Leadbelly…un insieme di canzoni che sembrano fatte per essere ascoltate all’ombra di un albero in un pomeriggio assolato oppure intorno a un fuoco in una prateria sconfinata. Si è fatto aiutare da Dan Hermreck al mandolino e alla voce (con il quale suona spesso in duo), da Til Willis all’armonica e da Jeff Jackson al basso, determinanti nell’assicurare una certa varietà al disco, limitato dalla voce sporca, un po’ monotona e ripetitiva di Melvin.
Tra i brani del primo cd spiccano l’opener Border Blues che può ricordare la scrittura di Townes Van Zandt, la drammatica Caspion & The White Buffalo, ispirata da un articolo di giornale del 1894 sulla caccia al bisonte (è anche il titolo di un suo libro), con un notevole lavoro del mandolino, le murder ballads Pretty Mary e Cold Ohio City con un prezioso accompagnamento di armonica e mandolino e la title track che racconta le vicende di una generazione di soldati gettati allo sbaraglio. Dal secondo cd citerei Montana Bound ispirata da un libretto del 1903, Help My Crossover in cui si apprezza l’armonica di Willis, il lungo a asciutto blues Murder Of Bob Rose, la terza murder ballad tratta da una storia vera raccontata a Melvin dalla mamma e Creek-Bank Ghetto Boys.
Between the Wars è un disco impegnativo, forse troppo lungo, da ascoltare con calma, ispirato dalla tradizione dei grandi storytellers, da Leadbelly a Guy Clark, da Townes Van Zandt agli inevitabili Dylan e Young.

KAJA – Origo

di Paolo Baiotti

14 giugno 2020

origo[235]

KAJA
ORIGO
Kakafon 2019

Quella dei Kaja è una proposta inconsueta per il nostro sito. Si tratta di un trio svedese formato da Livet Nord (violino), Camilla Astrom (fisarmonica, piano) e Daniel Wejdin (contrabbasso e basso synth) che si divide le composizioni del disco ed è accompagnato da altri musicisti al sax, kalimba, percussioni, synth e strumenti elettronici. Le loro radici risiedono nella musica Kletzmer e nel folk balcanico; ma in questo disco, uscito cinque anni dopo The Trapper Upp, inseriscono altri elementi, inglobando jazz, musica elettronica, pop e folk africano, con atmosfere cinematografiche e la creazioni di paesaggi sonori incantevoli o drammatici a seconda del momento. Musica non immediata, strumentale, da ascoltare con attenzione e concentrazione, ma ricca di fascino. D’altronde si tratta di un tipo di ricerca che i Kaja perseguono dalla loro nascita nel 2005, sia nei tre album pubblicati che nelle collaborazioni con poeti, artisti, cantautori, nonché nella musica creata per il teatro e il cinema.
In Origo l’apertura di Alla Vi inserisce influenze di folk svedese con fisarmonica e violino in primo piano. Vals Til Doden (Waltz To Death) è un brano riflessivo guidato dal contrabbasso e da una fisarmonica dolente, Irrfarden risente di suggestioni balcaniche, Stains ha un’atmosfera sospesa e ripetitiva, Tram No 9 aggiunge elementi africani nell’uso delle percussioni. Il disco è chiuso dalla mini-suite Infinitus divisa in tre movimenti in cui si alternano momenti vicini alla musica classica (come in Silentium con un notevole dialogo tra piano e violino), pulsioni di tradizione Kletzmer e passaggi riflessivi e malinconici.
Origo è un disco da ascoltare con impegno e da assorbire lentamente.