Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

AA.VV. – When The Wind Blows/The Songs Of Townes Van Zandt

di Paolo Crazy Carnevale

13 giugno 2018

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Autori Vari – When The Wind Blows/The Songs Of Townes Van Zandt (Appaloosa/IRD 2018)

Quello di Andrea Parodi per Townes Van Zandt e molto più che un pallino, è rispetto, amore, passione, non si potrebbe spiegare altrimenti il fatto che da quattrodici anni Andrea sia il motore di un festival dedicato al cantautore texano in cui vengono ospitati solisti e gruppi italiani e stranieri. Ad ulteriore testimonianza di questa devozione, il promoter/cantautore/produttore ha messo insieme un bel doppio CD dedicato alle canzoni dell’indimenticabile Townes.
Trentadue canzoni, mica poco, un’autentica messe di suoni che ci permette di riascoltare classici totali e perle meno ascoltate del patrimonio musicale di Van Zandt.

Non deve essere stato difficile per Parodi coinvolgere tutti gli artisti presenti nel disco, sono tutti amici, gente con cui ha calcato i palchi lui stesso, come spalla, come accompagnatore, o artisti per cui ha organizzato tour nella nostra penisola nel corso degli ultimi anni, molti sono anche musicisti della scuderia Appaloosa, mai così attiva e provvida di belle novità come in questi primi mesi dell’anno.

Certo, quando si chiamano a raccolta tanti e tali artisti il rischio è che ci siano delle cover più riuscite ed altre meno, che ciascuno si approcci al materiale con diversa attitudine: probabilmente un CD singolo sarebbe stato sufficiente a raccogliere le cose migliori, ma Parodi non ha saputo (ma perché no, anche voluto) decidere di scartare qualcosa facendo così torto a qualcuno.

Questo gustoso tributo si apre subito bene con la rilettura da parte di Jaime Michaels (con Jono Manson in cabina di regia) di Snowing On Raton e si mantiene su ottimi standard con Heavenly Houseboat Blues riletta da Luke Bulla e Paolo Ercoli. Grande Terry Allen (prodotto anche lui da Manson) alle prese con una sferragliante White Frieghtliner, meno d’effetto la versione di If I Needed You cantata da Joe Ely in solitudine, non è brutta per carità, ma forse da Joe ci si poteva attendere qualche guizzo in più. Carina la proposta di Chris Jagger che propone Ain’t Leavin’ Your Love (anche se l’impressione, già evidente nei recenti concerti italiani, è che se non fosse fratello di Mick, questo Jagger non se lo filerebbe giustamente nessuno).

Non brilla neppure il brano proposto da Jono Manson, che in questo disco viene fuori meglio come produttore che come interprete, bella invece la versione di Marie del canuto Gurf Morlix, lo stesso vale per Flyin’ Shoes che nelle mani di Rado Lorkovic diventa un’intensa ballata pianistica. E che dire della magistrale Still Lookin’ For You di Thom Chacon, a conferma di quanto di buono si è già detto di questo artista a proposito dei suoi recenti concerti e del suo ultimo disco solista. Grande anche la versione di Loretta ad opera di James Maddock, così come la Waiting Around To Die di Michael McDermott, che ha il vantaggio (si fa per dire) di aver sperimentato personalmente i demoni che attanagliavano Van Zandt. Scrappy Newcomb (lo ricordate nei Loose Diamonds?) accompagna molto bene alla chitarra Slaid Cleaves in una bella Colorado Bound mentre il buon Parodi (anche lui con Manson in regia) fa sua Tecumseh Valley, sua in tutti i sensi traducendola in italiano e rendendola in maniera molto intensa, ambientandola in Sardegna senza perdere, pur avendo una voce molto distante dalla drammaticità di quella di Townes, un filo dell’intensità del brano originale. Paul Sachs rifà Pancho & Lefty un brano con cui è difficile sbagliare, però i paragoni con cui confrontarsi sono davvero troppi per farne una versione da ricordare, bella sorpresa invece Jack Trooper, il figlio di Greg, che affronta con lo zampino di Jono Manson, Our Mother The Mountain.

Ma non è tutto, il tributo ospita anche altri nomi, dai Session Americana agli Orphan Brigade, passando per Malcolm Holcombe, Bocephus King, Chris Buhails, Richard Lindgren e Tim Grimm, qualcuno più interessante, qualche altro molto più nella normalità, se di normalità si può parlare trattandosi delle canzoni di Townes Van Zandt..

ARCHIE LEE HOOKER AND THE COAST TO COAST BLUES BAND – Chilling

di Paolo Crazy Carnevale

5 giugno 2018

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ARCHIE LEE HOOKER AND THE COAST TO COAST BLUES BAND – Chilling (Dixiefrog/IRD 2018)

Il blues… una musica che mi ha sempre affascinato e a più riprese continua a farlo, anche se non è il genere che ascolto in prevalenza. Quanti bluesmen ci sono in giro che non abbiamo mai ascoltato e a cui invece varrebbe la pena di porgere l’orecchio? Molti, sicuramente, anche se va da sé, quelli storici ormai sono passati a miglior vita, intendo quelli delle origini, quelli che cantavano e suonavano per il puro piacere di intrattenere la gente in un juke joint del delta dopo il lavoro nei campi o più avanti nei bassifondi di Chicago dopo un turno in fabbrica. Il blues nero, quello propriamente detto, si è evoluto poi in qualcos’altro, a livello concettuale, mentre a livello musicale lo hanno sicuramente salvato i bianchi, sia per quanto riguarda il farlo, sia il fruirne. La musica dei neri ora è un’altra, ma qualche nero di vecchia data che lo fa ancora come si deve è tutt’ora in circolazione, magari con più seguito più in Europa che in America, ma i risultati non deludono.

È il caso di questo anziano signore il cui nome non può non richiamare alla memoria quello del suo più celebre zio John Lee o quello del cugino Earl: Archie Lee l’arte l’ha appresa direttamente dall’illustre progenitore e si sente, il suo blues è la continuazione, adattata ai giorni nostri, del folk blues di John Lee, elettrificato a dovere grazie ad un combo di pallidi rampolli europei che gli forniscono un’adeguata base, solida quando deve essere solida, discreta quando il modello originale si fa spazio con più prepotenza.

Archie non è certo un giovanotto, ha la sua età e lo si capisce dalla foto di copertina, la voce richiama molto quella di Hooker senior, ha la stessa tonalità bassa e profonda, la stessa abilità nel “mormorare” o “biascicare” il blues, e fin dal titolo questo disco realizzato in Belgio è un omaggio a lui, ma senza tralasciare altre influenze, più sudiste (ascoltate Tennessee Blues per rendervi conto di quanto il brano sia vicino allo stile musicale di tale Warren Haynes), dovute magari alle fonti d’ispirazione dei suoi accompagnatori: il chitarrista brasiliano Fred Barreto, il bassista francese Nicolas Fageot, il batterista lussemburghese Yves Ditsch e il tastierista Matt Santos, che si occupa anche dell’armonica. La formazione dopo una serie di successi mietuti esibendosi nei maggiori festival europei, ha debuttato nel 2016 e replica ora con questo disco decisamente accattivante, una delle cose migliori ascoltate ultimamente in ambito blues, omaggio dichiarato al John Lee che lo scorso anno avrebbe compiuto cent’anni.

Se da un lato ci sono brani nella norma come 90 Days o Love Ain’t No Playing Thing, dall’altro svettano perle come la menzionata Tennesse Blues in cui la chitarra e l’organo elargiscono prodezze spettacolari. E che dire della robusta title track? Nel disco i brani veri e propri si alternano con quattro tracce che fungono da narrazione, ma sempre senza perdere il contatto col modello originale, anzi, si potrebbe dire che si tratta di vere e proprie composizioni, come nel caso della rurale The Roots Of Our Family, in cui Archie Lee sfodera lo stile canoro di famiglia e con una base di armonica incanta l’ascoltatore, o di Don’t Tell Mama e Don’t Forget Where You Are From in cui racconta la storia della famiglia per metà discendente dei nativi americani e per metà dagli schiavi portati dal continente nero dai negrieri. Altro capolavoro è poi la versione di Moanin’ the Blues in bilico tra psichedelia e blues acustico, magnificamente accompagnata dalla Coast To Coast Blues Band. Ottime sono poi anche Blues Shoes e I’ve Got Reasons.

Gli umori sudisti si rifanno vivi in Your Eyes mentre da applausi sono sicuramente l’acustica Jockey Blues e la Bright Light Big City lavorata splendidamente a suon di slide.

MARCO DE ANNUNTIIS – Juke Box all’Idroscalo

di Paolo Baiotti

3 giugno 2018

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MARCO DE ANNUNTIIS
JUKEBOX ALL’IDROSCALO
Cinedelic/Interbeat 2018

Ironico, dissacrante, irriverente, distaccato, fuori dal tempo, snob, un po’ cazzaro, stradaiolo, poetico, vintage…sono alcuni aggettivi che mi sono venuti in mente ascoltando Jukebox All’Idroscalo, esordio di Marco De Annuntiis (e nome del suo precedente gruppo), cantautore romano, per la precisione di Ostia, pubblicato curiosamente dalla Cinedelic, label specializzata in lavori legati al cinema e dalla Interbeat del produttore Luigi Piergiovanni. Un disco atipico nel panorama cantautorale italiano, molto attento anche agli aspetti musicali legati a una sensibilità nei confronti di un suono anni sessanta (l’organo Farfisa ne è l’emblema) con qualche incursione negli anni ottanta e un’attenzione particolare per la chitarre affidate a Andrea Cuoco, ad eccezione del primo brano, Jukebox, traduzione aggiornata e modernizzata di Le Claqueur De Doigts di Serge Gainsbourg, che Marco indica come suo maestro di vita, un intellettuale vero che faceva finta di essere un coatto di strada, uno snob al contrario, arrangiata con il farfisa in primo piano, la chitarra nervosa di Johnny Dal Basso e un ritmo che sarebbe piaciuto ai B-52’s. Come De André é un’ironica (e coraggiosa) presa in giro di chi ha reso il grande cantautore un’icona pop fermandosi spesso ad uno sguardo superficiale dei suoi testi (con un accenno al riff di Psycho Killer dei Talking Heads), la divertente e autobiografica Dandy di Città si ispira musicalmente alla new wave degli anni ottanta, mentre Conigli Dappertutto è immersa in un’atmosfera byrdsiana con la chitarra suonata dallo stesso autore. Blues Della Renault contiene nel testo vari richiami al film Amore Tossico di Claudio Caligari, con un arrangiamento rock-blues duro e incisivo, Borderline è un ironico duetto con Ilenia Volpe (voce alla Loredana Berté). Nel finale spiccano la nervosa Vita Privata di Sherlock Holmes con il violino di Cristina Romagni e l’autobiografica Io, Io, Io e Gli Altri, altro riferimento cinematografico (allora non è un caso che incida per la Cinedelic), titolo di una commedia del ’66 di Alessandro Blasetti per un brano dall’andamento drammatico. Un esordio da non trascurare che richiama il passato anche nella copertina, tra macchina da scrivere Olivetti, registratore a bobine, sigarette Gitanes, Punt & Mes, Fernet Branca, whisky J&B e vermouth Martini.

CASEY ABRAMS – I Put A Spell On You

di Paolo Crazy Carnevale

30 maggio 2018

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CASEY ABRAMS – I Put A Spell On You (Chesky Records/IRD 2018)

Dopo il primo distratto ascolto mi sono chiesto dove volesse andare a parare questo cantante: non sapevo nulla di lui ma mi pareva interessante, nonostante l’accostamento dei brani e gli arrangiamenti si mandassero un po’ a quel paese l’un l’altro. La casa discografica mi era invece nota e pure la location in cui il disco è stato inciso: le stesse del buon disco di John McEuen pubblicato un anno e mezzo fa…

Poi mi sono documentato sul titolare ed ho scoperto che si tratta di un tale che ha partecipato ad American Idol, talent show televisivo in voga oltreoceano. Tutto si è fatto più chiaro. I ragazzi che escono da queste realtà musicali legate al piccolo schermo sono spesso indecisi sull’indirizzo da scegliere, e Casey Abrams non fa eccezione. L’idea di base non è male e gli arrangiamenti in trio (lui suona il basso e canta e si fa accompagnare da Taylor Tester alla chitarra e Jacob Schesney al sax) sono talvolta azzeccati. È la direzione indecisa del lavoro che mette il freno al mio giudizio.

Non capisco se Abrams voglia fare l’intrattenitore raffinato che snocciola cover in punta di piedi abbinando jazz e americana, se voglia fare il cantautore o essere l’epigono di quel genere che negli anni ottanta veniva chiamato “vocalese”.

Così accanto alla riuscita cover della title track rubata a Screamin’ Jay Hawkins (ma Abrams non è certo un urlatore) si fanno apprezzare Robot Lovers, interessante brano firmato dallo stesso Abrams, Lost And Looking un blues sofferto sorretto da voce e contrabbasso con successivo innesto della chitarra di Tester, la deliziosa Let’s Make Out e in parte anche Cougartown, nonostante un troppo lungo intervento del sax che è troppo jazz rispetto all’impostazione indie del brano.

La versione solo voce della sigla cartoon Meet The Flintstones è spiazzante e non convince, come la ripresa di Take The A Train posta in chiusura. In Nature Boy di Nat King Cole il modello di riferimento sembra Sting, anche per quanto riguarda il modo di cantare, solo nel finale Abrams sembra osare qualcosa in più.

Un po’ meglio Never Knew, a cavallo tra Hendrix e Prince (non come esecuzione, ma a livello compositivo), stucchevole invece la versione di Georgia On My Mind, che fa letteralmente a pugni con la scelta di coprire anche Have You Ever Seen The Rain, sempre una bella canzone, ma per carità….

La sensazione è proprio quella di aver davanti un cantante da talent show che deve fare sentire quanto è bravo e in grado di cantare un po’ di tutto. Senza alcuna direzione…

ALEX HAYNES & THE FEVER – Howl

di Paolo Crazy Carnevale

23 maggio 2018

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ALEX HAYNES & THE FEVER – Howl (Appaloosa/IRD 2018)

Che sia un segnale di rinascita del british blues? Potrebbe anche esserlo in fin dei conti. Non è una novità che siano stati proprio gli inglesi a rivitalizzare un genere musicale storico che negli anni sessanta aveva perso smalto, facendolo divenire un fenomeno in Europa e riportandolo in auge nella sua terra d’origine.

Alex Haynes & The Fever lo fanno però a modo proprio. Il loro rock blues del terzo millennio parla un linguaggio diverso da quello dei rampolli britannici degli anni sessanta che andavano filologicamente alla ricerca dei padri fondatori. Il chitarrista inglese, con questo Howl è giunto al suo terzo disco e si fa accompagnare da una robusta band che gli fornisce il giusto sostegno per far lavorare la propria chitarra e vestire di abiti moderni le canzoni. Una band anche in parte italiana, vista la possente presenza del batterista Pablo Leoni, di un ottimo Ernesto Ghezzi all’organo , dell’italiano acquisito Andy J. Forest all’armonica e del basso di Alessandro Diaferio. Unico straniero oltre al titolare, il pianista Richard Coulson.

Il risultato del connubio tra Haynes e questi musicisti è un solido blues tribale, una sorta di trasposizione moderna ed elettrica del blues down home che si suona nel Mississippi, filtrato attraverso le esperienze di band attuali come i Black Keys.
Sono subito ottimi i brani d’apertura, una sciolta Nervous e la selvaggia I’m Your Man, sorretta da tamburi quasi jungle. La band dimostra subito un bell’affiatamento, non a caso sono tutti turnisti di valore e dal pedigree nobilissimo; la title track è un autentico lungo ululato della chitarra, magari non del tutto convincente, ma ci pensa la più scanzonata Shake It Up a portare il disco in alto, con un sound d’organo particolarmente efficace. Nelle due tracce seguenti, Haynes lascia da parte il gruppo e si cimenta, chitarra e voce, in due composizioni d’effetto. Lonesome Shadows ha un’atmosfera vagamente soul e l’effetto tremolo sulla chitarra è parecchio suggestivo, All I Got In This World è invece eseguita con bottleneck sulla chitarra acustica e percussioni e dimostra quanto poco distante l’albionico Haynes abiti idealmente dal Mississippi settentrionale dei fratelli Dickinson.

Bad Honey viaggia un po’ dalle parti del buon Ben Harper, soprattutto per l’approccio vocale di Haynes che nel brano seguente, Solid Sender si riscopre invece soul balladeer affidando all’organo e ad una chitarra struggente il tappeto sonoro, lasciando per una volta i tamburi in secondo piano.

L’approccio a From Time To Time è invece in chiave Chicago blues, anche grazie all’apporto dell’armonica di Forest e all’uso del pianoforte.

In chiusura il brano Shed My Sin, in linea con buona parte del disco ma senza particolari guizzi ulteriori.

SUE FOLEY – The Ice Queen

di Paolo Crazy Carnevale

21 maggio 2018

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SUE FOLEY – The Ice Queen (Stoney Plain Records/IRD)

Canadese di nascita ma texana d’adozione, Sue Foley è una cantautrice dall’animo profondamente blues che al tempo stesso ha assorbito quelle sonorità rock della sua patria adottiva: se dunque questo disco vuole fin dal titolo essere un omaggio a Albert Collins (detto the Iceman), non si può non considerarlo a pieno diritto anche un disco rock, più che blues, nonostante la presenza in veste di ospite di un personaggio come Jimmie Vaughn, che duetta in un paio di brani con la titolare.

Il disco arriva ben sei anni dopo il suo predecessore, ma ascoltandolo si può dire sia valsa davvero la pena di attendere: il sound è robusto, tosto, la Foley, non più di primo pelo come si suol dire, è una cinquantenne agguerrita con le unghie ben affilate e il disco suona bene fin dall’iniziale Come To Me in cui l’accompagnano la voce e la slide di Charlie Sexton, meglio ancora, con qualche reminiscenza di Lucinda Williams, è la successiva 81, sempre con Sexton e con un bel contributo dell’organo suonato da Mike Flanigin, mentre alla batteria è da citare il veterano George Rains, texano dal curriculum più che eccellente.

Meno interessante Run, mentre la title track è un lungo, ben riuscito, sofferto blues che evidenzia le doti chitarristiche della Foley, che nel brano successivo, The Lucky Ones, duetta in un classico stile Texas blues insieme a Jimmie Vaughn, raccontando della sua terra d’origine e di quella icui ha deciso di stabilirsi. Quasi blues da garage lo stile spolverato in Gaslight, in cui fa capolino anche la sezione fiati dei Texas Horns, mentre per il brano seguente, Fool’s Gold, per altro non entusiasmante, per dare man forte con voce e chitarra, viene chiamato nientemeno che Billy Gibbons, qui distante dalle atmosfere degli ZZ Top. Meglio If I Have Forsaken You, di nuovo con Vaughn e robuste siringate d’organo, e la classica Send Me To The ‘lectric Chair, resa celebre da Bessie Smith, ma interpretata in seguito da molti altri, incluso David Bromberg. Con Death Of A Dream l’atmosfera si tinge di jazz acustico, sicuramente d’effetto ma troppo distante dal resto del disco, così come lo sono anche la latineggiante The Dance e la conclusiva Cannonball Blues, un brano della tradizione appalachiana.

GROUND LEVEL FALCONS – The New Wilderness vol. 1

di Paolo Baiotti

20 maggio 2018

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GROUND LEVEL FALCONS
THE NEW WILDERNESS Vol. 1
GOLDEN BEAGLE 2017

Primo album realizzato dalla band dopo una pausa di cinque anni dall’omonimo esordio, The New Wilderness giunge in un momento particolare, contemporaneamente all’addio del fondatore e chitarrista Adrian Armitage. I GLF si formano ad Edmonton in Canada nel 2011, dall’unione di membri di due gruppi indie locali: Vox Humana e Whitewall, guidati dal cantante Matt Gardiner, anima della formazione e principale compositore. Nel 2014 e 2015 il gruppo pubblica due Ep’s, The Revealor Side A & Side B, ottenendo interesse e passaggi radio in molti paesi europei. Nel 2017 viene inciso il nuovo album da Gardiner con la supervisione per il missaggio di Stew Kirkwood, mentre Armitage lascia la band. Il sostituto Brent Whitford viene trovato morto in agosto a causa di una grave forma di diabete…una tragedia per il quartetto che decide di ridursi per il momento a terzetto, ma dopo la serata di presentazione del nuovo disco anche il bassista Greg Kolodychuk decide di lasciare per motivi famigliari. Pertanto al momento la band è ridotta a un duo con Gardiner e il batterista Brendan Kobayashi, ma è alla ricerca di nuovi membri, mentre il disco sta funzionando piuttosto bene in Europa e in Australia. Ispirati da artisti canadesi come Neil Young, Matthew Good e The Tragically Hip i Ground Level Falcons non nascondono influssi grunge di Pearl Jam e Nirvana e di rock alternativo vicino allo stoner (Queen Of The Stone Age e un pizzico di Rem). The New Wilderness è un disco vario con momenti interessanti, come la pulsante opener Memory Man e l’accoppiata che chiude il primo lato formata da Bring It Up During The Nighttime e Why You’re Telling A Lie influenzate dai Rem specialmente nell’uso della voce debitrice di Michael Stipe e dallo stoner nelle parti strumentali con interessanti cambi di ritmo e atmosfera, creando un tipo di rock alternativo molto interessante e attuale. Until I Post It è un altro brano di rock mosso e robusto, più morbido e ipnotico nelle parti cantate, con una chitarra aspra e distorta, How’s The Weather Up There? una ballata sognante, ma sempre con chitarre abrasive, The Wedding Upheaval un aspro hard rock. Le ultime due tracce, I Meant To e Miles Away rappresentano i primi contributi compositivi di Adrian e Greg.

SHIVER FOLK – Settembre EP

di Paolo Baiotti

20 maggio 2018

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SHIVER FOLK
SETTEMBRE EP
CD autoprodotto 2017

Setttembre è il terzo ep, oltre ad un disco lungo, per il giovane quintetto lombardo, reduce dal tour con Davide Van De Sfroos. Guidata da Lorenzo Bonfanti, autore delle quattro tracce arrangiate con i colleghi, la band è nata nel 2013 a Lecco. Dopo qualche mese di prove e concerti in zona, esordiscono con La Rotta, ep con due tracce autografe e una cover di Johnny Cash. A fine 2014 pubblicano un secondo ep, Folkin’ Christmas, rivisitazione di alcune tracce natalizie con un inedito. Nel 2015 incidono tre covers accompagnate da altrettanti video. Il periodo di apprendistato ha il suo culmine nella pubblicazione dell’album L’Equilibrista (marzo 2016), lanciato dal singolo La Stanza di Ames accompagnato da un pregevole video e nella partecipazione come backing band al Folk Cooperaour di Davide Van De Sfroos, che li espone ad un pubblico molto ampio. Dal tour nasce una collaborazione per il singolo di Davide Padre Mazinga; inoltre la band prosegue nella rielaborazione di brani rock in chiave folk dedicandosi a Alice Cooper (niente male la versione di Poison), Ministri e Foo Fighters, anche questi accompagnati da videoclips. A settembre incidono l’omonimo ep con quattro canzoni inedite, che aggiornano il suono ispirato all’indie-folk d’oltreoceano, senza dimenticare le influenze rock e della canzone d’autore. Il gruppo è formato da Stefano Bigoni (pianoforte, lap steel, tromba, armonica a bocca, voce), Lorenzo Bonfanti (voce, chitarra, batteria, percussioni), Stefano Fumagalli (contrabbasso), Luca Redaelli (violino, voce) e Andrea Verga (banjo, mandolino, voce).

Nella musica dei Shiver Folk dominano gli strumenti acustici: chitarre, banjo, contrabbasso, lap steel e un violino protagonista delle principali parti soliste. Medicine Per Il Morale apre il dischetto affiancando ad una scelta musicale ritmata e scorrevole, con i ricami del violino in primo piano, un testo aspro e incisivo. Settembre racconta una storia di tossicodipendenza con una grinta e un carattere rock, guidata da una batteria incalzante, Storie di Sospiri e di Ginocchia Sbucciate, il nuovo singolo, è una ballata impreziosita dal violino, forse un po’ meno personale. Ultimo brano l’indie-folk Oltre Il Tuo Ritorno, che conferma le doti musicali del quintetto, molto promettente considerata la giovane età.

ORPHAN BRIGADE – Heart Of The Cave/Live from Osimo

di Paolo Crazy Carnevale

20 maggio 2018

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ORPHAN BRIGADE – Heart Of The Cave/Live from Osimo (Appaloosa 2018)

L’Appaloosa Records punta decisamente molto su questo trio di songwriter, e a buon diritto visti gli elogi che Ben Glover, Joshua Britt e Neilson Hubbard hanno riscosso sin dal loro esordio, elogi proseguiti lo scorso autunno con l’uscita di Heart Of The Cave, concept indie opera ideata quando il gruppo, durante una sua precedente visita in Italia, era rimasto letteralmente affascinato dalle grotte sotterranee di Osimo e dalle storie ad esse collegate.

Era dunque scontato che il nuovo disco venisse presentato proprio nella cittadina marchigiana che ne aveva favorito la genesi: quello che abbiamo tra le mani è il CD che l’Appaloosa ha pubblicato per l’ultimo Record Store Day in tiratura limitata di 1000 copie, col concerto tenuto in occasione della presentazione del disco.

Rispetto alla formazione di studio, che vedeva molti ospiti, qui i tre cantautori si fanno accompagnare solo dal violino e dalla viola di Marco Santini e dalla voce di Laura Matta.

Il risultato è un concerto che vede affiancare i brani del disco più recente (otto su undici tracce) con composizioni precedenti del trio: gli Orphan Brigade sono perfettamente a proprio agio anche in formazione essenziale, la potenza delle loro canzoni vien fuori proprio tutta e la sensazione è che alcune di esse siano già divenute dei piccoli classici, anche nello spoglio arrangiamento qui proposto.

Le voci, le chitarre acustiche e il mandolino, qualche spolverata di percussioni – parlare di batteria è quasi troppo – e gli archi di Santini: l’apertura con Pile Of Bones è già un trionfo, a conferma che il brano che era quello d’inizio anche per il disco di studio è davvero potente. E di grande effetto è anche Flying Joe, in cui il frate volante di cui si canta è nientemeno che Giuseppe da Copertino; e che dire della splendida apertura ordita da Santini per Osimo (Come To Life), altra importante composizione di questa piccola grande opera indie. Altro brano imprescindibile è The Bells Are Ringing, composizione corale di grande presa.

Trouble My Heart (Oh Harriet), giocata sul mandolino, è invece ripresa da Soundtrack To A Ghost Story, primo disco del trio, così come Sweetheart e Cursed Be The Wanderer.

Gli altri pezzi inclusi in questo suggestivo live sono Sweet Cecilia, V.I.T.R.I.O.L., The Birds Are Silent e Alchemy, tutti da Heart Of The Cave.

Manca giusto la cover di Tom Petty che il gruppo ha eseguito in qualche data del tour, ma chissà, anche altri artisti del giro Appaloosa in giro durante l’autunno e l’inverno hanno omaggiato il biondo rocker scomparso lo scorso ottobre, forse in previsione di un live tribute in suo onore?

Chi vivrà vedrà.

MENDOCINO QUARTET – Way Out There

di Paolo Crazy Carnevale

18 maggio 2018

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MENDOCINO QUARTET – Way Out There (2017)

Prendete un’amena località nel nord della California, con le scogliere a picco sul mare e i boschi alle spalle dei centri abitati, portateci a vivere quattro artisti di diversa estrazione, un paio dal passato addirittura glorioso, l’altro paio onesti musicisti nonché autori e strumentisti, tutti col gusto comune per le buone atmosfere acustiche senza fronzoli (ma alla bisogna sarebbero capaci di garantire anche sonorità elettriche), shakerate per bene ed avrete questo quartetto di provincia che da alcuni anni, quando ne ha voglia e tempo, si diletta ad animare le serate di Mendocino, Caspar, Fort Bragg, Ukiah e dintorni.
Steve Bates, David Hayes e Gene Parsons negli anni novanta sono stati i tre quarti di una popolare band della zona, la Steve Bates Band, titolare di un doppio live purtroppo da anni irreperibile se non in formato download, ma se i loro nomi vi dicono qualcosa di più, non siete fuori strada, David Hayes è stato bassista di Terry & The Pirates, della band di Jesse Colin Young e soprattutto lo è stato in studio e dal vivo del gruppo di Van Morrison (dalla Caledonia Soul Orchestra fino al recente Astral Weeks Live), Gene Parsons invece (che nella Steve Bates Band suonava la pedal steel e cantava), è proprio quello dei Byrds e in seconda battuta dei Flying Burrito Brothers. A loro, da un po’ di tempo in qua si è aggiunta la giovane cantautrice Gwyneth Moreland, dando così vita ad un quartetto acustico che prende il nome dalla zona in cui vivono e lo scorso dicembre ha debuttato con questo delizioso CD.

Il disco si apre con la bella Sing Out, una sorta di flashback sulla musica popolare americana (tenendo conto che anche il rock va considerato tale), cantata da Bates, ma sorretta da un coro da brivido armonizzato dalla Moreland e da Parsons, la cui voce fa ancora venire i brividi dalla bellezza. Poi è la volta di una rilettura, ad opera della cantante, della tradizionale The Cuckoo, ed anche qui Parsons fa miracoli nei cori, oltre ad occuparsi del banjo, mentre Bates si occupa delle chitarre e Hayes del basso. È Hayes l’autore del brano seguente, Keep On Keepin’ On, con la Moreland alla fisarmonica e i soliti (ormai possiamo dirlo) cori da urlo. Protagonista della quarta traccia del disco è Gene, che canta finalmente da solista e suona il banjo, si tratta di Way Out There, una composizione di Bob Nolan che aveva già affrontato nel suo secondo disco, nel lontano 1979, ed eseguito per il pubblico europeo nel tour con i Peace Seekers del 1984, questa versione è a dir poco struggente, probabilmente meglio di tutte le altre sentite in precedenza. Steve Bates è il protagonista assoluto dell’intima Love For Me, un brano quasi in punta di piedi, con la fisarmonica e i cori della Moreland, autrice e voce di Western Shores, un brano dall’andatura al trotto, piacevole, banjo, chitarra e basso in evidenza e un break di mandolino ad opera di Bates.
I Belong è un altro brano di Bates, leggermente dylaniano, ben giocato sugli intrecci vocali tra lui e Gwyneth e con una parte centrale di banjo che rende pienamente merito allo stile di Parsons. Hayes dà invece voce ad un poco noto brano di Woody Guthrie intitolato Dead Or Alive con una parte strumentale in cui il banjo jamma con la chitarra e la fisarmonica, mentre i cori di Parsons e della Moreland fanno eco alla voce del protagonista. Gwyneth firma la traccia successiva, Send Me Back Home, Hayes ci mette un gran basso mentre Bates e Parsons si occupano delle chitarre e dei cori.

Per il finale il quartetto sfodera una bella cover di In My Hour Of Darkness (di Gram Parsons e Emmylou Harris), affidandola alla voce di Gene, che la interpreta facendo venire la pelle d’oca, soprattutto se pensiamo che una strofa è dedicata al suo vecchio compadre Clarence White: il basso e la fisarmonica in sottofondo, le chitarre che suonano proprio come quelle che avevano caratterizzato Kindling, il primo fantastico disco solista di Gene uscito nel 1973, e la voce che fa letteralmente sognare. Forse l’ho già scritto in altre occasioni, ma è davvero un’interpretazione da applausi a scena aperta!

DEBORAH HENRIKSSON – Near And Far

di Paolo Baiotti

18 maggio 2018

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DEBORAH HENRIKSSON
NEAR AND FAR
DHP/Bongo Boy 2017

Nata negli Stati Uniti, ma residente in Svezia, Deborah ha alle spalle una carriera significativa in ambito folk, iniziata nel 2007 con Simple Gifts, seguito due anni dopo dal natalizio Simply Christmas, nel 2012 da The Heart’s Cry e nel 2014 da Traces. In questi due dischi, come nel recente Near And Far, è stata affiancata dal compositore e polistrumentista Mats Nyman, piuttosto conosciuto in Svezia sia in ambito pop-rock che dance, oltreché come compositore di colonne sonore. Inciso nello Soundism Studio di Vasteras con la partecipazione di Bengt Andersson alla chitarra (Mats suona tutti gli altri strumenti), l’album prosegue sulla strada tracciata dai precedenti, cercando di mischiare folk americano con influenze celtiche e di world music, ispirandosi ad artiste come Enya, Loreena McKennitt, Celtic Woman, Clannad e le classiche Joni Mitchell e Judy Collins. Musica eterea, d’atmosfera, vicina alla New Age, a tratti un po’ piatta e monocorde, come la voce pulita e limpida di Deborah, fragile e vulnerabile. Una voce e una musica che si affiancano logicamente alle immagini della copertina e del retro (spiaggia battuta dal vento e mare mosso). Deborah ha suonato più volte in Usa, Svezia, Irlanda, Gran Bretagna e Austria, ottenendo discreti riscontri radiofonici e la nomination per un Grammy. Le tracce migliori di Near And Far sono le prime quattro: la scorrevole e misteriosa Face Your Fears, la ballata celtica Breakers’ Roar, la bluesata In Time con una chitarra country e la morbida e ipnotica Thru The Leaves si fanno preferire per una certa varietà di temi e di sonorità, mentre nel prosieguo subentra un fondo di monotonia che incide sul giudizio finale.

VINTAGE TROUBLE – The Bomb Shelter Sessions

di Paolo Crazy Carnevale

12 maggio 2018

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VINTAGE TROUBLE – The Bomb Shelter Sessions (Vintage Trouble 2011)

Che bella botta di freschezza e di energia questo debutto dei californiani Vintage Trouble. Indipendenti fino al midollo, tanto da uscirsene con un disco del genere totalmente in proprio, su CD e su vinile, con tanto di singoli vinilici come si usava una volta, non quei singoli virtuali che sembrano rispondere al comandamento “ascoltare e non toccare” che spopolano nelle classifiche della musica da scaricare ed ascoltare con lo smartphone (anche se nelle classifche della musica virtuale i Vintage Trouble hanno realmente spopolato.

I Vintage Trouble le cose le fanno per bene, fin dalla copertina in bianco e nero si intuisce che la musica contenuta nel disco deve essere buona, non roba plastificata: qui c’è grinta, c’è gusto, e c’è modernità, anche se i suoni sono una personale rilettura di stilemi rock-blues e soul vecchi almeno come me.

Mi vengono in mente i coevi Bellrays per fare un paragone, ma qui la voce è maschile, quella di Ty Taylor, e i suoi accompagnatori non fanno sfoggio di fronzoli, fornendo una base musicale a base di chitarra basso e batteria, con appena una spolverata di percussioni.

Taylor ha una voce affilata, bella, che a seconda delle volte ricorda quelle dei suoi grandi modelli, non mancano chiaramente echi delle grandi voci del soul degli anni sessanta, ma c’è anche qualcosa che ricorda David Hidalgo dei Los Lobos.
Questa voce, combinata col sound è la carta vincente del quartetto (Nalle Colt è il nome del chitarrista, Rick Barrio Dill il bassista e Richard Danielson l’uomo dietro i tamburi).

Il disco inizia bene col ritmo quasi da giungla della convincente Blues Hand Me Down, che dimostra subito quale sia la stoffa della formazione, una canzone che prende da subito ed entra in circolo con estrema scioltezza. Si prosegue senza intoppi con Still Always Will, poi la musica cresce ulteriormente con Nancy Lee, il primo singolo tratto dal disco, brano efficacissimo, accattivante, sicuramente una delle composizioni (tutte originali) che fanno la differenza; Gracefully è un brano più lento ma ugualmente bello (non a caso è stato il secondo singolo del disco) a cui fanno seguito altre due perle, l’intrigante You Better Believe It con ospite l’armonica di Charlie Brumbly e Colt impegnato in un bel solo di chitarra, e lo slow Not Alright By Me, un brano soul come si faceva una volta, cantato con ispirazione intensità e di nuovo con la chitarra come si deve.

Il disco procede sui binari giusti con un altro brano dalle atmosfere soul, Nobody Told Me, composizione molto riuscita, poi l’elettricità torna a vibrare, con la chitarra che affetta nel blues di Jezzebella, e il disco termina con un tripudio errenbì da urlo con Total Strangers, a cui mancano solo i fiati, ma la chitarra ci mette più che del suo, e con la più intima Run Outta You, degno suggello di un disco ben riuscito e duraturo, un brano dal crescendo insinuante che si sviluppa sorprendentemente per oltre otto avventurosi ed irresistibili minuti.

GIACOMO SCUDELLARI – Lo stretto necessario

di Paolo Baiotti

7 maggio 2018

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GIACOMO SCUDELLARI
LO STRETTO NECESSARIO
Brutture Moderne/Audioglobe 2018

Lo Stretto Necessario è il lavoro di debutto sulla lunga distanza di Giacomo Scudellari, cantautore romagnolo di Ravenna, classe 1986, prodotto da Francesco Giampaoli (Sacri Cuori, Classica Orchestra Afrobeat). Nella presentazione del disco viene contrapposta l’evidente derivazione del modo di cantare di Giacomo dai classici cantautori degli anni settanta con la differente scelta dei testi che vogliono celebrare “il gusto onesto della Gioia con la g maiuscola in nove canzoni positive e vitali, senza tonalità minori, capaci di scavare in profondità non rimanendo scioccamente in superficie”. L’ironia e la leggerezza dei testi è affiancata da scelte musicali personali che sono logiche rispetto ai musicisti che collaborano al disco: oltre a Giampaoli al basso, Diego Sapignoli (batteria) e Christian Ravaglioli (pianoforte, mellotron, fisarmonica, launeddas), tutti provenienti dai Sacri Cuori, gruppo romagnolo che si caratterizza per scelte strumentali che mischiano folk tradizionale, psichedelica, blues e suggestioni cinematografiche (colonne sonore) con un gusto raffinato, molto apprezzati anche all’estero. A loro si uniscono la chitarra acustica di Mario Bovi, i fiati di Enrico Farnedi, l’elettrica di Stefano Pilia e le tastiere di Nicola Peruch. Tra influenze caraibiche, percussioni africane, ascendenze cinematografiche (l’opera di Morricone è uno dei capisaldi dei Sacri Cuori), cori un po’ sconnessi, Scudellari ci accompagna allegramente, a partire dal Cantico Della Sambuca, profumato di calypso, seguito da Morirò In Una Taverna (che mi ricorda Francesco De Gregori) rallegrata da fiati che profumano di Louisiana. Un Mese In Provenza è una ballata tradizionale anche nell’accompagnamento acustico, nel quale si distingue una raffinata fisarmonica, ma che nella seconda parte inserisce altri strumenti e percussioni, A Poter Scegliere un brano dall’andamento marziale con tracce di elettronica. La traccia più significativa mi sembra quella centrale del disco, La Luna Ha Sempre Ragione, ballata intensa arrangiata con gusto ed evidenti richiami ai fiati morriconiani. La seconda parte dell’album convince meno, tra il country un po’ deboluccio di Chiedi e Ti Darò (filastrocca che richiama Volta La Carta di De André), le influenze centroamericane di Cose Che Sai e caraibiche di Addio Alla Tristeza, fino alla conclusiva Lo Stretto Necessario, traccia intimista con un testo di qualità. La copertina colorata di Davide Salvemini riflette le vibrazioni e la vitalità del disco, un esordio degno di attenzione.

ELEONORA BORDONARO – Cuttuni e Lame’

di Paolo Baiotti

7 maggio 2018

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ELEONORA BORDONARO
CUTTUNI E LAME’
Finisterrre 2017

In epoca di globalizzazione sempre più spinta è difficile mantenere e trasmettere le tradizioni locali, ma è importante continuare a farlo, se non indispensabile. In questa ottica bisogna considerare, stimare e cercare di pubblicizzare il prezioso lavoro che nella letteratura e nella musica svolgono alcuni appassionati ricercatori. Eleonora Bordonaro, interprete siciliana, si occupa da anni di musica popolare collaborando con alcune delle formazioni più interessanti del panorama italiano, come l’OPI Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma diretta da Ambrogio Sparagna. Dopo avere sperimentato le molteplici possibilità espressive della voce, ricerca e interpreta canti siciliani di tradizione orale, dalla poesia popolare a quella dei cantastorie, dal repertorio contadino a quello sacro, con particolare attenzione al racconto del mondo femminile. Oltre ad avere partecipato a varie manifestazioni e collaborato con altri gruppi tradizionali, ha fondato la Casa Museo del Cantastorie di Paternò, centro di produzione e creazione dell’arte della narrazione, che ospita un’esposizione permanente dedicata alla tradizione dei cantori popolari della famosa scuola etnea. Nel 2017 ha pubblicato Cuttuni e Lamé (Trame streuse di una canta storie cioè racconti originali e bizzarri di una canta storie), edito da Finisterre con la produzione artistica di Puccio Castrogiovanni dei Lautari, di cui è anche in parte autrice e compositrice. In tredici tracce, l’album alterna testi tradizionali e originali, musicati da Eleonora, Castrogiovanni e Mario Incudine, componendo un mosaico di suggestioni arricchito dalla partecipazione di alcuni musicisti siciliani di grande talento in ambito tradizionale. Eleonora canta in dialetto siciliano e in un brano in Gallo-Italico, una lingua parlata nel villaggio di San Fratello in provincia di Messina. Molto curato anche nella parte grafica, con la presentazione dei brani in italiano e inglese e i testi in siciliano, italiano e inglese, Cuttuni e Lamé non è un disco di facile ascolto, richiede attenzione sia per l’utilità di conoscere i testi sia per le scelte musicali, non necessariamente ostiche se non in alcuni brani che seguono la tradizione folk, mentre in altri si nota una maggiore varietà con arrangiamenti orchestrali, jazzati e nel caso di Ucch’i l’Arma molto attuali con il remix di Michele Musarra. Eleonora ama raccontare l’universo femminile, dalla storia di Sisidda che impone al marito delle regole per accettare l’offerta di matrimonio in La Tassa di li Schetti, alla Madonna nel Lamento di Maria, da Maria Passa Ppi Na Strata Nova a Cuttuni e Lamè dove si fronteggiano due donne, una seduttiva e manipolatrice e l’altra pacchiana e generosa (accompagnata da un video delizioso). Ma nel disco viene musicata anche Tri Tri Tri, una poesia di Mauro Cavallo, poeta solitario che vive nell’antico quartiere ebraico di Modica, si riprende Lu Cielu Unni Si Tu, un brano tratto dalla colonna sonora di uno spettacolo teatrale di pupi e Li Fomni, un brano tradizionale del paese di San Fratello, dove i cittadini, arroccati e isolati, hanno scoraggiato i matrimoni misti riuscendo a mantenere una lingua, il Gallo-Italiaco, nata nel 1100 quando in Sicilia arrivarono i Normanni e con loro Piemontesi, Francesi, Liguri e Lombardi chiamati a popolare dodici paesi. Disco prezioso, molto curato in ogni aspetto, testimonianza di amore per la propria terra e di un attaccamento a tradizioni che non devono morire.

MARY BATTIATA & LITTLE PINK – The Heart, Regardless

di Paolo Baiotti

7 maggio 2018

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MARY BATTIATA & LITTLE PINK
THE HEART, REGARDLESS
Mary Battiata 2017

Mary Battiata è l’ennesima voce femminile che cerca di emergere in ambito country, un settore nel quale gli Stati Uniti continuano a produrre nuove cantanti degne di nota. Originaria di Arlington, Virginia, ha già aperto per Alejandro Escovedo, Sam Baker, Jim Lauderdale e Neko Caso, mettendo in mostra il suo alternative-country legato alla tradizione più genuina, con influenze twangy, folk, bluegrass e pop. The Heart, Regardless è il suo terzo album di brani originali, dopo l’esordio del 2001 seguito da un Ep dal vivo e da Gladly Would We Anchor (pubblicato nel 2008 dalla Nightworld), un disco nel quale la sua voce è stata paragonata da alcuni critici a Rosanne Cash e Lucinda Williams. Inciso a Baltimora negli Invisible Sound Studios, coprodotto da Mary e da Dave Nachodsky, proprietario degli studi, il nuovo album è intestato anche a Little Pink, la band formata da Tim Pruitt (chitarra), Alex Weber (basso), Ed Hough (batteria) e Dave Hadley (pedal steel). Rispetto al precedente, The Heart, Regardless rappresenta un ritorno alla tradizione più ortodossa, pur con qualche eccezione e con la capacità di scrivere melodie accessibili. La voce di Mary è sempre chiara, melodica e pulita, forse non molto caratteristica. Spicca in brani scorrevoli come Big Big World e la trascinante Sun That I Could Count On, ma anche nel country-folk Seven Stars o nella ballata Tall Timbers dove ricorda Lucinda Williams nel modo di cantare, con la giuste dose di malinconia aggiunta dal violino di Willem Elsevier. Se Remember This, arrangiata con banjo e pedal steel, ha qualcosa del suono dei Rem, Drive That Fast è un brano di stampo folk con azzeccate melodie vocali, mentre la conclusiva ballata Sing Me A Landscape riafferma la cura negli impasti vocali e negli arrangiamenti. Un disco vario, senza brani inutili, molto curato anche nei testi.

ELOISA ATTI – Hedges

di Ronald Stancanelli

3 maggio 2018

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Lo so ho sempre avuto un debole per le copertine e molto spesso nel mio percorso di fruitore musicale queste cover hanno avuto voce in capitolo nell’acquisto di vari lp o cd, con gli lp la soddisfazione era indubbiamente maggiore e la libidine più intensa. La prima cosa che salta agli occhi in una ben fornita vetrina pregna e densa di cd è il dischetto di Eloisa Atti sovrastato da un bellissimo disegno di copertina tra i più affascinanti che ci sia stato dato modo di vedere ultimamente. Accomuneremmo questa intensa immagine di copertina con un contenuto oltremodo affascinante e di rara bellezza che ci porta a considerare questo Edges al pari di Ruins of Memories del quale parlammo precedentemente su queste pagine riferendoci alla bravissima cantante genovese Charlie. Eloisa Atti è sicuramente assieme a Charlie, la sorpresa più bella e interessante tra le artiste italiane che abbiamo ascoltato negli ultimi mesi.

Il disco della cantante emiliana inizia con un soffuso brano stil ellenico rebetiko dal beneaugurante titolo Each Man is Good per continuare con la gradevolissima Moony, minimale canzone in stile Daniel Lanois. Si prosegue con Blue Eyes Blue, ove fa capolino una soave negritudine alla Nina Simone peraltro riscontabile anche nella piacevole The Rest of Me. Curiosa la formula musicale di Edges, la title track che sembra uscita da un show di Vinicio Capossela. In The Careless Song troviamo con grande sopresa e piacere il romagnolo Antonio Gramentieri, personaggio quanto mai eclettico nel panorama musicale italiano. Anima del gruppo i Sacri Cuori e autore di Don Antonio suo primo album solista, nel quale è presente anche Eloisa Atti, è musicista che ha regalato in modo intenso la sua bravura di artista sia a cinema che teatro e televisione, finanche alla pubblicità e che qualcuno come chi vi scrive avrà avuto la fortuna di vedere dal vivo a Pusiano l’anno scorso al Festival del Buscadero assieme al grande Alejandro Escovedo.

Eloisa Atti inizia la sua attività col prestigioso Piccolo Coro dell’Antoniano. Figlia del poeta bolognese Luciano Atti, da bambina riscuote un discreto successo tra gli appassionati della musica tradizionale bolognese cantando in dialetto assieme ad Agostino Sassi.

Nella sua formazione lo studio del violino al Conservatorio G.B. Martini di Bologna e il diploma di formazione superiore in canto jazz presso il Conservatorio di Adria.

Prima di Edges, cd che stiamo ascoltando e recensendo in questi frangenti, nel suo percorso musicale ben altri otto album sia sola, che con I Sur,che con il chitarrista Marco Bovi. Vanta partecipazioni a spettacoli teatrali, e televisivi oltre che essere stata direttrice artistica in Festival Jazz. Anche questo disco ha una notevole impronta jazzata e in alcuni momenti la sua voce, interpretazione e stile ricordano Margo Timmis dei Cowboy Junkies, band canadese autrice di splendidi dischi specialmente negli anni ottanta e inizio novanta. Tutti i brani sono a sua firma esclusi due che sono cofirmati con Marco Bovi mentre la produzione è affidata a lei. La realizzazione del cd attraversa posti diversi e lontani come Bologna, San Francisco, Tucson e Faenza. Album di notevole spessore culturale, per Strade Blue Factory distribuito da Macramè, ove l’artista oltre che a cantare con la sua splendida voce si diverte con ukulele e concertina e ben dieci sono i musicisti coinvolti nel progetto compreso lo stesso Marco Bovi. Ben vengano artiste nostrane come Eloisa Atti e Charlie.

EMILY HERRING – Gliding

di Paolo Baiotti

3 maggio 2018

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EMILY HERRING
GLIDING
Eight 30 Records 2017

Nelle note di copertina, Brian T. Atkinson, autore, produttore e proprietario della Eight 30 Records, sostiene che la texana Emily Herring semplicemente canti la musica country più pura che esista. E non ha tutti i torti! Meccanico d’auto di giorno e cantautrice di notte, Emily pubblica il suo quarto album prodotto dal polistrumentista Steve Fishell (Rodney Cromwell, Emmylou Harris…) e registrato a Austin negli studi Bismaux di Ray Benson (Asleep At The Wheel), una miscela riuscita di western swing, gypsy jazz e country tradizionale valorizzato da una voce ben modulata, potente e pulita.

Dopo l’esordio a 27 anni di My Tears Will Be Relieved (2006), seguito l’anno dopo dall’Ep The Cat, Beaver, Bee, sono passati sei anni prima di Your Mistake e altri quattro prima di Gliding, un album importante per l’autrice, condizionato dalla morte della madre nel 2016, una donna che ha sempre sostenuto la passione per la musica della figlia e alla quale sono dedicati il disco e il brano Right Behind Her, una ballata limpida sostenuta dalla pedal steel di Fishell che guida i musicisti che collaborano all’album, tra i quali il bassista Greg Fukunaga (Joe Ely, Dixie Chicks, Robert Plant) e il chitarrista Redd Volkaert (Merle Haggard, George Jones, Dolly Parton, Tim McGraw). Gliding comprende 10 brani, tutti autografi ad eccezione della briosa All The Miners In Milwaukee, duetto con l’autrice Mary Cutrufello, della divertente cover di Semi Truck, scritta da Bill Kirchen e Billy Farlow per Commander Cody and His Lost Planet Airmen e di Midnight, ballata tradizionale di Chet Atkins e Boudleaux Bryant già eseguita in passato da molti artisti country (Red Foley, Porter Wagoner, Don Gibson, Kenny Price…).

Tra i brani di Emily spiccano la title track con una pedal steel deliziosa, la mossa love-song Balmorhea cantata con un accenno di yodeling, la scorrevole Yellow Mailbox e la nostalgica The Last Of The Houston Honky Tonk Heroes.

Un disco consigliato a chi ama il country non contaminato dal suono odierno di Nashville.

NICK MOSS BAND FEATURING DENNIS GRUENLING – The High Cost Of Low Living

di Paolo Crazy Carnevale

3 maggio 2018

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NICK MOSS BAND FEATURING DENNIS GRUENLING – The High Cost Of Low Living (Alligator/IRD 2018)

Classe 1969, Nick Moss è uno degli attuali esponenti del blues di Chicago, la città dove è nato e dove, evidentemente ha sviluppato il proprio stile chitarristico, così tipico della ventosa metropoli sulle rive occidentali del lago Michigan.

Dopo la classica gavetta al servizio di gente come Buddy Scott e Jimmy Rogers da una quindicina d’anno ha cominciato un’onesta – nulla più – carriera come solista come chitarrista e cantante, per lo più sotto l’egida della Blue Bella Records: per questa sua nuova fatica è passato all’Alligator, etichetta regina del settore, e oltre a capeggiare la band che da lui prende il nome, ne divide parzialmente la leadership con l’armonicista Dennis Gruenling, la cui presenza aggiunge un po’ di colore al risultato finale.

Nulla di nuovo, beninteso, rispetto ai recenti dischi Alligator di Curtis Salgado e Tommy Castro, le pur apprezzabili prodezze della Nick Moss Band, passano un po’ in sordina.

Qualche brano è più interessante di altri, come Note On The Door (con gran lavoro dell’armonicista) o Crazy Mixed Up Baby, lo slow blues pianistico He Walked With Giants, in altre occasioni il risultato è un po’ risaputo (Get Right Before You Get Left sembra la riscrittura della Shake Rattle And Roll di Bill Haley), la title track ruba invece il titolo (ma solo quello) ad un brano dell’Allman Brothers Band che figurava nell’ultimo disco di studio inciso da Allman, Haynes e soci. Get Your Hands Out Of My Pockets porta la firma di Otis Spann e, guarda un po’, la chitarra si mette un po’ in disparte per lasciare spazio al piano di Taylor Streiff.

La maggior parte dei brani porta la firma del titolare, due sono invece composti e cantati dall’armonicista ospite, Count On Me e Lesson To Learn, troppo uguale a tante cose di Bo Diddley; per il finale il gruppo mette in scena All Night Diner, uno strumentale in cui Moss dialoga con l’organo di Jim Pugh, e una versione dell’ultra classica Ramblin’ On My Mind, qui resa davvero con gusto, ma fare i conti con un brano su cui hanno già messo le mani Mayall e Clapton è sempre cosa ardua.

La produzione è di Kid Andersen, anch’egli di casa presso l’Alligator in qualità di chitarrista del gruppo di Rick Estrin.

BODINROCKER – Roller Coaster Ride

di Paolo Baiotti

29 aprile 2018

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BODINROCKER
ROLLER COASTER RIDE
Bearman Music 2017

Bodinrocker è l’attuale gruppo di Anders Bodin, esparto musicista svedese attivo dagli anni novanta. Cresciuto nel villaggio di Hallen nello Jantland nel centro della Svezia, Anders si è trasferito da adolescente a Uppsala, dove ha imparato a cantare e suonare la chitarra, ispirato principalmente dal rock inglese di Beatles, Slade, Faces e Status Quo (la sua band preferita). Nei primi anni del nuovo millennio, dopo essersi dedicato più seriamente ad altri lavori, Bodin ha ripreso ad occuparsi di musica, esordendo nel 2006 con Half Of Flames, un album di rock semplice ed essenziale realizzato con sessionmen esperti e la produzione di Lars Ekberg che continua ad affiancarlo ancora oggi. Nel 2010 è uscito Mysterious Man, un disco di rock melodico con impasti di chitarre e tastiere pubblicato con lo pseudonimo Bodinrocker, confermato per Rock It The Hard Way, uscito nel 2014 con le medesime coordinate sonore, ma con l’aiuto dell’olandese Jan Leentjes per i testi. Ed ora, in attesa del quarto album Eye To Eye, Bodinrocker pubblicano un Ep con quattro brani, i due nuovi singoli che faranno parte del disco e due traccie dall’album precedente. Roller Coaster Ride è un rock ritmato, allegro e scanzonato che ricorda gli Status Quo, con un assolo di chitarra tanto elementare quanto efficace, mentre Vacation è un boogie rilassato e ritmato, senza grandi ambizioni. Quanto ai due brani già noti Space ha un ritmo cadenzato, quasi marziale debitore del pop britannico degli anni sessanta e Long Way Round mantiene alto il ritmo con cadenze tipicamente inglesi, rinvigorite da un assolo ben costruito. Musica melodica tra pop e rock, scorrevole e ballabile.

THE DEEP DARK WOODS – Yarrow

di Paolo Crazy Carnevale

29 aprile 2018

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THE DEEP DARK WOODS – Yarrow (Six Shooter Records/Thirty Tigers/IRD 2017)

Nuovo disco per i canadesi Deep Dark Woods, a quattro anni dall’acclamato e irripetibile Jubilee che era stato pubblicato dalla Sugar Hill e prodotto con maestria da Jonathan Wilson.

Il nuovo disco, pur apprezzabile e godibile è senza dubbio un passo indietro rispetto a quel doppio LP, che era il quinto della discografia della formazione.

Un passo indietro un po’ per la produzione decisamente più povera e casalinga (sono il bassista Shuyler Janssen e il cantante chitarrista Ryan Boldt ad occuparsi della regia). Le registrazioni, ci indicano le poverissime indicazioni di copertina, sono state fatte in Canada, a Saskatoon (luogo natale di Joni Mitchell) e ci consegnano un collaudato folk rock molto intimista e, se vogliamo, molto canadese, pur non somigliando a nessuno direttamente, i Deep Dark Woods condensano nel loro suono decenni di musica canadese: c’è certa solennità tipica di The Band, ci sono sommesse atmosfere younghiane e c’è anche l’approccio strumentale che ricorda i Cowboy Junkees. Il sound ovviamente non dispiace, manca solo un po’ di ardimento in più nella produzione e qualche brano più coinvolgente che non difettava di certo a Jubilee.

Rispetto a quel disco, se ne è andato Chris Mason e il gruppo si è consolidato attorno a Boldt che è il leader a tutto tondo. I brani sono stati partoriti durante la convalescenza di Boldt dalla scarlattina e le sonorità sono tutte costruite su un largo uso di ogni tipo di chitarra, da parte del leader ma anche da parte di Clayton Linthicum che ci aggiunge pure una serie di tastiere ed effetti attorno a cui si cementa il risultato finale. Alla batteria siede Mike Silverman, Barrett Ross ci mette congas, vibrafono e flauto, e last but not least, c’è la voce di Kacy Lee Anderson che si lega perfettamente a quella dolente di Boldt (la Anderson e Lynthicum sono anche titolari di un duo a proprio nome, attivo nel medesimo Saskatchewan in cui si trova Saskatoon).

Buono, ma non eccelso, il brano d’inizio, Fallen Leaves, e buoni anche Up On The Mountaintop e Deep Flooding Waters, ma il disco decolla definitivamente con Roll Julia e con la lunga The Birds Will Stop Their Singing, un’elaborata composizione che parte in sordina e cresce corposamente e dipanandosi per quasi nove minuti tra break di chitarra che citano sia il country rock americano che il folk rock britannico, con le voci di Boldt e della Anderson ben amalgamate.

San Juan Hill è un’altra bella composizione che grazie all’uso di tastiere che replicano il suono della fisarmonica richiama particolarmente le composizioni di the Band, Drifting On A Summer Night ha ancorale voci in evidenza e dei gran bei suoni delle varie chitarre usate da Boldt e Lynthicum.

Teardrops Fell inizia con una chitarra in odor di Richard Thompson e sfocia in un arrangiamento tipico di the Band – c’è una certa, vaga somiglianza con Tears Of Rage –, le voci sono ben inserite e il brano si sviluppa per quasi cinque minuti ed è sicuramente tra le cose più riuscite del disco.

La conclusiva The Winter Has Passed è più intima, raccolta, quasi uno spiritual nordico.