Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

RICCARDO TESI/NERI POLLASTRI – A viva voce/Una vita a bottoni

di Ronald Stancanelli

12 giugno 2017

Tesi Vita a bottoni[385]

Riccardo Tesi Neri Pollastri
A VIVA VOCE UNA VITA A BOTTONI
Squi(libri) 2016 – Libro CD

Conobbi Riccardo Tesi a teatro il 21 gennaio 1995 in occasione di un concerto di Beppe Gambetta a Genova ove tra vari ospiti vi era appunto il musicista in questione dal quale presi un eccellente album chiamato RVeranda, album di suggestioni e armonie suonato assieme a Patrick Vaillant. Ricordo ancora la sua cordialità e simpatia. Apprezzai dopo poco tempo anche un album chiamato Forse il mare accreditato al gruppo Ritmia , ove Tesi ne era una delle componenti principali. Adesso dopo tanti anni mi ritrovo nuovamente tra le mani un suo supporto musicale che pur essendo un best è antologia di eccellente livello, e in detta occasione bellamente arricchito con uno splendido tomo di circa 300 pagine. A rigor di logica è il libro che supporta il dischetto ma l’ascolto della musica ci precede ovviamente nella lettura del libro.

Per la precisione il cd è un’esauriente antologia di sedici brani con l’ausilio di ospiti vari. Mareggiata, pezzo dello stesso Tesi, è un lungo brano piacevolissimo che si avvale tra gli altri dell’aiuto di Stefano Bollani al piano e di Vaillant al mandolino, brano di grande impatto ove il frangersi delle onde, la risacca ed altri momenti del movimento marino sono esplicati in musica in modo magistrale. E il trenino che parte e va si avvale della piacevole incisiva voce di Lucilla Galeazzi, tratto dall’album Sopra i tetti di Firenze è brano popolare arrangiato dallo stesso Tesi assieme a Stefano Melone che suona il piano e Maurizio Geri che suona la chitarra e ricche e rigogliose le pagine musicali che separano le varie strofe, intenso il testo che avvince e muove la memoria. Pomodhoro, è strumentale di Tesi con un ottimo lavoro alle percussioni da parte di Ettore Bonafè e un penetrante scacciapensieri. Il pezzo di forte valenza folk è tratto dal cd Riccardo Tesi e Bandaitalia. Tra veglia e sonno e Mazurca di San Benedetto integrate in Suite di Mazurke è strumentale di antichi percorsi popolari, ricco di strumenti è brano caldo e solare tratto da Crinali, album del 2006. Invece Prata e Oru scritta da Tesi e da Elena Ledda ha alla voce proprio la sua co-autrice e nel coro troviamo le Balentes, trio vocale che ricordiamo vari anni fa anche assieme a Davide Van De Sfross e autrici di un piacevolissimo album registrato a Verona dal titolo Balentes Live, suggestivo ed energico il brano qua proposto tratto dal disco di Tesi Presente Remoto. Molto bella anche L’azzurro del pesce ove non vi è voce alcuna ma un’intersecazione di strumenti che ne fanno forse il pezzo più accattivante dell’antologia, brano veramente superbo era contenuto nel disco Cameristico. La città vecchia è uno dei primi pezzi di Fabrizio De Andrè, qui è riproposto dalla voce del mai dimenticato Gianmaria Testa assieme ovviamente a Tesi e ad altri sei artisti che ne danno una versione decisamente piacevole e l’organetto la abbellisce in modo perfetto come appunto si ascolterebbe in angoli remoti della città vecchia, un bravo a tutti e un ricordo commosso per Gianmaria e Fabrizio. Originariamente era anch’essa in Passato Remoto. Passo liscio composto da due brani La piccinina e Caballeros è strumentale dall’allegro incedere tratto da Un ballo liscio Live del 1995, brano molto ricco musicalmente è suonato da ben 12 musicisti. Adieu Adieu – Moresca Nuziale tratto da Ritmia da la giusta dimensione di questo straordinario album con sonorità variegate tra cui trame progressive nel quale Tesi , Alberto Balia, Enrico Frongia e Daniele Craighead hanno lavorato per l’unica volta tutti assieme in un opera che è restata senza purtroppo ulteriori seguiti. Mazurkazione, lungo brano live è l’inedito della raccolta inciso a Serravalle Jazz, mandolino suonato da Vaillant e organetto si inseguono continuativamente accompagnati solamente da un intervento del clarinetto basso di Gianluigi Troversi che da il suo tocco jazzy. Decisamente un bel pezzo. Con la Ballata del carbonaro si torna a un brano cantato, trattasi della voce di Maurizio Geri e tra le righe abbiamo la mandola di Mauro Palmas del quale ricorderei un suo ottimo album del 2001 dal titolo Caina. Brano tradizionale arrangiato da Tesi e Geri si avvale di un testo intensamente coinvolgente, quasi da cinegiornale d’epoca. Molto bello. Con la Bandaitaliana tratto dal recente cd Maggio del 2014 viene estrapolata Scaccomatto notevole pezzo strumentale nel quale fa la sua imponente figura lo splendido lavoro al violino di Gabriele Bavarese. Brano arzigogolato con punte strumentali di vari assoli decisamente accattivante e appassionante, uno dei momenti top della raccolta. Da Accordion Samurai del 2011 viene preso un pezzo molto particolare, si tratta di De Delay Lo Ribatel/Espresso che credo arrivi dalla tradizione francese qui proposto con ben cinque organetti e senza alcun altro strumento. Fulmine è invece momento molto più semplice ove all’organetto di Tesi si affianca solamente un puntiglioso lavoro di percussioni ad opera di Valerio Perla, brano veloce che al suo inizio è accompagnato da un tuono. Lo troviamo in Thapsos del 2000, album uscito per i dischi del Manifesto e accreditato a Tesi e Banditali, disco molto interessante che credo sia ormai di difficile reperibilità ma la sua ricerca in qualche mercatino è vivamente consigliata. La splendida voce di Ginevra Di Marco, su questo sito trovate la recensione del suo ottimo cd dal vivo Stelle, armonizza la bellissima Tutti mi dicon Maremma, suggestivo e lancinante pezzo tradizionale qua in fulgida versione che è estrapolato dal cd Bella Ciao del 2015. Chiude il tutto Processione brano eseguito in solitaria, semplicemente all’organetto diatonico tratto da Accordeon Diatonique. Ottima quindi questa antologia che col suo ultimo giro di dischetto ci fa posare l’attenzione sul libro.

Neri Pollastri esperto di jazz ha il compito di scrivere e curare il libro dal titolo Una vita a bottoni, titolo che non ha bisogno di chiarimento alcuno. Nella prima parte abbiamo una sobria ma vivace storia dell’artista con i suoi percorsi, le sue ambizioni, le sue speranze e ovviamente la sua carriera. Interessante leggere che lo start al primo disco di Riccardo Tesi nasce dal desiderio di voler portare l’organetto nella musica popolare toscana ove detto strumento era praticamente assente. Il Ballo della lepre del 1983 è infatti il suo primo disco ma in special modo è il primo disco in Italia ad avere come strumento principale l’organetto. In questo esordio composto da brani tradizionali trova posto anche una sua composizione originale, Saltarello per Eugenio, di pregiata fattura. L’album guarda decisamente avanti non essendo assolutamente il classico disco in stile ricercatore di tradizioni con mera riproposizione di pezzi noti o storici ma un qualcosa che sfida e vuole andare oltre e ciò è comprovato dalla presenza del clavicembalo, strumento che poco ha di attinente con la musica popolare- tradizionale. Avanzando nella lettura molto interessante il punto ove si narrano le vicende del gruppo Ritmia, del relativo cd Forse il mare e della grande opportunità sprecata! Vicenda che si legge tutta d’un fiato e lascia alfine spiaciuti più che perplessi. In pratica questo lavoro si può considerare il secondo disco di Riccardo Tesi pur essendo stato accreditato al moniker Ritmia, ove gli altri tre leader erano Alberto Balia, Daniele Craighhead e Enrico Frongia. Nel proseguo della interessante lettura vengono via via sviluppate le trame di tutti i dischi usciti sino ad oggi e ci si sofferma su ben ventidue lavori. Il tutto inframmezzato da momenti che esulano dalla mera discografia ed ecco quindi una interessante intervista all’artista, un capitolo che si rifà al rapporto dello stesso col cinema ed il teatro e infine una discografia in schede complete di titoli dei brani presenti in ogni album, autori dei brani, musicisti accreditati, e copertine a colori di tutti i vinili e cd. A conclusione del tutto, le ovvie informazioni sul cd accluso e ben 53 fondamentali fotografie patinate. Di due brani troviamo anche gli spartiti ed per concludere alcune informazioni, ma forse più esatto definirli aneddoti commentati sull’artista da parte di Ezio Guaitamacchi.
Ottimo libro ed eccellente cd per un connubio lettura/musica di grande interesse sia musicale che culturale. Decisamente un supporto da acquistare, assaporare, ascoltare e leggere con attenzione per la sua grande ed indubbia valenza ed importanza.

DAVE DESMELIK – Lifeboat

di Paolo Baiotti

4 giugno 2017

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DAVE DESMELIK
LIFEBOAT
www.davedesmelik.com 2016

Cantautore originario di Atlanta, Georgia, si è trasferito più volte fino all’attuale residenza di Bevard in Carolina del Nord. Alla fine degli anni novanta ha fatto parte degli Onus B. Johnson, band jamgrass di Flagstaff piuttosto conosciuta in Arizona con la quale ha inciso due dischi. Ma la sua carriera solista, iniziata nel ’99 con Move On, è molto più corposa, comprendendo ben dieci albums prima di Lifeboat che hanno ottenuto discreti riscontri e attenzione da parte di siti e radio specializzati quali EuroAmericana Chart, Roots Music Report, Freeform American Roots Chart e North Carolina Roots Radio Chart. Il filone nel quale si inserisce la musica di Dave è quello dell’Americana, tra roots e folk con attenzione alle parti strumentali arrangiate con cura. Tra gli artisti supportati dal vivo basta ricordare Drivin’ N Cryin’, Robbie Fulks, Richard Buckner, Cary Hudson, Shawn Mullins, Pieta Brown e Bo Ramsey.

Non è mai riuscito ad emergere del tutto, ma si sa che negli Stati Uniti la concorrenza è molto forte e gli spazi per la musica indipendente sono piuttosto ridotti. Lifeboat è un album interessante e scorrevole che alterna momenti strumentali elettroacustici molto particolari, a volte jammati e con un uso prevalente di strumenti suonati da Dave (chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, ukulele, batteria, basso). La mini suite iniziale Leave It Alone è unita alla coda strumentale Head Rush creando un’atmosfera sparsa e sospesa che viene ribadita da Don’t Recreate The Wheel e dall’intensa Surgery, Recovery and Love, basata sui gravi problemi di salute di uno dei due figli dell’artista, nobilitata da una coda strumentale struggente.

La traccia centrale del disco è A Strange Realization, versione audio di una performance artistica con vari spezzoni che le danno un respiro cinematografico, nella quale si aggiungono la lap steel di Josh Gibbs e il basso di Andy Gibbon, suoi abituali compagni dal vivo. Nella parte finale emergono il rock trascinante di Battlefield, l’emozionante Heart Light e lo strumentale Black Collar, giocato su un increccio tra piano e chitarra acustica.

ANNA FERMIN’S TRIGGER GOSPEL – You Belong Here

di Paolo Baiotti

28 maggio 2017

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ANNA FERMIN’S TRIGGER GOSPEL
YOU BELONG HERE
Trigger Gospel 2016

Trigger Gospel è un quintetto di Chicago formato e guidato da vent’anni dalla cantante, pianista e autrice Anna Fermin, unica compositrice del gruppo, nata nelle Filippine, ma cresciuta in Wisconsin con la famiglia. Hanno pubblicato sei albums con questo You Belong Here, autoprodotto, inciso in Illinois negli studi Solid Sound di Hoffman Estates. Nella loro carriera hanno girato più volte negli Usa e in Europa, supportando tra gli altri Johnny Cash, Steve Earle, Joe Ely, David Crosby e Delbert McClinton. Dopo alcuni cambi di formazione il quintetto è tornato alla line-up iniziale con Andon Davis alla chitarra, Michael Krayniak al basso, Paul Bivans alla batteria e Alton Smith alle tastiere.

Anna Fermin è una cantante dotata di una voce solida, forte, estesa e melodica e un’autrice che si ispira nei testi alle sue esperienze e ai suoi viaggi, scrivendo una musica che ricerca un equilibrio tra rock, folk, blues e country, con un forte senso della melodia. Canzoni non troppo complesse, di presa immediata, che sembrano mancare di quel tratto caratteristico in grado di far presagire un salto di qualità che, d’altronde, dopo vent’anni è difficile immaginare.

You Belong Here esce a otto anni di distanza dal precedente, dopo un periodo complesso per l’autrice che, dovendo crescere due figli adolescenti, aveva anche pensato a rinunciare alla band. Ma alla fine l’amore per la musica ha prevalso, come racconta il testo della title track del disco, una ballata intensa interpretata con sensibilità. Durante la pausa del gruppo la Fermin ha lavorato per una produzione teatrale, scrivendo musiche diverse dal solito e interpretando covers di standard di jazz e di Lou Reed. Ma il ritorno del chitarrista Andon Davis l’ha convinta a proseguire con i Trigger Gospel.

Oltre alla title track si distinguono il mid tempo Land Of The Long White Cloud, ispirato da un viaggio in Nuova Zelanda, l’intima ballata I’ve Got Friends e Forget The Rest che si riallaccia alla sua adolescenza e ai contrasti con il padre che non accettava le sue scelte lontane dalle tradizioni filippine, arrangiata con fisarmonica e mandolino. Great Days è un tributo alla madre e ai suoi sforzi per crescere in serenità le figlie, eseguito con il piano e la fisarmonica di Alton Smith. In chiusura la corale You Coulda Walked Around The World, cover di Butch Hancock. Da notare anche la copertina di Tony Fitzpatrick, artista di Chicago che in passato ha lavorato con Steve Earle.

JEFF BOORTZ – Half The Time

di Paolo Baiotti

24 maggio 2017

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JEFF BOORTZ
HALF THE TIME
JeffBoortzMusic.com 2014

Attivo da una ventina d’anni, originario di Houston, Jeff è un cantautore ai confini tra il folk, il country e l’americana. Ha inciso cinque albums, incrementando l’attività nell’ultimo lustro. Infatti Half The Time è stato inciso negli studi Rendering Plant di Nashville nei primi mesi del 2013 e pubblicato nel 2014, seguito alla fine del 2015 da Every Other Night. In Half The Time, che comprende tracce scritte in diversi periodi, Jeff è affiancato dal vecchio amico John Jackson alla chitarra e alla direzione musicale del gruppo, un musicista di grande esperienza che in passato ha collaborato con Lucinda Williams, Shelby Lynne e Bob Dylan. Gli altri collaboratori sono session men di Nashville come Fats Kaplin (Jack White, Nanci Griffith) al violino e pedal steel, Ken Coomer (Uncle Tupelo, Wilco) e Marco Giovino (Robert Plant, John Cale) alla batteria, Randy Leago (Kathy Mattea, Shelby Lynne, Lucinda Williams) e Michael Webb (Sturgill Simpson, Poco) alle tastiere.

Half The Time scorre piacevole e veloce, senza grandi sussulti. Jeff ha una voce discreta, non molto caratteristica e se la cava come compositore, ma la validità dei collaboratori è determinante nell’alzare le quotazioni del disco. L’orgogliosa ballata sudista Baton Rouge, il mid-tempo Hey Passion, la ballata d’impronta country Silver Lining percorsa dalla pedal steel e la robusta Since You’re Gone valorizzano la parte finale del disco, mentre nella prima parte non sfigurano la scorrevole title track e il cadenzato roots rock Stay Low.

DAVE ALVIN & PHIL ALVIN – Hard Travelin’

di Paolo Crazy Carnevale

22 maggio 2017

Dave & Phil Alvin record Store Day 2017 1

DAVE ALVIN & PHIL ALVIN – Hard Travelin’ (YepRoc Records 2017, EP)

Il nuovo capitolo delle escursioni musicali con cui fratelli Alvin omaggiano le loro radici musicali è un EP di quattro brani inediti pubblicato in occasione del recente decimo Record Store Day. Più che potrebbe preludere ad un nuovo disco del duo sembrerebbe una cosa estemporanea, questo lo si deduce dalle formazioni usate, assemblata con brani rimasti fuori dagli altri due dischi.

Il vinile in questione è un concentrato di energia, rispetto ad esempio allo splendido esordio degli Alvin come duo, uscito nel 2014, qui le radici sono rivisitate in chiave rock’n’roll, quasi un ritorno alla musica di quei gloriosi Blasters di cui gli Alvin sono stati un po’ i motori. Se in Common Ground il filo conduttore erano le canzoni di Big Bill Broonzy suonate in chiave stupendamente acustica, qui gli artisti presi in considerazione sono diversi e il sound è elettrico come non mai: peri primi tre brani infatti abbiamo la sezione ritmica galoppante (Lisa Pankratz e Brad Fordham) e come ulteriore chitarrista Chris Miller.

Si inizia col Woody Guthrie della title track che grazie anche alla slide di Miller diventa un brano trascinantissimo, con Dave che soffia nell’armonica e Phil che canta da solista. La pasta di cui il vinile è fatto è questa, musica diretta, zero fronzoli, tanto sudore. Nella canzone successiva la voce guida è quella di Phil (il più dotato dei due fratellini): si tratta della Mean Old Frisco di Big Boy Crudup. Dimenticate la celebre bella versione slow che Eric Manolenta registrò nel 1977, la rilettura degli Alvin è figlia di quella che Elvis fece per That’s Alright Mama, altra mitica composizione di Crudup.

Girando il disco ci troviamo ad ascoltare la più notturna – ma non meno tosta – California Desert Blues, con la firma di Lane Hardin, autore meno conosciuto: il brano è vincente e impreziosito da un doppio assolo di chitarra (Dave, che è anche la voce del brano, e Miller). Un arrangiamento indovinatissimo. A concludere il padellone troviamo Kansas City Blues di Jim Jackson, con la possente voce di Phil: si tratta di un altro brano molto ripreso ed è quello del disco con più affinità col suono del primo disco del duo. Non è un caso che il gruppo sia infatti differente, c’è Gene Taylor al piano e la sezione ritmica è formata da Bob Glaub e Don Heffington proprio come nel disco dedicato a Broonzy: Phil suona l’acustica e soffia possentemente nell’armonica mentre Dave si occupa della national.

Il disco è un 12 pollici di vinile rosso male utilizzato: ci sarebbe stato lo spazio per un altro paio di brani, oppure sarebbe stato bello averlo in un più suggestivo 10 pollici. Sulle etichette (differenti da un lato all’altro) non è indicata la velocità a cui far girare il disco, non è indicato il numero di copie “tirate” – che dovrebbero essere 1000 – e non vi è alcun riferimento al Record Store Day.

Ma se quel che conta è la musica, tranquilli, quella c’è ed è fantastica dalla prima all’ultima nota!

CURSE OF LONO – Curse Of Lono

di Paolo Baiotti

21 maggio 2017

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CURSE OF LONO
CURSE OF LONO
Submarine Cat 2016

Nati dalle costole della band britannica Hey Negrita, che eseguiva un mix di alternative country, blues, folk e southern rock, i Curse Of Lono (nome tratto da un libro di Hunter Thompson) sono stati formati da Felix Bechtolsheimer (voce e chitarra) con il batterista Neil Findlay e hanno esordito con questo Ep di quattro brani pubblicato anche in vinile, affiancato da Saturday Night, un minifilm diretto da Alex Walker formato da quattro video che accompagnano le canzoni, ribadendo la dimensione cinematografica della loro musica. Atmosfere gotiche, oscure, solo apparentemente quiete, con qualche eco di krautrock, la chitarra abrasiva e minacciosa di Joe Hazell e una voce tenuta un po’ in secondo piano caratterizzano Five Miles. La successiva London Rain è una traccia sofisticata, in parte recitata su una base jazzata con una tastiera che ricorda i Doors nell’assolo. He Takes My Place è una breve ballata malinconica che incrocia le armonie di Simon & Garfunkel con l’indie-folk, mentre la notturna Saturday Night conferma la centralità delle tastiere di Dani Ruiz Hernandez, mettendo in luce il contrasto tra la melodia dolce e dolente e il ruvido testo. Recentemente I Curse Of Lono hanno pubblicato l’album Severed, che comprende le tracce dell’Ep ad eccezione di Saturday Night, accolto con entusiasmo dalla critica britannica.
Una nuova band da seguire con attenzione.

CARLO VALENTE – Tra l’Altro…

di Ronald Stancanelli

21 maggio 2017

Carlo-Valente Tra l'altro[361]

CARLO VALENTE
TRA L’ALTRO
2017 – AUTOPRODOTTO E distribuito da ISOLA TOBIA LABEL

Di Rieti ove nasce nel 1990 Carlo Valente è autore di questo autoprodotto esordio di pensieri in forma di canzone, nei quali esplica diremmo mirabilmente situazioni, contesti e stati di cose che attraversano il nostro paese nell’ambito di svariati momenti. Varie le tematiche prese in considerazione, esibite e proposte con circostanza dei fatti, intelligenza e profonda ed acuta introspezione dando un risultato finale che risulta essere la somma di nove brani, di notevole interesse. Pervicace e abile nella sua saggezza esplicata con contorno di note musicali Valente slega nodi a profusione cercando di sviscerare fatti accaduti precedentemente e problematiche che quotidianamente assillano il nostro vivere tra le difficoltà e le miserie che ci assillano ogni benedetta volta che sentiamo un giornale radio o vediamo un telegiornale. Non per niente detto album è dedicato a Federico Aldrovandi, il diciottenne morto durante un controllo di polizia. In questi nove quadretti il giovane Valenti tocca come detto svariati temi e quindi mafia, giuoco del calcio, morti sospette, violenza, politica, immigrazione ed emigrazione ne sono le interessanti e approfondite componenti. Quindi importanti temi sociali portati avanti con il supporto di musiche variegate che attraversano il country rock, la marcetta, lo swing, il pianojazz e così via formando un album di sicuro interesse che assieme a quelli precedentemente da noi proposti ovvero La Riccia e Agnello sono un importante segnale per il nostro cantautorato d’autore che sta girando purtroppo le boe degli avanzati anni. Giustamente nuove interessanti leve incalzano e decisamente più giovane il Valente dei tre. Stimolanti e coinvolgenti i brani, tutti nessuno escluso, il che ci porta a consigliare in toto l’album senza far prevalere alcun pezzo riguardo un altro.
Escluso un brano tutti sono a sua firma e l’artista oltre a cantare suona chitarra acustica, tastiere e fisarmonica mentre Giosuè Manuri alla batteria e percussioni, Fusiani/Pennacchini/Di Biagio ai fiati, Piergiorgio Faraglia alle chitarre e Francesco Saverio Capo al basso lo aiutano a portare a compimento questo piacevole, solare e perspicace album; questi ultimi due ne sono anche produttori e arrangiatori, oltre che curatori di missaggio e mastering. Profonda nella sua semplicità la vignetta di copertina ove vestiti colorati cercano e riescono a volare liberi mentre una specie di tunica tra il militare e l’inquietante resta saldamente fissata con delle mollette ad una corda, quest’ultima resta nella back cover! Bel lavoro in tutti i sensi. Se Bubola ironicamente una volta diceva Tutti Assolti qua con tematiche similari possiamo dire agli autori di questo disco semplicemente Tutti Bravi.

ANTONIO AGNELLO – Vecchia Biro

di Ronald Stancanelli

16 maggio 2017

ANTONIO AGNELLO Vecchia Biro[325]

ANTONIO AGNELLO
Vecchia Biro
Isola Tobia Label 2017

Iniziano a fioccare in redazione, anche se quest’anno in misura minore rispetto al passato, cd che ambiscono di esser sentiti per l’imminente Premio Tenco. Premio Tenco che anch’esso sta pian piano improrogabilmente modificandosi in varie componenti.

Estrapoliamo da questo nucleo di arrivi sicuramente il più singolare. Vecchia Biro il suo titolo, e già ci riporta tutti a casa, verso certo passato che appunto una penna biro non può non evocare. Il tipo è tal Antonio Agnello che oltre a scriversi testi e musiche si produce anche il tutto. Un cantautore vecchia maniera One Self Man ! E questo incuriosisce non poco. Nel suo lavoro ove oltre a cantare suona vari tipi di chitarre, il kazoo, ricordate il Bennato dei tempi d’oro? e il mandolino, è coadiuvato da vari musicisti nella misura di otto maschi e due gentili fanciulle. La copertina è un disegno anche questo caro ai tempi andati, un fumetto che potrebbe stare tra cose che venivano stampate nei settanta ovvero certe copertine tra Baglioni, Cocciante e Stefano Rosso.

Ma voi direte, parafrasando la bravissima Marian Trapassi. Si va bene ma la musica?
Pur non avendo in accompagnamento al cd ricevuto note di presentazione alcune non si fa fatica a collocare l’artista nella zona di provenienza siciliana e a notarne immediatamente una buona e dileggiante dose di ironia molto incisiva. Contrasti evidenzia nella sua penetrante semplicità un paragone tra diversi parametri di valutazione sia delle cose che della vita. Ironia e amaro sarcasmo caratterizzano Fumare Uccide mentre le radici solide della propria identità sono il tema portante della beffarda MediterrOnei. Parimenti Mestieri in estinzione cavalca mirabilmente pieghe del tempo che chiudendosi su se stesse le allontanano sempre maggiormente dall’attuale presente. Probabilmente tinte di colori autobiografici i piacevolissimi quadretti di Chitarra Ironica e Infiniti Petali. Dipinto Rosso con note musicali di leggiadra memoria forse il momento più debole dell’album pur pregno di certa suggestiva musicalità mentre uno scherzo leggero invece Quartiere Miao tra fumetto e varietà anni sessanta. Conclude L’Immagine dei Tempi/Vecchia Biro tra tempo che scorre e giuste considerazioni rivestite di minimali ed essenziali note musicali.
Cd uscito per la Label Isola Tobia ci ha attratti ed affascinati in un lampo.

Ultima nota, ma non meno interessante delle altre da far rilevare, è che i testi sono pagina per pagina scritti a bella calligrafia su fogli di quaderno a righe, con vari piccoli colorati disegni, che ci riportano ancora una volta a certo passato della nostra infanzia quando smartphone, computer, telefonini, highphone e altre diavolerie simili non esistevano e bastava appunto un libo, una biro e un foglio di carta per andare avanti e imparare a capire il mondo. Bell’album che ci riporta a certo semplice cantautorato che ci ha accompagnati nel crescere.

MUDCRUTCH – 2

di Paolo Crazy Carnevale

10 maggio 2017

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MUDCRUTCH – 2 (Reprise 2016)

All’osservatore/ascoltatore poco attento, i Mudcrutch potrebbero sembrare la stessa cosa – o quasi – di Tom Petty & The Heartbreakers, stesso cantante e autore di buona parte dei brani, stesso chitarrista e stesso tastierista… La differenza invece è davvero molto tangibile, basta il primo ascolto di questo disco per capire che Tom Petty è uno dei Mudcrutch mentre gli Heartbreakers sono il gruppo di Tom Petty. Che poi lui li tratti democraticamente e magari collabori con gli altri in sede di composizione è altra cosa: i Mudcrutch sono un gruppo più orientato verso sonorità country-rock (almeno nel loro primo disco, qui le cose si fanno più robuste), gli Heartbreakers sono rock’n’roll puro in tutte le sue manifestazioni.

Questo secondo disco della formazione, che oltre a Petty (al basso), Mike Campbell e Benmont Tench, contempla il batterista Randall Marsh e il secondo chitarrista Tom Leadon, è giunto davvero a sorpresa, il primo era stato sbandierato a lungo anche per l’eccezionalità della cosa, perché i Mudcrutch erano la band di Petty, Campbell e Tench prima di diventare Tom Petty & The Heartbreakers, questa seconda prova, per certi versi altrettanto dignitosa se non di più, non era stata annunciata ed è stata quindi una sorpresa molto piacevole.

Il sound è una via di mezzo tra atmosfere tipicamente rock ed altre cose più rilassate, ma la cosa che balza all’occhio è come Petty non sia più l’unico autore dei brani e non sia nemmeno l’unico cantante, come invece è negli Heartbreakers. Ci sono inserimenti di strumenti vicini alla tradizione, come la pedal steel e il banjo (questo opera di Herb Pedersen, che dà una bella mano anche nei cori, perché se negli Heartbreakers i cori erano appannaggio prima di Howie Epstein e poi di Scott Thurston, qui tutti e cinque i componenti cantano, chi meglio che peggio).

Undici tracce in tutto, cinque sul lato A e sei sul lato B, con alcune autentiche punte di diamante, soprattutto nella prima parte: a partire dall’ottima Trailer, con una grande apertura di armonica dell’autore, che guarda indietro ai tempi di in cui il gruppo era ancora un combo di ragazzi che sognavano in grande nella natia Florida, a Jacksonville, guarda vaso la stessa città d’origine dei Lynyrd Skynyrd, menzionati proprio nel testo di questo bel brano.

Le due tracce successive non sono da meno: Dreams Of Flying è rock allo stato puro con Leadon a dividere le parti vocali con Tom, mentre Beautiful Blue è una lunga ballatona in cui la solista di Campbell dialoga benone con la pedal steel dell’ospite Josh Jove. Beautiful World è il primo brano non firmato da Petty, l’autore è il batterista che in questa sede è pure cantante: il brano ha forti richiami a George Harrison, non a caso un grande amico di Petty, dall’uso della voce alla struttura, tutta la canzone sembra un tributo all’ex Beatle, persino la chitarra di Campbell.

Il lato si conclude con un altro brano tranquillo, I Forgive It All, di nuovo con Petty al canto e una delicata chitarra acustica e Tench che sottende coinvolgenti tappeti di tastiere mai esagerati, mai invadenti.

La seconda parte del disco apre alla grande con un brano firmato da Leadon e cantato dall’autore in tandem con Petty e Pedersen, The Other Side Of The Mountain è una canzone molto solida, una delle migliori del disco, guidata da un ritmo sostenuto dal banjo di Pedersen (che è stato poi coinvolto anche nel tour intrapreso dai Mudcrutch a sostegno del disco), Campbell ci infila un assolo baritonale molto azzeccato per l’andamento country rock della composizione. Con Hope si passa invece ad una psichedelia quasi garagista, con Tench alle prese con suoni di tastiera davvero vintage e con la voce di Petty in perfetto tema per la bisogna.

Welcome To Hell è firmata dal tastierista, l’andamento è boogie, niente di memorabile, senz’altro un brano ben suonato, più un esercizio di stile che altro, nonché un’opportunità per ascoltare la voce di Tench. Voce che torna in Save Your Water a sparire le parti vocali con Petty e Leadon al servizio di un brano veloce. Toccapoi a Campbell firmare e cantare un brano, Victim Of Circumstance, quasi rockabilly, molto veloce, da ricordare più che altro per il breve solo di chitarra alla fine. Come nel caso di Tench, anche Campbell non è un cantante dotato (non a caso Petty a voluto Scott Thurston negli Heartbreakers dopo la morte di Epstein). Il finale è affidato alla lunga Hungry No More, una composizione che conta su un lavoro mastodontico della chitarra di Campbell, mentre Petty sfodera un bellissimo suono del basso.

GIACOMO LARICCIA – Ricostruire

di Ronald Stancanelli

2 maggio 2017

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GIACOMO LARICCIA
RICOSTRUIRE
Lariccia Autopodotto 2017

Di Giacomo Lariccia abbiamo in passato parlato in concomitanza con alcuni Premi Tenco dei suoi precedenti lavori, gli ottimi Colpi di sole del 2012 e Sempre avanti del 2014, album importanti e densi di eccellenti canzoni dal solido impegno e tratte da vicende vere o storiche come L’attendente Cancione in bicicletta imperniato su un fatto susseguente l’8 settembre, o Sant’ecc’homo, vicenda particolare accaduta in un piccolo paese, o Roma occupata che narra gli ultimi momenti di una delle vittime delle Fosse Ardeatine. O ancora Dallo zolfo al carbone, La miniera, Sessanta sacchi di carbone e Sotto terra, tutte e quattro sulla storia degli emigranti siculi, e non, in quel delle miniere belghe, una più coinvolgente e suggestiva dell’altra.

Ventitre bellissimi brani in questi suoi due primi album per Giacomo Lariccia che da anni vive a Bruxelles e ogni tanto torna per qualche breve periodo qua da noi. Ecco tenete a mente di informarvi su di lui poiché quando ricapita sarebbe decisamente il caso di andare ad assistere ad un suo concerto. Adesso con questo suo terzo lavoro, Ricostruire,ci regala un cd di ampie prospettive, aperto, più sereno, sicuramente intriso di giusto e doveroso ottimismo che dato ciò che oggi ci circonda è forse realmente quello di cui tutti abbiamo bisogno. Altre undici ottime canzoni riflessive ma nel contempo solari e quasi raggianti. Un lavoro che ci consegna un lato dell’artista che già conoscevamo, e che se non vuol certo essere buonista è in questo contesto decisamente realista e, diremmo ottimista. Pregno di una generale calma interiore questo nuovo lavoro non disdegna il suo lato impegnato come solito è fare e Celeste si erge tra le sue composizioni più belle e intense di sempre.

Lariccia suona le chitarre acustiche ed elettriche mentre Marco Locurcio è impegnato al basso, chitarra elettrica, synth, organo, violoncello, violino e tromba. Alla batteria e percussioni Fabio Locurcio mentre Alessandro Gwis al piano, Nicolas Kummert al sax e Jennifer Scavuzzo come back vocals chiudono il cerchio delle collaborazioni. Prodotto e arrangiato da Lariccia stesso assieme a Marco Locurcio l’album ha tutti i testi e le musiche composti da lui medesimo e chiudendo la recensione con un ultimo piacevolissimo ascolto dell’album non possiamo non citare la soave bellezza anche della title track Ricostruire e specialmente della splendida Quanta strada o ancora della leggiadria della pianistica Amori e variabili. Un album vivamente consigliato a tutti, anche agli amici esterofili, Giacomo vive appunto all’estero, e per ulteriori approfondimenti andate su www.giacomolariccia.com.

La particolare copertina è tratta da un dipinto di Micael Schepens.

TIM GRIMM – A Stranger In This Time

di Ronald Stancanelli

24 aprile 2017

tim grimm

TIM GRIMM
A STRANGER IN THIS TIME
IRD APPALOOSA 2017

Tim Grimm mi ricorda indelebilmente ed in modo profondo un capolavoro cantautoriale del 1989, l’album Eagles in the Rain di Tom Pacheco. Lo stesso feeling, la stessa grinta, lo stesso pathos, la stessa profondità della voce e lo stesso eccellente ritmico incedere dei suoni.

Disco straordinario era quello di ormai una trentina di anni fa e disco straordinario è questo uscito da pochi giorni.
Tim Grimm ha coltivato un suo sogno facendolo poi avverare, che era quello di suonare o addirittura collaborare col suo idolo Ramblin’ Jack Elliot. Nel corso degli anni ha estrinsecato tutta la sua vena artistica e poetica in 12 album, questo dovrebbe essere il tredicesimo, nell’ aver studiato recitazione accanto ad Harrison Ford, nell’aver partecipato a vari film e serie tv e nell’aver diviso il palco con il poeta Wendell Berry. ( *vedi in fondo)

La sua voce calda, profonda, intensa come dicevamo assomiglia in modo notevole a quella di Tom Pacheco pur non disdegnando qualche lieve assonanza con John Prine o Johnny Cash e i suoi racconti in musica potrebbero attraversare un universo straordinario di artisti che abbiamo nel corso degli anni, o del tempo, assaporato tutti con piacere e giusta moderazione; quindi il percorso di questo interessante e bravissimo artista può tranquillamente scorrere vicino e parallelo a quelli appunto di Pacheco, Cash, Prine ma possiamo tranquillamente aggiungere a questa gloriosa schiera ovviamente Ramblin’ Jack Elliot ma anche i Wilco, Woody Guthrie, Butch Hancock, Hank Williams Jr, Jim Ringer, Country Joe Mc Donald, Pete Seeger & Arlo Guthrie. Insomma una bella fetta di atmosfera della storia musicale che ci ha attraversato in questi decenni è presente in questo ottimo A STRANGER IN THIS TIME che la IRD/Appaloosa distribuisce nel nostro paese con anche un tour che in questi giorni tocca varie cittadine sulle cui date potete aggiornarvi in rete. Nella data di Vicenza del 29 aprile Grimm sarà accompagnato nella serata da un altro splendido cantautore, quel Lance Canales autore dell’eccellente THE BLESSING AND THE CURSE del quale parlammo su queste pagine proprio un anno fa!

Tornado a Grimm il disco è accreditato a Tim Grimm e Family Band essendo lui in detto contesto accompagnato dalla moglie Jan Lucas all’armonica e alla voce e dai due figli, Connor e Jackson rispettivamente al basso e alle chitarre , banjo e mandolino. Album inciso nella tranquilla solitudine di uno studio di registrazione ubicato nella di lui casa, il disco in undici brani regala sensazioni ed emozioni a profusione. Nel libretto interno i testi sia in lingua originale che nella traduzione italiana raccontano del proprio territorio e conseguentemente delle stesse radici, del cambiamento in peggio che sta subendo il nostro pianeta, di ricordi di persone care, di vividi ricordi familiari ove è intenso in Thirteen Years e Finding Home un parallelo con le tematiche del mai dimenticato Jim Ringer.

Un disco sincero, vero ed appassionato, sicuramente personale, che attraversa però argomenti cari a tanti con ballate poeticamente importanti e penetranti.

Un album di cantautorato folk/country che affonda le sue avvolgenti radici nel terreno più caro a chi guardando avanti cerca avidamente il sole più caldo e dolce nel proprio futuro mentre camminando si accorge che ad entrambi i lati del percorso tutto sia pregno delle peggiori componenti che il presente possa darci, anzi obbligarci a subire.

Grande disco per un personaggio estremamente valido che appunto sembra provenire dal nostro miglior passato musicale e che è ingentilito dalla presenza discreta e delicata di Hannah Linn alle percussioni e Diederik Van Wassenaer al violino. Di una semplicità disarmante la copertina che riassume in questo semplice disegno il bisogno di unicità e poca complessità di cui tutti forse abbiamo bisogno.

* Nota
Wendell Berry (Henry Count, 5 agosto 1934) poeta dell’America rurale come è stato definito dal New York Times è autore di oltre quindici libri oltre a una miriade di saggi e poesie.Laureatosi nell’Università del Kentucky ha insegnato letteratura e scrittura creativa in varie sedi universitarie. E’ poi tornato nel suo stato, ove la sua famiglia risiedeva dal 1800 e coltiva da decenni 125 acri dei suoi terreni seguendo metodi tradizionali e biologici. I suoi scritti pongono l’evidenza su ambiente, agricoltura, famiglia, comunità tradizionali e responsabilità dell’essere umano oltre che coesistenza fra uomo e natura. Vari suoi libri sono usciti nel nostro paese a cura prima della Editrice Fiorentina e poi per la torinese Lindau. Mangiare è un atto agricolo. La strada dell’ignoranza e Il corpo e la terra sono tre tomi che consigliamo per conoscere detto importante autore.

VINNY FAZZARI – Live Life Long

di Paolo Baiotti

23 aprile 2017

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VINNY FAZZARI
LIVE LIFE LONG
Avalon Phenom Records 2015

Originario di Avalon, l’unica città dell’isola di Santa Catalina in California nella contea di Los Angeles, Vinny Fazzari è sempre vissuto nell’ambiente musicale come musicista, ingegnere del suono (tra gli altri con Bob Dylan, John Trudell e gli Earth Wind & Fire) e produttore. Proprietario di uno studio di registrazione a Santa Monica, lo ha venduto per provare a sfondare come musicista in Europa. Si è trasferito ad Amsterdam, ha formato una band con Ivo Severijns e Gus Genser (Herman Brood & Wild Romance) e John Hayes (ex Mother’s Finest) e si è inserito nel circuito dei clubs nordici con discreto successo, lanciando le sue composizioni influenzate dai Beatles, melodiche, ottimistiche, ricche di humor e di ricordi di viaggi, cantate con una voce intonata e morbida che può ricordare Al Stewart o il primo David Bowie. Questo tentativo di carriera solista è stato bloccato da una grave malattia della madre che lo ha convinto a tornare a Los Angeles rinunciando per qualche anno ai progetti musicali. Finalmente nel 2015 Fazzari è riuscito a riorganizzarsi e a registrare Live Life Long, un album nel quale ogni canzone è collegata come in un concept, scritto e suonato quasi interamente da solo (voce, chitarra, basso, tastiere, armonica), anche se non mancano alcune collaborazioni, compresa una sezione di fiati e di archi.

L’unica cover del disco è una strana e originale versione di Somewhere Over The Rainbow di Harold Arlen con ritmica e percussioni caraibiche. Si fanno preferire la melodica ballata Amsterdam, dedicata alla sua città adottiva e arrangiata con gusto, la successiva Your Dress che ci trasporta sulle spiagge messicane con echi beatlesiani, Hold Me Close Tonight tra Beatles e rock FM, il blues dolcemente psichedelico di I Have Seen The Light e la conclusiva Welcome To My Home dove la voce ricorda non poco David Bowie, mentre risultano meno incisive le melodie di Music Box, l’orchestrale title track e l’omaggio a Los Angeles di In LA. In un disco dedicato alla madre (ringraziata per avergli donato la passione per la musica), non poteva mancare un brano morbido e nostalgico come It’s A New Beginning che riafferma il forte legame materno. Disco consigliato agli appassionati di cantautori melodici, molto curato anche nel packaging.

RIVERS OF ENGLAND – Astrophysics Saved My Life

di Paolo Baiotti

18 aprile 2017

RIVERS OF ENGLAND
ASTROPHYSICS SAVED MY LIFE
Rivers of england 2016

Rivers Of England sono una band di alternative-folk inglese, o meglio un collettivo che ha come attuali membri fissi il leader Bob Spalding (voce, chitarra, tastiere), Brian Madigan (batteria), Jacob Tyghe (basso), Roz Kerenza (violino), ai quali si aggiungono più o meno sporadicamente Neil Gay e Innes Sibun (chitarra), Annie Thyhurst (violoncello), Bill Owsley (basso) e Patrick Morgan (batteria). La musica della band, caratterizzata dalla voce di Bob che sembra un incrocio tra le tonalità di Sting e di Chris Martin (Coldplay), viene considerata un folk impregnato di influenze jazz, rock e blues, paragonabile al grande autore e chitarrista John Martyn e allo scozzese Alasdair Roberts. Spalding ha spiegato che il nuovo album è influenzato dall’acqua con frequenti riferimenti a fiumi e mari, accanto a temi più personali come relazioni fallimentari, solitudine, problemi mentali, ricordi di famiglia, amore universale. Insomma, un crogiolo di elementi riflesso da una musica prevalentemente bucolica e pastorale, rappresentata anche dalla quieta trasmessa dalle foto di copertina. A due anni dall’esordio Of Trivial & Gargantuan, questo disco appare più complesso e arrangiato con cura, giocato su un interessante alternanza e miscela di strumenti elettrici ed acustici, avvolti da un uso importante degli archi. La ritmata opener In Universe In Universe è costruita con cambi di ritmo calibrati, seguita dalla morbida You, Me And The Sea. Nella title track emerge la chitarra bluesata di Innes Sibun (già con Robert Plant), mentre la delicata Underneath The Moon, riflessione sul fallimento di una relazione, ha un animo tipicamente britannico, pur risultando un po’ appesantita dagli archi. Spalding esegue con bravura tracce più semplici e malinconiche come Norfolk e In The Barney. Ogni tanto affiora un po’ di tedio in brani come Waves, Urgh Work e Born For This per la prevalenza di tempi medi quietamente eseguiti e per il falsetto di Spalding, ma Astrophysics Saved My Life è un disco che merita più di un ascolto, a condizione di essere nella giusta disposizione d’animo per assorbirlo con i tempi necessari.

JESSE DAYTON – The Revealer

di Paolo Baiotti

29 marzo 2017

dayton

JESSE DAYTON
THE REVEALER
Blue Elan Records 2016

Nato a Beaumont (come Johnny Winter), il texano Jesse Dayton è emerso nel ’95 con l’esordio Raisin’ Cain, un disco di americana con dosi importanti di country e un’indiscutibile influenza punk. Molto stimato come chitarrista, tanto da accompagnare grandi del country come Waylon Jennings, Kris Kristofferson, Willie Nelson e Ray Price, ha creato una sua label nel 2002, la Stag Records, incidendo cinque album in studio, un live e un disco di duetti oltre a un paio di colonne sonore nelle quali si è manifestata la sua duttilità (parliamo di film horror di Rob Zombie…non un regista da country radiofonico). Entrato in questo circuito, ha partecipato ad alcuni film e tv movies, scritto sceneggiature, diretto il film horror Zombex, recitato a teatro interpretando il ruolo di Kinky Friedman, suonato come chitarrista nella band di John Doe (X) e prodotto dischi per musicisti non proprio convenzionali (Eddie Spaghetti dei Supersuckers). Questo fervore ha rallentato la sua produzione discografica, ma non i tour, sempre appassionati e applauditi.

A quattro anni di distanza dal tributo a Kinky Friedman e a sei da One For The Dance Halls (il più recente album di brani autografi), Jesse torna con The Revealer, un disco che lo riporta all’attenzione del pubblico country-roots e nel quale appare convinto e motivato. Dodici brani incisi a Houston dove ritroviamo i tratti fondamentali della sua musica: un country ruspante, lontano dalla prevedibilità del mainstream radiofonico, influenzato dal rock and roll e dal rockabilly, con un’attitudine punk, espresso con una profonda voce baritonale che in certi momenti ricorda Waylon Jennings e in altri band di confine come Jason & The Scorchers.

Tra i brani di The Revealer spiccano la ballata Possum Ran Over My Grave (tributo a George Jones anche nelle tonalità vocali), la ritmata 3 Packer Goat scritta con Hayes Carll, il rockabilly-country Daddy Was A Badass, il rock and roll alla Little Richards di Holy Ghost Rock ‘n’ Roller percorso dal piano di Riley Osbourne, il country-rock Eatin’ Crow And Drinkin’ Sand e due eccellenti ballate acustiche, il folk-blues Mrs. Victoria (Beautiful Thing) e la conclusiva Big State Motel, intenso ritratto di un risveglio on the road. The Revealer è un disco sincero, intenso e riuscito, scritto e suonato con passione e buon gusto.

OSBORNE JONES – Only Now

di Paolo Crazy Carnevale

14 marzo 2017

Osborne Jones

Osborne Jones – Only Now (Continental Song City/IRD 2016)

Un country singer? Un duo? Una band? La confusione è dettata dal fatto che di qualunque cosa si tratti il nome sembra quello di un solista: a ben vedere però il cantante di questo disco è indicato nel booklet come David-Gwyn Jones e più avanti troviamo un chitarrista di nome David Osborne, il che fa passare alla conclusione più logica, vale a dire che Osborne Jones sia un duo o quanto meno un gruppo che trae il nome dai cognomi dei due personaggi principali, tesi avvalorata dal fatto che nel booklet l’unica foto ritrae solo due persone, di età intorno ai 45-50 anni.

Parlavo in apertura di musica country, genere in cui l’etichetta olandese responsabile del disco è specializzata, country ben suonato anche se non particolarmente entusiasmante o originale stavolta, devo ammettere che le proposte della Continental Song City mi avevano viziato in precedenza (con Wink Burcham e Carter Sampson) e questo disco molto sdolcinato mi ha un po’ deluso. Per carità, il cantante è ottimo, e in alcuni brani, come la title track e You Used sono riscontrabili alcune apprezzabili similitudini con l’Elvis Presley più country. Quello che manca sono decisamente le liriche: qui si ripercorrono le orme sonore della scuola texana dei singersongwriter filtrata attraverso l’imprescindibile country di Bakersfield (il disco è inciso in California), ma a lungo andare le dieci canzoni d’amore che compongono il disco rischiano davvero di far venire il diabete.
La produzione è affidata a Rick Shea, non a caso uno che col sound di Bakersfield ha legami profondi, come del resto il chitarrista Pete Anderson, presente su You Used, ma troviamo ospite anche il mitico Jerry Donahue e in tre brani il batterista Don Heffington. Bene escono senz’altro i suoni delle chitarre, che siano quelle degli ospiti o quelle del produttore, che passa con disinvoltura dall’elettrica, alla pedal steel, all’acustica al mandolino, ma la cosa non va oltre.

La copertina non aiuta ad invitare all’acquisto; oltre ai brani citati non è male l’iniziale Down In Austin, ma dopo poche canzoni il disco non riserva ulteriori sorprese. Peccato.

PANDORA – Ten Years Like In A Magic Dream

di admin

6 marzo 2017

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PANDORA – Ten Years Like In A Magic Dream (AMS Records, 2016)

Nati nel 2006 dal comune amore di un padre e un figlio per il “Progressive Rock”, i Pandora ritornano dopo diverse prove con questo Ten Years Like In A Magic Dream, un importante manifesto della loro visione sonora, che guarda al passato pur non radicandovisi perdutamente.

Con una buona esperienza alle spalle (Dramma di Un Poeta Ubriaco, Sempre e Ovunque Oltre Il Sogno, Alibi filosofico e l’Ep digitale Sprouts of Life, per finanziare la ricerca contro il cancro, Beppe e Claudio Colombo, i fondatori della formazione, proseguono con questa “antologia di inediti” la loro personale contaminazione tra i tipici toni del Prog sinfonico (per usare le consuete etichette) di: Emerson, Lake And Palmer, Genesis, Yes, in primis, ma anche Orme, Banco del Mutuo Soccorso e le angolari ed “energetiche sterzate” elettriche care tanto ai Dream Theater, quanto a molte attuali formazioni “neo prog”. Ten Years Like In A Magic Dream, rappresenta effettivamente un incontro tra questi due versanti, con un gradito sbilanciamento sul fronte sinfonico ben evidenziato dal notevole e versatile lavoro tastieristico di Corrado Grappeggia particolarmente efficace al synth. Il progetto vanta inoltre la prestigiosa partecipazione di alcuni ospiti illustri tra cui: Vittorio Nocenzi (Banco Del Mutuo Soccorso), David Jackson (Van Der Graaf Generator), Dino Fiore (Castello di Atlante) e Andrea Bertino (Rondò Veneziano, Archimedi, Castello di Atlante) che impreziosiscono alcune tracce con il loro contributo.

Pubblicato per AMS/BTF Records di Matthias Scheller, Ten Years Like In A Magic Dream conferma ancora la partecipazione dell’artista e pittrice Emoni Viruet ora vocalist ufficiale e da tempo importante ispirazione creativa del gruppo con le sue fantasiose opere e copertine.

Il repertorio dell’album spazia dall’esecuzione di brani propri, tra cui quattro classici cantati in inglese per l’occasione, alla rilettura di alcune pagine fondamentali di: Genesis, Yes, Emerson, Lake And Palmer, Banco e Marillion.

All’ascolto, i Pandora dimostrano competenza nell’affrontare il ricco repertorio prog,
affiancato a pagine personali ricche di rimandi e soluzioni che sicuramente delizieranno gli appassionati; a tal proposito è interessante citare Temporal Transition Passaggio Di Stagioni (Canto Di Primavera) che nasconde una piccola sorpresa raccontando inoltre un curioso aneddoto risalente alle origini della band nel lontano 1998…

Non svelerò altro, il segreto è gelosamente custodito in Ten Years Like In A Magic Dream, non rimane che ascoltarlo…
In definitiva, ciò che si percepisce qui è la particolare e sincera ammirazione per una tradizione musicale in grado di regalare emozioni uniche influenzando per decenni la crescita di ogni ascoltatore, aspetto da promuovere e premiare sempre e costantemente.

Marco Calloni.

THE COAL PORTERS – No. 6

di Paolo Crazy Carnevale

28 febbraio 2017

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THE COAL PORTERS – “No. 6” (Prima Records 2016/Hemifran/IRD)

Il vecchio buon Sid Griffin! Un grande della musica Americana, in tutti i sensi, da quella di estrazione garage/psichedelic rock degli esordi alla personale rivisitazione del verbo country rock di cui è sempre stato un seguace attento e irreversibile, fino alla musica contenuta in questo suo ultimo prodotto, inciso con i Coal Porters, la band che ha fondato e che guida dalla fine degli anni ottanta.

Diciamolo subito però, i Coal Porters non sono la band di Sid, ma Sid è piuttosto uno dei Coal Porters, quanto meno in questa versione del gruppo: e diciamo anche che i Coal Porters non sono un gruppo bluegrass come piuttosto sbrigativamente vengono spesso liquidati (non che il bluegrass sia una cosa sbrigativa o trascurabile), quanto piuttosto un progetto musicale che partendo da una strumentazione bluegrass offre un repertorio che sta perfettamente in bilico tra la tradizione americana e quella britannica, qui ben rappresentata dal modo di cantare di Neil Robert Herd, principale collaboratore di Sid in questo disco. Se proprio vogliamo dare una definizione della musica del quintetto, visto il carattere abbastanza intimo delle composizioni, potremmo parlare di bluegrass cameristico. Se il termine vi piace.

Non so a cosa sia dovuto il titolo del disco, questo non è comunque il sesto disco della formazione, che ne ha al suo attivo quasi il doppio anche se c’è un po’ di confusione, perché ci sono quelli di studio, ci sono i tributi live a Gram Parsons e a Chris Hillman, ci sono gli EP, in nessun modo però, sottraendo questo o quello si arriva al numero sei…

Poco importa, ciò che conta è che il disco è buono, dura il giusto (quasi quaranta minuti, come i vecchi LP) e la miscela tra i brani e l’ispirazione a cui sono dovuti sono convincenti. La voce di Griffin è un po’ affievolita ma mantiene le sue caratteristiche, e Herd lo supporta bene, occupandosi in misura uguale della voce solista nella porzione di brani a lui dovuta.

Come si diceva la strumentazione è classicamente bluegrass: mandolino, banjo, chitarra, violino e contrabbasso ma siamo lontani da quello che potremmo definire bluegrass moderno (tipo il The Mountain di Steve Earle), qui siamo alle prese con canzoni vere e proprie, anche lunghe. Si aprono le danze con una delle cose migliori e più spiritose del disco, The Day The Last Ramone Died, dedicata al celebre gruppo punk di New York dei Ramones, una riflessione amara sul fatto che non ne è sopravvissuto neppure uno, con tanto di tipico “Gabba Gabba Hey” nel refrain. Save Me From The Storm firmata e cantata da Herd è invece più composta, impostata, non male ma diversa. The Blind Bartender, lungo racconto di oltre sette minuti è opera invece di Griffin – che in questa versione dei Coal Porters è anche mandolinista – una storia quasi western con tanto di atmosfere morriconiane suggerite dall’inserimento della tromba. Lo strumentale Chopping The Garlic – che razza di titolo! – è firmato dalla violinista Kerenza Peacock (che suona abitualmente anche con la famosissima Adele) ed è forse il brano più bluegrass del lotto, con bei break di tutti gli strumenti, come da copione. Salad Days è di nuovo di Griffin, mentre Unhappy Anywhere è di Herd, molto british ma con un bel dobro suonato da Herd medesimo. Train No. 10-0-5, ancora di Griffin, è il brano che richiama maggiormente alla memoria i Long Ryders, come tipo di composizione, mentre in Play A Tune, la Peacock oltre che autrice è anche cantante e ci offre uno stile vocale spiazzante, molto classico e al tempo stesso molto in libertà anche per via della metrica asimmetrica dei versi, interessante. Si prosegue con un altro brano di Herd intitolato The Old Style Prison Break dalle connotazioni meno british dei suoi altri contributi al disco. La chiusura del disco è affidata ad una cover in chiave Coal Porters del classico degli Only Ones Another Girl Another Planet, quasi a chiudre un cerchio che si era apertsa con la citazione dei Ramones all’inizio: assolutamente riuscita ed in linea con lo stile del quintetto, che oltre ai già citati Griffin, Herd e Peacock si completa con Paul Fitzgerald al banjo e Andrew Stafford al contrabbasso.

RAMI AND THE WHALE – Rami And The Whale

di Paolo Baiotti

22 febbraio 2017

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RAMI AND THE WHALE
RAMI AND THE WHALE
Wooden Shrine 2016

Rami And The Whale è il progetto solista di Rasmus Blomqvist, cantautore svedese già membro dei Ginger Trees e del duo Holy Farmers, comprendente dodici brani scritti nell’arco di dieci anni e incisi in vari studi locali tra il 2015 e il 2016. Affiancato principalmente da Kristin Freidlitz al violino in quattro brani, Erik Lundin al flauto e Henri Gylander (autore della copertina) alla chitarra solista in due brani e da alcuni batteristi, Rasmus si occupa di tutti gli strumenti prevalentemente acustici e viene aiutato saltuariamente nelle armonie vocali.

Influenzato dall’indie-folk con una sfumatura di pigrizia e di calma che richiama i paesaggi della sua terra e completato da testi con un fondo di misticismo e di riflessioni sulla complessità della vita, Rasmus predilige arrangiamenti acustici essenziali e minimalisti, perfetti per avvolgere l’eccellente ballata The Unfinished Song, impreziosita sullo sfondo da un malinconico violino e Autumn Song, dove spiccano gli arpeggi della chitarra acustica e l’inserimento di un flauto bucolico, due brani caratterizzati da melodie immediate e accattivanti. Nell’eterea River e nella raffinata I Am Rami, valorizzata anche dalla seconda voce di Jonte Johansson, si rispecchia il lato più riflessivo del disco, mentre un discreto arrangiamento elettrico interviene nel più convenzionale mid-tempo Poorhouse. Un po’ di tedio affiora tra Echoes Of The Matter e Alien, anche per l’interpretazione vocale teatrale, ma nella parte finale l’oscura Shipwreck, la ballata elettrica Waiting, la diafana Kitchen Song e l’acustica Tiny Seed fanno propendere per un giudizio complessivamente positivo, a condizione di avere la calma e la pazienza per assorbire un disco placido e posato.

JIM WURSTER – No Joke

di Paolo Baiotti

12 febbraio 2017

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JIM WURSTER
NO JOKE
Black Janet Music 2016

Le strade della musica sono misteriose, specialmente in un periodo confuso come questo. Così capita di parlare di personaggi come Jim Wurster, insegnante e musicista della Florida del Sud che, giunto al termine della carriera scolastica, sta pensando di dedicarsi a tempo pieno alla musica dopo 33 anni trascorsi in classe. Non che in questo periodo abbia rinunciato alla sua passione: prima con i Black Janet, poi con gli Atomic Cowboys e infine da solo ha portato avanti la sua idea di Americana con dignità e convinzione.

L’idea di No Joke è nata da un’intuizione di Vinnie Fontana, esperto musicista e produttore in passato associato con Sly Stone, Betty Wright e Timmy Thomas, che gli ha suggerito un remake di Love Thirsty, un brano dei Black Janet. Da qui si è sviluppato un progetto finanziato da Fontana che ha selezionato anche i musicisti tra i session man della zona, suggerendo a Jim di affiancarsi ad alcune voci femminili e richiamando Frank Binger (batteria) e Bob Wlos (pedal steel) degli Atomic Cowboys, anche se la house band è formata da Jimi Fiano alla chitarra, Guido Marciano alla batteria, Dean Sire e Phil Bithell alle tastiere. No Joke è il sedicesimo disco di Wurster, a due anni dal precedente Raw, che ha ottenuto buoni riscontri in Europa.

Jim è un compositore di roots-rock, influenzato da Bob Dylan e Neil Young, del quale esegue una morbida e bluesata cover di Down By The River quietamente psichedelica, accompagnato dalla voce di Daphna Rose, mentre in Yes They Did, cantata in duetto con Karen Feldner, è evidente il debito con il recente premio Nobel. Psychedelic Hindu Guru rispecchia il titolo con le sue influenze lisergiche, Into The Night ha un sapore notturno e tonalità vocali alla Simple Minds, Love Thirsty è un rock dalla melodia epica con una batteria troppo uniforme ed echi di new-wave britannica. Questo brano chiude il disco con un’atmosfera opposta a quella dell’opener No Joke, duetto country-rock con Trish Sheldon, cantante dei Blue Sky Drive, band di Miami, illuminato dalla pedal steel di Bob Wlos. Jim Wurster è discreto sia come compositore che come cantante…il problema è che come lui ce ne sono tanti, magari più giovani, affamati e appoggiati dalle case discografiche. Ricavarsi uno spazio non è facile, vedremo se Jim riuscirà ad allargare la sua nicchia.

SHARON GOLDMAN – KOL ISHA (A Woman’s Voice)

di Paolo Baiotti

12 febbraio 2017

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SHARON GOLDMAN
KOL ISHA (A Woman’s Voice)
sharongoldmanmusic 2016

Cantautrice newyorkese di estrazione ebraica, Sharon ha già pubblicato Shake The Stars (2006), Sleepless Lullaby (Ep 2010) e Silent Lessons (2014) prima di questo Kol Isha, realizzato con l’aiuto di una campagna su Pledge Music. Nativa di Long Island, è cresciuto tra balletti, libri e la musica di Billy Joel. Dopo essersi allontanata dall’ambiente religioso ortodosso, è vissuta a New York lavorando come giornalista e redattrice e si è sposata. Nel 2000 ha scoperto la scena degli “open mike” (microfoni aperti) dove artisti sconosciuti hanno tuttora l’opportunità di esibirsi, tre anni dopo ha divorziato, ha venduto il suo appartamento e si è dedicata alla musica trovando un discreto riscontro negli ambienti indie, dei college e delle radio pubbliche, ricavandosi una nicchia non irrilevante. Kol Isha rappresenta un cambiamento di direzione, basato su una profonda rivisitazione della sua fanciullezza vissuta nell’ortodossia ebraica e sul viaggio di crescita che l’ha portata ad allontanarsi da queste radici senza rinnegarle. Lo stesso titolo si fonda sulla tradizione di alcune comunità ebraiche tradizionali dove non è permesso alle donne di cantare in pubblico in presenza di uomini. Invece Sharon non solo ha deciso di farlo, ma è impegnata in varie associazioni di artisti e compositori, scrive un blog piuttosto conosciuto e cura una rassegna di autori.

In Kol Isha i testi assumono un’importanza primaria, ma Sharon non trascura l’aspetto musicale, basato principalmente sulla sua voce limpida e quieta, affiancata da un accompagnamento moderatamente elettrico fornito dalla chitarra di Stephen Murphy, coproduttore del disco, che spesso intreccia l’acustica o il piano della Goldman, dal basso di Craig Akin e dalla batteria di Dan Hickey, con qualche incursione delle tastiere e del violino di Laura Wolfe e dell’oud (strumento a corde di origine persiana) di Brian Prunka. Gli accenti bluesati di In My Bones, Song Of Songs e della mossa The Sabbath Queen, le influenze di Americana in Lilith e quelle tradizionali di The Bride, dove il matrimonio è visto non come l’inizio di un viaggio ma come l’inizio della fine, oltre alla pianistica ballata Land Of Milk And Honey cantata parzialmente in ebraico, mi sembrano le tracce più interessanti di un lavoro pacato nel quale primeggiano i toni morbidi e riflessivi.