Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

DWIKI DHARMAWAN – Hari Ketiga

di Paolo Crazy Carnevale

17 gennaio 2021

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DWIKI DHARMAWAN – Hari Ketiga (Moonjune Records 2020)

Ha visto la luce proprio allo scadere dell’anno la nuova e mastodontica operazione discografica ordita dal producer Leo Pavkovic: infatti, se per la verità il disco è attribuito al tastierista/pianista indonesiano Dwiki Dharmawan, a conti fatti lo possiamo considerare un parto collettivo della scuderia Moonjune, con Pavkovic in veste di grande mente dietro il progetto, orchestratore di un’opera ambiziosa, non sempre di facile assimilazione, ma di grande fascino.

Con le dovute proporzioni si potrebbe fare un parallelo con il George Martin di Sgt Pepper, visto che il lavoro del produttore va qui molto oltre l’essere stato in cabina di regia durante le registrazioni. Pavkovic ha trovato nella Casa Murada situata in Catalogna, uno studio con una location suggestiva che ben si presta a stimolare le molte ispirazioni degli artisti della sua scuderia, e nel 2017 all’indomani di due giorni di session per un altro disco di casa Moonjune, Dharmawan, il chitarrista prezzemolino Markus Reuter, il batterista Asaf Sirkis e il cantante camuno Boris Savoldelli (una delle punte di diamante dell’etichetta) hanno lavorato insieme per una terza giornata di session, e proprio “terzo giorno” è il significato del titolo in lingua indonesiana Hari Ketiga.

Un viaggio musicale attraverso sonorità bene distinte e varie che Pavkovic ha subito ripreso in mano ed elaborato, lavorato e assemblato in studio dando forma ad un doppio CD dalle atmosfere suggestive. Un concept dei nostri tempi, all’insegna di sonorità differenti che spaziano dal prog-rock al noise, alla fusion (termine brutto e abusato, ma abbastanza esplicativo).
Se la voce di Savoldelli spesso è uno strumento alla stregua di tutti gli altri, in questo disco va semplicemente oltre, grazie anche ad una collaborazione a posteriori ordita dallo stesso Boris dopo che Pavkovic gli ha consegnato le registrazioni appositamente editate su cui lavorare per il cantato: il vocalist ha infatti coinvolto nell’operazione l’amico, rocker, cantautore e compaesano Alessandro Ducoli, solitamente impegnato su altri fronti musicali, nonché eccellente paroliere, e dopo avergli spiegato l’idea di base del progetto, gli ha proposto di comporre dei testi appositamente per i nove atti che compongono il disco. Così – se in taluni momenti tra le distorsioni chitarritiche di Reuter, le escurisoni del titolare alla tastiera del pianoforte o di altri strumenti e la percussività di Sirkis – Boris si ritaglia momenti in cui il suono della sua voce diventa il quarto strumento, in altre parti (molte) del disco, grazie ai testi di Ducoli che ha cucito una serie di liriche ispirate dalo David Bowie di Space Oddity e dal poeta latino Lucrezio (parliamo di contenuti testuali non di musica), liriche che permettono alla voce del connazionale di cantare i senso più propriamente detto.

In un paio di occasioni, sul secondo disco, con i brani The Truth e The Perpetual Motion il montaggio finale fa sposare la voce di Savoldelli con quelle di alcuni strumentisti vocalisti indonesiani di matrice tradizionale, ripescati dagli archivi di Darmawan, che li ha registrati nel proprio paese all’inizio del decennio scorso, in altre occasioni invece invece le parti cantate si imbevono di grande lirismo, nella conclusiva The Memory Of Things, con le liriche in inglese e il piano ubriaco di Dharmawan, non è difficle pensare a certe cose del primo Tom Waits. Laddove i testi di Ducoli sono invece in italiano viene più facile il paragone con certo progressive rock molto in voga anche nella nostra penisola, pensiamo alla parte finale di The Loneliness Of The Universe, ma soprattutto alle due prime tracce del primo disco, le lunghissime composizioni che lo aprono: The Earth (quasi ventinove minuti) e The Man (ben trentaquattro). Due autentici tour the force in cui la musica si sprigiona e la voce di Boris Savoldelli fa suoi i testi composti da Alessandro Ducoli.

Per quanto le note di copertina e il booklet siano bastevolmente esaurienti sui contenuti dei testi e su come i nostri due connazionali abbiano lavorato al disco, l’unico appunto chge ci viene da fare è che probailmente attribuirlo al solo Dwiki Dharmawan sia stata una scelta riduttiva, visto che si tratta di un vero e proprio lavoro d’equipe.

Complimenti e applausi al regista e a tutti i suoi collaboratori!

JAIME WYATT – Neon Cross

di Paolo Crazy Carnevale

7 gennaio 2021

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Jaime Wyatt – Neon Cross (New West Records 2020)

Una vita non facile quella di Jaime Wyatt, country girl non più di primo pelo ma comunque appena al suo secondo disco. Californiana di nascita, la Wyatt deve aver trascorso la gioventù in maniera molto pericolosa, non sappiamo a quale/i dipendenza/e fosse dedita ma sicuramente la sua strada è stata in salita, e lo si evince abbastanza dalle liriche delle undici canzoni incise in questo Neon Cross. Songwriting abbastanza felice, qua e là aggiustato con l’aiuto di qualche amico, illustre o meno, voce interessante, in bilico tra personaggi diversissimi quali Maria McKee e Lucinda Williams, la Wyatt con questo disco tenta di aprirsi la via dell’Americana una volta per tutte, con l’appoggio di una band formata da musicisti di vaglia e sotto la produzione di Shooter Jennings, e non a caso da un po’ di tempo ha trasferito la propria residenza a Nashville, anche se il disco è sicuramente più intriso di atmosfere west coast che altro: a partire dai suoni ai contenuti dei testi che rimandano spesso ad atmosfere tipiche della Los Angeles/Sin City cantata da Gram Parsons, a cui la Wyatt sembra rifarsi con gli abiti da cowgirl del Sunset Boulevard e con le croci del titolo (che Parsons aveva ricamata sulla giacca.

Il disco ha delle buone basi, alcuni brani ci sono, altri un po’ meno, la produzione di Jennings invece pecca un po’ di manierismo che depriva di anima il suono finale.

La Wyatt mette sul piatto delle buone canzoni – ma ci dicono che altre, notevoli, sono rimaste nel cassetto! –, talvolta tipicamente d’atmosfera country-rock, quelle che le riescono meglio, con la giusta spolverata di honky-tonk, tal altra più rilassate, canzoni che sono storie di donne differenti, non si capisce bene se autobiografiche o meno, certo è che quando canta di ragazze perdute sembra di vederla, persa nel limbo del suo passato, con quel lungo mento ed il cappello da cowgirl, un po’ meno la si riconosce nelle liriche di Just A Woman, che sembra figlia della celebre Stand By Your Man, uno dei testi più maschilisti del country… non deve essere un caso che Jennings vi abbia coinvolto mamma Jessi Colter per le seconde voci.
Da qui a identificare la Wyatt con una sorta di “outlaw” al femminile magari ce ne passa, ma l’intenzione parrebbe andare in quella direzione.

Il disco si apre con l’introspettiva e pianistica Sweet Mess, un po’ diversa da tutto il resto del disco, ci pensa la title track però a portarci nella giusta direzione, con la storia di una ragazza perduta con un profumo da quattro soldi, occhiali scuri e scarpe in pelle di alligatore. Jennings si occupa delle tastiere, buona parte del sound è sorretto dalla pedal steel di John Schreffler Jr., ma c’è anche la chitarra solista di Neal Casal (qui probabilmente nelle ultime sue registrazioni), per altro abbastanza sepolta nel mix finale.

L I V I N è una buona composizione, ma piacciono di più Makes Something Outta Me e By Your Side dal consistente tessuto musicale, con la voce di Jaime Wyatt che ricorda la McKee e con Casal un po’ più udibile che altrove.

La seconda facciata si apre con il duetto insieme alla Colter, una honky tonk ballad in cui si sente bene l’acustica della titolare e il tappeto è tutto affidato alla pedal steel e – ahimè – alla brutta orchestra sintetizzata ordita dalle tastiere del produttore.
Bello l’attacco di chitarra di Goodbye Queen, un gran brano che ha un andazzo che ricorda molto Warren Zevon, quello dei tempi migliori (cosa che rende inevitabile non pensare a Linda Ronstadt), con un’altra bella intuizione di Casal alla sei corde.
Mercy è una canzone lenta e Rattlesnake Girl non impressiona molto, al di là del titolo, più accattivante Hurt So Bad con begli intrecci delle chitarre, sia l’acustica di Jaime, che l’lettrica e la pedal steel, Jennings duetta con lei ma la voce resta talmente sotto che si fatica a sentirla.

Suggestivo il finale, Demon Tied To A Chair In My Brain, l’unico brano non originale (Dax Riggs e Matt Sweeney gli autori), in cui la Wyatt gioca a cantare con intonazione dolente, novella Lucinda Williams, accompagnata dal violino di Aubrey Richmond.

MOLLY TUTTLE – …But I’d Rather Be With You

di Paolo Crazy Carnevale

1 gennaio 2021

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Molly Tuttle – …But I’d Rather Be With You (Compass 2020)

Terzo disco per la chitarrista e cantante Molly Tuttle, disco registrato ed uscito nel corso delle restrizioni dovute alla pandemia che ha messo in ginocchio un po’ ovunque le attività musicali, soprattutto quelle di chi non ha grosse rendite (vedi royalties e dischi d’oro) e deve fare i conti con una quotidianità in cui, senza i concerti e i dischi che ai concerti si vendono, andare aventi è assai difficile.

La Tuttle, californiana ma di stanza da tempo a Nashville, si è messa quindi al lavoro in casa, assemblando un disco in solitudine, facendosi guidare a distanza dal produttore Tony Berg (che sta a Los Angeles), e con l’aiuto di proTools e di pochi ospiti ha registrato una manciata di canzoni pescate tra le sue favorite di sempre.

Il disco in verità è gradevolissimo, molto curato nella creazione di equilibri tra la bella voce folk-pop di Molly e il suono della sua chitarra. Alcuni brani rendono molto bene, altri lasciano un po’ il tempo che trovano, come spesso accade nei dischi di questo genere, che ad un genere vero e proprio non appartengono visto che il fil rouge è costituito dall’interprete che non sempre riesce a tracciarlo.

Ad esempio, la cover di Fake Empire dei National che apre il disco non ha mordente e soccombe al cospetto della successiva Ruby Tuesday di rollingstoniana memoria, brano di tutt’altra pasta in cui Molly piazza una notevole chitarra acustica: è chiaro che i National stessi soccombono al cospetto di Jagger e soci, ma qui è proprio il brano ad essere in tono minore. Buona invece A Littel Lost di Arthur Russell, molto intime Something On Your Mind di Karen Dalton, con un violino malinconico suonato da Ketch Secor degli Old Corw Medicine Show, e la minimale Mirrored Heart.

Più coinvolgenti senza dubbio la rilettura di Olympia, WA dal repertorio dei Rancid con la voce di Secor a fare il controcanto, e Standing On The Moon, rubata al repertorio tardivo dei Grateful Dead e resa in una bella versione molto suggestiva, sempre con Secor ospite e proprio da un verso di questo brano è preso il titolo del disco, che metaforicamente fa riferimento alla situazione pandemica: come dire, sono qui, ma preferirei essere con te.

Tra gli altri ospiti ci sono – rigorosamente ognuno da casa propria – il chitarrista dei Dawes Taylor Goldsmith, il tastierista Patrick Warren e alla batteria Matt Chamberlain.

Il disco procede con l’energica ma non memorabile Zero degli Yeah Yeah Yeahs, con la più rilassata Sunflower di Harry Styles, quasi tutta giocata su voce e chitarra acustica, e si chiude con la riuscita How Can I Tell You di Cat Stevens, sorretta da voce, chitarra e violino (sempre Secor), cantata dalla Tuttle con grande sentimento, nel solco delle grandi cantanti californiane degli anni settanta.

SAVOY BROWN – Ain’t Done Yet

di Paolo Baiotti

1 gennaio 2021

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SAVOY BROWN
AIN’T DONE YET
Quarto Valley Records 2020

Da quando li ha formati a Battersea nel 1965, Kim Simmonds è stato il leader carismatico e l’anima dei Savoy Brown. Dapprima tra i protagonisti dell’epoca d’oro del British Blues con dischi come Getting To The Point e Blue Matter, sempre caratterizzati da repentini cambi di formazione che hanno avuto Kim come unico punto fermo, i Savoy Brown hanno chiuso il primo periodo nel ’70 con Looking In, seguito dal distacco degli altri tre membri Dave Peverett, Roger Earl e Tone Stevens, che insieme al chitarrista Rod Price hanno formato i Foghat, ottenendo notevole successo negli Stati Uniti. Anche Simmonds si è dedicato principalmente al mercato americano aumentando la dose di rock e riducendo quella di blues, mantenendo un buon livello di popolarità nella prima metà degli anni settanta con Hellbound Train, Jack The Toad e Street Corner Talking. In seguito Kim ha continuato a incidere con regolarità, sfiorando l’hard rock alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta e poi riavvicinandosi progressivamente al blues.
L’attuale formazione è un trio con il leader alla voce e chitarra solista, Pat De Salvo al basso e Garnet Grimm alla batteria, sezione ritmica in carica dal 2009, quindi oliata dalla registrazione di parecchi album in studio e da centinaia di concerti, che il trio esegue con regolarità (pandemia permettendo).
Ain’t Done Yet è il 41° disco in studio e non è sicuramente uno dei peggiori. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una gradevole miscela di rock e blues, con break strumentali di gusto, interpretazioni vocali più che discrete di Kim, da anni anche voce solista del gruppo e una ritmica che spinge quando è il momento giusto, ma è in grado di rallentare e fornire un tappeto sonoro morbido e poco appariscente come nella deliziosa ballata Feel Like A Gypsy, venata di influenze latine.
Tra i brani più ritmati e roccati spiccano l’opener All Gone Wrong, la cadenzata e robusta Borrowed Time, la bluesata title track e il boogie hookeriano Jaguar Car con Kim all’armonica. Tra le altre tracce si distinguono Rocking In Louisiana con un andamento che ricorda JJ Cale e una slide pigra, il mid-tempo Devil’s Highway con una scorrevole coda chitarristica e il conclusivo strumentale Crying Guitar, uno slow alla Roy Buchanan in cui Simmonds dimostra di non avere perso la capacità di toccare con raffinatezza.

STICK MEN with GARY HUSBAND – Owari

di Paolo Crazy Carnevale

27 dicembre 2020

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STICK MEN with GARY HUSBAND – Owari (Moonjune Records 2020)

La storia dietro questo recente produzione della Moonjune Records è alquanto travagliata, probabilmente qualcun altro, al posto del producer Leonardo Pavkovic si sarebbe demoralizzato, ma il discografico italo-newyorkese non è certo il tipo da perdersi d’animo e nonostante le difficoltose avversità che si sono messe di mezzo durante il tour da cui il live degli Stick Men è tratto, ha voluto portare a termine quanto aveva programmato, consegnandoci una delle migliori produzioni di casa Moonjune dell’ultimo periodo.

Il progetto Stick Men gira soprattutto attorno alla personalità e al nome di un importante musicista come Tony Levin. Pavkovic, da sempre estimatore e fan della scena musicale legata al prog-rock e al Canterbury sound degli anni settanta ha cercato nel corso di una lunga carriera a capo di un’intelligente etichetta di far sposare quelle sonorità a matrici etniche legate ai paesi d’origine dei musicisti a lui legati in primis da stima ed amicizia. Parrebbe naturale usare il termine fusion per definire i dischi prodotti dalla Moonjune, ma sarebbe ormai scontato, più opportuna la definizione jazz-rock, anche se più datata.

Ovvio che Levin, con i suoi trascorsi onorevoli alla corte del Re Cremisi non potesse che trovarsi a proprio agio con questa casa discografica ed abbia coinvolto negli Stick Men il collega crimsoniano Pat Mastellotto, completando la formazione col chitarrista touch Markus Reuter (un po’ eccessivamente prezzemolino negli ultimi dischi della Moonjune).

Per arricchire il sound del trio (oltre una quindicina i titoli al suo attivo se includiamo alcuni live digitali) in occasione del tour asiatico dell’inverno 2020, Pavkovic ha ben pensato di coinvolgere anche il tastierista britannico Gary Husband (già con Allan Holdsworth e John McLaughlin). Purtroppo, quello che avrebbe dovuto essere un tour di una certa lunghezza ha dovuto fare i conti con la pandemia, così delle varie date in Cina e Giappone, molte sono saltate creando non pochi problemi a Levin e soci, anche a livello economico, oltre che col Covid il gruppo ha dovuto fare i conti con i disordini di Hong Kong, una delle città che avrebbe dovuto toccare. Tutto si è risolto in quattro soli concerti in Giappone, tre dei quali sold-out. Il nostro live viene però dall’altro concerto, quello del 28 febbraio al Blue Note di Nagoya, con poco pubblico per via delle restrizioni e dei timori legati alla pandemia. Gran lavoro, oltre che del quartetto, anche da parte del fonico Robert Frazza, responsabile della brillantezza che caratterizza un live che si snoda tra brani del repertorio Stick Men e eccellenti rivisitazioni frippiane, ovvio retaggio dei trascorsi di Mastellotto e Levin.

Il disco si apre con Hajime un brano che include anche alcuni campionamenti con la recitazione di alcuni versi di Pete Sinfield (altra connessione crimsoniana), e poi si dipana tra Hide The Trees, Schattenhaft, Prog Noir, la notevole Crack In The Sky, tutte tratte dai dischi di studio del gruppo, e spettacolari ripescaggi di casa King Crimson come Level 5, del passato recente della band di Robert Fripp, e la classica Larks Tongues In Aspic, risalente agli anni settanta, qui in versione smagliante.
Il titolo giapponese del disco, significa “la fine”, che è anche il titolo del brano omonimo incluso nel live e della bonus track The End Of The Tour, con riferimento alle predette sorti del tour da cui il disco è tratto. Speriamo non all’onorata carriera del gruppo.

PAOLO BONFANTI – Elastic Blues

di Paolo Baiotti

23 dicembre 2020

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PAOLO BONFANTI
ELASTIC BLUES
Rust Records 2020

Paolo Bonfanti, bluesman e rocker genovese, uno dei vanti della musica indipendente italiana, compie 60 anni decidendo di festeggiarli nel miglior modo possibile per un musicista, cioè con un disco… e che disco! Coraggioso e intransigente, spesso controcorrente, sorprende anche in questa occasione non limitandosi a celebrare la sua storia ormai lunga, piena di collaborazioni e di album di qualità, ma creando uno dei dischi più completi, sorprendenti e generosi della sua carriera, con settanta minuti che esplorano tutti i generi che lo hanno appassionato e influenzato.
Chi si aspettava un disco di blues elettrico o di bluegrass acustico rimarrà sorpreso al primo ascolto e magari un po’ deluso, ma sono sicuro che riascoltandolo scoprirà molte cose interessanti. Il cd è inserito in un pregevole libretto di ottanta pagine con un’affettuosa presentazione di Guido Harari e le note del Bonfa che racconta la sua storia partendo da Sampierdarena e dal nonno, batterista di jazz e dagli zii, anch’essi musicisti. Paolo ricorda le band con le quali ha suonato, dalla Hot Road Blues Band ai Big Fat Mama, seminali per la scena rock-blues italiana, il manager Umberto Tonello, le collaborazioni con musicisti di fama (Roy Rogers, John Popper, Gene Parsons, Martino Coppo, Fabio Treves e i colleghi del supergruppo Slow Feet), riflette sulla professione di musicista, racconta aneddoti on the road e aggiunge essenziali annotazioni su ogni canzone del disco, cantato in italiano, inglese e genovese, chiudendo con la citazione degli appassionati che hanno partecipato alla raccolta di fondi che lo ha finanziato.
Si parte con il rock ipnotico, robusto e avvolgente di Alt! in cui, oltre ai fedeli Alessandro Pelle (batteria) e Nicola Bruno (basso) è accompagnato da alcuni membri degli Yo Yo Mundi. Nell’acustica e cantautorale The Noise Of Nothing la fisarmonica di Roberto Bongianino, altro collaboratore di sempre, assume preziose tonalità malinconiche mentre Haze, unica cover del disco (un brano di Bob Weir dei Grateful Dead) dimostra l’amore per il funky, ribadito dalla jazzata Unnecessary Activities, accompagnata da sferzanti riflessioni sull’attuale società volta al profitto. La delicata Heartache By Heartache ci riporta al country-bluegrass acustico dei dischi con l’amico Martino Coppo, ma è una breve parentesi superata dalla rabbiosa Don’t Complain. Una delle tracce migliori è Fin De Zugno, sulla ribellione genovese contro il governo Tambroni nel 1960, in cui viene lasciato spazio agli archi dell’Alter Echo String Quartet. I Big Fat Mama tornano insieme per We’re Still Around, roccioso rock di stampo sudista, seguito da A O Canto, un omaggio al Miles Davis dei primi anni settanta con abbondanza di fiati e il piano elettrico di Aldo De Scalzi.
Nel segmento conclusivo, dopo la ballata Hypnosis c’è spazio per il blues texano di I Can’t Find Myself con Fabio Treves all’armonica, per il cajun di Sciorbi’/Sciuscià che unisce Genova e Louisiana, per la title track strumentale in cui la fisarmonica di Bongianino e le chitarre di Bonfa e Matteo Cerboncini si ritagliano spazi solisti, per chiudere con la nostalgica ballata Where Do We Go, seguita da una ripresa di Unnecessary Acrivities.
Elastic Blues è un disco che tiene fede al suo titolo, pieno di idee e di diverse angolazioni, che dimostra la vitalità di uno dei migliori musicisti italiani.

JACK RUSSELL’S GREAT WHITE – Once Bitten Acoustic Bytes

di Paolo Baiotti

20 dicembre 2020

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JACK RUSSELL’S GREAT WHITE
ONCE BITTEN ACOUSTIC BYTES
Deadline/Cleopatra 2020

Considerato uno dei migliori cantanti dell’hard rock americano, californiano di Montebello classe ’60, Jack Russell ha avuto una lunga carriera con alti e bassi, vittorie e tragedie. Con Mark Kendall e il manager Alan Niven ha fondato i Great White nei primi anni ottanta, dopo avere passato qualche mese in prigione, restando con la band fino al ’96 e tornando nel ’99 per un paio d’anni. Hanno esordito nell’84 con l’omonimo album trovando un successo più ampio con il terzo Once Bitten (Capitol ’87), n. 23 in Usa e disco di platino trascinato dai singoli Rock Me e Save Your Love. Autori di un hard rock non eccessivo, mitigato da influenze blues e con venature pop, duttili anche per merito della voce potente e melodica di Jack, hanno confermato la loro popolarità con Twice Shy (Capitol ’89), top 10 e doppio platino in Usa, che conteneva la cover di Once Bitten Twice Shy di Ian Hunter, singolo di maggiore successo per la band salito al n. 5. Hooked ha confermato in parte la popolarità raggiunta, ridotta con il successivo Psycho City, sempre per la Capitol, ultimo disco d’oro della band prima della conclusione del contratto sancita da un Greatest Hits. Nel 2001 Jack annuncia lo scioglimento della band, causato da problemi personali, da inevitabili litigi causati da abusi di stupefacenti, dal logorio per la vita on the road e dal calo di popolarità. Poco dopo il cantante forma i Jack Russell’s Great White con alcuni vecchi compagni e nel 2003 viene coinvolto in una delle più gravi tragedie della musica americana, l’incendio dello Station Nightclub durante un concerto del gruppo, causato dai fuochi artificiali usati nello show, con la morte di cento persone. Dopo un periodo di pausa la band riprende a suonare per raccogliere fondi a favore delle vittime e lentamente torna in studio con la line-up storica che è durata fino al 2010, pubblicando due album. Fermato da problemi di salute nel 2010, Jack è stato sostanzialmente silurato dai compagni e ha riformato i Jack Russell’s Great White che hanno inciso un valido album in studio nel 2017, He Saw It Coming per la Frontiers, in linea con le scelte musicali della formazione di provenienza, seguito da questo album, basato sulla ripresa integrale dell’album Once Bitten in forma acustica.
Coadiuvato dalla chitarra di Robby Lochner che produce il disco inciso nel suo studio personale, dal basso di Dan McNay, dalla chitarra e dalle tastiere di Tony Montana e dalla batteria di Dicki Fliiszar, Russell conferma di avere sempre una voce bluesata, appena arrocchita, adatta sia al suono muscolare elettrico che alla scelta acustica, che evidenzia la buona qualità del materiale. Spiccano il rock trascinante di All Over Now, il boogie-rock di Rock Me, improvvisata anche in veste acustica, l’iniziale Lady Redlight impreziosita dagli arpeggi della chitarra e dal piano di Montana, la bluesata Mistreater, la scorrevole Livin’ On The Edge e la splendida ballata Save Your Love. Il disco è completato da un’eccellente cover di Babe (I’m Gonna Leave You) dei Led Zeppelin; la voce di Jack è stata accostata in passato a quella di Plant e la band aveva pubblicato nel ‘98 Great Zeppelin, un tributo registrato dal vivo nel dicembre del ’96, che non conteneva questo brano.

ANNA NALICK – The Blackest Crow

di Paolo Crazy Carnevale

3 dicembre 2020

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Anna Nalick – The Blackest Crow (Chesky Records/IRD 2019)

La cantautrice californiana Anna Nalick è una di quelle voci pop che in qualche modo potremmo considerare erede di quella scuola facente capo a Carole King, la scuola delle canzoni ben confezionate. Ma Anna Nalick non è Carole King e nonostante il grande successo riscosso dal brano guida del suo disco d’esordio, risalente ormai a ben quindici anni fa, la sua carriera si è dipanata tra pochi dischi, ultimo dei quali è questa raccolta di brani altrui uscita sul finire dello scorso anno per la newyorchese Chesky Records, registrata nella chiesa sconsacrata di Brooklyn in cui qualche anno fa, per la stessa label, è stato registrato il ben più interessante disco di John McEuen.

Le note di accompagnamento di questo disco lo annunciano come un disco che aiuterà la Nalick a conquistare il pubblico degli audiofili, e questo probabilmente è il limite di questa artista.

Il pubblico degli audiofili è sempre in cerca di dischi che facciano suonare bene i loro costosissimi impianti, a loro le vibrazioni e le emozioni derivano da quanto il disco suoni bene.

L’anima è però tutta un’altra cosa e questo disco non ne ha: c’è una bella voce, delle belle canzoni (ma questo va a seconda dei gusti), è suonato bene, ma non trasmette emozioni.

La Nalick, accompagnata da un gruppo essenziale composto da Jack Morer (chitarra), Doug Hinrichs (percussioni), Jeff Allen (basso) e Mairi Dorman-Phaneuf (violoncello), si cimenta con una scelta di canzoni di estrazione troppo differente, forse leggermente furba – si sa che l’inserire brani di Dylan nei dischi ne assicura automaticamente l’acquisto da parte degli scabinati collezionisti di qualunque cover del sommo bardo –, forse solamente basata sui gusti personali della Nalick.

La sostanza non cambia, le canzoni non legano e non le lega la comunità d’intenti derivante dai minimali arrangiamenti e dalla voce della cantautrice.

Poco più di mezz’ora di musica, talvolta anche piacevole, ma sempre superflua, saltando dalla Waterloo Sunset dei Kinks alla As Time Goes By di cinematografica memoria (ricordante “Casablanca”? La canzone che il pianista Sam viene pregato di suonare di nuovo), a Rough And Rowdy, la composizione di Jimmie Rodgers a cui Dylan ha recentemente rubato il titolo per il suo ultimo disco.

Il disco mescola poi My Back Pages (le canzoni di Bob cantate da Joan Baez o Judy Collins hanno tutta un’altra consistenza) con gli standard jazz Some Of These Days e That’s All, col Buddy Holly di True Love Ways, con Duke Ellington e con CSN di cui viene proposta una bella versione (ma non confrontabile con l’originale) di Helplessly Hoping.

TINGVALL TRIO – Dance

di Paolo Crazy Carnevale

1 dicembre 2020

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Tingvall Trio – Dance (Skip Records/IRD 2020)

Sebbene il trio di Martin Tingvall sia indubitabilmente un formazione d’area jazz, bollare questo suo prodotto come un disco di jazz sarebbe riduttivo, anche perché si tratta di un concept che seppur ovviamente legato a questo genere musicale, in qualche modo ne esula per il fatto stesso di essere un disco a carattere multietnico e vario.

Il pianista Tingvall e i suoi compari Omar Rodriguez Calvo (contrabbasso) e Jürgen Spiegel (batteria), sono già di per sé un trio di carattere internazionale, il progetto di questo Dance poi, è quello di proporre all’ascoltatore un viaggio intorno al mondo al ritmo di danze di varia provenienza rilette secondo i canoni della musica jazz, ma comunque sempre cercando di sfuggire alle classificazioni e definizioni troppo categoriche.

Ogni brano di questo disco è un viaggio a sé, eppure legato a doppio filo con ciascuna altra composizione, il doppio filo del jazz e della danza.

Il progetto, scaturito durante le prove di una delle nuove composizioni, Cuban SMS, si apre con Tokyo Dance, affascinante brano dalle evidenti atmosfere riconducibili al paese del Sol Levante, di seguito il brano che intitola il disco, meno definito e appropinquabile ad una specifica location.

Travolgente il primo accostamento – altri ne troveremo più avanti – alla musica latina, Spanish Swing, in cui gli echi flamenchi, pur ben mimetizzati si fanno sentire. Più intima sicuramente la nordica Flotten, mentre la breve Riddaren si muove sulle ali di una bella ballata slow blues.

Con la menzionata Cuban Swing ovviamente i ritmi si fanno più vivaci e latini, i Caraibi sono all’orizzonte per il trio di Tingvall e la musica vira di conseguenza.

Poi il disco trona in oriente, stavolta quello medio, in Arabia per intenderci e mentre la sezione ritmica lavora di fantasia, il piano ordisce una trama che porta alla mente lunghe carovane di cammelli ondeggianti sulle dune, trama su cui Arabic Slow Dance si srotola a proprio agio.

Qualche eco di musica latina emerge anche in Puls, Det Lilla invece lascia più spazio al jazz più propriamente detto, anche se alla base si lascia ricondurre al tema della danza, come se fosse un lento moderno minuetto.

Ya Man occhieggia di nuovo ai Caraibi, ma stavolta con citazioni reggae, mentre Bolero è il classico ballo secondo la rilettura in stile Tingvall trio. Si resta in Europa, ma stavolta di nuovo nordica con la gelida Sommarvision, che prelude al finale affidato alla lunga In Memory.

SHEMEKIA COPELAND – The Uncivil War

di Paolo Crazy Carnevale

29 novembre 2020

Copertina

Shemekia Copeland – Uncivil War (Alligator/IRD 2020)

L’attesa per questo nuovo disco di Shemekia Copeland era molta, complice il meritatissimo premio conseguito dal disco precedente come album dell’anno ai Blues music Awards.

E l’attesa non viene certo tradita dalla grintosa artista che senza cambiare troppo la ricetta (squadra vincente non si cambia) torna, sempre sotto l’ala della Alligator, con un disco che non delude e conferma la sua statura d’interprete del blues a tutto tondo, nelle sue varie forme, dal rock blues granitico al gospel alla soul ballad di stampo sudista, facendo al tempo stesso un disco che scorre lungo il filo delle lotte per i diritti civili, un tema quanto mai tornato drammaticamente di attualità, soprattutto in America, negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump, quasi tutte le lotte e le marce degli anni sessanta fossero state cancellate con un violento colpo di spugna.

Con Will Kimbrough di nuovo seduto in regia e con una serie di collaboratori da urlo, la Copeland mira sicuramente a bissare il successo di America’s Child. Già dalla composizione inziale, una ruggente Clotilda’s On Fire che vede alla chitarra un cameo di Jason Isbell, si percepisce la stoffa del disco che si accende ancor più con il successivo Walk Until I Ride in cui la Copeland ricorre alla lap steel sempre ineccepibile di Jerry Douglas, mentre il produttore si occupa dei cori.

Ritroviamo Douglas, ma stavolta col dobro, nel terzo brano, più rilassato come struttura, più intimo, si tratta della title track in cui la voce stavolta più carezzevole di Shemekia è aiutata dai cori degli Orphan Brigade, e oltre a Douglas c’è anche il suo compare Sam Bush con uno struggente intervento di mandolino.

Money Makes You Ugly torna su temi importanti ed è attraversata dai brividi elettrici della chitarra del giovane Christone Kingfish, l’organo di Phil Madeira è invece il protagonista di Dirty Saint un brano dall’andatura allegra in stile New Orleans, la solista chitarra è qui affidata al producer.

La cover della rolligstoniana Under My Thumb è una sorpresa, ancor più lenta rispetto a quella proposta dal vivo dai Blind Faith nel 1969, particolarmente avvolgente ed al tempo stesso mantenendo del tutto la carica emotiva, nonostante un arrangiamento minimale basato sulla chitarra di Kimbrough, sulle percussioni e sul basso di Lex Price (presente in tutto il disco).

L’energia torna con Apple Pie And A .45, dal testo eloquente e con una limpida interpretazione vocale della titolare del disco, all’insegna della miglior scuola del rock-blues. Un testo importante anche per Give God The Blues, sorretta da una batteria in levare che fa sembrare il brano un hard-reggae-blues, altra composizione che non delude. L’inconfondibile chitarra di Duane Eddy è poi il marchio di fabbrica dell’ottima She Don’t Wear Pink dall’andatura galoppante, altra perla inanellata nel filo allestito dalla Copeland e dal suo producer. No Heart At All è vibrante e col testo scandito quasi in forma recitativa, una sorta di rap-rock lento. Più rock che rap.

Un intenso tema gospel è il filo conduttore di in The Dark, composizione lenta e struggente che vede ospite la chitarra del grande Steve Cropper, il Colonnello come lo chiamavano nel film i Blues Brothers, e il botta e risposta tra la sua sei corde e la voce di Shemekia è ineccepibile.

Country-soul è l’arrangiamento vincente della conclusiva Love Song, una canzone di speranza per chiudere in positivo un disco doloroso ed al tempo stesso un omaggio di Shemekia al padre Johnny, che del brano è l’autore.

Le premesse per bissare il successo di America’s Child ci sono davvero tutte.

IL SENATO – Zibaldone

di Paolo Baiotti

29 novembre 2020

il senato

IL SENATO
ZIBALDONE
Rubber Soul Records 2020

In una fredda mattinata di fine novembre grazie alla musica mi ritrovo con la mente negli anni sessanta tra la swinging London e un dancing della Versilia. Zibaldone (mescolanza di cose diverse, idee o temi musicali eterogenei) è un titolo azzeccato per l’esordio de Il Senato, che nell’artwork di Carsten Knappe sovrappone due volti, uno maschile e uno femminile, rappresentazione delle due direttrici del disco. La band nasce dall’estemporanea unione di alcuni nomi della scena mod/garage/beat italiana e inglese, da Fay Hallam (tastierista e voce di Makin’ Time e Prime Movers, nonché solista), Luca Re (voce dei Sick Rose, storica garage band in attività dagli 80’s), Andy Lewis (già bassista con Paul Weller e Spearmint, produttore e DJ in ambito acid jazz), Alex Loggia (chitarra storica degli Statuto e Il Santo) e Tony Face Bacciocchi (batterista con Not Moving, Lilith e Link Quartet). In seguito alla sostituzione degli ultimi due con Alberto Fratucelli (Sick Rose) e Roberto Bovolenta (Voodoo, Sick Rose, Amici di Roland) il quintetto si è stabilizzato incidendo tra Tunstall e la Val di Susa l’album d’esordio prodotto da Andy Lewis, che raccoglie una dozzina di brani cantati alternativamente da Fay e Luca. Un disco sbarazzino, estivo, ballabile e scorrevole, ideale per alleggerire questo difficile periodo pandemico. Il repertorio mischia brani autografi a cover ondeggiando tra garage rock, soul e pop con un pizzico di psichedelia. La cosa più divertente è la voce (notevole davvero) di Fay Hallam quando canta in italiano con un sensuale accento inglese Irresistibilmente (Sylvie Vartan 1969) e l’autografa Cielo Rosa. Anche Luca Re si cimenta in un paio di oscure cover come un Giorno Senza Amore (interpretata da The Love Affair nel 1969 in inglese e in italiano con la traduzione di Mogol) con la seconda voce di Fay, Doctor Rock (Apple 1969) che ricorda l’epoca mod degli Who e il rock energico di It’s A Good Thing (Plastic Penny). Ma i brani originali non sfigurano affatto, tra il pop ballabile di Goodbye, il ritmo soul-rock di Pure Love, il garage-rock di Star, la ballata elettroacustica Restless Mind, fino alla chiusura dolcemente psichedelica di Whole New Reason For Happiness, ravvivata dalla chitarra solista di Roberto Bovolenta.
Pubblicato anche in vinile colorato viola o blu (con inseriti il cd e un singolo), Zibaldone è un disco vario e accattivante che viene voglia di riascoltare più volte: buon segno!

MIRIAM FORESTI – A Soul With No Footprint

di Ronald Stancanelli

10 novembre 2020

Miriam Foresti A Soul

Con impronta molto californiana inizia questo A Soul with no Footprint di Miriam Foresti, cava e cesellata la copertina, che di primo acchito porta la mente agli anni settanta quando musiciste come Joni Mitchell, Laura Nyro, Janis Ian, per citarne solo alcune, ponevano le basi per un cantautorato femminile che sarebbe durato a futura memoria. In questo caso alla eccellenza della voce della Foresti fanno da supporto gli strumenti implacabilmente avvincenti dei musicisti che la supportano. La recensione, è una gentile anteprima che ci ha concesso di fare la casa discografica per il disco che vedrà la luce a fine novembre. La voce dell’artista colpisce immediatamente al primo ascolto e lavora con perizia a bravura alacremente su tappeti sonori jazz di ottimo livello. La tematica del lavoro sarebbe un concept, come accennato, in delicata e piacevole forma jazzata, che avvolgerebbe la figura del mai dimenticato artista inglese Nick Drake, che mi auguro e credo molti conoscano, io ne ho i dischi da anni. La Foresti si cala in una parte indubbiamente difficile e impegnativa ma decisamente affascinante ed in questo suo lavoro fa le veci della madre del musicista scomparso, purtroppo giovanissimo, e ne racconta in voce e musica. Un racconto quindi in parole e note musicali dai toni coinvolgenti e suadenti che non possono non avvincere qualsiasi ascoltatore sia esso appassionato o non amante particolarmente della forma jazz, sia che esso conosca Nick Drake o che non lo abbia mai sentito nominare; un modo in questo caso per avvicinarcisi e restarne affascinati tanto questo Soul with no Footprint ha le forme e movenze di uno degli album più interessanti che ci sia stato dato modo di ascoltare in questi tempi così disadorni e squinternati, tempi che fanno diretta proporzionalità con i turbamenti del giovane Nick. Grande lavoro di solidissimo spessore.
Time Pieces intenso pianistico soft dark folk post rock avviluppa l’ascoltatore sin dalla prima nota e la simbiosi tra la superba voce della Foresti e l’atmosfera che gli strumenti creano è decisamente magica e spiace solo che l’ascolto dell’album avvenga tra varie difficoltà da ben due link che non aiutano molto, comunque la pervicacia di chi si è preso l’onere di scrivere su questo splendido album è ineluttabile e porta ad ascoltarlo lo stesso tutto, e l’ascolto totale di questo brillante disco ripaga dalle difficoltà per farlo. Fortunatamente col secondo link gentilmente inviatomi le cose sono andate per il meglio. Three Hours continua in maniera più forte ed erculea il racconto e Northern Sky, brano numero tre esalta ancor più la bellezza della voce che si attorciglia impervia intorno a sapide note di basso. Way to Blue metallica quanto basta colpisce come un ascia e ne ingentiliscono i toni suadenti note di piano, inutile ribadire la sensualità della voce che regna incontrastata, passaggi dolci e delicati che rasserenano e arrotondano gli spigoli. Bellissima; nel finale il basso da letteralmente il bianco come usiamo dire noi qua in Liguria. No Footprints è il quinto pezzo che si insinua subitaneamente come carta vetrata virando poi su voluttuose forme che sembrano liquefarsi in modo periglioso ed eccitante, pezzo strumentale in forma acquea di notevole spessore e classe. Energica e penetrante nel suo incedere Poor Mum che porta alla solare I Know a Place densa di schiumose e vaporose note ondeggianti. Su versanti acuti stile punk new wave la voce in Black Eyed Dog che varia e cambia fantasticamente di brano in brano in relazione alla musicalità che vi è connessa; qui solidamente rugosa. Vorrei lasciare al fruitore ed eventuale compratore dell’album la sorpresa degli ultimi brani. Un disco che ci permettiamo di consigliare e sul quale spenderemmo i nostri soldi e le nostre scommesse. Ben vengano nel panorama nostrano opere di siffatta fattura e livello. E anche coloro che amanti di esterofilia musicale spesso e volentieri rifuggono gli album nostrani abbiano l’ardire e il coraggio di avvicinarsi a questo lavoro decisamente internazionale.
Per la cantautrice romana, ma aquilana d’adozione questo è il suo secondo album preceduto da Il giardino segreto uscito a dicembre del 2018.

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LOGAN LEDGER – Logan Ledger

di Paolo Crazy Carnevale

9 novembre 2020

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LOGAN LEDGER – Logan Ledger (Rounder 2020)

Una delle più stimolanti uscite dell’anno questo disco dell’esordiente Logan Ledger. Avevo avuto modo di apprezzarlo personalmente lo scorso anno ad Austin in un concerto pomeridiano in cui si esibiva prima della Markus King Band: distrattamente, perché l’attenzione era tutta concentrata sull’attesa di King e soci, ma non abbastanza distrattamente da non percepire delle buone cose nella proposta di Ledger, che lì era accompagnato da una band al femminile.

E a conferma di quella fugace impressione è arrivato il disco in questione, prodotto da T-Bone Burnett. Ammetto di non essere un amante di Burnett e delle sue produzioni, deve essere un mio limite, ma fatico ad apprezzare quelli che per i più sono capolavori di produzione. Ovviamente l’esordio di Ledger è qui per smentirmi. Pur inciso a Nashville, dove Ledger si è stabilito, il suo debutto è un disco molto texano, innanzitutto per via del produttore, in secondo luogo per molti richiami alla musica di Buddy Holly e alla voce di Roy Orbison (due texani D.O.C.), e per finire per la presenza in sede compositiva di Steve Earle (uno dei texani adottivi che preferisco).

Il suono del disco è sorretto dalla sezione ritmica abituale dei lavori di Burnette, Jay Bellerose alla batteria e Dennis Crouch al basso, ci sono poi lo stesso producer e Marc Ribot alle chitarre, ma soprattutto c’è l’immenso Russ Pahl, pedal steel, chitarra elettrica e chitarra baritonale: in assoluto uno dei più importanti musicisti di stanza a Nashville il cui lavoro si fa apprezzare in un sacco di ottimi dischi recenti.

Fin dall’iniziale Let The Mermaids Flirt With Me è evidente di che stoffa sia fatto il songwriting di Ledger e quale sia la portata del disco, si tratta di una composizione molto interessante, seguita da Starlight, intenso brano che già alla fine dello scorso anno aveva fatto da apripista all’esordio di Ledger che canta qui con particolare intensità. Nelle seguenti Invisible Blue e I Don’t Dream Anymore l’atmosfera è quasi psichedelica, non tanto per la struttura ma per l’effetto finale creato dai musicisti: in particolare nella prima, composta con Pahl, il contesto è molto onirico e la chitarra baritonale del coautore è fantastica, nella seconda invece, è la pedal steel ap rendere il sopravvento e a far volare la composizione.

Il primo lato si chiude con la lenta e sofferente Nobody Knows, ancora con un lavoro sopraffino di tutte le chitarre: ascoltate gli intrecci orditi da Pahl, Burnett e Ribot e fatevi trasportare dall’intensità della voce di Ledger.

La seconda parte si apre con un brano firmato dal produttore, (I’m Gonna Get Over This) Some Day, composta di certo con in mente Buddy Holly, che qui rivive splendidamente, e cantata da Ledger con limpidezza e lirismo. Altra la stoffa di Electric Fantasy che occhieggia invece allo stile più languido di Roy Orbison, ma che in verità si sviluppa in un crescendo che in un disco di Orbison avrebbe fatto ricorso agli archi e qui invece si fa supportare dal parco chitarre a disposizione e dalle tastiere di Keefus Ciancia. Ancor più languida la successiva Tell Me A Lie in cui i rimandi a The Big “O” si fanno ancor più evidente; Skip a Rope è l’unico brano non originale del disco (nel 1967 fu un successo per Henson Cargill), bella versione con – inutile dirlo – strepitoso lavoro della pedal steel di Pahl.

The Lights Of San Francisco è il brano composto con Steve Earle, una signora canzone come si deve, refrain accattivante, interpretata e suonata senza sbavature, sempre con Pahl sparring partner totale della voce di Ledger. A chiudere il disco lo slow Imagining Raindrops, degno suggello di un disco da non sottovalutare!

THE TESKEY BROTHERS – Live At The Forum

di Paolo Crazy Carnevale

1 novembre 2020

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The Teskey Brothers – Live At The Forum (Decca/Universal 2020)

I due dischi di studio usciti negli anni scorsi avevano puntato i fari sull’incredibile capacità di questa band australiana di fare rivivere sonorità che in parte erano state dimenticate o comunque avevamo creduto essere ad appannaggio di artisti americani o americani adottati nel vecchio continente, vengono in mente Sharon Jones o Charles Bradley, con la differenza che questi australiani sono giovani, e di parecchio.

Con Live At The Forum, i Teskey Brothers ci consegnano un lavoro ancor più completo, intriso di soul e rhythm’n’blues che si fonde con una massiccia dose di rock sudista della miglior scuola. Un risultato inatteso, visto e considerato che non sono americani né tanto meno hanno la pelle nera. Gli elementi ci sono tutti, dalle buone composizioni cantate da Josh Teskey (con una voce che in almeno un paio di occasioni ricorda davvero molto da vicino quella di Otis Redding) alla base strumentale che oltre che di una sezione ritmica come si deve gode degli intrecci tra la chitarra solista di SamTeskey, la pedal steel di James Gilligan e le tastiere suonate da Olaf Scott. Senza dimenticare la sezione fiati.

So Caught Up mette subito di buon umore l’ascoltatore , ci sono tutti gli elementi necessari, poi il disco decolla con Carry You e con la slow ballad Rain, in cui il paragone con Otis calza alla grande; nonostante la giovane età sia il cantante che i musicisti sanno da che parte andare a parare e se forse le canzoni ricordano sempre qualcosa di già ascoltato, la loro bontà non può essere messa in discussione.

Il piano elettrico di Scott e una lunga introduzione parlata di Josh ci pongono al cospetto di una versione molto sofferta e sentita della lennoniana Jealous Guy che ricorda molto i Black Corwes migliori: il pezzo è uno di quelli stra-ascoltati ma la band australiana lo affronta con sapienza, senza fare rimpiangere alcuna delle versioni già note del brano, che qui va quasi a sfociare in San Francisco, una delle composizioni di punta di Run Home Slow, il secondo disco del gruppo (2019), una versione lentissima, con Josh che canta sorretto da organo, pedal steel e dalle voci dei coristi.

Voltando il disco, ascoltiamo i Teskey Brothers virare verso un southern rock di stampo allmaniano, tre soli brani di cui i primi due rasentano i dieci minuti: il primo è Honeymoon, uno slow blues in cui possiamo apprezzare la perfetta intesa tra la pedal steel e l’elettrica, con stoppate e riprese su cui la voce di Josh è quanto mai a proprio agio, lo sviluppo della parte centrale del disco sembra trasformare il Forum di Melbourne nel Fillmore newyorchese.

Paint My Heart è appena poco più breve, ma non da meno: si apre con un bel botta e risposta tra chitarra e armonica (le note di copertina dimenticano però di dirci chi sia a suonarla), poi si fa largo un hammond che prepara l’entrata della voce, che diventa lo strumento principale del brano, perfettamente in bilico tra Otis e Chris Robinson: poi entrano i fiati e il brano diventa a tutti gli effetti una ballata soul di ottima fattura. A chiudere il disco un aversione editata di Louisa, forse il brano che sa maggiormente di già ascoltato, un boogie con l’armonica a comandare le danze.

In realtà del disco circolano almeno sette dizioni differenti: in origine avrebbe dovuto uscire per il Record Store Day, in versione doppia e colorata, poi il lockdown ci ha messo lo zampino e il risultato sono state diverse pubblicazioni, una in CD e le altre in vinile, anche con copertine diverse, in vinile bianco, o in vinile blu, doppie, singole. La versione giunta a casa mia è quella europea in unico vinile nero, in quelle doppie e sul CD però la succitata Louisa dura oltre nove minuti.

Fidatevi però, anche nell’edizione abbreviata, il disco è una garanzia!

MARKUS REUTER

di Paolo Crazy Carnevale

25 ottobre 2020

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Gary Husband & Markus Reuter – Music Of Our Times (Moonjune/Iapetus 2020)
Reuter, Notzer & Grohowski – Shapeshifters (Moonjune 2020)
Markus Reuter – Sun Trance (Moonjune/Iapetus 2020)
Markus Reuter Oculus – Nothing Is Sacred (Moonjune/Iapetus 2020)

Parlare di valanga di musica è quanto mai appropriato nel caso delle ultime uscite discografiche che coinvolgono il chitarrista germanico Markus Reuter, i quattro dischi in questione, usciti quasi in contemporanea sono solo la punta dell’iceberg visto che poi c’è tutta una parte sommersa che consiste nelle collaborazioni del musicista con altri compagni di scuderia, su tutti l’atteso disco di Dwiki Dharmawan che coinvolge anche altri bei nomi di casa Moonjune, tra cui il nostro connazionale Boris Savoldelli.

Va da sé che lo standard qualitativo varia da disco a disco, da progetto a progetto, anche perché Reuter è un eclettico e quindi gli stili variano anche se alla base dei suoi lavori c’è sempre la sua Touch Guitar, lo strumento con cui preferisce esprimersi.

Il primo disco del lotto consolida la collaudata partnership con il pianista Gary Husband e stavolta è stato inciso in Giappone. Husband è sicuramente più in vista rispetto a Reuter e le composizioni sono molto introspettive, se vogliamo anche abbastanza influenzate dalla musicalità del paese in cui il disco è stato realizzato.

Di tutt’altra pasta il disco in trio con il bassista/chitarrista Tim Motzer ed il batterista Kenny Grohowski, tratto da una session tenutasi il 18 agosto dello scorso anno a New York: il terzetto si lascia andare all’ispirazione del momento, il fronte sonoro si sposta su un asse più sperimentale, spesso rumoristico, sicuramente ispirato dal cosiddetto rock industriale, non a caso i brani sono indicati come composizioni istantanee. Di difficile digestione.

Sun Trance, in verità l’unico dei quattro CD accreditato al solo Reuter, è di certo il migliore: anche qui il tutto ruota attorno ad un progetto specifico, quello di un’unica composizione realizzata con la Mannheimer Schlagwerk nel maggio di tre anni fa: Reuter e l’ensemble di suoi connazionali si cimentano con un unico, intrigante e affascinante brano che si sviluppa e snoda attorno ad un tema di base d’ispirazione vagamente prog, ma anche un po’ ambient. Il risultato è sicuramente più fruibile rispetto al lavoro del trio newyorchese di cui sopra e Reuter s’inserisce molto bene nella formazione di Mannheim composta da ben dieci elementi e guidata dal vibrafonista Dennis Kuhn. L’impressione è che Reuter sia più coinvolto e motivato e di conseguenza convincente in lavori come questo, rispetto a alle divagazioni improvvisate del disco precedente.

Il quarto disco della cornucopia reuteriana in questione è un lavoro legato decisamente all’etichetta newyorchese per cui escono i lavori del tedesco: innanzitutto è stato registrato in Spagna, nella Casa Murada, uno studio da cui sono usciti altri lavori legati alla Moonjune Records, uno studio che è soprattutto una location dell’anima sonora della label guidata da Leonardo Pavkovich. In secondo luogo per quanto Reuter sia accreditato come titolare in copertina, almeno in qualità di leader del progetto Oculus, tra i nomi troviamo vecchie conoscenze come il batterista Asaf Sirkis e il chitarrista Mark Wingfield, già coinvolti in altri progetti in trio proprio con Reuter. Ci sono però anche il bassista Fabio Trentini (produttore del disco insieme al chitarrista tedesco), il violinista e pianista David Cross, legato ai King Crimson, e il tastierista californiano Robert Rich. Anche in questo caso il disco è notevolmente superiore ai primi due, il gruppo dimostra coesione, la Casa Murada si rivela ancora una volta un luogo magico per fare musica, e la struttura del disco sembrerebbe (a giudicare dai titoli) una sorta di concept che si sviluppa in più temi. Avantgarde, Free Jazz elettrico, prog rock: il disco riesce a sfuggire un po’ a tutte le definizioni, che però in qualche modo affiorano qua e là nelle cinque tracce che lo compongono.

MOTHER ISLAND – Motel Rooms

di Paolo Crazy Carnevale

15 ottobre 2020

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Mother Island – Motel Rooms (Go Down Records 2020)

Terzo album per la formazione vicentina dei Mother Island e ottima conferma della classe e delle potenzialità del gruppo. A dispetto di una copertina che lascia perplessi (non sarebbe stata male su un disco di Lucio Battisti con Panella), con tanto di vinilico gatefold sprecato senza dare informazioni sui musicisti e senza uno straccio di immagine relativa al quintetto, Motel Rooms è un signor disco, ben suonato e splendidamente cantato, che evidenzia ancor più del suo ottimo predecessore la passione per le sonorità vintage, stavolta spostate maggiormente verso il sound psichedelico californiano, con ampi riferimenti, ma mai copiature, ai Jefferson Airplane in particolare, per non dire ai Great Society (la voce di Anita Formilan, è uno dei punti di forza in questo senso) o altre realtà più oscure.

Le tastiere sono meno presenti rispetto al precedente Wet Moon in cui contribuivano a far virare il sound verso orientamenti più garagisti, e il fatto che nei loro concerti i Mother Island non abbiano tastierista è abbastanza esplicativo, qui comunque gli interventi sono molto misurati e affidati aEdoardo Piccolo che si destreggia tra Fender Rhodes e Philicorda (un organo prodotto in casa Philips negli anni sessanata), per il resto la potenza sonora è tutta nelle mani delle due chitarre rigorosamente vintage di Nicola Tamiozzo e Nicolò De Franceschi, che sviscerano languidi assoli sorretti dal basso di Giacomo Totti e dalla batteria di Nicola Bottene.

Su tutto la voce ipnotica e suadente della Formilan.

Il disco, uscito rigorosamente in vinile, in due versioni, una verde ed una canonica, si apre con l’ottima Till The Morning Comes che evidenzia fin da subito le caratteristiche stilistiche succitate e a conferma, se necessario, arriva poi Eyes Of A Shadow, altra composizione degna di nota.

And We Are Shining è il brano che il gruppo ha scelto come singolo di lancio per il disco, e il sound si sposta verso un surf rock d’ispirazione garage, un buon brano, forse meno in linea col sound generale di Motel Rooms, Summer Glow è imperdibile, con il suono di tastiere d’altri tempi che fanno da tappeto al brano, ma la summa summarum di questa prima facciata è il quasi valzer che chiude il primo lato, We All Steam To Fall To Pieces Alone, lenta composizione che la Formilan canta ispirata, con i fiati di Glauco Benedetti e Sergio Gonzo che danno una bella mano a definire il sound, mentre le chitarre di De Franceschi e Tamiozzo sfoderano un suono morriconiano di grande effetto. Sicuramente una delle perle del disco.
Voltando il disco non c’è tempo per tirare il fiato, Demons è incalzante, tirata e con un assolo di chitarra breve quanto giusto, con Song For A Healer tornano le atmosfere surf, la voce ricorda ancor più quella della Slick, gli intrecci delle chitarre ci riportano ad anni lontani senza far sembrare il disco datato. Questo è il miracolo dei Mother Island, suonare e scrivere musica vintage facendola risultare molto moderna alle orecchie dell’ascoltatore.

Seguono due composizioni incalzanti e robuste, Sant Cruz e Dead Rat, preludio alla conclusiva Lustful Lovers lento e lungo commiato dall’ascoltatore; a metà tra surf sound e Bond song (nel senso di James Bond), tanto che non sbaglierebbero gli eredi di Albert Broccoli (il producer storico dei Bond movie) a commissionare alla band di Schio i titoli di testa della loro prossima produzione.

JOE BOUCHARD – Strange Legends

di Paolo Baiotti

4 ottobre 2020

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JOE BOUCHARD
STRANGE LEGENDS
Rockheart Records 2020

Joe Bouchard ha esordito da adolescente con The Regal Tones; insieme al fratello batterista Albert ha condiviso questa prima esperienza e poi quella fondamentale dei Blue Oyster Cult, di cui entrambi sono stati membri fondatori. Joe ne è stato il bassista dal 1971 al 1986, ma non solo: ha scritto e cantato tracce fondamentali come la psichedelica Screams, Hot Rails To Hell, Morning Final, Celestial The Queen, l’immensa Astronomy e l’inquietante Nosferatu. In seguito ha studiato e insegnato musica e, dopo un intervallo di qualche anno, ha ripreso a suonare formando gli X Brothers che hanno inciso tre dischi tra il ’97 e il 2012, esordendo come solista nel 2008 con Jukebox In my Head seguito da altri quattro album, prodotti e pubblicati in modo indipendente, senza nessun appoggio esterno e quindi poco conosciuti se non dai fans più fedeli. Nel contempo ha formato il trio Blue Coupe nel 2010 con il fratello Albert e Dennis Dunaway, bassista fondatore dell’Alice Cooper Group, con il quale aveva già collaborato in un altro trio, BBD (Bouchard, Dunaway & Smith): hanno inciso tre dischi e sono tuttora attivi, alternando nei concerti brani della band e provenienti dalle rispettive carriere con i BOC e Alice Cooper.
In queste numerose esperienze Joe ha ripreso a suonare la chitarra, il suo primo strumento, lasciando in secondo piano il basso. Strange Legends è stato inciso quasi tutto da solo: chitarra, voce, basso, tastiere, tromba e mandolino sono nelle mani di Bouchard, con la batteria affidata a Mickey Curry, che suona da una vita nella band di Bryan Adams e come session man ha collaborato, tra gli altri, con Hall & Oates, The Cult, Debbie Harry, Tom Cochrane, Elvis Costello, Alice Cooper. Dopo avere firmato un contratto con la Rock Heart Records, che pubblicherà anche il nuovo atteso album del fratello Albert, Joe ha forse la possibilità di allargare il suo pubblico. L’accurata produzione e la diffusione di parecchi video su You Tube delle nuove canzoni sono il primo passo; il blocco dei concerti a causa della pandemia purtroppo è un ostacolo alla conoscenza del disco, perché si sa che oggi poche radio trasmettono nuovi brani di artisti rock considerati del passato, ma Strange Legends ha alcune tracce che potrebbero ottenere una buona programmazione. Intanto in Olanda il disco sta avendo un ottimo riscontro e le recensioni europee sono positive.
In effetti si tratta di un album di rock energico, come testimoniato dall’opener The African Queen, ispirata dall’omonimo film (La Regina d’Africa del 1951), che ricorda le atmosfere misteriose dei Blue Oyster Cult. Bouchard ha scritto sei brani, un paio con l’aiuto dello scrittore e sceneggiatore John Shirley, mentre quattro sono dell’amico John Elwood Cook che ha già collaborato con lui in passato. Il garage rock di Forget About Love e l’affascinante Walk Of Fame attraversata da un riff incisivo completano il riuscito tris d’apertura. Sembra più scontato l’up-tempo Hit And Run, ma lo strumentale Racing Thru The Desert, in cui Joe suona anche la tromba e l’inquietante She’s A Legend ci riportano ad atmosfere più coinvolgenti. L’unica cover è una discreta ripresa di All Day And All Of The Night dei Kinks che precede l’oscura ballata Once Upon A Time At The Border, che non avrebbe sfigurato in Spectres o Agents Of Fortune.
Nel finale la ritmata Bottom For The Bottomless in cui spiccano le linee di basso di Joe, l’eterea ballata Strangely In Love e l’insistente melodia di Winter confermano il giudizio positivo sul disco.
Una prova solista di buon livello da parte di un artista che a 71 anni dimostra di avere ancora qualcosa da dire.

SUGAR LIME BLUE – Narcoluptuous

di Paolo Baiotti

4 ottobre 2020

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SUGAR LIME BLUE
NARCOLUPTOUS
Autoprodotto 2019

Ashley e Dave Bett si sono conosciuti a Austin nel 1999. Si sono frequentati, innamorati, sposati e dal 2004 hanno iniziato a suonare insieme, trasferendosi in Tennessee. Hanno formato i Sugar Lime Blue nel 2007 con parecchi cambi di formazione nei primi anni, tanto da pensare nel 2010 di proseguire come duo. Invece in quel momento hanno incontrato il bassista Russ Dean con il quale hanno formato un trio acustico, unendo al basso di Russ la voce di Ashley e la chitarra di Dave. Questa formula è stata completata dall’inserimento di un batterista e di un tastierista per ritornare al suono elettrico, completando l’esordio Far From The Tree, uscito nel 2011. L’anno dopo hanno inciso alcuni brani, ma ulteriori cambiamenti dell’organico hanno allontanato il progetto di un secondo disco fino al 2015, quando è uscito Move That Earth in equilibrio tra rock, blues e country.
Con una formazione che ha aggiunto ai tre musicisti sopra citati il batterista Jeff Gaylor è stato inciso Narcoluptuous nei Bluebird Studios di Lebanon in Tennessee, prodotto da Dave con l’aiuto della band e sostenuto da una campagna su Kickstarter. Dodici tracce che spaziano tra blues e rock con qualche venatura country-jazz e frequenti abbandoni a momenti strumentali che possono richiamare le jamband. Un disco di Americana vario, rilassato e scorrevole nel quale spicca la voce rotonda e melodica dell’avvenente Ashley, accompagnata dalla chitarra liquida di Dave e da una sezione ritmica appropriata.
Il divertente rock bluesato di Dance In The Sunshine apre il disco con l’inserimento dell’armonica di Cleveland McPhee e di una brillante coda strumentale, seguito dalla ballata Willow e dalla ritmata Laying Off The Breaks che richiama i Grateful Dead degli anni ottanta (una passione dei conugi Bett). L’avvolgente ballata Keep On Keeping On è cantata con tonalità più profonde, mentre Gypsy River ha un notevole crescendo finale. Il disco prosegue senza esaltare, ma anche senza momenti di vera debolezza, passando attraverso la latineggiante title track, il pop-rock Rainbow, la jazzata Fool’s Lament (emozionante il break chitarristico) e la bluesata Brickbats per concludersi con la riflessiva Sassafras Tree e la jammata Lives In Space.

OUTLAWS – Dixie Highway

di Paolo Baiotti

28 settembre 2020

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OUTLAWS
DIXIE HIGHWAY
Steamhammer/Spv 2020

Quando nel settembre del 2007 Hughie Thomasson, voce, chitarra solista e leader indiscusso degli Outlaws, muore per infarto, la storia della “Guitar Army” della Florida sembra giunta al capolinea. Invece Henry Paul, altro cantante e chitarrista della formazione originale con la quale aveva inciso i primi tre dischi dal ’75 al ’77 (i migliori in studio della loro discografia), lasciando per formare la Henry Paul Band, rientrando per un breve periodo negli anni ottanta e poi nel 2005 dopo avere riallacciato i rapporti con Thomasson, decide di proseguire con Monte Yoho, uno dei batteristi originali, Dave Robbins (tastiere) e Randy Threet (basso) entrambi provenienti dai Blackhawk, la band di country formata da Paul negli anni novanta. Questi quattro musicisti sono tuttora in formazione insieme ai chitarristi Steve Grisham e Dale Oliver e al secondo batterista Jaran Sorenson.
Se It’s About Pride del 2012 era un disco discreto costruito sulla voce melodica di Henry, più vicino al country che al southern rock degli anni settanta, già il doppio dal vivo Legacy Live del 2016 aveva mostrato evidenti progressi e un riavvicinamento al suono originario degli Outlaws, sia per l’incisività e lucidità delle chitarre che per la pulizia delle armonie vocali. E Dixie Highway conferma queste sensazioni positive, dimostrandosi del tutto degno della tradizione della band, la migliore della seconda generazione sudista con 38 Special e Molly Hatchet, caratterizzata dal miscelare il suono muscolare tipico del genere, testimoniato dalla presenza di tre chitarristi, con influenze country e curati intrecci vocali degni degli Eagles.
Dixie Highway era la strada che nell’ottocento collegava Chicago a Miami, Midwest e Sud, una strada della quale esistono ancora alcuni tratti e che funge da metafora del lungo viaggio della band.
Sorprende il livello qualitativo delle canzoni e delle esecuzioni. La trascinante opener Southern Rock Will Never Die è il manifesto dell’orgoglio sudista e insieme alla conclusiva malinconica ballata Macon Memories ricorda le glorie musicali del passato e le band che hanno fatto la storia del genere, dagli Allman Brothers alla Marshall Tucker Band, dai Wet Willie ai Lynyrd Skynyrd, i simboli di una fratellanza ancora viva. La cavalcata chitarristica di Dixie Highway, la ballata western Endless Ride che accelera nel finale arrembante e lo strumentale Showdown confermano l’ispirazione della formazione, che ripesca anche due brani del passato, la morbida e rilassata Heavenly Blues in una versione che non fa rimpiangere l’originale su Hurry Sundown del ’77 e l’energica Windy City’s Blues, composta dall’ex bassista Frank O’Keefe, morto nel ’95, al quale è dedicato il disco, uscita in precedenza solo in versione demo in una raccolta del 2012, rivista con una presenza più incisiva delle chitarre. Anche i brani più melodici come Over Night From Athens, Dark Horse Run (chiuso da una notevole accelerazione) e il vivace up-tempo country Rattle Snake Road non sfigurano, contribuendo alla riuscita di uno dei ritorni più sorprendenti del 2020.

SKYE WALLACE – Skye Wallace

di Paolo Crazy Carnevale

17 settembre 2020

Skye Wallace 2019 1[369]

Skye Wallace – Skye Wallace ( Kingfisher Bluez 2019)

“Skye Wallce è ciò che accade quando una collaudata cantautrice con radici sulla costa orientale scopre il punk rock”: sono le parole in cui la cantautrice canadese viene presentata nel suo sito ufficiale. Direi che ci sta tutto, perché è proprio quello che vedendola dal vivo (è passata diverse volte nella nostra penisola, anche in versione acustica) e ascoltando questo suo recente disco si percepisce.

Un disco rock, fantasticamente rock, spesso sostenuto da ossessiva sezione ritmica, con chitarre taglienti e riff arrabbiati, ma tutto cantato con una voce unica, personale, originale. Dire che Skye Wallace sembra una scanzonata Joni Mitchell in shorts e minigonne non è sicuramente esagerato.

E se a livello lirico doppiare la “Sweet Joni” di younghiana memoria è impossibile, di certo la Wallace non canta cose scontate, il suo repertorio, in particolare in questo disco è focalizzato su storie di donne; per giunta negli ultimi mesi, bloccata artisticamente dal lockdown, è molto attiva sui social in difesa dei nativi nonché fortemente impegnata sul fronte Black Lives Matter.

Accompagnata in studio dal produttore Devon Lougheed (basso e chitarre), da Brian Besse (chitarre e Wurlitzer), dalla viola di Rachel Cardiello e dal batterista Brad Kilpatrick, la bionda Skye allinea dieci brani (cinque per ogni lato del vinile) che si ispirano ad uno studio approfondito su una struttura ospedaliera di Terranova e gli anni della corsa all’oro Dawson City, nello Yukon, dove la Wallace per u n certo periodo è stata di casa per una lunga serie di concerti.

Il disco si apre con una delle sue perle, Death Of Me, triste storia ispirata da quella di un’infermiera dell’ospedale che dopo aver lasciato la struttura per mettere su famiglia vi tornò per morie di parto! Storia triste, ma trattata con profondità e amore, affidata ad una musica elettrica e vincente. Storie di donne anche per There is A Wall e per Coal In Your Window (ispirata da un’altra infermiera), scelta come singolo trainante del disco e costruita su un riff ossessivo e distorto. Identica location d’ispirazione anche per la più lirica e raccolta Stand Back, in cui il collegamento con la Mitchell sembra più diretto e naturale, con un refrain che conquista: la voce di Skye è ottima e l’arrangiamento con la viola assolutamente azzeccato. Gran uso della voce in Iced In, che mescola le fredde atmosfere di terranova con quelle di Dawson City, coniugandole ad una musica incalzante e ossessiva.

Sul lato B si parte subito con un’altra composizione che conquista, Always Sleep With A Knife, le donne cantate sono qui la bisnonna e la trisavola di Skye, il fatto di dover dormire con un coltello è riferito al fatto che per queste donne cresciute nei campi di minatori dell’Ontario fosse legato strettamente alla sopravvivenza. Applausi per Skye!

French Marie, protagonista di Body Light The Way è invece una prostituta nel Klondike dei cercatori d’oro, ancora una volta un buon brano, con cori a cura della cantante e del produttore. Il femminicidio di Angelina Napolitano è alla base di Swing Batter, dall’accompagnamento ritmico insistentemente minimale in cui la talentosa cantautrice si doppia con la voce dando origine a interessanti soluzioni armoniche, voce che diventa quasi angelica nell’ispirata Midnight, bellissima composizione dedicata ad un’amica. Il disco termina con Suffering For You che s’ispira alla storia di un gruppo di persone (bimbi inclusi) disperse durante una spedizione nel diciottesimo secolo, la donna di riferimento, cantata qui da Skye, sempre con profonda ispirazione, è una donna Inuit chiamata Tookoolito che le aiutò a sopravvivere al congelamento. Ancora una volta il brano è impreziosito dall’uso della voce sovraincisa più volte.

E fate attenzione, se mai torneranno in auge i concerti, non negatevi il piacere di assistere ad uno di quelli di Skye Wallace se dovesse capitarvi a tiro. O, come direbbero gli americani: don’t dare miss it!