Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

SCOTT SMITH – Down To Memphis

di Paolo Baiotti

13 agosto 2017

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SCOTT SMITH
DOWN TO MEMPHIS
Scott Smith 2016

Originario della Bay Area, Scott Smith è cresciuto ascoltando Grateful Dead, Jefferson Airplane, Byrds, prima di scoprire Bob Dylan e i Rolling Stones. Il suo primo insegnante di chitarra è stato David Nelson dei New Riders Of Purple Sage, ma il suo strumento preferito è il violino che suona in un gruppo di Old Time Music.

Esordisce come cantautore con questo mini album di cinque brani che anticipa l’album The Sum Of Life, pubblicato recentemente. Down To Memphis, che è anche il singolo tratto dall’Ep, è stato inciso nello studio di Jeff Martin, che ha avuto anche il ruolo di produttore e di bassista. La title track è un omaggio alla nascita del rock and roll e al ruolo avuto da Memphis (da Elvis a Jerry Lee Lewis, da Johnny Cash alla stazione radio WDIA), una traccia ritmata con chitarra twangy, Just Another Saturday Night un mid tempo con l’hammond di Spencer Burrows che accompagna la voce melodica di Scott, Hour Glass una traccia pianistica tra jazz e blues molto accattivante.

Il titolo Skeleton & Roses richiama i Grateful Dead…non a caso, perché l’omonimo brano è un tributo alla band di Jerry Garcia, con l’azzeccato intervento del mandolino di David Grisman (coinvolto mentre stava registrando nello stesso studio), che richiama nel suo break strumentale melodie dei Dead (soprattutto Uncle John’s Band). In chiusura Top Of The World rallenta il ritmo aggiungendo un tocco di intimità a un ep di indubbio interesse.

THE FURIOUS SEASONS – Look West

di Paolo Baiotti

13 agosto 2017

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THE FURIOUS SEASONS
LOOK WEST
Stonegarded Records 2017

David Steinhart è un autore, cantante e chitarrista di Los Angeles con alle spalle una carrriera trentennale di un certo spessore nell’area indie. Nell’84 ha fondato i Pop Art con i fratelli Jeff e Richard, incidendo cinque albums in sei anni. Successivamente ha realizzato due dischi solisti, ha formato gli Smart Brown Handbag sempre con Jeff, attivi per più di dieci anni nei quali hanno pubblicato altrettanti albums.

Nel 2008 ha creato i Furious Seasons realizzandone altri quattro elettrici prima di decidere di sfrondare la formazione rimanendo in trio con Jeff al basso e contrabbasso e P.A. Nelson alla chitarra acustica ed elettrica e seconda voce, sterzando verso un folk prevalentemente acustico.

Look West è il risultato di questa svolta, un disco acustico, raffinato, a tratti etereo, suonato con gusto da musicisti esperti, cresciuti ascoltando i grandi cantautori come Bob Dylan, Cat Stevens e Paul Simon, avvicinabili anche a nomi più recenti come i Milk Carton Kids o David Gray. Non a caso dopo Look West il trio ha suonato come supporto di John Hiatt, Donovan e A.J. Croce.

David è un autore che conosce bene la materia, scrive melodie dolci di matrice folk nelle quali affiora talvolta il gusto pop che lo ha sempre caratterizzato, forse un po’ monocordi e prevedibili, adatte alla sua voce ben impostata e naturalmente gradevole, con dei testi personali e riflessivi e arrangiamenti spartani basati sugli intrecci tra le due chitarre.

Nel singolo Long Shot che apre il disco spunta il violino di Ray Chang, in The Tape e So Glad It’s Mine si inserisce il piano di Tim Boland (che ha inciso e mixato il disco nei White Light Studios di North Hollywood), ma oltre alle melodie di David spicca il grande lavoro di Nelson specialmente in A Thing To Behold, nell’intensa Best Plans e in Simple And Clean.

Un disco autunnale, sereno e nostalgico, sulle perdite e sull’invecchiare, senza sbalzi e quindi, almeno a tratti, eccessivamente uniforme.

BARTOLINO’S – I sigari fanno male

di Paolo Crazy Carnevale

13 agosto 2017

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BARTOLINO’S – I sigari fanno male (Cromo Music/ Best-U 2017)

Avevamo perso le tracce dei Bartolino’s dopo la pubblicazione di Arthemisia Absitium, godibile album risalente ormai al 2008 che era però accreditato al cantante Alessandro Ducoli con i Bartolino’s alla stregua di backing band. Con questa nuova uscita risalente alla scorsa primavera i Bartolino’s sono invece una banda a tutto tondo.

Nella fattispecie si è ricomposto l’asse autorale Ducoli/Stivala, col secondo personaggio impegnato insieme al cantautore camuno nella scrittura di tutte le canzoni qui incluse, co-titolare a tutti gli effetti.

Il risultato è un disco altrettanto godibile, un disco in cui il Ducoli può lasciarsi andare a quelle vocazioni istrioniche che la presenza di uno sparring partner come Stivala (impegnato tra chitarra e piano elettrico Rhodes) gli concede di lasciar libere e galoppanti.

Una decina di composizioni suonate come si deve da un quintetto base che oltre ai suddetti soggetti vede la presenza della fisarmonica di Roberto Angelico, la batteria di Arcangelo “Arki” Buelli e il basso di Max Saviola (questi ultimi due già apprezzatissima sezione ritmica della Banda del Ducoli all’inizio del terzo millennio) a cui si aggiungono piano e tastiere. Il disco ondeggia così fra canzoni solide e divagazioni malinconiche a base di milonghe, tanghi e similsambe.

Con la title track fatta di autoironie e doppi sensi è già trionfo, Ducoli e Stivala conducono il gruppo attraverso una composizione senza dubbio vincente e la successiva Frivola non è da meno; segue poi Prunella modularis che al pari del brano che aveva titolato il disco precedente rispolvera gli studi botanici del Ducoli presso l’ateneo patavino, ma, soprattutto è un altro brano che conquista.

Il disco si snoda quindi tra Le donne sono fatte per giocare, la riuscita Piccoli furti estivi e la samba di Recidivo inframmezzata da un break strumentale quasi acidjazz. Ingenuo è una soffusa composizione che ricorda da vicino altre composizioni del Ducoli e lascia spazio a Stivala a funamboliche escursioni chitarristiche.

Stella di fiume è una robusta canzone d’amore, resa particolarmente solida da un gran lavoro di basso e batteria dominata ancora le inflessioni “tanguere” inferte dalla fisarmonica. Il lato più istrionico del Ducoli emerge poi con l’irrinunciabile Quante passerine che prelude alla conclusiva (autocensurata nel booklet per quanto riguarda il testo) e colossale Adorata, quasi una rock ballad irriverente che nella struttura musicale richiama l’indimenticata Amico fragile di Fabrizio De Andrè, ma nel testo si viaggia verso altri lidi, è quasi un brano recitato con Alessandro Ducoli impegnato a far uscire tutte le tinte e le sfumature di cui è capace, passando da tonalità profonde a passaggi lirici: il tutto mentre la chitarra di Stivala, sorretta da basso e batteria si divincola su un tappetto ordito da un organo insinuante.

TOM MANK AND SERA SMOLEN – Unlock The Sky

di Paolo Baiotti

6 agosto 2017

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TOM MANK AND SERA SMOLEN
UNLOCK THE SKY
Ithaca Records 2017

Tom Mank e Sera Smolen, compagni anche nella vita, collaborano dal ’94. Un cantautore e una violoncellista diplomata al conservatorio, hanno cercato di miscelare i reciproci stili usando principalmente la voce di Tom, chitarra acustica e violoncello, con un aiuto piuttosto ridotto e minimale di altri strumenti e di voci femminili. Questo è il settimo cd del duo, inciso quasi interamente a Bearsville, NY con qualche aggiunta a Ithaca e in Belgio, con notevoli difficoltà dipendenti dai problemi cardiaci di Tom che lo hanno costretto ad operarsi durante le registrazioni. Mank è in pista da venticinque anni come cantautore indipendente, ha collaborato con altri compositori, congruppi di folk e bluegrass, mentre Sera si è cimentata con la musica classica, ha insegnato all’università di Mansfield e all’Ithaca College e ha contribuito all’organizzazione di alcuni festivals di violoncello. Unlock The Sky non è un disco di facile assimilazione: la malinconia naturale del violoncello (che ha maggiore spazio rispetto al passato) e la voce piuttosto monocorde di Tom lasciano un’impressione di uniformità di fondo che non favorisce l’ascolto, pur riconoscendo le doti non comuni di Sera, manifestate pienamente nella title track strumentale nella quale è unica protagonista. Il folk è la base, alimentato da suggestioni classiche con qualche incursione in atmosfere jazzate. Alcune tracce hanno una certa complessità, come l’eterea Amsterdam con l’inserimento del violino di Amy Merrill, My Thunder And Lightning con l’armonica dell’olandese Gait Klein Kromhof (il duo suona spesso in Europa, specialmente in Germania, Belgio e Olanda) e la jazzata Harpers Ferry nella quale si registrano il felice inserimento del piano honky tonk di Ron Kristy e della voce di Jenny Burns. Un disco originale e sofisticato che richiede un’attenzione non comune e che cresce con gli ascolti.

J. HARDIN – The Piasa Bird

di Paolo Baiotti

6 agosto 2017

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J.HARDIN
THE PIASA BIRD
Piasa Recordings 2016

E’ una strana storia quella di John Everett Hardin, ragazzo di Alton, Illinois, situata sulla riva del fiume Mississippi. Nel primo decennio del nuovo millennio ha inciso due dischi come Everett Thomas che sembravano aprirgli le porte a una discreta carriera, avendo anche supportato dal vivo nomi come Over The Rhine e Sara Watkins. Invece intorno al 2011 John molla tutto, cambia vita, diventa portiere di notte e si dedica alla famiglia, incapace di reggere le tensioni dell’ambiente musicale, con il fisico e la mente danneggiati da un uso esagerato di droghe e alcool. Per quattro anni resta ai margini, ma forse proprio la mancanza di pressioni lo aiuta a comporre una manciata di canzoni. Alla fine gli ritorna la voglia di incidere, ma è disposto a farlo solo con l’aiuto di Hayward Williams, cantautore e polistrumentista di Milwaukee oltreché bassista della band di Jeffrey Foucault. I due registrano a Rockford, Illinois con una band ridotta comprendente Hayward al basso, Daniel McMahon (proprietario dello studio Midwest Sound) alla chitarra e tastiere e Darren Garvey alla batteria il disco del ritorno, The Piasa Bird, comprendente otto canzoni per una mezz’ora di musica quieta e raffinata, dolce e melodica, con un tocco di atmosfere gotiche in alcune tracce come la dolente ballata Shot My Baby Down. Talvolta le melodie e la voce sono un po’ impersonali, richiamando il passato come in Oh Sophia pt.1 e 2 clonate da Paul Simon o nell’opener Drifter che richiama Townes Van Zandt, mentre risultano meno prevedibili il piano ritmato di Run Jackie Run o la mossa Calypso con una chitarra incisiva. Disco rilassante, ma un po’ esile e derivativo, di un musicista che sembra ancora incerto sul proprio futuro.

FOGHAT – Live At The Belly Up

di Paolo Baiotti

20 luglio 2017

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FOGHAT
LIVE AT THE BELLY UP
Foghat Records 2017

Cari vecchi inossidabili Foghat, ancora on the road 46 anni dopo la loro nascita! A dirla tutta della formazione originale, nata da una spaccatura all’interno dei Savoy Brown, con il leader Kim Simmonds da una parte e Lonesome Dave Peverett (chitarra), Tony Stevens (basso) e Roger Earl (batteria) dall’altra, è rimasto il solo Roger Earl. Lonesome Dave è morto nel 2000 (ma aveva lasciato i Foghat nell’84), Tony Stevens è rimasto solo fino al ’75. L’attuale line-up comprende Charlie Huhn alla voce (Ted Nugent, Deadringer, Humble Pie, Victory, Gary Moore, con i Foghat dal 2001), Bryan Bassett all’elettrica e slide (dal ’99 ad oggi con i Foghat, prima con i Molly Hatchet, Wild Cherry e con Lonesome Dave) e Rodney O’Quinn al basso (ex Pat Travers Band, ha appena sostituito Craig MacGregor, titolare dal 1976 al 2016, ora fermo per seri problemi di salute). Band consolidata e ben oliata, formata da professionisti seri e stagionati, ancora molto popolare negli Stati Uniti dove suona regolarmente (e nel tempo libero produce vino di ottima qualità), ha mantenuto le radici blues, indurendo e americanizzando un po’ il suono. Questo live è stato registrato a Solana Beach in uno dei clubs più famosi della California, durante un tour in cui è stato riproposto nella sua completezza Foghat Live, il disco più famoso del quartetto.

Invece questo nuovo Live alterna classici a tracce più recenti, L’energico inizio di Fool For The City in medley con Eight Days On The Road è un biglietto da visita dinamico e robusto che dimostra come il rock blues sia sempre la base del suono. Magari un po’ più duro e grezzo rispetto agli anni settanta quando le chitarre di Peverett e Price erano in grado di esibirsi in modalità più estese e diverse, accentuando gli aspetti bluesati, mentre oggi sia la voce più vicina all’hard rock di Huhn che la chitarra di Bassett evidenziano una maggiore graniticità. Dal recente Under The Influence vengono eseguite la trascinante title track, Knock It Off che anche dal vivo si potrebbe scambiare per una outtake degli Ac/Dc e il mosso singolo boogie Hot Mama. Dal lontano passato si apprezzano il ripescaggio di Terraplane Blues con la slide di Bassett in primo piano e una jam strumentale notevole, della grintosa Stone Blue e dell’indiavolato up-tempo boogie-rock Drivin’Wheel da Night Shift, trascinato dalla slide. Nel finale, dopo l’improvvisato slow California Blues (in fondo non sono poi così grezzi neanche adesso…) due classici inevitabili: l’irresistibile I Just Wanna Make Love To You (Willie Dixon) introdotta dal basso e da un duello lancinante tra le chitarre e Slow Ride di Dave Peverett, cadenzato hard-blues, anthem della band, salito al n. 20 nella classifica dei singoli, che portò l’album Fool For The City ai limiti della Top 20 americana, eseguito alla grande con un’accelerazione finale travolgente. Disco solido più che dignitoso per una band così stagionata, che da sempre trova la dimensione migliore sul palco.

GLENN ALEXANDER & SHADOWLAND – Rainbow’s Revenge

di Paolo Baiotti

16 luglio 2017

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GLENN ALEXANDER & SHADOWLAND
Rainbow’s Revenge 2016

Originario di Maize, una cittadina agricola del Kansas, cresciuto in una famiglia appassionata di musica, ma priva di possibilità economiche, Glenn Alexander riesce a diventare allievo del jazzista Jerry Hahn (5th Dimension, Gary Burton, insegnante in varie università) alla Wichita State University. A 22 anni diventa assistente e poi professore di chitarra; nel tempo libero suona in duo con Hahn, affinando le sue qualità. Si trasferisce nel New Jersey, ma per alcuni anni fatica a trovare una scrittura finchè le cose si mettono meglio, insegna in scuole e college e partecipa alla registrazione di molti album di formazioni locali. Dal 2008 è il chitarrista di Southside Johnny & The Asbury Dukes; parallelamente ha suonato con altri artisti e inciso dischi solisti, in varie configurazioni (The Coalition, The Connection, Stretch) o con la figlia Oria.

Gli Shadowland sono una specie di side-project dei Dukes, condividendo la sezione fiati di John Isley (sax, arrangiatore e coproduttore del disco), Chris Anderson (tromba) e Neal Pawney (trombone), il batterista Tom Saguso e come ospite alle tastiere Jeff Kazee. Gli unici membri non condivisi sono il bassista Greg Novick e la cantante Oria. Per il chitarrista questo disco rappresenta un ritorno alle radici, certificato anche dal titolo. Shadowland è stato il club di Wichita nel quale per la prima volta ha debuttato una chitarra elettrica; per Glenn vale come riassunto delle passioni musicali di una vita, dal jazz all’honky tonk, dal funky al rhythm and blues, con un pizzico di mistero e di sorpresa. In effetti si passa dal jazz raffinato di Come Back Baby al blues di Big Boss Man e di Earl Erastus, dalla ballata soul Common Ground al soul fiatistico di Memphis Soul, dal funky-rock di The Odds Are Good al robusto errebi Get A Life nel quale si sente anche l’armonica di Southside Johnny. Chitarra e fiati fanno sempre o quasi il loro dovere, mentre manca qualcosa sotto il profilo vocale e talora nell’aspetto compositivo. Disco consigliato agli appassionati dell’Asbury Sound.

ROSSINGTON – Take It On Faith

di Paolo Baiotti

16 luglio 2017

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ROSSINGTON
TAKE IT ON FAITH
Loud & Proud 2016

Gary Rossington, classe ’51, nato a Jacksonville in Florida, è l’unico esponente della formazione originale ancora in sella con i gloriosi Lynyrd Skynyrd. La band negli ultimi anni non ha brillato per creatività, pubblicando due albums in studio dal 2009 a oggi, ma ha mantenuto una costante attività dal vivo, basata quasi esclusivamente sui brani scritti e pubblicati dalla formazione originale negli anni ’70, prima dell’incidente aereo del 20 ottobre del ’77 che ha sconvolto per sempre la vita dei musicisti, causando la morte di Ronnie Van Zandt, Cassie Gaines e Steve Gaines a seguito della caduta del Convair CV-300 utilizzato dal gruppo per trasferirsi da Greenville a Baton Rouge.

Superato il trauma e guarite le gravi ferite (rottura di entrambe le braccia, gambe, caviglie e polsi), Gary ha formato la Rossington-Collins Band con l’altro chitarrista Allen Collins, con la quale ha inciso due dischi e poi The Rossington Band con la moglie Dale Krantz che ha pubblicato due album nell ’86 e ’88. Nel frattempo ha ripreso l’attività con gli Skynyrd, riformati nell’87 per un Tribute Tour che si è trasformato in una reunion vera e propria, nei quali è entrata come corista anche Dale, proseguendo fino ad oggi.

Ora esce questo nuovo progetto solista dei coniugi Rossington, lui alla chitarra e lei alla voce solista ed è una piacevole sorpresa. Lasciando da parte il rock sudista degli Skynyrd, che non avrebbe senso riproporre in questa sede, i due tornano alle loro radici, un rock bluesato venato di soul (Dale ha iniziato come corista gospel ed è dotata di una voce sporca, robusta e aggressiva al punto giusto che ha mantenuto rispetto agli anni ottanta), aiutati da un team che comprende il produttore David Z (Prince, Etta James, Buddu Guy), coadiuvato da Ben Fowler (Lynyrd Skynyrd, Sara Evans, Hank Williams Jr.) e da un gruppo di autori e session men tra i quali Bruce McCabe, Tom Hambridge, Gary Nicholson, Jack Holder (chitarra), Richie Hayward (batteria), Reese Wynans (organo) e David Smith (basso).

Il disco è molto piacevole, con un paio di ballate un po’ scontate e convenzionali (Through My Eyes e Where Did Love Go) da radio Fm che tolgono qualcosa al risultato finale.

In compenso il rock blues paludoso dell’opener Highway Of Love, la ballata soul I Should Have Known, il gospel Light A Candle, la mossa Dance While You’re Cookin’ scritta dai coniugi con Delbert McClinton che suona l’armonica con la consueta maestria, l’epica Shame On Me di matrice sudista con una chitarra tagliente, la bluesata Good Side Of Good scritta da Billy Gibbons e la ballata pianistica Too Many Rainy Days di Bruce McCabe testimoniamo la riuscita di un album che non mi sarei aspettato da un artista che sembrava vivere prevalentemente sulla riproposizione delle glorie passate.

CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD – If You Lived Here, You Would Be Home By Now

di Paolo Crazy Carnevale

26 giugno 2017

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CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD – If You Lived Here, You Would Be Home By Now (Silver Arrow 2016)

Lo dico? Magari qualcuno si offende… ma lo dico ugualmente: rimpiango i Black Crowes, non solo quelli degli esordi (intesi come i primi due dischi, non certo il sopravvalutato Amorica e i suoi successori), e mi mancano anche i Black Crowes con Luther Dickinson, che trovavo molto interessanti e stimolanti. Non ho mai stravisto per Rich Robinson come solista, e non ho ancora ascoltato i Magpie Salute. Inoltre, le cose che avevo ascoltato fino ad ora della Chris Robinson Brotherhood le avevo trovate interessanti a metà. Ben suonate, certo, ma in certo qual mutilate, tronche, incomplete.

Credo fosse colpa della mia eccessiva nostalgia per i Black Crowes.

Poi sono incappato in questo vinile dello scorso anno, un EP molto extended visto che dura una buona mezzora, uscito a ridosso di un acclamato album di studio indicato come il migliore della CRB, probabilmente pubblicato per mettere su supporto qualcosa di quelle session che era rimasto fuori. Ed è stato colpo di fulmine. Questo disco mi piace molto più del suo incensato predecessore e trovo che il connubio tra Robinson e Neal Casal (più interessante in questa veste che quando faceva il musicista in proprio) sia perfetto, di Adam MacDougall non se ne parla, era già una colonna portante nei Black Crowes e il batterista Tony Leone riesce ad aggiungere al suo strumento anche un insospettabile mandolino. Il basso, in assenza di un titolare, è suonato da Ted Fecchio.

Il risultato sono cinque tracce che sembrano ricalcare territori molto vicini a quelli battuti dagli intramontabili Grateful Dead a cavallo tra anni sessanta e anni settanta, quando al blues e alle lunghe jam cominciavano a dare spazio anche ad una vena compositiva perfettamente collocata tra country/rock e cantautorato californiano. Ma soprattutto, questo If You Lived… è un disco che vive di un sound pienamente convincente, con tutte le caratteristiche del gruppo che emergono con uguale predominanza: non c’è nessuno che primeggia, tutti hanno il loro spazio, proprio come dovrebbe essere in una fratellanza che non sia quella ariana!

La prima traccia, New Cannonball Rag già dal titolo richiama alla mente suggestioni di una musica del passato mai defunta, è un brano lungo e diluito con sapienza, Robinson canta ispirato e la chitarra di Casal s’intreccia perfettamente con le tastiere di MacDougall; il secondo brano della prima facciata è una piacevole canzone molto country, con ospite la pedal steel di Barry Sless (lo ricordate nella David Nelson Band?), il brano è immediato e piacevole, forse ricorda troppo qualcosa di The Band (per l’esattezza la dylaniana I Shall Be Released) ma d’altra parte non si dice che per quanto riguarda questa musica tutto è già stato scritto?

Giriamo il 33 giri e ci troviamo al cospetto di Roan County Banjo, il brano più lungo e forse anche il più bello, potrebbe essere benissimo un’outtake di American Beauty, invece la voce di Robinson ci dice che siamo altrove, molto altrove, c’è ancora Sless che fa cantare la sua chitarra e naturalmente Casal fa la sua bella parte mentre MacDougall s’intrufola col piano e l’rogano divenendo protagonista del crescendo finale. From The North Garden è uno strumentale a cavallo tra oriente e psichedelia con le tastiere ed un flauto (Charles Moselle) che tessono un tappeto su cui lavorano molto bene le chitarre acustiche.

Il finale è affidato al valzerone intitolato Sweet Sweet Lullaby, condotto di nuovo dalla pedal steel di Sless e con il mandolino di Leone che sfoggia un suono struggente e appassionato, a suggello di un disco perfettamente riuscito.

KATY GUILLEN & THE GIRLS

di Ronald Stancanelli

25 giugno 2017

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KATY GUILLEN & THE GIRLS
Autoprodotto 2014

Che forza e compattezza questo cd di valenza totalmente femminile. Potrebbe, andando indietro negli anni, ricordare la Bonnie Raitt più rocchettara mentre se volgiamo lo sguardo ai tempi più recenti questa apprezzabile Katy Guillen può anche avere un trait d’union con la Lucinda Williams meno arrabbiata. Disco di sole donne ove la protagonista,appunto la Katy di cui prima, voce e chitarra, ben assistita da Claire Adams, basso e voce anche lei e Stephanie Williams alla batteria, compongono e direi eccellentemente propongono undici brani di sana impronta rock ove a volte scalano le vette più consistenti della musica aor e in altri si librano verso territori di ballads decisamente avvincenti. Le fanciulle che provengono da Kansas City pare siano una forza dal vivo e anche se presumo sia alquanto improbabile vederle dalle nostre parti dimostrano in questo loro performance i studio di essere delle grandi performer, di saper scrivere e comporre ottime canzoni e di saper realmente divertire coloro che le stanno ad ascoltare. Il cd incomincia con la piacevole Don’t Get it Better nella quale risalta la roca voce della cantante leader e continuando nell’ascolto del disco si evince la forza delle due compagne che con basso in evidenza e batteria in intenso rullare si aggregano perfettamente alla solida chitarra elettrica della Guillen. Come detto, gran bel solido album di onesto e compatto rock che assieme al disco di Sunny Vega, Sweet Mobile Home si erge tra i lavori rock più interessanti ascoltati di recente se entrambi sono del 2014 ma recentemente ne siamo giunti in possesso. Tipografica la copertina.

RICCARDO TESI/NERI POLLASTRI – A viva voce/Una vita a bottoni

di Ronald Stancanelli

12 giugno 2017

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Riccardo Tesi Neri Pollastri
A VIVA VOCE UNA VITA A BOTTONI
Squi(libri) 2016 – Libro CD

Conobbi Riccardo Tesi a teatro il 21 gennaio 1995 in occasione di un concerto di Beppe Gambetta a Genova ove tra vari ospiti vi era appunto il musicista in questione dal quale presi un eccellente album chiamato RVeranda, album di suggestioni e armonie suonato assieme a Patrick Vaillant. Ricordo ancora la sua cordialità e simpatia. Apprezzai dopo poco tempo anche un album chiamato Forse il mare accreditato al gruppo Ritmia , ove Tesi ne era una delle componenti principali. Adesso dopo tanti anni mi ritrovo nuovamente tra le mani un suo supporto musicale che pur essendo un best è antologia di eccellente livello, e in detta occasione bellamente arricchito con uno splendido tomo di circa 300 pagine. A rigor di logica è il libro che supporta il dischetto ma l’ascolto della musica ci precede ovviamente nella lettura del libro.

Per la precisione il cd è un’esauriente antologia di sedici brani con l’ausilio di ospiti vari. Mareggiata, pezzo dello stesso Tesi, è un lungo brano piacevolissimo che si avvale tra gli altri dell’aiuto di Stefano Bollani al piano e di Vaillant al mandolino, brano di grande impatto ove il frangersi delle onde, la risacca ed altri momenti del movimento marino sono esplicati in musica in modo magistrale. E il trenino che parte e va si avvale della piacevole incisiva voce di Lucilla Galeazzi, tratto dall’album Sopra i tetti di Firenze è brano popolare arrangiato dallo stesso Tesi assieme a Stefano Melone che suona il piano e Maurizio Geri che suona la chitarra e ricche e rigogliose le pagine musicali che separano le varie strofe, intenso il testo che avvince e muove la memoria. Pomodhoro, è strumentale di Tesi con un ottimo lavoro alle percussioni da parte di Ettore Bonafè e un penetrante scacciapensieri. Il pezzo di forte valenza folk è tratto dal cd Riccardo Tesi e Bandaitalia. Tra veglia e sonno e Mazurca di San Benedetto integrate in Suite di Mazurke è strumentale di antichi percorsi popolari, ricco di strumenti è brano caldo e solare tratto da Crinali, album del 2006. Invece Prata e Oru scritta da Tesi e da Elena Ledda ha alla voce proprio la sua co-autrice e nel coro troviamo le Balentes, trio vocale che ricordiamo vari anni fa anche assieme a Davide Van De Sfross e autrici di un piacevolissimo album registrato a Verona dal titolo Balentes Live, suggestivo ed energico il brano qua proposto tratto dal disco di Tesi Presente Remoto. Molto bella anche L’azzurro del pesce ove non vi è voce alcuna ma un’intersecazione di strumenti che ne fanno forse il pezzo più accattivante dell’antologia, brano veramente superbo era contenuto nel disco Cameristico. La città vecchia è uno dei primi pezzi di Fabrizio De Andrè, qui è riproposto dalla voce del mai dimenticato Gianmaria Testa assieme ovviamente a Tesi e ad altri sei artisti che ne danno una versione decisamente piacevole e l’organetto la abbellisce in modo perfetto come appunto si ascolterebbe in angoli remoti della città vecchia, un bravo a tutti e un ricordo commosso per Gianmaria e Fabrizio. Originariamente era anch’essa in Passato Remoto. Passo liscio composto da due brani La piccinina e Caballeros è strumentale dall’allegro incedere tratto da Un ballo liscio Live del 1995, brano molto ricco musicalmente è suonato da ben 12 musicisti. Adieu Adieu – Moresca Nuziale tratto da Ritmia da la giusta dimensione di questo straordinario album con sonorità variegate tra cui trame progressive nel quale Tesi , Alberto Balia, Enrico Frongia e Daniele Craighead hanno lavorato per l’unica volta tutti assieme in un opera che è restata senza purtroppo ulteriori seguiti. Mazurkazione, lungo brano live è l’inedito della raccolta inciso a Serravalle Jazz, mandolino suonato da Vaillant e organetto si inseguono continuativamente accompagnati solamente da un intervento del clarinetto basso di Gianluigi Troversi che da il suo tocco jazzy. Decisamente un bel pezzo. Con la Ballata del carbonaro si torna a un brano cantato, trattasi della voce di Maurizio Geri e tra le righe abbiamo la mandola di Mauro Palmas del quale ricorderei un suo ottimo album del 2001 dal titolo Caina. Brano tradizionale arrangiato da Tesi e Geri si avvale di un testo intensamente coinvolgente, quasi da cinegiornale d’epoca. Molto bello. Con la Bandaitaliana tratto dal recente cd Maggio del 2014 viene estrapolata Scaccomatto notevole pezzo strumentale nel quale fa la sua imponente figura lo splendido lavoro al violino di Gabriele Bavarese. Brano arzigogolato con punte strumentali di vari assoli decisamente accattivante e appassionante, uno dei momenti top della raccolta. Da Accordion Samurai del 2011 viene preso un pezzo molto particolare, si tratta di De Delay Lo Ribatel/Espresso che credo arrivi dalla tradizione francese qui proposto con ben cinque organetti e senza alcun altro strumento. Fulmine è invece momento molto più semplice ove all’organetto di Tesi si affianca solamente un puntiglioso lavoro di percussioni ad opera di Valerio Perla, brano veloce che al suo inizio è accompagnato da un tuono. Lo troviamo in Thapsos del 2000, album uscito per i dischi del Manifesto e accreditato a Tesi e Banditali, disco molto interessante che credo sia ormai di difficile reperibilità ma la sua ricerca in qualche mercatino è vivamente consigliata. La splendida voce di Ginevra Di Marco, su questo sito trovate la recensione del suo ottimo cd dal vivo Stelle, armonizza la bellissima Tutti mi dicon Maremma, suggestivo e lancinante pezzo tradizionale qua in fulgida versione che è estrapolato dal cd Bella Ciao del 2015. Chiude il tutto Processione brano eseguito in solitaria, semplicemente all’organetto diatonico tratto da Accordeon Diatonique. Ottima quindi questa antologia che col suo ultimo giro di dischetto ci fa posare l’attenzione sul libro.

Neri Pollastri esperto di jazz ha il compito di scrivere e curare il libro dal titolo Una vita a bottoni, titolo che non ha bisogno di chiarimento alcuno. Nella prima parte abbiamo una sobria ma vivace storia dell’artista con i suoi percorsi, le sue ambizioni, le sue speranze e ovviamente la sua carriera. Interessante leggere che lo start al primo disco di Riccardo Tesi nasce dal desiderio di voler portare l’organetto nella musica popolare toscana ove detto strumento era praticamente assente. Il Ballo della lepre del 1983 è infatti il suo primo disco ma in special modo è il primo disco in Italia ad avere come strumento principale l’organetto. In questo esordio composto da brani tradizionali trova posto anche una sua composizione originale, Saltarello per Eugenio, di pregiata fattura. L’album guarda decisamente avanti non essendo assolutamente il classico disco in stile ricercatore di tradizioni con mera riproposizione di pezzi noti o storici ma un qualcosa che sfida e vuole andare oltre e ciò è comprovato dalla presenza del clavicembalo, strumento che poco ha di attinente con la musica popolare- tradizionale. Avanzando nella lettura molto interessante il punto ove si narrano le vicende del gruppo Ritmia, del relativo cd Forse il mare e della grande opportunità sprecata! Vicenda che si legge tutta d’un fiato e lascia alfine spiaciuti più che perplessi. In pratica questo lavoro si può considerare il secondo disco di Riccardo Tesi pur essendo stato accreditato al moniker Ritmia, ove gli altri tre leader erano Alberto Balia, Daniele Craighhead e Enrico Frongia. Nel proseguo della interessante lettura vengono via via sviluppate le trame di tutti i dischi usciti sino ad oggi e ci si sofferma su ben ventidue lavori. Il tutto inframmezzato da momenti che esulano dalla mera discografia ed ecco quindi una interessante intervista all’artista, un capitolo che si rifà al rapporto dello stesso col cinema ed il teatro e infine una discografia in schede complete di titoli dei brani presenti in ogni album, autori dei brani, musicisti accreditati, e copertine a colori di tutti i vinili e cd. A conclusione del tutto, le ovvie informazioni sul cd accluso e ben 53 fondamentali fotografie patinate. Di due brani troviamo anche gli spartiti ed per concludere alcune informazioni, ma forse più esatto definirli aneddoti commentati sull’artista da parte di Ezio Guaitamacchi.
Ottimo libro ed eccellente cd per un connubio lettura/musica di grande interesse sia musicale che culturale. Decisamente un supporto da acquistare, assaporare, ascoltare e leggere con attenzione per la sua grande ed indubbia valenza ed importanza.

DAVE DESMELIK – Lifeboat

di Paolo Baiotti

4 giugno 2017

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DAVE DESMELIK
LIFEBOAT
www.davedesmelik.com 2016

Cantautore originario di Atlanta, Georgia, si è trasferito più volte fino all’attuale residenza di Bevard in Carolina del Nord. Alla fine degli anni novanta ha fatto parte degli Onus B. Johnson, band jamgrass di Flagstaff piuttosto conosciuta in Arizona con la quale ha inciso due dischi. Ma la sua carriera solista, iniziata nel ’99 con Move On, è molto più corposa, comprendendo ben dieci albums prima di Lifeboat che hanno ottenuto discreti riscontri e attenzione da parte di siti e radio specializzati quali EuroAmericana Chart, Roots Music Report, Freeform American Roots Chart e North Carolina Roots Radio Chart. Il filone nel quale si inserisce la musica di Dave è quello dell’Americana, tra roots e folk con attenzione alle parti strumentali arrangiate con cura. Tra gli artisti supportati dal vivo basta ricordare Drivin’ N Cryin’, Robbie Fulks, Richard Buckner, Cary Hudson, Shawn Mullins, Pieta Brown e Bo Ramsey.

Non è mai riuscito ad emergere del tutto, ma si sa che negli Stati Uniti la concorrenza è molto forte e gli spazi per la musica indipendente sono piuttosto ridotti. Lifeboat è un album interessante e scorrevole che alterna momenti strumentali elettroacustici molto particolari, a volte jammati e con un uso prevalente di strumenti suonati da Dave (chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, ukulele, batteria, basso). La mini suite iniziale Leave It Alone è unita alla coda strumentale Head Rush creando un’atmosfera sparsa e sospesa che viene ribadita da Don’t Recreate The Wheel e dall’intensa Surgery, Recovery and Love, basata sui gravi problemi di salute di uno dei due figli dell’artista, nobilitata da una coda strumentale struggente.

La traccia centrale del disco è A Strange Realization, versione audio di una performance artistica con vari spezzoni che le danno un respiro cinematografico, nella quale si aggiungono la lap steel di Josh Gibbs e il basso di Andy Gibbon, suoi abituali compagni dal vivo. Nella parte finale emergono il rock trascinante di Battlefield, l’emozionante Heart Light e lo strumentale Black Collar, giocato su un increccio tra piano e chitarra acustica.

ANNA FERMIN’S TRIGGER GOSPEL – You Belong Here

di Paolo Baiotti

28 maggio 2017

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ANNA FERMIN’S TRIGGER GOSPEL
YOU BELONG HERE
Trigger Gospel 2016

Trigger Gospel è un quintetto di Chicago formato e guidato da vent’anni dalla cantante, pianista e autrice Anna Fermin, unica compositrice del gruppo, nata nelle Filippine, ma cresciuta in Wisconsin con la famiglia. Hanno pubblicato sei albums con questo You Belong Here, autoprodotto, inciso in Illinois negli studi Solid Sound di Hoffman Estates. Nella loro carriera hanno girato più volte negli Usa e in Europa, supportando tra gli altri Johnny Cash, Steve Earle, Joe Ely, David Crosby e Delbert McClinton. Dopo alcuni cambi di formazione il quintetto è tornato alla line-up iniziale con Andon Davis alla chitarra, Michael Krayniak al basso, Paul Bivans alla batteria e Alton Smith alle tastiere.

Anna Fermin è una cantante dotata di una voce solida, forte, estesa e melodica e un’autrice che si ispira nei testi alle sue esperienze e ai suoi viaggi, scrivendo una musica che ricerca un equilibrio tra rock, folk, blues e country, con un forte senso della melodia. Canzoni non troppo complesse, di presa immediata, che sembrano mancare di quel tratto caratteristico in grado di far presagire un salto di qualità che, d’altronde, dopo vent’anni è difficile immaginare.

You Belong Here esce a otto anni di distanza dal precedente, dopo un periodo complesso per l’autrice che, dovendo crescere due figli adolescenti, aveva anche pensato a rinunciare alla band. Ma alla fine l’amore per la musica ha prevalso, come racconta il testo della title track del disco, una ballata intensa interpretata con sensibilità. Durante la pausa del gruppo la Fermin ha lavorato per una produzione teatrale, scrivendo musiche diverse dal solito e interpretando covers di standard di jazz e di Lou Reed. Ma il ritorno del chitarrista Andon Davis l’ha convinta a proseguire con i Trigger Gospel.

Oltre alla title track si distinguono il mid tempo Land Of The Long White Cloud, ispirato da un viaggio in Nuova Zelanda, l’intima ballata I’ve Got Friends e Forget The Rest che si riallaccia alla sua adolescenza e ai contrasti con il padre che non accettava le sue scelte lontane dalle tradizioni filippine, arrangiata con fisarmonica e mandolino. Great Days è un tributo alla madre e ai suoi sforzi per crescere in serenità le figlie, eseguito con il piano e la fisarmonica di Alton Smith. In chiusura la corale You Coulda Walked Around The World, cover di Butch Hancock. Da notare anche la copertina di Tony Fitzpatrick, artista di Chicago che in passato ha lavorato con Steve Earle.

JEFF BOORTZ – Half The Time

di Paolo Baiotti

24 maggio 2017

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JEFF BOORTZ
HALF THE TIME
JeffBoortzMusic.com 2014

Attivo da una ventina d’anni, originario di Houston, Jeff è un cantautore ai confini tra il folk, il country e l’americana. Ha inciso cinque albums, incrementando l’attività nell’ultimo lustro. Infatti Half The Time è stato inciso negli studi Rendering Plant di Nashville nei primi mesi del 2013 e pubblicato nel 2014, seguito alla fine del 2015 da Every Other Night. In Half The Time, che comprende tracce scritte in diversi periodi, Jeff è affiancato dal vecchio amico John Jackson alla chitarra e alla direzione musicale del gruppo, un musicista di grande esperienza che in passato ha collaborato con Lucinda Williams, Shelby Lynne e Bob Dylan. Gli altri collaboratori sono session men di Nashville come Fats Kaplin (Jack White, Nanci Griffith) al violino e pedal steel, Ken Coomer (Uncle Tupelo, Wilco) e Marco Giovino (Robert Plant, John Cale) alla batteria, Randy Leago (Kathy Mattea, Shelby Lynne, Lucinda Williams) e Michael Webb (Sturgill Simpson, Poco) alle tastiere.

Half The Time scorre piacevole e veloce, senza grandi sussulti. Jeff ha una voce discreta, non molto caratteristica e se la cava come compositore, ma la validità dei collaboratori è determinante nell’alzare le quotazioni del disco. L’orgogliosa ballata sudista Baton Rouge, il mid-tempo Hey Passion, la ballata d’impronta country Silver Lining percorsa dalla pedal steel e la robusta Since You’re Gone valorizzano la parte finale del disco, mentre nella prima parte non sfigurano la scorrevole title track e il cadenzato roots rock Stay Low.

DAVE ALVIN & PHIL ALVIN – Hard Travelin’

di Paolo Crazy Carnevale

22 maggio 2017

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DAVE ALVIN & PHIL ALVIN – Hard Travelin’ (YepRoc Records 2017, EP)

Il nuovo capitolo delle escursioni musicali con cui fratelli Alvin omaggiano le loro radici musicali è un EP di quattro brani inediti pubblicato in occasione del recente decimo Record Store Day. Più che potrebbe preludere ad un nuovo disco del duo sembrerebbe una cosa estemporanea, questo lo si deduce dalle formazioni usate, assemblata con brani rimasti fuori dagli altri due dischi.

Il vinile in questione è un concentrato di energia, rispetto ad esempio allo splendido esordio degli Alvin come duo, uscito nel 2014, qui le radici sono rivisitate in chiave rock’n’roll, quasi un ritorno alla musica di quei gloriosi Blasters di cui gli Alvin sono stati un po’ i motori. Se in Common Ground il filo conduttore erano le canzoni di Big Bill Broonzy suonate in chiave stupendamente acustica, qui gli artisti presi in considerazione sono diversi e il sound è elettrico come non mai: peri primi tre brani infatti abbiamo la sezione ritmica galoppante (Lisa Pankratz e Brad Fordham) e come ulteriore chitarrista Chris Miller.

Si inizia col Woody Guthrie della title track che grazie anche alla slide di Miller diventa un brano trascinantissimo, con Dave che soffia nell’armonica e Phil che canta da solista. La pasta di cui il vinile è fatto è questa, musica diretta, zero fronzoli, tanto sudore. Nella canzone successiva la voce guida è quella di Phil (il più dotato dei due fratellini): si tratta della Mean Old Frisco di Big Boy Crudup. Dimenticate la celebre bella versione slow che Eric Manolenta registrò nel 1977, la rilettura degli Alvin è figlia di quella che Elvis fece per That’s Alright Mama, altra mitica composizione di Crudup.

Girando il disco ci troviamo ad ascoltare la più notturna – ma non meno tosta – California Desert Blues, con la firma di Lane Hardin, autore meno conosciuto: il brano è vincente e impreziosito da un doppio assolo di chitarra (Dave, che è anche la voce del brano, e Miller). Un arrangiamento indovinatissimo. A concludere il padellone troviamo Kansas City Blues di Jim Jackson, con la possente voce di Phil: si tratta di un altro brano molto ripreso ed è quello del disco con più affinità col suono del primo disco del duo. Non è un caso che il gruppo sia infatti differente, c’è Gene Taylor al piano e la sezione ritmica è formata da Bob Glaub e Don Heffington proprio come nel disco dedicato a Broonzy: Phil suona l’acustica e soffia possentemente nell’armonica mentre Dave si occupa della national.

Il disco è un 12 pollici di vinile rosso male utilizzato: ci sarebbe stato lo spazio per un altro paio di brani, oppure sarebbe stato bello averlo in un più suggestivo 10 pollici. Sulle etichette (differenti da un lato all’altro) non è indicata la velocità a cui far girare il disco, non è indicato il numero di copie “tirate” – che dovrebbero essere 1000 – e non vi è alcun riferimento al Record Store Day.

Ma se quel che conta è la musica, tranquilli, quella c’è ed è fantastica dalla prima all’ultima nota!

CURSE OF LONO – Curse Of Lono

di Paolo Baiotti

21 maggio 2017

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CURSE OF LONO
CURSE OF LONO
Submarine Cat 2016

Nati dalle costole della band britannica Hey Negrita, che eseguiva un mix di alternative country, blues, folk e southern rock, i Curse Of Lono (nome tratto da un libro di Hunter Thompson) sono stati formati da Felix Bechtolsheimer (voce e chitarra) con il batterista Neil Findlay e hanno esordito con questo Ep di quattro brani pubblicato anche in vinile, affiancato da Saturday Night, un minifilm diretto da Alex Walker formato da quattro video che accompagnano le canzoni, ribadendo la dimensione cinematografica della loro musica. Atmosfere gotiche, oscure, solo apparentemente quiete, con qualche eco di krautrock, la chitarra abrasiva e minacciosa di Joe Hazell e una voce tenuta un po’ in secondo piano caratterizzano Five Miles. La successiva London Rain è una traccia sofisticata, in parte recitata su una base jazzata con una tastiera che ricorda i Doors nell’assolo. He Takes My Place è una breve ballata malinconica che incrocia le armonie di Simon & Garfunkel con l’indie-folk, mentre la notturna Saturday Night conferma la centralità delle tastiere di Dani Ruiz Hernandez, mettendo in luce il contrasto tra la melodia dolce e dolente e il ruvido testo. Recentemente I Curse Of Lono hanno pubblicato l’album Severed, che comprende le tracce dell’Ep ad eccezione di Saturday Night, accolto con entusiasmo dalla critica britannica.
Una nuova band da seguire con attenzione.

CARLO VALENTE – Tra l’Altro…

di Ronald Stancanelli

21 maggio 2017

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CARLO VALENTE
TRA L’ALTRO
2017 – AUTOPRODOTTO E distribuito da ISOLA TOBIA LABEL

Di Rieti ove nasce nel 1990 Carlo Valente è autore di questo autoprodotto esordio di pensieri in forma di canzone, nei quali esplica diremmo mirabilmente situazioni, contesti e stati di cose che attraversano il nostro paese nell’ambito di svariati momenti. Varie le tematiche prese in considerazione, esibite e proposte con circostanza dei fatti, intelligenza e profonda ed acuta introspezione dando un risultato finale che risulta essere la somma di nove brani, di notevole interesse. Pervicace e abile nella sua saggezza esplicata con contorno di note musicali Valente slega nodi a profusione cercando di sviscerare fatti accaduti precedentemente e problematiche che quotidianamente assillano il nostro vivere tra le difficoltà e le miserie che ci assillano ogni benedetta volta che sentiamo un giornale radio o vediamo un telegiornale. Non per niente detto album è dedicato a Federico Aldrovandi, il diciottenne morto durante un controllo di polizia. In questi nove quadretti il giovane Valenti tocca come detto svariati temi e quindi mafia, giuoco del calcio, morti sospette, violenza, politica, immigrazione ed emigrazione ne sono le interessanti e approfondite componenti. Quindi importanti temi sociali portati avanti con il supporto di musiche variegate che attraversano il country rock, la marcetta, lo swing, il pianojazz e così via formando un album di sicuro interesse che assieme a quelli precedentemente da noi proposti ovvero La Riccia e Agnello sono un importante segnale per il nostro cantautorato d’autore che sta girando purtroppo le boe degli avanzati anni. Giustamente nuove interessanti leve incalzano e decisamente più giovane il Valente dei tre. Stimolanti e coinvolgenti i brani, tutti nessuno escluso, il che ci porta a consigliare in toto l’album senza far prevalere alcun pezzo riguardo un altro.
Escluso un brano tutti sono a sua firma e l’artista oltre a cantare suona chitarra acustica, tastiere e fisarmonica mentre Giosuè Manuri alla batteria e percussioni, Fusiani/Pennacchini/Di Biagio ai fiati, Piergiorgio Faraglia alle chitarre e Francesco Saverio Capo al basso lo aiutano a portare a compimento questo piacevole, solare e perspicace album; questi ultimi due ne sono anche produttori e arrangiatori, oltre che curatori di missaggio e mastering. Profonda nella sua semplicità la vignetta di copertina ove vestiti colorati cercano e riescono a volare liberi mentre una specie di tunica tra il militare e l’inquietante resta saldamente fissata con delle mollette ad una corda, quest’ultima resta nella back cover! Bel lavoro in tutti i sensi. Se Bubola ironicamente una volta diceva Tutti Assolti qua con tematiche similari possiamo dire agli autori di questo disco semplicemente Tutti Bravi.

ANTONIO AGNELLO – Vecchia Biro

di Ronald Stancanelli

16 maggio 2017

ANTONIO AGNELLO Vecchia Biro[325]

ANTONIO AGNELLO
Vecchia Biro
Isola Tobia Label 2017

Iniziano a fioccare in redazione, anche se quest’anno in misura minore rispetto al passato, cd che ambiscono di esser sentiti per l’imminente Premio Tenco. Premio Tenco che anch’esso sta pian piano improrogabilmente modificandosi in varie componenti.

Estrapoliamo da questo nucleo di arrivi sicuramente il più singolare. Vecchia Biro il suo titolo, e già ci riporta tutti a casa, verso certo passato che appunto una penna biro non può non evocare. Il tipo è tal Antonio Agnello che oltre a scriversi testi e musiche si produce anche il tutto. Un cantautore vecchia maniera One Self Man ! E questo incuriosisce non poco. Nel suo lavoro ove oltre a cantare suona vari tipi di chitarre, il kazoo, ricordate il Bennato dei tempi d’oro? e il mandolino, è coadiuvato da vari musicisti nella misura di otto maschi e due gentili fanciulle. La copertina è un disegno anche questo caro ai tempi andati, un fumetto che potrebbe stare tra cose che venivano stampate nei settanta ovvero certe copertine tra Baglioni, Cocciante e Stefano Rosso.

Ma voi direte, parafrasando la bravissima Marian Trapassi. Si va bene ma la musica?
Pur non avendo in accompagnamento al cd ricevuto note di presentazione alcune non si fa fatica a collocare l’artista nella zona di provenienza siciliana e a notarne immediatamente una buona e dileggiante dose di ironia molto incisiva. Contrasti evidenzia nella sua penetrante semplicità un paragone tra diversi parametri di valutazione sia delle cose che della vita. Ironia e amaro sarcasmo caratterizzano Fumare Uccide mentre le radici solide della propria identità sono il tema portante della beffarda MediterrOnei. Parimenti Mestieri in estinzione cavalca mirabilmente pieghe del tempo che chiudendosi su se stesse le allontanano sempre maggiormente dall’attuale presente. Probabilmente tinte di colori autobiografici i piacevolissimi quadretti di Chitarra Ironica e Infiniti Petali. Dipinto Rosso con note musicali di leggiadra memoria forse il momento più debole dell’album pur pregno di certa suggestiva musicalità mentre uno scherzo leggero invece Quartiere Miao tra fumetto e varietà anni sessanta. Conclude L’Immagine dei Tempi/Vecchia Biro tra tempo che scorre e giuste considerazioni rivestite di minimali ed essenziali note musicali.
Cd uscito per la Label Isola Tobia ci ha attratti ed affascinati in un lampo.

Ultima nota, ma non meno interessante delle altre da far rilevare, è che i testi sono pagina per pagina scritti a bella calligrafia su fogli di quaderno a righe, con vari piccoli colorati disegni, che ci riportano ancora una volta a certo passato della nostra infanzia quando smartphone, computer, telefonini, highphone e altre diavolerie simili non esistevano e bastava appunto un libo, una biro e un foglio di carta per andare avanti e imparare a capire il mondo. Bell’album che ci riporta a certo semplice cantautorato che ci ha accompagnati nel crescere.

MUDCRUTCH – 2

di Paolo Crazy Carnevale

10 maggio 2017

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MUDCRUTCH – 2 (Reprise 2016)

All’osservatore/ascoltatore poco attento, i Mudcrutch potrebbero sembrare la stessa cosa – o quasi – di Tom Petty & The Heartbreakers, stesso cantante e autore di buona parte dei brani, stesso chitarrista e stesso tastierista… La differenza invece è davvero molto tangibile, basta il primo ascolto di questo disco per capire che Tom Petty è uno dei Mudcrutch mentre gli Heartbreakers sono il gruppo di Tom Petty. Che poi lui li tratti democraticamente e magari collabori con gli altri in sede di composizione è altra cosa: i Mudcrutch sono un gruppo più orientato verso sonorità country-rock (almeno nel loro primo disco, qui le cose si fanno più robuste), gli Heartbreakers sono rock’n’roll puro in tutte le sue manifestazioni.

Questo secondo disco della formazione, che oltre a Petty (al basso), Mike Campbell e Benmont Tench, contempla il batterista Randall Marsh e il secondo chitarrista Tom Leadon, è giunto davvero a sorpresa, il primo era stato sbandierato a lungo anche per l’eccezionalità della cosa, perché i Mudcrutch erano la band di Petty, Campbell e Tench prima di diventare Tom Petty & The Heartbreakers, questa seconda prova, per certi versi altrettanto dignitosa se non di più, non era stata annunciata ed è stata quindi una sorpresa molto piacevole.

Il sound è una via di mezzo tra atmosfere tipicamente rock ed altre cose più rilassate, ma la cosa che balza all’occhio è come Petty non sia più l’unico autore dei brani e non sia nemmeno l’unico cantante, come invece è negli Heartbreakers. Ci sono inserimenti di strumenti vicini alla tradizione, come la pedal steel e il banjo (questo opera di Herb Pedersen, che dà una bella mano anche nei cori, perché se negli Heartbreakers i cori erano appannaggio prima di Howie Epstein e poi di Scott Thurston, qui tutti e cinque i componenti cantano, chi meglio che peggio).

Undici tracce in tutto, cinque sul lato A e sei sul lato B, con alcune autentiche punte di diamante, soprattutto nella prima parte: a partire dall’ottima Trailer, con una grande apertura di armonica dell’autore, che guarda indietro ai tempi di in cui il gruppo era ancora un combo di ragazzi che sognavano in grande nella natia Florida, a Jacksonville, guarda vaso la stessa città d’origine dei Lynyrd Skynyrd, menzionati proprio nel testo di questo bel brano.

Le due tracce successive non sono da meno: Dreams Of Flying è rock allo stato puro con Leadon a dividere le parti vocali con Tom, mentre Beautiful Blue è una lunga ballatona in cui la solista di Campbell dialoga benone con la pedal steel dell’ospite Josh Jove. Beautiful World è il primo brano non firmato da Petty, l’autore è il batterista che in questa sede è pure cantante: il brano ha forti richiami a George Harrison, non a caso un grande amico di Petty, dall’uso della voce alla struttura, tutta la canzone sembra un tributo all’ex Beatle, persino la chitarra di Campbell.

Il lato si conclude con un altro brano tranquillo, I Forgive It All, di nuovo con Petty al canto e una delicata chitarra acustica e Tench che sottende coinvolgenti tappeti di tastiere mai esagerati, mai invadenti.

La seconda parte del disco apre alla grande con un brano firmato da Leadon e cantato dall’autore in tandem con Petty e Pedersen, The Other Side Of The Mountain è una canzone molto solida, una delle migliori del disco, guidata da un ritmo sostenuto dal banjo di Pedersen (che è stato poi coinvolto anche nel tour intrapreso dai Mudcrutch a sostegno del disco), Campbell ci infila un assolo baritonale molto azzeccato per l’andamento country rock della composizione. Con Hope si passa invece ad una psichedelia quasi garagista, con Tench alle prese con suoni di tastiera davvero vintage e con la voce di Petty in perfetto tema per la bisogna.

Welcome To Hell è firmata dal tastierista, l’andamento è boogie, niente di memorabile, senz’altro un brano ben suonato, più un esercizio di stile che altro, nonché un’opportunità per ascoltare la voce di Tench. Voce che torna in Save Your Water a sparire le parti vocali con Petty e Leadon al servizio di un brano veloce. Toccapoi a Campbell firmare e cantare un brano, Victim Of Circumstance, quasi rockabilly, molto veloce, da ricordare più che altro per il breve solo di chitarra alla fine. Come nel caso di Tench, anche Campbell non è un cantante dotato (non a caso Petty a voluto Scott Thurston negli Heartbreakers dopo la morte di Epstein). Il finale è affidato alla lunga Hungry No More, una composizione che conta su un lavoro mastodontico della chitarra di Campbell, mentre Petty sfodera un bellissimo suono del basso.

GIACOMO LARICCIA – Ricostruire

di Ronald Stancanelli

2 maggio 2017

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GIACOMO LARICCIA
RICOSTRUIRE
Lariccia Autopodotto 2017

Di Giacomo Lariccia abbiamo in passato parlato in concomitanza con alcuni Premi Tenco dei suoi precedenti lavori, gli ottimi Colpi di sole del 2012 e Sempre avanti del 2014, album importanti e densi di eccellenti canzoni dal solido impegno e tratte da vicende vere o storiche come L’attendente Cancione in bicicletta imperniato su un fatto susseguente l’8 settembre, o Sant’ecc’homo, vicenda particolare accaduta in un piccolo paese, o Roma occupata che narra gli ultimi momenti di una delle vittime delle Fosse Ardeatine. O ancora Dallo zolfo al carbone, La miniera, Sessanta sacchi di carbone e Sotto terra, tutte e quattro sulla storia degli emigranti siculi, e non, in quel delle miniere belghe, una più coinvolgente e suggestiva dell’altra.

Ventitre bellissimi brani in questi suoi due primi album per Giacomo Lariccia che da anni vive a Bruxelles e ogni tanto torna per qualche breve periodo qua da noi. Ecco tenete a mente di informarvi su di lui poiché quando ricapita sarebbe decisamente il caso di andare ad assistere ad un suo concerto. Adesso con questo suo terzo lavoro, Ricostruire,ci regala un cd di ampie prospettive, aperto, più sereno, sicuramente intriso di giusto e doveroso ottimismo che dato ciò che oggi ci circonda è forse realmente quello di cui tutti abbiamo bisogno. Altre undici ottime canzoni riflessive ma nel contempo solari e quasi raggianti. Un lavoro che ci consegna un lato dell’artista che già conoscevamo, e che se non vuol certo essere buonista è in questo contesto decisamente realista e, diremmo ottimista. Pregno di una generale calma interiore questo nuovo lavoro non disdegna il suo lato impegnato come solito è fare e Celeste si erge tra le sue composizioni più belle e intense di sempre.

Lariccia suona le chitarre acustiche ed elettriche mentre Marco Locurcio è impegnato al basso, chitarra elettrica, synth, organo, violoncello, violino e tromba. Alla batteria e percussioni Fabio Locurcio mentre Alessandro Gwis al piano, Nicolas Kummert al sax e Jennifer Scavuzzo come back vocals chiudono il cerchio delle collaborazioni. Prodotto e arrangiato da Lariccia stesso assieme a Marco Locurcio l’album ha tutti i testi e le musiche composti da lui medesimo e chiudendo la recensione con un ultimo piacevolissimo ascolto dell’album non possiamo non citare la soave bellezza anche della title track Ricostruire e specialmente della splendida Quanta strada o ancora della leggiadria della pianistica Amori e variabili. Un album vivamente consigliato a tutti, anche agli amici esterofili, Giacomo vive appunto all’estero, e per ulteriori approfondimenti andate su www.giacomolariccia.com.

La particolare copertina è tratta da un dipinto di Micael Schepens.