Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

JJ GREY & MOFRO – Olustee

di Paolo Baiotti

16 luglio 2024

olustee

JJ GREY & MOFRO
OLUSTEE
Alligator 2024

John Higginbotham, meglio conosciuto come ‘JJ Grey’ ha formato i Mofro a metà degli anni novanta con il chitarrista Daryl Hance. Entrambi domiciliati a Jacksonville in Florida hanno firmato il primo contratto nel 2001 con la Fog City esordendo con Blackwater. Sin dal titolo di questo disco è evidente l’ispirazione dei luoghi vissuti dal cantante (il Blackwater River e lo State Park che lo circondano), un tema che ritorna spesso nelle sue canzoni, come Lochloosa (un lago nel cuore della Florida) e On Palastine. Nel 2010 Hance viene sostituito da Andrew Trube, senza scossoni. Dopo cinque dischi con la Appaloosa JJ passa alla Provogue per Ol’ Glory del 2015, mantenendo lo stile che lo caratterizza tra rhythm and blues, southern soul e blues con un pizzico di southern rock, ideale per la sua voce soul potente, espressiva e modulata. Poi è seguita una lunga pausa finalmente interrotta da Olustee, titolo riferito al luogo della più grande battaglia della guerra civile americana in Florida a 80 km. da Jacksonville.
Che cosa è cambiato in questi nove anni in cui comunque la formazione ha continuato a suonare percorrendo gli Stati Uniti, soprattutto il sud, con qualche puntata in Giappone ed Europa (Italia esclusa ovviamente)? Parecchio nella band in cui rimane solo Todd Smallie al basso oltre ai due trombettisti, mentre alla batteria siede Craig Barnett, la chitarra passa a Pete Winders e le tastiere a Eric Brigmond, con nuovi membri anche al sax, trombone e cori, poco nella musica che segue le coordinate preferite da Grey, sempre più leader e per la prima volta anche produttore dell’album inciso come al solito nello studio Retrophonics di Saint Augustine dell’ingegnere del suono Jim Devito e pubblicato nuovamente dalla Alligator dopo la parentesi con la Provogue. Il cantante continua a raccontare storie della sua regione, di mitici personaggi locali, delle foreste e dei fiumi che lo circondano e che ama profondamente, nonché storie personali di successi e sconfitte, speranze e desideri, con l’intenzione di trasmettere un messaggio di rispetto per la natura e per le persone. Da anni impegnato in una fondazione che si occupa di proteggere l’habitat ittico delle coste della Florida, Grey riesce a dare con la sua musica un’impressione di sincerità e autenticità, anche per merito di una voce che è sicuramente tra le migliori del Sud.
L’iniziale ballata The Sea inserisce la novità di un avvolgente arrangiamento orchestrale della Budapest Symphony Orchestra che ritorna nella chiusura di Deeper Than Belief, ma con Top Of The World si passa a un nervoso funky-soul con le coriste che si contrappongono alla voce di JJ e i fiati protagonisti del break solista, seguito dalla notevole ballata On A Breeze profumata di gospel e dal rock incalzante della title track che ricorda nel testo gli incendi che nel ’98 danneggiarono l’est della Florida, irrobustita da una chitarra incisiva e dall’armonica di JJ. L’unica cover è una sontuosa ripresa della ballata Seminole Wind del cantante country John Anderson che la pubblicò sull’omonimo album del ’92, una canzone che critica la distruzione della natura per fini economici, arrangiata con le trombe in primo piano nel break solista. Il continuo saliscendi dovuto all’alternanza di tracce ritmate e lente prosegue con il trascinante errebi Wonderland seguito dalla morbida e raffinata Starry Night, con la pressante Free High che ricorda Sly & The Family Stone seguita dalla sofferta ballata soul Waiting in cui la voce è veramente al top, per terminare con il funky fiatistico di Rooster irrorato dalla chitarra solista e l’orchestrale Deeper Than Belief, traccia sofferta con il sorprendente flauto di Kenny Hamilton.
A questo punto l’importante è che non passino altri nove anni prima del prossimo album!

Paolo Baiotti

SLASH – Orgy Of The Damned

di Paolo Baiotti

5 giugno 2024

slash

SLASH
ORGY OF THE DAMNED
Snakepit/Gibson 2024

Non lasciatevi fuorviare dall’immagine da teppistello di Slash, dal suo percorso con i Guns N’ Roses, dal titolo o dalla copertina più appropriati per un disco di trash metal! Orgy Of The Damned è un eccellente disco di rock-blues come ne ascolterete pochi quest’anno. Nato a Londra, ma residente da sempre a Los Angeles, Saul Hudson non è più un ragazzino (classe 1965). Dopo gli anni turbolenti e di successo planetario con i Guns N’ Roses, il periodo con i Velvet Revolver, la carriera solista con i Conspirators e il ritorno con i Guns nel 2016, è riuscito a trovare lo spazio per un progetto che aveva da tempo voglia di completare, un disco di blues e rhythm and blues con ospiti cantanti di diversa provenienza. Già nel ’96 aveva formato gli Slash’s Blues Ball, attivi per un paio di anni, che comprendevano il bassista Johnny Griparic e il tastierista Teddy Andreadis, recuperati per le incisioni di questo album. D’altronde nella sua carriera Slash ha collaborato con artisti come Michael Jackson, Bob Dylan, Lenny Kravitz, Carole King, Alice Cooper e Rihanna, per citare i più famosi ed è molto più versatile di quanto si possa pensare. Con l’amico Mile Clink alla produzione, il batterista Michael Jerome (Richard Thompson, John Cale, Charlie Musselwhite) e il cantante/chitarrista Tash Neal a completare il gruppo in studio, il chitarrista ha scelto una decina di brani storici di blues e soul incidendo principalmente a Los Angeles nel suo studio e negli East West Studios. Il suono è in equilibrio tra rock e blues, senza esagerazioni a parte un paio di occasioni e le voci sono state scelte con cura. Partiamo con le presenze inevitabili o quasi: Paul Rodgers fa il suo dovere in scioltezza in Born Under A Bad Sign e non c’erano dubbi al riguardo, come Beth Hart in una sofferta e potente Stormy Monday e Gary Clark Jr. in una Crossroads esplosiva e rallentata nel break strumentale in cui oltre alla voce aggiunge la sua chitarra. Nulla da dire sulla voce rugosa e sulla chitarra del maestro Billy Gibbons in una ruvida Hoochie Coochie Man e su Chris Robison che interpreta alla grande The Pusher di Hoyt Axton, una canzone sulla droga famosa nella versione degli Steppenwolf datata 1968. Le sorprese positive iniziano con Chris Stapleton che mette la sua voce potente e ruvida al servizio di Oh Well di Peter Green, proseguono con la giovane cantante Dorothy Martin alla quale viene affidata Key To The Highway, con Iggy Pop in veste di crooner nella morbida ed elettroacustica Awful Dream di Lightnin’ Hopkins scelta dall’iguana, con Demi Lovato in un’indiavolata Papa Was A Rolling Stone (The Temptations) e Brian Johnson che dimentica gli sforzi vocali ai quali è costretto con gli Ac/Dc, rilassandosi in una notevole Killing Floor in cui spunta anche l’armonica di Steven Tyler. Mancano all’appello Living For The City (Stevie Wonder) affidata alla voce soul di Tash Neal e lo strumentale Metal Chestnut scritto dal chitarrista, che chiude egregiamente un disco decisamente riuscito.
Slash ha organizzato anche il S.E.R.P.E.N.T. Blues Festival che girerà negli Stati Uniti questa estate con fini benefici; parteciperanno tra gli altri la Warren Haynes Band, Keb’ ‘Mo, Kingfish Ingram, Robert Randolph, Samantha Fish e le Larkin’ Poe.

Paolo Baiotti

SAFARI SEASON – Forevermoor

di Paolo Baiotti

12 maggio 2024

forevermmor

SAFARI SEASON
FOREVERMOOR
Paraply Records 2023

Anders Lindgren (chitarra, tastiere, pecussioni, cori) ha iniziato la sua carriera come musicista punk a Karlstad nell’ovest della Svezia, militando in una band di culto. Poi si è spostato a Stoccolma formando il gruppo 99th Floor che ha ottenuto buoni riscontri in patria, suonando nei festival più importanti e pubblicando due singoli. Lars Ryen (voce solista, tastiere) ha vissuto da giovane a Torsby, una cittadina nell’ovest della Svezia. Dopo avere militato nei The Productions, ha formato i Touch, complesso pop che è stato trasmesso da numerose radio locali, quindi ha raggiunto gli Staten, formazione di musica e teatro e contemporaneamente ha aggregato The High Life. In seguito ha aperto un negozio di dischi, The Beat Goes On, dove ha conosciuto Lindgren, con il quale ha creato il duo Lynden-Rye che successivamente ha cambiato nome in Shaved e infine di Safari Season a metà degli anni novanta. Dopo parecchi anni, hanno esordito con The Sounds Of the Sun nel 2002, seguito da parecchi EP e singoli e da un secondo album.
Forevermoor è il loro terzo disco, pubblicato in vinile e cd, nel quale sono aiutati da un altro musicista che si può considerare come un membro esterno della formazione, il polistrumentista e produttore esecutivo Daniel Gullo (basso, batteria, tastiere e chitarra) e da numerosi session-men. I dieci brani scritti da Ryen e Lindgren e arrangiati con Gullo sono riconducibili ad un pop-rock melodico con qualche traccia glam e psichedelica, parti vocali molto curate e avvolgenti.
L’apertura Running Free è un rock intenso che viene ripreso in una seconda versione più breve, quella del singolo, in chiusura della scaletta. Quindi si passa dalla sognante e corale Silver Stream, Golden Dream profumata di sixties alla maestosa Nowhere On The Run indurita dalla chitarra, dalla rilassata Peaceful che ricorda i Beach Boys, arrangiata con la tromba di Magnus Berg e gli archi come l’orchestrale Listen To The Wind alla riflessiva This Gentle Night, con una preferenza per impressioni e sensazioni quiete e malinconiche. Darkness Queen alza il ritmo, ma l’elettroacustica A New Future lo riabbassa con le sue atmosfere che sfiorano il prog nella prima parte che precede un’accelerazione più grintosa. Da segnalare anche la title track, up-tempo brillante e trascinante che conferma la preferenza del duo per un pop confezionato con cura.

Paolo Baiotti

AA.VV. – Live From The Archives Vol. 3: Music Is Love

di Paolo Baiotti

12 maggio 2024

music is love

AUTORI VARI
LIVE FROM THE ARCHIVES VOL. 3: MUSIC IS LOVE
Route 61 Music 2024

Nel 2012 la label romana ha pubblicato il pregevole doppio Music Is Love “a singer-songwriters tribute to the music of CSN&Y”. A dodici anni di distanza questo terzo volume proveniente dagli archivi si può considerare collegato al precedente, trattandosi di un concerto/tributo a David Crosby, il grande cantautore californiano che ci ha lasciato nel gennaio del 2023.
Nell’ambiente intimo del Mammut Live Club di Roma si sono ritrovati il 7 ottobre del 2023 colleghi e amici di David guidati da Jeff Pevar, co-fondatore del trio CPR (Crosby, Pevar, Raymond) nonché collaboratore di CSN e dalla moglie Inger Nova Jorgensen. Tra gli altri partecipanti il cantautore americano Marcus Eaton, considerato da Crosby uno degli autori emergenti del nuovo millennio, la Deja Vu Band di Stefano Frollano e Claudio Maffei, i Rawstars di Francesco Lucarelli (che conosce e collabora con Pevar dal ’93) e il cantante soul-jazz romano Joe Slomp. Nei 13 brani scelti per il cd si alternano tracce soliste, delle collaborazioni in varie forme con Nash, Stills e Young e dei CPR, formando un ritratto in musica che comprende tutte le sfaccetture dell’arte di Crosby tra elettrico e acustico, rock, folk e jazz, con testi poetici e intimi intrisi di spiritualità.
L’apertura elettrica d’impatto di Long Time Gone con Pevar alla voce e chitarra solista insieme a Frollano è sfumata da The Lee Shore interpretata con sapienza da Maffei e dagli strumentisti e dalla bluesata Little Big Fish tratta dal repertorio dei CPR. Marcus Eaton esegue da solo l’eterea Slice Of Time, che ha composto con Crosby per l’album Croz e l’impegnativa Find A Heart dallo stesso album, mentre a Joe Slomp con i Rawstars è affidata la scorrevole ballata River Rise, il brano più recente proveniendo da For Free del 2021, dove era stata interpretata con Michael McDonald (ex Doobie Brothers). Marcus presenta Tracks In The Dust definendola una delle sue preferite e la suona con il prezioso aiuto di Jeff all’acustica. Le armonie vocali sono molto curate come è doveroso trattandosi di Crosby: lo confermano Triad che David presentò ai Byrds ma che fu pubblicata per primi dai Jefferson Airplane, eterea nella parte cantata e velocizzata nella parte centrale da una jam jazzata e la ballata corale Delta resa con cura da Maffei alla voce solista con un intenso finale chitarristico. In chiusura la pianistica Bittersweet con Marcus alla voce e una notevole sezione strumentale, l’inno Almost Cut My Hair da Deja Vu e l’energica It’s All Coming Back To Me Now scritta da Pevar e Crosby, affidata al suo coautore con l’accompagnamento dei Rawstars, completano un tributo decisamente riuscito.

Paolo Baiotti

STEVE YANEK – September

di Paolo Baiotti

23 aprile 2024

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STEVE YANEK
SEPTEMBER
Primitive Records 2023

Emergere nel mondo della musica non è facile, questo lo sappiamo tutti. Spesso ci vogliono molta pazienza, fiducia e forza…e magari si resta lo stesso delusi! Steve Yanek, originario di Youngstown in Ohio anche se da tempo residente nelle campagne della Pennsylvania, aveva esordito positivamente nel 2005 con Across The Landscape e sembrava destinato ad un futuro di un certo interesse. Invece, nonostante buone recensioni e l’aiuto di nomi illustri (Jeff Pevar, Rod Morgenstein, T. Lavitz) il disco è stato rapidamente dimenticato. Tuttavia Steve, dotato delle caratteristiche sopra citate, non ha mollato: dapprima ha fondato la Primitive Records, ha lavorato come manager, formato una band e organizzato uno studio di registazione. Dopo parecchi anni di pausa è tornato con Long Overdue nel 2022, inciso durante la pandemia e prodotto da Jeff Pevar (CPR) che ha anche collaborato strumentalmente, riunendo tracce vecchie e nuove tra rock e country, Tom Petty e Jackson Browne, Eagles e Merle Haggard.
Con September invece, confortato dalla positiva accoglienza di Long Overdue che ha ottenuto buoni piazzamenti nelle classifiche indipendenti di settore, Steve ha deciso di fare tutto da solo: ha inciso dieci canzoni nuove presso il suo studio, suonando ogni strumento e ispirandosi ad Emmitt Rhodes, cantautore e polistrumentista considerato da molti “the One Man Beatle” per le sue incisioni in solitaria debitrici dei Fab Four, morto nel 2020. In realtà questo disco era già pronto quando è uscito il precedente, ma giustamente Steve ha atteso qualche mese separando i due progetti.
September è un album molto melodico come dimostrano la scorrevolezza pop di Summer Days, il country-pop di I Could Use A Little Rain che ricorda gli Eagles, il rock addolcito di Catch My Fall, l’incedere leggero e un pizzico malinconico di Count Every Moment, la tenerezza dell’autobiografica Carousel che racconta il primo incontro con la moglie, la dolcezza di You Know It’s Right, la brillantezza dell’apertura rock di Begin Again e l’ottimismo del testo della title track posta in chiusura.
September ondeggia con grazia e leggerezza tra pop, rock e Americana, dimostrando le qualità di un autore, cantante e valido polistrumentista meritevole di essere ascoltato.

Paolo Baiotti

WENDY WEBB – Silver Lining

di Paolo Baiotti

18 aprile 2024

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WENDY WEBB
SILVER LINING
Spooky Moon Records 2023

Abbiamo già scritto di Wendy Webb nel 2016 recensendo il suo quarto album This Is The Moment. Cantautrice dell’Iowa residente a Sanibel Island in Florida, ha iniziato la sua carriera discografica nel 2004 con Morning In New York, seguito da Moon On Havana (ispirato da un viaggio a Cuba) e da Edge Of Town nel 2012. Nel 2017 ha pubblicato Step Out Of Line che ha ottenuto recensioni positive confermando l’impressione di una cantante dalla voce folk/pop calda, morbida e melodica, accompagnata da una musica che si muove con eleganza tra pop, jazz e blues, avvicinabile nello stile a grandi artiste come Carole King, Laura Nyro, Joni Mitchell, Carly Simon e Norah Jones. Valente cantante e sensibile pianista, afficancata come sempre da John McLane (fiati, archi, batteria, basso, tastiere, chitarre) e Danny Morgan (bongo, chitarra, percussioni) che hanno anche prodotto il disco registrato da McLane, Wendy torna dopo qualche anno di pausa con Silver Lining, un album molto orecchiabile e sosfisticato che sembra destinato a un pubblico più maturo, pur confermando le coordinate musicali del passato tra folk, jazz, pop e blues. La registrazione è stata rallentata e complicata dalla pandemia e da un uragano che ha colpito l’isola di Sanibel, distruggendo anche la casa che condivide con il marito, lo scrittore Randy Wayne White, ma risparmiando lo studio di registrazione.
Seppure composto da brani in parte un po’ troppo leggeri per le nostre orecchie, Silver Lining si lascia ascoltare senza sbalzi, a partire dalla sognante ballata pianistica This Is Love, proseguendo con la latineggiante e rilassata Old Blue Panama, alzando un po’ il ritmo con il soft-rock di Gonna Treat You Right e rallentandolo di nuovo per una cover pianistica di I’ve Grown Accustomed To Your Face da My Fair Lady, interpretata con classe e sensibilità dalla Webb sia vocalmente che al piano. Tra i brani successivi si apprezzano la notturna Timeless Love che ricorda vocalmente Carole King, la mossa I’ve Never Been To Argentina, la romantica Rhythm Of Your Love con il sax di McLane e un’altra interpretazione vocale notevole e la suadente Children On The Blue dedicata al padre, per finire con la ritmata Silver Lining.

Paolo Baiotti

I SHOT A MAN – Dues

di Paolo Baiotti

11 aprile 2024

dues

I SHOT A MAN
DUES
Bloos Records 2024

Ho ascoltato per caso questo trio torinese come spalla di Dany Franchi e Alberto Marsico al Festival del Blues del Magazzino di Gilgamesh e ne sono rimasto favorevolmente colpito. Appena è uscito il loro secondo album me lo sono procurato, non avendo potuto assistere al concerto di presentazione del disco. Sul loro sito scrivono: “gli I Shot A Man nascono nel 2014, dall’ostinazione di riprendere il blues delle origini e di suonarlo come fosse nato oggi. Le materie prime sono di prima scelta: chitarre elettriche, acustiche, resofoniche, batteria degli anni ’40, impreziosita da cucchiai e assi per lavare i panni, voce a metà tra il crooner e il musicista di strada. Il risultato è un suono essenziale, incompleto, che pensa al mondo in cui il blues è nato, quando gli strumenti erano pochi e arruginiti”.
Può sembrare un’ambizione esagerata, invece i ragazzi suonano proprio così! Nel 2022 hanno partecipato all’International Blues Challenge a Memphis, tre anni dopo avere pubblicato l’esordio Gunbender grazie ad un crowfunding. Poi hanno iniziato a pensare a Dues, molto più ragionato del precedente, prodotto e registrato da Manuel Volpe nel suo studio Rubedo a Torino.
Manuel Peluso (voce e chitarra), Domenico De Fazio (chitarra solista e voce) e Simone Pozzi (batteria e voce) compongono il trio che non ha un bassista e sono anche gli autori di nove dei dieci brani dell’album. Ovviamente il loro nome è un riferimento a un famoso brano di Johnny Cash (Folsom Prison Blues) e già questo denota una scelta di campo. Ma è soprattutto la musica che colpisce: il suono è antico e contemporaneo nello stesso tempo, parte dalla tradizione, ma la rielabora tenendo conto dello stile essenziale dell’Hill Country Blues del Mississippi, dell’approccio dei Black Keys o di certe cose di Jack White, senza dimenticare accennni di world music.
La spigolosa e cadenzata Arnold Wolf, uscita anche come singolo, richiama proprio i Black Keys con una chitarra ficcante e riusciti intrecci vocali, seguita da un’incisiva cover di Moaning At Midnight di Howlin’ Wolf con l’armonica di Tom Newton, dall’old style raffinato di Contemplation Blues e dal profumo d’Africa della notevole Desert Room. Toccando ogni aspetto ricollegato al blues senza essere degli integralisti, si prosegue con il boogie Left Eye in cui spicca una slide sofferta, con la morbida Annie Goodheart che si apre ad un sorprendente finale corale e con Thieves, quasi sospesa con il suo ritmo lento e una coralità gospel dovuta anche all’aggiunta delle voci di Alice Costa e Ilaria Audino. Nel finale la deliziosa Roll And Flow, la notturna Spazio 50 in cui dialogano il piano di Simone Scifone e la slide e la nostalgica ballata soul-blues Billboard in cui il piano è affidato a Manuel Volpe confermano le impressioni positive su Dues, un album che soddisfa in ogni aspetto e che meriterebbe una distribuzione più vasta a livello internazionale.

Paolo Baiotti

JAMES J TURNER – Future Meets The Past

di Paolo Baiotti

1 aprile 2024

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JAMES J TURNER
FUTURE MEETS THE PAST
Touch The Moon 2023

Originario di Liverpool, James ha imparato a suonare la chitarra da bambino appassionandosi al rhythm and blues, iniziando da adolescente a scrivere canzoni. Ha lasciato la scuola a 15 anni per lavorare di giorno sulle banchine portuali della città e per suonare di sera. A ventidue anni ha fatto la scelta di lasciare il lavoro e di dedicarsi alla musica come cantante di alcuni gruppi, tra i quali i Lies All Lies e The Electric Morning che hanno anche supportato Rain Parade e True West in Europa. In seguito ha aperto i Liverpool Hard City Studios dove ha inciso nel 2002 il suo esordio da solista The Believer ristampato nel 2017, ottenendo un certo interesse non solo in Gran Bretagna. Nel 2012, dopo quattro anni di lavoro, è uscito How Could We Be Wrong? più vicino al folk-rock di gruppi che lo hanno influenzato come i Fairport Convention e la Incredible String Band. Essendo un grande appassionato e studioso di storia antica (è membro dell’OBOD, Order of Bards, Ovates and Druids), gli approfondimenti in questo campo hanno influenzato Spirit, Soul & a Handful Of Mud, pubblicato nel 2016. Più recentemente, superata la pandemia, James ha ottenuto il supporto del Arts Council England che lo ha aiutato a registrare Future Meets The Past, un album che ruota intorno al tema del Druido Bardico che riconnette le persone sia allla natura che alle radici storiche del passato. Questo tema influenza soprattutto i testi, ma anche musicalmente ci sono dei collegamenti al folk acustico con i violini di Amy Chalmers, Neil McCartney e Chris Haigh e il violoncello di Vicky Mutch, mentre Turner suona chitarra acustica ed elettrica, mandolino e flauto a fischietto. Un suono orgoglioso prevalentemente acustico con una voce all’altezza, ma con una base ritmica che può richiamare alla lontana gruppi come gli Alarm, i Waterboys e i Big Country con un tocco di Americana.
La trascinante Future Meets The Past con inserimenti continui del violino, l’aggressiva Kalahari Rain, l’orientalegginte Breaking Of The Ties, il rock cadenzato e robusto di Heaven’s Inside You, la drammatica Same Old Story, il singolo folk-rock Hey Brother e l’epica Move Up To The Light sull’importanza della consapevolezza ecologica per combattere la politica delle corporazioni, sembrano emergere in un disco pieno di vitalità e di energia.

Paolo Baiotti

HANK WOJI – Highways, Gamblers, Devils And Dreams

di Paolo Baiotti

20 marzo 2024

highways

HANK WOJI
HIGHWAYS, GAMBLERS, DEVILS AND DREAMS
Autoprodotto 2023

Hank Woji ha fatto la gavetta come bassista nell’ambiente musicale di Asbury Park nei tardi anni ottanta e nei primi anni novanta, suonando blues, errebi, reggae e rock and roll in diverse band locali sia nei club che in festival e arene. Nel 2001 si è trasferito a Houston in Texas, entrando a far parte della vivace comunità locale di cantautori, ma nel 2009 si è nuovamente spostato nell’ovest dello stato a Terlingua proseguendo a scrivere e a incidere. Considerato un musicista di Americana nella tradizione di artisti come Guy Clark, Townes Van Zandt e Butch Hancock, ma anche fortemente influenzato dal folk di Woody Guthrie e Pete Seeger, ha pubblicato sei album a partire dal 2005 con Medallion fino a The Working Life del 2014 per giungere, dopo una lunga pausa, a questo ambizioso doppio cd Highways, Gamblers, Devils And Dreams di 23 tracce (di cui 5 cover) per quasi due ore di musica, che si può leggere come una riflessione sulle tematiche del mito americano. Se generalmente Hank si muove in tour come solista, in duo, in trio o con la sua Conspiracy Band, per l’incisione del recente album avvenuta in diversi studi (ben 15 in 8 stati) ha utilizzato numerosi turnisti.
Dotato di una voce che è stata definita come “resa granulosa dai venti e dalle sabbie del deserto” è sicuramente un folk singer della vecchia scuola che preferisce strumenti come la pedal steel, il violino, la chitarra acustica, l’armonica e il banjo, pur avendo questo disco una struttura elettrica.
L’apertura di Don’t Look Back ricorda Neil Young, mentre Chasin’ My Headlights Again è addolcita dalla seconda voce di Jaimee Harris. Nel primo disco ci sono quattro cover significative: I Ain’t Got No Home di Woody Guthrie con violino, fisarmonica e mandolino, cantata in trio con i colleghi e amici Jimmie Dale Gilmore e Butch Hancock, una dolente e acustica I’ll Be Here In The Morning di Townes Van Zandt in duetto con Jaimee Harris, Sitting In Limbo di Jimmy Cliff e Land Of Hope And Dreams di Bruce Springsteen più country dell’originale con l’inserimento del violino di Jeff Duncan e della pedal steel di Rob Pastore. Tra gli altri brani spiccano la rilassata I’m Gonna Hit The Number tra blues e JJ Cale, il riflessivo gospel Saving Grace e la delicata ballata Sunny Days.
Il secondo disco parte con il bluegrass Runnin’ With The Devil, proseguendo con brani autografi tra i quali la jazzata Man In A Cave con il sax di Tommy LaBella, l’Hammond di Radoslav Lorvic e delle percussioni sudamericane, El Sonador (The Dreamer) profumata di influenze latine e cantata in parte in spagnolo, mentre Start Building Bridges ondeggia tra People Get Ready e The Band con un messaggio importante di unità e umanità, ribadito da Corporations Are People dove Hank ci ricorda che anche le grandi aziende dovrebbero seguire le leggi. Dopo il gospel/blues The Devil’s At The Door è posta quasi in chiusura l’unica cover, Take Your Burden To The Lord, un gospel degli anni venti di Charle A. Tindley in cui si ascolta l’elettrica di Bill Kirchen (Commander Cody).

Paolo Baiotti

C. DANIEL BOLING – New Old Friends

di Paolo Baiotti

18 marzo 2024

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C. DANIEL BOLING
NEW OLD FRIENDS
Berkalin Records 2023

Paragonato ad artisti del calibro di Steve Goodman, Tom Paxton e John Prine, già vincitore del Grassy Hill Kerrville New Folk Contest e del Woody Guthrie Folk Festival, Daniel ha una lunga carriera alle spalle. Già membro del trio The Limeliters, ha lavorato come Ranger nei parchi nazionali e per altri uffici statali, diventando musicista a tempo pieno a cinquant’anni. New Old Friend è il suo nono album, prodotto da Jono Manson come il precedente e registrato nello studio del produttore The Kitchen Sink a Santa Fe. Quanto ai dischi precedenti, nel 2016 These Houses è stato nominato per i Grammy come migliore album folk.
Boling è amico da tempo del grande cantautore Tom Paxton, nato a Chicago nel ’37, che ha scritto brani coverizzati da Bob Dylan, Pete Seeger, Willie Nelson, Joan Baez e tanti altri. I due si sono ritrovati casualmente in Colorado nel 2022 per un raduno di autori e hanno iniziato a comporre insieme lavorando online sulla piattafoma Zoom, completando il disco non casualmente intitolato New Old Friends. Per Daniel è stato ovviamente un grande onore ed il risultato una sorpresa positiva per molti, cosicchè i due stanno anche suonando insieme dal vivo e preparando un secondo album in coppia.
Oltre alla collaborazione nella scrittura, Tom Paxton canta in cinque canzoni. Manson ha chiamato validi session men come Jason Crosby al piano, Jeff Scroggins al banjo e Char Rothschild per i brani arrangiati in modo più complesso che con la sola presenza di chitarra e voce, contribuendo a rendere il disco più vario e interessante.
Si parte con la scanzonata Get a Life! un duetto tra Daniel e Tom accompagnati da chitarra e banjo che profuma di Appalachi, seguita dalla prima canzone scritta dai due, la nostalgica Old Friends con il mandolino di Kelly Mulhollan. Gli altri pezzi cantati insieme sono il bluegrass This Town Has No Cafè, Red White And Blue caratterizzata dal piano di Crosby e Turn The Corner, una ballata deliziosa percorsa dall’armonica di Michael Handler in cui la voce di Paxton doppia quella di Boling.
Tra gli altri brani spiccano la delicata How Did You Know? e Of You And Me dedicata alla moglie Ellen, la disinvolta Bear Spray And Barbwire sulle disavventure che possono capitare camminando sulle montagne che circondano la città di Albuquerque in New Mexico dove Daniel vive, la bluesata The Keys sull’inesorabile trascorrere del tempo, Leaving Afghanistan che tratta delle problematiche dell’intervento americano e The Missing Years, una riflessione sulla pandemia e sulle sue conseguenze.

Paolo Baiotti

NOLAN MCKELVEY – Forward

di Paolo Baiotti

8 marzo 2024

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NOLAN MCKELVEY
FORWARD
Autoprodotto 2023

Attivo da oltre 25 anni nell’area di Boston, Nolan ha suonato in ogni angolo degli Stati Uniti toccando diversi generi musicali che possono essere racchiusi nel termine Americana: alternative country, roots, bluegrass, country e rock. In questo lungo periodo ha ricevuto apprezzamenti non indifferenti, aprendo per artisti ben più conosciuti tra i quali Greg Brown, Odetta, Leon Russell, Los Lobos, Jerry Douglas, Cowboy Junkies, Son Volt e Josh Ritter. Tuttavia, non è riuscito ad emergere né nell’attività da solista che conta cinque album, né come componente di diverse formazioni tra le quali The Benders con i quali ha inciso altri cinque dischi e The Resophonics. Ha trascorso un periodo in California dove ha suonato nella band di Joel Rafael, ha registrato con Levon Helm, poi si è trasferito in Arizona dove ha inciso con i Muskellunge (sei album) che sono la sua band attuale di bluegrass insieme ai Tramps And Thieves, ma alterna anche l’attività da solista e in trio. Nel 2020 ha pubblicato Songs Of Hope, un mini-album di sei canzoni in associazione con la fondazione “cure the kids” e Into The Silence, registrato dal vivo senza pubblico a Flagstaff in trio.
Ora torna da solista con Forward, registrato con un nutrito gruppo di musicisti in parte già utilizzati in passato, in cui conferma pregi e difetti della sua musica, gradevole e di discreto livello pur risultando indubbiamente derivativa e senza grandi picchi nella scrittura. Un artigiano della musica roots come ce ne sono tanti negli Stati Uniti, per cui è difficile pensare che riesca ad emergere ulteriormente.
Forward alterna tracce di matrice rock, country e folk disegnando un ritratto credibile della musica di McKelvey. Ballate intime e dolenti di impronta folk come Mother, la title track già uscita come singolo che si impone con un crescendo notevole e la springsteeniana Pretending (contro la guerra) si alternano al soul ritmato di Tir Na Nog con il sax di Dana Colley (Morphine), al rock di Phoenix Rising e Other Side e al country di Tears In The Dell e di Sweetest Dreams scritta per la figlia, con la chiusura di New House in cui spicca il violino dell’amica Megyn Neff.

Paolo Baiotti

STEFANO DYLAN: Torino, Cafè Neruda, 29/2/2024

di Paolo Baiotti

8 marzo 2024

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STEFANO DYLAN: TORINO, CAFE’ NERUDA, 29/2/2024.

Dopo diversi tentativi andati a vuoto in Italia, il percorso musicale di Stefano Dylan si è sviluppato quando si è trasferito a Malta con la famiglia nel 2012, dove ha formato una band e suonato anche da solista. Ma il vero cambio di passo è avvenuto dopo il trasferimento in Irlanda, nella zona di Limerick. Per sua fortuna nell’isola di smeraldo la musica è radicata nella cultura locale, si trovano con maggiore facilità ingaggi nei locali (soprattutto nei pub) e anche suonare per strada è molto apprezzato. Per farla breve Stefano è riuscito a diventare un musicista professionista in Irlanda e ha pubblicato tre dischi: Rough Diamonds nel 2019, Ouroboros nel 2022 e Ballads From Home nel 2023, i primi due con una prevalenza di brani autografi, il terzo di cover di brani tradizionali e di altri cantautori anglosassoni.
Nella sua prima apparizione italiana da solista a Torino dove è nato e ha vissuto a lungo, il cantautore ha suonato da solo dimostrando una certa sicurezza e dimestichezza sul palco, alternando cover a brani autografi tratti dai tre dischi citati, ma non solo.

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Dall’esordio sono state scelte l’eccellente ballata folk Not A Day Goes By, la deliziosa No Key Blues e The Road To Waterloo ispirata dai Miserabili di Victor Hugo, che perde qualcosa senza la chitarra elettrica dell’originale in studio. Da Ouroboros sono stati estratti i primi tre brani dell’album: la sofferta Endless Road, la nostalgica The Life Before e Fool’s Gold, mentre dal recente Ballads From Home il musicista ha eseguito Canadee-i-o del folksinger inglese Nic Jones, il tradizionale Fair Annie nell’arrangiamento di Martin Simpson, la malinconica The Green Fields Of France del cantautore australiano Eric Bogle, una canzone contro la guerra ripresa anche dai Dropkick Murphys e da The Men They Coudn’t Hang e il tradizionale Shady Grove. Non sono mancate un paio di tracce in italiano, Malinverno con la quale ha aperto la serata e Filastrocca, con la quale ha vinto un concorso per cantautori indipendenti a Biella nel 2001 e alcune cover, tra le quali Icarus di Anne Lister (conosciuta nella versione di Martin Simpson), The Fields Of Athenry di Pete St. John sulla grande carestia irlandese (ripresa tra gli altri dai Dubliners e dai Dropkick Murphys), la dolente ballata western Tumbleweed di Peter Rowan e nei bis, a chiusura del concerto, una toccante Rainy Night In Soho dei Pogues, dedicata ovviamente alla memoria di Shane McGowan, l’unico brano in cui, oltre alla chitarra acustica, il musicista ha suonato anche l’armonica.
Un esordio promettente doppiato la sera dopo a Novara, sperando che in futuro ci siano altre occasioni per ascoltarlo dalle nostre parti.

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Paolo Baiotti

BRIAN KALINEC – The Beauty Of It All

di Paolo Baiotti

3 marzo 2024

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BRIAN KALINEC
THE BEAUTY OF IT ALL
Berkalin 2023

Cantautore folk di Beaumont, da tempo residente a Houston, sempre in Texas, Brian è stato paragonato a grandi artisti come Woody Guthrie, James Tayor, Jim Croce e Rodney Crowell. Già presidente della Houston Songwriters Association, ha condotto per anni un festival di cantautori piuttosto conosciuto e ha partecipato come autore a numerose manifestazioni locali, ottenendo riconoscimenti in eventi tra i quali la Songwriter Serenade Competition e The Big Top Chautauqua Song Contest. Molto attivo nel sociale e nella promozione della scena locale, nel 2012 è stato premiato con il “My Texan” Award ai Texas Music Awards per il suo supporto alla musica e agli artisti dello stato. Con la moglie Pam gestisce la Berkalin Records che pubblica parecchi artisti folk e di Americana.
Ha esordito come solista nel 2007 con Last Man Standing, seguito nel 2012 da The Fence, che ha suscitato notevole interesse nelle radio specializzate europee e americane. Dopo un progetto in coppia con la cantautrice folk Kj Reimensnyder-Wagner (un tour americano, qualche data europea e un album nel 2021) torna da solo con The Beauty Of It All prodotto da Merel Bregante, esperto produttore, ingegnere del suono e batterista (Loggins & Messina, The Dirt Band), nonché proprietario dello studio Cribworks Digital Audio di Liberty Hill in Texas dove è stato registrato l’album. Merel ha radunato una pattuglia di session men tra i quali la moglie Sarah Pierce ai cori, Mark Epstein e Rankin Peters al basso, Dave Pearlman alla pedal steel e Pete Wasner alle tastiere che hanno accompagnano Brian (voce, chitarra acustica ed elettrica) in 14 canzoni in cui prevalgono melodie dolci e carezzevoli e tempi medi o lenti che riflettono nella loro quiete e pacatezza i paesaggi delle foto della copertina e del booklet.
La scrittura di Kalinec è semplice, folk con qualche venatura country negli arrangiamenti, adatta alla sua voce calda e melodica, a tratti un po’ troppo vicina a quello che gli americani chiamano “adult contemporary”, tanto che qualche sforbiciatura avrebbe giovato all’ascolto complessivo dell’album. Non ci sono grandi picchi né cadute fragorose, tuttavia la ballata Next Door Stranger con una fisarmonica dolente, la dolce Redwood Fence, Fix-It Man con l’armonica e il mandolino di Cody Braun e The Wind scritta con Mando Saenz, musicista di Nashville e autore di parecchi brani di successo per artisti come Miranda Lambert, The Oak Ridge Boys, Jim Lauderdale, Eli Young Band e Whiskey Myers, sembrano avere qualcosa in più.

Paolo Baiotti

LADY PSYCHIATRIST’S BOOTH – Four Research Porpoises Only

di Paolo Baiotti

1 marzo 2024

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LADY PSYCHIATRIST’S BOOTH
FOUR RESEARCH PORPOISES ONLY
Autoprodotto 2023

Ashley E. Norton (voce e chitarra acustica) è stata coinvolta lo scorso decennio nel progetto Whitheward, un duo indie/folk formato con Edward A. Williams che si è esibito anche in trio con Stephanie Groot (violino, mandolino e voce). A seguito della pandemia che ha interrrotto l’attività del duo, le ragazze hanno deciso di formare una nuova formazione incidendo a Los Angeles nello studio di Laura Hall (pianista e tastierista, nonché direttrice musicale di uno show televisivo) un mini-abum, dandosi il nome di Lady Psychiatrist’s Booth, mischiando elementi folk, dark e pop con ironia e un po’ di eccentricità. Il passo successivo è stato la registrazione di questo album, un concept che intende raccontare la storia di quattro pazienti donne che negli anni cinquanta, intrappolate in un mondo dominato dagli uomini, dopo che i mariti le hanno lasciate per diversi motivi vengono accolte in un ospedale psichiatrico per scopi di ricerca (da qui il titolo del disco), con l’intenzione di scoprire perché sono state lasciate. Un medico, lo psichiatra Garf Lunkel interpretato da Bruce Blied, dovrebbe diagnosticare e trattare le loro problematiche o quelle dei mariti. Attraverso dialoghi e canzoni, ogni paziente racconta la sua storia; Ashley, Stephanie, la batterista Amanda Albini e la bassista Marcia Claire interpretano le quattro pazienti, la pianista Laura Hall un’ospite, il produttore del disco Johnny Garcia interpreta sé stesso. Un progetto satirico di impianto teatrale che è disponibile in digitale su Bandcamp comprensivo dei dialoghi che si alternano alle canzoni, che a loro volta sono invece raccolte senza dialoghi nel cd oggetto di questa recensione.
In generale spiccano la voce solida di Ashley e le curate armonie vocali, come si evince da Hell in Michelle che apre il disco a cappella, senza accompagnamento musicale. Il violino della Groot contraddistingue l’animata Joelle, il mandolino e una melodia pop la deliziosa When I Grow Up, mentre nell’ironica Cold Dead Body emergono cori anni cinquanta e la fisarmonica di Laura Hall. Spanish Cafè è una ballata morbida, Slow Train To Memphis una piacevole traccia bluesata, Money That Makes You A Man un mid-tempo country, per chiudere con il ruspante honky tonk di Dancing In The Dirt che cita nel testo la springsteeniana Dancing In The Dark.

Paolo Baiotti

BONEFISH – Where Do We Belong

di Paolo Baiotti

1 marzo 2024

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BONEFISH
WHERE DO WE BELONG
FMB 2023

I Bonefish sono un quartetto svedese formato da musicisti esperti che si sono uniti nel 2010, pubblicando tre anni dopo l’omonimo l’album d’esordio. La formazione originale comprendeva Bie Karlsson (voce e chitarra), Lasse Nilsen (chitarra), Rasmus Rasmusson (batteria) e Anders Nylle Thoor (voce e basso). La presenza di quattro voci di buon livello ha garantito da subito delle armonie puntuali e una varietà di tonalità vocali che si sono sposate con una musica influenzata da rock-blues e Americana. Alla fine del 2015 Nilsen ha lasciato la band sostituito da Matte Norberg, chitarrista votato ad un solismo più energico, con il quale è stato scritto e inciso il secondo album Atoms, registrato negli Rockfield Studios in Galles con la produzione di Max Lorents. Apprezzato dalla critica locale e trasmesso parecchio dalla radio nazionale tedesca, il disco ha consentito un lungo tour in nord Europa tra Germania, Olanda, Belgio e Svezia. La pandemia ha bloccato l’attività nel 2020 quando era in preparazione Where Do We Belong, che è stato rimandato fino al 2023, nuovamente prodotto da Lorentz che suona anche le tastiere.
Abbiamo di fronte 11 canzoni rock con melodie pop e un tocco di Americana con dei riff e dei cori che restano in testa, scritti in prevalenza da Karlsson o Rasmusson. Se l’opener New Orleans ha un riff di impronta rock-blues, Modern Day Attraction ricorda nell’attacco i primi U2 e profuma di anni ottanta, Always Right ha una cadenza più lenta e intima con incisivi interventi della solista di Norberg e Dance On The Ceiling mischia rock e pop con una ritmica dance. Nel rock ipnotico di Sad la voce solista è di Nylle Thoor, mentre la soffusa e avvolgente Friend Of Mine è scritta e cantata dal batterista Rasmusson. Meritano una citazione anche la riflessiva Home e la melodica Just Like A Warrior posta in chiusura.

Paolo Baiotti

MANNISH BOY – Down Until Dawn

di Paolo Baiotti

19 febbraio 2024

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MANNISH BOY
DOWN UNTIL DAWN
Paraply 2023

I Mannish Boy sono un quartetto svedese attivo da più di vent’anni. Sebbene il loro nome derivi da un brano di Muddy Waters, sono cresciuti con la passione per il rock di matrice britannica di Slade, Mott The Hoople, Rolling Stones, David Bowie e Thin Lizzy. Nati come cover band, hanno sviluppato gradatemente un suono più personale con l’inserimento di materiale autografo. Hanno due cantanti solisti: il chitarrista ritmico Erik Sjogren e il bassista Anders Ekblad. La formazione è completata dal chitarrista e produttore Par Englund e dal batterista Emil Olin.
Nel 2020 hanno pubblicato l’album Last Ticket To Rock’n’Roll Land. Down Until Dawn è un EP con quattro tracce recenti che dovrebbero anticipare il secondo album: l’inedito rock energico e appassionato di Break Down And Cry, un nuovo missaggio della scorrevole Blessed With Passion tra rock e pop, la robusta When We Were The Squad debitrice del “dual guitar sound” dei Thin Lizzy e All Of Those Lies, già pubblicata come singolo, una traccia più morbida con un testo che critica in modo pungente e ironico il potere dei social media.

Paolo Baiotti

SKYE WALLACE – Terribly Good

di Paolo Crazy Carnevale

8 gennaio 2024

Skye Wallace - Terribly Good (1)

SKYE WALLACE – Terribly Good (Six Shooter Records)

È uscito poco più di un anno fa questo disco della canadese Skye Wallace. Definire Skye è difficile, è una cantautrice? Sì, anche. È una rockettara? Indubbiamente. È folk? A modo suo. Ed è anche punk, sempre a modo suo. Nulla a che vedere però con la commistione di folk e punk di gruppi come Pogues o Dropkick Murphys.

Skye Wallace è soprattutto Skye Wallace e la sua magia è identica sia che stia guidando la sua band in una forsennata performance dal vivo, sia che stia imbracciando la chitarra acustica per cantare una delle sue canzoni o per snocciolare una cover davanti al monitor in modalità selfie dello smartphone (o i-phone se preferite).

La sua forza è la naturalezza in entrambi i casi, così come l’energia, l’originalità, la spontaneità.

Tutte qualità che ritroviamo in questo LP di otto canzoni che ci consegna una Skye Wallace al top della forma, accompagnata da un gruppo elettrico di straordinaria potenza, non lo stesso che l’accompagna dal vivo, fatta eccezione per la bassista J Strautman, irrinunciabile sparring partner sul palco sia per i cori che per la presenza scenica, e della tastierista Gina Kennedy.

Non è dunque un caso se la musicista sia stata premiata dalle stazioni radio canadesi che ne hanno trasmesso i lavori con continuità e convinzione.

Il disco è il risultato di una serie di produzioni differenti, non dimentichiamo che i brani sono stati scritti e registrati nel periodo pandemico e quindi con la difficoltà di avere sempre gli stessi musicisti in studio: così in cabina di regia troviamo sia Gus Van Go che Devon Lougheed, impegnati entrambi anche come strumentisti nei brani di cui sono produttori.

Il titolo del disco, che sia voluto o meno, è davvero esplicativo perché ci troviamo davvero al cospetto di un LP terribilmente buono!

La prima facciata si apre con tre brani bomba, un’infilata del genere non la ascoltavo da un sacco di tempo, l’incedere lento di Tooth And Nail prende dal primo ascolto, poi quando entra la voce duttile della Wallace a dominare il brano, il gioco è fatto.

The Doubt, in un’epoca in cui i singoli erano solidi e non aerei, avrebbe spopolato nelle charts, quelle vere: è un brano contagioso dalla prima nota al refrain, cantato con la Strautman, roba da surclassare le Runaways, con un riff degno di questo nome. Tocca poi a Everything Is Fine, che era stato il primo brano del disco ad uscire alla luce, un brano costruito a sua volta molto bene, accompagnato da un video un po’ inquietante, con un testo come il precedente che sembrerebbe fare riferimento ad una relazione finita in modo sbagliato.

La prima facciata si conclude con Truth Be Told, introdotto dalla la voce modulata che si muove su una base ipnotica, il primo verso sembrerebbe ricondurre all’anima cantautorale della Wallace, ma poi il refrain esplode in un tripudio di suoni, per ricondursi infine al tappeto sonoro iniziale.

La seconda facciata inizia con una chitarra acustica, ma non facciamoci ingannare, l’elettrica segue a ruota e parte Phantom Limb, una di quelle canzoni in cui la voce di Skye sembra inseguire i fasti vocali della miglior Joni Mitchell, entrambe canadesi, entrambe bionde, entrambe (soprattutto) brave. Molto efficaci i cori (di nuovo la Strautman, con la Kennedy e Lougheed), bello il solo di chitarra in bilico tra metal e seventies.

The Keeper è un’altra delle perle del disco, un brano eseguito in solitudine, chitarra elettrica e voce, la voce è uno spettacolo, i cori sono in punta di piedi e a cura degli stessi tre soggetti che se ne occupavano nel brano precedente, sembra di essere distanti anni luce da quanto ascoltato fin qui, ma in realtà è la stessa farina a fornirne la pasta, solo lavorata in altro modo, a testimonianza della versatilità dell’artista.

Partenza lenta e poi esplosione per You Left, con le tastiere della Kennedy in sottofondo e col tema ricorrente della relazione finita; il disco si conclude con la breve Tear A Piece (Bite Me), di nuovo caratterizzata da un refrain molto orecchiabile, lontanamente echi di Runaways e Bangles si fanno largo, grazie anche alla parte cantata in modo ossessivo, con un testo che sembrerebbe indicare una riscossa rispetto alle liriche dei brani precedenti.

Paolo Crazy Carnevale

THE 99TH FLOOR – Resurrection

di Paolo Baiotti

25 dicembre 2023

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THE 99TH FLOOR
RESURRECTION
Onde Italiane 2023

Nel ’93 la label tedesca Music Maniac lancia una collana di garage rock/punk denominata Teen Trash che vuole promuovere gruppi di diversi paesi dedicati al garage di derivazione sixties. Tra le band interessate ci sono i torinesi 99th Floor, protagonisti del Volume 9, che erano stati formati una manciata di anni prima da Paolo Messina (chitarra) e Marco Rambaud (batteria) e si erano assestati con l’inserimento di Luca Re alla voce, proveniente dai Sick Rose, Simona Ghigo alle tastiere e Walter Bruno al basso. L’esordio di questo quintetto, che rende omaggio nel nome ai texani Moving Sidewalks di Billy Gibbons, futuro chitarrista degli ZZ Top, si guadagna pareri positivi e un discreto interesse in ambito garage e viene seguito tre anni dopo da Electric Ragoo per la label romana Misty Lane, in cui Max Tinozzi entra al basso e Alberto Bruno alle tastiere.

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Il nuovo vinile di Onde Italiane, stampato in 300 copie numerate, intende recuperare le tracce non facenti parte dei due dischi ufficiali. Si parte con i quattro brani dalla raccolta Mind Expanding Vol.2 (Misty Lane ’94) tra i quali When The Morning Comes Around e Long Haired Blues, sempre caratterizzati dal suono delle tastiere (specialmente il Farfisa) e dalla voce solida, aspra e grintosa di Luca Re, si prosegue con i due tratti da Tales Form The Boot (Misty Lane ’95) di qualità sonora inferiore, con la chitarra di Messina protagonista in One Night Stand e con l’inedita Happyville in cui si inseguono armonica e chitarra. Infine si approda alle prime registrazioni del demo tape del ’92 The Primitive Sound Of, pubblicato solo su cassetta, che evidenziano una band già compiuta che privilegia brani di propria scrittura influenzati dal garage rock di gruppi come la Chocolate Watchband o i più recenti Chesterfield Kings e Fuzztones. Spiccano Writing On The Wall, l’incalzante Baby e Be A Caveman dominata dall’organo. Ultima traccia del vinile è l’inedita Quelli del ’95, cantata in italiano.
Quanto al cd allegato al vinile e non venduto separatamente, oltre ai 14 brani in studio aggiunge 16 tracce dal vivo inedite di qualità sonora più che accettabile, tratte da un concerto a Monaco del maggio ’95, escluse le ultime due provenienti da una data torinese (con Paolo alla voce al posto di Luca). Il concerto tedesco è un buon riassunto della loro storia: tracce brevi, intense, energiche, senza un attimo di pausa, tra le quali la coinvolgente I Couldn’t Care Less, Mr Nobody, la bluesata The One I’m Looking For, la cover di Around & Around, l’anthem Tomorrow Is The Day e la travolgente Hey Little Bird.
Un altro recupero prezioso di Onde Italiane, sempre attenta al materiale influenzato dal rock dei sixties.

Paolo Baiotti

MATTHEW CHECK – Without A Throne

di Paolo Baiotti

24 dicembre 2023

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MATTHEW CHECK
WITHOUT A THRONE
Autoprodotto 2022

Cresciuto con la passione del pianoforte a Newtown nell’area di Philadelphia, ha abbandonato lo strumento nell’adolescenza. Si è trasferito a New York, ha studiato testi religiosi ebraici, ma ha anche suonato nel tempo libero banjo e chitarra incidendo un album. Nel 2018 a 36 anni è tornato da un viaggio di quattro mesi in India e improvvisamente ha deciso di comprare una tastiera, si è applicato con intensità imparando a suonare professionalmente lo strumento e a comporre, incidendo una serie di Ep a partire dal 2020, compresi due dal vivo (The Bridgeford Sessions e Live At Rockwood Music Hall). Recentemente si è trasferito con la compagna a Cincinnati dove ha registrato dei singoli e sta preparando un album.
Without A Throne comprende sette canzoni incise nel corso del 2022 allo Stable Studios di Nashville con il produttore e ingegnere del suono Thomas Bryan Eaton alla chitarra, dobro e mandolino, Miss Tess alla voce, John Pahmer al piano, Eric Frey al basso e Glenn Grossman alle percussioni. La scrittura e il suono di Matthew ci riportano ai cantautori degli anni settanta, tra Jackson Browne, Warren Zevon e Elton John. Musica melodica, scorrevole ed energica allo stesso tempo. The Very Beginning lascia un’impressione di scrittura distesa, con un piano rilassato che si inserisce nel cantato disinvolto e melodico. Old Wooden Floor è una ballata sulle problematiche dell’alcolismo, un problema vissuto in passato da Check, con un testo che inizia così: “I woke up this morning with a bottle next to my head upon an old wooden floor”. Musicalmente ha venature country date dagli interventi della pedal steel, confermando l’importanza dei controcanti di Miss Tess. L’impronta country/bluegrass è evidente nella disimpegnata Pretty Mama, mentre The Way That You Are è più aderente ad una scrittura cantautorale ed è stata composta dal fratello Jonathan come il valzer country The Shape It Appears. Se What A Father Would Do ha richiami biblici nel testo e una struttura rock con una chitarra incisiva, nella chiusura ritmata di Because You Can il piano ritorna protagonista.
Without A Throne scorre veloce, ma non lascia grandi tracce del suo passaggio.

Paolo Baiotti

BOBBO BYRNES – October

di Paolo Baiotti

9 dicembre 2023

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BOBBO BYRNES
OCTOBER
Autoprodotto 2023

Ci siamo occupati più volte in passato di questo artista, più recentemente nel 2021 in occasione della pubblicazione del quarto album SeaGreenNumber5 nel quale si avvertiva un approccio più intimo e morbido rispetto al precedente The Red Wheelbarrow in cui Bobbo era stato aiutato da ospiti come Ken Coomer, Phil Manzanera e Remi Jaffee. Se nel disco più recente la formazione elettroacustica si limitava a batteria, violino, pedal steel, basso della moglie Tracy con un paio di coriste, questa volta Byrnes ha fatto tutto da solo, avendo la possibilità durante un tour europeo nell’autunno del 2022 di registrare in due luoghi leggendari: Hansa Studios a Berlino e Windmill Lane Studios a Dublino. Armato di chitarra acustica, mandolino, e-bow e voce, Bobbo ha mixato canzoni eseguite nel corso del tour con altre scritte sul momento scegliendo come titolo October in riferimento al momento della registrazione.
Nelle note l’artista descrive di essere rimasto quasi intimidito di registrare in questi ambienti pieni di storia, rendendo omaggio a David Bowie con una cover intima e minimale di Heroes con qualche effetto di e-bow che non sfigura affatto. Pur essendo considerato un artista vicino all’Americana anche pensando ai suoi trascorsi nella band The Fallen Stars, in questo disco Byrnes si avvicina maggiormente alle tematiche del british folk/pop, evidenti nell’apertura di The Cold War, profumata di brit-pop con inserimenti di elettronica sulla base acustica, nonché nella successiva The Sea provvista di un gradevole sapore folk con gli interventi aggraziati del mandolino. October è uno strumentale bucolico dall’atmosfera sognante, mantenuta nella quieta e melodica Untitled, in parziale contrasto con House Of Cards dal tono maggiormente cantautorale. Prima di Heroes spicca la versione del brano folk irlandese marinaresco Crooked Jack, ripreso tra gli altri da Dick Gaughan, mentre nella ballata Too Many Miles che chiude il disco Byrnes esibisce le sue capacità strumentali.

Paolo Baiotti