Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

TOMMY CASTRO AND THE PAINKILLERS – Stompin’ Ground

di Paolo Crazy Carnevale

18 ottobre 2017

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TOMMY CASTRO AND THE PAINKILLERS – Stompin’ Ground (Alligator 2017)

Nativo della Bay Area, Tommy Castro calca le scene del blues elettrico da oltre venticinque anni: è partito dalla gavetta, secondo le migliori tradizioni, suonando in locali storici e costruendosi poco a poco una fama che lo ha portato dalle sconnesse assi del palco del Saloon – un angusto quanto imprescindibile tempio del blues di San Francisco – agli onori del S.F. Blues Festival che gli hanno spalancato l’accesso ad un seguito più diffuso a livello nazionale e successivamente mondiale.
Il primo disco era stato pubblicato a nome Tommy Castro Band proprio con l’aiuto della piccola label del Saloon, poi Castro era approdato in casa Blind Pig pubblicando diversi dischi, ora a pubblicare le sue produzioni è la titolatissima Alligator, una delle case principali per quanto riguarda il blues.

Questo nuovo, recentissimo Stompin’ Ground è l’ennesimo tassello di una lunga e gloriosa storia, ed è anche un signor disco: ne sono passati davvero tanti di anni da quel disco su Saloon Records in cui l’influenza principale era la scuola di Chicago. Ora Castro è un maturo bluesman dalla voce fortemente soul e molto dotato alla chitarra, al suo fianco c’è ancora il bassista Randy McDonald come sul disco d’esordio, ma la band è irrobustita anche dalla batteria di Bowen Brown e in particolare dalle tastiere sapienti di Michael Emerson che infila organo e piano elettrico in ogni brano. A dare una mano un po’ dappertutto c’è poi il produttore Kid Emerson.

Diviso più o meno equamente tra buone composizioni originali e azzeccatissime cover ripescate in particolare nel repertorio blues dei primi anni settanta, Castro e soci ci consegnano un bellissimo disco di soul blues piacevolissimo, confezionato con cura e con l’aiuto anche da parte di un paio di amici titolatissimi che ci infilano autentiche zampate di classe.
Possiamo dire di essere lontani da quel blues bastardo tipico della San Francisco di fine anni sessanta, quando i chicagoani Gravenites, Bloomfield e Bishop vi avevano cercato asilo e ispirazione, provenendo insieme o separatamente dall’illustre gavetta nella Butterfield Blues Band.

Ottimo, per carità, il classico Frisco Blues di quell’epoca, ma senza dubbio datato: cosa che non è quello suonato dai Painkillers di Tommy Castro.

Dopo una tripletta apprezzabile composta da Nonchalant, Blues Around Me e dalla robusta Fear is The Enemy, arriva la prima perla del disco, una lenta e penetrante soul ballad cantata con gran convinzione e altrettanto ben suonata (bella la parte della sezione fiati) My Old Neighborhood che si candida subito tra le più belle tracce di questo disco. L’asse si sposta più verso il blues texano o comunque sudista con il boogie di Enough Is Enough, con un bel lavoro di slide, e diventa poi blues muscolare con Love Is sostenuta dal lavoro della sezione ritmica in cui si intrufolano chitarra e tastiere.

Rock Bottom è un pezzo di Elvin Bishop, un rock blues di stampo sudista con il pianoforte in bella mostra e un lavoro di chitarra solista del titolare che convince in modo particolare e che duetta con la sei corde di Mike Zito; ancor meglio il brano seguente, Soul Shakes ripescato dal repertorio di Delaney & Bonnie (stava su To Bonnie From Delaney del 1971), composizione dal ritmo e dal refrain contagiosi, decisamente convincente con la voce grintosa di Danielle Nicole a duettare con quella di Castro come Bonnie faceva col consorte Delaney. Further On Down The Road è il celebre brano di Taj Mahal, perfettamente inserito nel contesto, con un’ulteriore grande prova della voce di Castro che su un brano del genere si trova totalmente a proprio agio, abilmente supportato dal tappeto d’organo di Emerson. Them Changes, a firma Buddy Miles è un altro gran brano d’ispirazione soul che proviene nientemeno che dal Band Of Gypsies hendrixiano, Castro, che non è uno stupido si guarda bene dal voler strafare come spesso accade a coloro che si cimentano con Hendrix e la sua versione del brano – che può contare su un gran bel duetto con la chitarra e la voce di David Hidalgo dei Los Lobos – diventa così preziosa ed essenziale, non scontata.

Stick And Stones, già sentita da Ray Charles e da Joe Cocker, è forse più interlocutoria, meglio il finale, con Charlie Musselwhite all’armonica e alla voce: una composizione originale lenta e penetrante intitolata Live Every Day, autentico omaggio a quel blues di Chicago che è stato il primo amore di Castro.

CHEAP WINE – Dreams

di Paolo Baiotti

15 ottobre 2017

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I pesaresi Cheap Wine pubblicano il loro undicesimo album in vent’anni di attività, nono in studio (oltre al mini album d’esordio del ’97), sempre orgogliosamente indipendenti, questa volta con il supporto di una raccolta di fondi organizzata in casa sul sito www.cheapwine.net. E ancora una volta il quintetto guidato dai fratelli Marco e Michele Diamantini centra il bersaglio, dimostrandosi la migliore realtà del roots rock italiano.

Dreams chiude una trilogia aperta nel 2012 con Based On Lies e proseguita nel 2014 con Beggar Town. In questi due albums hanno raccontato la situazione drammatica dell’Italia di oggi, evidenziando dapprima personaggi distrutti dalla crisi economica e raggirati da un sistema fondato sulla finzione supportata da mass media manipolati (in Based On Lies) e poi gli stessi uomini che, preso atto delle macerie e della desolazione, cercavano di sopravvivere, di rimettersi in cammino e di trovare una prospettiva più decente di vita, lottando e non limitandosi a compiangersi.

Con Dreams la band cerca, con qualche illusione, di vedere un futuro che in qualche modo offra delle speranze, basandosi sulla forza dell’amore e dei sogni. E questo attraverso la ricchezza data dalla famiglia, dalle amicizie e dalla complessità dei sogni, non necessariamente logici o positivi, in ogni modo indispensabili per capire a fondo la nostra anima. Dal punto di vista musicale il quintetto prosegue nella maturazione avviata con Spirits nel 2009, che ha rappresentato la scelta di un rock meno estroverso e più intimista, a tratti raffinato e complesso, nel quale la chitarra di Michele ha uno spazio ristretto dal punto di vista degli assoli, svolgendo un importante lavoro di raccordo e di arrangiamento, affiancata dal ruolo determinante delle tastiere di Alessio Raffaelli, diventato un elemento determinante nello sviluppo del suono. La sezione ritmica, sempre precisa ed efficace, è affidata ad Alan Giannini (batteria) e al nuovo bassista Andrea Giaro.

Il rock stonesiano incalzante di Full Of Glow apre il disco, seguito dall’eccellente Naked, che esprime lo sconcerto del testo con una chitarra insinuante, sventagliate di tastiere e la voce intensa di Marco. The Wise Man’s Finger è un mid-tempo cadenzato con un tocco di psichedelia, che si apre nel finale lasciato alla chitarra raffinata di Michele. L’ossessiva e avvolgente Pieces Of Disquiet ha qualcosa di Nick Cave, chiudendosi con un calibrato assolo distorto di chitarra. Altri due brani lenti caratterizzano la parte centrale: la ruvida Bad Crumbs And Pats On The Back e la malinconica ballata Cradling My Mind. Il ritmo torna a crescere con For The Brave, roots rock con un riff di stampo western, ma il mood del disco è più riflessivo come dimostrano gli ultimi tre brani. Dapprima la lenta I Wish I Were The Rainbow, ballata classica con l’organo in primo piano e un testo liberatorio, poi la quieta e sognante Reflection con Andrea Giaro al violoncello, per finire con la splendida Dreams, la traccia più lunga del disco, pacata riflessione che rappresenta un messaggio di speranza narrato più che cantato da Marco con le tastiere e un ticchettio di batteria in sottofondo, fino all’entrata della chitarra che costruisce con discrezione un assolo in crescendo.

Come sempre molto curata la veste grafica, con i testi in inglese e italiano, mentre l’animazione del pregevole video di Full Of Glow è curata dall’ex batterista Francesco Zanotti. I pregevoli testi della band, un’altra caratteristica non comune con il rock contemporaneo, sono stati raccolti in un volume in vendita sul sito. Dreams cresce con gli ascolti e si candida a diventare un altro classico in una discografia ricca di qualità. E se i Cheap Wine suonano dalle vostre parti, fatevi un regalo e andate ad ascoltarli: sono sicuro che non rimarrete delusi.

CECE WINANS – Let Them Fall In Love

di Paolo Crazy Carnevale

8 ottobre 2017

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CECE WINANS – Let Them Fall In Love (Thirty Tigers Records 2017)

La black music, non è un mistero, pur partendo tutta da una stessa matrice, si è evoluta in mille generi e sottogeneri: la disco, il rap, l’hip hop sono loro (e nostro) malgrado un derivato di quel grande soul e rhythm’n’blues che negli anni gloriosi del vinile ci hanno consegnato artisti monumentali, ma se le contaminazioni sono molteplici e il loro conteggio si perde nell’infinito, di black music d’alta qualità, pur con inevitabili concessioni ad altre sonorità, ne viene ancora prodotta parecchia.

È il caso di questo recente disco della cantante gospel Cece Winans, sulla breccia da parecchi anni, dapprima col duo Bebe & Cece (insieme al fratello Benjamin), dal nome abbastanza infausto e ridicolo, poi come solista. Il gospel pop con cui è condito questo vinile pubblicato dalla Thirty Tigers, un’etichetta che è una garanzia, è a volte un po’ leggero e sovrarrangiato, ma è definitivamente figlio della musica che gli afro americani cantavano, con notevoli risultati e riscontri, negli anni d’oro in cui Stax e Motown erano sinonimi di garanzia.

Il disco è prodotto da Alvin Love III, consorte della Winans, che pur eccedendo qua e là nell’uso di archi e cori, finisce comunque col consegnarci un disco apprezzabile che va ben oltre le connotazioni solitamente associate al gospel.

La voce è di quelle giuste, si capisce da subito, anche se il primo brano He’s Never Failed Me Yet ed il seguente Run To Him strizzano un po’ l’occhio al pop, con Hey Devil! la ricetta cambia, il ritmo spacca e tutta la classe della Winans vien fuori, e vien fuori anche in Peace From God, ballatona guidata dal pianoforte con un break di chitarra acustica e un bel coro a supporto della bella voce della titolare.

Ma il pezzo forte del primo lato è la canzone che lo chiude, una rilettura intensa e riuscita del brano di Kris Kristofferson Why Me?, già rivestita di gospel decenni fa anche da Elvis Presley. Qui la Winans ce la mette proprio tutta per fare una gran bella cosa, l’inizio con la chitarra elettrica appena pizzicata e la gran voce, poi il crescendo con l’organo, i cori e persino una pedal steel usata con parsimonia.

Il lato B parte ugualmente alla grande, Lowly – che è firmata dal marito di Cece – sembra provenire da quella scuola musicale del profondo sud che mescolando country e soul ha lasciato tracce profonde passando per Memphis e Muscle Shoals: l’incedere è vincente, le voci non se ne parla neppure e il pianoforte di Gabe Dixon guida la composizione, che prima del finale ha un breve rallentamento per sola voce e steel guitar prima di decollare vorticosamente.

L’atmosfera si fa più raccolta con Never Have To Be Alone, ballata essenziale dall’arrangiamento misurato (cori e violini ci sono, ma in maniera meno preponderante) che ricorda il pop soul di casa Motown; riesplode poi con Dancin’ In the Spirit, con botta e risposta tra la solista e le coriste su un ritmo sostenuto da un fantastico suono di basso su cui piano e organo ballano allegramente, la soul music venata di funky che prelude alla nascita della disco. Marvelous è forse il brano più propriamente gospel di questo vinile, un gospel moderno con entrata sfumata dell’organo da chiesa, su cui si innestano la voce della Winans e il coro alle sue spalle guidando il brano per tutta la durata, prima che verso la fine facciano capolino – appena appena – basso, chitarra e batteria.

Il finale è affidato ad un brano pianistico composto dalla stessa Winans, l’arrangiamento a cavallo tra pop e jazz (batteria spazzolata e) è abbastanza distante dal resto e appesantisce il risultato finale, privando un bel disco del giusto finale e conferendo alla canzone, non disprezzabile, un’atmosfera da musical disneyano (gli archi e i cori da film ci mettono del loro a rovinare tutto!).

A sottolineare le intenzioni gospel del disco, va osservato come i titoli dei brani – siano essi originali o meno – vengono fatti ricondurre a frasi tratte dalle sacre scritture, vangeli o salmi che siano.

GIULIA MILLANTA – Moonbeam Parade

di Paolo Baiotti

1 ottobre 2017

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GIULIA MILLANTA
MOONBEAM PARADE
Ugly Cat Music 2016

Cantautrice nata e cresciuta a Firenze, Giulia da tempo si è trasferita a Austin, entrando a far parte della comunità locale dove è stata accolta con affetto e rispetto. Moonbeam Parade è il suo quinto album, comprendente dodici brani autografi e una cover, a due anni da The Funambulist. Dotata di una voce naturalmente melodica, in equilibrio tra rock e canzone d’autore con un tocco cabarettistico europeo, ha prodotto il disco insieme a George Reiff, recentemente deceduto, in passato associato tra gli altri a Joe Walsh, Tedeschi Trucks Band e Jayhawks. L’inserimento nella Austin musicale è confermato dai musicisti che la accompagnano, tra i quali Charlie Sexton (Bob Dylan, Arc Angels), David Pulkingham (Alexandro Escovedo), Gabriel Rhodes (Willie Nelson), Glenn Fukunaga (Joe Ely, Tom Russell, Dixie Chicks), Dony Wynn (Robert Palmer), Howe Gelb, Michael Fracasso e Kimmie Rhodes.

In questo disco Giulia si cimenta anche alla chitarra elettrica, abbandonando l’amato ukulele, dimostrando una maturazione compositiva ed interpretativa notevole. Moonbean Parade è stato registrato quasi tutto in diretta, senza overdubs ed è il suo disco più americano, a tratti quasi desertico nell’ispirazione. La teatrale opener Shaky Legs, scritta con Pulkingham, l’intensa 4th And Vodka interpretata con toni drammatici e la ballata Play With Fire aprono il disco. Mi lascia perplesso la cover di Rock & Roll Suicide (David Bowie) cantata in italiano da Giulia e in inglese da Howe Gelb, a differenza del roots-rock Motel Song e della melodica Pieces nella quale l’artista dimostra la sua duttilità vocale. La drammatica e oscura There’s A Bridge e la morbida Gun Shy ci accompagnano al finale del disco, nel quale emerge la melodia roots di The House Never Wins.

Se non vi accontentate del disco o di un concerto, sul sito di Giulia c’è anche la possibilità di prenotare una cena toscana accompagnata dalla sua musica…un’idea intrigante se passate dalle parti di Austin!

MARY BETH CROSS – Feels Like Home

di Paolo Crazy Carnevale

1 ottobre 2017

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MARY BETH CROSS – Feels Like Home (MBC 2016)

Con un discreto numero di dischi all’attivo disseminati nell’arco di vent’anni, Mary Beth Cross può considerarsi a buon diritto una veterana nel mondo della musica, anche se ogni suo disco, a partire alla cassetta In This Quiet Place del 1996, è frutto di una paziente autoproduzione all’insegna dell’indipendenza totale: cosa che non vuol dire assolutamente che il risultato sia di minor rilevanza.

Ne è la prova questo EP uscito nel 2016 e registrato impeccabilmente tra le montagne del Colorado (dove la Cross vive da tempo dopo aver trascorso i primi anni della sua vita in Wisconsin), suonato a con gusto e precisione, cantato con passione. Peccato si solo un EP, ma questa, l’ho già scritto altrove credo, è la tendenza attuale di quegli autori che lavorano in proprio negli Stati Uniti, ossia senza l’appoggio di una major e senza un contratto: probabilmente immettere sul mercato un EP ogni tot mesi mantiene desto l’interesse più che non un disco di durata oltre i quaranta minuti ogni due o tre anni.

Comunque, bando alle ciance, questo dischetto dalla copertina che pare una cartolina natalizia, è davvero gustoso e mette sul piatto un misto tra brani originali e cover per un totale di sei tracce (ma una è un medley di tre differenti canzoni), a fare da trait d’union è lo stile con cui Mary Beth le mette sul piatto, un accostamento bluegrass misurato, mai eccessivo, dovendo tener conto che le composizioni sono comunque orientate verso il mondo dei singer songwriters.

Si apre con Kathy’s Song, un brano di Simon & Garfunkel che sinceramente avevo rimosso, l’avevo ascoltato molto sul nastro del Greatest hits del duo in anni lontani, devo dire che si tratta di un piacevolissimo recupero di una notevole canzone che la Cross e il suo quartetto eseguono davvero con un gusto sopraffino.

Si prosegue con una canzone autografa, Treshing Time, che mantiene le aspettative e conferma che la Cross non è solo interprete ma anche raffinata autrice. Shady Grove è il traditional che ben sappiamo, l’unica composizione qui inclusa che fin dalle sue origini era stata concepita o quasi per un arrangiamento a base di chitarra acustica, violino, banjo e mandolino. Long Long Time è la canzone resa celebre da Linda Ronstadt, ma l’arrangiamento è tutt’altra cosa, d’altra parte le radici musicali della Ronstadt erano in origine più o meno le stesse della Cross.

Il medley, quasi otto minuti, sposa due ultraclassici con una composizione originale: quello che colpisce è la straordinaria naturalezza con cui la Cross e i suoi soci (Chris Pandolfi, procucer e banjoista, Jeremy Garrett, violino e mandolino, Tyler Grant, chitarra e Adrian Engfer, basso) si accostano a canzoni come Summertime e la Moondance di Van Morrison, con begli spunti per l’acustica di Grant, con il brano originale Pas De Deux infilato magicamente nel mezzo e poi ripreso alla fine in francese. Applausi.

Il disco si conclude con la breve ma riuscita Cottonwood Creek. Ribadisco, peccato sia solo un EP.

DAVID HAYES – Folk Jazz!

di Paolo Crazy Carnevale

29 settembre 2017

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DAVID HAYES – Folk Jazz! (Smokey Haze Music 2013)

Il titolo calza incredibilmente a pennello: d’altra parte David Hayes, in quasi cinquant’anni di onorata e considerevole carriera nel campo musicale ha sempre fluttuato tra un genere e l’altro, sempre con eleganza e maestria, dalla titolata prestazione d’opera come bassista al servizio di del Van Morrison migliore in poi. Citare tutto il suo curriculum sarebbe dispersivo oltre che eccessivamente lungo (per chi vuole approfondire il rimando è al numero 130 della nostra edizione cartacea), mi limiterò quindi a raccontarvi di questo piccolo disco argenteo che il nostro ha inciso con pochi amici nel suo studio nella contea di Mendocino: dieci brani dalle atmosfere in costante bilico tra il folk suggerito dall’uso delle chitarre acustiche (ad opera del medesimo Hayes) al jazz indotto da una sezione ritmica ad hoc (il basso del titolare, ovviamente, la batteria di Bob Ruggiero, anche lui già con Van Morrison, e il piano di Bill Bottrell, dal pedigree altrettanto nobile, sia come turnista che come produttore).

Il disco si apre bene con Warmth Of The Sun, poi ripesca Down In The Dirt che Hayes aveva già inciso per il suo sforzo precedente, Soul Diver. I Will Wait prelude ad una delle tracce più interessanti, Holy Ground in cui Hayes si dedica anche all’armonica, l’atmosfera è particolarmente folk jazz in questo brano, mentre nel successivo Soul Search, sempre con l’armonica, la voce si fa particolarmente dolente e la ritmica accentua le inflessioni jazz. Molto più bella Wolves Are At The Door, dall’inizio incalzante, con la pregevole prestazione di Hayes alla chitarra sembra arrivare direttamente da un western movie.

Old Dusty Road è invece una delle composizioni preferite del nostro, l’aveva già incisa con diverso arrangiamento su Soul Siver e in chiave ulteriormente diversa l’ha inclusa anche ne recente disco in duo inciso con Gene Parsons: e proprio Parsons è ospite in questa versione con la sua pedal steel, che fa veramente la differenza, col brano precedente è sicuramente tra le perle di questo dischetto.

Love Avenue gira dalle parti di Astral Weeks, la voce di Hayes non è quella del Cowboy Belfast ovviamente, ma l’influenza di Morrison si fa veramente sentire in maniera determinante (Hayes oltre che su classici come It’s Too Late To Stop Now e Veedon Fleece ha suonato anche nel tour in cui Morrison proponeva Astral Weeks dal vivo per intero). Molto bella anche Father To Son di nuovo con una spettacolare pedal steel di Parsons che stavolta ci mette anche la sua bella voce a duettare con quella dell’amico. La chiusura è affidata a Mirror Song, altra buona composizione dall’andamento moderatamente caraibico. Un disco quasi fatto a mano, se non in casa, a partire dai simpatici disegni di copertina, opera dello stesso Hayes. Se solo ne esistesse una versione in vinile il capo dei trapper ne sarebbe già sulle tracce…

MOTORHEAD – Under Cover

di Paolo Baiotti

20 settembre 2017

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MOTORHEAD
UNDER COVER
Silver Lining 2017

Era inevitabile che una delle conseguenze della morte di Lemmy (28 dicembre 2015) e dello scioglimento dei Motorhead sarebbe stata l’uscita di pubblicazioni postume, come sempre avviene in questi casi. Per ora bisogna dire che la label e il management della band non hanno esagerato, limitandosi a Clean Your Clock, cd/dvd dal vivo tratto dall’ultimo tour del trio e a questo recentissimo Under Cover, che raccoglie undici covers della formazione britannica eseguite dall’ultima formazione, quella con Phil Campbell alla chitarra e Mikkey Dee alla batteria e quindi registrate nel periodo 1992-2015.

Alcuni brani si adattano alla perfezione al gruppo e in particolare alla voce di Lemmy che non ha una grande estensione ed è palesemente monocorde. Parlo di God Save The Queen (2000 da We Are Motorhead) che riafferma la parentela dei Motorhead con il punk, di Breaking The Law (2008, tratta da un tributo ai Judas Priest) e di una devastante Whiplash dei Metallica (2005, vinse un Grammy Award). Persino l’inedita Heroes, l’anthem di David Bowie (uno degli eroi del leader del gruppo) inciso nel 2015, non è affatto male, con la chitarra abrasiva di Campbell e una prestazione vocale sorprendente di Lemmy.

I Motorhead non si adattano ai brani che ripropongono, tendono ad applicare il loro trattamento incuranti dalla versione originale. Nella robusta ripresa di Starstruck (2014 dal tributo a RJ Dio, This Is Your Life) c’è l’aiuto alla voce solista di Biff Byford dei Saxon, tuttavia la versione non è indimenticabile. Rockaway Beach è un classico degli amici Ramones, ma la voce non è la più adatta ad eseguirla, mentre sorprendono i due brani dei Rolling Stones, Jumping Jack Flash (2001) e soprattutto Sympathy For The Devil (da Bad Magic del 2015). Hellraiser è un brano scritto insieme a Ozzy Osbourne e pubblicato su No More Tears dall’ex cantante dei Black Sabbath e su March Or Die dai Motorhead (questa versione è anche inserita nella colonna sonora di Hellraiser 3), Cat Scratch Fever la title track di un disco di Ted Nugent ripresa senza guizzi per March Or Die nel 1992. Manca all’appello Shoot ‘Em Down dei Twisted Sister (2001 dal tributo Twisted Forever) che non si distacca dallo stile della band, in particolare nel cantato, mentre la ritmica e il doppio assolo di Campbell si distinguono per la giusta attitudine.

Raccolta non imprescindibile che ha il pregio di riunire tracce sparse in dischi anche minori della band e in tributi di qualità alterna.

JIMMY RAGAZZON – Songbag

di Paolo Baiotti

17 settembre 2017

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JIMMY RAGAZZON
SONGBAG
Ultrasound Records 2016

Fondatore e leader dei pavesi Mandolin’ Brothers, uno dei tesori (putroppo) nascosti della musica roots italiana dalla fine degli anni settanta, bibliotecario nella vita, appassionato cultore di musica, letteratura e cultura in generale, Jimmy Ragazzon è finalmente riuscito a pubblicare il suo primo album solista, un altro sogno impossibile diventato realtà (come scrive nelle note del booklet).

Questo disco lo aveva in testa da molto tempo ed è il frutto di una serie di canzoni scritte nel corso degli anni e messe da parte in una borsa virtuale (la songbag) che finalmente è stata svuotata negli studi della Ultra Sound di Belgioioso (PV) con la produzione di Stefano Bertolotti e il mixaggio negli Usa da parte dell’amico Jono Manson. A un primo sguardo non ci sono molte differenze dai dischi dei Mandolin’ Brothers.

Il principale collaboratore è il chitarrista della band Marco Rovino che ha scritto due brani con Jimmy; inoltre partecipano altri due membri del gruppo, Joe Barreca e Riccardo Maccabruni. Tuttavia il cuore della band (The Rebels) che accompagna Ragazzon (voce, armonica e chitarra acustica) è formato da Rino Garzia (basso), Paolo Ercoli (dobro), Luca Bartolini (chitarra acustica) e da Rovino. Songbag è un disco acustico, senza batteria (e in questo differisce dai Mandolin’ Brothers), prevalentemente folk con accenti bluegrass, country e roots, un disco intimo, personale, con dei testi significativi parzialmente autobiografici che conferma la bravura e l’integrità del suo autore. Dieci brani, nessun riempitivo, un suono pulito nel quale si sente quasi il legno degli strumenti (fotografato anche all’interno della copertina).

Otto brani autografi e due covers che rappresentano due influenze decisive per Jimmy: un’eccellente Spanish Is The Loving Tongue (Bob Dylan) nella quale brillano l’armonica e il violino di Chiara Giacobbe e una The Cape (Guy Clark) fedele all’originale. Tra le altre tracce spiccano l’opener D Tox Song con un suono che mi ha ricordato David Grisman e riusciti intrecci vocali, l’intima Old Blues Man con un testo sofferto e coinvolgente, Dirty Dark Hands sul problema dell’immigrazione, la dura Sold, accusa a un mondo nel quale tutto è in vendita arrangiata con morbida malinconia (e l’apporto della lap steel di Roberto Diana) e la scorrevole Evening Rain, un altro brano in cui ad un accompagnamento musicale rilassato si contrappone un testo di denuncia, in questo caso sulla povertà e sull’emarginazione. Niente male anche il blues Going Down con la chitarra di Maurizio “Gnola” Gliemo, mentre la conclusiva ballata In A Better Life, soffusa e sofferta, è nobilitata da un’armonica preziosa.

WALTER TROUT – We’re All In This Together

di Paolo Baiotti

13 settembre 2017

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WALTER TROUT
WE’RE ALL IN THIS TOGETHER
Mascot/Provogue 2017

Walter Trout è un miracolato, un uomo al quale è stata concessa una seconda occasione dalla sorte, dalla bravura dei medici o da un’entità superiore. Nel giugno del 2013 mentre è in tour in Germania si sveglia di notte con le gambe gonfie di liquido. Gli viene diagnosticata una cirrosi epatica, causata da anni di stravizi. Si cura con fatica, ma il fisico deperisce finchè nel marzo del 2014 crolla. Ricoverato nel centro specialistico della Ucla, apprende che l’unica possibilità di salvezza è un trapianto di fegato entro 90 giorni. Raccoglie i 125.000 dollari necessari con un crowfunding (la mancanza di coperture sanitarie in Usa non è una novità…) e il 26 maggio viene operato. Il recupero è durissimo, come abbiamo raccontato in LFTS n. 120, ma con grande tenacia si riprende, aiutato dalla moglie Marie e dai figli. Pubblica The Blues Come Callin’, iniziato prima della malattia e finito dopo tra mille ostacoli e Battle Scars, che racconta nei testi le sue paure, le sofferenze e la battaglia per sopravvivere. Sono due dischi faticosi, tosti, drammatici, nei quali musicalmente Walter si affida al rock-blues muscolare che lo ha sempre contraddistinto. Battle Scars vince un Blues Music Award come miglior album rock-blues del 2016 e viene seguito dal doppio dal vivo Alive In Amsterdam che celebra il ritorno sul palco, testimoniando un tour emozionante e di grande successo, anche se non è il suo disco dal vivo più riuscito.

Superata l’emozione del ritorno, è giunto il momento di pubblicare un disco più positivo ed eccitante. Walter ha richiamato un gruppo di amici, anche per ringraziarli del supporto, incidendo un seguito di Full Circle (Ruf 2006), nel quale era accompagnato da ospiti come John Mayall, Jeff Healey, Eric Sardinas, Coco Montoya e Joe Bonamassa. Questa volta la maggior parte delle registrazioni sono state fatte separatamente, utilizzando i mezzi offerti dalla tecnologia, ma l’impressione è che siano tutti nello stesso studio, tanto è il calore emanato dal disco, nettamente superiore a quello del 2006. Prodotto da Eric Corne e suonato da una band formata da Sammy Avila (tastiere, con Trout dal 2001), Mike Leasure (batteria, con Trout dal 2008) e Johnny Griparic (basso) è un disco entusiasmante, con dei brani e degli arrangiamenti studiati per mettere a proprio agio gli ospiti.

La partenza è esplosiva con l’energetico rock-blues Gonna Hurt Like Hell nel quale si incrociano le chitarre di Walter e Kenny Wayne Shepherd, il boogie Ain’t Going Back, un duetto con la voce e la raffinata slide di Sonny Landreth, lo splendido slow The Other Side Of The Pillow, un duetto da antologia con l’armonica e la voce di Charlie Musselwhite e la scorrevole She Listens To The Blackbird Sing con Mike Zito, che ci riporta al suono sudista dei seventies di Allman Brothers e Marshall Tucker Band. Dopo lo strumentale Mr. Davis nel quale si confrontano lo stile ruvido di Trout e quello più raffinato di Robben Ford, si prosegue con la superba riedizione di The Sky Is Crying dove Walter duetta alla grande con Warren Haynes.

La parte centrale del disco registra un paio di episodi minori con Eric Gales e Joe Louis Walker, ma anche il pregevole soul She Steals My Heart Away con il sax di Edgar Winter e l’energico up-tempo Too Much To Carry con l’armonica di John Nemeth. Nel finale spiccano Blues For Jimmy T., duetto acustico con John Mayall (Trout è un ex componente dei Bluesbreakers) e la title track, nella quale il musicista di Ocean City ingaggia un duello con la chitarra di Joe Bonamassa. Trout ha dichiarato: “ho 66 anni, ma mi sento nel periodo migliore della mia vita. Fisicamente mi sembra di avere molta più energia rispetto al passato. Inoltre apprezzo molto di più il fatto di essere vivo, il mio mondo, la mia famiglia, la mia carriera”. Questo disco ne è la dimostrazione: pieno di gioia, entusiasmo e voglia di vivere e, soprattutto, di rock-blues energico e coinvolgente.

MICHAEL TOMLINSON – House Of Sky

di Paolo Crazy Carnevale

13 settembre 2017

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MICHAEL TOMLINSON – House Of Sky (Desert Rain Records 2016)

Un attacco accattivante, ritmo moderato con tastiere giustamente insinuanti. Michael Tomlinson questo disco lo inizia gran bene, l’andatura del brano che lo apre, Boulevard Rain, ricorda alcune di quelle belle canzoni che Van Morrison ha disseminato nei suoi dischi a cavallo tra anni ottanta e anni novanta. La direzione del cantato però va in tutt’altra direzione: Tomlinson sembra figlio o fratello minore di quella scuola di songwriting tanto in voga negli anni d’oro della west coast, quando la west coast music più tranquilla, quella che odiava la frenesia delle grandi città, aveva trovato riparo sulle alture del Colorado, tra rocce, nevi e boschi.

Il disco di Tomlinson – che non è un novellino alla luce di una considerevole produzione comprendente ormai una dozzina di album disseminati tra la metà degli anni ottanta ed oggi – è stato realizzato grazie ad un crowdfunding che ha garantito al cantautore di origine texana il capitale per chiudersi in studio a Seattle e mettere insieme le sedici tracce del CD contando su un discreto parterre di musicisti impegnati tra strumenti a corde tipici della musica di base folk rock qui inclusa, fiati e molto altro (suonato dal coproduttore del disco Kay Kenney impegnato alle tastiere, alla fisarmonica, basso, percussioni, synth): il risultato è un disco piacevole, tranquillo molto rilassato che va a pescare – a livello d’ispirazione – in quella scuola cantautorale raffinata e perfettina, in bilico equilibrato tra folk rock e pop facente capo a gente come Dan Fogelberg e Kenny Loggins. Alla buona traccia d’apertura segue un’altra bella composizione, Wyoming Wind, che tradisce leggermente l’origine texana di Tomlinson, e sul percorso si incappa in altre pregevoli canzoni come All This Water.

Diciamolo subito, non c’è davvero nulla di nuovo in questo artista, ma credo che chi cerca qualcosa di nuovo sappia da che parte cercare senza indugiare nel mondo dei cantautori. Piuttosto, quello che può dar da pensare è quale futuro possa avere questa musica (il pubblico, è evidente, è quello del crowdfunding): pensate al menzionato Fogelberg, amato alla follia nei suoi anni d’esordio, benedetto dalla presenza di titolati ospiti nei solchi dei primi dischi e premiato da notevoli vendite. Con gli anni, pochi, è finito nel dimenticatoio (pur continuando a fare dischi) la fortuna è cessata, i fan si sono persi: un paio d’anni fa girando il Texas con Daniele Lopresto, nei numerosi negozi di vinile usato che abbiamo visitato siamo incappati in un numero elevatissimo, quasi montagne, di dischi di Fogelberg venduti (per non dire tirati dietro) nei reparti delle offerte da un dollaro, segno che quei dischi li avevano comprati in molti ma che anche che quei molti se ne sono anche sbarazzati.

Artisti di questo genere non vendono certo più le centinaia di migliaia di vinili d’un tempo ma forse autori come Tomlinson tra vent’anni potranno ancora contare su una fetta di pubblico, affezionato quanto limitato, che metterà nel lettore CD i loro dischi facendosi cullare dolcemente da melodie zuccherine e voci malinconiche.

KENNY WAYNE SHEPHERD BAND – Lay It On Down

di Paolo Baiotti

7 settembre 2017

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KENNY WAYNE SHEPHERD BAND
LAY IT ON DOWN
Mascot/Provogue 2017

Considerato un talento prodigioso ai tempi dell’esordio di Leadbetter Heights, pubblicato nel ‘95 quando aveva compiuto 17 anni, Kenny Wayne Shepherd, nato a Shreveport in Louisiana nel ’77, ha vissuto un avvio di carriera esaltante con due dischi di platino e un disco d’oro (oltre al citato esordio, Trouble Is e Live On) e un successivo periodo di assestamento (o di crisi), comune ad altri giovani talenti della chitarra usciti nello stesso periodo (Jonny Lang, Jeff Healey, Joe Bonamassa).

Per ritrovare un equilibrio è dovuto tornare alle radici, ovvero al blues, con il pregevole progetto 10 Days Out (cd e dvd usciti nel 2007), un documentario nel quale ha incontrato e collaborato con alcuni veterani del genere come Etta Baker, B.B. King, Hubert Sumlin, Lazy Lester e Pinetop Perkins, approcciati da Kenny con umiltà e modestia, culminato in un concerto con alcuni ex membri delle band di Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Da allora ha ripreso la sua strada nell’ambito del rock-blues con una convinzione e una serenità che gli hanno consentito di pubblicare l’ottimo Live In Chicago nel 2010 seguito da due validi dischi in studio, Here I Go e Goin’ Home. Se quest’ultimo era un nuovo omaggio al blues attraverso dodici covers di artisti che lo hanno influenzato, il nuovo Lay It On Down è un ritorno al rock-blues più ortodosso. Inoltre dal 2013 Kenny è un membro di The Rides, l’eccellente band formata con Stephen Stills e Barry Goldberg.

Uno dei punti di forza di Shepherd è l’eccellente band che lo accompagna, da anni comprendente il potente cantante Noah Hunt, uno dei migliori in questo genere e, l’esperto batterista Chris Layton (già con Stevie Ray Vaughan), ai quali si aggiungono i nuovi Kevin McCormick al basso e Jimmy McGorman alle tastiere, recentemente sostituito da Joe Krown (già con Clarence Gatemouth Brown).

Lay It On Down è un disco di blues moderno, robusto, intenso e vario, nel quale Kenny dimostra la sua personalità pur non nascondendo le sue influenze, in primis Stevie Ray Vaughan (basta ascoltare Down For Love e Ride Of Your Life). Tra i brani spiccano la title track, una brillante ballata presentata in due versioni, una elettrica e una acustica (bonus track dell’edizione in digipack), lo slow Hard Lesson Learned profumato di country, l’errebi irrorato dai fiati Diamonds & Golds, composto con il produttore Marshall Altman, il ruvido opener Baby Got Gone e la scorrevole Nothing But The Night. L’edizione limitata in digipack ha un booklet di 56 pagine con i testi, un’intervista e foto sulle due passioni di Kenny (chitarre a automobili).

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AMILIA K. SPICER – Wow & Flutter

di Paolo Crazy Carnevale

6 settembre 2017

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Amilia K. Spicer – Wow & Flutter (Free Range Records 2017)

Si apre come un signor disco questa nuova fatica di Amilia K. Spicer, talentosa cantautrice di stanza sulla West Coast ma di fatto autentico concentrato di sonorità “americana” per via dei suoi vari spostamenti e delle sue frequentazioni di certi giri texani che con questa definizione vanno a nozze. Wow & Flutter è la più recente delle produzioni firmate da Steve McCormick ed è forse quella più eccellente, per quanto anche le altre siano riuscitissime, in costante e misurato equilibrio tra il lirismo di Emmylou Harris e la drammaticità di Lucinda Williams. Lui stesso non ha esitato nel definire il disco una gemma ed è difficile dargli torto.

La Spicer, per quanto assai poco nota alle nostre latitudini, dopo alcuni altri dischi da cantautrice e la partecipazione ad alcuni tribute album in cui ha reinterpretato Neil Young, Peter Case e Brian Wilson, mette sul piatto una dozzina di belle, a volte eccelse composizioni e lo spessore del disco viene subito tutto fuori fin dalla prima traccia, la convincente Fill Me Up in cui McCormick oltre a produrre infila anche un’azzeccata chitarra acustica e porta in dote il suo parterre di amici e collaboratori che in questo brano sono Michael Jerome, Eric Lynn e Joe Karnes. La titolare dal canto suo si alterna tra elettrica, banjo e organo Hammond C3. Bella anche la successiva Harlan, con ospiti la batteria di Andy Kamman (Phil Cody Band) e il basso di Tom Freund (cantautore in proprio e titolare di un rarissimo vinile condiviso insieme all’amico di sempre, tale Ben Harper, col quale si esibisce ancor oggi appena se ne presenti l’occasione). This Town è forse il brano più elaborato del disco, col maggior dispiego di strumenti, intenti a costruire una specie di riuscito wall of sound. McCormick si alterna tra elettriche ed acustiche mentre la Spicer si occupa della lap steel, ma ci imbattiamo anche nel mandolino di Matt Cartsonis (sempre del giro Cody, ma anche collaboratore di Warren Zevon e recentemente di John McEuen), ci sono i sassofoni del Blues Baron e le percussioni di Wally Ingram, mentre alla batteria ed al piano c’è nientemeno che Malcolm Burn che è responsabile del mixaggio dell’intero disco. Con la delicata Shotgun Amilia costruisce una serie di grandi armonie vocali che richiamano i lavori “pellerossa” di Robbie Robertson e certe frequentazioni africane del Paul Simon anni ottanta: si tratta di un brano riuscitissimo su cui lei mette l’acustica e lascia McCormick a far duettare l’elettrica e la slide con la mandola di Cartsonis. Tanto di cappello, davvero! Lightning sposta invece l’asse verso un suono più percussivo, ci sono ben quattro persone che si occupano di batteria e percussioni varie, tra cui lo stesso Steeve McCormick che lascia ad occuparsi delle chitarre l’illustre Gurf Morlix, grande amico della Spicer e titolato chitarrista che i frequentatori della scena texana di certo conoscono.

Con Train Wreck, brano in punta di piedi che ospita Tony Gilkyson alla chitarra, Mc Cormick porta alla corte della Spicer (impegnata oltre alle chitarre anche al piano e alla melodica) un altro dei suoi collaboratori preferiti, il bassista Daryl Johnson, che nel brano successivo, Shake It Off offre anche una bella prestazione vocale degna della sua militanza nella band dei fratelli Neville; ma non è tutto, nel brano – dallo sviluppo dannatamente intrigante – c’è un altro ospite da urlo, seduto dietro al suo Hammond B3 c’è infatti Mike Finnigan, titolare di alcuni buoni dischi come solista, tastierista live e in studio sia di Stephen Stills che di CSN, ma soprattutto autentico pezzo di storia del rock che ha messo le sue tastiere in un album fondamentale come l’Electric Ladyland di hendrixiana memoria! In Windchill Amilia e McCormick fan tutto da soli, alle prese con una canzone in odor di Emmylou Harris, quella della storia più recente, non solo quella prodotta da Lanois e suonata da Buddy Miller, quanto piuttosto quella di Red Dirt Girl in cui si rivelava insospettabilmente dotata autrice oltre che interprete, con la produzione di Malcolm Burn e la presenza in studio di Daryl Johnson ed Ethan Johns. Down To The Bone è ricca di suggestioni portate dall’uso di strumenti meno rock come il violino e il banjo o totalmente inusuali come le campane tibetane. In Wild Horses troviamo anche la pedal steel di Eric Heywood, altro musicista del giro McCormick mentre con Waht I’m Saying il ritmo si fa più sostenuto grazie alla ritmica efficace di Johnson e Jerome che regge il cantato della titolare impegnata ad intrecciare la sua lap steel con i suoni delle elettriche di McCormick e con l’Hammond stavolta affidato ad un’altra divinità dello strumento, quel Rami Jaffe che abbiamo imparato a conoscere attraverso i dischi dei Wallflowers e dei Foo Fighters. Ancora un brano da applausi.

Il finale, lento, soffuso, con le chitarre di Heywood e Gurff Morlix, è affidato a Shine in cui a duettare dolentemente con Amilia c’è nientemeno che Jimmy Lafave, probabilmente in una delle sue ultime apparizioni.

ERIK LUNDGREN – Doordwellers

di Paolo Baiotti

3 settembre 2017

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ERIK LUNDGREN
DOORDWELLERS
Misty Music 2016

Svedese da tempo trasferitosi a Copenhagen in Danimarca dopo un’esperienza in Giappone, attivo dalla prima metà degli anni novanta, Erik è stato coinvolto in molti progetti con formazioni diverse incidendo più di venti albums. Alcune bands non sono più attive come Sink, Ballroom Bastards, i Knivfisk o i Depleted, altre invece risultano tuttora in attività come Kebe Music (si occupano soprattutto di colonne sonore), Abetabeat e Druids. Ma in questo momento la priorità di Erik è la sua carriera solista che dopo Journey del 2014, prosegue con questo DoorDwellers. Lundgren ha una voce da cantautore indie-folk con un fondo di malinconia, qualche venatura pop e un forte senso della melodia. Negli arrangiamenti prevalgono le chitarre acustiche e le tastiere suonate da Jimmy Nolsoe e Kaare Graesboll, con l’aggiunta di un pizzico di batteria elettronica, creando un suono avvolgente, a tratti fiabesco e romantico, morbido e pacato, influenzato dai grandi e quieti paesaggi del nord (d’altronde Erik è cresciuto in una cittadina circondata da foreste ed ha sempre ammesso di ispirarsi alla natura del suo paese). Taken By The Fog, la folkeggiante The Passing e In Your Eyes che richiamano le melodie di Paul Simon, la melodica e sognante What Follows, l’evocativo pop-folk Ease e l’intensa pianistica My Demise mi sembrano le tracce più significative di un disco ideale per un ascolto notturno, pubblicato anche in vinile.
Per informazioni il sito dell’artista è www.eriklundgrenmusic.com.

GEORGE THOROGOOD – Party Of One

di Paolo Baiotti

31 agosto 2017

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GEORGE THOROGOOD
PARTY OF ONE
Rounder 2017

Che si lo sarebbe immaginato che dopo 40 anni di onorata carriera nel blues elettrico George Thorogood si sarebbe rimesso in discussione con un disco solista acustico? Nato il 24 febbraio del ’50 a Wilmington nel Delaware, da sempre associato alla sua band dei Delaware Destroyers (poi solo Destroyers), esploso nel ’77 con l’omonimo album per la Rounder, seguito da Move It On Over e da More George Thorogood & The Destroyers, il chitarrista, cantante e autore di boogie-blues-rock ha vissuto a mille all’ora questi primi anni di popolarità collezionando parecchi successi e dischi d’oro, culminati negli anni ottanta con Bad To The Bone (primo disco per la EMI). In seguito George ha proseguito mantenendo uno zoccolo duro piuttosto consistente di fans e dedicandosi soprattutto a tour americani, realizzando dischi di routine meno freschi dei primi.

Ma la sua passione per Elmore James e John Lee Hooker lo ha mantenuto fedele al blues senza particolari deviazioni e guizzi di fantasia. Nel 2011 ha inciso il valido 2120 South Michigan Ave. per la Capitol, un omaggio alla Chess Records e ai suoi artisti, un concentrato di blues e rock and roll fresco e brillante, molto apprezzato anche dalla critica. E adesso, sei anni dopo, proseguendo in qualche modo in questo ritorno alle origini, Thorogood ha deciso di tornare alla Rounder e di incidere il suo primo disco solista…e acustico! Party Of One comprende 14 tracce (una in più il cd) e non è esclusivamente un disco di blues, come vedremo parlando dei brani registrati e prodotti da Jim Gaines (già in passato al fianco di Thorogood).

L’artista ha suonato prevalentemente una Gibson acustica e slide, poca elettrica, dobro e armonica in modo fresco ed essenziale senza overdubs e in pochi giorni, ritornando ai primi anni settanta quando iniziò come chitarrista acustico ispirato da Elmore James e Robert Johnson. Se le riprese di One Bourbon One Scotch One Beer e Boogie Chillen (John Lee Hooker), di I’m A Steady Rollin’ Man (Robert Johnson) o di The Sky Is Crying (Elmore James) da sempre nel repertorio dei Destroyers non deludono (e questo in fondo era prevedibile), sorprendono altri brani che denotano le influenze folk e country come la ripresa venata di malinconia di Bad News (Johnny Cash), il country-blues No Expectations (Rolling Stones) nel quale George dimostra una raffinatezza inusuale, il dolente talkin’ country-blues Pictures From Life’s Other Side (un tradizionale associato ad Hank Williams), il blues Down The Highway (Bob Dylan, tratto da The Freewheelin’) e la melodica Born With The Blues (Brownie McGhee)

Un disco semplice, intimo, emozionante, fresco, sorprendentemente vario, interpretato con calore e convinzione, suonato con passione e gusto.

BOB CHEEVERS – 50 Years

di Paolo Baiotti

28 agosto 2017

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BOB CHEEVERS
50 YEARS
Howlin’ Dog Records 2017

Bob Cheevers è un cantautore originario di Memphis da anni operativo a Austin, con una lunga carriera alle spalle, seppur vissuta sempre ai margini della notorietà. Ha iniziato negli anni sessanta con il pop dei Peppermint Trolley Company, lavorato a Nashville, Memphis, California e anche in Europa prima di inserirsi nella comunità dei cantautori di Austin che lo ha premiato nel 2011 come Singer-Songwriter Of The Year. La voce assomiglia non poco a quella di Willie Nelson, mentre musicalmente è più leggero, vicino a un country-pop con venature rock moderate e qualche influenza caraibica, tex-mex e jazzata, specializzato in ballate talora un po’ sdolcinate. Amico di Ray Wylie Hubbard, stimato da Guy Clark (altra importante fonte d’ispirazione) e Butch Hancock, si può definire un cantautore texano minore, ma degno di attenzione.

Per celebrare i cinquant’anni di carriera, Bob ha pubblicato un poderoso cofanetto, 50 Years che riassume in cinque dischi le canzoni più significative scelte personalmente dall’artista, in tutto 83, tratte dai 10 cd pubblicati a suo nome, con l’inevitabile inserimento di inediti e rarità raccolti nel periodo. C’è un po’ di tutto, dal pop al country, dal jazz alla ballata confidenziale, dal roots al blues, sebbene i suoi dischi migliori siano quelli texani come Tall Texas Tales del 2009, On Earth As It Is In Austin (un disco di duetti con altri artisti locali tra i quali Will Sexton, Charlie White, Walt Wilkins e Stephen Doster) e Smoke And Mirrors del 2012. Non manca un corposo booklet nel quale Bob racconta la sua storia musicale, arricchito dai disegni dell’artista e cantautrice Emily Shirley. Progetto ambizioso, forse anche eccessivo, al quale contribuiscono musicisti come Bob Glaub e Byron House (basso), Spooner Oldham e Larry Knechtal (tastiere), Fats Kaplan (violino), Chris Gage e Charlie White (chitarra).

Tra i brani citerei almeno la deliziosa ballata roots Fifty Years che apre il primo disco, la jazzata In The Early Stages, la mossa The Unknown Soldier, il demo di Forty Acres And A Mule, l’intensa bluesata Old Soul, l’acustica Popsicle Man (incredibile la somiglianza con la voce di Willie Nelson!), il roots-rock Texas Is An Only Child, la sofferta The Sound Of A Door e la ballata western The Legend Of Sleepy Hollow. Ottimo il lavoro della label Howlin’ Dog che ha pubblicato il cofanetto con cura e passione.

GANG – Calibro 77

di Paolo Crazy Carnevale

20 agosto 2017

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GANG – Calibro 77 (Rumble Beat/Sony 2017)

Ah, che bel disco questo! Ho sempre amato i Gang, pur non avendo seguito tutta la loro carriera ho sempre pensato che si trattasse di un gruppo con la giusta onestà intellettuale e musicale.

I fratelli Severini, che di fatto sono i Gang almeno da un po’ d’anni in qua, anche se poi dal vivo sono sempre accompagnati da bravi e solidi musicisti, non si sono mai piegati alle mode e al mercato, sono sempre andati avanti diritti, a muso duro – come avrebbe detto Pierangelo Bertoli.

Se devo essere sincero, quando un paio di anni fa era uscito Sangue e cenere – prodotto come questo Calibro 77 dall’incomparabile Jono Manson – l’avevo ascoltato a scatola chiusa, sulla fiducia, ed ero rimasto un po’ deluso: non che fosse un disco brutto, per carità, ma troppo incensato e osannato, descritto come diretto discendente di dischi come Storie d’Italia. Secondo me non lo era, per quanto la produzione fosse ottima forse le canzoni non erano tutte all’altezza del capolavoro a cui veniva comparato.

Calibro 77 è un disco di cover. Cosa che di solito denota una crisi compositiva o mancanza d’ispirazione che dir si voglia, almeno nella maggior parte dei casi (pensiamo a Moondog Matinee di The Band). Non è certo il caso dei Gang, le cover – tutt’altro che casuali – sono tutte rilette in stile Gang, come se a scriverle fossero stati Marino e Sandro Severini! Scusate se è poco!

Ogni brano viene pescato dal repertorio della canzone d’autore italiana degli anni settanta, quella impegnata, quella legata alle tematiche del post sessantotto, agli anni di piombo, ai movimenti operai e a quelli studenteschi.

Stavolta, la produzione di Manson mette insieme un gruppo tutto americano per suonare queste canzoni tipicamente italiane per quanto riguarda le tematiche, apparentemente un azzardo, ma l’esperimento è riuscito, in pieno. D’altra parte la canzone d’autore del Bel Paese deve non poco a quella d’Oltreoceano e quindi l’accostamento musicale tramite strumentazioni country o comunque folk/rock non poteva che dimostrarsi vincente. Se Manson in questo genere di cose è un genio, i Severini non sono da meno e Marino con la sua voce unica riesce a dare una continuità a brani che provengono dagli autori più disparati, dai classicissimi Guccini e De André al giovane De Gregori, a Bennato, Della Mea, Manfredi.

Con le chitarre elettriche sempre ruggenti di Manson e di Sandro Severini, troviamo tra le tracce del disco le percussioni di Wally Ingram, le splendide tastiere di Jason Crosby, rinomatissimo e richiestissimo turnista, che passa con facilità estrema dal piano rockabilly di Uguaglianza, scatenato brano denso di ironia composto da Paolo Pietrangeli nel 1970, al suono hammond che fa da sostegno ad una bella versione della deandreiana Canzone del maggio, rubata a Storia di un impiegato, imprescindibile capolavoro del 1973.

Azzeccatissimo il brano d’apertura, la bella Sulla strada di Eugenio Finardi, uno che con la musica americana ci è sempre andato a nozze come testimonia l’arrangiamento qui sfoderato da Manson e soci. Io ti racconto è di Claudio Lolli, lo si capirebbe anche se non ci fosse scritto nel booklet, intrisa di tristezza e pessimismo, come sempre, in Lolli. eccessivi ed irreversibili.

Molto meglio – la colpa non è certo dei Gang – il brano successivo, omaggio a Francesco De Gregori con una poco conosciuta ma sempre bella Cercando un altro Egitto. Con Questa casa non la mollerò di Ricky Gianco è America a tutto tondo, i Severini, Manson e soci riportano tutto a casa – come direbbe Dylan – visto e considerato che la musica su cui Gianco e Gianfranco Manfredi hanno scritto il testo non è altro che Six Days On The Road un classico country-rock.

Sebastiano proviene invece dal repertorio di Ivan Della Mea, uno dei patriarchi del cantautorato impegnato e proletario mentre Venderò è una ballata di Bennato che credo tutti abbiano ascoltato almeno una volta, l’arrangiamento è molto rispettoso dell’originale, ballata era e ballata rimane, con Jason Crosby che alle tastiere aggiunge un pregevole intervento al violino. Per l’accostamento a Guccini, di cui si ripesca la vecchia Un altro giorno è andato, viene eliminato l’andamento folkie alla Dylan prima maniera ed il brano viene rallentato e cantato da Marino con ispirazione, il crescendo creato da Crosby con piano e hammond fa da sfondo all’innesto di una serie di chitarre elettriche molto azzeccate suonate da Sandro, Jono, Scott Rednor e dalla slide di Jay Boy Adams.

La chiusura del disco è affidata alla conosciuta Ma non è una malattia, registrata nel 1976 da Gianfranco Manfredi e qui rivestita di swing con tanto di fiati, e ad un brano poco noto di Giorgio Gaber,I reduci, del medesimo anno, molto intensa, bella, ancora con le tastiere di Jason Crosby a fare da protagoniste con la voce di Marino che pare fatta apposta per cantare queste cose. Una conclusione azzeccatissima per un disco da ascoltare e riascoltare, prodotto in casa grazie al supporto di un considerevole crowdfunding dei numerosi fan sparsi per la penisola. Una menzione comunque credo vada anche alla Sony italiana che si è comunque accollata la distribuzione di un disco così lontano dagli obiettivi abituali della major multinazionali interessate solo al soldo.

SCOTT SMITH – Down To Memphis

di Paolo Baiotti

13 agosto 2017

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SCOTT SMITH
DOWN TO MEMPHIS
Scott Smith 2016

Originario della Bay Area, Scott Smith è cresciuto ascoltando Grateful Dead, Jefferson Airplane, Byrds, prima di scoprire Bob Dylan e i Rolling Stones. Il suo primo insegnante di chitarra è stato David Nelson dei New Riders Of Purple Sage, ma il suo strumento preferito è il violino che suona in un gruppo di Old Time Music.

Esordisce come cantautore con questo mini album di cinque brani che anticipa l’album The Sum Of Life, pubblicato recentemente. Down To Memphis, che è anche il singolo tratto dall’Ep, è stato inciso nello studio di Jeff Martin, che ha avuto anche il ruolo di produttore e di bassista. La title track è un omaggio alla nascita del rock and roll e al ruolo avuto da Memphis (da Elvis a Jerry Lee Lewis, da Johnny Cash alla stazione radio WDIA), una traccia ritmata con chitarra twangy, Just Another Saturday Night un mid tempo con l’hammond di Spencer Burrows che accompagna la voce melodica di Scott, Hour Glass una traccia pianistica tra jazz e blues molto accattivante.

Il titolo Skeleton & Roses richiama i Grateful Dead…non a caso, perché l’omonimo brano è un tributo alla band di Jerry Garcia, con l’azzeccato intervento del mandolino di David Grisman (coinvolto mentre stava registrando nello stesso studio), che richiama nel suo break strumentale melodie dei Dead (soprattutto Uncle John’s Band). In chiusura Top Of The World rallenta il ritmo aggiungendo un tocco di intimità a un ep di indubbio interesse.

THE FURIOUS SEASONS – Look West

di Paolo Baiotti

13 agosto 2017

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THE FURIOUS SEASONS
LOOK WEST
Stonegarded Records 2017

David Steinhart è un autore, cantante e chitarrista di Los Angeles con alle spalle una carrriera trentennale di un certo spessore nell’area indie. Nell’84 ha fondato i Pop Art con i fratelli Jeff e Richard, incidendo cinque albums in sei anni. Successivamente ha realizzato due dischi solisti, ha formato gli Smart Brown Handbag sempre con Jeff, attivi per più di dieci anni nei quali hanno pubblicato altrettanti albums.

Nel 2008 ha creato i Furious Seasons realizzandone altri quattro elettrici prima di decidere di sfrondare la formazione rimanendo in trio con Jeff al basso e contrabbasso e P.A. Nelson alla chitarra acustica ed elettrica e seconda voce, sterzando verso un folk prevalentemente acustico.

Look West è il risultato di questa svolta, un disco acustico, raffinato, a tratti etereo, suonato con gusto da musicisti esperti, cresciuti ascoltando i grandi cantautori come Bob Dylan, Cat Stevens e Paul Simon, avvicinabili anche a nomi più recenti come i Milk Carton Kids o David Gray. Non a caso dopo Look West il trio ha suonato come supporto di John Hiatt, Donovan e A.J. Croce.

David è un autore che conosce bene la materia, scrive melodie dolci di matrice folk nelle quali affiora talvolta il gusto pop che lo ha sempre caratterizzato, forse un po’ monocordi e prevedibili, adatte alla sua voce ben impostata e naturalmente gradevole, con dei testi personali e riflessivi e arrangiamenti spartani basati sugli intrecci tra le due chitarre.

Nel singolo Long Shot che apre il disco spunta il violino di Ray Chang, in The Tape e So Glad It’s Mine si inserisce il piano di Tim Boland (che ha inciso e mixato il disco nei White Light Studios di North Hollywood), ma oltre alle melodie di David spicca il grande lavoro di Nelson specialmente in A Thing To Behold, nell’intensa Best Plans e in Simple And Clean.

Un disco autunnale, sereno e nostalgico, sulle perdite e sull’invecchiare, senza sbalzi e quindi, almeno a tratti, eccessivamente uniforme.

BARTOLINO’S – I sigari fanno male

di Paolo Crazy Carnevale

13 agosto 2017

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BARTOLINO’S – I sigari fanno male (Cromo Music/ Best-U 2017)

Avevamo perso le tracce dei Bartolino’s dopo la pubblicazione di Arthemisia Absitium, godibile album risalente ormai al 2008 che era però accreditato al cantante Alessandro Ducoli con i Bartolino’s alla stregua di backing band. Con questa nuova uscita risalente alla scorsa primavera i Bartolino’s sono invece una banda a tutto tondo.

Nella fattispecie si è ricomposto l’asse autorale Ducoli/Stivala, col secondo personaggio impegnato insieme al cantautore camuno nella scrittura di tutte le canzoni qui incluse, co-titolare a tutti gli effetti.

Il risultato è un disco altrettanto godibile, un disco in cui il Ducoli può lasciarsi andare a quelle vocazioni istrioniche che la presenza di uno sparring partner come Stivala (impegnato tra chitarra e piano elettrico Rhodes) gli concede di lasciar libere e galoppanti.

Una decina di composizioni suonate come si deve da un quintetto base che oltre ai suddetti soggetti vede la presenza della fisarmonica di Roberto Angelico, la batteria di Arcangelo “Arki” Buelli e il basso di Max Saviola (questi ultimi due già apprezzatissima sezione ritmica della Banda del Ducoli all’inizio del terzo millennio) a cui si aggiungono piano e tastiere. Il disco ondeggia così fra canzoni solide e divagazioni malinconiche a base di milonghe, tanghi e similsambe.

Con la title track fatta di autoironie e doppi sensi è già trionfo, Ducoli e Stivala conducono il gruppo attraverso una composizione senza dubbio vincente e la successiva Frivola non è da meno; segue poi Prunella modularis che al pari del brano che aveva titolato il disco precedente rispolvera gli studi botanici del Ducoli presso l’ateneo patavino, ma, soprattutto è un altro brano che conquista.

Il disco si snoda quindi tra Le donne sono fatte per giocare, la riuscita Piccoli furti estivi e la samba di Recidivo inframmezzata da un break strumentale quasi acidjazz. Ingenuo è una soffusa composizione che ricorda da vicino altre composizioni del Ducoli e lascia spazio a Stivala a funamboliche escursioni chitarristiche.

Stella di fiume è una robusta canzone d’amore, resa particolarmente solida da un gran lavoro di basso e batteria dominata ancora le inflessioni “tanguere” inferte dalla fisarmonica. Il lato più istrionico del Ducoli emerge poi con l’irrinunciabile Quante passerine che prelude alla conclusiva (autocensurata nel booklet per quanto riguarda il testo) e colossale Adorata, quasi una rock ballad irriverente che nella struttura musicale richiama l’indimenticata Amico fragile di Fabrizio De Andrè, ma nel testo si viaggia verso altri lidi, è quasi un brano recitato con Alessandro Ducoli impegnato a far uscire tutte le tinte e le sfumature di cui è capace, passando da tonalità profonde a passaggi lirici: il tutto mentre la chitarra di Stivala, sorretta da basso e batteria si divincola su un tappetto ordito da un organo insinuante.

TOM MANK AND SERA SMOLEN – Unlock The Sky

di Paolo Baiotti

6 agosto 2017

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TOM MANK AND SERA SMOLEN
UNLOCK THE SKY
Ithaca Records 2017

Tom Mank e Sera Smolen, compagni anche nella vita, collaborano dal ’94. Un cantautore e una violoncellista diplomata al conservatorio, hanno cercato di miscelare i reciproci stili usando principalmente la voce di Tom, chitarra acustica e violoncello, con un aiuto piuttosto ridotto e minimale di altri strumenti e di voci femminili. Questo è il settimo cd del duo, inciso quasi interamente a Bearsville, NY con qualche aggiunta a Ithaca e in Belgio, con notevoli difficoltà dipendenti dai problemi cardiaci di Tom che lo hanno costretto ad operarsi durante le registrazioni. Mank è in pista da venticinque anni come cantautore indipendente, ha collaborato con altri compositori, congruppi di folk e bluegrass, mentre Sera si è cimentata con la musica classica, ha insegnato all’università di Mansfield e all’Ithaca College e ha contribuito all’organizzazione di alcuni festivals di violoncello. Unlock The Sky non è un disco di facile assimilazione: la malinconia naturale del violoncello (che ha maggiore spazio rispetto al passato) e la voce piuttosto monocorde di Tom lasciano un’impressione di uniformità di fondo che non favorisce l’ascolto, pur riconoscendo le doti non comuni di Sera, manifestate pienamente nella title track strumentale nella quale è unica protagonista. Il folk è la base, alimentato da suggestioni classiche con qualche incursione in atmosfere jazzate. Alcune tracce hanno una certa complessità, come l’eterea Amsterdam con l’inserimento del violino di Amy Merrill, My Thunder And Lightning con l’armonica dell’olandese Gait Klein Kromhof (il duo suona spesso in Europa, specialmente in Germania, Belgio e Olanda) e la jazzata Harpers Ferry nella quale si registrano il felice inserimento del piano honky tonk di Ron Kristy e della voce di Jenny Burns. Un disco originale e sofisticato che richiede un’attenzione non comune e che cresce con gli ascolti.