Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

DOUG SCHMUDE – Burn These Pages

di Paolo Baiotti

21 febbraio 2019

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DOUG SCHMUDE
BURN THESE PAGES
Lost Hubcap 2018

Nato a Baton Rouge in Louisiana, cresciuto in Texas e Oklahoma, Doug ha vissuto in otto stati diversi. Ha iniziato a scrivere e a suonare dal vivo in Colorado a Boulder negli anni novanta, poi si è trasferito a Nashville dove ha formato un duo di blues acustico, Hot Foot Delta che ha riscosso notevoli apprezzamenti in Tennessee testimoniando la sua passione per il Delta Blues. Attualmente risiede nel sud della California, dove suona prevalentemente da solo alternando brani storici di blues alle sue composizioni, che formano la base dei quattro dischi che ha inciso, a partire da A New Century del 2003, seguito da All These Avenues del 2014 e Ghost Of The Main Drag del 2017, fino a Burn These Pages, autoprodotto l’anno scorso e registrato a Irvine negli Old Mill Studios. Doug ha fatto quasi tutto da solo: ha composto i brani dell’album, eccetto una cover, canta, suona chitarra, basso e talvolta anche batteria e tastiere. L’up-tempo melodico di Setting Fires On The Moon interpretato con voce morbida e arrangiato con gusto apre il disco, che prosegue con la ballata confidenziale Just The Night, nulla di speciale, e con la ritmata Crescent City Home in cui si apprezza una slide incisiva. Nella parte centrale trovano spazio i brani migliori: la border-song El Tren de la Muerte, ispirata dal libro The Beast del giornalista di El Salvador Oscar Martinez che racconta la storia della rotta migratoria che dal Centro America attraversa il Messico fino al confine con gli Usa con accenti western che potrebbero appartenere a Tom Russell o Dave Alvin, il brioso folk Silas James, racconto sull’immaginario proprietario di un negozio di dischi che usa la musica per aiutare i suoi clienti e Worry Stone, brano intimo e riflessivo con il violino di Georgiana Hennessy e un cameo vocale della cantautrice Carter Sampson. La seconda parte del disco è più grintosa con la ritmata The Light, il robusto rock di Salt e il roots-rock Enough Rope, cover di Chris Knight che si alternano alla sofferta My Daddy’s Musket, ispirata dalla storia di una donna della Carolina del Nord che riceve ancora una pensione legata alla Guerra Civile in cui il padre aveva combattuto per entrambe le parti, circostanza che la costringe a sopportare insulti da sudisti che la considerano una traditrice e all’accorata ballata Burn These Pages, che chiude un album di discreto livello.

DREAM SYNDICATE – How We Found Ourselves… Everywhere

di Paolo Crazy Carnevale

21 febbraio 2019

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DREAM SYNDICATE – How We Found Ourselves… Everywhere (Anti 2018)

Sull’onda del successo di pubblico raccolto dal tour con cui hanno promosso il disco della reunion uscito nel 2017, i Dream Syndicate hanno dato alle stampe (complice la label Anti, che aveva pubblicato quel disco) un vinilone dal vivo (o quasi) che è stato messo in circolazione in occasione del Record Store Day.

Sono solo sei le tracce qui raccolte, ed una è un’outtake di studio rimasta fuori da How Did I Find Myself Here, però tenendo conto che ci sono due brani che superano i dieci minuti, per avere più canzoni si sarebbe dovuto avere un doppio vinile.

Per il gusto personale del vostro recensore, che non è mai stato un entusiasta del per altro celebratissimo doppio At Raji’s, il live migliore del gruppo resta quello uscito a seguito di Medicine Show, quando c’era ancora l’inestimabile Karl Precoda alla sei corde, questo nuovo live viene però subito a ruota, il suono è energico, più sporco e il gruppo gira molto bene (oltre al leader Steve Wynn ci sono il bassista Mark Walton, il batterista Dennis Duck e l’ultimo arrivato Jason Victor, collaboratore di Wynn da diverso tempo in altre avventure musicali).

Il disco si apre con l’inedita Recurring (Steve’s Dream) brano dal testo ossessivo su cui si dipanano i nervosismi delle chitarre e della sezione ritmica, la registrazione è stata fatta a Richmond, in Virginia, e prelude ad una lunga ineccepibile versione del brano che intitolava il disco del 2017, una versione molto elettrica e sicuramente più bella di quella di studio. È presa da un concerto norvegese e beneficia non poco della presenza delle tastiere di Chris Cacavas, decisamente in forma, e della lap steel di John Paul Jones, proprio lui, il bassista dei Led Zeppelin.

Wynn e Victor duellano con le elettriche mentre la sezione ritmica pulsa nervosamente.

Chiude il lato A una rielaborazione della classica Medicine Show, di nuovo con Cacavas in veste di tastierista: siamo alla TV tedesca, in occasione di una puntata del Rockpalast, e per quanto sia difficile dimenticare la versione originale del brano, il nuovo arrangiamento, più veloce, ha il suo fascino.

Girando il disco troviamo la vecchia When You Smile, un classico sin dai primi esordi, poi c’è l’immancabile John Coltrane Stereo Blues, sempre distorta, lunga, con le chitarre in primissimo piano (d’altronde qui non ci sono ospiti): anche in questo caso l’arrangiamento è riveduto. A chiudere il tutto c’è una spettacolare versione di Glide, indiscutibilmente il brano migliore del disco della reunion, oltre sei minuti infuocati, presi da un broadcast radiofonico, che rendono la composizione ancor meglio che nella versione di studio.

VIOLENTI LUNE ELETTRICHE di Donata Ricci

di admin

14 febbraio 2019

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VIOLENTI LUNE ELETTRICHE
Crema di un futurismo d’antan

Di Donata Ricci

Non ti inquietare Marinetti, se scegliendo il loro nome le Violenti Lune Elettriche si sono concesse una licenza poetica. Tieni conto che, per il resto, il tuo Manifesto del Futurismo lo rispecchiano in pieno, visto che celebrano, a modo loro certo, “le grandi folle agitate dal lavoro” e “le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni”. Anzi, dovresti essere grato che ti scrivano un’appendice sostanziosa, che poi è tutta contenuta nella definizione della loro opera quale “Musica Materica dell’Età del Ferro Atomico Bio-Cibernetico”. Ma ora lasciami scrivere una presentazione più canonica, altrimenti saremo responsabili dell’emicrania del lettore.

Le Violenti Lune Elettriche (d’ora in poi VLE) provengono dalla Bassa cremonese e si muovono sull’asse Crema-Castelleone. Sono in quattro (cinque se consideriamo la presenza spirituale di Gigi Bertuzzi, amatissimo batterista del gruppo, scomparso prematuramente nel 2015). Sfoggiano nomi d’arte che provocano un certo disorientamento: Liv-Liv (voce), G’ino TxD5 (chitarra), mentre la sezione ritmica si mantiene nell’ortodossia con Danilo Somenzi (basso) e Italo Trabattoni (batteria). La loro discografia è più che parca: due dischi in venticinque anni (1991 e 2016) ma non disperiamo… il terzo è già in fase di elaborazione. Nonostante la loro parsimonia produttiva, le loro origini sono antichissime (con l’Età del Ferro quasi ci siamo) se pensiamo che il chitarrista G’ino TxD5 (d’ora in poi Gino e basta, che già mi ha fatto giurare che non avrei svelato il suo vero nome), G’ino dicevamo, ossia l’anima delle VLE, compositore in solitaria di testi e musica, nonché autore dei dipinti che vanno a finire sulle copertine dei loro dischi, è un creativo di lungo corso. In quattro decenni ha dato vita a una serie di formazioni tra le più originali del nostro underground. Minimo Lumen, A, Astrali Neon Zuni. Tutti nomi estrosi per formazioni che hanno avuto ognuna una durata di tre anni, giusto per aggiungere mistero.

Nel tentativo di schedare l’inschedabile, occorrerebbe spiegare che musica fanno le VLE. Intanto diciamo che i testi sono in italiano, con l’unica eccezione anglofona della canzone Le rotolanti pietre del sole (niente a che vedere con gli Stones, troppo facile), che tuttavia conserva l’italiano nel titolo, tanto per scompaginare le carte. Trattano temi grandi, grandissimi, spesso mutuati dalle Sacre Scritture: inquietudini cosmiche, apocalissi proteiformi, tecnologie fagocitanti, stratificazioni e implosioni, piogge acide, plac plac plac su fiori e foglie, perché l’onomatopea è il loro quinto strumento. Non mancano sguardi più terreni, come l’anelito all’uguaglianza sociale che osa l’utopia di un socialismo che, pur non essendo reale, non impedisce loro di rilasciare dichiarazioni di questo tenore: “Gli umili e gli oppressi Dio li innalzerà, i ricchi e i potenti Dio li brucerà” (L’Apocalisse adesso). L’interrogativo a questo punto si fa pressante: che tipo di musica può veicolare tematiche tanto impegnative? Il modo migliore per rispondersi sarebbe partecipare a uno dei loro incendiari live act, magari al Cactus Cafè di Castelleone dove sono pressoché di stanza e che, ogni volta che in cartellone ci sono le VLE, si trasforma in un CBGB padano. E tu che sei lì a due metri dal palco hai la sensazione che lì sopra ci siano gli Stooges e che l’appellativo “animale da palcoscenico” sia stato coniato appositamente per il corpulento, incontenibile vocalist Liv-Liv. Lo zoccolo duro dei seguaci conosce ogni parola dei testi, perché qui in terra cremonese le VLE sono una piccola religione. E loro calano un tiro potente, che se proprio vogliamo infilare in una categoria direi hard rock. “La nostra musica è quella di sempre – semplifica G’ino – quella che ascoltavamo da adolescenti: Jimi Hendrix, Black Sabbath, Cream. Il suono è rimasto quello”. Certo è che non esci indenne dall’impatto con le VLE. Cercate in rete il video di Bwang e ascoltate il suo riff: vi sembrerà di aver infilato le dita nella presa elettrica.

È ciò che deve aver pensato il nostro indimenticato Daniele Ghisoni quando, da giurato, li incrociò nel 1990 al MAST di Cremona e assegnò loro il primo premio in un concorso per rock band. Per dire come le strade a volte si incrociano e tessono canovacci. Perché quella delle VLE è anche una bella storia di provincia, di quelle che Tondelli avrebbe scritto volentieri: un gruppo formato da artigiani della musica (loro si definiscono “artistigiani”) allettati dal sogno del professionismo, ma abbastanza umili da accettarne la rinuncia quando divenne chiaro che toccava accontentarsi di considerarla una forte passione. E qui le soddisfazioni non difettano: top ten radiofoniche, la stampa non soltanto locale, Rockerilla che nel 1993 li piazza in classifica a pari merito con gli Afterhours. Uno di quei bei sogni che partono da una registrazione in diretta su un otto piste a nastro, per una tiratura di cinquecento musicassette, per poi, l’anno dopo, compiere subito il grande salto verso il longplaying. E con un amico che decide di indossare la casacca da manager per procurarti contratti telefonando da una cabina a gettoni, un po’ come faceva Rob Gretton con i Joy Division.

Credono nelle “coincidenze significative” junghiane, le VLE. Ciò spiega il loro ritrovarsi e ripartire vent’anni dopo l’esordio. Puntano sulla convivenza delle diversità, giacché gli altri membri della band sostengono con convinzione i testi confessionali di G’ino, pur non essendo credenti. Testi che non nascondono una netta propensione alla rima accentata e ai verbi al futuro: un peccato veniale di ampollosità che, insieme al tono declamatorio, richiama il Giovanni Lindo Ferretti periodo C.S.I. E non è necessariamente un male. Osano parecchio. “Stanno come d’autunno sugli alberi le foglie” (Soldati) è Ungaretti servito su un letto di Huriah Heep. Contraddicono Guccini asserendo che “Dio non è risorto ancora”. Respirano la stessa aria acida di Jerry Garcia nella sitaristica Mantra, un pezzo che profuma di viaggio all’Eden, o nel bellissimo brano Il sogno delle farfalle metalliche dove, grazie a un ritornello orecchiale ma per niente banale, si palesa la sapiente mescolanza di espressione colta e popolare. Anche Lungo i marciapiedi e Nuovo mondo si accostano alla forma canzone e questo chiarisce definitivamente che le VLE non aspirano a un trono fra gli alieni, ma sanno anche scherzare con la citazione beatlesiana di Magico Misterico Tour.

Una band ottimamente amalgamata anche dal punto di vista squisitamente strumentale: un cantante tutto anima e sudore, una sezione ritmica metronomica e indispensabile e un chitarrista dalla strepitosa abilità. A lui spetta il compito della ritmica, della solita, di tessere la melodia. Ha uno stile tanto classico quanto personale, basti ascoltare JJ Blues, dedicato allo storico drummer Gigi Bertuzzi, un blues canonico tentato però da digressioni e sconfinamenti dalla tradizione. La chitarra di G’ino è un labirinto in cui puoi perderti, esattamente come nei suoi disegni zeppi di simbolismi e di figure miniaturizzate come nei dipinti di Brueghel. Ma una cosa va precisata: Le VLE sono e vogliono essere un’espressione collettiva perché, anche in un mondo bagnato da “lacrime d’olio” e sporcato di “vinavil di tristezza”, non ci son re.

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L’INTERVISTA

Gino, dove comincia tutto?

Qualche anno di liceo mi bastò per capire che avrei voluto diventare una rockstar; qualche supplenza come maestro mi bastò per capire che avrei voluto partire per Londra. Infatti partii e mi sistemai in uno squat del quartiere giamaicano. Poi volai a New York e da lì, attratto dalla mitologia hippie, attraversai l’America su un Greyhound. Avrei voluto farlo in autostop per imitare Sal Paradiso, ma me lo sconsigliarono. Erano gli anni ‘80. Incontrai gli Amish, i Born again Christian colti dall’estasi e varia umanità. Fu un’esperienza importante, poi tornai in Europa. Ma non ancora in Italia.

Dove esattamente?

A Parigi. Facevo le pulizie a Le Figaro e intanto suonavo in un gruppo rock. Ma rockstar non divenni mai. Così dopo tre anni di vagabondaggio rientrai in Italia, senza arte né parte, mi sposai e tentai ancora di trasformare la musica in una professione. Formai gli A, che nella Milano da bere ebbero i loro momenti di gloria, insieme ad Elio e le storie tese. Gli A durarono tre anni. Poi formai le VLE, la cui prima fase durò anche’essa… tre anni. Il numero tre è ricorrente nella mia vita, dev’essere il soffio della Trinità.

Mi fornisci un assist. Nei tuoi testi sono frequenti i riferimenti biblici. Come nasce la tua attrazione per le Sacre Scritture?

Mi considero un riconvertito al Cristianesimo. Dopo l’educazione cattolica che più o meno tutti abbiamo ricevuto, me ne sono allontanato. Però in seguito sono tornato a “credere” per meraviglia nei confronti del Creato.

E poi?

Poi ho letto i Vangeli e anche Jung con le sue “coincidenze significative”, che sono una specie di “sincroniticità”, nient’altro che ciò che il Cattolicesimo chiama “provvidenza”: far incontrare cose assolutamente lontane. È grazie a una coincidenza significativa che le VLE si sono rimesse insieme dopo lo scioglimento del 1992. L’aspetto curioso è che i miei compagni sono miscredenti, qualcuno addirittura è un bestemmiatore. Ciò nonostante abbiamo una sintonia perfetta perché la musica supera molte barriere.

Sei affascinato dal mistero

È esatto. Dal mistero che tutto ammanta prende il nome la mia musica che definirei “Rock misterico dell’Età Oscura”.
Mi gira la testa con tutte queste definizioni…
Posso capirti. Chiunque avverta il veloce e inarrestabile trascorrere del tempo prova una sorta di destabilizzazione. Chiunque comprenda che la nostra esistenza è una voce tra due grandi silenzi – il silenzio del passato che non è più e il silenzio inquietante dell’avvenire – sa che vivere nel tempo è un continuo trascorrere/passare/morire. Dunque la soluzione per vivere senza morire veramente è trascendere il tempo. Solo l’eternità è vita.

Il vostro brano “Dio non è risorto ancora” vuole evidentemente essere una risposta al Maestrone…

Certo. Mentre in “Dio è morto” Guccini terminava con la speranza della resurrezione, il nostro testo ha una deriva pessimistica. Quell’utopia purtroppo non si è realizzata.

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Come riesci a conciliare pessimismo e fede religiosa?

Esiste un Giusto Pessimismo senza il quale non si combinerebbe nulla di grande. È la forza amara che rende il cuore coraggioso. La vera casa dell’uomo è il Cielo. Siamo immersi in una corrente migratoria incessante. Siamo un punto che appare e scompare, appare e scompare. Tuttavia il mondo non finisce con noi, ma continua a fluire, da Ponente a Levante. In altre parole mi considero un “pessimista terreno” e un “ottimista cosmico”. Il mio pessimismo deriva da un’analisi disincantata della società, invece il mio ottimismo nasce alla fiducia nell’individuo. Essere credente non mi impedisce di prendere atto delle negatività del mondo, però se guardo alla bellezza delle relazioni interpersonali divento fiducioso.

Quindi credi nell’individuo ma non nelle collettività?

Sì, è così. La mia fiducia viene meno quando la sovrastruttura che domina gli individui prende determinate direzioni. Penso per esempio alla tecnologia esasperata e mi domando cos’abbia portato di utile nel Burkina Faso o negli slum di Nairobi. Penso alla degenerazione dei significati: l’idea orwelliana del Grande Fratello è stata perlomeno banalizzata.
Credi sia possibile realizzare una società fondata sull’uguaglianza?
Sarò un utopista ma penso che, terminata la fase della “Fatalità Storica”, l’assolutizzazione della ricchezza si sgretolerà insieme al capitalismo.

I linguaggi con cui ti esprimi sono vari: musica, scrittura, pittura. Immagino sia gratificante.

Sicuramente. Mi permettono di mostrare i miei diversi volti ed esprimere i miei differenti umori. Per esempio, mentre nella musica metto la cupezza, nella pittura adopero colori solari e accesi. Sono un frequentatore di discariche: recupero le cassette delle mele, le smonto e le rimonto, poi ci dipingo sopra. Te lo dicevo che sono un “artistigiano”…

Permettimi una domanda più prosaica, giusto per riguadagnare il suolo dopo un volo negli spazi siderali: visto che non sei diventato una rockstar, cosa fai per sbarcare il lunario?

Per un po’ di tempo ho suonato il liscio nelle balere, Angela Ghezzi e così via. Poi, quando non ne ho potuto più, ho tolto dal cassetto il diploma di maestro elementare e sono diventato educatore e insegnante di sostegno. Seguo bambini autistici e faccio alfabetizzazione a quelli stranieri. Il bello è che adopero la musica, li faccio suonare – chitarra, tamburi, quello che c’è – e creo canzoncine per loro.

Gli parli anche dell’Apocalisse?

Quando saranno grandicelli… perché no?

disco

BODINROCKER – Eye To Eye

di Paolo Baiotti

13 febbraio 2019

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BODINROCKER
EYE TO EYE
Bearman Music 2018

Qualche mese fa ci siamo occupati di un Ep di Bodinrocker, comprendente quattro brani con due tracce che anticipavano un nuovo disco e due tracce dall’album Rock It The Right Way del 2014. In seguito è uscito Eye To Eye, quarto album di Anders Bodin, in arte Bodinrocker. Anders compone tutte le musiche, affidando gran parte dei testi all’olandese Jan Leenties, canta e suona la chitarra, aiutato da Lars Ekberg alle tastiere e dalla sezione ritmica del gruppo svedese Sven-Ingvars formata da Stefan Deland (basso) e Klas Anderhell (batteria). Influenzato principalmente da Status Quo (e si sente!), Beatles, Slade e T-Rex, un incrocio tra boogie-rock, pop e glam, si è dedicato seriamente alla musica dopo il trasferimento da Uppsala a Goteborg intorno al 2000, esordendo sei anni dopo con Hall Of Flames, prodotto da Lars Ekberg con il quale collabora da sempre, un disco di classic rock che ha ottenuto discreti riscontri. Nel 2010 è uscito Mysterious Man, quattro anni dopo Rock It The Right Way con la stessa formazione di Eye To Eye. Bodin non ha particolari ambizioni se non quella di divertire con canzoni semplici, scorrevoli, divertenti e ottimiste, ideali da essere ascoltate durante un viaggio in auto o su una spiaggia assolata. Vacation è una partenza brillante, un boogie-rock trascinante, seguito sulla stessa falsariga da Brown Bear con un riff debitore degli Ac/Dc, che racconta la storia (o leggenda) dello scontro tra un antenato del musicista e un orso bruno. Il lato pop è privilegiato nella melodica My Way, nell’elettroacustica Lazy Day e in New Sweden, soft-rock un po’ anonimo, mentre l’influenza degli Status Quo è evidente nella mossa Got No Time, in cui la chitarra solista assume un ruolo importante. Se Roller Coaster Ride, già ascoltata sull’ep sopra citato, è una delle tracce migliori, un rock incalzante e tonificante, il suono si indurisce nel finale con il boogie-rock di That Old Twelve-Bar, con la robusta (e un po’ banale) Can’t Live Without It e con la traccia conclusiva Life Ain’t Fair, un up-tempo coinvolgente con un riff che richiama gli Ac/Dc e un andamento che mischia glam-rock e melodia pop in modo gradevole.
Eye To Eye è un disco sciolto e disinvolto…caratteristiche non comuni nel rock contemporaneo.

KENTUCKY HEADHUNTERS – Live At The Ramblin’ Man Fair

di Paolo Crazy Carnevale

13 febbraio 2019

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KENTUCKY HEADHUNTERS – Live At The Ramblin’ Man Fair (Alligator/IRD 2019)

Dopo il disco per la Alligator col pianista Jimmy Johnson (inciso all’inizio del millennio ma rimasto inedito fino al 2015), i sudisti Kentucky Headhunters hanno deciso di rimanere accasati presso l’etichetta di Chicago, ecco così prontamente realizzato per la bisogna un esplosivo disco dal vivo col quartetto del Kentucky decisamente a proprio agio sulle assi di un palcoscenico, nella fattispecie quello della Ramblin’ Man Fair, durante una rassegna che vedeva altri illustri ospiti, come avremo poi modo di vedere analizzando il contenuto del disco.

La performance del gruppo dei fratelli Young (Richard alla chitarra ritmica e Fred alla batteria) è compatta, tesa, senza fronzoli: il risultato è un rock di matrice sudista che prende un po’ da tutti i gruppi storici del genere, c’è qualche sprazzo del sound dell’Allman Brothers Band, ma soprattutto ci sono le schitarrate (Greg Martin il responsabile) in stile Lynyrd Skynyrd, con echi dei primi Molly Hatchet o dei Blackfoot.

L’apertura è affidata ad una robusta rivisitazione della classica Big Boss Man, già eseguita da molti, da Elvis ai Grateful Dead: la versione dei Kentucky Headhunters va oltre, si velocizza, diventa incalzante. Ragtop è un buon brano originale tratto dal disco d’esordio del 1989 mentre Stumblin’ stava sul disco precedente, quello con Johnny Johnson (che ricordiamo ha collaborato a lungo con Chuck Berry), così come l’ottima Shufflin’ Back to Memphis, particolarmente skynyrdiana, con Martin impegnato in evoluzioni pirotecniche alla sei corde. Intensa e urlata la versione di Have You Ever Loved A Woman? che con i suoi sei minuti e passa è uno dei tour de force del disco (l’altro è My Daddy Was A Milkman in cui il gruppo cita anche il vecchio Bo Diddley): le chitarre viaggiano gran bene mentre il basso suonato da Doug Phelps fa un ottimo lavoro.

Con Wishin’ Well l’atmosfera si velocizza e si fa ancor più incandescente mentre Walkin’ With The Wolf vira verso il classico boogie sound con Martin impegnato alla slide.

Nel finale, raggiunti sul palco dai Bad Touch e dai Black Stone Cherry al completo, in cartellone nella stessa rassegna da cui proviene il concerto, i canuti e capelluti cacciatori di teste kentuckiani si lanciano in una sbilenca cover della beatlesiana Don’t Let Me Down, forse non perfetta (raramente i momenti corali di questi concerti lo sono) ma sicuramente divertente.

Ma se il concerto a questo punto è terminato, non lo è il disco, che mette sul piatto tre bonus track provenienti dalle vecchie session con Johnson: Rock Me Baby, Rock’n’Roller e High Heel Sneakers.

XAVI REIJA – The Sound Of The Earth

di Paolo Crazy Carnevale

13 febbraio 2019

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XAVI REIJA – The Sound Of The Earth (Moonjune 2019)

Il batterista ispanico Xavi Reija è ormai da tempo accasato presso l’etichetta Moonjune: questo nuovo disco, registrato con i fedelissimi Dusan Jevtovic (chitarrista serbo, compagno di scuderia e co-titolare con Raija di un disco in duo) e Tony Levin, ormai un pilastro del basso, anch’egli frequentemente coinvolto in produzioni di casa Moonjune.

The Sound Of The Earth, questo il titolo del disco, prende le mosse da un brano che era apparso in origine proprio sul disco in duo con Jevtovic: il brano in questione, Deep Ocean, viene qui posto in apertura quasi a contrapporre il suono del mare, dell’oceano a quello della terra che viene sviluppato nel disco attraverso quattro differenti suite inframmezzate da altri brani più brevi.

A completare il gruppo, nel disco troviamo anche la touch guitar di Mark Reuter, un altro benemerito dell’etichetta newyorchese.

Il disco si sviluppa senza risparmiarsi nelle contaminazioni e nelle citazioni, come indicano le stesse note di copertina tra le fonti d’ispirazione ci sono persino Jeff Beck, Curtis Mayfield, gli Eagles: ma sono sol spunti, il disco è un disco fortemente sperimentale, come si addice alle produzioni Moonjune, e se nella terza suite eponima del disco emergono richiami a certo soul/blues, se in Lovely Place ci sono echi del mai dimenticato Hotel California, soprattutto da parte della chitarra di Reuter, il resto è all’insegna dell’avanguardia, tutto sorretto dal drumming robusto del titolare.

Le quattro lunghe suite sommate insieme raggiungono e superano da sole i quaranta minuti, l’ultima, la più lunga passa addirittura il quarto d’ora, all’insegna di certe atmosfere che richiamano l’elettronica di Ned Lagin, ma qui gli strumenti sono veri.

A/B TRIO – Trioliloquy

di Paolo Baiotti

10 febbraio 2019

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A/B TRIO
TRIOLILOQUY
Chronograph 2018

A/B Trio riunisce alcuni dei musicisti più richiesti della regione canadese dell’Alberta, il contrabbassista Josh McHan, il sassofonista Dan Davis e il batterista Thom Bennett, eccellenti strumentisti, compositori e insegnanti, spesso impegnati anche in contesti orchestrali di musica classica. Ispirati dal suono di Joshua Redman, Sonny Rollins, Chris Potter e Ari Hoenig, alternano rivisitazioni di standard jazz a composizioni autografe. Hanno esordito nel 2012 con Take No Prisoners, seguito nel 2017 da Out West e l’anno scorso da Trioliloquy, in cui sono raggiunti dal trombettista Kevin Turcotte di Toronto, musicista esperto e versatile che ha lavorato con artisti come Bruce Cockburn e Barenaked Ladies, chiamato a dialogare con il sax in buona parte del disco. Trioliloquy è un disco melodico, pur non rinunciando a partiture complesse come nell’energico opener Lenny’s Beat. L’idea di melodia del trio è rappresentata al meglio da Leda’s Song, che si svolge come un morbido colloquio tra sax e contrabbasso e dalla romantica How Suite It Is, dove i musicisti improvvisano con maestria intorno al tema principale con ampi spazi solisti per sax e tromba, mentre le influenze latine sono evidenti nella bossanova Los Plazos Del Patron, in cui dialogano lungamente Davis e Turcotte. In chiusura il ritmo si accentua nella notturna Bluesaholic in cui viene lasciato spazio al contrabbasso e nell’ansiosa e pulsante Secondary Opinion, dove gli strumenti interagiscono in modo brillante.

JASON ISBELL AND THE 400 UNIT – Live From The Ryman

di Paolo Baiotti

6 febbraio 2019

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JASON ISBELL AND THE 400 UNIT
LIVE FROM THE RYMAN
Thirty Tigers 2018

L’ascesa di Jason Isbell, quarantenne di Green Hill, Alabama, nel settore roots-rock è stata lenta e costante. Dopo l’addio ai Drive By Truckers nell’aprile del 2007, l’autore, cantante e chitarrista ha esordito come solista con Sirens Of The Ditch nello stesso anno, seguito da Jason Isbell & The 400 Unit nel 2009 e da Here We Rest nel 2011. Questi tre dischi hanno preparato il terreno per il salto di popolarità avvenuto con l’intimo e personale Southeastern, consolidato con Something More Than Free e The Nashville Sound, entrambi entrati nella top ten americana nel 2015 e 2017. In questo periodo Isbell è stato nominato più volte agli Americana Awards vincendo per la canzone dell’anno, tre volte per il migliore album e nel 2015 come migliore artista.

Live From The Ryman, tratto da sei concerti del 2017 al leggendario Auditorium di Nashville, è una sorta di celebrazione e di riassunto degli ultimi tre dischi, trascurando il repertorio precedente già ripercorso, almeno parzialmente, in Live From Alabama del 2012 e in un paio di Live pubblicati in edizione limitata per il Record Store Day. Peccato che il disco, uscito un po’ in sordina con una copertina scura e poco attraente, risulti frammentario e incompleto proprio per la sua natura, raccogliendo tredici canzoni per un’ora scarsa di musica che riflettono solo parzialmente l’atmosfera e lo svolgimento di un concerto dell’artista. Le canzoni sono di qualità, Jason ha una voce espressiva e matura e la band lo segue con precisione e attenzione (anche troppa), mancando forse di un pizzico di inventiva e coraggio nelle interpretazioni. The 400 Unit sono formati da ragazzi dell’Alabama, Chad Gamble (batteria), Jimbo Hart (basso) e Derry De Borja (tastiere, ex Son Volt) da tempo insieme, ai quali si sono aggiunti la chitarra di Saldler Vaden (ex Drivin’ N Cryin’) e il violino di Amanda Shires, dal 2013 anche signora Isbell, la donna che lo ha salvato dall’alcolismo e che ha meriti non trascurabili nella sua ascesa, avendogli dato serenità dopo il turbolento matrimonio con Shonna Tucker, bassista dei Drive By Truckers e gli anni trascorsi abusando di cocaina e alcolici.

Negli ultimi dischi Isbell ha affinato la capacità di scrivere ballate intimiste come la dolente Something More Than Free, l’intensa Flagship, la drammatica Elephant e la desolata Cover Me Up sull’alcolismo, che si alternano a tracce più ritmate come l’aspro roots-rock di Hope The High Road, la febbrile 24 Frames e il robusto mid-tempo White Man’s World, caratterizzata da un messaggio antirazzista e da un dialogo serrato tra violino e slide. La scrittura di Jason non trascura accenti pop come in The Life You Choose e influenze sudiste come nell’epica Flying Over Water, ma sembra avere trovato la sua cifra di riferimento nelle ballate. Oltre a quelle già citate emergono due tracce da The Nashville Sound, la sofferta Last Of My Kind, cantata splendidamente e arrangiata con spruzzate di violino, chitarra acustica e punteggiature di slide fino alla sezione strumentale dove finalmente gli strumenti si lasciano andare e la conclusiva If We Were Vampires, una delle più delicate love songs degli ultimi anni, non a caso premiata come Best American Roots Song agli Americana Awards del 2018.
Per i motivi sopra indicati Live Form The Ryman sembra un’occasione non pienamente sfruttata, anche per la qualità del suono che non convince del tutto, nonostante il missaggio di Dave Cobb, produttore di punta di Nashville che ha prodotto gli ultimi dischi in studio di Isbell.

STEPHAN THELEN – Fractal Guitar

di Paolo Crazy Carnevale

3 febbraio 2019

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STEPHAN THELEN – Fractal Guitar (Moonjune 2019)

In questo primo scorcio di 2019 la Moonjune Records torna a farsi sentire alla grande e dopo la bellissima sorpresa del disco di Dewa Budjana con ospite John Frusciante, ecco fresco fresco di stampa un nuovo disco che vede l’esordio sulla label di Leonardo Pavcovich del chitarrista svizzero (americano d’adozione però) Stephan Thelen. Thelen, che ha comunque al suo attivo molti altri dischi per l’etichetta RepTile, è chitarrista e matematico (per sua stessa definizione) e per questo suo cambio di label ha approntato un disco che si compone di solo cinque brani, tre dei quali raggiungono però sommati quasi cinquanta minuti!

Rock strumentale, progressive, ma anche altro, composizioni molto elaborate per la cui esecuzione Thelen si avvale di collaboratori titolati: d’altra parte è da un bel pezzo che la Moonjune ci ha abituati a trovare nelle sue produzioni la crema dei musicisti americani (e non solo) d’estrazione jazz/fusion/rock.

Col disco di Thelen comunque l’orizzonte si allarga, le chitarre vibrano, la batteria non è per nulla jazz: il chitarrista elvetico ci incanta fin dai primi, lunghi, diciassette minuti di Briefing For A Descent Into Hell, una specie di diabolico bolero moderno in cui la chitarra del titolare dialoga con quella del compare d’etichetta Markus Reuter (presente in tutto il disco) e con quella di Jon Durant. La successiva Road Movie, “appena” tredici minuti e una manciata di secondi è sorretta come la precedente dal drumming robusto di Manuel Pasquinelli (della formazione elvetica Akku Quintet) e si avvale di un ospite di quelli il cui nome fa tremare le pareti: stavolta a duettare alla sei corde con Thelen c’è infatti l’eclettico Henry Kaiser, ma a rinforzare il tutto ci sono anche il meno noto Bill Walker e il già menzionato Reuter.

Per l’intrigante title track invece Thelen ospita il losangelino Barry Cleveland, musicista e giornalista (è stato direttore di Guitar Player per dodici anni) che ha al suo attivo diversi dischi a proprio nome, uno – uscito una decina d’anni fa – proprio per la medesima etichetta che pubblica questo Fractal Guitar. E sempre Cleveland è il collaboratore della successiva Radiant Day.

La chiusura è affidata ai quasi diciotto minuti di Urban Nightscope, con ospite alla chitarra David Torn, star della musica sperimentale che vanta una militanza nel quartetto di Jan Garbarek e collaborazioni con Tony Levin, Bill Bruford e Mark Isham: la composizione si districa in una serie di sperimentazioni molto all’avanguardia che però, rispetto al resto del disco alla lunga sembrano diventare eccessive, peccato.

CHARLIE OVERBEY – Broken Arrow

di Paolo Crazy Carnevale

30 gennaio 2019

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CHARLIE OVERBEY – Broken Arrow (Lone Hawk Records 2018)

Seconda brillante prova solista per Charlie Overbey, singer/songwriter californiano praticamente sconosciuto al di qua dell’Oceano, ma non per questo trascurabile! Dopo l’EP del 2015 intitolato California Kid inciso a nome Charlie Overbey & The Broken Arrow, il nostro ci riprova, stavolta con un LP intero, dieci brani di cui nessuno meno che bello.

Overbey non è un novellino, le ossa se le è fatte suonando dal vivo in diverse formazioni, aprendo per gente di grido come Motorhead, Blackberry Smoke, Supersuckers, David Allen Coe, e il suo songwriting è puro, schietto, nella miglior tradizione country rock, ma con un occhio sempre rivolto anche alla scuola di gente come Tom Petty e Bruce Springsteen, mescolati sapientemente con la scuola sudista e con quella californiana. A questo si aggiunga la sapiente produzione di un marpione come Ted Hutt (vincitore di Grammy Award e seduto in regia con Old Crow Medicine Show, Gaslight Anthem, Lucero, Flogging Molly)

Il risultato è un disco che lascia a bocca aperta, Overbey – lo si capisce fin dalla copertina – è l’epigono di tutti i desperados – la sua voce è matura, con quella punta di raucedine che non guasta, la vena compositiva è felice, per non dire felicissima, il sound equilibrato non perde mai di vista nessuno degli elementi che lo compongono, quando la voce sembra rifarsi al “boss” più tipico ecco che la pedal steel di Matt Pynn comincia a ricamare interventi che sembrano balzare direttamente da Sweeteheart Of The Rodeo e da tutti i bei dischi californiani di cui il disco dei Byrds è stato il progenitore, e poi chitarre ululanti quando serve, duetti intriganti con le voci di Miranda Lee Richards e dei Mastersons. Non solo, quando serve, Overbey e la sua accolita di compagnoni (di fatto i Broken Arrows che lo accompagnano dal vivo) riescono a sfoderare atmosfere più raccolte, quasi acustiche.

Grande già il primo brano, Slip Away, con la voce della Richards a doppiare il titolare: da notare che la cantante è praticamente parte dei Broken Arrow on stage quando non si occupa della propria carriera solista. Che dire poi di Shame, altra composizione notevole dal robusto refrain e dall’interpretazione vocale particolarmente azzeccata. In Outlaws Overbey si supera, sfornando un brano di facile presa in cui a duettare con lui ci sono i Mastersons (al secolo Chris Masterson e Eleanor Whitmore, a loro volta parte anche dei Dukes di Steve Earle). Heaven Only Knows rientra ai brani dall’atmosfera più raccolta, mentre il brano che chiude il primo lato dell’edizione in vinile è The Ballad Of Eddie Spaghetti dedicata all’amico eponimo, cantante dei Supersuckers ed ospite nel brano: un altro colpo messo a segno con un’apertura di pedal steel degna del miglior Sneaky Pete o di uno qualunque dei suoi migliori emuli.

Non c’è tempo per distrarsi, appena girato il disco sul vecchio Thorens, ecco un altro brano da ricordare, Trouble Likes Me Best, di nuovo con le voci dei Matersons ma stavolta nella scia degli outlaws nashvilliani, sia per l’approccio vocale che per le tematiche. Hero In Town è un’altra dolente ballata acustica con la pedal steel in sottofondo, nella stessa onda si insinua anche This Old House. I cinque minuti dell’intensa Echo Park, sono pura poesia rock, con la voce in tiro e la miscela di suoni che viene sottolineata dall’organo di Jason Soda mentre le chitarre si scambiano parti diverse con sonorità personalissime. Il finale è affidato ad un’indovinata farewell song intitolata Last Deep Breath, lenta e dondolante, degna conclusione di un disco che non delude mai.

IAN SIEGAL – All The Rage

di Paolo Baiotti

27 gennaio 2019

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IAN SIEGAL
ALL THE RAGE
Nugene/Dixiefrog 2018

Originario di Portsmouth in Inghilterra, appassionato di blues e Americana, ha esordito nel 2004 con Standing In The Morning seguito da Meat & Potatoes, primo disco per la Nugene. Broadside del 2009 è stato scelto dalla rivista Mojo come miglior album di blues dell’anno e ha ottenuto nel 2010 un premio ai British Blues Awards (il primo di molti riconoscimenti), segno di una carriera in ascesa. Da allora ha mostrato voglia di cambiare e approfondire le sue radici e conoscenze, immergendosi nella realtà del North Mississippi Blues, registrando agli Zebra Ranch dei fratelli Cody e Luther Dickinson il pregevole The Skinny, seguito da Candy Store Kid sempre con musicisti locali con i quali ha suonato negli Stati Uniti e in Europa, compresi i fratelli Dickinson e Alvin Youngblood Hart, dal live solista Man And Guitar registrato alla Royal Albert Hall e da Picnic Sessions, inciso informalmente nel 2013 in North Mississippi con i fratelli Dickinson, Alvin Hart e Jimbo Mathus (ex Squirrel Nut Zippers). In seguito Ian si è trasferito ad Amsterdam, dove ha formato una nuova band con la quale ha pubblicato il live One Night In Amsterdam nel 2015, seguito da Wayward Sons, un altro live registrato in coppia con il polistrumentista Jimbo Mathus.

All The Rage è il primo disco in studio con materiale autografo dal 2012 (Candy Store Kid), inciso in poche sessioni pomeridiane, quasi interamente in presa diretta, prodotto da Mathus. Dieci brani, tutti di Siegal, tre scritti con Mathus, tre con la coppia Azier/Den Haring e uno con l’armonicista Hook Herrera. La giovane band olandese formata dall’emergente chitarrista Dusty Ciggaar, dal batterista Rafael Schwiddessen e dal bassista Danny Van’t Hoff è perfetta per ricreare il suono sporco, rustico, vigoroso e rabbioso richiesto dal leader, che mischia i generi come gli piace fare, tra blues, folk, americana e un tocco di country. La voce aggressiva e aspra di Ian richiama Howlin’ Wolf nell’ipnotico blues If I Live, il primo Tom Waits nella ballata My Flame e nella profetica Jacob’s Ladder, mentre Won’t Be Your Shotgun Rider ha un suono roots che rievoca le atmosfere dei Basemant Tapes e The Shit Hit è un classico blues di Chicago con una slide pungente. L’opener Eagle-Vulture è una delle tracce più incisive, un blues aggressivo con un testo politico sulla nuova amministrazione americana, come il tex-mex Ain’t You Great? morbido nella musica, ma polemico e ironico nelle tematiche trattate. Il disco è chiuso dal gospel-soul cantautorale Sweet Survivor e dalla scorrevole Sailor Town, a conferma della varietà dei temi musicali toccati da Siegal in un album che merita un ascolto attento.

DEWA BUDJANA – Mahandini

di Paolo Crazy Carnevale

14 gennaio 2019

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DEWA BUDJANA – Mahandini (Moonjune 2019)

La benemerita etichetta di Leonardo Pavkovic inaugura il 2019 col botto pubblicando nei primi giorni dell’anno un nuovo disco di Dewa Budjana, in assoluto uno dei suoi più prolifici ed al tempo stesso apprezzabili accoliti.

Budjana, non è la prima volta che se ne parla in questa sede, è un fantastico chitarrista indonesiano che nella sua musica riesce ad infondere le influenze della musica americana, il jazz-rock, certe atmosfere vagamente latine, ma sempre senza perdere di vista la sua terra d’origine, che ritorna puntualmente, a partire dalle sempre azzeccate copertine scelte per i dischi.

A riprova del fatto che non sia uno qualunque, nei suoi lavori riesce a coinvolgere sempre un sacco di artisti che riescono a integrarsi perfettamente con la visione musicale di Budjana. Per il disco in questione oltre alla brava e bella bassista indiana Mohini Dey, al batterista Marco Minnemann e al tastierista Jordan Rudess, che costituiscono la band basilare, il titolare ha coinvolto un paio di chitarristi parecchio famosi ed al tempo stesso diversissimi, segno della continua voglia di contaminare e fare evolvere la propria musica, fino a sfiorare, anzi toccare decisamente, anche sonorità rock: si tratta del Red Hot Chili Pepper John Frusciante e di Mike Stern.

Il risultato è entusiasmante in tutti i casi. Il primo brano, Crowded, porta la firma e la voce di Frusciante ed è un riuscito esperimento di contaminazione tra le due culture, mentre con Queen Kanya ci troviamo al cospetto di un raffinato brano in cui Dewa butta fuori tutto il suo chitarrismo. Poi e atmosfere si tingono di elettronica e ritmica industriale nella lunga Hyang Giri che conta sulla vocalità flessuosa della cantante balinese Soimah Pankawati, altro interessante esperimento in cui la bassista si conquista un meritato assolo. Il brano prelude alla pianistica Jung Oman, autentica vetrina per Rudess (che vanta precedenti nella souhtern band Dixie Dregs e nei Dream Theater), Dewa si innesta con una chitarra elettrica dalle atmosfere quasi gilmouriane (nel senso di David Gilmour) e un’ancor più deliziosa acustica.

A questo punto arriva la collaborazione con Mike Stern, con il brano ILW, in odore di progressive rock, ed è un altro buon risultato che fa crescere ulteriormente il disco. Poi è la volta della title track, una lunga (la più lunga del disco) traccia che si dipana come un’improvvisazione in cui tutto il gruppo ha la possibilità di mettere in luce le proprie virtù, nessuno escluso: nell’edizione in vinile è aggiunta come bonus una versione acustica del brano).

Poi la conclusione, fantastica, eccelsa, con Zone, di nuovo scritta (come il brano iniziale per il disco del 2014 Enclosure) e cantata da Frusciante, una composizione che lascia decisamente il segno e suggella una nuova grande intuizione marchiata Dewa Budjana, che del brano è arrangiatore e produttore.

STEVE WYNN – Benedikt’s Blues

di Paolo Crazy Carnevale

6 gennaio 2019

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STEVE WYNN – Benedikt’s Blues (Kinkverk 2015)

A tutt’oggi questo vinile targato 2015 è l’ultimo sforzo solista di Steve Wynn, dopo c’è stata la riunione dei Dream Syndicate. Uscito solo in vinile (ma con CD incluso in omaggio) e solo per il mercato norvegese, è un disco particolare, registrato in momenti diversi e in differenti luoghi concepito come commento sonoro alla quarta stagione della serie televisiva norvegese “Dag”.

Ascoltato con attenzione Benedikt’s Blues risulta un disco interessante, con alcune composizioni davvero buone, quasi esclusivamente canzoni visto che a dispetto del fatto che si tratta di un commento per la TV vi sono solo due brevi strumentali per sola chitarra distorta. Quello che penalizza il disco è la produzione eccessivamente Lo-Fi. Per intenderci, il disco è sotto prodotto, diverse composizioni – ed è un peccato perché avrebbero meritato un maggior sforzo – suonano un po’ ovattate, il suono non esce come dovrebbe. Fatta questa dovuta precisazione veniamo alla musica. Cinnamon Tweed è il brano introduttivo ed è uno dei due strumentali, tutto in esso suona come un omaggio ai meravigliosi feedback di Neil Young, anche se Wynn non è allo stesso livello del canadese come chitarrista. Poi con You’re Halfway There il disco entra nel vivo subito con una delle composizioni più interessanti, una canzone completa, con la partecipazione di Stephen McCarthy (Long Ryders se fosse necessario ricordarlo, e già collaboratore di Steve con la formazione Danny & Dusty). McCarthy è il valore aggiunto di molte delle tracce che compongono il disco, con la pedal steel o con l’elettrica. Alla batteria c’è Linda Pitmon, la compagna di Wynn, Scott McCaughney suona il basso e alle tastiere abbiamo Josh Cantor. Segue la title track e il disco si mantiene ad un buon livello, poi è la volta di Interlude il secondo brano strumentale, breve, poca cosa in realtà. Making Good On My Promises è registrata in Spagna con una differente formazione a base di musicisti iberici, poi con la dirompente e ineguagliabile On The Mend si chiude il primo lato. Gran brano, molto eco Dream Syndicate nei suoni, c’è anche una tastiera non accreditata che ricorda tanto il sound di Chris Cacavas, e, oltre a McCarthy alla chitarra c’è Jason Victor, braccio destro di Steve da un po’ di tempo in qua, inclusa la reunion dei Dream Syndicate. Dalla stessa session di registrazione (risalente al 2010) giunge il brano che apre il lato due, Only A Dream, una ballata vagamente country, con la pedal steel dominante. Meno memorabile la lenta Dead Roses, dalle session del 2015 che hanno originato la maggior parte del disco. Addirittura la 2005 risale All The Squares Go Home, buon brano con le tastiere di Craig Schumacher e buoni spunti di Jason Victor all’elettrica. Di nuovo dalle session del 2015 la bella ballata Simpler Than The Rain, con la pedal steel che dialoga con il piano elettrico di Cantor, peccato per il sound troppo compresso perché la composizione è molto valida. Il finale è affidato a …And I Can’t Look Down altro solido esempio del buono stato di salute compositiva di Wynn, in cui si mescolano sonorità Dream Syndicate ma anche certe cose del miglior Wynn solista, bei cori, chitarre efficaci, tappeto di
tastiere mai eccessivo.

SHEMEKIA COPELAND – America’s Child

di Paolo Crazy Carnevale

2 gennaio 2019

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SHEMEKIA COPELAND – America’s Child (Alligator 2018)

Grande connubio quello che ha portato alla pubblicazione di questo signor disco; tanto di cappello all’Alligator, un’etichetta sempre al top nell’ambito del blues, sia elettrico che più legato alla tradizione. L’abbinata tra la voce e la grinta della Copeland con la chitarra e la zampata caratteristica da producer scafato di Will Kimbrough (peraltro già collaudata nel disco precedente della cantante) è davvero al fulmicotone.

La trentanovenne vocalist newyorchese ed il chitarrista dell’Alabama sembrano fatti apposta per fare coppia, almeno su disco. Rispetto ad altri dischi di Shemekia (che, ricordiamo, è figlia del chitarrista Johnny Copeland), Kimbrough dà al disco un sound più virato verso il sound americana, senza però snaturare l’humus da cui la Copeland proviene, e anche laddove s’inseriscono illustri colleghi, come ospiti, come autori o in entrambe le vesti, il blues elettrico e lo stile vocale di Shemekia restano le costanti dominanti di questo America’s Child, il cui titolo dice già tutto su quanto ci dobbiamo attendere.

Kimbrough non ci mette solo la sua lancinante slide, ma tesse all’organo trame spesse e robuste che costituiscono l’essenza del disco, e per aggiungervi un tocco notevole in più firma buona parte del materiale nuovo.

Un disco robusto, un disco bello che si apre già alla grande con Ain’t Got Time For Hate, quasi un titolo programmatico, la solista di Kimbrough duetta con la pedal steel dell’immenso Al Perkins e a fare i cori ci sono Mary Gauthier, Emmylou Harris, John Prine e Gretchen Peters. E quindi, giù il cappello da subito. Ottima anche Americans, firmata dalla Gauthier che ci mette anche la voce nei cori, qui l’atmosfera è meno ruvida e alla pedal steel c’è il Paul Franklin di knopfleriana memoria.

Bene anche Would You Take My Blood, meglio ancora la scoppiettante Great Rain firmata dall’arzillo John Prine che, alla faccia dell’età e delle magagne, si concede un bel duetto con Sjemekia: le chitarre sono di nuovo di Perkins e Kimbrough, che passa poi alla National nella successiva Smoked Ham And Peaches, di nuovo della Gauthier, brano dalle atmosfere più intime che vede ospite Rihannon Giddens al banjo africano. Gran bella canzone.

Quasi rockabilly l’idea di base di Wrong Idea, altra composizione ben costruita e ancor meglio resa, con un indovinato inserimento del violino di Kenny Sears. Con Promised Myself scatta il doveroso omaggio della Copeland al padre Johnny, che ne è l’autore: il rock lascia lo spazio ad una soul ballad, intensa, lenta, avvolgente, bella, con tanto di cameo di Steve Cropper alla chitarra.

Di nuovo rock è invece l’atmosfera di In The Blood Of The Blues, mentre Such A Pretty Flame è un blues notturno e urbano che non starebbe male nei titoli di testa di un Bond-movie, con la pedal steel di Perkins che ulula nell’oscurità duettando con la solista del producer.

Buona anche One I Love, con l’armonica di J.D. Wilkes, molto ben cantata, come del resto anche la riproposta della kinksiana I’m Not Like Everybody Else che in questa lettura ci ricorda quanto americani fossero Ray Davies e soci già nel 1965 quando il brano debuttò su Kinkdom.

La chiusura è intima, solo la Copeland quasi in chiave a cappella, non fosse per l’intro di Kimbrough, alle prese con la ninna nanna Go To Sleep Little Baby.

GRAZIANO ROMANI – A Ruota Libera / Freewheeling

di Paolo Baiotti

2 gennaio 2019

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GRAZIANO ROMANI
A RUOTA LIBERA -FREEWHEELING
Route 61 2018

Dopo la seminale esperienza con i Rockin’ Chairs, formati da Graziano nell’81, che hanno pubblicato quattro dischi tra l’87 e il ’91 e nei quali hanno militato Roberto Pellati, Antonio Righetti e Mel Previte, colonne portanti per alcuni anni della band di Ligabue, il cantante emiliano di Casalgrande ha avviato una solida carriera solista con l’omonimo album del ’93, seguito da dischi ed esperienze di vario genere, alternando italiano e inglese, con l’aggiunta di qualche tributo ai suoi artisti preferiti (in primis Bruce Springsteen). Nell’ultimo decennio Graziano ha affiancato all’attività discografica quella legata alla passione per i fumetti: è curatore e traduttore della saga di Prince Valiant, autore di una biografia di Sergio Bonelli, nonché soggettista e sceneggiatore di numerose storie e ha pubblicato albums dedicati a Tex, Mister No, Zagor e Diabolik. Nel 2015 ha riformato i Rockin’ Chairs per un tour e ha pubblicato il doppio Vivo/Live per la Route 61, seguito due anni dopo dal secondo tributo a Springsteen, Soul Crusader Again. A Ruota Libera – The Duet Album unisce nuovamente la passione per la musica e per il fumetto, in quanto ogni canzone è accompagnata nel libretto da alcune tavole dei migliori disegnatori italiani, tra i quali Fabio Civitelli, Mauro Laurenti e Alessandro Piccinelli. Ovviamente nella versione in vinile si apprezza maggiormente la parte grafica. Dieci brani, cinque in italiano e cinque in inglese, ripresi da vari momenti della carriera del rocker emiliano, con l’aggiunta di tre tracce degli ospiti e di un tradizionale. Si parte con l’inedita title track, un rock trascinante suonato con i Ritmo Tribale nel quale coesistono la voce roca e sporca di Graziano e quella più pulita di Andrea Scaglia. Paz è una ballata dei Gang dedicata al disegnatore Andrea Pazienza; Romani ha aggiunto una strofa ed è accompagnato dai fratelli Severini, Marino alla voce (una delle migliori del rock italiano) e Sandro alla chitarra, nonché dalla sua band nella quale svetta il sax di Max Marmiroli. Il brano in dialetto reggiano Alla Guerra è interpretato con gli autori, il combo folk/rock Lassociazione (pregevole il mix delle voci di Romani e Marco Mattia Cilloni), mentre nella dolente Moira del Circo si riconosce un altro emiliano, Cisco Bellotti ex Modena City Ramblers. La ripresa di Preghiera di Stefano Rosso è un duetto particolare, con il violino di Michele Gazich. Seguono i cinque brani in inglese, iniziando con il soul Making A Change, duetto con l’anglo/pavese Edward Abbiati dei Lowlands, proseguendo con il tradizionale irlandese Molly Malone, duetto con Andy White, cantautore di Belfast, già eseguito sul disco di Graziano Zagor King Of Darkwood (questa versione è differente) e con Napoleon In Rags, tratta dal repertorio dei Rockin’ Chairs, cantata con la rockeuse Arianna Antinori. Nel rock romantico di Last Moonshine (da Confession Boulevard) emergono la voce di Marco Diamantini e la brillante slide del fratello Michele, colonne portanti dei pesaresi Cheap Wine, unitamente alle tastiere di Alessio Raffaelli, mentre in chiusura ascoltiamo la seconda voce femminile, quella della cantautrice newyorkese Carolyne Mas che dialoga con Graziano nella sofferta ballata The Most Crucial Enemy.
Nelle note Graziano parla di “voci che si uniscono, che dialogano. Che a volte urlano, altre sussurrano. Voci legate dall’amicizia, a ruota libera”, definendo nel modo giusto un disco realizzato con cura artigianale insieme al produttore Ermanno Labianca, degna celebrazione di una lunga e proficua carriera che sicuramente ci regalerà altre emozioni.

JAY PINTO – Jay Pinto

di Paolo Crazy Carnevale

26 dicembre 2018

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JAY PINTO – Jay Pinto (Jaypintomusic 2017)

Nativo della costa orientale, di Boston per la precisione, Jay Pinto ha cercato fortuna artistica sulla West Coast, risalendola tutta partendo da sud fino a stabilirsi in quel di Seattle ed ha pubblicato sul finire del 2017 il suo terzo disco, escludendo quello registrato in seno alla band dei Bananafish).

L’atmosfera della città natale – una delle principali location per la musica dei cantautori d’ispirazione folkie negli anni novanta, complice l’essere attigua all’universitaria Cambridge, in cui come soleva dire il mio amico Patrick c’era da andare ad ascoltare musica del vivo otto sere per settimana (eight nights a week) – e il calore della California, terra d’elezione per molto cantautorato a stelle e strisce, hanno contribuito a forgiare lo stile musicale di Pinto, che con questo lavoro consegna ai posteri un piacevole dischetto, suonato quasi in punta di piedi, atmosfere acustiche con giusto un paio di chitarre, la sua voce, qualche coro, un’armonica dolce in stile Graham Nash.

Il risultato, pur non raccontando nulla di nuovo, è decisamente gradevole, dieci canzoni dalla struttura accattivante e funzionale. D’altra parte è difficile inventare qualcosa di nuovo in quest’ambito musicale e spesso si finisce con l’ascoltare nuovi cantautori davvero sonnacchiosi e senza brio. Pinto no.

Pinto propone qui canzoni scritte nel corso di una carriera pluridecennale visto che non è più un ragazzino: bella l’iniziale Stray e altrettanto si può dire della seguente Through The Eyes Of A Fisherman, appena più arrangiata è From Pineapple Avenue To Marginal Way, ballata particolarmente riuscita, ed è più ritmata Change Of Heart che in qualche passaggio ricorda vagamente Neil Young, ma la voce di Pinto gira totalmente altrove.

Da menzionare, almeno, ancora, Sad Jack.

BOB MALONE – Mojo Live

di Paolo Crazy Carnevale

26 dicembre 2018

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BOB MALONE – Mojo Live (Appaloosa/IRD 2018)

Bob Malone è un funambolo del pianoforte, le sue dita danzano letteralmente sui tasti: non c’è quindi da stupirsi che fior di musicisti di grido lo abbiano voluto nei loro dischi e nei loro tour: su tutti John Fogerty, della cui band Malone fa parte.

Non è però scontato che la bravura e la classe come strumentista vadano di pari passo con la capacità di scrivere canzoni in proprio e con l’essere in grado di sostenere una carriera solista agli stessi livelli dei colleghi che lo ingaggiano.

Questo è il problema di Malone e da questo live pubblicato recentemente su etichetta Appaloosa, i problemi emergono tutti. Innanzitutto, come molti turnisti, Malone ha il difetto di non saper dare un indirizzo preciso al proprio repertorio, cercando piuttosto di stupire con virtuosismi a buon mercato destinati ad un pubblico di bocca buona che si entusiasma con poco.

Sinceramente non mi capacito del fatto che un’etichetta che solitamente punta sulla qualità non scontata abbia potuto pubblicare un disco così così, ma non è il lavoro dell’etichetta che va qui giudicato, quanto piuttosto quello del Malone che, si passi il turpe gioco di parole, ne esce malino.

Seppure accompagnato da un gruppo solido, in questo live registrato tre anni fa a San Pedro, California, nell’ambito della promozione del quasi omonimo disco di studio, il tastierista sforna una quindicina di brani, quasi tutti autografi se si eccettuano una cover di Rod Stewart (Live With Me), abbastanza solida ma non certo competitiva, un accenno a Miles Davis all’interno di Toxic Love e She Moves Me di Muddy Waters.

Sezione ritmica imponente, due chitarre e addirittura tre coriste non bastano ad impedire lo strafare di Malone che sembra voler dominare a tutti i costi con mirabolanti interventi pianistici (il brano di Muddy Waters ne è la prova lampante) che suonano però vuoti nonostante la quantità incalcolabile di note sparate. Non c’è dubbio che l’effetto sortito sul pubblico sia positivo, nella lunghissima Ain’t What You Know, l’artista sembra crogiolarsi praticamente nei propri assoli con applausi a scena aperta di prammatica. Ma manca la sostanza, basterebbe un solo passaggio sulle tastiere delle mani di Chuck Leavell per cancellare tutto il concerto di Malone. Si va da ballate colorate di soul – ma la voce non è delle migliori e il soul vero non abuserebbe di assoli tanto lunghi e monotoni – al blues, a tinte più rockeggianti, ma nulla che faccia risvegliare dalla sonnacchiosa atmosfera in cui il disco fa precipitare. Peccato.

NEILSON HUBBARD – Cumberland

di Paolo Crazy Carnevale

16 dicembre 2018

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NEILSON HUBBARD – Cumberland Island (Appaloosa/IRD 2018)

È ormai un dato di fatto, i component del trio Orphan Brigade ha ampiamente trovato casa sotto l’egida dell’Appaloosa Records: due dischi di studio, uno dal vivo, per non dire dei dischi solisti dei componenti del gruppo, il tutto nel giro di due anni o poco più.

Se il valore del trio è indiscutibile (ed il recente disco dal vivo registrato a Osimo ne è la prova), forse la carne sul fuoco comincia ad essere un po’ troppa.

Personalmente avevo cominciato ad averne il sentore col disco di Ben Glover uscito la scorsa primavera, e questo solo album di Hubbard me lo conferma.

Nulla da dire riguardo all’accurata produzione (in regia ci sono proprio Hubbard e Glover), i suoni sono belli, ma il fatto che i due in questo sono eccellenti era cosa assodata. L’impressione è piuttosto che le canzoni suonino un po’ tutte simili e qualunque. Le voci funzionano bene quando la brigata degli orfani lavora di concerto, ma in solitudine il risultato è un po’ debole, e se Glover nel suo disco aveva ovviato impiegando qualche voce di supporto, qui la carenza pare più tangibile.

È un peccato, perché i momenti validi non mancano, il refrain di Save You ad esempio, però lo stesso tema che ha ispirato il disco è un po’ carente. Viene in mente lo Springsteen tutto miele e zucchero di Tunnel Of Love (difatti lo spunto per il disco arriva dal viaggio di nozze intrapreso da Hubbard e signora in quel di Cumberland Island): il disco è drammaticamente lento e sonnacchioso, peccato, perché la stoffa si sa, c’è. Ma dopo il secondo ascolto (uno è troppo poco), la necessità di levarlo dal lettore diventa impellente. Sorry.

BLACKBERRY SMOKE – Find A Light/Tour Edition

di Paolo Baiotti

13 dicembre 2018

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BLACKBERRY SMOKE
FIND A LIGHT – TOUR EDITON
Earache 2018

Originari di Atlanta, capitale della Georgia, i Blackberry Smoke nel giro di una decina d’anni sono diventati il più popolare gruppo di rock sudista della generazione del nuovo millennio. In realtà la loro musica riprende tematiche e suoni del southern rock degli anni settanta, inserendo una dose non indifferente di country, influenze di rock classico e hard rock, folk e bluegrass e una buona capacità di scrivere melodie radiofoniche che li ha aiutati ad imporsi. Sono sempre rimasti indipendenti, avviando la loro ascesa con il secondo album A Little Piece Of Dixie, suonando il più possibile in ogni zona del paese e non trascurando l’Europa, visitata quasi ogni anno, entrando in classifica la prima volta con l’ottimo The Whippoorwill (top 40 in Usa, Top 30 in Gran Bretagna), crescendo con il successivo Holding All The Roses e sfondando con Like An Arrow (n. 12 in Usa, n.1 nella classifica country, n. 8 in Gran Bretagna). Find A Light, sesto album in studio pubblicato nell’aprile di quest’anno, ha confermato la posizione raggiunta, con un leggero calo. Anche musicalmente l’album, superiore al precedente troppo condizionato dalla produzione di Brendan O’Brien, non raggiunge l’apice di The Whippoorwill dal punto di vista compositivo. Charlie Starr, voce e chitarra, è l’indiscutibile leader nonché il principale autore dei brani da solo o con aiuti esterni. Find A Light alterna rock energici come Flesh And Bone e The Crooked Kind a ballate come Medicate My Mind, permeata di influenze psichedeliche, Seems So Far e Let Me Down Easy, con il tocco di bluegrass di Mother Mountain, la radiofonica Till The Wheels Fall Off e il coinvolgente southern rock di I’ll Keep Ramblin’.
In occasione del recente tour europeo è uscita una tour edition dell’album che aggiunge sei tracce acustiche registrate a Nashville nello studio dell’amico Zac Brown, The Southern Ground Sessions pubblicate anche separatamente sia in vinile che in cd dalla Earache in Europa e dalla 3 Legged Records negli Usa. Non è una novità, i ragazzi amano le registrazioni acustiche, già nel 2015 avevano pubblicato il 10’’ Wood, Fire & Roses. Vengono ripresi cinque brani dal disco senza particolari stravolgimenti: la scorrevole Run Away From It All, la ballata Medicate My Mind dove si esprime al meglio la voce melodica di Starr, mentre il finale è affidato all’organo e alla chitarra acustica, la ballata country Let Me Down Easy con Amanda Shires alla voce e violino, la ritmata Best Seat In The House e il bluegrass Mother Mountain con Oliver Wood dei Wood Brothers, molto simile alla versione del disco. L’ultima traccia è un omaggio a Tom Petty, You Got Lucky con Amanda Shires, eseguita con rispetto da Starr, unendo nell’arrangiamento organo e violino alle chitarre. Un Ep piacevole, un’aggiunta non essenziale alla discografia del quintetto georgiano, che verrà apprezzata dai appassionati più fedeli.

LINDSAY BEAVER – Tough As Love

di Paolo Crazy Carnevale

12 dicembre 2018

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LINDSAY BEAVER – Tough As Love (Alligator /IRD 2018)

Quando questo dischetto comincia a girare nel lettore, la prima cosa che balza all’occhio è la grinta della performer. A ruota, col secondo brano, arrivano i rimandi alle sonorità del rhythm’n’blues anni cinquanta, con quel pianoforte che strizza l’occhio al vecchio Fats Domino (a suonarlo, nella circostanza è la compagna di etichetta Marcia Ball).

Allora vi chiederete cosa ci sia di strano in tutto questo, ebbene, la cosa strana è che Lindasy Beaver è canadese, e solitamente dalle foreste del nord siamo abituati ad accogliere sui nostri impianti stereo singer songwriter e affini, poi c’è che la Beaver, sulla copertina stringe in mano le bacchette da batterista e andando a leggere le note nel booklet vien fuori che la solida batteria che si ode in tutto il disco la suona lei.

Direi che ce n’è abbastanza per stupirsi.

Il disco poi è registrato e prodotto in Texas (il suo scopritore è tale Jimmy Vaughan), patria adottiva della Beaver, ma non suona assolutamente come il blues di quei posti.

Rispetto al recente disco inciso sempre su Alligator da Marcia Ball, questo è assolutamente più fresco, più godibile, un passo avanti pervaso da suggestioni molto coinvolgenti, a partire dalla solida chitarra di Brad Stivers, che in un brano si concede anche al canto. Nel panorama del blues contemporaneo questo della Beavers è un disco che si colloca molto bene, si concede alla modernità pur strizzando continuamente l’occhio al passato: Too Cold To Cry, il brano con la Ball al piano è fifties che di più non si può, in You Hurt Me tornano alla mente echi del vecchio Screamin’ Jay Hawkins, su Don’t Be Afraid Of Love la Beaver e Stivers si lanciano in una tirata alla Blasters, quasi ci fosse anche Gene Taylor a far parte della partita. I Got Love If You Want It è quasi blues punk, sottolineato dall’armonica di Dennis Gruenling, presente anche nel brano d’apertura, You’re Evil.

Dangerous è in linea con il sound a cavallo tra fifties e sixties, Oh Yeah è rock blues abrasivo e in meno di due minuti mette l’ascoltatore K.O. con Stivers che duetta con la chitarra di Eve Monsees scambiando assoli da un canale all’altro dello stereo. C’è spazio anche per il blues più torrido e nella fattispecie è Lost Causes il brano che ci mostra quanto sia duttile la Beaver nell’adattarsi a tutte le sfaccettature del genere. Più risaputa la seguente She’ll Be Gone, meglio la classica Let’s Rock di Art Neville che porta verso la chiusura affidata all’autografa Mean It To Me.