Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

LAZY AFTERNOON – Just Poor As Before

di Paolo Baiotti

10 agosto 2022

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LAZY AFTERNOON
JUST AS POOR AS BEFORE
Artache/Paraply 2022

Abbiamo scritto dei Lazy Afternoon nel 2019 quando è uscito Almost Home, il loro secondo album dopo l’esordio di Whatever del 2016. Gruppo svedese di Gotland fedele alla tradizione americana roots tra country speziato di Tex-Mex, un pizzico di Irish folk, cajun e rock and roll, è formato da musicisti esperti tra i quali Jorgen Ahlqvist (fisarmonica e melodeons) e Bo Ahlbertz (voce solista, bouzouki, banjo e principale compositore) con Cristina Safsten (voce solista e chitarra acustica), Stefan Magnusson (batteria e voce), Lars Johansson (basso), Pontus Nordborg (chitarra, dobro e voce) e Elvira Hall (violino, washboard e voce)
Anche nel nuovo album lo stile non cambia, semmai incrementa le influenze folk, conferma la puntualità delle armonie vocali, uno dei punti di forza della band, la bellezza della voce folk di Cristina (la migliore tra le tre voci soliste) e la centralità della fisarmonica, mentre si accentua negativamente la scelta di melodie faciline e un po’ scontate in qualche brano esile che passa senza lasciare traccia come Choose To Believe, Summer Wind e I’ll Be Going Home. Non sono canzoni brutte, ma poco significative ed efficaci, da ascoltare in una festa di piazza.
Dall’altra la title track venata di influenze irlandesi, l’apertura di Who I Am To Say, Annelie condotta dalla fisarmonica con qualche lontana somiglianza con il suono di The Band e la ritmata Why Don’t You Stay For Tonight dimostrano che il gruppo ha delle discrete potenzialità, solo parzialmente sfruttate.

Paolo Baiotti

VANESSA LIVELY – Truth Is

di Paolo Baiotti

7 agosto 2022

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VANESSA LIVELY
TRUTH IS
Animada Records 2022

Personaggio eclettico, cantautrice bilingue (anglo-spagnola), pittrice, disegnatrice grafica e fondatrice di un’organizzazione benefica, Vanessa Lively è una musicista texana di Austin che, nonostante le sue origini, ha poco a che fare con il country, il blues o la roots music. Ha esordito nel 2014 con Return To Waves, influenzato dalla nascita del primo figlio; dopo una lunga assenza è tornata cinque anni dopo con un EP di quattro canzoni, I Am. Nel frattempo nel 2017 ha creato Home Street Music, un progetto per musicisti che hanno dovuto fare i conti con un’esistenza senza fissa dimora. Ed ora nel 2022 ecco Truth Is, un album di nove canzoni per una durata di mezzora, terminato dopo un periodo difficile nel quale si sono susseguiti un doloroso divorzio, la morte del padre afflitto da demenza e la pandemia. Come scrive la musicista nelle note di copertina sono canzoni nate in un periodo di cambiamento, disagio, dolore e isolamento, tracce vulnerabili che però l’autrice voleva fare conoscere.
Le tracce di Truth Is sono state registrate a Wimberly in Texas e poi completate nello studio casalingo con l’aiuto di Andre Moran. Vanessa si muove tra folk, world music e pop, ai confini con la new age. In questo disco privilegia arrangiamenti essenziali e con pochi strumenti: oltra alla sua chitarra acustica emergono il violoncello di Dirje Child, essenziale nella costruzione dei brani, l’apporto di Katie Marie al basso, batteria e percussioni (molto sobrie) e le voci di Nicolette Good e Sarah Randolph. Tra queste canzoni intime e avvolgenti emergono (Truth Is) I Am Found, traccia drammatica cantata con voce sicura e piena di sentimento, la scorrevole Crumbling Down, la lunga ed eterea In Between in cui hanno notevole importanza i cori e la curiosa I Am A Skylark che alterna parti narrate ad altre cantate. Altrove l’accompagnamento musicale è veramente scarno, come in Oh Deliverance un folk acustico di matrice classica, nell’oscura Running With Wolves e nella conclusiva Besando La Tierra, unica traccia cantata in spagnolo, brano di tematica ambientalista in cui la voce della Lively è accompagnata unicamente dal piano e nel finale dal glockenspiel.

Paolo Baiotti

KAURNA CRONIN – Harsh Beauty

di Paolo Baiotti

4 agosto 2022

kaurna

KAURNA CRONIN
HARSH BEAUTY
Autoprodotto 2022

Cantautore australiano più volte premiato in patria, anche come artista dell’anno della Folk Alliance Australia, conosciuto anche in Europa dove è attualmente in tour nei paesi dell’est e in Germania e dove si è già esibito più volte, si muove in ambito indie/folk anche se nel recente Aloft In Blue del 2020 e in questo nuovo album ha accentuato l’aspetto melodico e le influenze pop. Nelle sue canzoni presta uguale attenzione alle melodie e alla sostanza dei testi, che contengono analisi critiche sulla società contemporanea. In particolare Harsh Beauty vuole riflettere sugli effetti dell’ambiente sull’umanità e quindi sulle differenze derivanti dalla particolarità di ogni ambiente nel quale ognuno di noi cresce e sviluppa la propria personalità. La voce di Cronin ricorda cantautori melodici di altre epoche come Al Stewart e artisti contemporanei come Ben Watt e Chris Martin, specialmente nell’uso del falsetto e nell’estensione vocale. Da non sottovalutare l’importanza dei musicisti che lo accompagnano, tra i quali il chitarrista e mandolinista Tom Kneebone, il bassista Kiah Gossner che ha partecipato anche al missaggio del disco, il batterista e percussionista Kyrie Anderson e il violinista Frank Giles, mentre Cronin si disimpegna alla chitarra, all’armonica e alle percussioni.
Tra i brani emergono la delicata Our Way con una melodia accattivante, incentrata sulla vulnerabilità delle relazioni, l’elettroacustica Unknown, il singolo Never Said con una chitarra elettrica tagliente e un testo di critica alla società capitalista, accompagnato da un video in cui l’artista si muove negli immensi spazi desertici australiani e Keep Me By The Rock dotata di una ricca melodia soft-rock, ispirata da un viaggio tra Darwin e Adelaide per la cerimonia di divieto delle scalate alla celebre Ayers Rock, rinominata Uluru, sacra per gli aborigeni australiani. Nel finale l’agrodolce The Hardest Part sigilla in chiave folk-pop un disco meritevole di attenzione.

Paolo Baiotti

STEVEN GRAVES – Don’t Ever Stop

di Paolo Baiotti

4 agosto 2022

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STEVEN GRAVES
DON’T EVER STOP (The Nashville Sessions)
Autoprodotto 2022

Ad un anno di distanza da All Alone ritorna sul mercato il californiano Steven Graves con un EP di cinque canzoni registrato agli Ocean Way Studios di Nashville, che in passato hanno ospitato famosi artisti country come Faith Hill e Kenny Chesney. Per queste incisioni Steven, che ha già pubblicato nove album in studio, si è avvalso della collaborazione di session men affidabili, vale a dire Dennis Holt (batteria), Jeff King (chitarra), Chris Donahue (basso) e Jimmy Nichols (tastiere), che si affiancano ai musicisti della sua band. Il suono non è country, ma cantautorale tra rock, soul e folk, raffinato e molto soft. Si parte con la title track, una ballata melodica e un po’ facilina, rinforzata da una steel guitar gustosa. Rich Man è un mid-tempo rilassato con un sottofondo di organo, un assolo di chitarra e cori di matrice soul apprezzabili di Ariel Theirmann e Veronica McWoodson, pur restando una composizione troppo esile. Stop Fooling Around incrementa il ritmo con piano e chitarra in primo piano e una buona prova vocale di Graves. L’energia non manca neppure a What You’re Looking For che, come la title track, ricorda il suono californiano degli anni settanta nelle melodie e nel suono della chitarra. La chiusura è affidata alla cover della delicata I’ll Have To Say I Love You In A Song (Jim Croce), interpretata con rispetto e con toni dolenti da Steven, coadiuvato dal piano di Nichols, apprezzabile anche se priva della personalità dell’originale.

Paolo Baiotti

JIM PATTON & SHERRY BROKUS – Going The Distance

di Paolo Baiotti

28 luglio 2022

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JIM PATTON & SHERRY BROKUS
GOING THE DISTANCE
Berkalin Records 2022

Nel circuito folk i nomi di Jim Patton e Sherry Brokus sono piuttosto conosciuti. Coppia nella vita e nel lavoro, pubblicano da anni per la Berkalin. Nel 2019 è uscita per il mercato europeo la raccolta Collection: 2008-2018 comprendente brani dai loro quattro album acustici. Suonano insieme da 40 anni, hanno guidato il gruppo folk/rock Edge City di Baltimora, poi si sono spostati a Austin dove hanno collaborato con Lloyd Maines. Nel 2008 è uscito il primo cd acustico in duo Plans Gang Aft Agley, prodotto come i successivi da Ron Flynt che anche in Going The Distance produce, suona il basso, la chitarra e le tastiere, mentre Rich Brotherton affianca Patton alla chitarra acustica e al mandolino e Warren Hood assiste al violino. Ospite in tre brani la chitarra elettrica dell’esperto Bill Kirchen (ex Commander Cody).
Questo nuovo album non sembra il più significativo del duo, paragonato ad esempio a The Hard Part Of Flying del 2016. Intanto la presenza di Sherry, che nella vita è psicoterapeuta oltre che cantante, è più sfumata del solito, per cui il disco sembra quasi un’opera solista di Jim; inoltre si nota una ripetitività eccessiva e una mancanza di qualche margine più affilato nelle composizioni folk scritte da Patton in solitaria o con Jeff Talmadge, eccetto un paio con la moglie; infine la voce solista a tratti mostra un po’ di fatica. Tra i brani spiccano la title track, una composizione folk lineare e melodica, la ballata avvolgente Golden Boy con il violino in evidenza, Brand New Car in cui l’elettrica di Kirchen ricama arpeggi intorno alla melodia folk, il country-folk Facing The Lions e la vivace e robusta Austin Night, un rock anni cinquanta venato di blues in cui riappare l’amico Kirchen.
Going The Distance è un disco minore di morbido folk venato di rock, nulla di più e nulla di meno.

Paolo Baiotti

PETER GALLWAY & THE REAL BAND – It’s Deliberate

di Paolo Baiotti

28 luglio 2022

gallway

PETER GALLWAY & THE REAL BAND
IT’S DELIBERATE
Gallway Bay Music 2022

Scorrendo la discografia di Peter Gallway, newyorkese cresciuto nel Greenwich Village, da tempo residente in Maine dopo avere vissuto in California, si resta abbagliati dalla quantità di materiale pubblicato. Cantautore e poeta, ha esordito come solista nei primi anni settanta per la Reprise con Ohio Knox seguito dall’album omonimo; poi ha lavorato con parecchie label indipendenti incidendo in ogni decade, fino a quando nel 2008 ha fondato la Gallway Bay Music che ha pubblicato sei album prima di It’s Deliberate. Ci sono poi sei dischi come Hat Check Girl, in duo con la cantante Annie Gallup, un paio di album di fine anni sessanta con la Fifth Avenue Band e le produzioni tra le quali spiccano quelle per la Gallup e soprattutto quelle di Time And Love (un tributo a Laura Nyro del 1997) e della raccolta Bleecker Street: Greenwich Village In The 60’s (Astor Place 1999). Nel suo percorso spalmato su sette decadi è passato dal rock and roll dei sixties, al jazz/folk fino all’Americana e all’indie. E’ difficile classificare la sua musica che anche in questo album oscilla tra folk, jazz e pop con richiami nella voce a Ron Sexsmith, Brian Ferry, Lyle Lovett e David Byrne. La Real Band è formata da Andrea Re alle percussioni e voce, Mark Wainer, coproduttore e chitarra solista e Joseph Wainer alla batteria, con alcuni tastieristi ospiti. Il tono distaccato della title track che si muove tra rock e jazz apre il disco che prosegue con l’accattivante funky-pop Two Bits, ma ha i momenti più interessanti nella parte centrale con Good Trouble in cui si nota il testo politico dedicato all’attivista John Lewis, la malinconica ballata Madly In Love, Like Mercury con la batteria in controtempo e un arrangiamento morbido e misterioso e Not This Time dedicata a David Bowie citato anche nel testo, con l’importante contributo della voce di Andrea Re.
Alcune canzoni mantengono toni dissonanti favoriti dalla voce un po’ stranita di Peter, fino alla chiusura jazzata e intimista di Forget Me Not Blue.

Paolo Baiotti

MIKE CAMPBELL & THE DIRTY KNOBS – External Combustion

di Paolo Crazy Carnevale

16 luglio 2022

Mike Campbell & The Dirty Knobs - External Combustion (1)

Mike Campbell & The Dirty Knobs – External Combustion (BMG 2022)

Spiace dirlo, perché Mike Campbell è un personaggio di statura superiore e sarebbe anche un eccellente produttore, come ha dimostrato qualche anno fa assistendo in regia Marty Stuart, ed è uno che dalla chitarra elettrica riesce a cavar fuori suoni fantastici: anteporre il proprio nome a quello del gruppo (contrariamente a quanto era accaduto per il disco precedente) suona come una mossa furbetta per migliorare le cose, senza però cambiare il risultato.

È chiaro che dopo la prematura dipartita di Tom Petty il buon Campbell si sia trovato per così dire disoccupato, ma i Dirty Knobs possono essere considerati tutt’al più un side project fatto per divertirsi. Anche se si fanno produrre da Drakoulias il giudizio non cambia.

Una band da divertimento e, soprattutto, senza idee.

Questo nuovo disco è la logica continuazione di quello che lo aveva preceduto meno di due anni fa, un disco di rock, se vogliamo classico, suonato bene ma con poco smalto. Campbell canta discretamente, la chitarra la suona da dio, ma a comporre canzoni non ha la scintilla di Petty, e ci mancherebbe!

Altrimenti non avrebbe fatto il gregario, se pur di lusso.

Se nel disco d’esordio del quartetto da lui guidato c’era qualche buona composizione (ma si sa, per scrivere i brani dei dischi d’esordio si ha sempre a disposizione molto più tempo che per il secondo, la regola è quasi aurea), qui si fa fatica ad ascoltare il disco dall’inizio alla fine.

A poco serve metterci un po’ di furore rockabilly, quanto meno ci vorrebbe la voce giusta per cantarli, le prime due tracce (Wicked Mind e Brigitte Bardot) suonano abbastanza simili e non hanno guizzi degni di nota, meglio Cheap Talk, dal titolo quasi rubato a Keith Richards, che mette un po’ di sperimentazione nel sound con l’inserimento di archi e fiati (un po’ come aveva fatto Dave Stewart col Tom Petty di Southern Accents), il brano ha comunque un pregevole assolo di chitarra e la prezzemolina ma brava Margo Price ci fa i cori.

Più dura la title track che ha un sound in odor di hard rock su cui Campbell infila la slide. Dirty Job vede la presenza di Ian Hunter a duettare con la voce di Mike e questo fa la differenza oltre a risollevare un po’ le cose, il brano è un rock granitico dal riff abbastanza migliore rispetto al resto. Il lato A si chiude di nuovo con la presenza della Price, State of Mind, questo il titolo della lenta canzone in cui ritroviamo le caratteristiche di Cheap Talk, fiati e archi, l’intervento di Margo è più consistente e aiuta sicuramente il brano che di per sé non è comunque un capolavoro.

La seconda parte inizia con Lightning Boogie, l’ennesimo brano di routine che fa tornare il disco nell’oblio, c’è il piano di Benmont Tench, sì, ma latita la sostanza, tutto è strasentito. In Rat City la voce di Campbell convince maggiormente di quanto nono sia accaduto finora, il livello resta comunque sotto la media, che si risolleva con la languida In This Lifetime, che senza l’urgenza di essere un brano da usare e gettare come buona parte dei precedenti si concentra sui suoni delle chitarre evidenziando che Campbell ve ne suona più d’una. It Is Written paga spudoratamente dazio a Petty, sembrerebbe esserci una tastiera, ma le note di copertina non lo dicono, probabilmente è di nuovo Tench, del resto non viene detto neppure di sia la seconda voce che si alterna a quella di Mike… e pensare che è la produzione di una major! Il disco si chiude abbastanza dignitosamente con la cadenzata Electric Gipsy, brano riuscito e piacevole, di nuovo con tastierista ignoto.

Paolo Crazy Carnevale

BOBBY WEIR & THE WOLF BROS. – Live In Colorado

di Paolo Crazy Carnevale

13 luglio 2022

Bobby Weir & Wolf Bros - Live In Colorado (1)

Bobby Weir & The Wolf Bros. – Live In Colorado (Third Man Records 2021)

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, Bob Weir, o Bobby Ace, o Bobby Weir come si fa chiamare in questo disco, è colui che tra i vari ex meglio incarna e continua a tenere in vita lo spirito dei cari vecchi Grateful Dead. Se non fosse bastato l’ancora eccellente disco di studio di qualche anno fa, lontano dai suoni ma vicino nello spirito al gruppo madre, ora Bob ci riprova con un live bello e spettrale registrato nella sempre vincente location di Red Rock, in Colorado, e pubblicato dalla label di Jack White.

Da qualche anno Weir si fa accompagnare da una formazione rodata e assolutamente all’altezza della situazione, esibendosi in festival o location dove il pubblico è pronto ad immergersi in atmosfere che sono legate allo spirito libero e alle jam di casa Dead. Il repertorio pesca un po’ qui un po’ lì, privilegiando ovviamente la lunga militanza al fianco di Garcia e soci, ma c’è spazio anche per le scorribande del Weir solista, dal primo all’ultimo disco, come questo doppio vinile dal vivo dimostra.
Innanzitutto sorprende che nel gruppo ci sia un prezzemolino come Don Was, uno che per dire la verità ha spesso fatto danni, soprattutto a livello di produzione: pensiamo all’ultima prova di Gregg Allman, funestata dalla produzione mainstream di Was, e pensiamo soprattutto alle sue supervisioni di concerti tributo che a causa del suo lavoro suonano un po’ tutte uguali e tutte allestite con l’inserimento nel cast di gente mai all’altezza (mi viene in mente l’inutile e onnipresente Eric Church).

Fortunatamente qui, Was si limita ad essere il bassista, lasciando che sia tutto il gruppo dei fratelli lupi ha costruire il suono essenziale (mai mainstream) attorno alla voce di Bobby. Ci sono poi le tastiere di Jeff Chimenti, ormai uno di famiglia, la batteria di Jay Lane e, soprattutto, la pedal steel di Greg Leisz, maestro assoluto dello strumento e del buon gusto. In alcuni brani, al fianco dei Wolf Bros. ci sono anche i Wolfpack, vale a dire un quintetto d’archi e fiati che s’inserisce con oculatezza e precisione. Per concludere, si fa particolarmente apprezzare lo stile di Weir alla chitarra, solitamente un chitarrista ritmico all’ombra di Jerry Garcia o di altri solisti eccellenti: qui, sia con l’elettrica che con l’acustica Weir rilascia ottime prove, il suo cantato è ulteriormente maturato, si è irrobustito e arrochito, rendendo le performance vocali sempre nuove e interessanti.
Il doppio si apre con una lunga ripresa di un brano di Garcia e Hunter, quella New Speedway Boogie che per i Grateful Dead è stata un classico e che nella nuova versione conquista, Leisz ne è il protagonista e sono presenti anche i fiati dei Wolfpack, si prosegue poi con un immancabile omaggio a Bob Dylan, A Hard Rain’s Gonna Fall, con Weir all’acustica e un interplay tra piano e pedal steel che fa urlare dal godimento. Big River è il brano di Johnny Cash che i dead hanno suonato dal vivo decine di volte, si pare con un breve brillante intro strumentale e poi prosegue senza intoppi con belle soluzioni sonore; Weir si lascia poi andare a brani più recenti, con una ripresa dell’originale West L.A. Fadeaway dal penultimo disco di studio dei Dead, il loro successo di vendita più importante di sempre, quell’In The Dark che apparentemente fuori tempo massimo li aveva catapultati in cima alle classifiche sul finire degli anni ottanta, facendoli vivere di rendita e concerti fino alla morte di Garcia nel 1995. La versione è lunghissima, lunga intro con i fiati, non c’è una sbavatura, le tastiere di Chimenti se la giocano con sax e trombe e il titolare fa capolino con la chitarra. My Brother Esau è un altro brano che arriva dalle session di in The Dark, ma invece che finire sul disco fu inserito sul lato B del singolo Touch Of Grey, la versione di Bobby dal vivo rende giustizia ad una composizione che qui suona infinitamente meglio, anche se gli highlight della terza facciata sono le due composizioni seguenti. Only A River, dall’ultimo disco di studio, di cui ripercorre le atmosfere minimali e acustiche create per quell’occasione dei due coautori Josh Ritter e Josh Kaufman: la pedal steel e il refrain che cita la tradizionale Shenandoah fanno il resto. Pregevole anche qui l’intervento di Bobby all’acustica. Looks Like Rain è uno dei brani migliori scritti da Weir, stava su Ace, la sua prova solista del 1972, un brano nato per essere suonato dalla pedal steel di Garcia (ve ne sono alcune rare versioni nei primi concerti del tour europeo di quell’anno) e qui giustamente Greg Leisz fa faville muovendosi col suo strumento tra l’elettrica dell’autore e il piano elettrico di Chimenti, versione da urlo e il pubblico fa capire di apprezzarla parecchio.

La quarta facciata vede riscendere in campo anche i Wolfpack per il medley classico formato dalla doppietta Lost Sailor/Saint Of Circumstance scritta per il disco del 1980 Go to Heaven, non tra i più memorabili dei Grateful Dead, ma la versione qui presentata, con i suoi diciotto minuti ha dalla sua l’interplay interessante tra Leisz e la sezione fiati, combinazione strumentistica non usuale.

Bella prova!

Paolo Crazy Carnevale

SCARLET RIVERA – Dylan Dreams

di Ronald Stancanelli

30 giugno 2022

Scarlet Rivera Dylan Dreams

SCARLET RIVERA
DYLAN DREAMS
IRD APPALOOSA RECORDS 2022

Abituati a una Scarlet Rivera silente, completamente presa dal suono del suo violino fa specie ritrovarla in questo mini album, sei brani per ventiquattro minuti, anche nella versione di girl singer, Una voce profonda, laccata di ruggine e roca quanto basta per essere affascinante e per ricordare a tratti quella di qualche soul singer o addirittura di Nils Lofgren nel brano Series of Dreams e Born in Time o Jimmy La Fave in Sacred Wheel.
Come si evince dal titolo omaggia il menestrello di Duluth e lo fa con notevole cognizione di causa.
Saltando a piè pari le differenti versioni o nozioni storiche che narrano di una violinista ubicata davanti a una stazione ferroviaria, pare, a suonare il violino, o di una ragazza con un violino in spalla che camminava per i fatti suoi, notata da Dylan che fece fermare l’auto portandola in studio ed inserendola nel disco Desire, e poi portandola in tour con la Rolling Thunder Revue, ci concentriamo su questo accattivante e coinvolgente album che affascina non poco, nel quale si fa aiutare da Scott, e Dan Ferguson, Federico Ramos e Tim Goodman alla chitarra, da Nial Ferguson, Eduardo Del Signore e Jimmy Haslip al basso e da MB Gordy e Kevin Medeiros alla batteria, oltre che da Johnny Hoy all’armonica e Vince DiCola alle tastiere.
In questo breve cd ci viene quindi proposta inizialmente Series of Dreams, pezzo proveniente da Bootleg Serie Vol. 1, intenso brano sulla psicologia dei sogni che scorre fluido in questa scivolosa versione della Rivera, caratterizzata anche da una energica batteria. Interessante la riproposizione di Born in Time, outtake da Oh Mercy (1989) , che Dylan mise poi ne disco under The Red Sky, (1990) e poi pur ripresa da Clapton con testo diverso nel 1998. Terzo brano la splendida Senor tratta da Street Legal (1978), pare gli sia stata ispirata da un suo viaggio in Messico in treno ove aveva visto questa inquietante figura di un vecchio dallo sguardo fiammeggiante vestito solo da una vecchia coperta. Versione mefistofelica e quasi incutente paura e di una profondità lancinante la versione della violinista qui presente. Quarto tassello Where Teardrops Fall ,Dylan l’aveva in Oh Mercy (1989), la Rivera la propone in modo scarno e profondamente personale, quasi avvinta su se stessa. Sacred Wheels incredibilmente sembra, sia come stile del brano che come voce della Rivera, un pezzo di Jimmy La Fave mentre invece arriva dal precedente mini di Scarlet, ovvero All of Me, altro dischetto di soli sei brani uscito nel 2020.
Chiude Dust Bowl sincopata sua cavalcata westernche narra di un disastro ecologico accaduto negli Usa a cavallo delle due guerre mondiali ove la voce si incunea perfettamente in un sapiente gioco di blanda ma intensa batteria.
Corto ma bellissimo questo album si candida come uno dei momenti discografici più interessanti dell’anno in corso. Documenti che annoverano la sua presenza con Dylan dal vivo sono il Film Renaldo e Clara e i dischi The Bootleg Series Vol. V Live 1975 e Hard Rain.
Nelle note del libretto l’artista dice che questo sia un anticipo, diciamo un aperitivo, a un album completo che vuole dedicare a Bob Dylan e che è nel suo immediato futuro. Documenti che annoverano la sua presenza con Dylan dal vivo sono invece il Film Renaldo e Clara e i dischi The Bootleg Series Vol. V Live 1975 e Hard Rain.
Intensa e diretta l’espressione della musicista nella foto che fa da copertina al dischetto.

Ronald Stancanelli

LUCIA MILLER (ERIKA ARDEMAGNI) – Lampi sulla Pianura

di Ronald Stancanelli

27 giugno 2022

Lucia Miller Lampi

LUCIA MILLER (ERIKA ARDEMAGNI)
LAMPI SULLA PIANURA
2019 Eccher Music

La brutta notizia è che chi questo disco lo ha gia, ce l’ha e se lo tenga stretto poiché, parole di Erika Ardemagni il 16 giugno corrente, quasi sicuramente non verrà più ristampato. Quella bella è che dopo nove anni che non abbiamo un nuovo album di Massimo Bubola possiamo bearci di questo, Lampi sulla pianura, uscito purtroppo solo pochi giorni prima del lock down, composto da dieci brani di Massimo di cui uno edito il noto Annie Hannah, un tradizional da lui arrangiato e uno di Andrea Parodi. Il tutto bellamente condito dalla piacevolissima voce della Ardemagni, che conosciamo da anni sui palchi con Massimo Bubola e della quale abbiamo sempre apprezzato la voce e ammirato il suo gentile e radioso sorriso. Adesso ha un suo album, che vicissitudini a parte accadute dopo la sua uscita, è documento impedibile per chi si abbevera da anni ai suoni e alle parole di Massimo Bubola ma, che nel contempo apprezza le novità che il mondo femminile musicale italiano può regalare. Decisamente questo album solare, imperioso, che vola libero è dischetto dalle molteplici sfaccettature. Varie componenti si sposano perfettamente tra loro regalandoci un disco che meritava sicuramente più visibilità e fortuna e che in assenza del delirio covid siamo sicuri avrebbe avuto il suo giusto riscontro al Premio Tenco quando invece il mondo era in stand by.
La solarità dell’artista la conoscevamo, come detto sia sui tanti palchi calcati con il marito, che con le relative incisive e importanti apparizioni nei dischi Quel lungo treno (2005), Ballate di Terra e d’acqua (2008), Dall’altra parte del vento (2008), Chupadero/Barnetti Bros Band (2010) e forse anche nel cd In alto i cuori (2013) nel brano Una canzone che mi spacca il cuore ma non ne abbiamo la certezza poiché i crediti non son totalmente specificati nel libretto.

Eccezionale la prima parte di Lampi sulla pianura. Come il lato A di un vinile i primi sei brani solari, densi di ritmi e ricurve melodie corroborano gli animi ed esaltano i cuori. Questi sei pezzi ascoltati in rapida sequenza catturano immediatamente affascinando l’ascoltatore. Vari personaggi, principalmente femminili arricchiscono il percorso di questo luminoso album che si avvale delle chitarre di Massimo Bubola e della sua voce in Mi chiamo Anita, di Enrico Mantovani in molteplici strumenti a corda, di Thomas Sinigaglia alle tastiere e fisarmonica, di Mauro Ottolini negli strumenti a fiato, di Alessandro Formenti ai vari bassi e di Virginio Bellingardo alla batteria e percussioni. Il pezzo cinque monete d’oro ci riporta un pochino alla memoria Che confusione, vecchio brano scritto da Bubola e Cristiano De Andrè che trovava posto nell’album Cristiano De Andrè (1993).

Nella seconda parte, eventuale lato B di un vinile, tra pagine di soavi ballate soffuse e delicate, trova posto invece la solarità e la tristezza, di Annie Hannah, straordinario brano, in questo caso quindi una cover, che proviene dallo splendido Vita Morte e Miracoli, disco del 1989 di Massimo Bubola, che resta negli anni uno straordinario album senza tempo. Leggerissima, in punta di voce pregna di emozione e sentimenti e nel contempo terribilmente sofferta come martellate al cuore questa versione al femminile non può non entrare anch’essa sotto pelle e smuovere le coscienze, anche se dati gli eventi che ci circondano, pare che l’essere umano nulla impari dalla storia, anche dalla più nefanda e disgustosa. Un grande recupero, una gran bella voce lei che la canta e fiammeggianti le parole che la compongono, ad opera di un artista, Massimo Bubola, che da anni è nei nostri cuori con le sue parole incastonate in tante, tantissime canzoni/poesie che abbiamo amato e continuiamo ad amare. Ultima cosa per poi ritornare ad Erika, ormai son passati nove anni dall’album In alto i cuori. Impazienti attendiamo.
Che dire alfine, questo Lampi sulla pianura, dalla intensissima copertina proveniente da un ex voto in quel di Voltri, Genova, è lavoro di grande spessore che riconcilia con ciò che ci circonda annullando la stupidità di mille belinate che la tv e i media ci propinano ignominiosamente quotidianamente dandoci la certezza che in mezzo a molto niente, fortunatamente abbiamo anche tanta bellezza a cui abbeverarci e questo dodici brani tutti molto ammalianti ed incantevoli ci illuminano la giornata. Veramente grazie a Lucia Miller/Erika Ardemagni per questo preziosissimo regalo che ci ha donato. Album che continua a scorrere nel nostro lettore allietandoci con la sua grazia.

Ronald Stancanelli

Erika Ard

TOBIAS BACKSTRAND – Heal

di Paolo Baiotti

5 giugno 2022

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TOBIAS BACKSTRAND
HEAL
Paraply 2022

Cantante, cantautore e chitarrista svedese, già attivo nel gruppo di supporto del cantautore svedese Mikael Persson e del gruppo folk Rotation, approda all’esordio solista con dieci brani di sua composizione. Nella registrazione di Heal, cantato in parte in inglese e in parte in svedese, è stato aiutato da Persson (chitarra e voce), Anna-Lena Seydlitz (percussioni e cori), Berra Karlsson (pedal steel), Magdalena Gerberg (flauto), Pelle Johanson (basso) e Hasse Lindstrom (batteria).
Heal è un album di folk-roots con venature country date dalla pedal steel e dal violino che contiene anche tre brani strumentali piuttosto caratteristici: l’opener Irish Coffee che ha una prima parte quieta e un’improvvisa accelerazione che ricalca una giga irlandese, Gao Shan Liu Shui dedicato alla moglie orientale che risente delle influenze dell’estremo oriente e l’etereo e pacifico Vaggvisa Till Freja con un’intro di flauto al quale si accosta la chitarra acustica, dedicato alla figlia.
Tra le tracce cantate in inglese spiccano la nostalgica Candle Bright interpretata vocalmente da Persson, Drifting In The Wind dalle venature western, con inserimenti puntuali della pedal steel e un’elettrica che ricorda Mark Knopfler e la dolce e melodica ballata Heal che cresce con l’inserimento di una grintosa chitarra elettrica in chiusura del disco. Tra quelle interpretate nella lingua locale Och Regnet Foll ondeggia tra folk e rock, accelerando il ritmo con una chitarra rock-blues e qualche similitudine con i Wishbone Ash, mentre Morker Ljus ha un’ispirazione country e Om Sa Bara For En Stund evidenzia la voce folk di Anna-Lena.

Paolo Baiotti

DON MICHAEL SAMPSON – The Fall of The Western Sun

di Paolo Crazy Carnevale

2 giugno 2022

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Don Michael Sampson – The Fall of The Western Sun (Appaloosa/IRD 2022)

Una carriera discografica di tutto rispetto, quanto a quantità, quella di questo artista particolarmente apprezzato dai colleghi più famosi di lui: non basta però essere molto amati da musicisti di vaglia per essere alla loro altezza, bisogna avere qualche scintilla di personalità in più per uscire dall’anonimato. Don Michael Sampson è un songwriter nella media, autore di brani dai lunghi testi, ha una quindicina di dischi all’attivo, sparsi lungo una carriera cominciata addirittura alla fine degli anni settanta. Non è però mai diventato qualcuno, nonostante la frequentazione di ospiti di rilievo che bazzicano i suoi dischi come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Questo “tramonto del sole occidentale” è l’ultima prova del nostro, registrata tra la città degli angeli e Nashville ed è un lavoro più che potabile anche se estremamente derivativo: Sampson pare sia molto stimato da Neil Young e l’influenza del canadese è davvero molto presente tra le tracce di questo CD.

Innanzitutto la presenza di due artisti molto legati a Young, vale a dire Ben Keith con la sua inconfondibile pedal steel e il batterista Chad Cromwell, poi l’inclusione di tracce come Wedding Song (tra l’altro molto ben eseguita e prodotta, con una bella prestazione di Paulinho Da Costa alle percussioni) che sembra un clone di Helpless o Everybody’s Leaving This Old Town che ha nei cori una voce che sembra molto quella dello stesso Young (capace che per motivi a noi ignoti sia proprio lui sotto mentite spoglie).

L’album pare anche essere il frutto di session sparpagliate nell’arco di parecchio tempo, tenendo conto che Don Heffington (altro batterista impegnato nel disco) è passato a miglior vita lo scorso anno e che Ben Keith lo è da una dozzina di primavere; questa lunga escursione temporale nella produzione del disco finisce col non giovare all’amalgama finale, brani come la ritmata New Book non hanno il mordente di altre canzoni, tipo l’opener Rolling Time Train, una delle composizioni particolarmente impreziosite dalla pedal steel di Keith.

Crimson Sparkle Of High Wind Wheels e Wild Rose Of Florence sono due gioiellini acustici in punta di chitarra e basso, quasi due demo però, Bad Water suona come se Townes Van Zandt, affiancato dalle coriste del Dylan gospel, avesse chiesto l’accompagnamento musicale dei Promise Of The Real (nel disco ci sarebbe anche Warren Haynes, anche se non è indicato con precisione dove suoni), ottimo anche qui il lavoro di Da Costa con le percussioni. Stop Those Tears assomiglia troppo al Dylan di You Ain’t Goin’ Nowhere, anche nell’assolo centrale e questo conferma l’ipotesi fatta in apertura riguardo al fatto che Sampson sia eccessivamente derivativo per poter brillare di luce propria. La lunga, lenta e cadenzata Cast Off The Lines ha di nuovo dalla sua Ben Keith, prima di lasciare la scena all’ultimo brano Sweet Tennessee Nights, buona composizione d’atmosfera country rock che nulla aggiunge ai giudizi fin qui espressi.

Paolo Crazy Carnevale

ELIZA GILKYSON – Songs From The River Wind

di Paolo Crazy Carnevale

28 maggio 2022

eilza gilkyson

Eliza Gilkyson – Songs From The River Wind (Howlin’ Dog Records/IRD 2021)

Non ci ha messo troppo tempo Eliza Gilkyson a dare un seguito al suo disco intitolato come l’anno della pandemia (e uscito appunto quell’anno), cosa non abituale per questa cantautrice di nobile schiatta dal pedigree illustre che, solitamente tra un disco e l’altro lascia passare qualche anno. Il nuovo CD è una bella sorpresa, un viaggio nell’universo delle canzoni d’ispirazione western, e western, fortemente, è anche l’immagine di copertina che richiama suggestive atmosfere per noi viste, riviste, amate e riamate al cinema.

Un disco a tratti intimo, altre più gioioso, dominato da un canto ispiratissimo e dall’essenzialità mai scarna di un pugno di collaboratori che la seguono con discrezione creando di volta in volta le giuste atmosfere. Eliza mescola brani originali nuovi con personali riletture di composizioni tradizionali a cui si è presa la briga di fare aggiunte alle liriche, adattandole dunque agli stati d’animo personali che quei brani le suggeriscono. Siamo vicini al sapore polveroso dei dischi di Tom Russell dedicati al vecchio West, anche se il disco di Eliza brilla ovviamente per la propria originalità.

È particolarmente impressionante la freschezza della sua voce (la Gilkyson ha passato i settant’anni eppure canta come un angelo) e non da meno sono gli arrangiamenti orditi dai Rifters, il trio vocale guidato da Don Richmond – assolutamente splendido in tutto l’album, sia che suoni le chitarre, la Weissenborn, la pedal steel, il mandolino, il banjo o qualunque altro strumento a corde e non da lui usato nelle registrazioni – che include anche Rod Taylor e Jim Bradley. Poi nel disco ci sono anche alcuni altri ospiti ma giusto per un brano o due, tutto il resto è suonato da Eliza con Don. Ed è una delizia, a partire dalla bella apertura affidata a Wonderin’ e dalla seguente Buffalo Girls Redux (qui c’è anche Michael Hearne alla chitarra acustica) bella rilettura con nuove liriche di un classico della tradizione, una delle perle di questa raccolta. La bontà prosegue con Farthest End e con la bellissima Charlie Moore, entrambe composte ex novo dalla titolare del disco. Autografa anche la minimale Wind River And You, da cui arriva all’incirca il titolo del disco, in Colorado Trail poi, Eliza è in stato di grazia, la sua voce cita direttamente la mitica Emmylou (occorre dire il cognome?) e in sotto fondo Don Richmond intreccia i suoni delle acustiche del mandolino e della steel col violino di Warren Hood, presente anche nella seguente The Hills Behind This Town più ariosa e movimentata, uno dei momenti migliori del disco, con Kym Warner ospite al mandolino. Intima, desertica, quasi spettrale Bristlecone Pine con i bei cori dei Rifters, presenti anche in Before The Great River Was Tamed, composizione lunga e lenta in punta di chitarre di cui i tre sono anche autori. Si apre con un bell’intreccio di corde At The Foot Of The Mountain, le corde delle chitarre e del mandolino, nonché del violino in sottofondo: per scriverla la Gilkyson ha unito le forze al talento di John Gorka, il risultato è splendido e Michael Hearne si unisce ai Rifters per le parti vocali. Don’t Stop Lovin’ Me ha un sapore molto retro, uno swing ballabile condotto dal violino (qui suonato da Richmond) e prelude alla lunga Taoseña Lullabye, ballata in punta di piedi con vaghi accenti d’oltreconfine e con ospite John Egenes all’autoharp che chiude degnamente il disco, anche se per la verità c’è in fondo una breve coda intitolata CM Schottische, ripresa di un’antica square dance strumentale eseguita dai soli Eliza e Don.

Paolo Crazy Carnevale

AMY SPEACE with THE ORPHAN BRIGADE – There Used To Be Horses Here

di Paolo Crazy Carnevale

23 maggio 2022

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AMY SPEACE with THE ORPHAN BRIGADE – There Used To Be Horses Here (Appaloosa/IRD 2022)

Assolutamente riuscito l’abbinamento tra la voce e il songwriting della brava cantautrice di Baltimora col trio degli Orphan Brigade: Ben Glover, Nielson Hubbard e Joshua Britt, quando si mettono a disposizione come artisti e produttori risultano sempre particolarmente convincenti, cosa che se fanno i solisti – lo abbiamo già scritto su queste colonne – non riesce invece loro appieno.

Il disco in questione è stato pubblicato lo scorso anno in America dalla Proper e viene ora distribuito anche nel nostro paese dall’Appaloosa, nella consueta veste che include anche la traduzione dei testi, il tutto mentre in USA è già pronto un nuovo disco della Speace, Tucson, realizzato sempre col contributo dei tre Orphan Brigade.

La titolare, apprezzata come autrice, premiata agli Americana Award Award per il suo disco del 2020, si presenta qui con una serie di canzoni particolarmente ispirate, tanto che il disco è una delle cose migliori ascoltate negli ultimi tempi, in assoluto. Accompagnamenti acustici essenziali, come è un po’ nello stile Orphan Brigade, testi mai scontati, per lo più ispirati a ricordi e vissuto personale della Speace.

Ottima l’apertura affidata a Down The Trail e non da meno la title track che segue a ruota, con un bell’accompagnamento affidato ad un quartetto orchestrale che dona al brano un respiro bucolico/sinfonico. Hallelujah Train è subito una delle perle del disco, composta insieme al trio ha una struttura più robusta, chitarre, mandole, mandolini, una fantastica slide e il drumming essenziale di Hubbard con la voce di Amy che viene sostenuta da un bel coro d’impronta gospel approntato dai compari coautori.

Inizio con gli archi per Father’s Day, altro intimo resoconto legato all’infanzia, in particolare al 1972 e al ricordo di una festa del papà, e sempre al genitore è dedicata la successiva Grief Is A Lonely Land, composizione pianistica (Danny Mitchell a pigiare, anzi sfiorare, i tasti) con background cameristico degli archi.

Sono invece le chitarre acustiche a sorreggere le sorti di One Year, mentre nella piacevolissima Give Me Love, dal bel refrain, un’orchestra in stile film western fa da sottofondo alla chitarra elettrica di Johnny Duke. River Rise è un’altra composizione accattivante, particolarmente cadenzata, con di nuovo Duke in evidenza con l’elettrica e i cori degli “orfani” e di Garrison Starr; la chitarra elettrica di Will Kimbrough (non poteva mancare!) colora invece Shotgun Hearts, altro notevole sforzo compositivo della cantautrice, segue infine Mother Is A Country per archi e pianoforte, con un testo molto bello dedicato alle madri e all’essere madre.

Ma c’è ancora tempo in fondo al disco per un’ultima canzone, una cover stavolta, tratta dal songbook dell’immenso Warren Zevon: Don’t Let Us Get Sick (stava su Life’ll Kill Ya) è qui riproposta in una versione rispettosa, cantata con ispirazione, conspazio per l’elettrica di Duke, per i cori dell’Orphan Brigade e per mandolini e mandole vari.

Paolo Crazy Carnevale

LES FRADKIN – The Cross In The Sky

di Paolo Baiotti

20 maggio 2022

les

LES FRADKIN
THE CROSS IN THE SKY
RRO 2021

Quello di Les Fradkin è un nome che negli Stati Uniti ha avuto momenti di grande notorietà. Produttore, compositore, bassista, chitarrista con la midi-guitar, polistrumentista, appassionato di elettronica e di tecniche innovative di registrazione, negli anni ’70 è stato tra i protagonisti dello show teatrale Beatlemania (interpretando George Harrison), che ha avuto un enorme successo con oltre 1000 repliche solo a Broadway. Nato nel 1951 a New York, ha viaggiato molto nell’adolescenza, iniziando a suonare il piano a dieci anni e passando poi alla chitarra. Nel ’69 è diventato professionista firmando il suo primo contratto come autore per una divisione della CBS, ma dopo pochi mesi si è trasferito alla MGM, dove ha debuttato con un singolo alla fine del ’70, Song Of A Thousand Voices, diventato un hit europeo nella versione francese di Mireille Mathieu e poi in quella spagnola di Roberto Jordan. Nel ’72 e ’73 ha lavorato con The Left Banke. In seguito ha firmato come produttore e autore per la Laurie Records producendo molti artisti e facendo parte dei California, gruppo rock-pop; inoltre ha suonato nel trio Thornton, Fradkin & Unger. Nel 2000 si è trasferito in Colorado, si è sposato e con la moglie Loretta ha creato la RRO Entertainment, una nuova compagnia di registrazioni e di editoria musicale per la quale ha inciso dei dischi da solista e ristampato materiale del passato. Per un breve periodo nel 2004 è entrato nello storico gruppo The Ventures come secondo chitarrista. Nel 2009 la RRO aveva pubblicato già una trentina di album, sfruttando molto il download, tra i quali un omaggio di Les a Bob Dylan e vari omaggi strumentali ai Beatles.
The Cross In The Sky è una raccolta di 9 brani di Fradkin, alcuni in nuove versioni, incisi integralmente dall’artista che suona ogni strumento, dal guitar synth al mellotron, dal basso alle tastiere. Si parte con il pop-rock del primo singolo Under The Covers, che ricorda la scrittura di Billy Joel, con una melodia riconoscibile e un ricco arrangiamento avvolto dai synth. Give My Heart A Break è una morbida rivisitazione della vecchia God Bless California, Magic Attic e Here Today Gone Tomorrow due tracce orchestrali di pop barocco, A Christmas Gone Too Soon una ballata già apparsa sull’album Spirit Of Christmas. Si prosegue con alcune collaborazioni con Michael Brown (Left Banke): As Eagles Fly In The Night, uscita in versione strumentale nel 2015, qui cantata e con influenze strumentali latine e Jesus Can Save che testimonia la fede religiosa di Les, ribadita dall’epico strumentale The Rebirth Of Hope che chiude il disco dopo la delicata ballata Until The End, incisa anche dai Left Banke in un Ep.

Paolo Baiotti

JOHNNY BEAUFORD – Just A Little Pick Me Up

di Paolo Baiotti

30 aprile 2022

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JOHNNY BEAUFORD
JUST A LITTLE PICK ME UP
St. Cait Records 2020

Registrato negli Audiostyles Studios di Dripping Springs in Texas, prodotto dall’artista con Taylor Tatsch, questo è l’esordio solista di Johnny Beauford, texano di Dallas attualmente residente a Mesquite con la famiglia. Non è un novellino, essendo attivo da una decina d’anni e avendo fatto parte di Jack Kerowax, formazione di americana e della rock band Bravo, Max! di Dallas con le quali ha pubblicato una mezza dozzina di dischi. Ma con il suo nome prima di Just A Little Pick Me Up ha inciso solo dei demos raccolti in un paio di EP casalinghi. Johnny fa parte anche di due formazioni locali, Minor Tigers e Cpt Tornado.
Stavolta si è dedicato a una prova solista raccogliendo testi e musiche scritti nel corso degli anni, aiutato dagli amici Garrett Padgett (chitarra) e Jonathan Jackson (batteria) con i quali collabora da lungo tempo e con i quali ha condiviso l’esperienza dei Bravo, Max!.
Musicalmente il disco alterna indie rock e roots rock melodico e scorrevole con la chitarra sempre in primo piano rispetto alle tastiere. L’opener Killer Bus Driver e Cool Breeze fanno parte della prima categoria, l’orecchiabile Golden Lungs e Messin’ Around con i fiati in ritmica che ricordano i Jukes di Southside Johnny, influenzate dalla scrittura e dal modo di cantare di Tom Petty, fanno parte della seconda.
Ma non mancano un approccio più rock nell’intenso singolo Doomsday Café accompagnato da un testo sulla credibilità delle informazioni, un’influenza pop nella ballata Moxy e nella briosa The Fog Song, venature sixties nel mid-tempo CST e riff hard rock nella disomogenea Echo Chamber.
La voce di Johnny non ha caratteristiche particolari e questo è un limite, mentre dal punto di vista musicale il disco è un po’ dispersivo, pur avendo alcuni spunti interessanti.

Paolo Baiotti

DEEP PURPLE – Turning To Crime

di Paolo Baiotti

25 aprile 2022

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DEEP PURPLE
TURNING TO CRIME
EarMUSIC/Edel 2021

Si sono divertiti di più i Deep Purple a registrare Turning To Crime oppure gli appassionati ad ascoltarlo? E’ difficile rispondere! Di sicuro si respira un’atmosfera rilassata e festosa tra i solchi di questo album di cover, il primo della carriera della gloriosa band britannica che, peraltro, ha avuto il suo primo hit con Hush di Joe South nel ‘68. Un disco nato da un’idea del produttore Bob Ezrin, concepito e inciso durante il lockdown come si capisce dalle ironiche note di copertina in cui si parla di cinque musicisti disoccupati e agli arresti domiciliari, di un pizzico di tecnologia, di una cucchiaiata di canzoni che li hanno influenzati nel corso degli anni, di un un miscuglio di tutto ciò con l’aggiunta di un po’ di sale e pepe…ed ecco il risultato! Ian Gillan (voce), Ian Paice (batteria) e Roger Glover (basso) sono i tre superstiti della formazione storica detta Mark II, ai quali da anni si sono aggiunti Steve Morse (chitarra dal 1994) e Don Airey (tastiere dal 2002). A differenza di altre band storiche loro hanno continuato a pubblicare album nuovi: Now What?! (2013), inFinite (2017) e Whoosh! (2020), sempre prodotti da Bob Ezrin, hanno occupato posizioni di rilievo nelle classifiche europee (in Germania tutti e tre al primo posto) e anche dal vivo hanno eseguito parecchie tracce recenti alternate ai classici dei decenni precedenti.
Ma Turning To Crime è un’altra storia, un album che senza particolari ambizioni vuole ricordare su cosa si è formata la musica del quintetto e per questo è un disco di rock, non di hard rock, con venature rock and roll e soul. La passione di Gillan per il rock and roll dei fifties è testimoniata dalle incisioni con The Javalinas e in questa occasione dalla briosa ripresa di Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu del ’57 in cui spicca il piano boogie di Airey, di Let The Good Times Roll del ’46 incisa con il suono di una big band, con intermezzi jazzati di chitarra, piano e organo e di The Battle Of New Orleans, skiffle di Jimmy Driftwood del ’59, portata al successo da Johnny Horton, con il violino di Gina Forsyth che Gillan e Glover suonavano con gli Episode 6 prima di entrare nei Deep Purple.
Passando al periodo successivo l’opener 7 And 7 Is dei Love (1966) non ha la rabbia garage dell’originale, mentre Oh Well di Peter Green (1969) fa la sua figura pur non avvicinando la versione dei Fleetwood Mac specialmente nel suono della chitarra. Funzionano meglio un’indurita Jenny Take A Ride di Mitch Ryder, Lucifer di Bob Seger da Mongrel del ’70, una gloriosa White Room (da segnalare in generale la qualità delle interpretazioni vocali di Ian Gillan), una cadenzata Shapes Of Things, una briosa Dixie Chicken con il piano nuovamente in evidenza e persino Watching The River Flow di Bob Dylan.
Decisamente riuscita la scelta del finale: un brillante medley prevalentemente strumentale chiamato Caught In The Act in cui si alternano segmenti di classici, da Going Down a Green Onions, da Hot’ Lanta a Dazed And Confused, per finire con Gimme Some Lovin’.

Paolo Baiotti

CORDOVAS – Destiny Hotel

di Paolo Crazy Carnevale

20 marzo 2022

Cordovas - Destiny Hotel (1)

Cordovas – Destiny Hotel (ATO 2021)

Una delle più piacevoli sorprese dello scorso anno questo secondo disco dei Cordovas, gruppo raccolto attorno alla figura di John Firstman, cantante, polistrumentista e principale autore delle dieci tracce che compongono questo bell’LP.

Il gruppo, di base in Tennessee, ha un suono che profuma vagamente di California, più precisamente di certe cose country-rock dei tempi andati; d’altra parte per registralo il quartetto si è spostato a Los Angeles. Molto curato nelle sonorità e negli arrangiamenti delle armonie vocali, il disco può contare sulle chitarre di Lucca Soria e Toby Weaver (che suona anche violino e un ottimo mandolino), mentre Sevans Henderson si occupa di tastiere varie, anche se per la verità nel disco c’è anche, e si sente, l’organo di Rami Jaffee che costituisce un tappeto denso di suggestioni su cui i vari strumenti a corda si dipanano con successo.

Si parte alla grande con il primo colpo di fulmine, High Feeling, scritta a più mani, che è anche il singolo apripista, un brano a presa rapida, nel senso che si cementa subito nella testa dell’ascoltatore, tutto gira alla perfezione, l’hammond di Jaffee è il collante, i Cordovas vi si appiccicano come fosse una carta moschicida e non lo lasciano più.

Certo il sound non è nuovo, ma è piacevolmente rinfrescato e coinvolgente.

Ottima anche la traccia successiva, Rain On The Rail, con le armonie vocali che funzionano a pennello, qui sono Firstman e Weaver gli autori. Più country swing Fine Life, brano scanzonato guidato dal violino di Weaver, con un testo inneggiante alla vita spensierata lontana dalle metropoli. Afraid No More è un breve brano lento, caratterizzato stavolta dal pianoforte (Firstman o Henderson?), poi il primo lato si conclude rapidamente con Man In My Head, un altro breve brano, più rock stavolta, cadenzato dalla batteria (sono diversi i batteristi ospiti del disco) e ben cantato. Destiny apre invece la seconda parte del disco, bei cori, belle chitarre e solito bel lavoro dell’organo di Jaffee, su cui si innesta il piano di Henderson, per un brano molto solare.

Warm Farewells è tutta di Firstman, molto corale, bel break di chitarra e Weaver che si cimenta sia con il mandolino che col violino. The Game riporta in pista l’anima rock del gruppo, attacco robusto, con la batteria che fa la sua parte, le chitarre l’organo a comandare nella parte strumentale mentre il cantato è tutto a tre voci: da qualche parte sembra strizzare l’occhio ai Grateful Dead del 1970.

I’ma Be Me è anche cantata a più voci, le chitarre sono molto distintive, con tanto di assoli gemellari, sembrerebbe esserci anche una steel (come in altri brani del resto), ma più probabilmente si tratta solo di un uso particolare della pedaliera, il ritmo è incalzante.

Per congedarsi dal pubblico i Cordovas si affidano ad una lenta ballata che parte con chitarra acustica, piano e violino, stavolta meno corale (refrain a parte) e andamento struggente.

Bravi davvero!

Paolo Crazy Carnevale

STEFANO DYLAN – Ouroboros

di Paolo Baiotti

20 marzo 2022

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STEFANO DYLAN
OUROBOROS
Autoprodotto 2022

Stefano Dylan, cantautore torinese da qualche anno residente in Irlanda per motivi di famiglia e di lavoro, si è fatto conoscere ed apprezzare nella zona di Limerick dove è domiciliato, entrando a far parte della scena locale. Sfortunatamente la pandemia ha interrotto la possibilità di suonare nei locali e nei pub che, a differenza di quanto avviene dalle nostre parti, non richiedono solo le cover band, ma gli ha dato la possibilità di preparare con calma il secondo album a due anni di distanza dall’esordio Rough Diamonds. Questa volta tra le dodici tracce ce ne sono tre cantate in italiano oltre alle otto in inglese e a uno strumentale. In realtà Endless Road è divisa in due parti poste in apertura e chiusura del disco, la prima strumentale e sognante con l’elettrica di Matt Sofianos che ricama assoli melodici che incrociano David Gilmour e Mark Knopfler intrecciandosi con l’acustica di Stefano, la seconda cantata completando una delle tracce più convincenti dell’album. La delicata e toccante The Life Before e la malinconica Fool’s Gold arrangiata con la partecipazione di due chitarre acustiche e di una chitarra classica confermano l’impronta folk del modo di comporre e cantare di Stefano, che mi sembra paradossalmente più originale nei brani in inglese rispetto alla convenzionale Asso, seppur valorizzata da un testo pregevole e alla sofferta Amarcord, in cui si notano il piano di Carlo Gaudiello e la tromba di Steffen Dix. La ritmata Flight Distances e Midlife Booze interpretata con voce più sporca e con un’elettrica aspra, testimoniano le influenze rock dell’autore, ma in definitiva l’eccellente Rain Waters cantata con l’aiuto di Karla Segade, l’acustica Moving On, morbida e triste e la pianistica Desiderio lasciano l’impressione che il tratto distintivo della scrittura di Stefano privilegi lo stile dei folksingers.
Ouroboros antico simbolo rappresentante un serpente o un drago che si morde la coda formando un cerchio senza inizio né fine, raffigurato nella copertina del disco, conferma le positive percezioni dell’esordio e la maturazione del suo autore.

Paolo Baiotti

MODEL T BOOGIE – Still Gettin’ Down

di Paolo Baiotti

10 marzo 2022

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MODEL T BOOGIE
STILL GETTIN’ DOWN
Cluster Records 2021

Torna in attività una delle formazioni storiche del blues italiano, la Model T. Boogie, sempre guidata da Giancarlo Crea (armonica e voce) con gli eccellenti chitarristi Dario Lombardo e Nick Becattini e la batteria di Massimo Bertagna, ai quali si aggiunge la giovane bassista Alice Costa che ha sostituito Massimo Previn, purtroppo deceduto nel 2015. Il nuovo album è il terzo della loro storia e viene pubblicato 32 anni dopo Born To Get Down e 35 anni dopo l’esordio …Really The Blues! Negli anni ottanta questa formazione è stata riconosciuta e applaudita anche negli Stati Uniti, soprattutto nella zona di Chicago dove si è esibita nell’87 nel Chicago Blues Festival. In quel periodo hanno accompagnato in tour Eddie C. Campbell e Johnny Copeland e stretto un legame forte con Phil Guy, fratello di Buddy. Inoltre Becattini negli anni novanta ha suonato nella band di Son Seals e con Melvin Taylor, mentre Bertagna ha suonato con Maurice John Vaughn e Lombardo, oltre ad un’intensa attività con la sua Blues Gang, ha collaborato con artisti di Chicago come John Primer e Liz Mandeville. Stiamo parlando di musicisti esperti che non hanno nulla da invidiare ai bluesmen americani e lo confermano anche in questo Still Gettin’ Down che si riaggancia ai dischi precedenti miscelando Chicago Blues con qualche spruzzata di funky, alternando cinque tracce autografe a sei cover non scontate, scelte da veri esperti del settore.
I due brani di Lombardo aprono e chiudono il disco: il brioso errebi Hey, Model T! ispirato da Mona di Bo Diddley e il mid-tempo Still Gettin’ Down con un’armonica fluida e un finale di chitarra calibrata. Nick contribuisce con l’up-tempo Even In My Sleep e il funky-blues Gipsy Woman oggetto del primo video, mentre Giancarlo apporta il boogie strumentale Model T’s Boogie guidato dalla sua armonica. Quanto alle cover spiccano il raffinato mid-tempo Lucy Mae Blues dal repertorio di Buddy Guy con un assolo di elettrica di Nick e la slide acustica di Dario, la scorrevole Everything’s Gonna Be Alright di Little Walter con la voce di Crea e il piano di Keki Andrei e il vibrante up-tempo Western Union Man con una chitarra bruciante e l’armonica di Andrea Scagliarini.
Still Gettin’ Down è un gradito ritorno…speriamo che il gruppo riesca anche ad organizzare dei concerti per promuovere adeguatamente il disco.

Paolo Baiotti