Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

FABRIZIO POGGI – For You

di Paolo Crazy Carnevale

13 agosto 2020

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Fabrizio Poggi – For You (Appaloosa/IRD 2020)

Un inizio insospettabilmente notturno, guidato in punta di contrabbasso da Tito Mangialajo Rantzer, per questo nuovo disco di Fabrizio Poggi, uno dei più attivi e interessanti musicisti italiani dediti alle radici del suono americana. Poggi, che tra carriera solista e Chicken Mambo ha oltre una ventina di produzioni alle spalle, per non dire delle collaborazioni con sparring partner d’eccezione al di là e al di qua dell’oceano Atlantico, ha dato alle stampe questo nuovo disco la scorsa primavera. Un disco breve ma intenso, ricco di sonorità che mescolano il blues ed il gospel con al musica notturna e vibrante delle metropoli, composto prevalentemente da brani tradizionali rimaneggiati e arrangiati sapientemente da Poggi e dal suo producer Stefano Spina (impegnato anche alla chitarra elettrica, alle tastiere, al basso elettrico e alla batteria).

L’armonica è ovviamente protagonista a trecentosessanta gradi, come del resto la voce soul e densa di sfumature di Fabrizio, ma la particolarità sta proprio nell’uso di strumenti più inusuali come il contrabbasso e i fiati che ci riportano in fumosi club metropolitani, distanti anni luce dai juke joint campagnoli a cui il titolare aveva dedicato non molti anni fa un altro riuscito disco.

For You, che ruba il titolo ad una canzone di Eric Bibb qui inclusa, parte con le riletture di Keep On Walkin’, If These Wings e Chariot (che altro non è che la nota Swing Low Sweet Chariot), riletture che profumano, o forse meglio dire odorano, di Harlem e della Grande Mela delle ore tarde.

Fiati, armonica e il suddetto contrabbasso sono la colonna portante di tutte e tre le composizioni, per contro invece la successiva Dont’ Get Worried (altresì nota come Keep Your Lamp Trimmed and Burning), è elettrica vibrante, accattivante. Le fa seguito il gospel di I’m Goin’ There, altro brano particolarmente riuscito, notturno ma in modo diverso.

A questo punto tocca alla cover di Eric Bibb, aperta da un accenno di vibrato dell’armonica che sembra Neil Young, poi parte la voce e l’unico strumento a supportare Poggi in questa versione è il piano di Stefano Intelisano (vecchio amico dai tempi dei Chicken Mambo) e nella seconda parte una sezione d’archi sintetizzata. Il brano sfocia nella successiva My Name Is Earth, la prima delle tre composizioni che portano la firma del titolare, il brano è molto arrangiato, con un bell’intervento all’organo di Pee Wee Durante ed un robusto coro in cui si inserisce la voce dell’ospite Arsene Duevi, originario del Togo; notevole la coda strumentale che termina, in linea col brano che è un omaggio a Madre Terra, con una serie di voci di bambini che restano in sottofondo anche sulla partenza di un altro traditional dalle movenze più smaccatamente blues di matrice elettrica, Just Love, in cui brilla la chitarra elettrica di Enrico Polverari.

Con Sweet Jesus, Poggi ci omaggia di una canzone originale più allegra, sorretta da armonica e chitarra pizzicata e archi, il tutto prima del finale di It’s Too Late, struggente e corale composizione scritta con Arsene Duevi, che vi suona anche l’acustica e canta nella sua lingua.

LUCIANO FEDERIGHI e DAVIDE DAL POZZOLO – Viareggio And Other Imaginary Places

di Paolo Crazy Carnevale

10 agosto 2020

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LUCIANO FEDERIGHI e DAVIDE DAL POZZOLO – Viareggio And Other Imaginary Places (Appaloosa 2020)

Appaloosa Records da quando è rinata a nuova vita sta decisamente muovendo passi più interessanti e arditi che non ai tempi dei suoi pionieristici ma pur sempre indispensabili esordi.

Soprattutto ha cominciato a dare significativamente spazio anche agli artisti di casa nostra che si cimentano con generi musicali affini a quelli degli artisti stranieri trattati dall’etichetta, vale a dire rock, cantautorato, americana, country-rock, folk-rock, blues.

Quest’ultimo disco uscito nel bel mezzo della pandemia però non ci convince appieno come era accaduto con altre produzioni di nostri connazionali (pensiamo a Francesco Piu o a Fabrizio Poggi, o a certe cose di Charlie Cinelli, non tutto però): il pianista, scrittore, giornalista, illustratore viareggino Luciano Federighi non è nuovo in casa Appaloosa e questo suo disco condiviso col sassofonista Davide Dal Pozzolo sembra più che altro un momento di musica condivisa in maniera informale che un progetto discografico vero e proprio, e la produzione a livello di ascolto poteva essere molto meglio (tanto per fare un esempio, la terza traccia del CD, Darkness Will Never Hurt You, ha la voce che nei primi versi è molto più bassa rispetto al resto). Non siamo amanti della musica troppo leccata e perfettina, ma qui un po’ di lavoro al mixer e un po’ di attenzione alla mescola dei suoni non avrebbe fatto male.

Federighi dimostra comunque una grande padronanza, del piano, dell’inglese per la scrittura dei testi e, soprattutto di una voce arrochita che non può non fare venire in mente certe cose di Tom Waits: ma badate, non si tratta di uno scopiazzamento, il timbro di Federighi è personale: nell’iniziale Lather Than You Think e in Mr. Lonesome sfodera addirittura sfumature sinatriane assolutamente azzeccate e, sempre a proposito del cantato, in A Sabbatical From The Blues tornano in mente certe cose di David Bromberg.

Il sax di Dal Pozzolo (talvolta impegnato anche al flauto) non è sempre azzeccato, è mixato troppo alto ed è troppo virato al jazz per un genere cantato in cui i testi sembrano avere particolare rilievo, troppo sofisticato al punto da finire per distrarre l’ascoltatore dai testi, che sono tra l’altro molto lunghi, talvolta verbosi e nel booklet sono riportati solamente in lingua inglese. Peccato, visto che l’Appaloosa di solito brilla per le belle e intelligenti traduzioni dei testi acclusi agli album di artisti americani.

MIA ARENDS/MICHAEL DERNING – Rough Music

di Paolo Baiotti

6 agosto 2020

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MIA ARENDS – MICHAEL DERNING
ROUGH MUSIC
Autoprodotto 2019

Coppia nella vita e nella musica da 45 anni, ma con poche incisioni alle spalle, Mia e Michael hanno pensato, dopo l’album Cover Art del 2007, di incidere un disco che si riallacciasse alla musica ascoltata da adolescenti, sia recuperando brani del passato sia scrivendone di nuovi dal sapore antico, utilizzando soprattutto le due voci e la chitarra acustica, con qualche inserimento di mandolino e slide da parte di Michael e dosati interventi di percussioni, violino e piano (Michael Thomas Connolly che ha mixato il disco), batteria (Brad Gibson) e violoncello (Colin Isner). Il risultato è un disco di cantautorato folk con venature jazz in cui sei tracce originali si miscelano senza difficoltà o bruschi stacchi con dieci cover. Delicate armonie vocali caratterizzano brani come Empty Pocket Blues e Joy, mentre la purezza del fingerpicking emerge in Pilgrims e Mind Your Own Heart. Una versione intima e minimale di Norvegian Wood ci ricorda l’eterna influenza dei Beatles, la sciolta Everybody Wants To Be A Cat e Moon Indigo di Duke Ellington, dove spicca l’interpretazione vocale di Mia, riaffermano la passione della coppia per il jazz tradizionale. Una scanzonata Baby It Must Be Love (Blind Willie McTell) e una delicata Blue Skies (Irving Berlin) ci traghettano al termine del disco, affidato alla jazzata That’s All (Bob Haymes) e alla breve Gone, un brano di Michael nel quale si inseriscono le percussioni.

DAVE GREAVES – Still Life/The Legacy Collection

di Paolo Baiotti

6 agosto 2020

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DAVE GREAVES
STILL LIFE – THE LEGACY COLLECTION
Inbred Records 2020

Negli anni settanta Dave Greaves, cantautore di area folk/rock, ha girato la Gran Bretagna in tour con Sandy Denny e John Martyn, ha lavorato con la Island, la Pye e la Demon. Nel suo percorso Dave ha fondato la Hull Truck Theatre Company, ha suonato la chitarra elettrica accompagnando molte formazioni americane di R&B in Europa e ha fatto parte di MG Greaves and The Lonesome Too con il fratello. Inoltre ha affiancato in svariate occasioni il cantautore texano Bob Cheevers.
Originario di Hull, vive a Scarborough. Non ha pubblicato molto, solo cinque dischi dal 1984 ad oggi da solo, con la Dave Greaves Band o con altri artisti. Da questi dischi sono tratti i 22 brani di Still Life, una raccolta esaustiva della sua carriera reperibile in doppio cd, prodotta da Bob Cheevers, che si può considerare una sorta di testamento musicale, tenendo conto dei seri problemi di salute del musicista. Sono canzoni personali, intime e toccanti con echi di John Martyn, Nick Drake, Eric Andersen o dei più giovani Greg Trooper e Tom Russell, come l’eccellente ballata Frank o Danny And His Girl, forse un po’ monocordi come la voce di Dave (in questo senso una raccolta doppia può sembrare eccessiva). Tuttavia la scrittura di Greaves è apprezzabile e anche la semplicità degli arrangiamenti si presta a questo tipo di canzoni morbide e delicate.
Nel primo cd, oltre ai brani citati, spiccano Fool’s Gold con preziosi arpeggi di chitarra, Rising Tide e la malinconica The Desperate Hours. Dal secondo disco sceglierei la scorrevole opener Me And Lucky, la ballata Phantasy con una raffinata chitarra e il piano in sottofondo, la sussurrata Unguarded Moment, l’intensa Sunflowers e la conclusiva Without The Asking.

SOFT MACHINE – Live At The Baked Potato

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2020

Soft Machine Live At Backed Potato[283]

SOFT MACHINE – Live At The Baked Potato (DYAD Records 2019/ distribuzione Moonjune Records 2020)

Soft Machine? Ebbene sì. Dal 2015 la formazione che aveva pubblicato dischi ed effettuato lunghi tour col nome di Soft Machine Legacy, ha deciso di lasciare a casa il suffisso Legacy e di esibirsi usando tout court il nome storico, nonché di incidere il primo disco in studio sotto questo nome dal lontano 1981.

E proprio nei mesi scorsi, in piena pandemia il quartetto attuale ha dato alle stampe un eccellente live (che rispolvera anche il logo storico del gruppo in copertina) tratto dal tour con cui quel disco di studio, Hidden Details, era stato promosso, tour che celebrava contemporaneamente il cinquantenario dall’uscita del primo disco della formazione di Canterbury.

Si tranquillizzino i puristi, il disco come dicevo è eccellente, una fotografia della voglia di suonare del gruppo e del mai cessato interesse di un pubblico affezionato: va da sé che sono cambiati gli spazi e i gusti, ma gli attuali Soft Machine continuano ad essere alfieri di un jazz rock virato al prog, alla fusion e alla psichedelia più colta, confermando quelle caratteristiche che negli anni sessanta/settanta li avevano fatti diventare autentica formazione di culto, sperimentatori ad oltranza. Non dimentichiamo che il gruppo non ha mai avuto una formazione stabilissima, vi sono transitati numerosi musicisti e a ben vedere, nel 1972 della formazione originale era rimasto il solo Mike Ratledge, gli altri erano già tutti passati ad altri progetti e sperimentazioni, sempre etichettate, dal loro luogo di provenienza, come Canterbury Sound.

Ma pur senza membri fondatori nella line-up i nuovi Soft Machine non sono perfetti sconosciuti estranei al gruppo (come invece è per i nuovi Burrito Brothers ad esempio, che sono davvero tutti nuovi, pur avendo realizzato un disco a sua volta incredibilmente eccellente): qui militano come si diceva gli stessi artisti che nel 2010 come Soft Machine Legacy (in cui in un primo tempo avevano militato anche Hugh Hopper ed Elton Dean) dettero alle stampe un bel live inciso in Europa intitolato Live Adventures, vale a dire John Etheridge (chitarrista a partire dal 1975), Roy Babbington (bassista subentrato a High Hopper già nel 1973 e il batterista John Marshall (entrato in formazione all’inizio del 1972). Come si vede, tre che hanno comunque una loro storia sotto il nome Soft Machine, il gruppo si completa con Theo Travis, tastierista e addetto ai fiati, ultimo arrivato ma assolutamente in linea col sound del gruppo.

Il live in questione è stato registrato in un piccolo club di Los Angeles nel febbraio del 2019 e allinea una scaletta che giustamente va a ripescare sia nel repertorio storico che dalle ultime produzioni, privilegiando, per quanto riguarda la scelta dei brani vecchi, composizioni di Ratledge.

Si parte con una breve overture di tastiere firmata da Travis per introdurre Out Bloody Rageous (Pt.1), di Ratledge appunto, che stava sul terzo disco del gruppo, quello stesso in cui appariva Moon In June la composizione di Robert Wyatt da cui prende il nome (guarda un po’) la casa discografica di Leonardo Pavkovic, che distribuisce questo live.

Sideburn è firmata dal batterista Marshall ed è ovviamente una vetrina per il suo strumento, come andava di moda negli anni settanta, oggi questi assoli di batteria suonano sempre un po’ eccessivi e fuori luogo. Meglio Hazard Profile (Pt 1), composta da Karl Jenkins per l’ottavo album del gruppo, mentre con firma Hugh Hopper troviamo Kings And Queens dal quarto disco uscito nel 1971 (come probabilmente sapete, i primi sette dischi del gruppo erano intitolati col numero progressivo di uscita). Di nuovo di Jenkins è la notevole Tale Of Taliesin pubblicata su Softs nel 1976. La formazione sembra decisamente in gran forma e a proprio agio con questo materiale, e d’altra parte tre quarti dei musicisti qui impegnati lo erano anche su Softs.

Heart Off Guard, Broken Hill e Fourteen Hour Dream è invece una tripletta dal più recente disco di studio, quello del 2018, inciso dalla stessa formazione di questo live, i primi due sono firmati dal chitarrista, e si sente, nel terzo invece l’autore è Travis. Quel che appare evidente è che comunque, nonostante le decadi che separano queste composizioni da quelle precedenti, la continuità di sound è pressoché inalterata e inavvertibile.

C’è quindi spazio per un ulteriore brano di Ratledge, The Man Who Waved At Trains, da Bundles del 1975, con grande lavoro di tutti gli strumenti, ma in particolare evidenza è l’opera di Travis al flauto e alle tastiere.

Ed è proprio lui a chiudere in gloria il disco con due brani tratti di nuovo dal disco del 2018, la lunga Life On Bridges con intro di sax su cui si innestano poi tutti gli altri strumenti, e l’ottimo tour de force jazz-rock quasi zappiano di Hidden Details, da cui il recente disco prende il titolo.

MICHAEL McDERMOTT – What In The World…

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2020

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Michael McDermott – What In The World… (Appaloosa/Pauper Sky/IRD 2020)

Sembra inarrestabile il flusso d’ispirazione di Michael McDermott, non passa anno che il musicista di Chicago non lasci la sua zampata nel mondo delle sette note, che si tratti di lavori a proprio nome o come leader dei Westies, che poi sarebbe la stessa cosa, visto che a conti fatti i musicisti coinvolti sono in pratica gli stessi e anche la produzione sonora non si discosta.

Va da sé che a lungo andare, per quanto si tratti sempre di dischi di buon livello, la cosa si fa un attimo monotona: il copione è abbastanza fedele, canzoni di stampo rock robusto e ballate a cavallo tra folk e rock, sempre corredate da testi molto pregni di storie cupe e introspezioni sul proprio percorso umano e musicale, talvolta attraversate da momenti di buio pessimismo, tal altra più serene o quantomeno illuminate da bagliori di speranza.

McDermott è soprattutto un grande raccontatore di storie, storie di gente comune, di gente disperata se non addirittura perduta: va da sé che i temi forti sono sempre il proprio vissuto, la caduta nelle dipendenze, il baratro toccato fino a grattare il fondo del barile, la riabilitazione, il ritorno alla vita, alla musica ovviamente, l’incontro con la moglie Heather Lynn Horton, musa e collaboratrice musicale in qualità di violinista, sia con i Westies che nei dischi solisti.

E va da sé anche che se cercate la novità, questo disco non fa per voi, a meno che siate digiuni delle ultime opere di Michael: perché What The World ripercorre le orme dei suoi predecessori, passo dopo passo, siano essi il più riuscito Willow Springs, il secondo album dei Westies, Out from Under o il recente Orphans, disco di outtakes dei precedenti lavori.

In particolare nei testi (ma in maniera più oscura) e nelle musiche dei brani più intimisti, McDermott sembra più orientato verso certe cose dello Springsteen anni ottanta e novanta: le storie di personaggi come quelle dei protagonisti New York, Texas, di Veils Of Veronica o come la barista dagli occhi blu ricordano da vicino quelle dei personaggi delle canzoni di Bruce, solo attualizzate dalla presenza di temi come il disturbo da stress post traumatico dei reduci di guerra (nel senso che il termine è diventato tristemente di moda negli ultimi anni).

In certi momenti, soprattutto nei pezzi meno elettrici fanno capolino anche riferimenti al folk irlandese, ma personalmente trovo più avvincente il McDermott elettrico della title track, o di Mother Emmanuel e The Thing You Want: il suono corposo è opera di Lex Price, bassista e coproduttore, dalle chitarre di Will Kimbrough e dalle tastiere di John Deaderick, mentre alla batteria si alternano Steven Gillis e Fred Elthringham.

What in The World…, che intitola il disco è particolarmente felice nella sua sostanza rockettara che non fatichiamo a ricollegare al miglior Tom Petty (ma curiosamente come bonus track vi è incluso il demo acustico che invece suona più come certe cose del coguaro dell’Indiana): è un ottimo brano che rende merito ad un testo molto politicizzato, come se McDermott volesse dare la sveglia al suo paese nell’anno delle elezioni! Molto elettrica, anche se molto più lenta è la stoffa di Veils Of Veronica, altro punto di forza del disco. E ancora fa spicco Mother Emanuel, rock urbano dal tessuto sonoro a cavallo tra Asbury Park e il nervosismo di certo Lou Reed, e anche qui il testo sembra di particolare attualità, all’indomani dei recenti fatti di sangue che durante il nostro lockdown hanno funestato gli Stati Uniti, non fosse che il brano è stato registrato prima.
Come nel disco precedente, anche qui McDermott chiude all’insegna della speranza con un paio di canzoni più introspettive, più personali: l’invito a non abbandonarsi di No Matter What e l’omaggio alla moglie di Until I Found You. Il disco termina – prima della bonus track – con Positively Central Park, ballata alla Springsteen in cui si fa riferimento alle problematiche dei nativi.

Come sempre sono sempre molto gradite le trascrizioni e traduzioni dei testi a cui l’Appaloosa ci ha abituati da tempo!

Tre EP dalla Svezia

di Paolo Baiotti

23 luglio 2020

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Negli ultimi tempi il formato ep/mini album è tornato in auge, specialmente nelle produzioni indipendenti.
Dai paesi nordici riceviamo tre nuove proposte.
Partiamo con Annamay Ejrup, cantautrice svedese di Stoccolma che ha pubblicato due singoli, Out Of Reach (in versione elettrica con la band e acustica) e Om Hon Hade Vetat in svedese, che anticipano il primo album di questa autrice pop con influenze folk, sensibile e delicata, dotata di una voce angelica.
In particolare Out Of Reach è una canzone sulle opportunità perse della vita che potrebbero ripresentarsi. Questo brano melodico rappresenta la trasformazione di Annamay da artista solista acustica a componente di una band.

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I Safari Season sono un duo formato da Lars Ryen (voce) e Anders Lindgren (chitarre, tastiere), accompagnati da Daniel Gullo (basso, batteria, tastiere e chitarra) nell’ep A New Future (Paraply/Beat Goes On 2020). Non sono dei novellini: Anders ha iniziato come artista punk, poi ha fatto parte dei 99th Floor, molto conosciuti in patria, mentre Lars, originario di Torsby, si è spostato a Stoccolma dopo l’adolescenza, dove ha suonato in gruppi pop e soul prima di formare i Touch. Lars ha aperto il negozio di dischi The Beat Goes On dove ha incontrato Anders con il quale ha formato un duo e poi un gruppo ribattezzato Safari Season, che ha inciso un paio di album e parecchi singoli. Si definiscono una band di surf-pop-psychrock…definizione impegnativa, ma che ha una sua logica in quanto, pur privilegiando traiettorie pop, in Nowhere On The Run la chitarra ha un suono abrasivo di matrice garage. La title track è un sommesso brano pop, interpretato in modo morbido e melodico dalla voce accattivante di Lars, avvolta dalle tastiere e da una chitarra che si inserisce dapprima con moderazione, poi in crescendo. Il terzo brano è The Way I Walk, sia in versione inglese che svedese, una ballata elettroacustica molto gradevole.

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Andra Stallen (autoprodotto 2020) è il mini album d’esordio di Vilma Snygg, cantante ventunenne di Boras che ha recentemente partecipato a un concorso per la radio svedese. Sei canzoni (una in inglese) che ricordano, sia nella voce che nella scelta musicale, nomi come Enya, Loreena McKennith o le connazionali First Kit. Atmosfere intime e riflessive, prevalentemente acustiche (anche se in Din Hand Mot Min Rygg si inserisce sapientemente una chitarra elettrica), interpretate da una voce eterea che sembra provenire dalle innevate piane nordiche. Musica un po’ ripetitiva che si avvicina alla new-age, ma non priva di fascino.

JONATHAN WILSON – Dixie Blur

di Paolo Crazy Carnevale

20 luglio 2020

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JONATHAN WILSON – Dixie Blur (Bella Union 2020, 2 LP)

Ci voleva un disco così per Jonathan Wilson, dopo le perplessità lasciate dal suo LP precedente che avevano lasciato l’amaro in bocca a chi aveva apprezzato i suoi Gentle Spirit e Fanfare, nonché un paio di suggestivi EP usciti in occasione di passati Record Store Day e Black Friday.

Wilson, che è soprattutto un grande manipolatore di consolle e creatore di suoni ci aveva abituati ad un sound moderno ma dalle radici ben piantate negli anni settanta e nei tardi sessanta: echi di Grateful Dead, Pink Floyd, ma anche del grande cantautorato californiano erano stati alla base dei suoi dischi più applauditi, e negli EP aveva dimostrato di saper scegliere anche azzeccate cover per nulla scontate da proporre al suo pubblico.

Spostatosi dalla West Coast al Tennessee, ora Wilson mette sul piatto una quindicina di nuove tracce registrate a Nashville con l’aiuto di musicisti del posto e del producer Pat Sansone, con cui divide i crediti in sede di regia. Nashville vuol dire country music, ma non solo, vuol soprattutto dire studi molto professionali ed al tempo stesso a misura d’uomo e vuol dire musicisti in grado di riprodurre qualunque atmosfera sonora, con umiltà e professionismo, senza sbavature e sempre all’altezza della situazione.

E questa è la caratteristica principale del disco, che ci restituisce le buone cose del Jonathan Wilson che abbiamo apprezzato sui dischi succitati e nelle sue rare apparizioni dal vivo (ricordiamo in particolare quelle come apripista per Tom Petty & The Heartbreakers nel tour che portò la band in Italia per l’ultima volta nel 2012).

I dischi di Wilson non sono fatti di canzoni memorabili, per quanto ogni brano sia cantato, sono dischi di grandi atmosfere e di suoni spettacolari, e questo Dixie Blur segue una ricetta ben collaudata: Wilson per creare un ponte con Fanfare (che ospitava David Crosby, Graham Nash, Jackson Browne, Mike Campbell, Benmont Tench) ha pensato bene di iniziare la scaletta con una cover, ma non una cover scontata e stra-ascoltata, bensì un brano dei Quicksilver Messenger Service, quella Just For Love che intitolava il loro disco del 1970, quando Dino Valenti (autore del brano) aveva assunto il comando della formazione. La versione di Wilson supera l’originale, pur non cambiando molto, l’esecuzione è commovente, cantata con ispirazione, con tanto di flauto suonato da Jim Hoke e con grande lavoro di pedal steel (l’incredibile Russ Pahl) e con l’elettrica un po’ nascosta di Kenny Vaughan (dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart), il brano si dipana in un crescendo che conquista fin dal primo ascolto, lasciando poi il posto alla prima delle composizioni originali (tutte le altre in pratica), la bella 69 Corvette sorretta dal violino del veterano Mark O’Connor, che duetta con la pedal steel (stavolta la suona Joe Pisapia) mentre Wilson e Sansone arpeggiano con le acustiche e rifiniscono le atmosfere a suon di mellotron: il risultato è una delle più riuscite cose del disco. Segue New Home, brano ancor più soffuso, di nuovo con Pahl e Vaughan, col piano di Drew Erickson più in vista che non nei due brani precedenti.

Il lato 1 si chiude con l’eccellente So Alive, con Wilson particolarmente ispirato, impegnato all’acustica ritmica e alla dodici corde elettrica, di nuovo con un bel pianoforte e soprattutto con Mark O’Connor che oltre a suonare il violino si produce in un entusiasmante assolo di acustica: un’altra delle perle del disco.

Voltando il vinile (color verde menta), incappiamo nella prima traccia in cui fa deliberatamente capolino la musica di Nashville: In Heaven Making Love coniuga bluegrass e atmosfere da avanspettacolo, non è una delle cose migliori nel disco ma entra facilmente in testa e se il violino di O’Connor è la guida del brano, le elettriche di Wilson e Vaughan si spingono in interventi più azzardati. Oh Girl inizia come una lenta ballata pianistica, in cui Wilson e Sansone (qui in veste di bassista, mentre la pedal steel di Pahl tesse il sottofondo) coinvolgono di nuovo Jim Hoke sia al flauto che ad una serie di armoniche dal suono diverso, riconducendo maggiormente ai suoni che avevamo apprezzato in Fanfare. Atmosfere vagamente marinare sono alla base di Pirate, con Wilson impegnato con varie chitarre e O’Connor protagonista di un dolente assolo di violino
Il secondo disco si apre con le atmosfere elaborate di Enemies, una composizione dal refrain accattivante, con chitarre in evidenza ed un’intera orchestra tutta suonata da Wilson con una Arp String Machine. Fun For The Masses è un lento valzer dominato dalla pedal steel (sempre Russ Pahl) e dall’elettrica di Vaughan, mentre il titolare si dedica ad acustica e mellotron. Meno interessante dal punto di vista della struttura risulta Plattform, in cui comunque rimane sempre molto riuscita l’amalgama sonora, meglio il brano che chiude il lato 3, il blues Riding The Blinds, blues in chiave Jonathan Wilson ovviamente, un brano lento e cadenzato, cantato con passione con citazioni di titoli di classici blues nel testo, con uno spettacolare organo suonato da Wilson stesso, e ovviamente lavoro di fino da parte di Pahl e Vaughan quando il brano accelera concedendosi un breve bellissimo break tipicamente country, prima di rallentare per il finale.

Il country irrompe nel brano che apre l’ultima parte di Dixie Blur, col titolo di El Camino Real Wilson mette in pista un’altra composizione in cui lui forse non è propriamente a proprio agio, ma lo sono decisamente i suoi accompagnatori, O’Connor e Vaughan su tutti (niente pedal steel qui). Golden Apples è struggente, intima, sussurrata, con Jim Hoke di nuovo protagonista con l’armonica cromatica e il flauto, Wilson suona la slide mentre Vaughan si occupa qui dell’acustica e Pahl da ulteriore saggio della propria bravura.

Il disco si chiude con Korean Tea, un brano senza strofe, ma non recitato, ancora con Vaughan all’acustica che ricama sul tappeto creato da Pahl, dal mellotron del producer e dal sempre ben inserito pianoforte di Drew Erickson.

Ribadisco, non un disco di canzoni memorabili, ma di suoni penetranti e coinvolgenti da ascoltare e riascoltare lasciandosi rapire senza remore.

THE THIRD MIND – The Third Mind

di Paolo Baiotti

21 giugno 2020

third mind[245]

THE THIRD MIND
The Third Mind
Yep Roc 2020

L’esordio di The Third Mind è sicuramente una delle gradite sorprese di questi primi mesi del 2020. Un disco che sfortunatamente è stato pubblicato appena prima dell’esplosione della pandemia, non ottenendo anche per questo le dovute attenzioni e, soprattutto, un’adeguata promozione, magari accompagnata da qualche concerto. E’ un viaggio nella psichedelia, un ritorno alla fine dei sixties, all’epoca hippy legata a musicisti leggendari come Mike Bloomfield, Roky Erickson, John Cipollina e Gary Duncan (la coppia dei Quicksilver Messenger Service), citati e ringraziati per l’ispirazione nelle note di copertina. Anche il nome è un (probabile) omaggio all’omonimo libro pubblicato da William Burroughs e Brion Gysin nel ’78.
La sorpresa principale riguarda gli autori del disco, musicisti esperti e di qualità che non vengono abitualmente ricollegati a questo tipo di suono. Si tratta di Dave Alvin (voce e chitarra di Blasters, X e Flesh Eaters, prima di intraprendere una trentennale carriera solista in ambito Americana), Victor Krummenacher (basso con Cracker e Camper Van Beethoven), Michael Jerome (batteria con Toadies, Richard Thompson, Blind Boys Of Alabama, John Cale e Better Than Ezra) e David Immerglück (chitarra e tastiere con Counting Crows, Camper Van Beethoven e James Maddock). Una sorta di supergruppo di rock alternativo che si è ritrovato in studio dove ha inciso rapidamente e senza prove, cercando di cogliere la libera ispirazione del momento, come Miles Davis ai tempi di Bitches Brew.

Sei tracce di cui cinque covers e ben tre strumentali di rock psichedelico con venature blues e jazz, in cui l’improvvisazione regna sovrana. Il fulcro del disco è sicuramente la versione di 16’ di East-West, la title track del seminale secondo album della Butterfield Blues Band (Elektra ’66), una cavalcata in cui le chitarre viaggiano libere con l’appoggio dell’armonica di Jack Rudy, in un percorso ondivago straordinario, specialmente nella parte centrale, tra crescendo, fermate, ripartenze e cambi di ritmo che non hanno nulla da invidiare all’originale in cui si ergeva la chitarra di Mike Bloomfield. Ma non sono da meno l’apertura di Journey In Satchidananda (Alice Coltrane ’71), una meditazione orientaleggiante che assume colori psichedelici grazie alle chitarre che richiamano i Grateful Dead dei primi album o il terzo strumentale Claudia Cardinale, unico brano originale, nel quale convergono le atmosfere dei Quicksilver e dei western di Sergio Leone. In due tracce cantate si aggiunge la presenza della voce eterea e misteriosa di Jesse Sykes (un incrocio tra Grace Slick e Sandy Denny), cantante dei Sweet Hereafter, autori di almeno due eccellenti album nel nuovo millennio, assente dalle scene da parecchi anni. Jesse interpreta alla perfezione Morning Dew di Bonnie Dobson, in una versione che si riallaccia alla cover lisergica dei Grateful Dead e contribuisce ai cori in The Dolphins (Fred Neil), affiancando Dave Alvin. L’ultima traccia è Reverberation di Roky Erickson, dall’indimenticabile esordio dei texani 13th Floor Elevators, un garage rock stralunato che viene “normalizzato” da una versione rock meno spigolosa, con una chitarra che assume venature hard.

Completato dalla copertina dell’artista Tony Fitzpatrick, diversa per il cd e il vinile, l’album è uscito in una prima edizione limitata con un poster e due versioni alternate di East-West, una mixata da Tchad Blake (ancora più psichedelica) e una da Clay Blair (nel vinile le due versione fanno parte di un secondo 12’’). Come scrivono The Third Mind nella loro pagina di Bandcamp “turn on, tune in, rock out”, riprendendo in parte il famoso motto di Timothy Leary “turn on, tune in, drop out”.
Sicuramente non vi annoierete!

LYNNE HANSON – Just Words

di Ronald Stancanelli

18 giugno 2020

Lynne Hanson just words[238]

Lynne Hanson, bella cantautrice canadese della quale parlammo su Late cartaceo due anni fa esce con un nuovo piacevole lavoro dal titolo Just Words. Dovrebbe questo essere il settimo album dell’artista cantante e musicista autrice di tutte le canzoni a parte la title track co-firmata con Tara Holloway. Undici brani per giusti una quarantina di minuti che rappresenta più o meno l’esatta durata dei vinili di una volta. Album orientato su buonissimo country rock con qualche venatura blues qua e la si caratterizza ancora una volta per la splendida e incisiva voce della canadese che come sempre suona anche le chitarre ed è accompagnata in questo suo settimo viaggio musicale da ben nove musicisti.

I brani sono tutti piacevoli ed accattivanti e le melodie country folk rock che ne derivano sono di estremo livello, la splendida Long Way Home rammenta le pagine più belle di Tracy Chapman. La title track, ovvero Just Words è improntata invece sulla chitarra elettrica e lo stile rassomiglia alla Lucinda Williams più ponderata. Eccellente pezzo, ottimo il connubio chitarra piano che conclude il brano.Dodici tasselli realmente interessanti e di spessore che fanno si che questa, purtroppo poco nota da noi, cantautrice possa essere considerata alla pari di colleghe notoriamente più famose. Sulla falsariga della precedente, ovvero con un occhio sempre rivolto alla Williams la lancinante Higher Ground. Infine una doverosa citazione anche per Hemingway ‘s Sonbird, altro piccolo gioiellino di questo affascinante disco.

L’album è stato prodotto da Jim Bryson, registrato al Fixed Studio di Stittsville in Ontario e masterizzato ad Ottawa, città che viene ringraziata nelle note di copertina per il supporto datole, e si avvale di una foto di copertina di impronta sciamanica decisamente particolare.

Grande artista da non sottovalutare. Potete andare su www.lynnehanson.com e scoprirla ancor di più.

THE GOTHIC COWBOY – Between The Wars

di Paolo Baiotti

18 giugno 2020

gothic[239]

THE GOTHIC COWBOY
BETWEEN THE WARS
Melvin Litton 2019

Per molti anni il cantautore e chitarrista Melvin Litton, canadese da tempo residente in Kansas, ha guidato il quartetto The Border Band, pubblicando cinque album e suonando in ogni angolo d’America. Melvin è anche uno scrittore: ha pubblicato tre romanzi e due raccolte di poesie, oltre a racconti su riviste e giornali. Ha lavorato come falegname, alternando la professione alla scrittura e alla musica che da qualche anno sono diventate la sua principale occupazione.
Lasciata a riposo la band dopo 20 anni di attività, si è cimentato in un altro ambizioso progetto: un doppio album di Americana acustico con testi e musiche riferite alla tradizione folk, raccontando episodi di vita, eventi drammatici, storie ispirate da testi di artisti come Leadbelly…un insieme di canzoni che sembrano fatte per essere ascoltate all’ombra di un albero in un pomeriggio assolato oppure intorno a un fuoco in una prateria sconfinata. Si è fatto aiutare da Dan Hermreck al mandolino e alla voce (con il quale suona spesso in duo), da Til Willis all’armonica e da Jeff Jackson al basso, determinanti nell’assicurare una certa varietà al disco, limitato dalla voce sporca, un po’ monotona e ripetitiva di Melvin.
Tra i brani del primo cd spiccano l’opener Border Blues che può ricordare la scrittura di Townes Van Zandt, la drammatica Caspion & The White Buffalo, ispirata da un articolo di giornale del 1894 sulla caccia al bisonte (è anche il titolo di un suo libro), con un notevole lavoro del mandolino, le murder ballads Pretty Mary e Cold Ohio City con un prezioso accompagnamento di armonica e mandolino e la title track che racconta le vicende di una generazione di soldati gettati allo sbaraglio. Dal secondo cd citerei Montana Bound ispirata da un libretto del 1903, Help My Crossover in cui si apprezza l’armonica di Willis, il lungo a asciutto blues Murder Of Bob Rose, la terza murder ballad tratta da una storia vera raccontata a Melvin dalla mamma e Creek-Bank Ghetto Boys.
Between the Wars è un disco impegnativo, forse troppo lungo, da ascoltare con calma, ispirato dalla tradizione dei grandi storytellers, da Leadbelly a Guy Clark, da Townes Van Zandt agli inevitabili Dylan e Young.

KAJA – Origo

di Paolo Baiotti

14 giugno 2020

origo[235]

KAJA
ORIGO
Kakafon 2019

Quella dei Kaja è una proposta inconsueta per il nostro sito. Si tratta di un trio svedese formato da Livet Nord (violino), Camilla Astrom (fisarmonica, piano) e Daniel Wejdin (contrabbasso e basso synth) che si divide le composizioni del disco ed è accompagnato da altri musicisti al sax, kalimba, percussioni, synth e strumenti elettronici. Le loro radici risiedono nella musica Kletzmer e nel folk balcanico; ma in questo disco, uscito cinque anni dopo The Trapper Upp, inseriscono altri elementi, inglobando jazz, musica elettronica, pop e folk africano, con atmosfere cinematografiche e la creazioni di paesaggi sonori incantevoli o drammatici a seconda del momento. Musica non immediata, strumentale, da ascoltare con attenzione e concentrazione, ma ricca di fascino. D’altronde si tratta di un tipo di ricerca che i Kaja perseguono dalla loro nascita nel 2005, sia nei tre album pubblicati che nelle collaborazioni con poeti, artisti, cantautori, nonché nella musica creata per il teatro e il cinema.
In Origo l’apertura di Alla Vi inserisce influenze di folk svedese con fisarmonica e violino in primo piano. Vals Til Doden (Waltz To Death) è un brano riflessivo guidato dal contrabbasso e da una fisarmonica dolente, Irrfarden risente di suggestioni balcaniche, Stains ha un’atmosfera sospesa e ripetitiva, Tram No 9 aggiunge elementi africani nell’uso delle percussioni. Il disco è chiuso dalla mini-suite Infinitus divisa in tre movimenti in cui si alternano momenti vicini alla musica classica (come in Silentium con un notevole dialogo tra piano e violino), pulsioni di tradizione Kletzmer e passaggi riflessivi e malinconici.
Origo è un disco da ascoltare con impegno e da assorbire lentamente.

MARCUS KING – El Dorado

di Paolo Crazy Carnevale

7 giugno 2020

Marcus King Eldorado 01[233]

Marcus King – El Dorado (Fantasy 2020)

Marcus King, che colpo di fulmine! Il giovanissimo chitarrista e cantante del South Carolina è stato una delle più belle sorprese degli ultimi anni, un personaggio dalle grandi possibilità che a dispetto dei suoi 24 anni (compiuti un paio di mesi dopo l’uscita di questo disco) dimostra una maturità non indifferente, capace di lavorare bene in studio, affidandosi a Produttori con la P maiuscola, e di entusiasmare quando calca un palco a capo della sua strepitosa band.

Dopo tre dischi, imperdibile il terzo, a nome Marcus King Band, il biondo longocrinuto e paffuto sudista ha deciso di lasciare a riposare il gruppo e di debuttare temporaneamente come solista. Poteva essere una scelta pericolosa, perché non era affatto scontato fare un bel disco, e poteva finire col farne uno che non avesse differenze riscontrabili con i precedenti. Lui se n’è fregato e questo El Dorado è la dimostrazione che la stoffa c’è tutta e che nonostante sia ancora un pischello (quanto ad anagrafe) Marcus ha le idee chiare su cosa sia un disco di southern rock con un gruppo e cosa sia invece un disco da solista.
Per registrare (a Nashville) questa nuova fatica si è affidato a Dan Auerbach e per sintetizzare quello che è riuscito a fare diremo che la differenza con i dischi con la band è la stessa che intercorre tra i dischi dell’Allman Brothers Band e il debutto solista di Gregg Allman, Laid Back.

Ecco, laid back (che in inglese significa rilassato) è proprio quello che viene in mente all’ascolto di El Dorado, non un disco da cantautore o rocker in solitaria, un gruppo c’è chiaramente, ma sono proprio le atmosfere ad essere differenti: c’è il sud ovviamente, c’è il blues, c’è tanto soul e Marcus mette particolarmente in mostra le sue doti come cantante. Anzi le prestazioni vocali con canzoni come quelle scritte appositamente per il disco, spesso in società col producer, sono davvero gigantesche.

Maturità e ispirazione sono alla base del disco e fin dalla primissima traccia, un brano acustico intitolato Young Man’s Dream il sentore è di trovarsi al cospetto con quello che potrebbe essere uno dei migliori LP di quest’anno. Un arrangiamento in punta di piedi principalmente sorretto da voce, chitarra acustica, piano e dalla pedal steel di Paul Franklin (proprio quello che suona nella band di Mark Knopfler) con qualche coro e una parte centrale con assolo di elettrica, fanno di questa composizione un highlight immediato. Non da meno la successiva The Well (scelta come anticipatrice del disco) che invece è un solido brano rock venato di possente elettricità, forse più in linea con il Marcus King dei dischi precedenti. Wildflowers And Wine è un’ottima slow ballad sorretta dall’organo e dal piano (Mike Rojas), molto soul, con enorme prestazione vocale di Marcus, accompagnato da un trio di rodate coriste, e con un solo di chitarra centrale semplicemente bello. Molto soul anche One Day She’s Here, soul anni settanta, con un leggero andamento funky, con tastiere orchestrali e suoni di chitarra studiati minuziosamente per ricreare atmosfere lontane. In Sweet Mariona fanno capolino vaghe atmosfere latin/bossanova, appena una spolverata, perché in realtà oltre alla voce a sorreggere la struttura sono gli intrecci delle chitarre di King e Auerbach con la pedal steel ineccepibile di Franklin e le tastiere di Rojas. A chiudere il primo lato del disco c’è Beautiful Stranger, brano dalla rilassatezza totale con Frankin di nuovo protagonista, quasi un brano soul di casa Stax quando gli artisti dell’etichetta andavano a registrare a Muscle Shoals negli studi di Rick Hall.

La seconda parte è inaugurata dal pop soul di Break, un po’ meno convincente, ma il disco riprende subito quota col nervoso rock Say You Will, dalla ritmica moderna e dall’elettricità devastante indotta da un assolo centrale di quelli che spettinano (ma in tutto il brano le chitarre elettriche spaziano e si rincorrono). Molto briosa e ritmata è anche Turn It Up, a cavallo tra rock sudista e rhythm’n’blues con un arrangiamento per nulla datato. Too Much Whiskey è invece un ottimo country-rock in chiave southern, molto orecchiabile, con le solite fantastiche chitarre che sfoderano suoni ben distinti, peccato che nelle note di copertina si siano scordati di menzionare l’armonicista che prende parte alla registrazione, perché è una delle caratteristiche del disco.

Il soul rilassato torna nella struggente Love Song con Marcus che duetta con le coriste Ashley Wilcoxson, Leisa Hans e Ronnie Bowman e il tastierista che ci piazza anche un azzeccato intervento di glockenspiel; a mettere la parola fine la lenta e ispirata No Pain, ulteriore trionfo di sonorità (c’è pure l’harpsichord) con un’inattesa chitarra acustica e un gran cantato del titolare.

REBECCA TURNER – The New Wrong Way

di Paolo Baiotti

30 maggio 2020

Rebecca Turner

REBECCA TURNER
THE NEW WRONG WAY
Autoprodotto 2019

Per essere un disco autoprodotto, The New Wrong Way è molto curato sia nella parte grafica (libretto con i testi, copertina aperta con foto e dettagli dei musicisti…) che sonora. Registrato quasi interamente negli studi del marito, produttore e bassista Scott Anthony a Maplewood in New Jersey, è il terzo album della cantautrice Rebecca Turner, che ha esordito nel 2005 con Land Of My Baby, seguito da Slowpokes nel 2009. Originaria di New York, dopo avere trascorso alcuni anni a Los Angeles si è stabilita a Maplewood. Le sue influenze comprendono artisti di diverso genere tra i quali Emmylou Harris, Liz Phair, Doris Day, Tom Petty, Goldfrapp e The Go-Go’s. Dopo avere tralasciato la scrittura musicale per un periodo mediamente lungo, dedicandosi alla famiglia e ad altri impegni legati alla musica come la produzione, il mixaggio e la conduzione di un programma radiofonico, è tornata a incidere un album nel quale tratta i temi della maturità, del tempo che trascorre inesorabilmente e degli errori commessi; un disco dalle tematiche personali e allo stesso tempo universali, composto in un lungo arco di tempo e più volte rinviato.
Musicalmente The New Wrong Way è arrangiato in modo semplice e diretto, da cantautrice folk con qualche venatura rock e country, a differenza del più moderno e costruito Showpokes, intepretato da una voce che sembra incrociare Sheryl Crow, Victoria Williams e Emmylou Harris. La bluesata Free The Rose in cui spicca la slide acustica di Rich Feridun, la scorrevole The Cat That Can Be Alone, la ritmata Cassandra (ispirata dalla cantante Miranda Lambert), la cover della ballata Sun In My Morning dei Bee Gees, registrata agli Ardent Studios di Memphis, il country-rock Sawtelle in cui si nota la lap-steel di Skip Krevens e lo sciolto pop-rock Tom Tom mi sembrano le tracce emergenti di un album chiuso dall’intima ballata Your Job.

MANNISH BOY – Last Ticket To Rock’n'roll Land

di Ronald Stancanelli

28 maggio 2020

Mannish Boy Last Ticket[214]

Ad onta di un entrata iniziale, pochi secondi , alla London Calling, i Mannish Boy, svedish band, di Stoccolma, non sono i Clash. Molta buona volontà per questa rock garage band decisamente tosta e piacevole, ma non da farci perdere la testa. Fermo restante che nei dodici brani che danno vita a questo Last Ticket to Rock and Roll Land ci danno dentro alla grande. Figli del rock anni settanta hanno nelle loro vene la musica con la quale sono cresciuti ovvero Mott The Hoople, Deep Purple, Thin Lizzy, Sweet, Beatles, Stones, Pugh e altri ancora. Come piace loro raccontare amano terribilmente le Fender e le Gibson guitars e gli amplificatori Marshall per creare quel connubio/suono che li tiene ancorati visceralmente ai suoni ai quale più sono attaccati.

La linearità della loro musica, qualche ballata qua e la addolcisce i toni, è totalmente basata sull’assioma classico chitarra, qui due chitarre, basso e batteria. I due leader del gruppo entrambi lead vocal sono Erik Sjogren anche alla chitarra ritmica e Anders Ekblad anche al basso mentre Par Englund è il comprovato chitarrista e Emil Olin picchia energicamente sulle pelli e ci da di percussioni. Il pezzo Rock and Roll Land viscerale turbinoso rock che caratterizza l’album ed in generale il loro mood musicale è proposto in due versioni dei quali la seconda posta a fine album è decisamente più tosta, cattiva e molto più passionale, pezzo nel quale trova anche posto Tor Lundgren con la sua armonica a bocca. Molto bella anche la ballatona alla Lee Clayton One of These Days.

Nell’ultimo periodo, ovvero da un paio d’anni hanno dato vita a questo album che promuovono con intense tournee essendo instancabili dal vivo. Questo loro Last Ticket to Rock ‘n’ Roll : Extended Tour Edition avrebbe beneficiato di un ulteriore ripartenza del tour in pieno aprile, purtroppo stoppato dalla situazione venutasi a creare col coronavirus. Tutti i brani sono a loro firma e non troviamo nell’album alcuna cover, il che va sicuramente a loro favore. Disco che esce per la Paraplay Records con distribuzione della Border Music. Il lavoro è prodotto da Par Englund e riascoltato più volte, a discapito della prima ove eravamo alquanto freddino, bisogna dire che alfin non è male e si fa ascoltare con notevole piacere. Accattivante il disegno a colori di copertina che fa molto rock perdido !!

MEJRAM – Mejram

di Ronald Stancanelli

28 maggio 2020

Mejram cover Cd[216]

MEJRAM
MEJRAM
2019

I Mejram sono un gruppo country folk acustico svedese di Goteborg, due uomini e due donne, che alternano brani sia strumentali che cantati. Loro info in rete li etichettano anche come gruppo pop ma credo questa definizione vada un poco loro strettina poiché gli Abba non sono e il genere piacevolissimo peraltro, da loro proposto, verte in modo totale su un folk magari con tinte country e pennellate etniche ma non certo pop. Si propongono sia in lingua inglese che in svedese. Questo loro album omonimo rappresenta il loro esordio pur essendo loro attivi dal 2016 e Amanda Frisk, Jonathan Hansson, Gabriella Josefsson e Marcus Fenn sono supportati da altri tre validi musicisti che prestano cello, viola, lap stee e oktavfiol alla causa. Lacerante quasi straziante ma splendida la resa strumentale e vocale di Se Mig, brano che racchiude in se stesso la poetica bellezza di questo album. Giovanissimi e molto bravi sono autori di un lavoro che certamente da noi non sarà fruibile in ogni dove e in ogni store musicale ma la sua intrinseca eleganza mista ad armonia ce lo fa consigliare vivamente. A maggio di quest’anno avrebbero dovuto intraprendere un tour tra il loro paese, la Svezia e Germania e Russia ma sicuramente il coronavirus avrà purtroppo spezzato anche i loro piani. Trovate loro brani su youtube ed è piacere ascoltarli e vederli e se ne restate come noi affascinati potete rivolgervi alla loro casa discografica www.katafon.com per avere questo delizioso cd. Disegnino di copertina di Wilma Soderstrom

BROOKE BENSON – I Am The Sun

di Ronald Stancanelli

28 maggio 2020

Brooke Benson I am the sun[212]

BROOKE BENSON
I AM THE SUN
2019 autoprodotto

Brooke Benson è una singer songwriter californiana di Los Angeles. E’ uscito a fine anno scorso un album/EP di sette brani dal titolo I Am the Sun . Artista sempre attiva in campo sociale e le cui radici affondano nel lavoro teatrale si cimenta adesso nella veste cantautorale con questo breve album ove country e folk si fondono a afflati di tenue rap campagnolo, almeno questo si evidenzia dal brano iniziale che da il titolo al dischetto. Ma il trend prosegue imperterrito anche nel brano successivo, Go with the Flow, ove l’artista percorre le stesse linee vocal/musicali per esternare in questo modo un pò sincopato. ma onestamente anche piacevole le sue elucubrazioni e pensieri su quanto la, e ci circonda. In questo secondo pezzo in grandissima evidenza il violino di Chris Murphy. Andando avanti con l’ascolto ben sette brani su sette beneficiano di questa investitura un rappare countreggiante che alfine assurge anche a leggero tedio essendo i brani similmente uguali l’uno all’altro pur beneficiando di strumenti musicali un pò desueti nel genere come appunto violino, mandolino, archi che comunque in questo contesto ben si sposano coi classici basso, chitarra, batteria. Quello che in definitiva poi forse penalizza il tutto è il tono monocorde della voce che li accomuna tutti in modo esageratamente costante anche se nella traccia sei, I sing for You, la Benson canta per ben due volte per alcuni secondi ritornando subito dopo a fare il suo rap campagnolo più che urbano. I testi ovviamente sono a suo appannaggio e le musiche divise con Chris Murphy. Da quello che si evince in rete, avendo ricevuto il cd da recensire senza info o cartella stampa, scopriamo che l’artista è appunto impegnata socialmente e politicamente in una forma di spoken theatre intenso e tribale e quindi ovviamente penalizzata dall’ascoltatore di altra lingua, che equivarrebbe a proporre nel Mid West brani scarni e acustici del nostro primo Guccini !
Prodotto dalla Benson con il Murphy violinista di cui sopra, e anche autoprodotto senza alcuna casa discografica a sostegno, il lavoro si avvale di una copertina che a differenza dello stile rap alquanto attuale è completamente figlia … degli anni sessanta/settanta!

PHIL MAY: In ricordo della voce della più grande band che non avete mai sentito nominare.

di Paolo Baiotti

24 maggio 2020

01ASRUKF

La morte di Phil May, cantante e armonicista inglese di Dartford nel Kent, fondatore e voce dei Pretty Things, ha rispecchiato la carriera ondivaga e sfortunata della band britannica. Caduto durante un giro in bicicletta, è stato operato all’anca a King’s Lynn nel Norfolk, ma complicazioni successive all’operazione ne hanno causato il decesso il 15 maggio.

phil may[206]

Phil aveva fondato i Pretty Things nel ’63 a Londra con il chitarrista Dick Taylor, che aveva fatto parte della prima line-up dei Rolling Stones. L’omonimo esordio del ’65 su Fontana Records era salito al n. 6 in Gran Bretagna rivelandosi come l’album di maggiore successo di una carriera iniziata in modo promettente, ma proseguita in modo caotico, con svariati cambi di formazione, errori della casa discografica e del management e brusche virate nel suono. Inseriti a pieno titolo nella scena del British Blues, erano rissosi, provocatori, difficili da gestire…rispetto a loro i Rolling Stones sembravano usciti da una scuola privata! E anche il suono era una miscela primitiva di garage rock, blues e rhythm and blues grezzo e primitivo, ispirato principalmente da Bo Diddley e Jimmy Reed. In questo contesto Phil rappresentava in pieno l’anima turbolente e trasgressiva del quintetto. Irriverente sul palco, dichiarava apertamente la passione per le droghe, la sua bisessualità e si vantava di avere i capelli più lunghi di tutta la Gran Bretagna, affermazioni che all’epoca terrorizzavano i benpensanti. Abituato da quando era adolescente ad essere osteggiato perché considerato fuori dal gregge se ne fregava altamente, ma come frontman era sicuramente uno dei migliori.

pretty first[210]

Dopo due album incerti e accolti con scetticismo, i Pretty Things raggiungono la loro vetta qualitativa nel dicembre ’68 con S.F. Sorrow che si può considerare la prima opera rock, un concept basato sulle vicende di Sebastian F. Sorrow, registrato negli studi di Abbey Road nel corso di varie sessioni con la produzione di Norman Smith. Se pensiamo che nei medesimi studi lavoravano contemporaneamente i Beatles al White Album e i Pink Floyd a Saucerful Of Secrets, abbiamo un’idea del fervore creativo del ’68 londinese! Permeato di psichedelia, arricchito da strumenti inusuali come percussioni tibetane, un dulcimer casalingo e il mellotron, limitato da un budget insufficiente e dallo scetticismo della Emi, trascurato negli Stati Uniti dove fu pubblicato da una sussidiaria della Motown e praticamente mai presentato dal vivo, S.F. Sorrow si rivela un insuccesso, schiacciato dalla quasi contemporanea pubblicazione di Tommy degli Who e del White Album.

sf[208]

Questo risultato peserà come un macigno sulla storia della band, anche perché il disco avrebbe meritato ben altro riscontro; Dick Taylor se ne va dopo pochi mesi, seguito dal batterista Twink che forma i Pink Fairies. May scrive tutto il materiale del successivo Parachutes con l’aiuto del bassista Wally Waller; il disco, un altro concept psichedelico con tendenze prog come il precedente, si mantiene su un livello di scrittura notevole, ma commercialmente è un altro fiasco.
La parte migliore della storia finisce qui. La band si scioglie per riformarsi dopo pochi mesi, firma per la Warner e poi per la Swan Song incidendo con qualche cambio di organico un paio di album di rock duro che ottengono qualche riscontro negli Stati Uniti (Silk Torpedo e Savage Eye), ma dopo alcuni litigi c’è un nuovo distacco.

para[209]

Il seguito è a intermittenza, anche se Taylor e May tornano insieme. Nel ’98 registrano con ospiti David Gilmour e Arthur Brown una versione live di S.F. Sorrow pubblicata in audio e video e girano in tour gli Stati Uniti dopo una lunga assenza. Nel 2013 celebrano con un tour i 50 anni di attività, due anni dopo pubblicano il dodicesimo e ultimo album in studio, The Sweet Pretty Things. Nel frattempo la salute di Phil May si è deteriorata seriamente a causa di una malattia polmonare; un problema parzialmente risolto cambiando stile di vita, ma che influirà sulla scelta di interrompere definitivamente l’attività della band nel 2018, dopo un tour d’addio culminato nel concerto londinese del 13 dicembre alla Indigo Arena con ospiti ex componenti storici del gruppo e i colleghi Van Morrison e David Gilmour, pubblicato in un lussuoso box intitolato The Final Bow.
Ignorati dal grande pubblico, ma apprezzati dalla critica e da colleghi tra i quali David Bowie, Jimi Hendrix, Jimmy Page, Pete Townshend e i fratelli Davies dei Kinks, nonché da artisti più giovani come Blur e Kasabian, i Pretty Things hanno avuto alla guida per tutta la loro travagliata storia Phil May, degno frontman di un gruppo che verrà ricordato per il fulminante esordio e per due album importanti come S.F. Sorrow e Parachute.

GREEN LEAF RUSTLERS – From Within Martin

di Paolo Crazy Carnevale

19 maggio 2020

Green Leaf Rustlers - From Within Marin 1[202]

GREEN LEAF RUSTLERS – From Within Martin (Silver Arrow 2020 2LP)

Con una bella copertina gatefold ed un contenuto decisamente all’altezza, esordisce questa all star band che a dispetto dei nomi coinvolti ama esibirsi quasi esclusivamente nella California settentrionale ed in contesti ristretti, proponendo un repertorio basato su cover non troppo risapute o comunque rilette con grande gusto e con eccellente attitudine all’improvvisazione.

In realtà, se non fosse per la bella confezione e la buona registrazione (opera di quella Betty Cantor che per anni ha curato il sound dei Grateful Dead), il doppio LP in questione , composto da dieci brani, si presenta assai scarso quanto ad informazioni, come i vecchi bootleg: non ci sono indicazioni su dove sia stato registrato (ma è un live), non ci sono i nomi dei musicisti e non sono indicati nemmeno i nomi degli autori dei brani.

Ma chi se ne frega, se il disco è bello a noi può anche bastare, a confermarne l’ufficialità c’è comunque l’etichetta: la Silver Arrow è infatti la casa discografica di famiglia dei Black Crowes e della Chris Robinson Brotherhood, cosa che va a svelare l’arcano. Infatti questi Green Leaf Rustlers altro non sono che un side project di Chris Robinson, un gruppo che si diverte jammando su brani considerevoli che spaziano dal blues al rock’n’roll al country rock, indifferentemente, potendosi permettere di improvvisarci sopra e inserire parti ampiamente dilatate proprio nello stile dei Grateful Dead.

Con Robinson ci sono Pete Sears al basso (ricordate i Jefferson Starship del periodo d’oro?), Barry Sless alla pedal steel e all’elettrica (già con i Dead Ringer e la David Nelson Band), il batterista John Molo (a lungo con Bruce Hornsby e in seguito anche con Phil Lesh) e il chitarrista Greg Loiacono (Mother Hips): tutta gente che sa il fatto suo insomma.

Il disco si apre con una stratosferica rilettura di Big Mouth Blues, composta da Gram Parsons per il suo primo disco solista: la versione che ne danno i Green Leaf Rustlers è compatta, possente, la chitarra di Loiacono e la pedal steel di Sless sono incendiarie e Robinson canta come solo lui sa fare. Il brano era un bel brano già per conto suo, ma questa versione è probabilmente superiore anche all’originale. Non so dirvi molto di Groove Me, nel senso che non so da dove sia stata pescata, ma è perfettamente all’altezza della situazione, una composizione in stile rhythm’n’blues che già dal titolo dice tutto, filtrata in chiave jam con le chitarre che impazzano rincorrendosi. Chiude il primo lato del primo disco una canzone che a Robinson piace molto, No Expectations dei Rolling Stones è stata a lungo nelle setlist dei Black Crowes e qui viene riproposta per l’ennesima volta in tutta la sua bellezza, guidata dal basso di Sears lascia molto spazio a Sless e al suo strumento che qui sembra citare lo stile del Jerry Garcia periodo New Riders Of The Purple Sage, ma anche l’elettrica di Loiacono riesce a trovare spazio per un breve intervento.

Voltando il disco ci troviamo al cospetto di una di quelle chilometriche escursioni musicali che parte da una jam strumentale che ricorda molto da vicino certe cose dei Dead (tipo le improvvisazioni dei brani della prima parte di Blues For Allah), la jam sfocia però poi in una riuscita rilettura di Folsom Prison Blues a cui il pubblico reagisce con calore, il classico di Johnny Cash diviene spunto per ulteriori spunti solisti che mettono in evidenza la differenza di stile tra il veterano Sless e il più giovane Loiacono, dal canto suo il batterista John Molo è una certezza e il lavoro al basso dell’ex Jefferson sembra voler citare l’irruenza di un altro bassista di casa Jefferson, il grande Casady. La dilatazione del brano però non termina qui e il cavallo di battaglia di Cash va inaspettatamente a sfociare, dopo una divagazione orientaleggiante, in That’s Alright Mama, il primo singolo di Elvis qui in edizione sferragliante con un Chris Robinson davvero indiavolato.

Il secondo vinile si apre con Standin’, composizione del grande Townes Van Zandt rilette con ritmi errenbì che si mescolano ad atmosfere country gospel (la versione ricorda molto Will The Circle Be Unbroken), come a voler dire che i Green Leaf Rustlers non hanno timore a confrontarsi con nessuno, e le chitarre danno l’ennesima prova della loro creatività. A proseguire poi i cinque si cimentano con una bella rilettura della dylaniana Positively 4th Street, cantata da un Robinson quanto mai ispirato, bello il lavoro di Loiacono, Sless invece si diverte ad imitare il suono delle tastiere lavorando coi pedali del suo strumento, secondo una lezione vecchia di cinquant’anni impartita da Rusty Young fin dal primo album dei Poco.

L’ultima facciata di questo From Within Marin è inaugurata da Ramblin’ Man un brano reso celebre da Waylon Jennings che il gruppo esegue con piglio incalzante, quasi fossero i Grateful Dead a suonarlo, quasi un ennesimo pretesto per concedersi una jam che dopo un rallentamento dei ritmi va tuffarsi in Ride Me High di J.J. Cale, riveduta con incredibile estro deadiano dando modo a tutta la band di mettersi in mostra in tutta la sua bravura.

Non sappiamo se un disco così avrà mai un seguito o se sia stato solo un divertissement, se i Green Leaf Rustlers vorranno cimentarsi anche con brani di studio e originali, pare che ora Chris Robinson sia imbarcato nella riappacificazione col fratello Rich e nel far ripartire i Black Crowes, ragion per cui godiamoci a lungo questo doppio e la sua vitalità.

ANDREA MINGARDI – Due anni dopo una splendida serata.

di Ronald Stancanelli

17 maggio 2020

ANDREA MINGARDI HO VISTO[194]

Uno dei momenti recenti più intensi ed emozionanti della musica nostrana l’ho vissuto in quel di Bologna l’8 maggio di due anni fa e mi sembra doveroso dividere detta splendida esperienza con voi, partendo però da un po’ più lontano.
Erano l’inverno del 1976 e poi l’estate del 1977 che avevo passato a Bologna per il servizio militare. Si ascoltava tanta radio in caserma, Bologna brulicava e fermentava come non mai in tutti gli ambiti. Scopersi quindi a quel tempo un cantautore prevalentemente bolognese ma anche un po’ meridionale che le radio private locali passavano spessissimo. E mi ero innamorato di pezzi in dialetto che oltre a essere divertentissimi erano anche surrogati da una musicalità e un sound notevoli che conquistava al primo ascolto. Ricordo ancora con gran piacere A io’ vest un marzian, Sfighe’, Funky, funky, brani che mi avevano entusiasmato nel loro divertente lessico musicale emiliano. Negli anni a venire non mi sono mai scordato di Andrea Mingardi, era lui l’artista in questione, che quando capitava ascoltavo con piacere e su cui mi soffermavo a leggere o a informarmi quando trovavo su riviste o quotidiani notizie su di lui. Andando ormai dal 1981 per lavoro spesso a Bologna, era quindi facile trovare scritti che lo riguardassero, ma pur avendo negli anni acquistato alcuni suoi album non mi era mai capitata l’occasione di vederlo dal vivo. Orbene l’occasione che mi si è presentata due anni fa grazie a una casualità che definirei del destino è di quelle da raccontare..

Mattina prestissimo. Stavo partendo per Bologna per lavoro. Indeciso se aprire o no la posta dal computer tergiverso sul si o sul no più volte. Vorrei partire ma il computer è chiuso e la sua apertura comporterebbe una perdita di tempo. Alfine mi decido e apro trovandovi una proposta di accredito per un concerto di Andrea Mingardi che presenta in Bologna il suo nuovo disco in studio, il primo in studio dopo tanti anni. Guardo la data e…… l’avvenimento è proprio quella sera.
Per farla breve la sera sono al teatro a bearmi di uno show che resterà nella mia memoria come uno tra i più celebrativi e partecipi degli ultimi tempi. C’è chi dice, spesso impropriamente, che invecchiando bisognerebbe ritirarsi dalle scene ma posso dire, avendo visto nel giro di quei giorni Phil Alvin e i Blasters, Bob Dylan e appunto Andrea Mingardi, che se questi artisti si fossero già ritirati non avremmo assistito a tre concerti decisamente fantastici quindi ode e lode a musicisti di tal levigata saggezza e maturità.

Quindi l’8 maggio appunto di due anni fa fu presentato al teatro delle Celebrazioni il nuovo disco e tour live con il ritorno del super gruppo ” ANDREA MINGARDI & SUPERCIRCUS”. Dodici i musicisti sul palco. Una sedia dorata, anzi un trono dorato per il soul man bolognese e via si parte alternando pezzi storici della sua discografia, alcuni, quelli i dialetto, decisamente esilaranti che fanno esplodere più volte il teatro tutto, a molti brani del nuovo disco. Un concerto soul di rara intensità ove l’artista ha ancora , nonostante l’età non sia certamente quella di un giovanotto, una voce straordinariamente forte ed incisiva con momenti tali che fanno spellare le mani al pubblico che il teatro l’aveva gremito totalmente. Due set di 81 e 84 minuti, e cazzolina scusate se è poco, per uno che è più vicino a gli ottanta che ai settantata sono sinonimo di una forza, bravura, tenuta, rispetto del pubblico in modo univoco che gli fa grande fa onore. Tutto lo show è stato un trionfo multicolore ove, ricordando che Mingardi aveva inciso nel 2007 un disco dal titolo Andrea Mingardi canta Ray Charles , ha inframmezzato tra le sue varie canzoni anche uno straordinario tributo al musicista americano che ha ancor più nobilitato la serata. Serata come detto strepitosa, tra il pubblico accanto a me anche un invecchiato ma riconoscibilissimo sereno e divertito Paolo Mengoli del quale ho a casa uno splendido e orecchiabilissimo suo 45 giri del 1969, Perché l’hai fatto ?.
Serata di grande divertimento e gioia infinita sia per l’artista e i suoi bravissimi musicisti sul palco che per tutto il pubblico calorosamente in piedi a osannare uno dei suoi idoli locali che in questa serata sta letteralmente dando l’anima blues ed il meglio di sé.

Son passati due anni ma rammento con passione infinita e grande emozione l’emotività e anche la commozione che provai in quel teatro gremito di gente, superbi musicisti, allegria, soul, blues, bravura, divertimento, insomma una serata da ricordare per parafrasare il buon Fred Buongusto che purtroppo da poco ci ha lasciati.

Vedere uno show di Mingardi vuol dire essere avvolti totalmente e intensamente fasciati da un’atmosfera soul, blues, di impronta etnica emiliana il cui ricordo ci accompagnerà sempre lievemente e con gran piacere nel tempo come un qualcosa a cui appellarsi quando la mente coniuga i momenti migliori vissuti per la buona musica.

Ancora con nostalgia spesso ripenso a quello straordinario avvenimento celebrativo.

Ricordo che la serata era dedicata all’uscita, dopo dieci anni, del nuovo album di Inediti di Andrea Mingardi, dodici brani nuovi prodotti da lui stesso con Maurizio Tirelli. La lavorazione del nuovo progetto era durata quasi un anno ed alfine era uscito questo eccellente lavoro in studio dal titolo Ho visto cose che, album di tredici pezzi pregni di blues, soul, jazz, grande rock, negritudine e sentori felsinei che esorto a riscoprire o a scoprire. Son sicuro che resterete notevolmente colpiti e soddisfatti. Singolo era stato l’elettrizzante brano Ci vuole un po’ di rock and roll inciso anche da Mina. Che poi andiate all’indietro nel tempo a riascoltare pezzi sempreverdi e sempre splendidi come Ho sposato una femmina francese, Datemi della musica, A io’ vest un marzian, Funky, Funky…, Gisto e Cesira, Sfighè, Un piasarè, Settico Blues, Se fossi una donna, Dal tajadel è implicito e doveroso.

In questi ultimi anni Andrea ha scritto diversi brani inediti per Mina e Celentano e alcuni sono stati singoli promozionali dai loro dischi e anche nel nuovo disco di Mina uscito a maggio del 2018 c’erano due brani scritti da lui.

Un uomo a tutto tondo che merita oltre a un ascolto della sua musica una visita assolutamente a un suo concerto. Con affetto a un personaggio straordinario.

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