Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

DENNIS ROGER REED – Down At The Washington Hotel

di Paolo Baiotti

19 settembre 2021

dennis

DENNIS ROGER REED
DOWN AT THE WASHINGTON HOTEL
Plastic Meltdown Records 2021

La label Plastic Meltdown, attiva da sempre in ambito folk e roots, dopo avere registrato per molti anni i suoi progetti a San Clemente in California si è recentemente spostata in un nuovo studio a Sequim nello Stato di Washington. Uno dei primi progetti incisi nella nuova location è il quinto album solista di Dennis Roger Reed, un artista con trent’anni di carriera alle spalle da sempre con questa label indipendente, affiancato da un gruppo di session men del sud della California e con la partecipazione di Chris Darrow alla slide in una canzone e del fratello Don Reed alla chitarra solista e mandolino in tre brani. Dennis, residente nella California meridionale, ha suonato in numerosi festival ed ha raggiunto un discreto pubblico anche in altri paesi come Belgio, Germania, Canada e Australia. Molto attivo come giornalista, ha scritto su parecchie testate musicali. L’esordio solista risale al 1999 con Little King Of Dreams, ma in precedenza ha fatto parte della Andy Rau Band, dei Blue Mama e dei Suicase Johnnie.
Se nei suoi progetti e in particolare nel più recente Before It Was Before, una raccolta di brani inediti scritti e incisi in periodi diversi, Dennis ha alternato brani autografi a covers di artisti come Bob Dylan, Lee Hazlewood e Bobby Womack, Down At The Washington Hotel è un mix di bluegrass, blues, swing, country rock e folk formato esclusivamente da brani scritti da solo o in collaborazione con altri autori, evidenziando sia il lato elettrico che quello acustico, in particolare nelle tre bonus tracks finali che riprendono in acustico dei brani già incisi elettrici. E’ un album che trasuda semplicità e sincerità, senza voli pindarici o tracce di particolare rilievo, ma con una qualità costante soprattutto negli arrangiamenti ai quali partecipano musicisti di livello notevole. Un disco rilassato, forse anche troppo nel modo di cantare un po’ piatto in tracce come Tell Me No e Please Don’t Make It Easy, mentre l’opener Such A Long, Long Time, la bluesata You Better Hold On in cui spicca la slide di Chris Darrow, l’up-tempo Elisabeth, la melodica Brutal As The Truth, il folk della title track e il bluegrass Taste Of Texas sembrano le tracce con qualcosa in più.

Paolo Baiotti

TASHAKI MIYAKI – Castaway

di Paolo Baiotti

16 settembre 2021

tashaki-castaway

TASHAKI MIYAKI
CASTAWAY
Metropolis 2021

Non sono giapponesi, bensì californiani di Los Angeles, in attività dal 2011, questi tre ragazzi che hanno attirato l’attenzione della critica per il suono che mischia influenze del Paisley Underground e dell’alternative rock melodico e un po’ sognante (si parla di “dream pop” in stile Lush, Slowdive o Mazzy Star). Hanno pubblicato parecchi singoli ed Ep, tra i quali un paio di covers di vario genere in stile shoegaze (da Bob Dylan a Waylon Jennings, dai Guns ‘n Roses agli Everly Brothers) seguiti nel 2017 dall’esordio su lunga durata con The Dream (titolo non casuale…) in cui gli arrangiamenti sono più ricchi e curati. Attualmente sono un trio formato da Paige Stark alla voce solista e batteria, Luke Paquin alla chitarra e Sandi Denton al basso.
A quattro anni di distanza da The Dream pubblicano Castaway prodotto dalla Stark in cui spicca sempre la voce languida e a tratti mormorante di Paige, accompagnata da arrangiamenti intriganti. La title track, affiancata da un video diretto dalla stessa cantante, è il manifesto della loro musica sognante ed eterea, non priva di appeal radiofonico, in cui strumenti analogici ed elettronici si fondono morbidamente. Allo stesso modo il nostalgico video di I Feel Fine oltre a dimostrare la passione per il “noir” (e omaggiare i film sui vampiri) è il degno complemento di una traccia più mossa e vicina allo shoegaze con un testo che racconta l’esatto contrario del titolo e quello di Gone interpretato da Sandi ha un’eleganza che rispecchia l’atmosfera della canzone.
Le tematiche dei brani sono incentrate sull’amore e in particolare sulle difficoltà e sfide dei rapporti personali, nei quali prima o poi tutti ci comportiamo negativamente facendo del male a noi stessi e al nostro partner, per quanto ci sforziamo di non fallire, come ha spiegato Paige in un’intervista. Questa atmosfera di riflessione e di dolente nostalgia pervade una musica che affascina negli episodi migliori come nel languido country-rock Comedown in cui si inserisce una chitarra psichedelica e distorta, nella morbida Alone in cui si incrociano gli archi e la slide o nella ballata elettroacustica Baby Don’t, anche se talvolta scivola in melodie un po’ esili e scontate come in Help e U.
Good Times, la traccia più lunga del disco, ne è la degna conclusione, con una magnifica chitarra robusta e distorta che accompagna la voce di Paige integrata dal synth.

Paolo Baiotti

ESQUELA – A Sign From God

di Paolo Baiotti

12 settembre 2021

esquela

ESQUELA
A SIGN FROM GOD
Livestock 2021

Abbiamo già parlato di questo gruppo nel 2016 recensendo il terzo album Canis Majoris, un solido disco di roots rock energico e appassionato. Il leader del quintetto è sempre Chico Finn, principale compositore e cantante, cresciuto nel segno del country di Merle Haggard e Buck Owens, fino alla scoperta del rock degli Stones, Ramones e Creedence che lo ha portato in seguito ad appassionarsi a The Band, Replacements e Springsteen. Dopo vari tentativi non andati a buon fine ha formato Esquela nel 2008, in cui è affiancato da Rebecca Frame con la quale si alterna alla voce solista, dalla chitarra del suo compagno Brian Shafer, dalla chitarra e dal mandolino di Matt Woodin, nonché dalla nuova sezione ritmica formata da Keith Christopher al basso e Mike Ricciardi alla batteria. Questi musicisti uniscono esperienze e passioni diverse, convogliandole nel rock di matrice roots degli Esquela, guidati dalla produzione dell’esperto Eric “Roscoe” Ambel, uno di quegli eroi minori del rock stradaiolo, collaboraotre di Steve Earle, Nils Lofgren, Bottle Rockets, Del Lords e tanti altri, che suona anche la chitarra in molte tracce
A Sign From God è stato inciso separatamente durante il lockdown dai musicisti che hanno mandato i loro contributi ad Ambel, come racconta Chico nelle note di copertina, trovandosi in studio una sola volta a luglio del 2020. Nonostante queste difficoltà il disco appare fluido e compatto: bisogna darne atto al produttore che ha lavorato con cura e pazienza.
La partenza di Not In My Backyard ha cadenze springsteeniane e un’energia contagiosa, replicata da Oradura (che racconta la storia di un villaggio francese distrutto dai nazisti) e Rest Of My Life, resa più complessa dai cambi di ritmo, mentre echi country riecheggiano nella chitarra di The Good One, in cui la voce assorbe influssi stradaioli (alla Del Lords e Dictators) creando un piacevole contrasto. Il ritmo rallenta un po’ con 1861 cantata da Becca, che ricorda alla lontana Bonnie Bramlett, rinvigorita da un assolo robusto di Brian, seguita dalla cadenzata 3 Finger Joe in cui trova spazio l’armonica di Andy York. Un paio di tracce meno significative appesantiscono la parte finale del disco in cui spicca la trascinante What’s Your Problem, secondo singolo accompagnato da un video pungente.
Album divertente e scanzonato, che conferma pregi e difetti del quintetto dell’area newyorkese.

Paolo Baiotti

LUCINDA WILLIAMS – Runnin’ Down A Dream/Southern Soul

di Paolo Crazy Carnevale

29 agosto 2021

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LUCINDA WILLIAMS
Runnin’ Down A Dream: A Tribute To Tom Petty/Lu’s Juke Box Vol.1 (Thirty Tigers 2021)
Southern Soul: From Memphis To Muscle Shoals/Lu’s Juke Box Vol.2 (Thirty Tigers 2021)

È ormai risaputo che durante i lunghi mesi di fase acuta della pandemia, molti artisti hanno cercato di inventarsi soluzioni alternative all’impossibilità di andare in tour a guadagnarsi la pagnotta (parliamo di artisti i cui introiti non consentono di starsene in panciolle a godersi i proventi di una carriera di successo). Qualcuno si è dilettato in concerti casalinghi, pensiamo alle discutibili session intorno al caminetto del bisonte canadese ( anche se lui problemi economici non dovrebbe averne!),alle spoglie esibizioni in salotto dell’ex Byrd John York, alle simpatiche (ma caspita sono sempre gli stessi brani!) escursioni sonore di John Fogerty e figli; qualcun altro ha fatto dei veri e propri concerti senza pubblico (imperdibili quelli della Tedeschi Trucks Band), altri ancora – ed è il caso di Lucinda Williams – invece del solito concerto hanno offerto registrazioni tematiche che ora stanno diventando una serie di CD di cui questi sono solo i primi due.

Un tributo a Tom Petty ci voleva. Non si discute. Pare strano che ancora nessun altro ci abbia pensato, anche se all’indomani della scomparsa del biondo Seminole di Gainesville in giro per gli Stati Uniti si erano tenuti diversi concerti in suo onore.

Lucinda è forse il personaggio più indicato per confrontarsi col repertorio di Petty, è una delle epoche artiste a possedere quell’indomito spirito rock’n’roll necessario alla bisogna. Certo l’informalità delle sessioni manca forse di quel pizzo di raffinatezza che Tom era in grado di infondere alla propria musica, ma l’urgenza del sound e la sua ruvidità garantiscono alla Williams il risultato. Accompagnata in questa serie di dischi dalla sua band e non dagli eccelsi turnisti che di solito usa nelle produzioni di studio, la cantante sfodera dodici brani di Petty ed un originale (a lui dedicato) che non sfigura al loro cospetto.

Il cantato di Lucinda graffia, morde, accarezza, coccola, penetra, convince e le sue versioni di classici senza tempo come Won’t Back Down, Runnin’ Down A Dream, una soffertissima Southern Accents e l’arcinota Wildflowers sono godibili come le riprese di brani meno celebrati come la cupa Face In The Crowd, Room At The Top e You Wreck Me e soprattutto un’ottima e dylaniana Down South che in origine Petty aveva relegato nel non eccelso Highway Companion, col risultato di essere stata dimenticata in fretta.

Accompagnata dalla stessa formazione (Stuart Mathis e Joshua Grange alle chitarre, Steve Mackey al basso e Fred Eltringham alla batteria), la Williams col secondo disco del suo Juke Box personale rende ulteriore omaggio alle proprie radici sudiste. Stavolta l’ago punta sulla musica nata tra le sponde dei fiumi Mississippi e Tennessee, la musica prodotta negli storici studi di McLemore Avenue a Memphis e in quelli ancor più celebrati di Muscle Shoals. Il disco, intitolato giustamente Southern Soul allinea una decina di standard totali e una composizione risalente al suo celebrato Car Wheels On A Gravel Road. Anche in questo caso il sound è molto compatto, non differente da quello del disco precedente, ma al tempo stesso – mentre a certe composizioni di Petty la Williams aveva conferito tonalità cupe – capaci di suonare con quel classico gusto sixties da cuori spezzati (e non è un gioco di parole col nome del gruppo di Petty) proprio di certa musica.

Curioso ad esempio come pur con l’assenza di ogni tastiera (che nelle musiche di riferimento era quasi d’obbligo suonata dai vari Spooner Oldham, Booker T o Barry Beckett) lo spirito si mantenga grazie alle evoluzioni delle due chitarre.

Si parte con la classicissima Games People Play e si procede con una meno nota ma bellissima You’ll Loose A Good Thing. Grande lavoro sul successo di Bobby Gentry Ode To Billy Joe (già eseguita altrove da Lu accompagnata dai Mercury Rev) qui con quasi sei minuti di durata con risultato da applausi. Buone versioni anche per I Can’t Stand The Rain (virata rock), per la soul ballad Misty Blue e Main Street Mission.

Personalissima la rilettura di Don’t Miss Your Water, più classica la bella It Tears Me Up firmata da Penn e Oldham, spettacolare la Rainy Night In Georgia di Tony Joe White seguita da una Take Me To The River notturna e ricca di groove che richiama lontanamente la versione che ne diedero i Talking Heads. Allestita alla bisogna ovviamente anche l’unica composizione firmata dalla rockeuse della Louisiana, Still I Long For Your Kiss, che aveva comunque già in nuce nell’originale del 1998 certe caratteristiche che l’arrangiamento “juke box” valorizza.

Paolo Crazy Carnevale

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JAMES MADDOCK – Little Bird In The Neighbourhood

di Paolo Crazy Carnevale

26 agosto 2021

james maddock

James Maddock – Little Bird In The Neighbourhood (Appaloosa/IRD 2021)

James Maddock torna a colpire dopo la pausa coatta dovuta alla chiusura di tutto il globo a cui siamo sottoposti negli ultimi tempi, il nostro nell’ultimo lustro non ha mai mancato l’appuntamento annuale col disco, anche se a ben vedere questa assidua presenza nei negozi (virtuali o tangibili che siano) non è sempre foriera di uguale ed eccelsa ispirazione.

La clausura ha portato Maddock a maturare la manciata di canzoni che compongono questa sua nuova fatica che un po’ come quelle che l’avevano preceduta sta in bilico tra cose di pregio ed altre che non convincono a fondo.

Sicuramente la pandemia e la situazione generale in cui il mondo naviga, e non solo a livello sanitario, hanno contribuito all’introspezione che caratterizza il lavoro, ma delle undici tracce (dieci più una ghost track) che compongono questo Little Bird In The Neighborhood alcune sono proprio appena soddisfacenti, un po’ come quando i nostri genitori andavano a udienza e gli insegnanti dicevano: “suo figlio non s’impegna”.

Ecco, l’impressione generale è che James la stoffa ce l’abbia (ripeschiamo il suo disco del 2017, Insanity Vs. Humanity sempre su Appaloosa, ad esempio), ma non sempre la usi tutta.

Il disco si dipana tra brani ostici o misteriosi e storie sonore (le cose che gli riescono meglio).

Il Maddock migliore emerge quando tira fuori i suoi maestri e quando nelle sue canzoni racconta delle storie (anche senza raggiungere le punte del compagno di scuderia Michael McDermott): bene quindi l’apertura affidata alle atmosfere irish di The Pride Of Ashby De La Zouch, col violino di Steve Wickham che – via Waterboys – ci ricongiunge con Van Morrison, ispiratore dichiarato sia di James che dei Waterboys. Under The Milky Wood beneficia nell’arrangiamento del fondamentale flauto di Craig Dreyer, ma rispetto al brano precedente manca di sostanza nel testo. La title track è sorretta da un suono robusto, che è il biglietto da visita della successiva e più interessante Cry Jesus, sorretta da un organo possente in odore della migliore E-Street Band (sappiamo tutti chi sia l’altro eroe di Maddock, oltre al citato Belfast Cowboy). Convince meno la ripetitiva Coming Sorrow che precede la ballata Prairie Grave, pregevolmente arricchita da una bella slide (Scott Sharrad) che ricorda il Rod Stewart degli esordi in solitudine con a fianco il fido Ronnie Wood.

Il mandolino di David Immergluck è il marchio di fabbrica (presente un po’ in tutto il disco) della discorsiva Another Chance che ricorda il suono di Blonde On Blonde, senza brillare più di tanto, come This New Thing’s Getting Old e No Dancing.
Fuochi d’artificio invece per il brano finale Crystal Night, un brano springsteeniano fino al midollo, sin dall’apertura strumentale, un brano bello e importante anche nel contenuto lirico che sembrerebbe molto attuale visto che i riferimenti fanno pensare all’assalto al Campidoglio americano dello scorso gennaio, con ampi riferimenti alla Germania nazista.

C’è poi una ghost track dedicata a Diego Maradona, un brano con forti elementi di musica latina, che riporta alla mente i trascorsi cubani di Stephen Stills nei suoi dischi del 1975 e del 1976; probabile omaggio postumo al calciatore composto in extremis a disco già ultimato.

Una nota alla copertina, Maddock dovrebbe affidarsi ad altre immagini perché davvero la grafica scelta per i suoi album è tra le peggiori che si ricordino, e la colpa non è ovviamente dell’etichetta visto che è lui stesso a provvedere alle immagini da mettere davanti.

Paolo Crazy Carnevale

ASAF SIRKIS – Solar Flesh

di Paolo Crazy Carnevale

26 agosto 2021

Asaf Sirkis

Asaf Sirkis – Solar Flesh (Moonjune Records 2021)

Asaf Sirkis è un batterista israeliano titolare di molti progetti musicali sviluppatisi e realizzatisi in seno alla ricettiva casa discografica Moonjune: potremmo in qualche modo definirlo uno dei caposaldi dell’etichetta, in quanto componente di quella che è una sorta di open house band che collabora a molti lavori, al pari di Markus Reuter (il prezzemolino di turno, che però in questo disco non figura), l’americano Mark Wingfield (fedele collaboratore di Sirkis invece) e il britannico Gary Husband. Per non dir poi del fatto che il disco è stato registrato in Spagna in quello studio chiamato Casamurada che è senza dubbio il quartier generale dell’etichetta e dei suoi artisti.

Con questo lavoro Sirkis è protagonista, o quanto meno titolare a tutto campo e mette insieme un disco in cui sonorità prog/spaziali si sposano con più avventurose incursioni nella fusion jazzistica. Il risultato è un lavoro dalle sorti alterne, brani gioiosi a modo loro si mescolano a suite più cervellotiche ed elaborate, come abbiamo modo di ascoltare fin dalle due tracce iniziali: Kinship è una composizione di largo respiro nata dall’improvvisazione ma compiuta, tutta suonata da Sirkis con il tastierista Husband e il bassista Kevin Glasgow (più che scozzese, con questo cognome non poteva essere) a cui si aggiunge l’azzeccata voce della vocalist polacca Sylwia Bialas, già titolare con Sirkis di un progetto a due.

Per contro Under The Ice è più chiusa, più fredda, come se volesse davvero esprimere il concetto del “cosa c’è sotto l’Antartide?” espresso dal titolo. Pregevole per altro l’assolo di chitarra racchiuso nel brano (Wingfield?, le liner notes non indicano un chitarrista in questa composizione, ma anche nelle indicazioni riguardanti altri brani sembra esserci qualche dubbio).

È Wingfield sicuramente invece a suonare la sei corde in Aquila che precede la prima parte della suite in tre tempi intitolata Polish Suite, a caratterizzare questa prima parte sono la voce della Bialas e il pianoforte di Husband, poi nella seconda subentrano Sirkis e il bassista, pur lasciando parecchio campo agli altri due compari e alla chitarra dello statunitense e il brano finisce col srotolarsi in una serie di suoni complessi.

Tocca poi alla lunga composizione (For Eric)dedicata al batterista Eric Kamau Gravàtt, autentico ispiratore del leader che giustamente qui fa la parte del leone, nel brano viene usata anche la voce di Sun Ra, anche se la composizione decolla nella più energica parte successiva. Energia che ritroviamo nella title track, in cui Sirkis si scatena sul suo strumento.

La chiusura è affidata al terzo movimento di Polish Suite che riconduce il disco ad atmosfere più tranquille su cui l’ospite Wingfield lascia stridere le sei corde del suo strumento elettrico e per contro ricama poi sapientemente con l’acustica.

Paolo Crazy Carnevale

ROGER JOHNSON AND THE VALLEY REGULATORS – Mod Americana

di Paolo Baiotti

11 agosto 2021

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ROGER JOHNSON AND THE VALLEY REGULATORS
MOD AMERICANA
Atm Music 2019

Roger Johnson è un esperto autore, cantante e chitarrista emerso con il doppio cd “Stag Cotillion, Volumes One & Two” del 2009, nel quale era affiancato nella produzione e negli arrangiamenti come in Mod Americana da Bradley Nelson (voce e tastiere). Anche gli altri musicisti sono gli stessi del primo album: Greg Horn alla chitarra e cori, Alan Tosel al basso e Tony Guscetti alla batteria, oltre alla saltuaria, ma essenziale presenza della pedal steel di Craig Wronski. Svariando tra country-rock e rhythm and blues con influenze latine (come nella scoppiettante Jackpot Party Surprise), ispirato principalmente da Byrds, Flying Burrito Brothers e Eagles e dalle melodie dei Beatles (la title track li richiama esplicitamente), Roger ha costruito un disco estremamente scorrevole, forse un po’ leggero e superficiale, con numerose variazioni di tempi e un gusto notevole per le ballate, che è stato pubblicato con l’aiuto di una campagna di sostegno su Kickstarter. La sua voce è stata paragonata a quella di Raul Malo (Mavericks), Rodney Crowell e J.D. Southern ma, aldilà delle influenze, il disco suona fresco e raffinato, arrangiato con cura e non privo di personalità. Dal vivo con la sua band ha condiviso il palco con Joe Ely, Kim Richey e Rosie Flores e partecipato più volte al Cosmic American Music Festival a Joshua Tree. Lo stesso Roger definisce sul sito la sua musica “Cosmic Americana, musica originale nella tradizione di Gene Clark, Eagles, Chris Hillman e Gram Parsons”. Si tratta di un genere fortemente debitore del passato, di quello storico periodo californiano a cavallo tra gli anni sessanta e settanta.
La scanzonata e leggera This Summer Feeling apre il disco, seguita dalla malinconica Waiting For The Rain. Si sente aria del country di Bakersfield in Am I Right? con la pedal steel in primo piano, presente anche nel convincente country di Lucky, mentre il violino di Carolyn Boulay caratterizza High Or Low. Sedici canzoni per oltre settanta minuti sono un po’ troppe, una sforbiciata non avrebbe fatto danni, come d’altronde in molti dischi usciti da quando il cd ha raddoppiato lo spazio utilizzabile, ma Mod Americana regge discretamente alla distanza, pur senza entusiasmare.

Paolo Baiotti

DAVID MASSEY – Island Creek

di Paolo Baiotti

4 agosto 2021

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DAVID MASSEY
ISLAND CREEK
Poetic Debris 2021

A volte la copertina di un disco ne rispecchia il contenuto musicale. E’ il caso di Island Creek, mini album di sei brani del cantautore David Massey, che esprime calma e serenità nell’immagine del musicista seduto di fronte ad uno specchio d’acqua nell’ombra della sera. Avvocato fino al 2017, ha lasciato un importante studio legale per dedicarsi completamente alla musica. Ha già pubblicato quattro album sulla sua label, esordendo nel 2004 con Blissful State Of Blue, seguito da So Many Roads, Until The Day Is Done e Late Winter Light del 2018. Influenzato dal rock e dal folk con venature blues, ha ottenuto più attenzione in Europa che nell’area di Washington D.C. in cui risiede e in cui suona regolarmente nei clubs e nelle caffetterie, accompagnato dagli esperti Jay Byrd alla chitarra e Jim Robeson al basso, presenti in questo disco unitamente ad Eric Selby alla batteria e Bill Starks alle tastiere e ad altri collaboratori
Island Creek è un un Ep prodotto da Robeson impregnato di melodia, influenzato dalla scrittura di Bob Dylan, Tom Petty J.J. Cale e Mark Knopfler. Se la title track è una ballata impreziosita dal piano di Starks e cantata in modo accorato da David, accompagnata da un video rilassante, Demon Wind è uno scorrevole up-tempo che non sfigurerebbe nel repertorio dei Dire Straits, specialmente per il suono della chitarra di Jay Bird e Long Long Time prosegue nella stessa direzione, con brio e leggerezza. La quiete di Don’t Know Where I’d Be è accentuata da violoncello e mandolino, mentre il mid-tempo Curtain Drawn è caratterizzato da una voce un po’ pigra, da una chitarra raffinata e da una batteria insistente. In chiusura la ritmata Fight Finished vuole essere la celebrazione della vittoria dei Washington Nationals nelle World Series di Baseball del 2019 con un piano esuberante e il sax di Bruce Swain.

Paolo Baiotti

MAHOGANY FROG – In The Electric Universe

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2021

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Mahogany Frog – In The Electric Universe (Mafrogany Hog/Moonjune Records 2021)

Devo ammettere che pur non essendo un amante a tutto tondo del genere prog-rock, ero rimasto bene impressionato dalla precedente produzione di questo gruppo canadese su Moonjune Records, un CD interessante intitolato Senna (vincitore di premi e accumulatore di nomination nei vari eventi dedicati canadesi) e databile ormai a ben nove anni fa.

Mi ero chiesto spesso, ricevendo i dispacci dell’etichetta newyorchese con le nuove uscite, che fine avessero fatto i quattro componenti del gruppo, saranno stati ancora in attività, si saranno sciolti, avranno cambiato etichetta?

La risposta è arrivata ad inizio estate quando mi è pervenuto questo disco e facendo un po’ di ricerche ho scoperto che non ne erano stati pubblicati altri dopo Senna, anche se i Mahogany Frog avevano continuato ad avere una regolare attività dal vivo prevalentemente nelle sperdute lande canadesi, ma con qualche puntata anche nella vecchia Europa. In effetti, dalle avarissime note di copertina si deduce che per dare un seguito al disco del 2012, i Mahogany Frog ci hanno lavorato su dal 2013 al 2019, anche se poi a ben sentire il disco fila via senza che la lunga gestazione si avverta.

Graham Epp, Jesse Warkentin, Scott Ellenberger e Andy Rudolph (sono sempre gli stessi) si occupano praticamente di tutti gli strumenti, tutti e quattro sono impegnati con tastiere ed effettistica, i primi due si occupano anche delle chitarre mentre gli altri due rispettivamente di basso e batteria: e la forte, per non dire massiccia presenza delle tastiere è sicuramente la caratteristica principale del disco, in sostanza un buon disco, forse meno efficace del predecessore, ma sicuramente d’effetto. Un disco interamente strumentale con ben due composizioni che da sole superano la mezz’ora ed altre quattro tra i cinque e gli otto minuti: il tutto si va a srotolare come una sorta di suite multiforme che paga debito a tutta una serie di produzione degli anni settanta, talora richiamando alla mente gli Yes (periodo Wakeman), qualcosina dei Genesis, financo i Pink Floyd lunari.

Si inizia in sordina con la musica di Theme From P.D. che cresce poco a poco fino a scatenarsi in un’orgia sonora dominata dalle tastiere, non priva di interessanti spunti, CUbe è più breve, quasi volesse farci riprendere fiato prima del tour de force assoluto di (((Sundog))) che si dipana per quasi diciotto minuti in cui ad un tema di base costruito sul giro del basso di Ellenberger vanno ad aggiungersi le tastiere e gli effetti, i loop tratti da prove di studio e un po’ di rumorismo prima di dare il “la” ad una seconda parte più cattiva e convincente.

Psychic Plice Force si apre con chitarre distorte e dopo un po’ di divagazioni al limite del rock industriale si concretizza in un qualcosa di più convincente che suona come una cavalcata elettronica di grande potenza.

Più interessante Floral Flotilla con una base ritmica molto meccanica che lascia sprigionare una bella introduzione elettrica della chitarra prima di lasciar prendere il sopravvento alle tastiere in odor di Genesis virati metal.

Il disco si chiude con Octavio (ma attenzione, la setlist riportata in copertina non ripropone i brani come li si ascolta sul CD, o sulla versione in vinile), un brano più conforme, meno di rottura ma non meno dirompente in cui tutte le connotazioni prog si fanno sentire prepotentemente, confermando il buono stato di salute dei Mahogany Frog.

Paolo Crazy Carnevale

SORI TIGULLIO LEVANTE MAX MANFREDI 29 LUGLIO 2021

di Ronald Stancanelli

31 luglio 2021

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Suoni irrequieti nel Tigullio. Eh si perché in quel di Sori, in una dolce piazzetta abbarbicata tra chiesa e spiaggia, tra virtù e degrado, la volta alta e maestosa della chiesa si scontra con saltuari mostruosi rumori a mo’ di carro armato dati da enormi contenitori per la rumenta su rotelle che volenterosi lavoratori locali ogni tanto sospingono per svuotarli verso un probabile centro di raccolta ubicato a pochi metri dalla casa del Signore.
Casa del Signore concessa, anzi il suo antro concesso dal prete del paese a Max Manfredi e due suoi intrepidi pard che li affaccendati a regalar musica suoni e versi, nobilitano sia detto sagrato che la serata. 83 minuti per circa duecento colà convenuti che si spelleranno le mani assistendo ad una splendida esibizione che porterà nelle orecchie, nei cuori , negli occhi e nella mente dei presenti undici tasselli gia noti della discografia di Max Manfredi, il più grande tra i grandi, e altre quattro nuove intense novelle in musica che a breve saranno ossatura portante del suo prossimo album che par in dirittura d’arrivo. Sarebbe il suo sesto oltre ad un live e ad alcuni libri tra racconti, novelle e poesie che formano la solida conformazione cultural poetica musicale di questo straordinario artista definito un giorno da Fabrizio De Andrè, “il migliore che abbiamo”.
Max ha sparso nei suoi parchi album innumerevoli gioielli che nel corso del tempo son solidamente divenuti granitici pezzi della sua notevole storia artistica. Alcuni di questi li propone questa sera e precisamente la Fiera della Maddalena, brano che uscì nella sua primigenia stesura con il contributo di Fabrizio De Andrè che vi cantava in due punti , Tabarca, affascinante storia dei pegliesi/genovesi che per vicissitudini storiche finirono a vivere a Carloforte in Sardegna ove tutt’ora portano rigorosamente avanti le loro tradizioni ed in special modo il loro dialetto, cosa che il sottoscritto ha constatato con gran fascino quando capitò di passarci, Notti slave, esuberante racconto di splendido piacere e ritmo impagabile, Libeccio, liberatoria e lancinante nella sua intrinseca avvenenza e non ultima l’eccezionale Il Regno delle Fate, una delle perle di Luna Persa. Max Manfredi le ha proposte stasera con gioia e godimento dei presenti che non hanno smesso di dimostratore il loro apprezzamento e sollazzo con lunghissimi e sinceri applausi. Da L’Intagliatore di Santi, disco del 2001 che reputo nella sua totalità il suo lavoro più solare, allegro, orecchiabile, divertente ed intriso di genialità e genovesità il buon Max ci ha regalato ben tre pezzi, ovvero due super classici ormai tra il top della sua produzione ovvero Fado da Dilettante e Tra Virtù e degrado e quello splendido gioiellino de Le Storie del Porto di Atene. Che per restare in tema ellenico fa il paio con una altro dei suoi grandiosi capolavori che è Retsina, che ci arriva direttamente dall’album Luna Persa che fu Premio Tenco l’anno dopo la sua uscita e del quale stasera abbiamo ascoltato come detto anche Libeccio. Sempre da questo disco, mi permetto di considerare Intagliatore e Luna i suoi due capolavori non voglio dire inarrivabili, aspettiamo sempre i suoi prossimi capolavori, ma di livello superbo, abbiamo ascoltato la solida Il morale delle Truppe e la divertente e geniale Il Treno per Kukuwok e avremmo con gioia sentito anche L’ora del Dilettante che pur annunciata poi, par per la non perfetta conoscenza, se abbiam bene inteso, da parte del chitarrista è stata accantonata a favore del Morale delle Truppe. Chitarrista nelle sembianze di Luca Falomi che con la bravissima Alice Nappi, la nostra Scarlet Rivera, hanno splendidamente accompagnato Max Manfredi in questa tersa e fresca serata di riviera. Ben quattro le anticipazioni dal disco in uscita. L’intensa acutissima La Scimmia Grigia, già sentita in precedenti concerti e poi una profumata Elicriso, una arguta e splendida La Villa, se questo è il suo titolo, che sarà sicuramente punto di forza del nuovo disco ed infine il Grido della Fata che darà il titolo all’attesissimo settimo album, se consideriamo anche Live in Blue del 2004.
Quindici brani. Quindici momenti che hanno , come diciamo noi qua a Genova, dato il bianco rammentandoci che Max Manfredi è, non a torto il grande dei grandi. Grazie Max e Alice e Luca per la bellissima briosa ed allegra serata intrisa di passione e maestria infinita.

Ronald Stancanelli

THE PRETTY THINGS – Bare As Bone, Bright As A Blood

di Paolo Crazy Carnevale

26 luglio 2021

Pretty Things Bare As Bone Cold As Blood (1)

The Pretty Things – Bare As Bone, Bright As A Blood (Madfish 2020)

All’indomani del tour del 2018 i gloriosi Pretty Things, sempre capitanati come ai tempi dell’esordio dalla chitarra di Dick Taylor e dalla voce di Phil May, avevano annunciato che sarebbe stato l’ultimo, complici le non eccellenti condizioni fisiche del vocalist, sempre comunque suggestivo, e l’età ragguardevole del chitarrista, che oggi ha la bellezza di 78 anni. Nonostante le premesse, il gruppo continuava ad avere un grande smalto, e chi ha avuto modo di assistere ad uno dei loro concerti italiani del dicembre 2017 se n’è senz’altro reso conto: in quell’occasione al loro fianco c’era l’altro cantante/chitarrista Frank Holland (partner dei due fondatori da oltre vent’anni) e c’erano il muscoloso drummer Jake Greenwood e il bassista George Woosey, entrambi in formazione da una dozzina d’anni. In cabina di regia c’è invece Mark St.John, il batterista che era stato seduto dietro i tamburi per un paio di lustri prima di Greenwood.

L’annuncio del ritiro dall’attività live non sarebbe coinciso comunque con l’interruzione di quella discografica, tanto che i due rocker britannici avevano già registrato questo nuovo disco, molto acustico e molto “ritorno alle origini”, quando purtroppo nella primavera dello scorso anno, il buon May è passato a miglior vita in seguito alle complicazioni dovute ad una caduta in bicicletta durante il lockdown.

Nonostante la loro carriera sia sta quasi ininterrotta dal 1963 in poi – con solo una breve sospensione nella seconda metà degli anni settanta, i Pretty Things sono stati piuttosto avari quanto a dischi, preferendo concentrarsi su un’intensa ed incendiaria carriera concertistica.

Dick Taylor per la cronaca, chitarrista dal suono potente, era stato reclutato da Brian Jones (insieme a Jagger e Richards che con lui facevano parte dei Blue Boys) per suonare nel gruppo che Jones stava mettendo insieme (occorre dirvi il nome?), ma dopo un po’ ne era uscito perché lo avevano destinato a suonare il basso e la cosa non gli piaceva.

Il disco finale dei Pretty Things, uscito a settembre dello scorso anno col titolo di Bare As Bone, Bright As Blood è un disco dalle atmosfere acustiche realizzato con l’aiuto di pochi comprimari, praticamente tutti chitarristi (tra cui George Woosey, il bassista degli ultimi dodici anni) , con l’esclusione del violinista Jon Wigg e di Sam Brothers, che suona anche banjo e armonica. Taylor e May mettono in fila una dozzina di composizioni dalle diverse ispirazioni, da brani cantautorali presi in prestito ad illustri colleghi più giovani a solidi blues dal pedigree eccellentissimo che permettono a Taylor di svisare con la slide e a May di adattare la sua nuova voce arrochita dagli anni e dalla malattia. Il risultato è pregevole fin dall’iniziale ripresa di Can’t Be Satisfied e da Come On In My Kitchen (l’armonica di Brothers è qui semplicemente unica) che nulla hanno da invidiare alle molte che abbiamo già ascoltato e per di più sfoderano anche arrangiamenti non scontati.

Ain’t No Grave, come il titolo fa evincere, è un blues sepolcrale preso in prestito dal predicatore pentecostale americano Claude Ely, mentre Falultline è una personale rivisitazione di un brano dei Black Rebel Motorcycle Club, tratto dal terzo disco della band uscito nel 2005. Con Redemption Day, che chiude il lato A, i Pretty Things rileggono invece Sheryl Corw, come se si trattasse di una canzone di Nick Cave, con la voce di May che si fa particolarmente profonda e dolente.

Il lato B parte con una doppietta altrettanto dolente, una composizione di Gillian Welch (The Devil Had A Hold On Me) e una di Woosey (Bright As Blood), entrambe caratterizzate dagli interventi di banjo e violino.

Poi si torna al blues eterno con una Love In Vain come si deve, una delle poche davvero valide dopo quella dei Rolling Stones e il traditional Black Girl (un brano di dominio pubblico che con altri titoli si era già fatto interpretare dal Sir Douglas Quintet e da Gene Clark, tra i molti): la versione è all’altezza del sound cupo, quasi da funerale, che pervade buona parte del disco, quasi i Pretty Things avessero avuto il sentore che non ce ne sarebbero stati altri.

To Build A Wall, del cantautore britannico Will Varley, è dedicata da May ai figli ed è forse il brano in cui la voce arranca maggiormente, si sente la sofferenza del cantante che la interpreta in maniera molto sentita, poi con la lenta ballata Another World il disco giunge al capolinea, un disco importante e non solo perché dai Pretty Things altri non ne avremo.

Paolo Crazy Carnevale

MARBIN – Fernweh

di Paolo Crazy Carnevale

19 luglio 2021

cover

Marbin – Fernweh (Radio Artifact 2021)

Decisamente i Marbin sono instancabili e i mesi di forzata inattività concertistica, per loro che trascorrono la maggior parte del tempo on the road, è stata uno stimolo a incrementare la produzione discografica.
Dopo il recente live a porte chiuse e il doppio album di studio Russian Dolls con due differenti concept, ecco il loro terzo disco del 2021.
Stavolta però l’asse si sposta decisamente verso la parte più tradizionale del loro sound, solitamente all’insegna di una miscela tra musica Yiddish e un jazz-rock molto personale che mette in evidenza le peculiarità dei due leader, il sassofonista Danny Markovitch e il chitarrista Dani Rabin, coadiuvati qui da Jon Nadel (al basso), è totalmente indirizzata altrove, niente elettrificazione e divagazioni jazz rock bensì un accorato omaggio al jazz e allo swing delle origini, filtrato però attraverso una visone musicale vicina al klezmer e alla musica di Django Reinhardt.
Il risultato è un disco pervaso da struggenti atmosfere nostalgiche – in tedesco il termine usato per intitolare il disco significa nostalgia per qualcosa di lontano – e acustiche.
La band di base a Chicago allinea in sequenza una dozzina di brani classici che trasudano di gypsy e dixieland, con chitarre e sax protagonisti assoluti.
Non v’è un solo brano fuori posto, dall’iniziale versione di Stardust all’immancabile Minor Swing (probabilmente la signature song di Django), eseguite con gusto inarrivabile e gioia di suonare totale. Ma ci sono anche un’entusiasmante I’ll See You In My Dreams, Nuages (di nuovo Reinhardt), Georgia On My Mind, All Of Me, Honeysuckle Rose e molto altro.
Attenzione però, non giudicatelo solo come un disco di standard, o cover che dir si voglia: il lavoro dei Marbin in Fernweh va otre e, soprattutto non suona come un disco di routine fatto per riempire un vuoto (i Marbin non ne avevano certo bisogno), quanto piuttosto un omaggio accorto ad un suono che viene da lontano e per cui, come il titolo appunto suggerisce, Rabin e Markovitch nutrono una certa nostalgia.

Paolo Crazy Carnevale

DEWA BUDJANA – Naurora

di Paolo Crazy Carnevale

13 luglio 2021

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Dewa Budjana – Naurora (Moonjune Records 2021)

C’era parecchia attesa per questa nuova fatica del chitarrista indonesiano: Budjana – e qui lo dimostra – molto difficilmente sbaglia un colpo, ma il disco precedente, Mahandini, resta per chi scrive il punto più alto della sua discografia in casa Moonjune. Naturalmente anche questa volta il musicista non delude e, tanto per cambiare, anche stavolta ribalta le carte in tavola: niente più John Frusciante, Mike Stern, né tantomeno la straordinaria bassista Mohini Dey, per realizzare in piena pandemia e quindi a distanza questo nuovo disco, Budjana si è affidato ad un formazione completamente diversa, col risultato di realizzare un disco molto più jazz, molto più fusion e fluido con un dispiego di musicisti non usuale nei suoi prodotti discografici.

Gli undici minuti della title track aprono il disco in un lungo viaggio sonoro che si dipana con maestria offrendo suggestivi paesaggi e orizzonti che si susseguono in rapidità. Il basso è suonato da Carlitos Del Puerto, musicista cubano che ha lavorato con Lukather, la Streisand e molti altri, la batteria è invece di Simmon Phillips (molto attivo anche in campo heavy metal con Whitesnake, Judas Priest, Satriani), per concludere al piano c’è Joey Alexander, enfant prodige (18 anni!) connazionale di Budjana.

Il fatto di lavorare a distanza, ha permesso al titolare del CD di poter cambiare radicalmente il gruppo tra un brano e l’altro, così nei quasi sette minuti della successiva Swarna Jinga la batteria passa nelle mani di Dave Weckl (considerato uno dei più importanti artisti americani nel suo strumento e nel suo genere, anche se a ben vedere non ha mai avuto problemi a passare dal jazz al rock classico, alla fusion), il basso è quello di Jimmy Johnson, già componente della Steve Gadd Band e come ospite alla chitarra – solista alla pari con Dewa – Mateus Asato.

Kmalasana vede di nuovo in pista la sezione ritmica del brano iniziale e in assenza del piano vede la chitarra protagonista a 360°.

Con Sabana Shanti Budjana mescola le formazioni, col risultato di realizzare il brano più jazz del disco, c’è di nuovo il giovane pianista e c’è soprattutto il sax soprano di Paul McCandless, proprio il fondatore degli Oregon e successivo membro dei Flecktones di Bela Fleck, che diventa la guida dei quasi otto minuti della composizione, a dimostrazione di come Budjana sia sempre più che ben disposto a cedere la scena ai suoi comprimari ed ospiti. A chiudere il disco la lunga Blue Mansion, con Phillips che apre rullando sui suoi tamburi e il resto che arriva un po’ alla volta, Del Puerto, Budjana e il piano e il synth del compagno di scuderia Gary Husband, unica personalità di casa Moonjune coinvolta nel disco.

A conti fatti un buon disco, anche se paga un po’ lo scotto dell’essere stato suonato a distanza e non avere quindi quel sound collettivo del suo predecessore, che essendo derivato invece da una session con i musicisti in presenza, conta su spontaneità e calore tutti suoi.

Paolo Crazy Carnevale

MICHAEL JOHNATHON – The Painter

di Paolo Baiotti

13 luglio 2021

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MICHAEL JOHNATHON
THE PAINTER
Poet Man Records 2020

Artista eclettico, il newyorkese Michael Johnathon si è trasferito a Laredo e poi nella zona degli Appalachi dove ha studiato la tradizione musicale locale. L’esordio solista risale al 1988 e The Painter è il suo sedicesimo album. Oltre ad essere uno stimato folksinger e chitarrista, è drammaturgo, scrittore, compositore di un’opera, fondatore dell’organizzazione di artisti SongFarmers, animatore di un conosciuto programma radiofonico…insomma un artista che non ama essere ingabbiato in un formato. Nel 2020 ha ricevuto il prestigioso Milner Award dal governatore del Kentucky per meriti artistici.
Questo nuovo album è ispirato all’arte pittorica di Vincent Van Gogh, sia nei dipinti dell’artwork scelti tra una quarantina di quadri eseguiti da Michael durante il lockdown, sia nell’approccio musicale, un tributo ad un artista unico, non per copiarlo ma per cercare di omaggiarlo, componendo un ciclo di canzoni basato sull’idea della tela bianca della vita riempita con i colori della vita, come dichiarato dall’artista.
Se il precedente Legacy aveva come punto di partenza un’intervista al cantante Don McLean nella quale veniva descritto con sconcerto l’attuale stato dell’industria musicale, la canzone The Painter è ispirata dalla sua Vincent che viene ripresa in chiusura del disco in una versione molto raffinata, come a completamento di un cerchio. Come sempre Michael alterna brani originali a cover: oltre a Vincent vengono eseguite Cat’s In The Cradle di Harry Chapin con influenze irish, Make You Feel My Love di Bob Dylan arrangiata dolcemente con piano e archi e Blue Moon di Rodgers e Hart, una classica ballata del ’34 ripresa da artisti di tutte le epoche, trasformata in una folk song. Tra gli originali spiccano Vincent In The Rain, The Statement con il flauto di Sharon Ohler e la bluesata Blues Tonight in cui si nota il raffinato fingerpicking dell’artista.
La canzone The Painter dovrebbe essere anche la sigla di un film in preparazione sulla vita di Van Gogh.

Paolo Baiotti

FABRIZIO POGGI & ENRICO PESCE – Hope

di Paolo Crazy Carnevale

9 luglio 2021

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Fabrizio Poggi & Enrico Pesce – Hope (Appaloosa/IRD 2021)

Infaticabile e sempre propositivo, ad un anno appena da For You, realizzato durante il primo lockdown, quello più severo e drammatico, Fabrizio Poggi, sempre sponsorizzato dalla Appaloosa torna con un nuovo disco, di cui condivide la paternità col pianista e compositore di musica da film Enrico Pesce.
Anche stavolta sembra trattarsi di un disco fortemente legato al periodo storico attuale e il titolo non lascia dubbi sulla sua ispirazione.
Una decina di brani, dominati quasi totalmente dal suono del pianoforte di Pesce e dalla voce di Poggi, che qui si fa soprattutto interprete vocale, anche se la sua preziosa armonica non manca di fare capolino qua e là.
Brani che pescano nella tradizione, oppure recano firme importanti o ancora, nella metà dei casi sono composti ex novo dai due autori.
Il risultato è un disco molto godibile, intriso di soul, e non potrebbe essere diversamente viste le sfumature della voce di Poggi e il suo modo di sentire la musica, decisamente non comune.
Il piano di Pesce si sposa alla perfezione ed è protagonista alla pari.
E poi, a mettere la ciliegia sulla torta, ciliegia di grande rilievo e bontà, ci sono le voci di Sharon White (da anni corista nel gruppo di Eric Clapton) ed Emilia Zamuner, che infondono ai brani in cui duettano con Fabrizio Poggi un’ulteriore connotazione black.
Alla base delle canzoni, sia quelle nuove che quelle ripescate, c’è il concetto del “ogni vita è importante”, gemello del “black lives matter” che è rimbalzato da un angolo all’altro del mondo dopo i tristi episodi di violenza gratuita accaduti con frequenza negli Stati Uniti negli ultimi dodici/quattordici mesi.
Ovviamente piacciono molto i brani originali, dall’iniziale Every Life Matters che è appunto il brano guida del concetto poc’anzi espresso, la composizione che reca le firme sia di Poggi che di Pesce ed è arricchita dalla voce della White e da un handclapping che sembra riportarci in una chiesa di Harlem, alla conclusiva Song Of Hope, passando per Leave To Sing The Blues, molto New Orleans, e I’m Leavin’ Home: in tutte Poggi è soprattutto cantante e il piano è lo strumento principale, anche se poi un bel passaggio di armonica ci scappa sempre.
Le cover sono tra le più varie, dall’antica Hard Times di Stephen Foster, brano che abbiamo ascoltato in molte versioni (da quella ruvida di Dylan a quella di Emmylou Harris) e che non sfigura nemmeno in questa, a I Shall Not Walk Alone di Ben Harper. Poi ci sono i brani tradizionali: l’ottima Motherless Child (in duetto con la Zamuner e con un bell’intervento alla sei corde di Hubert Dorigatti, bluesman eccellente di cui ci siamo già occupati e di cui è assai atteso il debutto su Appaloosa), House Of The RIsing Sun, Goin’ Down The Road Feelin’ Bad, tutte composizioni che ci suonano incredibilmente familiari eppure al tempo stesso brillano per la spartana originalità dei nuovi abiti cuciti loro addosso da Pesce.
Oltre agli artisti menzionati, nel disco ci sono pochi altri interventi, giusto una spruzzata di basso (Jacopo Cipolla) e percussioni (Marialuisa Berto e Giacomo Pisani), da qualche parte fa capolino anche un hammond non accreditato ma verosimilmente attribuibile a Pesce.

Paolo Crazy Carnevale

SON OF THE VELVET RAT – Solitary Company

di Paolo Baiotti

9 luglio 2021

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SON OF THE VELVET RAT
SOLITARY COMPANY
Fluff & Gravy 2021

Son of the Velvet Rat è l’alias scelto per l’avventura solista di Georg Altziebler, coadiuvato dalla moglie Heike Binder. La loro storia è iniziata nel 2003 con l’Ep Spare Some Sugar [For the Rat] seguito dall’album By My Side. Dopo l’apprezzato Animals del 2009 prodotto dall’ex Wilco Ken Coomer, hanno pubblicato Red Chamber Music con ospite in due canzoni Lucinda Williams.   Successivamente hanno lasciato la loro città natale di Graz in Austria per un trasferimento oltre l’Atlantico, stabilendosi infine lungo il bordo del deserto del Mojave in California a Joshua Tree nel 2013, dove hanno inciso l’ottavo album in studio Dorado con la produzione di Joe Henry, seguito dal live The Late Show. In questo ambiente molto particolare e solitario Georg ha scritto delle canzoni che si possono considerare influenzate dalla tradizione cabarettistica di maestri del Vecchio Mondo come Georges Brassens, Jacques Brel e Fabrizio De André, fusa con la passione e le visioni di cantautori del Nuovo Mondo come Townes Van Zandt, Leonard Cohen o Bob Dylan, un misto di folk noir, folk rock, garage rock e Americana.
Il risultato di Solitary Company, inciso negli studi Red Barn di Morongo Valley in California di Gar Robertson che affianca Georg nella produzione, è molto particolare, come un ponte tra Europa e America, guidato dalla voce ghiaiosa e sensuale di Georg, accompagnato dall’organo mitteleuropeo e dalla fisarmonica di Heike nonché da una strumentazione che mischia suoni di roots music con arrangiamenti eleganti e minimali e curati backing vocals. Atmosfere da film noir nella lenta e affascinante When The Lights Go Down in cui la voce ondeggia tra Cohen e Waits si alternano alla ballata folk The Waterlily & The Dragonfly, al folk rock malinconico di Alicia con il violino di Bob Furgo e l’armonica di Heike, al roots rock più ritmato di Stardust, alla mestosità della title track debitrice di Cohen avvolta da un arrangiamento orchestrale, chiudendo con la dolente ballata waitziana Remember Me in cui la slide, l’elettrica e l’organo offrono un arrangiamento di grande fascino.
Un disco da ascoltare nel silenzio della notte, preferibilmente in cuffia.

Paolo Baiotti

DOUG SCHMUDE – Mileposts

di Paolo Baiotti

27 giugno 2021

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DOUG SCHMUDE
MILEPOSTS
Lost Hubcap 2020

Ci occupiamo di un altro Ep, quello di Doug Schmude, cantautore nato a Baton Rouge in Louisiana, cresciuto tra Texas e Oklahoma e attualmente residente in California. Abbiamo già recensito in questo sito nel 2019 Burn These Pages, il quarto disco solista inciso dopo A New Century del 2013, All These Avenues e Ghost Of The Main Drag. In precedenza Doug aveva fatto parte del duo di blues acustico Hot Foot Delta.
Mileposts è stato inciso nello studio The Old Mill in California quasi in solitudine, con l’aiuto in quattro brani di Brandon Allen alla batteria e sporadici interventi di altri musicisti. Doug ha suonato chitarre, dobro, mandolino, organo, piano e basso oltre a cantare.
Le sette tracce si muovono tra cantautorato folk e Americana con influenze country e blues. Mileposts In The Rear View, composta durante un lungo viaggio, apre il dischetto con una chitarra twangy e un ritmo coinvolgente, seguita dalla scorrevole e rilassata The Ballad Of Early, che si avvale della fisarmonica di Gee Rabe, accompagnata da un divertente video animato e dalla ballata All The Lines On My Face. A World Without John Prine è uno dei brani migliori: un omaggio semplice e dolente al grande cantautore con inseriti nel testo titoli delle sue canzoni. Anche Old Crow si muove in ambito folk, rinvigorita dal violino di George Mason. Ci spostiamo su terreni più ritmati con la divertente e vivace Feels Like Texas, un blues da roadhouse cantato con voce appena sporcata, con Boris Bengin all’armonica e El Kabong al basso, mentre per la chiusura Doug propone il folk-rock Maybe I Just Won’t Go Home Tonight con un robusto assolo di chitarra.
Dischetto piacevole che non propone novità particolare e forse manca della necessaria intensità, MIleposts è un’uscita interlocutoria in attesa del nuovo progetto di Schmude, il trio di Americana Nine Volt Moon formato da qualche mese.

Paolo Baiotti

EDDIE SEVILLE – High & Lonesome

di Paolo Baiotti

25 giugno 2021

seville

EDDIE SEVILLE
HIGH & LONESOME
Autoprodotto 2020

L’unico rammarico di High & Lonesome è la sua breve durata. Si tratta di un Ep di cinque canzoni che viene voglia di riascoltare più volte e che lascia insoddisfatti per la curiosità di avere a disposizione altre tracce di questo livello. Eddie è un cantautore e multistrumentista americano del New England, conosciuto sia per l’attività solista che per quella con la band di alternative country Steel Rodeo. Ha scritto canzoni riprese da numerosi artisti e collaborato in ambito televisivo e cinematografico. Paragonato come tipo di scrittura a Bruce Springsteen, Steve Earle e Dwight Yoakam ha supportato con la band The Outlaws, Peter Wolf, Steve Earle, Warren Haynes, NRBQ, Asleep At The Wheel e tanti altri. Ha pubblicato tre dischi da solista e due con la band oltre a un best nel 2017 con inediti.
Il dischetto è aperto da All Night Radio, un roots rock in cui si impone la voce ben impostata e calda di Eddie in un crescendo strumentale gestito abilmente. La title track è la traccia più country dell’Ep con la pedal steel di Peter Adams, ma One More Guitar torna al rock con la chitarra di Billy K. in primo piano. Seeds In The Wind è un notevole mid-tempo arrangiato dal produttore e batterista Isaac Civitello armonizzando mandolino, fisarmonica e pedal steel in un impasto gustoso, mentre nella conclusiva Talking To Myself Eddie e Isaac si dividono gli strumenti in un brano da classico songwriter rock con una deliziosa armonica springsteeniana.
Attendiamo Eddie Seville sulla lunga distanza, riascoltando per l’ennesima volta High & Lonesome.

Paolo Baiotti

Charlie Tornado 2021

di Ronald Stancanelli

21 giugno 2021

Charlie tornado

Carlotta Risso in arte Charlie la conobbi all’inizio del 2018, grazie ai cantautori amici comuni Max Manfredi e Claudio Roncone, in un suo concerto a Verona ed essendo entrambi di Genova, diventati a nostra volta amici. Vista poi piacevolmente in altre due occasioni su di un palco, una volta in Piemonte, assieme ad un carissimo amico, purtroppo pochi giorni fa scomparso, e ancora con mia moglie in uno splendido show in quel di Genova. Il suo primo album, sul quale trovate da leggere su Late For The Sky cartaceo numero 133, era molto country folk oriented e la sua piacevole voce era esaltata da questo genere che molto le si confaceva. In virtù di questo avevo notevolmente spinto poiché conoscesse e cantasse lo splendido brano di Guy Clark Desperados Waitin for a Train, cosa che peraltro sin’ora non è successa.
Non è successa poiché la bella e dotata cantautrice si è improvvisamente orientata su di un genere che l’ha portata da un’altra parte, ovvero a cercare nuove strade ed orientamenti musicali sicuramente più confacenti ai momenti musicali attuali e a, forse, una ricerca di maggior visibilità, soprattutto verso un pubblico più giovane sensibilmente più orientato a un qualcosa che possa soddisfarlo maggiormente, e a suscitarne interesse più di quanto non potesse fare una musica ricca e bella indubbiamente, ma pregna di vestigia country e folk, che effettivamente non sappiamo quanto potesse attecchire per un pubblico giovanile attuale. Fatto sta che è indubbio che il suo precedente album, caratterizzato anche da una splendida copertina, sia un disco veramente bello e stracolmo di pathos , e questo suo secondo lavoro indubbiamente prenda direzioni e strade diverse.
Per questi motivi inizialmente, per un purista come me, affezionato a tematiche musicali ancorate a gloriosi periodi precedenti lo stacco sia stato di iniziale difficile digestione fermo restante che ne fossi ugualmente restato colpito ed anche reconditamente affascinato.
Ed inoltre grazie a mia moglie che aveva subitaneamente captato con piacere e grande interesse il cambiamento dell’artista e che io stesso provassi energie e sentimenti sottopelle per questo suo nuovo album ulteriori ripetuti ascolti hanno accresciuto il fascino di cui effettivamente questo lavoro è pregno. E messo da parte il desiderio di sentire Charlie proporre la splendida Desperados Waitin’ for a Train che continuo a reputare brano perfetto per la sua voce e personalità, sono come in un tunnel entrato in questa sua nuova dimensione e non riesco più a uscirne ammaliato ed incantato in primis, sempre, dalla sua voce, e poi dalla novella direzione che la sua impronta artistica ha intrapreso. Chiariamo subito che un importante trait d’union tra passato e presente è dato da Tornado, brano che peraltro lei gia proponeva dal vivo nelle sue precedenti fattenze country folk, anche se bisogna parlare in questo caso di rock perché detto brano, e non a caso si titola Tornado, è imperiosamente e furentemente figlio di quel capolavoro elettrico di Neil Young, Like a Hurricane, straordinario brano del 1978 facente parte del disco American Stars’n’ Bars. Orbene questo pezzo di Carlotta Risso, la quale, evidenziamolo bene, si scrive da sola tutti gli otto brani del suo album, risente come detto del fascino del pezzo younghiano ma nel contempo è una canzone dall’incedere splendido che la sua voce arricchisce bellamente e che ce lo fa immediatamente amare in modo viscerale. Come prima accennato i brani sono otto e trenta i minuti di questo breve ma intensissimo disco, anche se un paio di canzoni in più non avrebbero sfigurato. Resto sempre dell’idea che album di 70/75 minuti come spesso ormai accade per riempire gli ottanta minuti dei cd, siano spesso esagerati, ma anche i trenta minuti in questo caso siano un pochino parchi e un paio di segmenti in più ci avrebbero avvicinato ai canonici classici minutaggi di circa 40 minuti che restano, a mio parere, la lunghezza perfetta per qualsiasi album. Tornando a Tornado, album, i suoni ma in special modo le atmosfere sono decisamente moderni pur non essendo ne invasivi ne figli di esagerata tecnologia. Ma traspirano e trasudano voglia non so se di sperimentazione o di nuovo e bisogna dire che ci riescono, non vorrei ripetermi, ma il punto vincente è la voce della Risso, che splendidamente si amalgama con queste atmosfere indie/sognatrici/pop un pochetto ambient, un pochino eteree, alquanto innovative e dense di un non so che di elettrico che si sente nell’aria, un qualcosa che affascina, magari non al primo ascolto, ma che poi resta come una dolce pennellata che lascia la sua scia di colore che non si disperderà ma anzi porterà l’ascoltatore a voler ribearsi di dette magiche arie. Esempio lampante del connubio tra voce e rifulgenti note musicali è Crossoroads, ma come non restare avvinti e affascinati dall’incedere sincopato della seducente We’re Even, arrangiata in modo superbo. Il poker d’assi resta la voce dell’artista ed il ricco piatto di fiches che la attorniano, ovvero strumentazioni, musicisti che la supportano, produzione perfetta, testi e musiche, rendono il tutto vincente. Charlie Risso suona la chitarra elettrica e lo stesso dicasi per Marco Ferretti, la stessa Charlie usa l’elettrica come pur fanno Mattia Cominotto e Tristan Martinelli, alla batteria Saverio Malaspina e Davide Zalaffi, al basso Cominotto e Martinelli e al cello Rachele Rebaudengo. Come detto tutti i pezzi a firma della Charlie che se le scrive, se le canta e se le suona , diremmo mirabilmente e la produzione, esemplare, è affidata al duo Cominotto –Martinelli.
Un accenno finale al bel quadro che rappresenta la copertina a cura di Jemma Powell.
Superfluo dire che consigliamo Tornado senza remore e con gran convinzione .

Ronald Stancanelli

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NIKKI O’NEILL – World Is Waiting

di Paolo Baiotti

16 giugno 2021

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NIKKI O’NEILL
WORLD IS WAITING
Blackbird 2020

Se avete voglia di ascoltare un agile dischetto (a metà tra un ep e un album) di soul con venature pop e gospel, questo World Is Waiting vi darà soddisfazione.
Cantautrice e chitarrista di Los Angeles, influenzata come detto dal soul, dal rhythm and blues e dal gospel, attualmente residente a Chicago, Nikki ha esordito nel 2017 con l’Ep di cinque brani Love Will Lead You Home, seguito da un paio di singoli e dal nuovo disco, in cui consolida la collaborazione con il paroliere Paul Menser che ha scritto i testi di cinque canzoni. Come chitarrista si definisce ispirata da artisti soul come Pops Staples e Prince, nonché da Carlos Santana; quanto alla scrittura dichiara di apprezzare Jerry Ragovoy, Dan Penn, Paul McCartney, Carole King, Sly Stone, Burt Bacharach e gli Abba (è cresciuta in Svezia). Molto attiva anche come insegnante di chitarra e collaboratrice di Guitar Player, suona regolarmente con la sua band formata da Joshua Pessar (chitarra e voce), Rob Fresco (basso) e Rich Lackowski (batteria e percussioni) che la accompagnano anche su World Is Waiting, con l’aggiunta di Doug Organ alle tastiere e di alcune coriste.
Nei sette brani per complessivi 25 minuti Nikki dimostra un notevole senso per la melodia corroborato da una voce chiara, fresca e pulita che contribuisce a rendere l’ascolto molto scorrevole e rilassato.
Il brillante up-tempo bluesato That’s How You Lose Her apre il dischetto con un testo pungente nei confronti degli uomini e un disteso assolo di chitarra accompagnato dall’organo. A Man For All Seasons è un mid-tempo vivace interpretato con voce sensuale, mentre l’ispirazione gospel è evidente nella raffinata A Place At The Table, che precede il soft rock della title track con il suo messaggio di giustizia e amore, in cui Nikki dimostra anche le sue capacità strumentali. All I Wanna Be Is Yours è rilassata e melodica con il piano che assume un ruolo importante, You’re The Only One Who Gets Me una briosa traccia bluesata, la conclusiva Take Back What I Said una canzone acustica che conferma la versatilità di Nikki.
World Is Waiting è un dischetto che mette allegria, adatto per le calde serate estive.

Paolo Baiotti