Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

THE MARCUS KING BAND – Carolina Confessions

di Paolo Crazy Carnevale

22 agosto 2019

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THE MARCUS KING BAND – Carolina Confessions (Fantasy 2018)

Tanto è giovane questo Marcus King, quanto è bravo.

Già i primi due dischi realizzati con la band eponima erano stati una chiara dichiarazione di bravura e d’intenti, ma questo spettacolare disco uscito a fine anno è una conferma con le contropalle, sarà che c’è dietro Dave Cobb come produttore, ma se il gruppo e il leader non valgono, il produttore può sudare quanto vuole, il prodotto non sarà mai di questa statura.

Che King sia soprattutto una bomba dal vivo è cosa nota, dopo averlo visto in azione con la band del disco su un piccolo palco di Austin lo scorso marzo ne ho avuto la conferma: Marcus King Band è una forza della natura e con gente così il rock sudista è ben lungi dal vedere la fine. Se i gruppi storici sono sciolti o girano in versioni un po’ farlocche che non convincono troppo e sono ormai delle cover band di sé stessi, gente come Marcus King e soci o la Tedeschi Trucks Band hanno riportato il southern sound a splendori insperati e insperabili.

Già con l’iniziale Confessions i ragazzi danno ampia dimostrazione di aver mandato bene a memoria l’abbecedario della materia, ma non solo, hanno saputo tesaurizzarla e metterci del loro, così il loro disco va oltre il rock sudista più tipico, recupera elementi soul di grande impatto e appunto questa prima traccia è una soul ballad di grande spessore. Su Where I’m Headed entrano in campo anche i cori di Kristen Rogers, mai invadenti e totalmente irrinunciabili, mentre tutto il gruppo sostiene un ritmo perfetto, con fiati e tastiere usati con grande maestria e misuratezza mentre la chitarra di King (unico chitarrista del disco) entusiasma irrevocabilmente. Homesick è uno shuffle dai suoni bilanciati, sempre con bei cori, chitarra effettata a dovere, senza plastica latente e con l’organo che lavora in sottofondo mentre i fiati sono ancora una volta misuratissimi come in un vecchio disco soul di casa Atlantic. Grande anche il brano successivo, una ballatona di country soul intitolata 8 A.M. a cavallo tra le migliori composizioni di Gregg (Allman naturalmente) e lo stile di Delaney & Bonnie (guarda caso uno dei punti di riferimento anche per il gruppo di Susan Tedeschi e Derek Trucks). Poi il lato A si va a chiudere con un brano assolutamente vincente, How Long, grande dimostrazione di classe, molto soul anche qui, in stile Otis Redding, con un iniziale dialogo a tre in cui King, il tastierista Deshawn Alexander e la sezione fiati di Justin Johnson e Dean Mitchell rendono subito accattivante la composizione, poi nel bel mezzo un nuovo break strumentale con piroette infuocate della chitarra e tutti gli altri ingredienti in giusta dose.

Il lato A è una dimostrazione di bravura ad una sola voce, quella del leader, che però si occupa oltre che di canto anche di chitarra acustica e pedal steel (con giusto in sottofondo le tastiere): Remember è una lenta composizione dal suono lancinante, una canzone d’amore come buona parte delle altre incluse nel disco. Anche qui c’è molto Gregg Allman, ma King, l’ho già detto ma mi preme sottolinearlo ancora, ha davvero assorbito in toto tutte le lezioni della musica sudista, e non quella machista e talvolta razzista dei gruppi muscolari, ma quella più legata alla black music.

Il gruppo torna alla grandissima in Side Door con la voce di King che sembra voler citare Janis Joplin e tutti i buoni elementi fin qui apprezzati nelle composizioni precedenti; Autumn Rains si sviluppa intorno ad un bell’intreccio di chitarra acustica con King che si trattiene inizialmente con l’elettrica, salvo poi doppiarsi nel finale per ottenere quel tipico effetto di chitarre gemelle che lo fa duettare con sé stesso. Un altro brano da applausi sostenuto da un sound impeccabile. E se a qualcuno venisse in mente di obiettare che però manca un brano, in questo disco, dal riff sudista robusto e caratteristico, King e soci lo spiazzerebbero subito con la successiva Welcome ‘Round Here, bella cavalcata sonora che nella parte si permette persino di assumere toni psichedelici tutt’altro che fuori luogo, con la chitarra solista che impazza e tutta la band lanciata in un tour de force che dal vivo dev’essere una conditio sine qua non per una lunga jam.

Per il finale, King ci riserva un’altra perla, Goodbye Carolina, introdotta da un arpeggio di acustica e da un bel cantato su cui poi si innesta la voce della Rogers con Desahwn Alexander che tesse le basi col suo organo, poi il brano prende il volo, grande slide che duetta con l’acustica e l’organo che duetta col piano elettrico. Il brano si dipana per oltre sei minuti, rivelandosi con ogni probabilità come il capolavoro supremo di un disco che di grandissimi brani ce ne ha già dati molti.

E quando il disco termina, l’istinto è ogni volta quello di recarsi al giradischi e voltare facciata per ricominciare daccapo.

https://youtu.be/VPIAy13xzjA

DAN KRIKORIAN – Grandeur

di Paolo Baiotti

5 agosto 2019

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DAN KRIKORIAN
GRANDEUR
Autoprodotto 2019

Musicista, autore, allenatore di basket alla Chapman University, professore, curatore di un podcast in crescita chiamato The Beautiful Work nel quale intervista artisti, sportivi, attori e scrittori, Dan è un personaggio non facile da definire. Abitualmente si divide tra le serate (e le nottate) in studio, le mattinate in palestra e i pomeriggi tra interviste e impegni promozionali. Grandeur è il quinto album di un’avventura solista iniziata nel 2008 con Oxford Street. Nel corso di una carriera ultradecennale ha suonato come spalla, tra gli altri, di Foo Fighters, Eddie Money, The Animals e ALO e ha girato non solo gli Stati Uniti, ma anche in alcuni paesi europei come Germania, Belgio e Olanda nei periodi in cui non è impegnato come allenatore, come nel corrente mese di luglio in cui sta suonando da solo in Europa, prima di affrontare una serie di date americane con la sua band.
Registrato nel corso di un lungo periodo (quasi quattro anni) a Los Angeles con l’ingegnere del suono, co-produttore e batterista Shawn Nourse , Grandeur è un disco scorrevole, nel quale spicca la voce dell’artista che richiama la morbidezza e il gusto per la melodia di Paul Simon, accompagnata da un tessuto musicale che ondeggia tra pop e jazz con venature rock, animato da un uso diffuso dei fiati che si alterna con qualche inserimento degli archi nelle ballate più intime e riflessive. Dan definisce il suo stile un mix di folk, pop e rock, un incrocio tra John Mayer e The Lumineers. Una definizione accettabile, aggiungendo echi di Paul Simon e Ryan Adams, con dei testi che richiamano grandi della letteratura come Philip Roth, James Joyce, Scott Fizgerald ed Ernest Hemingway.
Grandeur è un progetto diviso in due parti, Act 1 e Act 2. La prima è aperta dalla riflessiva Words ammantata da backing vocals avvolgenti, seguita dalla mossa e leggera Need Me Bad e dalla notturna Crazy Love. Il ritmo si impenna con la coinvolgente Don’t Look Like You, rallenta con la pianistica Monday Morning e con l’intensa 59th Street e si mantiene su tonalità quiete con la morbida Bloom che chiude il primo segmento. Il sax di Ron Dziubla introduce e punteggia la ritmata High Heels che apre la seconda parte, seguita dalla pregevole ballata The Lucky One, dal folk/pop Baby’s Got The Blues e dalla cadenzata Ulanga, dominata dalla chitarra espressiva di Bob Boulding (ex Young Dubliners), mentre nella parte finale spiccano la riflessiva ballata Joe Purdy con un notevole assolo di sax e New Dawn che chiude il disco in modo soffuso.

KINGFISH – Kingfish

di Paolo Crazy Carnevale

23 luglio 2019

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KINGFISH – Kingfish (Alligator 2019)

Un pacioccone dalla faccia piena e dalla pelle liscia. Così occhieggia Christone “Kingfish” Ingram dalla copertina del suo primo disco. Con la Fender ben stretta tra le braccia.

In qualche modo questo ventenne appartiene alla lunga serie di chitarristi blues bambini, o ragazzini, che hanno cominciato ad imperversare fin dalla tenera età: per il debutto serio però ci è voluta la Alligator, che da etichetta protagonista della scena blues non poteva farsi sfuggire questo talento.

Prima di lui abbiamo visto passare per simili trafile vari giovanotti, da Johnny Lang a Kenny Wayne Shepherd, a Derek Trucks, a Eric Steckel: la sorte è stata alterna con loro, sicuramente quello dalla carriera più splendida è Derek Trucks, anche se Kenny Wayne Shepherd, a dispetto dell’indecisione nel scegliere una strada musicale e un genere precisi è sicuramente uno dei migliori e più ispirati manici in circolazione. Gli altri due bisogna ammetterlo, saranno sempre ricordati come bimbi prodigio, ma la loro carriera ricorda molto quella della riccioluta Shirley Temple. Poca storia da grandi.

Bene quindi ha fatto questo Kingfish ad attendere i vent’anni per uscirsene col primo disco, ora può dimostrare di non essere stato solo un fenomeno da baraccone. Sicuramente una delle rivelazioni della chitarra insieme a Marcus King, che di anni ne ha tre di più ma ha esordito nel 2015 e quindi prima dei vent’anni.

Per mettere il giovanotto a suo agio, la Alligator lo ha affidato alle cure del produttore Tom Hambridge, un veterano che ha nel suo portfolio Susan Tedeschi, Shemekia Copeland, Keb Mo’, Buddy Guy, George Thorogood (ma potremmo andare avanti all’infinito): Hambridge dà una mano a Kingfish nella composizione e suona la batteria, ma la sorpresa ulteriore è la gran voce del ragazzo, una voce che profuma di soul, capace di spaziare con scioltezza da atmosfere soffuse al blues più carico, dall’incendiaria chitarra elettrica a sonorità acustiche affascinanti.

Non solo, per tenerlo a battesimo nel migliore dei modi vengono chiamati due padrini d’eccezione, il grande vecchio del blues, Buddy Guy, quanto mai incisivo e determinante nell’ottima Fresh Out (a cui presta sia la voce che il secondo solo di chitarra), e Keb Mo’ che appare in ben cinque tracce del disco, quelle più soul: If You Love Me, Listen (in questa anche in qualità di cantante dando vita ad uno splendido botta e risposta col titolare), Before I’m Old, Believe These Blues, Hard Times (qui solo lui al dobro e Kingfish alla voce, con un effetto da down home blues fenomenale).

Ma anche i brani senza ospiti sono da segnalare, Outside Of This Town apre il disco alla grande facendo intendere immediatamente quale sia la consistenza del ragazzo, e poi, imperdibile Been Here Before in cui primeggia la chitarra acustica, suonata al pari dell’elettrica in maniera divina. Giusto Trouble, col ritmo vagamente mambo sembra non essere perfettamente all’altezza della situazione, in chiusura invece, Kingfish e soci (Hambridge alla batteria, il bassista Tommy MacDonald e il tastierista Marty Sammon si cimentano con uno slow blues dai toni rallentati, ottimo veicolo per il piano e, ovviamente per la chitarra, decisamente mai eccessiva.

GLENN HUGHES: Asti, P.zza della Cattedrale, 9/7/2019

di Paolo Baiotti

15 luglio 2019

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Nato nel ’52 a Cannock nello Staffordshire, Glenn Hughes è salito alla ribalta nel ’70 come bassista e cantante dei Trapeze con i quali ha inciso tre albums. Notato durante un concerto da Jon Lord, fu chiamato a sostituire Roger Glover nei Deep Purple, facendo parte della formazione nota come Mark III (Lord, Blackmore, Hughes, Coverdale, Paice) che incise nel ’74 due classici come Burn e Stormbringer e poi, dopo la defezione di Richie Blackmore infastidito dalle eccessive influenze funky-soul apportate da Coverdale e Hughes, della formazione Mark IV con Tommy Bolin alla chitarra. Questa line-up pubblicò un solo album in studio, il controverso Come Taste The Band del ’75, prima dello scioglimento provocato dai problemi di droga di Bolin e anche di Hughes.
Dopo l’esordio solista del ’77 Glenn ha attraversato un lungo periodo di confusione caratterizzato dalla dipendenza dalle droghe e dall’adesione a progetti di modesto livello. Nell’85 la partecipazione a Run For Cover di Gary Moore e a Seventh Star di Tony Iommi, uscito su richiesta della label come album dei Black Sabbath, hanno contribuito alla sua ripresa, che però si è veramente concretizzata con l’aiuto di David Coverdale alla fine del decennio. Con l’album Blues del ’92 Glenn riprende in mano la sua vita e la sua carriera che, da allora, è proseguita su buoni livelli, tra dischi solisti, progetti con altri artisti, un secondo disco con Iommi, il super gruppo Black Country Communion con Joe Bonamassa, Jason Bonham e Derek Sherinian e i California Breed.
Sempre molto attivo sul palco, Hughes dal 2017 porta in giro lo spettacolo “Gleen Hughes Performs Classic Deep Purple Live”. Ha suonato ovunque, dall’Europa all’Asia, dal Nord e Sud America all’Oceania, a conferma dell’eterna popolarità dei Deep Purple e della loro musica.

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Nel recente concerto di Asti l’artista ha confermato il suo stato di grazia. Nonostante le 67 primavere, oltre ad essere un bassista duttile e creativo ha ancora una voce pazzesca venata di soul, capace di prodursi in acuti sorprendenti e prolungati. Accompagnato dall’ottimo tastierista Jasper Bo Hanse, dal discreto chitarrista danese Soren Anderson e dal batterista Fer Escobedo, ha intrattenuto per quasi due ore un pubblico abbastanza folto e molto caldo, formato non solo da attempati nostalgici, ma anche da ragazzi che, nonostante tutto, continuano ad apprezzare in buon numero l’hard rock di matrice britannica.

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La partenza incalzante di Stormbringer è stata seguita da un’accoppiata da Burn, Might Just Take Your Life introdotta dall’hammond e il funky-rock Sail Away, jammato nel segmento strumentale. Dopo i primi saluti, il sorridente bassista ha presentato un altro brano da Burn, la trascinante You Fool No One, nella quale sono stati inseriti un blues strumentale, l’assolo di batteria e un richiamo a High Ball Shooter. La sofferta ballata soul You Keep On Moving, scritta da Hughes e Coverdale e tratta da Come Taste The Band, ha messo ancora in luce la voce dell’artista, che ha proseguito omaggiando Tommy Bolin con un’irruente Getting Tighter. Uno dei momenti migliori della serata è stata la lunga versione di Mistreated da Burn in cui anche il pubblico ha fatto la sua parte. Pur provenendo dal repertorio della formazione precedente non poteva mancare Smoke On The Water impreziosita nel finale da un segmento di Georgia On My Mind. L’immortale riff di Burn ha infiammato il pubblico che al termine della vibrante esecuzione del brano ha tributato un’ovazione alla band. Dopo una breve pausa il quartetto è rientrato, Glenn ha lasciato il basso a un roadie e ha cantato Highway Star, seconda traccia della formazione Mark II, che ha chiuso la serata in modo un po’ confuso con il pubblico sotto il palco.
Il concerto di Hughes è stato un’immersione negli anni settanta: hard rock melodico venato di soul e funky, capelli lunghi al vento, messaggi di pace e amore. Nulla di nuovo sotto il sole, ma ogni tanto un ritorno al passato non guasta…anzi!

VASIL HADZIMANOV BAND – Lines In Sand

di Paolo Crazy Carnevale

15 luglio 2019

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VASIL HADZIMANOV BAND – Lines In Sand (Moonjune 2018)

Passo dopo passo, l’etichetta newyorchese si avvicina alle candeline della centesima produzione, con questo disco di provenienza serba sono ormai novantacinque e già ci sono in circolazione prodotti più recenti.
Il CD della Vasil Hadzimanov Band è, come spesso accade in casa Moonjune, una sorta di spin off di altre pubblicazioni, ovvero artisti che abitualmente suonano in un gruppo diventano poi solisti o band leader come nel caso di Hadzimanov. Il pianista serbo infatti lo si era già incontrato come sideman di Dusan Jevtovic e con questo disco è ormai alla sua seconda prova per la Moonjune.

Il disco appena uscito, realizzato con un gruppo che include oltre alle tastiere anche la chitarra, il basso, la batteria nonché le percussioni di Bojan Ivkovic (anche in veste di vocalist in alcune tracce), è un disco in cui emergono più influenze, talvolta un jazz rock molto fluido e contaminato da belle soluzioni di ispirazione etno, come nel brano iniziale, quello che intitola il disco, in Sans Snova e Lost (con ospite la voce di Martha Hadzimanov) prende maggiormente piede il jazz, ma prima c’è da segnalare sicuramente la seconda traccia che coniuga atmosfere funk con elementi orientati verso una fusion in odor di prog: il brano, intitolato Mr. Moonjune, fa supporre ad una nemmeno troppo velata dedica a Leonardo Pavkovic, il mister di casa Moonjune appunto.

Tra i brani più interessanti spicca indubbiamente la lunga For Clara una sorta di concept a cavallo tra sperimentazione e soul, molto riuscita, con la voce ospite di Dean Bowman; citiamo inoltre Freedom From The Past di nuovo contaminata da un’intro dominata da elementi arabeggianti che appartengono di diritto alla terra d’origine del gruppo, poi il brano si sviluppa in una direzione più sperimentale che nel finale va a ripescare l’intro, stavolta non più in chiave acustica ma con tutta la band all’opera. All’insegna della fusion invece Ratnici Podzemlja mentre il jazz rock più classico torna a far capolino nella lunga e conclusiva Rege Hadzi che paga pegno a Joe Zawinul, sicuramente uno dei modelli di Hadzimanov.

TOMMY CASTRO AND THE PAINKILLERS – Killin’ It Live

di Paolo Crazy Carnevale

15 luglio 2019

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OMMY CASTRO AND THE PAINKILLERS – Killin’ It Live (Alligator 2019)

Battere il ferro fin che è caldo: Tommy Castro, reduce dal buon riscontro dell’ultimo album di studio, Stompin’ Ground, uscito appena un paio di anni fa, dà alle stampe, sempre su etichetta Alligator, un disco dal vivo realizzato anche stavolta con i suoi Ammazzadolori. E per giocare col nome del gruppo ed il titolo del disco, stavolta i dolori vengono appunto ammazzati dal vivo, dai palchi di New York, Austin, San Francisco e Solana Beach, evidentemente alcune delle date toccate dal chitarrista e dalla sua band nel tour promozionale di Stompin’ Ground. Inutile dire che anche questa volta il quartetto centra il bersaglio e quello che ne esce è un’infuocata tirata di solido blues elettrico, di quelle che tengono botta dall’inizio alla fine. Make It Back To Memphis è un boogie su cui Mike Emerson piazza il piano elettrico, un buon inizio per scaldare strumenti, musicisti e pubblico se dobbiamo immaginare che il disco ricalchi la scaletta di un concerto integrale. Rispetto a quanto avevamo apprezzato del disco di studio, qui mancano ovviamente gli ospiti (ricordo in particolare David Hidalgo e Charlie Musselwhite) e il produttore (Kid Andersen), ma Castro e soci (oltre a Emerson ci sono Randy McDonald al basso e Bowen Brown ai tamburi) non hanno bisogno di molto altro e il suono che sviluppano, soprattutto quando Emerson suona l’organo anziché il piano, è fantastico e coinvolgente. E lo si capisce dal secondo brano, Can’t Keep A Good Man Down, e ancor meglio dalla successiva cover della possente Leavin’ Trunk di Sleepy John Estes, brano che abbiamo amato tramite il primo Taj Mahal e che qui, in versione più aggressiva non dispiace assolutamente. Poi il ritmo rallenta, Lose Lose è un brano che Castro ha composto con Joe Louis Walker, con eccellente dialogo tra piano e chitarra elettrica, cantato con voce ispirata ed adeguata.

Il copione si ripete e di nuovo abbiamo un brano tirato col piano elettrico ed uno con l’organo, poi però Castro e compagni virano verso il soul con un brano originale ben cantato con voce molto ispirata, Anytime Soon, che figurava in Soul Shaker uscito nel 2005 su Blind Pig Records. She Wanted To Give It To Me viene dal disco del 2014, un gran funky, non a caso tra gli autori oltre a Castro c’è Narada Michael Walden, gran lavoro del basso e bordate d’organo che si alternano alle staffilate della chitarra. Two Hearts, altra eccellente composizione prelude al gran finale, entrambe le ultime tracce provengono dal concerto texano, affidato all’unico brano ripreso dal disco più recente della formazione: la cover di Them Changes, title track dell’omonimo disco di Buddy Miles del 1970. Tommy Castro e i Painkillers avevano già dimostrato grande talento con la versione di studio, inutile dire che la versione dal vivo non poteva essere da meno, anzi, innanzitutto il brano è cantato in modo impeccabile e la sezione ritmica ce la mette tutta per sostenere il riff. Quello che ne esce è un trionfo musicale (grazie anche al brano che di per sé è notevole), la parte centrale strumentale, sviluppata giustamente in chiave jam sembra ripiombarci in quel principio di anni settanta in cui la musica rock e le sue contaminazioni hanno davvero dato alcune delle lor cose migliori.

LEAF RAPIDS – Citizen Alien

di Paolo Baiotti

14 luglio 2019

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LEAF RAPIDS
CITIZEN ALIEN
Coax Records 2018

Leaf Rapids è una cittadina situata in Canada nel nord-ovest del Manitoba, in una zona isolata situata su territori un tempo abitati da tribù indiane, popolata da meno di settecento persone tra le quali i coniugi Keri e Devin Latimer, che hanno formato qualche anno fa un duo con il nome della loro città natale. Keri (voce e chitarra) e Devin (basso), dopo avere militato dal 2001 nel quartetto di alternative-country Nathan incidendo tre albums e un Ep molto apprezzati in ambito folk-roots, hanno proseguito insieme esordendo con Lucky Stars nel 2015, seguito tre anni dopo da Citizen Alien, un disco molto particolare e sentito dalla coppia, che trae ispirazioni da vicende famigliari personali (e non solo) legate all’emigrazione tra il 1800 e il 1900. Storie drammatiche piene di amore e speranza, alleggerite da tocchi di ironia.

Keri è di origine giapponese; nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, la nonna e altri 22.000 immigrati dal Giappone, considerati nemici del Canada, vennero deportati dalle loro case, privati dei loro averi e spostati in treno nella regione dell’Alberta dove furono costretti ai lavori forzati con una paga ridicola fino al 1949, quando furono liberati privi di ogni sussistenza. A questa vicenda si ricollega la title track, un country-roots abbellito dalla tromba del produttore Rusty Matyas e da delicati arpeggi di chitarra. La nonna di Keri, spedita in nave da Kyoto a Victoria per sposare un uomo che neppure conosceva, lavorò come parrucchiera nel negozio del marito. Un giorno affrontò un cliente che le stava palpeggiando una gamba, ferendolo con una forbice…da questo incidente che rese famoso il negozio deriva il brano Barbershop Shears, dall’andamento orientaleggiante. Il testo di Little Sister, una ballata intimista tra folk e country che può ricordare Emmylou Harris anche nel modo di cantare, è ispirato alle gravidanze delle adolescenti e ai relativi problemi con le famiglie, quello del delicato valzer Virginia con Bill Western alla pedal steel si riferisce alla doppia fatica delle madri lavoratrici, quello di Huvasik racconta la drammatica storia degli immigrati Islandesi che raggiunsero il Manitoba nel 1875 stabilendosi a Gimli (paradiso nella loro lingua), dove furono decimati dall’aspro inverno canadese e da un’epidemia. Parliament Gardens celebra un prozio di Keri decorato con medaglie al valore per gli atti di eroismo compiuti durante la prima Guerra Mondiale e ricordato anche da un lago e da una montagna, rimasto comunque traumatizzato dai drammi del conflitto da non parlarne mai.

Citizen Alien non è un disco da entusiasmo immediato: complesso e studiato nei testi, etereo e poco movimentato nella parte musicale con arrangiamenti sparsi e minimali e un uso accentuato del Theremin (un particolare strumento elettronico), curato nell’aspetto grafico, necessita di più ascolti per essere compreso e apprezzato.

THE GOOD LOVELIES – Shapeshifters

di Paolo Baiotti

14 luglio 2019

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THE GOOD LOVELIES
SHAPESHIFTERS
Good Lovelies 2018

Trio vocale femminile, The Good Lovelies sono nate intorno al 2006 dall’unione di tre artiste attive in precedenza singolarmente nella zona di Toronto: Caroline Brooks, Kerri Ough e Sue Passmore. Hanno esordito l’anno dopo con l’Ep Oh My, seguito dall’album The Good Lovelies nel 2009, premiato ai Juno Awards come miglior disco in ambito Roots & Traditional e dall’Ep natalizio Under The Misletoe. Nel 2011 è uscito Let The Rain Fall, seguito da due altri album e dall’Ep Winter Calling del 2015. Una pausa di tre anni ha preceduto questo Shapeshifters, prodotto da Daniel Ledwell e pubblicato dapprima solo in versione digitale e successivamente anche in versione fisica in occasione del lancio europeo. Se fino ad ora la musica del trio era considerata un contry/folk con elementi di pop, americana e jazz, Shapeshifters accentua decisamente l’influenza pop, lasciando sullo sfondo le radici folk, con un uso dell’elettronica decisamente in crescita sia nelle percussioni che nelle tastiere. Anche l’elegante confezione in digipack con un poster che comprende da un lato una foto patinata del trio e dall’altra i testi e le abituali note di copertina, denota la ricerca di un pubblico più vasto e radiofonico.

Le ragazze compongono, cantano e suonano molti strumenti, aiutate da una sezione ritmica e dal produttore. Tra i brani dell’album, un po’ troppo leggero e uniforme, spiccano l’opener I See Gold accompagnata da un video accattivante, la melodica ballata Daylight, l’armoniosa Move Away Clouds e Lightness che accelera un pochino il ritmo di un disco che si muove prevalentemente in terreno delicato e intimista e che si apprezza soprattutto per le armonie a tre voci pulite ed efficaci, come nell’ultima traccia This Little Heart.

ELS BAND – Dark Blues Sky

di Paolo Baiotti

7 luglio 2019

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ELS BAND
DARK BLUES SKY
Sound Station 2016

Gruppo formato nel 2015 a Karlskoga, ennesima dimostrazione della vitalità della scena svedese, la Els Band è molto attiva in Nord Europa, ha partecipato a numerosi festival e gira nei club più conosciuti del territorio nordico, basandosi prevalentemente su un repertorio di covers di blues e rock-blues. Guidata dal cantante e chitarrista Stig Patterson, dotato di una voce rauca al punto giusto, piuttosto efficace e rabbiosa e dal tastierista Peter Dahl che si segnala soprattutto per l’utilizzo dell’hammond, è completata dalla sezione ritmica di Lasse Lovgren (basso) e Erik Lindstedt (batteria). Dark Blues Sky rappresenta l’esordio della formazione, accompagnata dall’armonica di Timo Tilli e da un paio di coriste. Dipendono ancora dalle covers, che coprono la maggior parte dei tredici brani dell’album, contribuendo solo con due tracce originali di Petterson. Partiamo proprio da queste: Bad Boy è un robusto rock-blues con una chitarra distorta e un mix di hammond e piano elettrico, Take Mine un cadenzato e aspro mid-tempo di discreto livello, con un assolo centrale che sfiora l’hard-rock. Quanto alle covers, il materiale trattato è molto vario: si passa dal ritmato blues texano di Palace Of The King al funky-blues Big Legged Woman (entrambe ricollegate al bluesman Freddie King), dallo slow Old Love (Eric Clapton/Robert Cray) eseguito con la giusta sobrietà al roots-rock Feels Like Rain di John Hiatt, dall’esplosivo rock venato di funky di Crosstown Traffic (Jimi Hendrix) all’errebi Superstition (Stevie Wonder), dimostrando doti interpretative non trascurabili, pur restando sempre nel solco degli originali. Meno convincenti le versioni di I’d Rather Go Blind, brano poco adatto alla voce di Stig (non male l’uso dell’hammond) e di una scolastica Need Your Love So Bad,
Tutto sommato un esordio accettabile, ma per una valutazione più significativa occorre attendere il prossimo album già in preparazione, basato su tracce originali.

ROBERT HILL & THE MUSKOGEE FEW – Muskogee Music

di Paolo Baiotti

4 luglio 2019

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Non ci sono molte notizie su questo gruppo proveniente dalla Svezia, più precisamente dalla regione di Stoccolma. Sono nati nel 2016, uniti dalla passione per il folk americano, hanno esordito con un Ep nello stesso anno, iniziando ad esibirsi in Scandinavia e componendo altri brani, confluiti nell’album omonimo, prodotto da David Svedmyr e inciso in pochi giorni ai Silence Records and Studio di Kappom nel 2017. Robert è il leader: compositore, cantante e chitarrista acustico, accompagnato dal basso di Peter Granstrom, dalla batteria di Martin Falthammar, dalla chitarra, slide e pedal steel di Christer Lyssarides e dalle tastiere di Carl Lindholm. Sono stati soprannominati il migliore segreto del country psichedelico o dell’alternative country svedese. Robert ha una voce sussurrata, dolce ed eterea (anche troppo), prevalentemente accompagnato da melodie venate di psichedelia pastorale, con l’aggiunta del tocco country della pedal steel. Un suono melodico, notturno, gentile e armonioso, adatto per una passeggiata nelle foreste locali. Il limite è dato dall’uniformità del ritmo, che può indurre a un principio di letargia proseguendo nell’ascolto dopo i primi piacevoli brani Benzedrine Benny e Morning Sun Was Rising. La pianistica I Pray è una ballata toccante, Ballad Of A Dying Cigarette offre qualche piccola accelerazione con le percussioni in primo piano e una chitarra raffinata, replicata da Early In December in cui si notano gli arpeggi psichedelici dell’elettrica, mentre Looking Back ribadisce le influenze country-folk in modo un po’ piatto e la conclusiva It Was All Made For You And Me la preferenza assoluta per le atmosfere bucoliche spruzzate di echi psichedelici.

ALEX LOPEZ – Slowdown

di Paolo Crazy Carnevale

30 giugno 2019

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ALEX LOPEZ – Slowdown (MarEmil Records 2017)

Ascoltando l’inizio di questo disco del chitarrista di Cleveland la prima cosa che viene in mente sono certe rimembranze zeppeliniane, sarà che il suo modo di cantare è debitore in qualche modo al vecchio Plant, sarà che tra i suoi numi tutelari, oltre a Herndrix e Clapton lui stesso non esita a citare anche Page.

In realtà il disco (inciso con i suoi Xpress, solida band che almeno in questo disco si completa di Gary Dowell, Steve Pagano e Michael Maxim) prosegue poi su rotaie differenti in parte differenti, talvolta molto solide ed orientate verso un rock blues attuale e moderno in cui la chitarra è supportata da una sezione ritmica consistente e da tastiere vecchio stile, tal altra molto più rilassate.

Nella mente del titolare l’idea dietro a questo Slowdown è quella di una storia che racconta la storia di una persona e del suo percorso che la porta attraverso una tortuosa esperienza minata da dipendenze con la conseguente lotta per superarle, fino all’agognato ritorno alla normalità.

Tra rock’n’roll e blues-rock si dipanano così i vari capitoli della storia, dall’iniziale e contagiosa Dangerous, passando per The Wildlife, per la title track caratterizzata da un corposo solo di chitarra di Lopez e da fiati sintetizzati (peccato), per l’ottima Words Of Wisdom.

Enough Of It tutta riff e solisti incisivi, ha invece il suono delle tastiere più in sintonia col genere intrapreso dagli XPress. Mano a mano che il disco va avanti però la sensazione è che la fantasia venga meno progressivamente e I Don’t Know comincia a mostrare un po’ la corda nella sua ripetitività, tanto che da qui in poi Lopez e soci sembrano voler volutamente virare verso altri suoni: Exodus/Long Long Time, dalla lunga intro chitarrista in cui Lopez si doppia con l’acustica e l’elettrica, si snoda in forma di ballata ed è cantata con intensità, lasciando a casa le influenze plantiane che si erano fatte sentire soprattutto nelle prime tracce del disco. Blues torrido e lento è invece Stolen col suono trainante delle tastiere su cui si innesta un sofferto solo di elettrica. Stessa ricetta anche per Redeem Me mentre I Love You Blues è leggermente in odore di jazz, senza particolari sprazzi, con pianoforte, chitarra spazzolata, e con una voce che sembra non aver nulla in comune con quella di inizio disco. Trascurabile.

Ancor diversa e spiazzante è Alive, il brano che sembra voler indicare la rinascita del protagonista dopo il suo periodo oscuro: con suoni datati e una produzione troppo in disaccordo col resto del disco. Dopo una breve ripresa, inutile della title track troviamo un bonus, una lenta ballata pianistica che ricorda un po’ Elton John. Non se ne sentiva la mancanza.

JOHN CEE STANNARD – The Doob Doo Album/Moving On

di Paolo Baiotti

15 giugno 2019

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JOHN CEE STANNARD THE DOOB DOO ALBUM (CastIron 2013)
JOHN CEE STANNARD MOVING ON (CastIron 2019)

Cantautore attivo da cinque decenni, Stannard ha fondato alla fine degli anni sessanta i Tudor Lodge, dapprima come duo folk poi come trio con la cantante Ann Steuart, esordendo con l’omonimo album nel ’71 per la Vertigo. Per qualche tempo Ann è stata sostituita da Linda Peters (futura moglie di Richard Thompson). La formazione si è sciolta e riformata più volte, pubblicando come duo con Lynne Whiteland numerosi dischi (tre nell’ultimo decennio). Nel gennaio 2011 John ha iniziato a scrivere brani blues o bluesati, confluiti nel progetto di un disco solista di blues orchestrale che è stato realizzato nel corso del 2012 e pubblicato l’anno dopo come John Cee Stannard Blues Orchestra. In realtà si tratta di una formazione allargata con alla base la sezione ritmica di Richard Hudson (batteria) e Nigel Portman-Smith (basso), con una sezione fiati, il piano di Paul Millns e l’aggiunta di armonica, banjo, un paio di altre chitarre oltre a quella di John e di un saltuario hammond. Il suono è old style, tra blues, jazz e doo-wop, leggero e piacevole. Gli arrangiamenti sono curati e ricercati, rispecchiando diversi stili rinominati dall’autore: dal Groove Blues al Night Blues, dal Dinner Blues di That’s When I Get The Blues al Bucket Blues della swingata Better Days, dal Country Blues (una cover di Blind Boy Fuller) al Café Blues per finire con il Latino Blues di Ballad Of A Tricky Night Visitor che chiude il disco con un’esuberanza tex-mex. Un disco da ascoltare unitariamente, nel quale i vari stili si miscelano senza grandi stacchi. In seguito Stannard ha formato un trio acustico, The Blues Horizon, con il quale ha pubblicato tre dischi in studio e ha suonato con regolarità.

Ma l’anno scorso ha voluto dare un seguito al disco orchestrale con Moving On, registrando ai Whitehouse Studios di Reading con una formazione più ampia in cui compaiono l’armonicista Howard Birchmore e il chitarrista Mike Baker, suoi compagni nei Blues Horizon, la sezione ritmica di Les Calvert (basso) e Dean Robinson (batteria), nonché numerosi session men (chitarre, fiati, tastiere e fisarmonica). Rispetto al disco del 2013 il suono è più contemporaneo, vicino al British Blues, con le chitarre molto presenti e incisivi interventi dell’armonica. Spiccano l’opener Cemetery Junction e l’energica Seventeen, scritte in onore della città natale di Reading, la jazzata Do Right To Me, lo slow Price Of Your Sin, la divertente Call Of Duty e la scorrevole Something That You Do To Me, cover di Jimmy Witherspoon che ricorda le sonorità del blues californiano. Doob Doo e Moving On sono due facce della stessa medaglia, due tipi di interpretazione del blues entrambi ben eseguiti, pur non aggiungendo nulla di nuovo al genere.

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SAMANTHA FISH+CURSE OF LONO-Milano, Legend, 30/05/2019

di Paolo Baiotti

3 giugno 2019

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L’unica tappa italiana ha chiuso il tour europeo della cantante e chitarrista Samantha Fish, supportata dal quintetto britannico dei Curse Of Lono. Gran parte del pubblico, che ha esaurito il locale milanese, non era ancora arrivata quando alle 20 (un plauso agli organizzatori per la puntualità) è salito sul palco il gruppo di supporto. Nati dalle costole degli Hey Negrita, che eseguivano un mix di alternative country, blues, folk e southern rock, i Curse Of Lono (nome tratto da un libro di Hunter Thompson) sono stati formati dal cantante Felix Bechtolsheimer e dal batterista Neil Findlay; hanno esordito con l’omonimo ep seguito da due album, suscitando un notevole interesse per la loro miscela di folk-rock oscuro permeato di tonalità country, basato su tempi medi, con evidenti influenze cinematografiche testimoniate anche dai video e dai cortometraggi che accompagnano le loro canzoni. Sono melodici e ammalianti e si presentano con un look curioso, diversi uno dall’altro: il tastierista sembra uscito dai Mungo Jerry, il batterista potrebbe essere scambiato per un Ed Hollis (R.I.P.) più emaciato, la bassista rispecchia l’estetica punk con un vestitino nero scollato, il cantante è il più piacione, un Bryan Adams inglese, il chitarrista Joe Hazell sembra catapultato dalla Laurel Canyon dei seventies (e anche il suono della chitarra rispecchia questa impressione). Il loro set scorre veloce; tra i brani spiccano London Rain dal primo Ep, Welcome Home e la cadenzata Send For The Whiskey in cui il cantante suona anche un tamburo, tratte dall’album Severed, Way To Mars dedicata da Felix alla figlia che soffre quando è in tour e Valentine provenienti dal secondo album As I Fell, nonché la cover di Goin’ Out West di Tom Waits.

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Il locale si riempie gradualmente in attesa di Samantha Fish, all’esordio in Italia. Bionda, con un vestito corto in lamé che ne evidenzia le curve e un paio di stivali al ginocchio, la trentenne di Kansas Ciry imbraccia una cigar box accompagnata da tre fuorilegge scapigliati: il brillante tastierista Phil Breen, il bassista Chris Alexander e il batterista Scott Graves.
Dopo l’esordio del 2009 Live Bait, Samantha ha firmato per la Ruf incidendo cinque dischi in studio, il più recente Belle Of The West nel 2017 prodotto da Luther Dickinson (che già aveva prodotto Wild Heart nel 2015) e registrato nel suo Zebra Ranch con i musicisti del giro dell’Hill Country Blues (Lightnin’ Malcolm, Amy Lavere, Jimbo Mathus, Lillie Mae..). Il blues-rock dei primi album si è evoluto, assimilando elementi roots e rendendo più complessa e originale la musica della Fish, che ha ancora dei limiti compositivi, ma possiede un’energia contagiosa, è una chitarrista con i fiocchi ed ha una voce che, quando non esagera negli acuti come in qualche momento a Milano, incrocia Bonnie Raitt e Susan Tedeschi.

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Problemi di acustica hanno condizionato l’inizio del concerto: la voce era bassa e anche il suono della chitarra e delle tastiere non era chiaro, sovrastato dalla batteria. Ma ha destato qualche perplessità anche la qualità delle canzoni: l’aspra Bullet Proof, l’inedita Love Letters e You Can’t Go da Chills And Fever non hanno avuto l’impatto atteso. Poi le cose si sono sistemate e il concerto è cresciuto gradualmente, dalla swingata Chills And Fever in cui Breen ha affiancato con bravura la cantante, proseguendo con la ritmata Watch It Die che, come la precedente, dovrebbe far parte del nuovo album Kill Or Be Kind e con la scanzonata cover di Little Baby (The Blue Rondos, gruppo inglese dei mid-sixties), decollando con la drammatica Blood In The Water e con la bluesata Gone For Good, caratterizzata da assoli di piano elettrico e slide, entrambe da Belle Of The West.

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Per l’intima ballata Go Home da Wild Heart ha imbracciato l’acustica, una sorta di pausa prima del finale del set, comprendente il rock-blues No Angels in cui, dopo un brillante assolo di Breen, Samantha si è lasciata andare, rallentando il ritmo e ripartendo con un crescendo notevole e l’eccellente Somebody’s Always Trying, cover del cantante gospel-soul Tad Taylor in cui ha dato il meglio alla solista, chiudendo in ginocchio ed entusiasmando il pubblico milanese. In chiusura l’artista ha ripreso la cigar box per eseguire Shake ‘Em On Down, scatenata cover di Bukka White, rifatta alla maniera del Mississipi Blues di R.L. Burnside con un finale travolgente. Unico bis il trascinante rock and roll Bitch On The Run da Wild Heart, in cui ha presentato la band e coinvolto il pubblico in un call and response molto apprezzato.
Dopo il concerto, finito per una volta ad un orario decente anche per i numerosi appassionati convenuti da altre regioni, la Fish ha firmato dischi e concesso foto senza fretta, gentile e disponibile, da vera professionista.

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(foto di Michele Marcolla)

MICHAEL McDERMOTT – Orphans

di Paolo Crazy Carnevale

3 giugno 2019

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MICHAEL McDERMOTT – Orphans (Appaloosa/IRD 2019)

Il prolifico McDermott sembra ormai un fiume in piena: la sua vena compositiva è talmente ricca che dalla stesura di Willow Springs (2016) e di Out From Under (2018) sono rimasti nei cassetti abbastanza brani da mettere insieme un terzo disco, pubblicato dall’Appaloosa lo scorso febbraio.

Questo nuovo disco si compone di ben dodici brani che erano rimasti fuori dalle precedenti pubblicazioni, tutti brani comunque all’altezza della situazione, debitori come sempre a certe sonorità molto legate a Springsteen e ai suoi accoliti, siano essi Miami Steve o Johnny Lyons, brani sempre caratterizzati da liriche torrenziali, magari non lunghissimi come ci aveva abituati in passato, ma sempre intriganti, sia quando a dominare sono le atmosfere elettriche sia quando Michael si rintana in preziose nicchie acustiche con appena una spruzzata di tastiere e sezione ritmica in punta di piedi (Never Do Well, Black Tree Blue Sky e Los Angeles A Lifetime Ago, quest’ultima tra le più riuscite a livello lirico).

Rispetto ai dischi precedenti e a quello con i Westies (di fatto un disco di McDermott a tutti gli effetti) i testi sono più introspettivi, riflessivi, mancano le tragiche ballate da storyteller quale siamo avvezzi a conoscerlo, quelle storie drammatiche ed intense: qui spiccano canzoni d’amore e brani velati da un tiepido ottimismo, di speranza, così come era accaduto nel disco dello scorso anno. Con timide eccezioni, come Sometimes When It Rains In Memphis, una delle canzoni più riuscite del disco.

Tra i brani che emergono va ricordata anche l’incalzante Givin’ Up The Ghost con il controcanto della consorte Heather Lynn Horton (presente anche altrove, come backing vocalist e violinista), The Wrong Side Of Town (forse però troppo simile a Dancin’ In The Dark, pur non essendo così spudoratamente commerciale ed infausta nelle sonorità), Richmond (dal buon break strumentale nel mezzo).

Se la copertina non è particolarmente invitante (un disegno della figlia Rain), la confezione è comunque ben curata e come da tradizione apprezzatissima l’Appaloosa Records ci mette i testi con tanto di traduzione. Le note di copertina sono invece abbastanza latitanti, giusto i nomi dei musicisti, senza gli strumenti: ci sono i fedelissimi Will Kimbrough (strumenti a corda), il bassista Lex Price, John Dederick (tastiere), Steven Gills (batteria).

STEVE EARLE & THE DUKES – Guy

di Paolo Crazy Carnevale

26 maggio 2019

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STEVE EARLE & THE DUKES – Guy (New West 2019)

Lunga vita a Steve Earle. Sempre e comunque.
Anche se la sua musa ispiratrice sembra essersi messa comoda negli ultimi tempi, i suoi dischi sono sempre godibili, ben fatti, ma meno ispirati rispetto agli esordi, rispetto alla splendida (e piena di svolte stilistiche) rinascita negli anni novanta e anche rispetto al suo periodo più “barricadero” e politicamente impegnato dei primi anni duemila. Pretendere da certi artisti uno standard sempre elevato è lecito, come è lecito da parte di questi artisti disattenderle (valgano per tutte le immonde ultime schifezze di Springsteen). Steve Earle dal canto suo nel frattempo ha pubblicato un signor libro(“Non uscirò vivo da questo mondo”, Mondadori) e musicalmente si è limitato a stare su un livello onesto e, quando è a corto di canzoni, piuttosto che concedersi all’immondizia come Bruce si rifugia – come in questo caso – nel songbook dei suoi padri spirituali, nonché amici di vecchia data.

Earle non è più quello di dischi epocali come Train A-Comin’, El Corazon, Jerusalem: con Washington Square Serenade la sua carriera ha cominciato a declinare, lentamente, senza picchi negativi, ma il momento di stanca – che tutt’ora perdura – è evidente. Dischi come il recente live al Contiental Club di Austin, dal suono un po’ piatto, o come il tributo a Townes Van Zandt del 2007 e questo omaggio a Guy Clark sono l’occasione per testimoniare il suo grande affetto per due dei massimi protagonisti della canzone d’autore made in Texas, ma soprattutto un atto dovuto nei confronti di cari amici scomparsi. Con Clark la collaborazione/amicizia è davvero di lunga data: già negli anni settanta Earle figurava come bassista (!) nel live act del burbero Guy, lo troviamo in un vecchio doppio live uscito nel 1979 contenente contributi di artisti veri con estratti da varie edizioni del Kerrville Folk Festival. Non solo, nello splendido documentario Heartworn Highway realizzato negli anni settanta ma distribuito solo un paio d’anni fa, l’intera sequenza finale documenta una cena di natale in casa Clark con tutti i “fuorilegge” nashvilliani (quanto a residenza) a cantare insieme, tra gli altri ci sono Steve Young ed un giovanissimo Steve Earle.

Il tributo a Clark è un doppio LP o singolo CD inciso da Earle con l’attuale formazione dei Dukes ed un pugno di amici a prestare strumenti e soprattutto voci nel finale. Sedici tracce ripescate nel repertorio del maestro, con le cartucce migliori tutte sparate nella prima facciata. Dublin Blues, L.A. Freeway, Desperados Waiting For A Train sono brani talmente sentiti, risentiti, belli, che è difficile darne un giudizio. Farne delle brutte cover è cosa davvero da mettercisi d’impegno, e Steve Earle non è certo il tipo da rovinare simili gemme, così le rifà senza intaccarle, con arrangiamenti molto classici, con la sua voce unica. Sulla stessa facciata figura infine anche un altro classico del primo Clark, Texas 1947.
La side B si apre con la movimentata Rita Ballou, poi si va di grandi ballate, ben sorrette dai Dukes, con la pedal steel di Ricky Jay Jackson ed il violino di Eleanor Whitmore, che è spesso la voce di rincalzo che fa eco a quella del protagonista. The Ballad Of Laverne And Captain Flint, The Randall Knife e l’intensissima Anyhow I Love You i titoli.
Passando al secondo disco della doppia confezione, ci troviamo al cospetto della dolente e minimale (ma con una grande pedal steel) That Old Time Feeling seguita dalla più corposa Heartbroke con tutti i Dukes coinvolti nell’esecuzione. Poi è la volta di The Last Gunfighter Ballad, unico brano non inciso appositamente per il disco (e infatti è eseguito in solitudine) ma ripescato da un tributo a Clark a cui Steve aveva partecipato appunto con questa esecuzione. La facciata tre si conclude con una robusta versione di Out In The Parking Lot in cui il gruppo e il leader sembrano rispolverare certe sonorità ascoltate nei momenti migliori della loro storia.

La facciata finale comincia con una buona She Ain’t Going Nowhere, poi i Dukes virano verso il bluegrass a loro familiare con l’arrangiamento riservato a SiS Draper, Earle imbraccia il mandolino, la Whitmore il violino e la pedal steel s’infila dappertutto.
Robusta e bluegrass oriented (qui il break strumentale finale è fantastico) anche la versione di New Cut Road, che prelude al gran finale, riservato alla più intima Old Friends, cantata con un sacco di ospiti, tutti amici di vecchia data, quasi a conferma del titolo: c’è Emmylou Harris, e c’è l’armonica di Mickey Raphael, e poi le voci di Terry Allen, Jerry Jeff Walker, Rodney Crowell e Joe Harvey Allen. Insomma una sorta di definitiva elegia per il compianto Guy.
Dell’edizione in vinile esistono diverse versioni, quella normale in blue, quella in rosso, quella autografata esclusivamente per i clienti della catena di librerie Barnes & Nobles, quella in vinile trasparenti tirata solo in 200 copie e venduta in Tennessee e Texas, le due case musicali di Steve.

BILL PRICE – Digging Deeper Toward The Sky

di Paolo Baiotti

26 maggio 2019

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BILL PRICE
DIGGING DEEPER TOWARD THE SKY
Grass Magoops 2017

Questo mini album di 5 canzoni per complessivi 26 minuti è il settimo pubblicato da Price, concepito come disco autonomo, ma anche come una specie di coda al doppio I Can’t Stop Looking At The Sky, un progetto ambizioso che comprende anche un libro che ha lo stesso titolo dell’Ep, pubblicato nel 2015. Price sostiene che si tratta di canzoni che, pur avendo un tema comune, come stile e testi non si prestavano ad essere incise con quelle del doppio, trattandosi di brani semplici, diretti e prevalentemente acustici. Libro e album sono ispirati da un viaggio nell’ovest degli Stati Uniti; il progetto completo, frutto di quattro anni di lavoro, comprende un diario di 120 pagine, un libro di 160 pagine con racconti, riflessioni e poesie legate al tema del viaggio e ad altri aspetti della vita, posters, adesivi e memorabilia, venduti insieme sul sito www.billprice.info.
Originario dell’Indiana, Price ha fatto parte negli anni ottanta del gruppo Off The Tracks; nel decennio successivo ha formato il duo acustico The Mighty Quintessentials con Mario Noche e poi il trio The Brains Behind Pa ispirato dalla musica di Bob Dylan che ha pubblicato un ep di musica tradizionale nel 2002 e l’album Better For The Deal nel 2006. E’ approdato all’esordio da solista con Bones & Apples nel 2003, seguito quattro anni dopo dall’Ep The Circus & The Gallows. Alternando attività solista e collaborazioni ha ottenuto una discreta attenzione in Europa e in Australia, nonché in alcune zone degli Stati Uniti.
La scorrevole Ordinary Time apre il dischetto con un riuscito intreccio di mandolino e violino che accompagnano con tonalità country-folk, specialmente nella coda strumentale, la voce melodica di Price, che suona chitarra, organo e armonica, aiutato dalla sezione ritmica di Jamey Reid (batteria) e Jeff Stone (basso). As They Come è una delicata ballata cantautorale con sfumature folk, con un raffinato assolo di chitarra elettrica. Don’t Put The Child Away Too Long ha un’atmosfera più rilassata, mentre Saint Ampersand è un rock brioso venato di influenze rockabilly, che si giova di un impasto insinuante di hammond e chitarra. The Last Refugee chiude sommessamente il disco senza brillare particolarmente ma, complessivamente, in Digging Deeper Toward The Sky Price denota discrete doti di scrittura e di interpretazione.

CITIZEN K – III

di Paolo Baiotti

26 maggio 2019

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CITIZEN K
III
Paraply Records 2018

Citizen K, in arte Klas Qvist, cantautore e chitarrista nonché polistrumentista di Borås, Svezia, è un artista pop-rock che si ispira chiaramente alla scena pop degli anni ‘60 e ‘70, a nomi classici come Beatles, Beach Boys, Electric Light Orchestra, 10CC e Moody Blues, con un pizzico di Steely Dan e Fleetwood Mac, con classe e bravura, aggiornando neanche troppo gli insegnamenti di questi giganti della musica moderna. Le melodie sono la forza principale della musica di Qvist, che sa comporre, arrangiare e suonare con gusto. In questo terzo album, che segue l’ambizioso doppio Second Thoughs, suona quasi tutto lui (basso, percussioni e tastiere oltre alla chitarra), facendosi aiutare principalmente dalla batteria di Kim Gunneriusson e degli effetti sonori di Andreas Holmstedt, con il quale si divide gli oneri della produzione.

In un disco dominato dal tema del viaggio, pur non essendo un concept, non mancano accenni prog e persino un pizzico di southern rock nello strumentale Beasts Of England, ma le melodie pop dominano la scena, specialmente nei cori solari di Let This Be Love e di How Are You Gonna Handle It, nella ritmata Ocean’s Call, nella ballata Cancelled Flight, in And You Danced All Night che sembra un incrocio tra Jimmy Webb e i Beach Boys e nella conclusiva After The Fact.
La voce di Klas sembra a volte un po’ troppo sottile per reggere la scena, tuttavia gli arrangiamenti e le melodie riescono a mascherare questo difetto, contribuendo a un risultato finale più che discreto, consigliato soprattutto a chi apprezza il pop classico.

JOANNE SHAW TAYLOR – Reckless Heart

di Paolo Baiotti

16 maggio 2019

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JOANNE SHAW TAYLOR
RECKLESS HEART
Silvertone/Sony 2019

Scoperta nel 2002 a 16 anni da Dave Stewart degli Eurythmics, ispirata da Jimi Hendrix, Albert Collins e Stevie Ray Vaughan, Joanne ha esordito nel 2009 con White Sugar, seguito l’anno dopo da Diamonds in The Dirt, entrambi su Ruf. Lo stesso anno è stata dichiarata migliore cantante ai British Blues Awards, premio vinto anche nel 2011. Nel 2012 ha accompagnato Annie Lennox al concerto celebrativo del Giubileo britannico, affrontando la prova senza timori o esitazioni. The Dirty Truth e Wild, quarto e quinto disco in studio, sono stati incisi negli Stati Uniti a Memphis e Nashville, dopo il trasferimento dalla madre patria a Detroit. Nel 2018 ha firmato per la Sony, facendosi produrre e mixare in Michigan a poche miglia da casa dall’amico Al Sutton (Greta Van Fleet, Kid Rock) il nuovo album Reckless Heart, nel quale suonano alcuni dei migliori session men locali. Il blues-rock di matrice britannica dei primi tempi si è modernizzato, senza perdere le radici, valorizzando maggiormente le tonalità vocali sporche e arrocchite della Taylor, aggiungendo un pizzico di aggressività e delle venature soul, con dei testi personali influenzati dai momenti positivi e negativi della relazione sentimentale vissuta durante le registrazioni.
L’impetuoso opener In The Mood, con una voce e una chitarra abrasiva e un piano incisivo è seguito dal rock-blues venato di cori gospel di All My Love e dal mid-tempo soul The Best Thing in cui Joanne conferma la duttilità della sua voce, supportata dall’organo di Chris Cadish. L’up-tempo Bad Love è ornato da un rabbioso assolo di elettrica, mentre Creepin’ ricorda il rock potente dei Bad Company, come la successiva ballata I’ve Been Loving You Too Long, che non è quella di Otis Redding, ma non sfigura affatto, a partire dall’intro chitarristica, proseguendo con la sentita interpretazione vocale e con un assolo veemente e drammatico. L’intima e sofferta title track guidata dal basso pulsante di James Simonson, in cui si inseriscono con moderazioni gli archi e dei cori avvolgenti e l’elettroacustica Break My Heart Away ribadiscono la scelta di variare maggiormente il suono, puntando sulla scrittura e sulle doti vocali della Taylor, che si lascia andare nell’energica New 89, passando all’acustica in Jake’s Boogie e chiudendo con la sobria e malinconica ballata It’s Only Lonely.
Un disco che si muove agilmente tra rock, soul e blues, inserendo la Taylor tra le artiste di punta di un genere nel quale la componente femminile è sempre più essenziale.

BOUND FOR GLORY – One Night With Bound For Glory

di Paolo Baiotti

16 maggio 2019

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BOUND FOR GLORY
ONE NIGHT WITH BOUND FOR GLORY
Autoprodotto 2019

Bound For Glory è un progetto e una band che nasce dall’unione di musicisti prevalentemente emiliano-romagnoli, guidato dalle voci dei riminesi Lorenzo Semprini (Miami & The Groovers) e Marcello Dolci (Nashville & Backbones) e del milanese Daniele Tenca (titolare di cinque pregevoli dischi solisti). Si definiscono giustamente “una band di 11 elementi che ripropone il sound delle Seeger Sessions di Bruce Springsteen con altre incursioni in chiave folk”. Da sempre appassionati del Boss, in effetti basano il loro repertorio sul disco e sui concerti delle Seeger Sessions, aggiungendo altri elementi della tradizione folk/roots americana. Si potrebbe dire che in questo non c’è nulla di originale, che sono una specie di cover band…ma sarebbe riduttivo, perché la bravura, l’entusiasmo e la capacità che dimostrano negli arrangiamenti li pone ben al di sopra di qualsivoglia cover band. Il cd appena uscito, reperibile tramite la pagina facebook https://www.facebook.com/seegerband o la mail bigliettissb@gmail.com è stato registrato dal vivo al Teatro Comunale di Cesenatico il 2 febbraio di quest’anno ed è la prova di quanto ho appena affermato. Per valutare il livello del progetto basta il primo brano, il tradizionale Hard Times Come Again No More, aperto a cappella dalla voce di Tenca con i backing vocals, in cui si inseriscono gradatamente chitarra acustica, sezione ritmica, il piano di Michele Tani, la fisarmonica di Fabrizio Flisi, il violino di Elisa Semprini e il sax di Massimo Semprini. La vivace e trascinante Old Dan Tucker e lo scatenato western-folk di Jesse James (con Lorenzo voce solista) alzano il ritmo con un finale strumentale degno del carnevale di New Orleans, mentre Eyes On The Prize con le voci soliste che si alternano ha un pregevole arrangiamento cadenzato tra gospel, soul e rhythm and blues. Citare tutti i brani sembra quasi superfluo…non ci sono punti deboli. Mi limito alle versioni di tre tracce di Springsteen: un’intensa The Ghost Of Tom Joad con le voci di Tenca e Dolci che si alternano, la pedal steel di Eugenio Poppi e il violino protagonisti nelle parti soliste e i fiati nel finale, Long Time Comin’ con Lorenzo in primo piano e la sofferta My City Of Ruins ammantata dai fiati e dai cori. E poi ancora Erie Canal con ospite Riccardo Maffoni, il trascinante irish folk di American Land e le due ultime tracce, una scanzonata This Train Is Bound For Glory con spazio per i tre cantanti e per ogni strumentista e I’ll Fly Away, gospel tradizionale che chiude il disco con sobrietà. Spettacolo da vedere assolutamente se passa dalle vostre parti; diversamente il cd, inciso con la giusta attenzione, può essere un ottimo rimpiazzo.

JAIMEE HARRIS – Red Rescue

di Paolo Crazy Carnevale

7 maggio 2019

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JAIMEE HARRIS – Red Rescue (Self production, 2018)

La bionda in rosso che guarda imbambolata dalla copertina di questo primo disco è proprio lei, Jaimee Harris, ma non sembra la stessa Jaimee vista sui palchi italiani lo scorso autunno. Per fortuna si tratta solo di una questione di look da copertina e non degli abiti musicali.

Dentro il disco invece c’è la stessa, interessante cantautrice vista in concerto. Una donna dalla bella voce, dalle sonorità a cavallo tra certo country-rock del giorno d’oggi e quelle folkie che sembrano riuscirle meglio: d’altra parte è texana, di Waco, e il suo quartier generale è ad Austin, la città che contende a Nashville (o viceversa) il primato di città più musicale d’America.

Red Rescue è un bel disco, senza troppi fronzoli, prodotto con attenzione e con lo scopo di mettere in risalto il talento della titolare: operazione riuscitissima grazie al buon lavoro di Craig Ross (Lenny Kravitz, Patty Griffin, Califone, Nathalie Merchant tra i suoi clienti), che oltre che sedere alla consolle si occupa di chitarre, tastiere, basso e tutto ciò che capita a tiro quando serve. Poi a dare un rinforzo ci sono Mike Hardwick (chitarrista e producer per Robyn Luttwick, John Dee Graham, Eliza Gylkinson e altri), il compianto Jimmy Lafave che canta nella title track, il chitarrista Mike Patterson.
E il tutto contribuisce a rendere il disco un bel debutto, a cavallo tra suono moderno (chitarre un po’ in odor di anni ottanta) e vecchia scuola a base di chitarre acustiche, un po’ come nei dischi del vecchio Townes Van Zandt.

Se la prima traccia, Damn Right, è un buon riscaldamento che non si fa notare più di tanto, il disco decolla con Creatures e prende la via con Depressive State, brano autobiografico ben riuscito, con la chitarra che imita un mandolino. Catch It Now è la prima grande canzone del disco, chitarra acustica suonata alla vecchia maniera e la voce di Jaimee che vien fuori nel migliore dei modi.

La quinta traccia è quella che intitola il disco e che rimanda direttamente all’abito (meglio dire alla vestaglia) che Jaimee indossa in copertina, è un altro brano solido, ben sviluppato e arrangiato, impreziosito, come si diceva, dalla voce di Lafave.
Fake è una ballata pianistica ed intimista, con la voce in crescendo che s’impadronisce in toto della canzone; country rock invece per Hurts As Good As It Feels, con un attacco di chitarra quasi rollingstoniano, bella mescola di suoni e pedal steel (Hardwick?) che si intrufola su un supporto dai richiami hammond che risulta vincente sotto goni profilo. Non da meno è Forever in cui Jaimee usa la voce con enfasi particolare, poi Snow White Knuckles conclude l’infilata di brani memorabili, chitarre lancinanti, distorsori, organo, chitarre baritonali, incedere accattivante, la solita bella voce.

Un po’ sottotono il brano che conclude il disco, invece: Where Are You Now, molto raccolta ed intima, non brutta, ma meno incisiva.