Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

TIM GRIMM – A Stranger In This Time

di Ronald Stancanelli

24 aprile 2017

tim grimm

TIM GRIMM
A STRANGER IN THIS TIME
IRD APPALOOSA 2017

Tim Grimm mi ricorda indelebilmente ed in modo profondo un capolavoro cantautoriale del 1989, l’album Eagles in the Rain di Tom Pacheco. Lo stesso feeling, la stessa grinta, lo stesso pathos, la stessa profondità della voce e lo stesso eccellente ritmico incedere dei suoni.

Disco straordinario era quello di ormai una trentina di anni fa e disco straordinario è questo uscito da pochi giorni.
Tim Grimm ha coltivato un suo sogno facendolo poi avverare, che era quello di suonare o addirittura collaborare col suo idolo Ramblin’ Jack Elliot. Nel corso degli anni ha estrinsecato tutta la sua vena artistica e poetica in 12 album, questo dovrebbe essere il tredicesimo, nell’ aver studiato recitazione accanto ad Harrison Ford, nell’aver partecipato a vari film e serie tv e nell’aver diviso il palco con il poeta Wendell Berry. ( *vedi in fondo)

La sua voce calda, profonda, intensa come dicevamo assomiglia in modo notevole a quella di Tom Pacheco pur non disdegnando qualche lieve assonanza con John Prine o Johnny Cash e i suoi racconti in musica potrebbero attraversare un universo straordinario di artisti che abbiamo nel corso degli anni, o del tempo, assaporato tutti con piacere e giusta moderazione; quindi il percorso di questo interessante e bravissimo artista può tranquillamente scorrere vicino e parallelo a quelli appunto di Pacheco, Cash, Prine ma possiamo tranquillamente aggiungere a questa gloriosa schiera ovviamente Ramblin’ Jack Elliot ma anche i Wilco, Woody Guthrie, Butch Hancock, Hank Williams Jr, Jim Ringer, Country Joe Mc Donald, Pete Seeger & Arlo Guthrie. Insomma una bella fetta di atmosfera della storia musicale che ci ha attraversato in questi decenni è presente in questo ottimo A STRANGER IN THIS TIME che la IRD/Appaloosa distribuisce nel nostro paese con anche un tour che in questi giorni tocca varie cittadine sulle cui date potete aggiornarvi in rete. Nella data di Vicenza del 29 aprile Grimm sarà accompagnato nella serata da un altro splendido cantautore, quel Lance Canales autore dell’eccellente THE BLESSING AND THE CURSE del quale parlammo su queste pagine proprio un anno fa!

Tornado a Grimm il disco è accreditato a Tim Grimm e Family Band essendo lui in detto contesto accompagnato dalla moglie Jan Lucas all’armonica e alla voce e dai due figli, Connor e Jackson rispettivamente al basso e alle chitarre , banjo e mandolino. Album inciso nella tranquilla solitudine di uno studio di registrazione ubicato nella di lui casa, il disco in undici brani regala sensazioni ed emozioni a profusione. Nel libretto interno i testi sia in lingua originale che nella traduzione italiana raccontano del proprio territorio e conseguentemente delle stesse radici, del cambiamento in peggio che sta subendo il nostro pianeta, di ricordi di persone care, di vividi ricordi familiari ove è intenso in Thirteen Years e Finding Home un parallelo con le tematiche del mai dimenticato Jim Ringer.

Un disco sincero, vero ed appassionato, sicuramente personale, che attraversa però argomenti cari a tanti con ballate poeticamente importanti e penetranti.

Un album di cantautorato folk/country che affonda le sue avvolgenti radici nel terreno più caro a chi guardando avanti cerca avidamente il sole più caldo e dolce nel proprio futuro mentre camminando si accorge che ad entrambi i lati del percorso tutto sia pregno delle peggiori componenti che il presente possa darci, anzi obbligarci a subire.

Grande disco per un personaggio estremamente valido che appunto sembra provenire dal nostro miglior passato musicale e che è ingentilito dalla presenza discreta e delicata di Hannah Linn alle percussioni e Diederik Van Wassenaer al violino. Di una semplicità disarmante la copertina che riassume in questo semplice disegno il bisogno di unicità e poca complessità di cui tutti forse abbiamo bisogno.

* Nota
Wendell Berry (Henry Count, 5 agosto 1934) poeta dell’America rurale come è stato definito dal New York Times è autore di oltre quindici libri oltre a una miriade di saggi e poesie.Laureatosi nell’Università del Kentucky ha insegnato letteratura e scrittura creativa in varie sedi universitarie. E’ poi tornato nel suo stato, ove la sua famiglia risiedeva dal 1800 e coltiva da decenni 125 acri dei suoi terreni seguendo metodi tradizionali e biologici. I suoi scritti pongono l’evidenza su ambiente, agricoltura, famiglia, comunità tradizionali e responsabilità dell’essere umano oltre che coesistenza fra uomo e natura. Vari suoi libri sono usciti nel nostro paese a cura prima della Editrice Fiorentina e poi per la torinese Lindau. Mangiare è un atto agricolo. La strada dell’ignoranza e Il corpo e la terra sono tre tomi che consigliamo per conoscere detto importante autore.

VINNY FAZZARI – Live Life Long

di Paolo Baiotti

23 aprile 2017

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VINNY FAZZARI
LIVE LIFE LONG
Avalon Phenom Records 2015

Originario di Avalon, l’unica città dell’isola di Santa Catalina in California nella contea di Los Angeles, Vinny Fazzari è sempre vissuto nell’ambiente musicale come musicista, ingegnere del suono (tra gli altri con Bob Dylan, John Trudell e gli Earth Wind & Fire) e produttore. Proprietario di uno studio di registrazione a Santa Monica, lo ha venduto per provare a sfondare come musicista in Europa. Si è trasferito ad Amsterdam, ha formato una band con Ivo Severijns e Gus Genser (Herman Brood & Wild Romance) e John Hayes (ex Mother’s Finest) e si è inserito nel circuito dei clubs nordici con discreto successo, lanciando le sue composizioni influenzate dai Beatles, melodiche, ottimistiche, ricche di humor e di ricordi di viaggi, cantate con una voce intonata e morbida che può ricordare Al Stewart o il primo David Bowie. Questo tentativo di carriera solista è stato bloccato da una grave malattia della madre che lo ha convinto a tornare a Los Angeles rinunciando per qualche anno ai progetti musicali. Finalmente nel 2015 Fazzari è riuscito a riorganizzarsi e a registrare Live Life Long, un album nel quale ogni canzone è collegata come in un concept, scritto e suonato quasi interamente da solo (voce, chitarra, basso, tastiere, armonica), anche se non mancano alcune collaborazioni, compresa una sezione di fiati e di archi.

L’unica cover del disco è una strana e originale versione di Somewhere Over The Rainbow di Harold Arlen con ritmica e percussioni caraibiche. Si fanno preferire la melodica ballata Amsterdam, dedicata alla sua città adottiva e arrangiata con gusto, la successiva Your Dress che ci trasporta sulle spiagge messicane con echi beatlesiani, Hold Me Close Tonight tra Beatles e rock FM, il blues dolcemente psichedelico di I Have Seen The Light e la conclusiva Welcome To My Home dove la voce ricorda non poco David Bowie, mentre risultano meno incisive le melodie di Music Box, l’orchestrale title track e l’omaggio a Los Angeles di In LA. In un disco dedicato alla madre (ringraziata per avergli donato la passione per la musica), non poteva mancare un brano morbido e nostalgico come It’s A New Beginning che riafferma il forte legame materno. Disco consigliato agli appassionati di cantautori melodici, molto curato anche nel packaging.

RIVERS OF ENGLAND – Astrophysics Saved My Life

di Paolo Baiotti

18 aprile 2017

RIVERS OF ENGLAND
ASTROPHYSICS SAVED MY LIFE
Rivers of england 2016

Rivers Of England sono una band di alternative-folk inglese, o meglio un collettivo che ha come attuali membri fissi il leader Bob Spalding (voce, chitarra, tastiere), Brian Madigan (batteria), Jacob Tyghe (basso), Roz Kerenza (violino), ai quali si aggiungono più o meno sporadicamente Neil Gay e Innes Sibun (chitarra), Annie Thyhurst (violoncello), Bill Owsley (basso) e Patrick Morgan (batteria). La musica della band, caratterizzata dalla voce di Bob che sembra un incrocio tra le tonalità di Sting e di Chris Martin (Coldplay), viene considerata un folk impregnato di influenze jazz, rock e blues, paragonabile al grande autore e chitarrista John Martyn e allo scozzese Alasdair Roberts. Spalding ha spiegato che il nuovo album è influenzato dall’acqua con frequenti riferimenti a fiumi e mari, accanto a temi più personali come relazioni fallimentari, solitudine, problemi mentali, ricordi di famiglia, amore universale. Insomma, un crogiolo di elementi riflesso da una musica prevalentemente bucolica e pastorale, rappresentata anche dalla quieta trasmessa dalle foto di copertina. A due anni dall’esordio Of Trivial & Gargantuan, questo disco appare più complesso e arrangiato con cura, giocato su un interessante alternanza e miscela di strumenti elettrici ed acustici, avvolti da un uso importante degli archi. La ritmata opener In Universe In Universe è costruita con cambi di ritmo calibrati, seguita dalla morbida You, Me And The Sea. Nella title track emerge la chitarra bluesata di Innes Sibun (già con Robert Plant), mentre la delicata Underneath The Moon, riflessione sul fallimento di una relazione, ha un animo tipicamente britannico, pur risultando un po’ appesantita dagli archi. Spalding esegue con bravura tracce più semplici e malinconiche come Norfolk e In The Barney. Ogni tanto affiora un po’ di tedio in brani come Waves, Urgh Work e Born For This per la prevalenza di tempi medi quietamente eseguiti e per il falsetto di Spalding, ma Astrophysics Saved My Life è un disco che merita più di un ascolto, a condizione di essere nella giusta disposizione d’animo per assorbirlo con i tempi necessari.

JESSE DAYTON – The Revealer

di Paolo Baiotti

29 marzo 2017

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JESSE DAYTON
THE REVEALER
Blue Elan Records 2016

Nato a Beaumont (come Johnny Winter), il texano Jesse Dayton è emerso nel ’95 con l’esordio Raisin’ Cain, un disco di americana con dosi importanti di country e un’indiscutibile influenza punk. Molto stimato come chitarrista, tanto da accompagnare grandi del country come Waylon Jennings, Kris Kristofferson, Willie Nelson e Ray Price, ha creato una sua label nel 2002, la Stag Records, incidendo cinque album in studio, un live e un disco di duetti oltre a un paio di colonne sonore nelle quali si è manifestata la sua duttilità (parliamo di film horror di Rob Zombie…non un regista da country radiofonico). Entrato in questo circuito, ha partecipato ad alcuni film e tv movies, scritto sceneggiature, diretto il film horror Zombex, recitato a teatro interpretando il ruolo di Kinky Friedman, suonato come chitarrista nella band di John Doe (X) e prodotto dischi per musicisti non proprio convenzionali (Eddie Spaghetti dei Supersuckers). Questo fervore ha rallentato la sua produzione discografica, ma non i tour, sempre appassionati e applauditi.

A quattro anni di distanza dal tributo a Kinky Friedman e a sei da One For The Dance Halls (il più recente album di brani autografi), Jesse torna con The Revealer, un disco che lo riporta all’attenzione del pubblico country-roots e nel quale appare convinto e motivato. Dodici brani incisi a Houston dove ritroviamo i tratti fondamentali della sua musica: un country ruspante, lontano dalla prevedibilità del mainstream radiofonico, influenzato dal rock and roll e dal rockabilly, con un’attitudine punk, espresso con una profonda voce baritonale che in certi momenti ricorda Waylon Jennings e in altri band di confine come Jason & The Scorchers.

Tra i brani di The Revealer spiccano la ballata Possum Ran Over My Grave (tributo a George Jones anche nelle tonalità vocali), la ritmata 3 Packer Goat scritta con Hayes Carll, il rockabilly-country Daddy Was A Badass, il rock and roll alla Little Richards di Holy Ghost Rock ‘n’ Roller percorso dal piano di Riley Osbourne, il country-rock Eatin’ Crow And Drinkin’ Sand e due eccellenti ballate acustiche, il folk-blues Mrs. Victoria (Beautiful Thing) e la conclusiva Big State Motel, intenso ritratto di un risveglio on the road. The Revealer è un disco sincero, intenso e riuscito, scritto e suonato con passione e buon gusto.

OSBORNE JONES – Only Now

di Paolo Crazy Carnevale

14 marzo 2017

Osborne Jones

Osborne Jones – Only Now (Continental Song City/IRD 2016)

Un country singer? Un duo? Una band? La confusione è dettata dal fatto che di qualunque cosa si tratti il nome sembra quello di un solista: a ben vedere però il cantante di questo disco è indicato nel booklet come David-Gwyn Jones e più avanti troviamo un chitarrista di nome David Osborne, il che fa passare alla conclusione più logica, vale a dire che Osborne Jones sia un duo o quanto meno un gruppo che trae il nome dai cognomi dei due personaggi principali, tesi avvalorata dal fatto che nel booklet l’unica foto ritrae solo due persone, di età intorno ai 45-50 anni.

Parlavo in apertura di musica country, genere in cui l’etichetta olandese responsabile del disco è specializzata, country ben suonato anche se non particolarmente entusiasmante o originale stavolta, devo ammettere che le proposte della Continental Song City mi avevano viziato in precedenza (con Wink Burcham e Carter Sampson) e questo disco molto sdolcinato mi ha un po’ deluso. Per carità, il cantante è ottimo, e in alcuni brani, come la title track e You Used sono riscontrabili alcune apprezzabili similitudini con l’Elvis Presley più country. Quello che manca sono decisamente le liriche: qui si ripercorrono le orme sonore della scuola texana dei singersongwriter filtrata attraverso l’imprescindibile country di Bakersfield (il disco è inciso in California), ma a lungo andare le dieci canzoni d’amore che compongono il disco rischiano davvero di far venire il diabete.
La produzione è affidata a Rick Shea, non a caso uno che col sound di Bakersfield ha legami profondi, come del resto il chitarrista Pete Anderson, presente su You Used, ma troviamo ospite anche il mitico Jerry Donahue e in tre brani il batterista Don Heffington. Bene escono senz’altro i suoni delle chitarre, che siano quelle degli ospiti o quelle del produttore, che passa con disinvoltura dall’elettrica, alla pedal steel, all’acustica al mandolino, ma la cosa non va oltre.

La copertina non aiuta ad invitare all’acquisto; oltre ai brani citati non è male l’iniziale Down In Austin, ma dopo poche canzoni il disco non riserva ulteriori sorprese. Peccato.

PANDORA – Ten Years Like In A Magic Dream

di admin

6 marzo 2017

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PANDORA – Ten Years Like In A Magic Dream (AMS Records, 2016)

Nati nel 2006 dal comune amore di un padre e un figlio per il “Progressive Rock”, i Pandora ritornano dopo diverse prove con questo Ten Years Like In A Magic Dream, un importante manifesto della loro visione sonora, che guarda al passato pur non radicandovisi perdutamente.

Con una buona esperienza alle spalle (Dramma di Un Poeta Ubriaco, Sempre e Ovunque Oltre Il Sogno, Alibi filosofico e l’Ep digitale Sprouts of Life, per finanziare la ricerca contro il cancro, Beppe e Claudio Colombo, i fondatori della formazione, proseguono con questa “antologia di inediti” la loro personale contaminazione tra i tipici toni del Prog sinfonico (per usare le consuete etichette) di: Emerson, Lake And Palmer, Genesis, Yes, in primis, ma anche Orme, Banco del Mutuo Soccorso e le angolari ed “energetiche sterzate” elettriche care tanto ai Dream Theater, quanto a molte attuali formazioni “neo prog”. Ten Years Like In A Magic Dream, rappresenta effettivamente un incontro tra questi due versanti, con un gradito sbilanciamento sul fronte sinfonico ben evidenziato dal notevole e versatile lavoro tastieristico di Corrado Grappeggia particolarmente efficace al synth. Il progetto vanta inoltre la prestigiosa partecipazione di alcuni ospiti illustri tra cui: Vittorio Nocenzi (Banco Del Mutuo Soccorso), David Jackson (Van Der Graaf Generator), Dino Fiore (Castello di Atlante) e Andrea Bertino (Rondò Veneziano, Archimedi, Castello di Atlante) che impreziosiscono alcune tracce con il loro contributo.

Pubblicato per AMS/BTF Records di Matthias Scheller, Ten Years Like In A Magic Dream conferma ancora la partecipazione dell’artista e pittrice Emoni Viruet ora vocalist ufficiale e da tempo importante ispirazione creativa del gruppo con le sue fantasiose opere e copertine.

Il repertorio dell’album spazia dall’esecuzione di brani propri, tra cui quattro classici cantati in inglese per l’occasione, alla rilettura di alcune pagine fondamentali di: Genesis, Yes, Emerson, Lake And Palmer, Banco e Marillion.

All’ascolto, i Pandora dimostrano competenza nell’affrontare il ricco repertorio prog,
affiancato a pagine personali ricche di rimandi e soluzioni che sicuramente delizieranno gli appassionati; a tal proposito è interessante citare Temporal Transition Passaggio Di Stagioni (Canto Di Primavera) che nasconde una piccola sorpresa raccontando inoltre un curioso aneddoto risalente alle origini della band nel lontano 1998…

Non svelerò altro, il segreto è gelosamente custodito in Ten Years Like In A Magic Dream, non rimane che ascoltarlo…
In definitiva, ciò che si percepisce qui è la particolare e sincera ammirazione per una tradizione musicale in grado di regalare emozioni uniche influenzando per decenni la crescita di ogni ascoltatore, aspetto da promuovere e premiare sempre e costantemente.

Marco Calloni.

THE COAL PORTERS – No. 6

di Paolo Crazy Carnevale

28 febbraio 2017

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THE COAL PORTERS – “No. 6” (Prima Records 2016/Hemifran/IRD)

Il vecchio buon Sid Griffin! Un grande della musica Americana, in tutti i sensi, da quella di estrazione garage/psichedelic rock degli esordi alla personale rivisitazione del verbo country rock di cui è sempre stato un seguace attento e irreversibile, fino alla musica contenuta in questo suo ultimo prodotto, inciso con i Coal Porters, la band che ha fondato e che guida dalla fine degli anni ottanta.

Diciamolo subito però, i Coal Porters non sono la band di Sid, ma Sid è piuttosto uno dei Coal Porters, quanto meno in questa versione del gruppo: e diciamo anche che i Coal Porters non sono un gruppo bluegrass come piuttosto sbrigativamente vengono spesso liquidati (non che il bluegrass sia una cosa sbrigativa o trascurabile), quanto piuttosto un progetto musicale che partendo da una strumentazione bluegrass offre un repertorio che sta perfettamente in bilico tra la tradizione americana e quella britannica, qui ben rappresentata dal modo di cantare di Neil Robert Herd, principale collaboratore di Sid in questo disco. Se proprio vogliamo dare una definizione della musica del quintetto, visto il carattere abbastanza intimo delle composizioni, potremmo parlare di bluegrass cameristico. Se il termine vi piace.

Non so a cosa sia dovuto il titolo del disco, questo non è comunque il sesto disco della formazione, che ne ha al suo attivo quasi il doppio anche se c’è un po’ di confusione, perché ci sono quelli di studio, ci sono i tributi live a Gram Parsons e a Chris Hillman, ci sono gli EP, in nessun modo però, sottraendo questo o quello si arriva al numero sei…

Poco importa, ciò che conta è che il disco è buono, dura il giusto (quasi quaranta minuti, come i vecchi LP) e la miscela tra i brani e l’ispirazione a cui sono dovuti sono convincenti. La voce di Griffin è un po’ affievolita ma mantiene le sue caratteristiche, e Herd lo supporta bene, occupandosi in misura uguale della voce solista nella porzione di brani a lui dovuta.

Come si diceva la strumentazione è classicamente bluegrass: mandolino, banjo, chitarra, violino e contrabbasso ma siamo lontani da quello che potremmo definire bluegrass moderno (tipo il The Mountain di Steve Earle), qui siamo alle prese con canzoni vere e proprie, anche lunghe. Si aprono le danze con una delle cose migliori e più spiritose del disco, The Day The Last Ramone Died, dedicata al celebre gruppo punk di New York dei Ramones, una riflessione amara sul fatto che non ne è sopravvissuto neppure uno, con tanto di tipico “Gabba Gabba Hey” nel refrain. Save Me From The Storm firmata e cantata da Herd è invece più composta, impostata, non male ma diversa. The Blind Bartender, lungo racconto di oltre sette minuti è opera invece di Griffin – che in questa versione dei Coal Porters è anche mandolinista – una storia quasi western con tanto di atmosfere morriconiane suggerite dall’inserimento della tromba. Lo strumentale Chopping The Garlic – che razza di titolo! – è firmato dalla violinista Kerenza Peacock (che suona abitualmente anche con la famosissima Adele) ed è forse il brano più bluegrass del lotto, con bei break di tutti gli strumenti, come da copione. Salad Days è di nuovo di Griffin, mentre Unhappy Anywhere è di Herd, molto british ma con un bel dobro suonato da Herd medesimo. Train No. 10-0-5, ancora di Griffin, è il brano che richiama maggiormente alla memoria i Long Ryders, come tipo di composizione, mentre in Play A Tune, la Peacock oltre che autrice è anche cantante e ci offre uno stile vocale spiazzante, molto classico e al tempo stesso molto in libertà anche per via della metrica asimmetrica dei versi, interessante. Si prosegue con un altro brano di Herd intitolato The Old Style Prison Break dalle connotazioni meno british dei suoi altri contributi al disco. La chiusura del disco è affidata ad una cover in chiave Coal Porters del classico degli Only Ones Another Girl Another Planet, quasi a chiudre un cerchio che si era apertsa con la citazione dei Ramones all’inizio: assolutamente riuscita ed in linea con lo stile del quintetto, che oltre ai già citati Griffin, Herd e Peacock si completa con Paul Fitzgerald al banjo e Andrew Stafford al contrabbasso.

RAMI AND THE WHALE – Rami And The Whale

di Paolo Baiotti

22 febbraio 2017

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RAMI AND THE WHALE
RAMI AND THE WHALE
Wooden Shrine 2016

Rami And The Whale è il progetto solista di Rasmus Blomqvist, cantautore svedese già membro dei Ginger Trees e del duo Holy Farmers, comprendente dodici brani scritti nell’arco di dieci anni e incisi in vari studi locali tra il 2015 e il 2016. Affiancato principalmente da Kristin Freidlitz al violino in quattro brani, Erik Lundin al flauto e Henri Gylander (autore della copertina) alla chitarra solista in due brani e da alcuni batteristi, Rasmus si occupa di tutti gli strumenti prevalentemente acustici e viene aiutato saltuariamente nelle armonie vocali.

Influenzato dall’indie-folk con una sfumatura di pigrizia e di calma che richiama i paesaggi della sua terra e completato da testi con un fondo di misticismo e di riflessioni sulla complessità della vita, Rasmus predilige arrangiamenti acustici essenziali e minimalisti, perfetti per avvolgere l’eccellente ballata The Unfinished Song, impreziosita sullo sfondo da un malinconico violino e Autumn Song, dove spiccano gli arpeggi della chitarra acustica e l’inserimento di un flauto bucolico, due brani caratterizzati da melodie immediate e accattivanti. Nell’eterea River e nella raffinata I Am Rami, valorizzata anche dalla seconda voce di Jonte Johansson, si rispecchia il lato più riflessivo del disco, mentre un discreto arrangiamento elettrico interviene nel più convenzionale mid-tempo Poorhouse. Un po’ di tedio affiora tra Echoes Of The Matter e Alien, anche per l’interpretazione vocale teatrale, ma nella parte finale l’oscura Shipwreck, la ballata elettrica Waiting, la diafana Kitchen Song e l’acustica Tiny Seed fanno propendere per un giudizio complessivamente positivo, a condizione di avere la calma e la pazienza per assorbire un disco placido e posato.

JIM WURSTER – No Joke

di Paolo Baiotti

12 febbraio 2017

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JIM WURSTER
NO JOKE
Black Janet Music 2016

Le strade della musica sono misteriose, specialmente in un periodo confuso come questo. Così capita di parlare di personaggi come Jim Wurster, insegnante e musicista della Florida del Sud che, giunto al termine della carriera scolastica, sta pensando di dedicarsi a tempo pieno alla musica dopo 33 anni trascorsi in classe. Non che in questo periodo abbia rinunciato alla sua passione: prima con i Black Janet, poi con gli Atomic Cowboys e infine da solo ha portato avanti la sua idea di Americana con dignità e convinzione.

L’idea di No Joke è nata da un’intuizione di Vinnie Fontana, esperto musicista e produttore in passato associato con Sly Stone, Betty Wright e Timmy Thomas, che gli ha suggerito un remake di Love Thirsty, un brano dei Black Janet. Da qui si è sviluppato un progetto finanziato da Fontana che ha selezionato anche i musicisti tra i session man della zona, suggerendo a Jim di affiancarsi ad alcune voci femminili e richiamando Frank Binger (batteria) e Bob Wlos (pedal steel) degli Atomic Cowboys, anche se la house band è formata da Jimi Fiano alla chitarra, Guido Marciano alla batteria, Dean Sire e Phil Bithell alle tastiere. No Joke è il sedicesimo disco di Wurster, a due anni dal precedente Raw, che ha ottenuto buoni riscontri in Europa.

Jim è un compositore di roots-rock, influenzato da Bob Dylan e Neil Young, del quale esegue una morbida e bluesata cover di Down By The River quietamente psichedelica, accompagnato dalla voce di Daphna Rose, mentre in Yes They Did, cantata in duetto con Karen Feldner, è evidente il debito con il recente premio Nobel. Psychedelic Hindu Guru rispecchia il titolo con le sue influenze lisergiche, Into The Night ha un sapore notturno e tonalità vocali alla Simple Minds, Love Thirsty è un rock dalla melodia epica con una batteria troppo uniforme ed echi di new-wave britannica. Questo brano chiude il disco con un’atmosfera opposta a quella dell’opener No Joke, duetto country-rock con Trish Sheldon, cantante dei Blue Sky Drive, band di Miami, illuminato dalla pedal steel di Bob Wlos. Jim Wurster è discreto sia come compositore che come cantante…il problema è che come lui ce ne sono tanti, magari più giovani, affamati e appoggiati dalle case discografiche. Ricavarsi uno spazio non è facile, vedremo se Jim riuscirà ad allargare la sua nicchia.

SHARON GOLDMAN – KOL ISHA (A Woman’s Voice)

di Paolo Baiotti

12 febbraio 2017

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SHARON GOLDMAN
KOL ISHA (A Woman’s Voice)
sharongoldmanmusic 2016

Cantautrice newyorkese di estrazione ebraica, Sharon ha già pubblicato Shake The Stars (2006), Sleepless Lullaby (Ep 2010) e Silent Lessons (2014) prima di questo Kol Isha, realizzato con l’aiuto di una campagna su Pledge Music. Nativa di Long Island, è cresciuto tra balletti, libri e la musica di Billy Joel. Dopo essersi allontanata dall’ambiente religioso ortodosso, è vissuta a New York lavorando come giornalista e redattrice e si è sposata. Nel 2000 ha scoperto la scena degli “open mike” (microfoni aperti) dove artisti sconosciuti hanno tuttora l’opportunità di esibirsi, tre anni dopo ha divorziato, ha venduto il suo appartamento e si è dedicata alla musica trovando un discreto riscontro negli ambienti indie, dei college e delle radio pubbliche, ricavandosi una nicchia non irrilevante. Kol Isha rappresenta un cambiamento di direzione, basato su una profonda rivisitazione della sua fanciullezza vissuta nell’ortodossia ebraica e sul viaggio di crescita che l’ha portata ad allontanarsi da queste radici senza rinnegarle. Lo stesso titolo si fonda sulla tradizione di alcune comunità ebraiche tradizionali dove non è permesso alle donne di cantare in pubblico in presenza di uomini. Invece Sharon non solo ha deciso di farlo, ma è impegnata in varie associazioni di artisti e compositori, scrive un blog piuttosto conosciuto e cura una rassegna di autori.

In Kol Isha i testi assumono un’importanza primaria, ma Sharon non trascura l’aspetto musicale, basato principalmente sulla sua voce limpida e quieta, affiancata da un accompagnamento moderatamente elettrico fornito dalla chitarra di Stephen Murphy, coproduttore del disco, che spesso intreccia l’acustica o il piano della Goldman, dal basso di Craig Akin e dalla batteria di Dan Hickey, con qualche incursione delle tastiere e del violino di Laura Wolfe e dell’oud (strumento a corde di origine persiana) di Brian Prunka. Gli accenti bluesati di In My Bones, Song Of Songs e della mossa The Sabbath Queen, le influenze di Americana in Lilith e quelle tradizionali di The Bride, dove il matrimonio è visto non come l’inizio di un viaggio ma come l’inizio della fine, oltre alla pianistica ballata Land Of Milk And Honey cantata parzialmente in ebraico, mi sembrano le tracce più interessanti di un lavoro pacato nel quale primeggiano i toni morbidi e riflessivi.

SIMON HUDSON BAND – Earthman

di Paolo Baiotti

8 febbraio 2017

simon hudson[202]

SIMON HUDSON BAND
Earthman
Songs And Whispers 2016

Cantautore australiano di Melbourne, Simon ha una discreta fama in patria dove ha spesso portato in tour la sua musica, con un paio di puntate europee focalizzate soprattutto sulla Germania. Influenzato dai Crowded House del neozelandese Neil Finn e da Paul Simon, legato a un formato di canzone tra pop, folk e roots, con una passione per le percussioni africane e i ritmi brasiliani e una preferenza per atmosfere acustiche o moderatamente ballabili, ha esordito con l’Ep Time And Space nel 2012, seguito da tre singoli che fanno parte del primo album Earthman, finanziato anche con un crowfunding sulla piattaforma Pozible La band è formata da Simon (voce e chitarra) Oscar Poncell (chitarra), Andrew Arnold (tastiere), Tom Krieg (basso) e Geoffrey Worsnop (batteria), ma in studio hanno un ruolo importante anche il sax di Omid Shayan, il trombone di Paris Gadsden e la tromba di Tristan Ludowyk.
Gli undici brani del disco alternano i ritmi latineggianti di New Religion e Something Real dove i fiati hanno uno spazio importante, a ballate intime come I Know You’ll Be Alright, a tracce pop più ritmate come Mobile Phone Love spruzzata di reggae, l’opener Do Me A Favour (primo singolo già uscito nel 2014) e Rolling, a momenti influenzati dalla musica brasiliana come Gone A Long Time che viene anche ripresa in un trionfo di percussioni, per finire con la riflessiva Song About Us, costruita e arrangiata con cura. Nulla di rivoluzionario o di geniale…un disco vario e gradevole che evidenzia un nuovo autore con discrete prospettive.

U.S. RAILS – Ivy

di Paolo Crazy Carnevale

8 febbraio 2017

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U.S. Rails – Ivy (Blue Rose 2016)

Sono sulla breccia da qualche anno questi “binari americani”, distribuiti in maniera indipendente in patria e accasati presso la germanica Blue Rose per quanto riguarda il mercato europeo, dove si presentano pretenziosamente come alfieri di un suono che si rifà abbondantemente alla west coast più gloriosa. In realtà sono dei rockettari che provengono da diverse esperienze e amano autodefinirsi supergruppo, proprio come era di moda chiamare certe band negli anni settanta.

In realtà nessuno di loro ha un pedigree abbastanza altisonante da potersi considerare star in proprio, nemmeno quel Joseph Parsons che di questi U.S. Rail è stato membro in anni passati (e che aveva fatto parte di un altro supergruppo fittizio di casa Blue Rose negli anni novanta, quegli Hardpan finiti presto e giustamente nel dimenticatoio).

Illazioni a parte, che siano star o meno, questi U.S. Rails non sono male, il disco si ascolta piacevolmente anche se tutto sa di già sentito: nelle comunicazioni ufficiali si annunciano come ispirati da CSN o Eagles: sinceramente dei primi si avvertono echi vagamente stillsiani solo in Way Of Love, seconda canzone del disco (ma nel loro disco d’esordio i “binari” avevano inciso Suite: Judy Blue Eyes). Tracce di Eagles ce ne sono ovunque, ma anche di The Band, sarà per la voce di Tom Gillam che vira abbastanza verso le tonalità di Rick Danko. Il suono è robusto, con la giusta miscela tra strumenti elettrici ed intromissioni di chitarre acustiche e pedal steel che benissimo si innestano nel sound del gruppo (il super, va là, lasciamolo a casa).

Se il brano d’apertura, Everywhere I Go, è trascurabile, forse il meno interessante, troppo notturno rispetto al resto delle produzioni incluse nel disco, brilla invece in modo particolare la terza traccia, Colorado (il cui titolo ricalca venerabili composizioni omonime di Rick Roberts e Stephen Stills), caratterizzata proprio dai suddetti innesti di strumenti acustici. Gonna Come Sunshine è cantata e composta invece da Ben Arnold, molto easy listening, radiofonica, buon pezzo; I’m A Lucky Man invece è introdotta dal dobro e riporta direttamente alle autostrade assolate del Golden State, tanto da poter sembrare benissimo uno scarto degli Eagles. Inizio stradaiolo con slide a manetta, cori ispirati per l’altrettanto eaglesiana Hes’s Still In Love With You, che con Colorado è una delle cose migliori di questo disco.

Not Enough è invece di nuovo The Band-oriented, forse anche troppo, ma si eleva per l’assolo di chitarra. Trouble Gonna Be vira addirittura verso sonorità byrdsiane, senza distinguersi più di tanto, molto di maniera Declaration, quasi in stile Doobie Brothers ultima maniera, e finale in linea con I’ve Got Dreams, solida composizione ben sostenuta da chitarre e cori.

ETERNAL IDOL – The Unrevealed Secret

di Ronald Stancanelli

5 febbraio 2017

ETERNAL iDOL

ETERNAL IDOL
The Unrevealed Secret
Frontiers 2016

Gli Eternal Idol provengono da una precedente band chiamata Hollow Haze formatasi nel 2003 per mano del chitarrista Nick Savio e del batterista Camillo Colleluori. Nel 2013 si unisce al gruppo Fabio Lione, ex cantante dei Rhapsody, gruppo metal sinfonico triestino foriero di un successo specialmente all’estero notevolissimo, iniziando con loro una nutrita collaborazione. Viene ingaggiata come cantante femminile la figlia di Colleluori, Giorgia, voce piacevolissima, seguita poi dal bassista Andrea Buratto ed esordiscono con l’album The Unrevealed Secret ma col nome di Eternal Idol lasciando non si sa se momentaneamente o definitivamente da parte il moniker di Hollow Haze . Il dischetto uscito a dicembre è una miscela di sinfonic-rock- metal diremmo soft oppure easy ove la peculiarità è data dall’unione decisamente riuscita delle due voci, quella della Collecuori e quella del Lione. Il nome del gruppo è tratto dall’omonimo album dei Black Sabbath dei quali sia Fabio Lione che Camillo Colleluori sona fan di vecchia data.

Per gli Eternal Idol si tratta di un esordio non solo molto positivo ma pregno di sonorità anche molto orecchiabili e quindi fruibili in primissima istanza e che fa si che detti dodici brani costituiscano un viatico di rilevante importanza per il loro percorso. Sicuramente la presenza di Lione ha dato risalto e grande visibilità al neo gruppo ma ascoltandoli si evince che ogni tassello è perfettamente al suo posto con in primis la voce di Giorgia e poi l’eccellente lavoro dei musicisti coinvolti ove tastiere, basso e batteria esplodono in un turbinio di suoni che senza essere esageratamente esasperati come a volte può accadere lasciandosi prendere la mano, danno un senso di rotondità roboante al tutto e mantenendo una linea ed una classe perfettamente bilanciata. Decisamente un gran delizioso e solido disco che non ci stanchiamo mai di ascoltare e riascoltare e che tra le righe fa confluire rock, metal e prog in modo che si uniscano in un matrimonio inappuntabile.

Il talento di tali musicisti con esperienze alle spalle importanti crea brani come Evil Tears, pezzo iniziale di sinuosa prestanza e vitalità, l’immediatezza di Another Night Comes denso di un importante e coinvolgente ensemble di voci, la fantasiosa Evidia dalle trame cinematografiche che crea visioni in celluloide come uno appassionante film fantasy, la forza bellica di una straordinaria Hall of Sing e la dolcissima ballatona di A Song in the Wind, che lambisce onde istantanee di perfezione, brano decisamente sfavillante ed appassionante. Il resto è in egual misura magnifico. Per entrare in modo semplice nell’ottica di questo gruppo si consiglia la visione su youtube del video, molto bello, di Another Night Comes ove si può assaporare tutta la beltà di questa band nostrana che poco ha da invidiare ad altre straniere più note e gettonate. Testi e musiche a cura di Savio, Lione e della Colleluori e produzione fatta da Savio stesso. Buona anche la copertina e altrettanto la foto del retro del libretto con una bella immagine con i quattro musicisti in vestigia nere mentre in risalto la fanciulla in uno splendido e ridondante bianco, eccellente foto che perfettamente fotografa il senso del gruppo evidenziando l’importanza del tocco femminile in tutta l’opera. Gran cd e superbo esordio.

BAP KENNEDY – Reckless Heart

di Paolo Baiotti

5 febbraio 2017

bap[206]

BAP KENNEDY
RECKLESS HEART
Last Chanche/Lonely Street 2016

E’ triste ascoltare Reckless Heart sapendo che il suo autore si è spento il 1° novembre 2016 dopo una battaglia di alcuni mesi contro un cancro aggressivo che è stato scoperto a metà anno, troppo tardi per agire se non cercando di alleviare il dolore degli ultimi mesi. Per ricordare Bap la moglie Brenda, bassista della sua band e i collaboratori più stretti hanno pubblicato questo album che l’artista aveva quasi ultimato prima di non essere più in grado di suonare e cantare. Un atto d’amore nei suoi confronti, tanto più meritevole per l’ottimo livello del disco.
Dieci canzoni, poco più di trenta minuti, arrangiate in modo semplice ed essenziale, sufficienti a ricordarci l’approccio umile e gentile di un artista sensibile che in rare occasioni ha ottenuto i riscontri di popolarità che avrebbe meritato.

Martin Christopher Kennedy, nato a Belfast il 17 giugno del ’62, dopo qualche esperienza in locali gruppi di punk si è spostato a Londra dove ha formato gli Energy Orchard, ricoprendo il ruolo di voce solista, chitarrista ritmico e principale autore. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta hanno pubblicato dischi interessanti tra i quali l’omonimo esordio e l’ottimo Shinola, chiudendo nel ’96 con il live Orchardville registrato in occasione del loro ultimo concerto. Influenzati da Van Morrison e dal rhythm and blues miscelati con tracce di folk irlandese e di rock, hanno supportato Van, Steve Earle (che li ha aveva fatti firmare per la Mca) e altri artisti, rimanendo in secondo piano rispetto a band di minor valore. Nel ’98 Bap ha registrato Domestic Blues, esordio solista inciso a Nashville e prodotto da Steve Earle con Ray Kennedy, nel quale è emersa la sua passione per la musica americana, riaffermata da un successivo disco di covers di Hank Williams. Lonely Street del 2000 comprendeva il singolo Moonlight Kiss, il suo brano di maggior successo, inserito nella colonna sonora di Serendipity. In seguito Bap ha collaborato con Van Morrison, Shane Mc Gowan e Mark Knopfler che ha prodotto l’eccellente The Sailor’s Revenge del 2012, un disco che ha segnato il ritorno ad atmosfere impregnate di folk celtico miscelato con il rock e il country di matrice americana. Let’s Start Again, pubblicato due anni dopo, ha confermato le impressioni positive, ritornando a un suono roots-rock, con un pizzico di ispirazione in meno.

Reckless Heart prosegue nella stessa direzione. Inciso con l’aiuto di Gordy McAllister alla chitarra, Nicky Scott al basso e Rod McVey alle tastiere e fisarmonica e Brenda Kennedy alle percussioni.
Le canzoni sono tutte di qualità. Dai sapori celtici della ritmata Nothing Can Stand In The Way Of Love, dove emergono una fisarmonica malinconica, un piano bluesato, una chitarra knopfleriana e la voce accattivante dell’artista alla swingata Good As Gold, traccia raffinata e delicata, dalla ballata intimista I Should Have Said profumata di Americana e caratterizzata dal testo evocativo di un amore perduto alla ritmata Help Me Roll It che testimonia l’amore di Bap per la Memphis degli anni cinquanta, dai sapori roots mischiati alle influenze latine di Henry Antrim al mid-tempo country-blues di Reckless Heart, si arriva velocemente alla dolente ballata The Universe And Me e alla robusta It’s Not Me It’s You che chiudono il disco lasciando una grande malinconia, ma anche la consapevolezza che Bap ci ha lasciato con un pugno di canzoni degne di una artista che ha sviluppato una carriera basata sui toni bassi, sobria ed educata come lui.

THE GRAND UNDOING – Sparks Rain Down From The Lights Of Love

di Paolo Crazy Carnevale

28 gennaio 2017

grand undoing

THE GRAND UNDOING
Sparks Rain Down From The Lights Of Love
(Secret Candy Rock Records/Hemifran 2016)

Terza opera per questa formazione del Massachusetts che più che un gruppo vero e proprio sembra essere un’emanazione del cantante, chitarrista e autore di tutti brani, rispondente al nome di Seth Goodman.

Copertina fantasiosa ma forse eccessivamente anonima – non vi figura neppure il nome del gruppo – ricavata, come tutto il booklet accluso, da fotografie opera del medesimo Goodman, a riprova di quanta parte egli abbia in questo ensemble, tanto da essere l’unico personaggio ricorrente in tutte e dieci le tracce qui incluse.

Fin dalle note di copertina viene dichiarato l’intento di fare un disco di grande pop-rock, a dimostrazione che Goodman ha le idee chiare riguardo alle proprie mire: operazione riuscita, oppure missione compiuta. Che il pop-rock piaccia o non piaccia, qui ci troviamo davvero di fronte ad una bella proposta, molto british per essere opera di una formazione yankee (chi è più yankee dei bostoniani del Massachusetts, culla della rivoluzione americana?), echi di sonorità d’altri tempi, della psichedelia spensierata degli anni sessanta ma anche di quella recuperata su entrambe le sponde dell’oceano Atlantico negli anni ottanta, il tutto approntato alla bisogna di fare breccia nei cuori e nelle menti dell’ascoltatore contemporaneo.

Certo, tra gli intenti dichiarati da Goodman c’è anche quello di dire cose importanti attraverso i suoi testi, e qui non mi sembra di aver riscontrato particolari risultati, ma parliamo di dischi e quel che deve emergere è comunque la musica.
Oltre a tutti gli strumenti che devono esserci in un disco pop-rock, vale a dire chitarra, basso e batteria con un po’ di tastiere, Goodman ama mescolare le carte con l’inserimento di percussioni, seminando qua e là archi e fiati, senza mai appesantire troppo l’amalgama finale di questo disco dal lungo titolo.

Belle le iniziali Sing Yourself Home e Key Biscayne, che ci mettono subito di fronte alla particolare voce del leader (o titolare che dire si voglia), ma molto intrigante è anche Falling From A Plane, in cui il violino lavora molto bene, mentre la più raccolta Lady In Grey vede comparire anche il violoncello. I brani più d’impatto sono Most Of All We Just Go Around che arriva solo a metà disco, e la title track. Due belle canzoni dai refrain accattivanti ed al tempo stesso con una bella costruzione sonora che valorizza i suddetti refrain.

Ma la sorpresa arriva con le due tracce finali in cui fa capolino nell’oculata scelta sonora di Goodman persino la pedal steel guitar di B.J. Cole, storico membro di formazioni britanniche dedite negli anni settanta al country-rock: naturalmente Cole si inserisce alla perfezione nel contesto, seguendo i dettami di taluni colleghi di strumento californiani che della pedal steel avevano fatto un grande veicolo per la musica sognate e dilatata che si produceva alla fine dei sixties nei dintorni di San Francisco e di cui non serve dirvi altro. The Winter, in particolare, dove la chitarra a pedali si fonde bene col sax di Dana Colley, e Anyway The Wind suggellano degnamente il disco grazie proprio all’apporto di Cole, un personaggio che fa sempre piacere rincontrare tra le tracce o i solchi di un disco.

MARTEN LARKA – Aluette

di Ronald Stancanelli

23 gennaio 2017

MARTEN LARKA[151]

Marten Larka
ALOUETTE
Motion Songs 2016

Possiamo definire lo svedese Marten Larka un cantante trovatore e compositore che ha al suo attivo, da noi è praticamente strasconosciuto, ben 4 album, 4 ep e alcuni singoli, tutte cose uscite negli ultimi undici anni. Artista ne giovanissimo ne ancora stagionato, è nato nel 1971, ama cantare in lingua francese anche se le sue precedenti cose sono in lingua svedese. È autore di due brani nella compilation per bambini Sånger och ramsor från barnkammarboken vol.4 del 2007, album che ha vinto un grammy per quanto concerne appunto i dischi concepiti per fanciulli. Alouette è il suo ultimo lavoro che abbiamo ricevuto dall’etichetta svedese Hemifran specializzata nell’esportazione in Europa di artisti sia del proprio paese che nell’importazione sempre nel nostro continente di certi dischi minori che rispondano a interessanti requisiti nell’ambito della gut music che nel paese nordico intende album che colpiscano visceralmente l’ascoltatore pur rispondendo a generi musicali differenti come power pop, cantautorato soft, pacato blues, morbida weat-coast, country, soffice jazz, americana e anche elettronica d’effetto, certo heavy rock e ovviamente rock and roll. In uno stile volutamente sincopato, potremmo dire loureediano, l’artista sviscera nove strambi forse, ma curiosi brani che non possono non incuriosire l’eventuale ascoltatore. In modo strascicato in alcuni frangenti e in tema sincopato come accennato sopra riunisce sotto la stessa bandiera, curiosa la semplice copertina disegnata con matite colorate, questa miriade di pezzi che possono risultare al primo ascolto senza capo ne coda ma che poi con ripetuti passaggi entrano bellamente in un incastro polimorfo che ha sia un senso che una decisa appartenenza, nell’ultimo brano fa capolino un’armonica a bocca che parrebbe materializzare la presenza di Neil Young! Al primo ascolto son restato un po’ perplesso ma poi dopo vari passaggi, l’album con la sua policromia mi è entrato sotto pelle e lo ascolto sempre più volentieri ed è lavoro decisamente singolare che proprio per il suo insieme intrinseco fatto da differenti pedine e dai testi interessanti, da seguire con attenzione, mi porta a ricordare il recente album dei nostrani Johann Sebastian Punk anch’essi caratterizzati da una bravura non comune nel coniugare temi differenti. Alouette è quindi un bel disco dai toni pop-synt-folk-variegati che varrebbe la pena di ascoltare. Per info varie e l’acquisto del cd potete rivolgervi a peter.holmstedt@telia.com

SCOTT BRICKLIN – Lost ‘Til Dawn

di Ronald Stancanelli

23 gennaio 2017

scott-bricklin-lost-til-dawn[169]

SCOTT BRICKLIN
Lost ‘Til Dawn
Blue Rose 2015 Distr. IRD

Il bassista Scott Bricklin faceva o fa ancora parte di un supergruppo statunitense chiamato US RAILS, buona band transitata anche dalle nostre parti, a novembre erano al Giardino di Lugagnano-Verona, ed orientata su un deciso rock urbano con venature funky-soul, forieri di un paio di album che crearono certa curiosità. Anche Scott Bricklin si trova adesso con un paio di album accreditati a suo nome, il precedente, omonimo, era uscito circa cinque anni fa mentre adesso abbiamo tra le mani questa sua seconda prova dal titolo Lost ‘til Dawn . Album decisamente non male caratterizzato anch’esso da ballate urbane, momenti più rock tanto per capirci alla Willie Nile o al primo Murray McLauchlan ed altri più leggeri quasi orientati verso pop/rock d’autore ma di grande impatto e ritmo. Il tipo viene da Philadelphia e pare si sia stanziato da tempo in quel di Parigi, in questo mi ricorda il buon Elliott Murphy, e a pensarci il brano che da il titolo al cd Lost ‘til Dawn risente notevolmente dello stile del biondo Elliott. In alcuni frangenti certe sonorità possono anche ricordare gli Stones più intransigenti e se ci fosse una bella sezione fiati non esiteremmo a scomodare anche Southside Johnny. Tre i musicisti che suonano con lui, Felix Beguin con chitarre, piano, organo e tastiere; Jeremy Norris che percuote pelli e percussioni mentre Matt Muir, già facente parte degli US RAILS aggiunge in veste di ospite in Maybe Less Than Before la sua batteria. Bricklin suona oltre al basso anche chitarre, mandolino, banjo, pisano, organo, tastiere, batteria e percussioni !! Segnaleremmo tra le dodici canzoni che compongono il cd la gradevolissima ballata acustica Let me Go che come le altre è composta da Bricklin mentre solo un brano, l’ottima byrdsiana o tompettyana che dir si voglia Make a Lotta Love è scritta a quattro mani con Felix Beguin. Molto bella anche la ballata I Would che potrebbe stare a metà strada tra Wilco e Steve Wynn. Un buonissimo e piacevole disco di cantautorato americano di un artista che ha ormai girato in lungo ed in largo vantando anche collaborazioni prestigiose con artisti di fama e culto come Graham Parker e Sir Paul McCartney. Decisamente un disco da sentire e che avvince spassionatamente. Prettamente urbana la copertina.

WAIRA – Under The Black Hat

di Paolo Crazy Carnevale

22 gennaio 2017

2016 Waira copertina[177]

WAIRA – Under The Black Hat (Viva Records 2016)

La prima cosa che colpisce nell’ascolto di questo EP della giovanissima Waira è la freschezza abbinata ad una spontaneità disarmante. La musica e la voce che escono da questo dischetto sono lo specchio della ragazza che ne è autrice, Camilla Cristofoletti, che ha però di affidare le proprie sorti artistiche allo pseudonimo di Waira.

Con bene in mente la lezione di songwriters britannici della sua generazione (Ed Sheeran, Nina Nesbitt, Birdy ed altri), ma anche con riferimenti più vetusti (non esita a fare il nome di Bob Dylan), Waira è la dimostrazione che si può fare musica buona e a farsi apprezzare senza dover a tutti i costi passare per i talent show che inflazionano da troppo tempo la scena musicale nazionale e non. Il tutto quasi per caso, perché si è scoperta musicista senza sapere di esserlo, riprendendo in mano una vecchia chitarra e riuscendo a scriverci su delle canzoni, con testi molto personali. Tristi dice lei, in realtà solo ispirati da momenti di tristezza o malinconia, ma a loro modo intrisi di una solida voglia di reagire!

Ha voluto realizzare il disco per il suo ventesimo compleanno, coadiuvata da Mattia Mariotti e Marco Facchin, rispettivamente chitarrista e pianista, che hanno saputo lasciare alle canzoni di Waira la loro spontaneità, senza snaturalizzare eccessivamente il costrutto folk che ne sta alla base. E per il futuro Waira ha in mente di minimalizzare ulteriormente gli arrangiamenti, consapevole del potenziale assoluto che le sue canzoni e la sua voce possiedono senza dover ricorrere a troppi artifici.

Cinque i brani inclusi nel disco, uno dei quali, Don’t Cry, utilizzato come singolo di prova all’inizio dello scorso anno: poi le cose hanno cominciato ad andare più che in fretta per Waira, a partire dagli apprezzamenti per le sue esibizioni in piccoli teatri e dalla partecipazione ad un concorso a livello locale (Waira vive tra Bolzano e Trento) per arrivare alle assi del palco della 02 Islington Academy di Londra dove lo scorso 19 ottobre ha aperto per il cantautore texano Jay Brennan.

La traccia iniziale del disco è subito vincente, sorretta da chitarre e voce, è già una dimostrazione della stoffa di cui Waira sa vestire le proprie emozioni ed i propri pensieri: Nothing To Lose, che potremmo considerare il brano portante dell’EP, è un incoraggiamento a non farsi condizionare e a reagire anche quando si resta delusi da qualcuno. Wrong Way è giocata sul pianoforte e su archi sintetizzati ed è a sua volta un’esortazione ad andare comunque avanti anche quando si ha la sensazione che l’universo intero stia giocando contro di te. House Of Cards si gioca su un’interessante base musicale con tanto di cori in cui Waira doppia sé stessa, un’altra canzone di spessore, indirizzata a qualcuno che si cela dietro una maschera rifiutandosi di mostrarsi per quello che è. Sono storie personali si diceva, tutt’al più di persone molto vicine all’autrice, che per sua stessa ammissione dice di riuscire a scrivere solo di quello che conosce e che vive in prima persona.

Don’t Cry è la bella canzone da cui tutto è partito e ascoltandola risulta nettamente chiaro come sia stato possibile in poco tempo a Waira giungere agli apprezzamenti di cui è stata oggetto. Il disco si conclude con Rain, la composizione più recente, un altro invito a guardare avanti perché dopo la pioggia arrivano sempre giorni migliori, un altro bel risultato per una giovane cantautrice che vale la pena di conoscere e seguire.

SPECIAL CONSENSUS – Long I Ride

di Ronald Stancanelli

21 gennaio 2017

Special Consensus[152]

SPECIAL CONSENSUS
Long I Ride
Compass Records 2016 distrib da IRD

Gli special Consensus sono un gruppo bluegrass acustico attivi dal 1975, formato da quattro elementi il cui leader è Greg Cahill di Chicago che suona il banjo, Rick Faris canta e suona la chitarra mentre Dan Eubanks suona il basso e Nick Dumas, nessuna parentela crediamo, il mandolino, entrambi gli ultimi due curano anche le harmony vocals della band. Lo stile di questi gruppi è solitamente alquanto equiparato e generalmente si assomigliano tutti ma gli Special Consensus hanno quel quid particolare che fa risaltare questo album nella sterminata marea di dischi di questo tenore, il banjo suonato da Cahill ricorda lo stile di Mc Euen della Nitty Gritty Dirt Band e tutto l’album è piacevolmente velocizzato da una notevole comunione strumentale che lo rende oltremodo accattivante, molto bella ad esempio Highway 40 Blues, pezzo di Larry Cordle cantato in duetto con Celia Woodsmith e con accompagnamento del violino da parte di Kimber Ludiker. Solo un brano è a firma della band mentre un traditional è da loro arrangiato e gli altri otto sono di altri artisti. Ci soffermeremmo in particolare su First One to Know di Stoney La Rue Phillips con l’aggiunta della voce di Summer McMahan e Fireball di Lester Flatt che è anche l’unico strumentale. Se chi ama sperticatamente questa musica spesso va alla ricerca nel suo scaffale colmo di vinili, di suoi vecchi dischi appunto quali quelli della Nitty Gritty Dirt Band o dei New Grass Revival, di John Hartford o della Deserte Rose Band per rimpolpare le suo orecchie di vecchie tradizioni allora con questo nuovo album appena uscito troverà note per le sue orecchie in grande quantità e specialmente con tanta qualità. Autori di una dozzina di album hanno anche al loro attivo l’interessante e piacevolissimo tributo a John Denver del 2014 dal titolo Country Boy : A Tribute Bluegrass to John Denver con ospiti vari tra i quali Jim Lauderdale , Peter Rowan e Alison Brown che produce anche questo eccellente Long I Ride caratterizzato oltre che da ottimi suoni anche da una particolare copertina perfect country style. Nel 2012 per il cd Scratch Gravel Road gli special Consensus hanno avuto una nomination ai Grammy come Best Bluegrass Album.

STONEY LARUE – Us Time

di Ronald Stancanelli

21 gennaio 2017

stoney-larue-us-time[163]

Questo era un cd arrivato un po di tempo fa e restato sepolto nella miriade di cose che affollano la mia scrivania. Nonostante siano passati vari mesi dalla sua uscita mi pare doveroso dividerlo con altri essendo un album molto piacevole pur se caratterizzato da varie cover e solamente da tre pezzi ascritti a Stoney Larue sugli undici che lo compongono. Cercando informazioni su di lui in rete ho scoperto che tempo fa è stato arrestato poiché tornato ubriaco a casa alla mattina presto, poco dopo, infastidito dal phon della moglie o compagna che si stava preparando per andare a lavorare svegliatosi l’ha buttata giù dalle scale. Diciamo che questa storia che non depone assolutamente a suo favore ha raffreddato il mio impeto di recensore considerando i fatti letti. Il cd non è male come gia accennato e tra le cover una bella Into the Mystic di Van Morrison e Seven Spanish Angels di Seals/Setser già portata anni fa al successo da una bella versione di Willie Nelson. Per quanto concerne i suoi brani pare che siano pezzi della sua discografia riproposti dopo un pool di preferenze redatto dai suoi fan. Un disco calmo, quasi pacato, ben cantato, ottimamente suonato, che potrebbe anche essere ideale come sottofondo sia in auto che in casa in fase di rilassamento, peccato che il personaggio che lo propone non dia sentori di rilassamento a chi gli sta attorno. Un collage di tante foto la cover tra le quali probabilmente anche la compagna o moglie finita in ospedale. No, questa storia a differenza del cd non mi è piaciuta per niente, un collega amico mio che scrive sia di musica per hobby che di altre cose per lavoro mi ha anche consigliato di non recensirlo proprio per la dissolutezza del personaggio. Diciamo che pur io avendo raffreddato gli stimoli ho trovato una via di mezzo semplificando la recensione.