Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

MAHOGANY FROG – In The Electric Universe

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2021

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Mahogany Frog – In The Electric Universe (Mafrogany Hog/Moonjune Records 2021)

Devo ammettere che pur non essendo un amante a tutto tondo del genere prog-rock, ero rimasto bene impressionato dalla precedente produzione di questo gruppo canadese su Moonjune Records, un CD interessante intitolato Senna (vincitore di premi e accumulatore di nomination nei vari eventi dedicati canadesi) e databile ormai a ben nove anni fa.

Mi ero chiesto spesso, ricevendo i dispacci dell’etichetta newyorchese con le nuove uscite, che fine avessero fatto i quattro componenti del gruppo, saranno stati ancora in attività, si saranno sciolti, avranno cambiato etichetta?

La risposta è arrivata ad inizio estate quando mi è pervenuto questo disco e facendo un po’ di ricerche ho scoperto che non ne erano stati pubblicati altri dopo Senna, anche se i Mahogany Frog avevano continuato ad avere una regolare attività dal vivo prevalentemente nelle sperdute lande canadesi, ma con qualche puntata anche nella vecchia Europa. In effetti, dalle avarissime note di copertina si deduce che per dare un seguito al disco del 2012, i Mahogany Frog ci hanno lavorato su dal 2013 al 2019, anche se poi a ben sentire il disco fila via senza che la lunga gestazione si avverta.

Graham Epp, Jesse Warkentin, Scott Ellenberger e Andy Rudolph (sono sempre gli stessi) si occupano praticamente di tutti gli strumenti, tutti e quattro sono impegnati con tastiere ed effettistica, i primi due si occupano anche delle chitarre mentre gli altri due rispettivamente di basso e batteria: e la forte, per non dire massiccia presenza delle tastiere è sicuramente la caratteristica principale del disco, in sostanza un buon disco, forse meno efficace del predecessore, ma sicuramente d’effetto. Un disco interamente strumentale con ben due composizioni che da sole superano la mezz’ora ed altre quattro tra i cinque e gli otto minuti: il tutto si va a srotolare come una sorta di suite multiforme che paga debito a tutta una serie di produzione degli anni settanta, talora richiamando alla mente gli Yes (periodo Wakeman), qualcosina dei Genesis, financo i Pink Floyd lunari.

Si inizia in sordina con la musica di Theme From P.D. che cresce poco a poco fino a scatenarsi in un’orgia sonora dominata dalle tastiere, non priva di interessanti spunti, CUbe è più breve, quasi volesse farci riprendere fiato prima del tour de force assoluto di (((Sundog))) che si dipana per quasi diciotto minuti in cui ad un tema di base costruito sul giro del basso di Ellenberger vanno ad aggiungersi le tastiere e gli effetti, i loop tratti da prove di studio e un po’ di rumorismo prima di dare il “la” ad una seconda parte più cattiva e convincente.

Psychic Plice Force si apre con chitarre distorte e dopo un po’ di divagazioni al limite del rock industriale si concretizza in un qualcosa di più convincente che suona come una cavalcata elettronica di grande potenza.

Più interessante Floral Flotilla con una base ritmica molto meccanica che lascia sprigionare una bella introduzione elettrica della chitarra prima di lasciar prendere il sopravvento alle tastiere in odor di Genesis virati metal.

Il disco si chiude con Octavio (ma attenzione, la setlist riportata in copertina non ripropone i brani come li si ascolta sul CD, o sulla versione in vinile), un brano più conforme, meno di rottura ma non meno dirompente in cui tutte le connotazioni prog si fanno sentire prepotentemente, confermando il buono stato di salute dei Mahogany Frog.

Paolo Crazy Carnevale

SORI TIGULLIO LEVANTE MAX MANFREDI 29 LUGLIO 2021

di Ronald Stancanelli

31 luglio 2021

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Suoni irrequieti nel Tigullio. Eh si perché in quel di Sori, in una dolce piazzetta abbarbicata tra chiesa e spiaggia, tra virtù e degrado, la volta alta e maestosa della chiesa si scontra con saltuari mostruosi rumori a mo’ di carro armato dati da enormi contenitori per la rumenta su rotelle che volenterosi lavoratori locali ogni tanto sospingono per svuotarli verso un probabile centro di raccolta ubicato a pochi metri dalla casa del Signore.
Casa del Signore concessa, anzi il suo antro concesso dal prete del paese a Max Manfredi e due suoi intrepidi pard che li affaccendati a regalar musica suoni e versi, nobilitano sia detto sagrato che la serata. 83 minuti per circa duecento colà convenuti che si spelleranno le mani assistendo ad una splendida esibizione che porterà nelle orecchie, nei cuori , negli occhi e nella mente dei presenti undici tasselli gia noti della discografia di Max Manfredi, il più grande tra i grandi, e altre quattro nuove intense novelle in musica che a breve saranno ossatura portante del suo prossimo album che par in dirittura d’arrivo. Sarebbe il suo sesto oltre ad un live e ad alcuni libri tra racconti, novelle e poesie che formano la solida conformazione cultural poetica musicale di questo straordinario artista definito un giorno da Fabrizio De Andrè, “il migliore che abbiamo”.
Max ha sparso nei suoi parchi album innumerevoli gioielli che nel corso del tempo son solidamente divenuti granitici pezzi della sua notevole storia artistica. Alcuni di questi li propone questa sera e precisamente la Fiera della Maddalena, brano che uscì nella sua primigenia stesura con il contributo di Fabrizio De Andrè che vi cantava in due punti , Tabarca, affascinante storia dei pegliesi/genovesi che per vicissitudini storiche finirono a vivere a Carloforte in Sardegna ove tutt’ora portano rigorosamente avanti le loro tradizioni ed in special modo il loro dialetto, cosa che il sottoscritto ha constatato con gran fascino quando capitò di passarci, Notti slave, esuberante racconto di splendido piacere e ritmo impagabile, Libeccio, liberatoria e lancinante nella sua intrinseca avvenenza e non ultima l’eccezionale Il Regno delle Fate, una delle perle di Luna Persa. Max Manfredi le ha proposte stasera con gioia e godimento dei presenti che non hanno smesso di dimostratore il loro apprezzamento e sollazzo con lunghissimi e sinceri applausi. Da L’Intagliatore di Santi, disco del 2001 che reputo nella sua totalità il suo lavoro più solare, allegro, orecchiabile, divertente ed intriso di genialità e genovesità il buon Max ci ha regalato ben tre pezzi, ovvero due super classici ormai tra il top della sua produzione ovvero Fado da Dilettante e Tra Virtù e degrado e quello splendido gioiellino de Le Storie del Porto di Atene. Che per restare in tema ellenico fa il paio con una altro dei suoi grandiosi capolavori che è Retsina, che ci arriva direttamente dall’album Luna Persa che fu Premio Tenco l’anno dopo la sua uscita e del quale stasera abbiamo ascoltato come detto anche Libeccio. Sempre da questo disco, mi permetto di considerare Intagliatore e Luna i suoi due capolavori non voglio dire inarrivabili, aspettiamo sempre i suoi prossimi capolavori, ma di livello superbo, abbiamo ascoltato la solida Il morale delle Truppe e la divertente e geniale Il Treno per Kukuwok e avremmo con gioia sentito anche L’ora del Dilettante che pur annunciata poi, par per la non perfetta conoscenza, se abbiam bene inteso, da parte del chitarrista è stata accantonata a favore del Morale delle Truppe. Chitarrista nelle sembianze di Luca Falomi che con la bravissima Alice Nappi, la nostra Scarlet Rivera, hanno splendidamente accompagnato Max Manfredi in questa tersa e fresca serata di riviera. Ben quattro le anticipazioni dal disco in uscita. L’intensa acutissima La Scimmia Grigia, già sentita in precedenti concerti e poi una profumata Elicriso, una arguta e splendida La Villa, se questo è il suo titolo, che sarà sicuramente punto di forza del nuovo disco ed infine il Grido della Fata che darà il titolo all’attesissimo settimo album, se consideriamo anche Live in Blue del 2004.
Quindici brani. Quindici momenti che hanno , come diciamo noi qua a Genova, dato il bianco rammentandoci che Max Manfredi è, non a torto il grande dei grandi. Grazie Max e Alice e Luca per la bellissima briosa ed allegra serata intrisa di passione e maestria infinita.

Ronald Stancanelli

THE PRETTY THINGS – Bare As Bone, Bright As A Blood

di Paolo Crazy Carnevale

26 luglio 2021

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The Pretty Things – Bare As Bone, Bright As A Blood (Madfish 2020)

All’indomani del tour del 2018 i gloriosi Pretty Things, sempre capitanati come ai tempi dell’esordio dalla chitarra di Dick Taylor e dalla voce di Phil May, avevano annunciato che sarebbe stato l’ultimo, complici le non eccellenti condizioni fisiche del vocalist, sempre comunque suggestivo, e l’età ragguardevole del chitarrista, che oggi ha la bellezza di 78 anni. Nonostante le premesse, il gruppo continuava ad avere un grande smalto, e chi ha avuto modo di assistere ad uno dei loro concerti italiani del dicembre 2017 se n’è senz’altro reso conto: in quell’occasione al loro fianco c’era l’altro cantante/chitarrista Frank Holland (partner dei due fondatori da oltre vent’anni) e c’erano il muscoloso drummer Jake Greenwood e il bassista George Woosey, entrambi in formazione da una dozzina d’anni. In cabina di regia c’è invece Mark St.John, il batterista che era stato seduto dietro i tamburi per un paio di lustri prima di Greenwood.

L’annuncio del ritiro dall’attività live non sarebbe coinciso comunque con l’interruzione di quella discografica, tanto che i due rocker britannici avevano già registrato questo nuovo disco, molto acustico e molto “ritorno alle origini”, quando purtroppo nella primavera dello scorso anno, il buon May è passato a miglior vita in seguito alle complicazioni dovute ad una caduta in bicicletta durante il lockdown.

Nonostante la loro carriera sia sta quasi ininterrotta dal 1963 in poi – con solo una breve sospensione nella seconda metà degli anni settanta, i Pretty Things sono stati piuttosto avari quanto a dischi, preferendo concentrarsi su un’intensa ed incendiaria carriera concertistica.

Dick Taylor per la cronaca, chitarrista dal suono potente, era stato reclutato da Brian Jones (insieme a Jagger e Richards che con lui facevano parte dei Blue Boys) per suonare nel gruppo che Jones stava mettendo insieme (occorre dirvi il nome?), ma dopo un po’ ne era uscito perché lo avevano destinato a suonare il basso e la cosa non gli piaceva.

Il disco finale dei Pretty Things, uscito a settembre dello scorso anno col titolo di Bare As Bone, Bright As Blood è un disco dalle atmosfere acustiche realizzato con l’aiuto di pochi comprimari, praticamente tutti chitarristi (tra cui George Woosey, il bassista degli ultimi dodici anni) , con l’esclusione del violinista Jon Wigg e di Sam Brothers, che suona anche banjo e armonica. Taylor e May mettono in fila una dozzina di composizioni dalle diverse ispirazioni, da brani cantautorali presi in prestito ad illustri colleghi più giovani a solidi blues dal pedigree eccellentissimo che permettono a Taylor di svisare con la slide e a May di adattare la sua nuova voce arrochita dagli anni e dalla malattia. Il risultato è pregevole fin dall’iniziale ripresa di Can’t Be Satisfied e da Come On In My Kitchen (l’armonica di Brothers è qui semplicemente unica) che nulla hanno da invidiare alle molte che abbiamo già ascoltato e per di più sfoderano anche arrangiamenti non scontati.

Ain’t No Grave, come il titolo fa evincere, è un blues sepolcrale preso in prestito dal predicatore pentecostale americano Claude Ely, mentre Falultline è una personale rivisitazione di un brano dei Black Rebel Motorcycle Club, tratto dal terzo disco della band uscito nel 2005. Con Redemption Day, che chiude il lato A, i Pretty Things rileggono invece Sheryl Corw, come se si trattasse di una canzone di Nick Cave, con la voce di May che si fa particolarmente profonda e dolente.

Il lato B parte con una doppietta altrettanto dolente, una composizione di Gillian Welch (The Devil Had A Hold On Me) e una di Woosey (Bright As Blood), entrambe caratterizzate dagli interventi di banjo e violino.

Poi si torna al blues eterno con una Love In Vain come si deve, una delle poche davvero valide dopo quella dei Rolling Stones e il traditional Black Girl (un brano di dominio pubblico che con altri titoli si era già fatto interpretare dal Sir Douglas Quintet e da Gene Clark, tra i molti): la versione è all’altezza del sound cupo, quasi da funerale, che pervade buona parte del disco, quasi i Pretty Things avessero avuto il sentore che non ce ne sarebbero stati altri.

To Build A Wall, del cantautore britannico Will Varley, è dedicata da May ai figli ed è forse il brano in cui la voce arranca maggiormente, si sente la sofferenza del cantante che la interpreta in maniera molto sentita, poi con la lenta ballata Another World il disco giunge al capolinea, un disco importante e non solo perché dai Pretty Things altri non ne avremo.

Paolo Crazy Carnevale

MARBIN – Fernweh

di Paolo Crazy Carnevale

19 luglio 2021

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Marbin – Fernweh (Radio Artifact 2021)

Decisamente i Marbin sono instancabili e i mesi di forzata inattività concertistica, per loro che trascorrono la maggior parte del tempo on the road, è stata uno stimolo a incrementare la produzione discografica.
Dopo il recente live a porte chiuse e il doppio album di studio Russian Dolls con due differenti concept, ecco il loro terzo disco del 2021.
Stavolta però l’asse si sposta decisamente verso la parte più tradizionale del loro sound, solitamente all’insegna di una miscela tra musica Yiddish e un jazz-rock molto personale che mette in evidenza le peculiarità dei due leader, il sassofonista Danny Markovitch e il chitarrista Dani Rabin, coadiuvati qui da Jon Nadel (al basso), è totalmente indirizzata altrove, niente elettrificazione e divagazioni jazz rock bensì un accorato omaggio al jazz e allo swing delle origini, filtrato però attraverso una visone musicale vicina al klezmer e alla musica di Django Reinhardt.
Il risultato è un disco pervaso da struggenti atmosfere nostalgiche – in tedesco il termine usato per intitolare il disco significa nostalgia per qualcosa di lontano – e acustiche.
La band di base a Chicago allinea in sequenza una dozzina di brani classici che trasudano di gypsy e dixieland, con chitarre e sax protagonisti assoluti.
Non v’è un solo brano fuori posto, dall’iniziale versione di Stardust all’immancabile Minor Swing (probabilmente la signature song di Django), eseguite con gusto inarrivabile e gioia di suonare totale. Ma ci sono anche un’entusiasmante I’ll See You In My Dreams, Nuages (di nuovo Reinhardt), Georgia On My Mind, All Of Me, Honeysuckle Rose e molto altro.
Attenzione però, non giudicatelo solo come un disco di standard, o cover che dir si voglia: il lavoro dei Marbin in Fernweh va otre e, soprattutto non suona come un disco di routine fatto per riempire un vuoto (i Marbin non ne avevano certo bisogno), quanto piuttosto un omaggio accorto ad un suono che viene da lontano e per cui, come il titolo appunto suggerisce, Rabin e Markovitch nutrono una certa nostalgia.

Paolo Crazy Carnevale

DEWA BUDJANA – Naurora

di Paolo Crazy Carnevale

13 luglio 2021

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Dewa Budjana – Naurora (Moonjune Records 2021)

C’era parecchia attesa per questa nuova fatica del chitarrista indonesiano: Budjana – e qui lo dimostra – molto difficilmente sbaglia un colpo, ma il disco precedente, Mahandini, resta per chi scrive il punto più alto della sua discografia in casa Moonjune. Naturalmente anche questa volta il musicista non delude e, tanto per cambiare, anche stavolta ribalta le carte in tavola: niente più John Frusciante, Mike Stern, né tantomeno la straordinaria bassista Mohini Dey, per realizzare in piena pandemia e quindi a distanza questo nuovo disco, Budjana si è affidato ad un formazione completamente diversa, col risultato di realizzare un disco molto più jazz, molto più fusion e fluido con un dispiego di musicisti non usuale nei suoi prodotti discografici.

Gli undici minuti della title track aprono il disco in un lungo viaggio sonoro che si dipana con maestria offrendo suggestivi paesaggi e orizzonti che si susseguono in rapidità. Il basso è suonato da Carlitos Del Puerto, musicista cubano che ha lavorato con Lukather, la Streisand e molti altri, la batteria è invece di Simmon Phillips (molto attivo anche in campo heavy metal con Whitesnake, Judas Priest, Satriani), per concludere al piano c’è Joey Alexander, enfant prodige (18 anni!) connazionale di Budjana.

Il fatto di lavorare a distanza, ha permesso al titolare del CD di poter cambiare radicalmente il gruppo tra un brano e l’altro, così nei quasi sette minuti della successiva Swarna Jinga la batteria passa nelle mani di Dave Weckl (considerato uno dei più importanti artisti americani nel suo strumento e nel suo genere, anche se a ben vedere non ha mai avuto problemi a passare dal jazz al rock classico, alla fusion), il basso è quello di Jimmy Johnson, già componente della Steve Gadd Band e come ospite alla chitarra – solista alla pari con Dewa – Mateus Asato.

Kmalasana vede di nuovo in pista la sezione ritmica del brano iniziale e in assenza del piano vede la chitarra protagonista a 360°.

Con Sabana Shanti Budjana mescola le formazioni, col risultato di realizzare il brano più jazz del disco, c’è di nuovo il giovane pianista e c’è soprattutto il sax soprano di Paul McCandless, proprio il fondatore degli Oregon e successivo membro dei Flecktones di Bela Fleck, che diventa la guida dei quasi otto minuti della composizione, a dimostrazione di come Budjana sia sempre più che ben disposto a cedere la scena ai suoi comprimari ed ospiti. A chiudere il disco la lunga Blue Mansion, con Phillips che apre rullando sui suoi tamburi e il resto che arriva un po’ alla volta, Del Puerto, Budjana e il piano e il synth del compagno di scuderia Gary Husband, unica personalità di casa Moonjune coinvolta nel disco.

A conti fatti un buon disco, anche se paga un po’ lo scotto dell’essere stato suonato a distanza e non avere quindi quel sound collettivo del suo predecessore, che essendo derivato invece da una session con i musicisti in presenza, conta su spontaneità e calore tutti suoi.

Paolo Crazy Carnevale

MICHAEL JOHNATHON – The Painter

di Paolo Baiotti

13 luglio 2021

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MICHAEL JOHNATHON
THE PAINTER
Poet Man Records 2020

Artista eclettico, il newyorkese Michael Johnathon si è trasferito a Laredo e poi nella zona degli Appalachi dove ha studiato la tradizione musicale locale. L’esordio solista risale al 1988 e The Painter è il suo sedicesimo album. Oltre ad essere uno stimato folksinger e chitarrista, è drammaturgo, scrittore, compositore di un’opera, fondatore dell’organizzazione di artisti SongFarmers, animatore di un conosciuto programma radiofonico…insomma un artista che non ama essere ingabbiato in un formato. Nel 2020 ha ricevuto il prestigioso Milner Award dal governatore del Kentucky per meriti artistici.
Questo nuovo album è ispirato all’arte pittorica di Vincent Van Gogh, sia nei dipinti dell’artwork scelti tra una quarantina di quadri eseguiti da Michael durante il lockdown, sia nell’approccio musicale, un tributo ad un artista unico, non per copiarlo ma per cercare di omaggiarlo, componendo un ciclo di canzoni basato sull’idea della tela bianca della vita riempita con i colori della vita, come dichiarato dall’artista.
Se il precedente Legacy aveva come punto di partenza un’intervista al cantante Don McLean nella quale veniva descritto con sconcerto l’attuale stato dell’industria musicale, la canzone The Painter è ispirata dalla sua Vincent che viene ripresa in chiusura del disco in una versione molto raffinata, come a completamento di un cerchio. Come sempre Michael alterna brani originali a cover: oltre a Vincent vengono eseguite Cat’s In The Cradle di Harry Chapin con influenze irish, Make You Feel My Love di Bob Dylan arrangiata dolcemente con piano e archi e Blue Moon di Rodgers e Hart, una classica ballata del ’34 ripresa da artisti di tutte le epoche, trasformata in una folk song. Tra gli originali spiccano Vincent In The Rain, The Statement con il flauto di Sharon Ohler e la bluesata Blues Tonight in cui si nota il raffinato fingerpicking dell’artista.
La canzone The Painter dovrebbe essere anche la sigla di un film in preparazione sulla vita di Van Gogh.

Paolo Baiotti

FABRIZIO POGGI & ENRICO PESCE – Hope

di Paolo Crazy Carnevale

9 luglio 2021

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Fabrizio Poggi & Enrico Pesce – Hope (Appaloosa/IRD 2021)

Infaticabile e sempre propositivo, ad un anno appena da For You, realizzato durante il primo lockdown, quello più severo e drammatico, Fabrizio Poggi, sempre sponsorizzato dalla Appaloosa torna con un nuovo disco, di cui condivide la paternità col pianista e compositore di musica da film Enrico Pesce.
Anche stavolta sembra trattarsi di un disco fortemente legato al periodo storico attuale e il titolo non lascia dubbi sulla sua ispirazione.
Una decina di brani, dominati quasi totalmente dal suono del pianoforte di Pesce e dalla voce di Poggi, che qui si fa soprattutto interprete vocale, anche se la sua preziosa armonica non manca di fare capolino qua e là.
Brani che pescano nella tradizione, oppure recano firme importanti o ancora, nella metà dei casi sono composti ex novo dai due autori.
Il risultato è un disco molto godibile, intriso di soul, e non potrebbe essere diversamente viste le sfumature della voce di Poggi e il suo modo di sentire la musica, decisamente non comune.
Il piano di Pesce si sposa alla perfezione ed è protagonista alla pari.
E poi, a mettere la ciliegia sulla torta, ciliegia di grande rilievo e bontà, ci sono le voci di Sharon White (da anni corista nel gruppo di Eric Clapton) ed Emilia Zamuner, che infondono ai brani in cui duettano con Fabrizio Poggi un’ulteriore connotazione black.
Alla base delle canzoni, sia quelle nuove che quelle ripescate, c’è il concetto del “ogni vita è importante”, gemello del “black lives matter” che è rimbalzato da un angolo all’altro del mondo dopo i tristi episodi di violenza gratuita accaduti con frequenza negli Stati Uniti negli ultimi dodici/quattordici mesi.
Ovviamente piacciono molto i brani originali, dall’iniziale Every Life Matters che è appunto il brano guida del concetto poc’anzi espresso, la composizione che reca le firme sia di Poggi che di Pesce ed è arricchita dalla voce della White e da un handclapping che sembra riportarci in una chiesa di Harlem, alla conclusiva Song Of Hope, passando per Leave To Sing The Blues, molto New Orleans, e I’m Leavin’ Home: in tutte Poggi è soprattutto cantante e il piano è lo strumento principale, anche se poi un bel passaggio di armonica ci scappa sempre.
Le cover sono tra le più varie, dall’antica Hard Times di Stephen Foster, brano che abbiamo ascoltato in molte versioni (da quella ruvida di Dylan a quella di Emmylou Harris) e che non sfigura nemmeno in questa, a I Shall Not Walk Alone di Ben Harper. Poi ci sono i brani tradizionali: l’ottima Motherless Child (in duetto con la Zamuner e con un bell’intervento alla sei corde di Hubert Dorigatti, bluesman eccellente di cui ci siamo già occupati e di cui è assai atteso il debutto su Appaloosa), House Of The RIsing Sun, Goin’ Down The Road Feelin’ Bad, tutte composizioni che ci suonano incredibilmente familiari eppure al tempo stesso brillano per la spartana originalità dei nuovi abiti cuciti loro addosso da Pesce.
Oltre agli artisti menzionati, nel disco ci sono pochi altri interventi, giusto una spruzzata di basso (Jacopo Cipolla) e percussioni (Marialuisa Berto e Giacomo Pisani), da qualche parte fa capolino anche un hammond non accreditato ma verosimilmente attribuibile a Pesce.

Paolo Crazy Carnevale

SON OF THE VELVET RAT – Solitary Company

di Paolo Baiotti

9 luglio 2021

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SON OF THE VELVET RAT
SOLITARY COMPANY
Fluff & Gravy 2021

Son of the Velvet Rat è l’alias scelto per l’avventura solista di Georg Altziebler, coadiuvato dalla moglie Heike Binder. La loro storia è iniziata nel 2003 con l’Ep Spare Some Sugar [For the Rat] seguito dall’album By My Side. Dopo l’apprezzato Animals del 2009 prodotto dall’ex Wilco Ken Coomer, hanno pubblicato Red Chamber Music con ospite in due canzoni Lucinda Williams.   Successivamente hanno lasciato la loro città natale di Graz in Austria per un trasferimento oltre l’Atlantico, stabilendosi infine lungo il bordo del deserto del Mojave in California a Joshua Tree nel 2013, dove hanno inciso l’ottavo album in studio Dorado con la produzione di Joe Henry, seguito dal live The Late Show. In questo ambiente molto particolare e solitario Georg ha scritto delle canzoni che si possono considerare influenzate dalla tradizione cabarettistica di maestri del Vecchio Mondo come Georges Brassens, Jacques Brel e Fabrizio De André, fusa con la passione e le visioni di cantautori del Nuovo Mondo come Townes Van Zandt, Leonard Cohen o Bob Dylan, un misto di folk noir, folk rock, garage rock e Americana.
Il risultato di Solitary Company, inciso negli studi Red Barn di Morongo Valley in California di Gar Robertson che affianca Georg nella produzione, è molto particolare, come un ponte tra Europa e America, guidato dalla voce ghiaiosa e sensuale di Georg, accompagnato dall’organo mitteleuropeo e dalla fisarmonica di Heike nonché da una strumentazione che mischia suoni di roots music con arrangiamenti eleganti e minimali e curati backing vocals. Atmosfere da film noir nella lenta e affascinante When The Lights Go Down in cui la voce ondeggia tra Cohen e Waits si alternano alla ballata folk The Waterlily & The Dragonfly, al folk rock malinconico di Alicia con il violino di Bob Furgo e l’armonica di Heike, al roots rock più ritmato di Stardust, alla mestosità della title track debitrice di Cohen avvolta da un arrangiamento orchestrale, chiudendo con la dolente ballata waitziana Remember Me in cui la slide, l’elettrica e l’organo offrono un arrangiamento di grande fascino.
Un disco da ascoltare nel silenzio della notte, preferibilmente in cuffia.

Paolo Baiotti

DOUG SCHMUDE – Mileposts

di Paolo Baiotti

27 giugno 2021

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DOUG SCHMUDE
MILEPOSTS
Lost Hubcap 2020

Ci occupiamo di un altro Ep, quello di Doug Schmude, cantautore nato a Baton Rouge in Louisiana, cresciuto tra Texas e Oklahoma e attualmente residente in California. Abbiamo già recensito in questo sito nel 2019 Burn These Pages, il quarto disco solista inciso dopo A New Century del 2013, All These Avenues e Ghost Of The Main Drag. In precedenza Doug aveva fatto parte del duo di blues acustico Hot Foot Delta.
Mileposts è stato inciso nello studio The Old Mill in California quasi in solitudine, con l’aiuto in quattro brani di Brandon Allen alla batteria e sporadici interventi di altri musicisti. Doug ha suonato chitarre, dobro, mandolino, organo, piano e basso oltre a cantare.
Le sette tracce si muovono tra cantautorato folk e Americana con influenze country e blues. Mileposts In The Rear View, composta durante un lungo viaggio, apre il dischetto con una chitarra twangy e un ritmo coinvolgente, seguita dalla scorrevole e rilassata The Ballad Of Early, che si avvale della fisarmonica di Gee Rabe, accompagnata da un divertente video animato e dalla ballata All The Lines On My Face. A World Without John Prine è uno dei brani migliori: un omaggio semplice e dolente al grande cantautore con inseriti nel testo titoli delle sue canzoni. Anche Old Crow si muove in ambito folk, rinvigorita dal violino di George Mason. Ci spostiamo su terreni più ritmati con la divertente e vivace Feels Like Texas, un blues da roadhouse cantato con voce appena sporcata, con Boris Bengin all’armonica e El Kabong al basso, mentre per la chiusura Doug propone il folk-rock Maybe I Just Won’t Go Home Tonight con un robusto assolo di chitarra.
Dischetto piacevole che non propone novità particolare e forse manca della necessaria intensità, MIleposts è un’uscita interlocutoria in attesa del nuovo progetto di Schmude, il trio di Americana Nine Volt Moon formato da qualche mese.

Paolo Baiotti

EDDIE SEVILLE – High & Lonesome

di Paolo Baiotti

25 giugno 2021

seville

EDDIE SEVILLE
HIGH & LONESOME
Autoprodotto 2020

L’unico rammarico di High & Lonesome è la sua breve durata. Si tratta di un Ep di cinque canzoni che viene voglia di riascoltare più volte e che lascia insoddisfatti per la curiosità di avere a disposizione altre tracce di questo livello. Eddie è un cantautore e multistrumentista americano del New England, conosciuto sia per l’attività solista che per quella con la band di alternative country Steel Rodeo. Ha scritto canzoni riprese da numerosi artisti e collaborato in ambito televisivo e cinematografico. Paragonato come tipo di scrittura a Bruce Springsteen, Steve Earle e Dwight Yoakam ha supportato con la band The Outlaws, Peter Wolf, Steve Earle, Warren Haynes, NRBQ, Asleep At The Wheel e tanti altri. Ha pubblicato tre dischi da solista e due con la band oltre a un best nel 2017 con inediti.
Il dischetto è aperto da All Night Radio, un roots rock in cui si impone la voce ben impostata e calda di Eddie in un crescendo strumentale gestito abilmente. La title track è la traccia più country dell’Ep con la pedal steel di Peter Adams, ma One More Guitar torna al rock con la chitarra di Billy K. in primo piano. Seeds In The Wind è un notevole mid-tempo arrangiato dal produttore e batterista Isaac Civitello armonizzando mandolino, fisarmonica e pedal steel in un impasto gustoso, mentre nella conclusiva Talking To Myself Eddie e Isaac si dividono gli strumenti in un brano da classico songwriter rock con una deliziosa armonica springsteeniana.
Attendiamo Eddie Seville sulla lunga distanza, riascoltando per l’ennesima volta High & Lonesome.

Paolo Baiotti

Charlie Tornado 2021

di Ronald Stancanelli

21 giugno 2021

Charlie tornado

Carlotta Risso in arte Charlie la conobbi all’inizio del 2018, grazie ai cantautori amici comuni Max Manfredi e Claudio Roncone, in un suo concerto a Verona ed essendo entrambi di Genova, diventati a nostra volta amici. Vista poi piacevolmente in altre due occasioni su di un palco, una volta in Piemonte, assieme ad un carissimo amico, purtroppo pochi giorni fa scomparso, e ancora con mia moglie in uno splendido show in quel di Genova. Il suo primo album, sul quale trovate da leggere su Late For The Sky cartaceo numero 133, era molto country folk oriented e la sua piacevole voce era esaltata da questo genere che molto le si confaceva. In virtù di questo avevo notevolmente spinto poiché conoscesse e cantasse lo splendido brano di Guy Clark Desperados Waitin for a Train, cosa che peraltro sin’ora non è successa.
Non è successa poiché la bella e dotata cantautrice si è improvvisamente orientata su di un genere che l’ha portata da un’altra parte, ovvero a cercare nuove strade ed orientamenti musicali sicuramente più confacenti ai momenti musicali attuali e a, forse, una ricerca di maggior visibilità, soprattutto verso un pubblico più giovane sensibilmente più orientato a un qualcosa che possa soddisfarlo maggiormente, e a suscitarne interesse più di quanto non potesse fare una musica ricca e bella indubbiamente, ma pregna di vestigia country e folk, che effettivamente non sappiamo quanto potesse attecchire per un pubblico giovanile attuale. Fatto sta che è indubbio che il suo precedente album, caratterizzato anche da una splendida copertina, sia un disco veramente bello e stracolmo di pathos , e questo suo secondo lavoro indubbiamente prenda direzioni e strade diverse.
Per questi motivi inizialmente, per un purista come me, affezionato a tematiche musicali ancorate a gloriosi periodi precedenti lo stacco sia stato di iniziale difficile digestione fermo restante che ne fossi ugualmente restato colpito ed anche reconditamente affascinato.
Ed inoltre grazie a mia moglie che aveva subitaneamente captato con piacere e grande interesse il cambiamento dell’artista e che io stesso provassi energie e sentimenti sottopelle per questo suo nuovo album ulteriori ripetuti ascolti hanno accresciuto il fascino di cui effettivamente questo lavoro è pregno. E messo da parte il desiderio di sentire Charlie proporre la splendida Desperados Waitin’ for a Train che continuo a reputare brano perfetto per la sua voce e personalità, sono come in un tunnel entrato in questa sua nuova dimensione e non riesco più a uscirne ammaliato ed incantato in primis, sempre, dalla sua voce, e poi dalla novella direzione che la sua impronta artistica ha intrapreso. Chiariamo subito che un importante trait d’union tra passato e presente è dato da Tornado, brano che peraltro lei gia proponeva dal vivo nelle sue precedenti fattenze country folk, anche se bisogna parlare in questo caso di rock perché detto brano, e non a caso si titola Tornado, è imperiosamente e furentemente figlio di quel capolavoro elettrico di Neil Young, Like a Hurricane, straordinario brano del 1978 facente parte del disco American Stars’n’ Bars. Orbene questo pezzo di Carlotta Risso, la quale, evidenziamolo bene, si scrive da sola tutti gli otto brani del suo album, risente come detto del fascino del pezzo younghiano ma nel contempo è una canzone dall’incedere splendido che la sua voce arricchisce bellamente e che ce lo fa immediatamente amare in modo viscerale. Come prima accennato i brani sono otto e trenta i minuti di questo breve ma intensissimo disco, anche se un paio di canzoni in più non avrebbero sfigurato. Resto sempre dell’idea che album di 70/75 minuti come spesso ormai accade per riempire gli ottanta minuti dei cd, siano spesso esagerati, ma anche i trenta minuti in questo caso siano un pochino parchi e un paio di segmenti in più ci avrebbero avvicinato ai canonici classici minutaggi di circa 40 minuti che restano, a mio parere, la lunghezza perfetta per qualsiasi album. Tornando a Tornado, album, i suoni ma in special modo le atmosfere sono decisamente moderni pur non essendo ne invasivi ne figli di esagerata tecnologia. Ma traspirano e trasudano voglia non so se di sperimentazione o di nuovo e bisogna dire che ci riescono, non vorrei ripetermi, ma il punto vincente è la voce della Risso, che splendidamente si amalgama con queste atmosfere indie/sognatrici/pop un pochetto ambient, un pochino eteree, alquanto innovative e dense di un non so che di elettrico che si sente nell’aria, un qualcosa che affascina, magari non al primo ascolto, ma che poi resta come una dolce pennellata che lascia la sua scia di colore che non si disperderà ma anzi porterà l’ascoltatore a voler ribearsi di dette magiche arie. Esempio lampante del connubio tra voce e rifulgenti note musicali è Crossoroads, ma come non restare avvinti e affascinati dall’incedere sincopato della seducente We’re Even, arrangiata in modo superbo. Il poker d’assi resta la voce dell’artista ed il ricco piatto di fiches che la attorniano, ovvero strumentazioni, musicisti che la supportano, produzione perfetta, testi e musiche, rendono il tutto vincente. Charlie Risso suona la chitarra elettrica e lo stesso dicasi per Marco Ferretti, la stessa Charlie usa l’elettrica come pur fanno Mattia Cominotto e Tristan Martinelli, alla batteria Saverio Malaspina e Davide Zalaffi, al basso Cominotto e Martinelli e al cello Rachele Rebaudengo. Come detto tutti i pezzi a firma della Charlie che se le scrive, se le canta e se le suona , diremmo mirabilmente e la produzione, esemplare, è affidata al duo Cominotto –Martinelli.
Un accenno finale al bel quadro che rappresenta la copertina a cura di Jemma Powell.
Superfluo dire che consigliamo Tornado senza remore e con gran convinzione .

Ronald Stancanelli

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NIKKI O’NEILL – World Is Waiting

di Paolo Baiotti

16 giugno 2021

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NIKKI O’NEILL
WORLD IS WAITING
Blackbird 2020

Se avete voglia di ascoltare un agile dischetto (a metà tra un ep e un album) di soul con venature pop e gospel, questo World Is Waiting vi darà soddisfazione.
Cantautrice e chitarrista di Los Angeles, influenzata come detto dal soul, dal rhythm and blues e dal gospel, attualmente residente a Chicago, Nikki ha esordito nel 2017 con l’Ep di cinque brani Love Will Lead You Home, seguito da un paio di singoli e dal nuovo disco, in cui consolida la collaborazione con il paroliere Paul Menser che ha scritto i testi di cinque canzoni. Come chitarrista si definisce ispirata da artisti soul come Pops Staples e Prince, nonché da Carlos Santana; quanto alla scrittura dichiara di apprezzare Jerry Ragovoy, Dan Penn, Paul McCartney, Carole King, Sly Stone, Burt Bacharach e gli Abba (è cresciuta in Svezia). Molto attiva anche come insegnante di chitarra e collaboratrice di Guitar Player, suona regolarmente con la sua band formata da Joshua Pessar (chitarra e voce), Rob Fresco (basso) e Rich Lackowski (batteria e percussioni) che la accompagnano anche su World Is Waiting, con l’aggiunta di Doug Organ alle tastiere e di alcune coriste.
Nei sette brani per complessivi 25 minuti Nikki dimostra un notevole senso per la melodia corroborato da una voce chiara, fresca e pulita che contribuisce a rendere l’ascolto molto scorrevole e rilassato.
Il brillante up-tempo bluesato That’s How You Lose Her apre il dischetto con un testo pungente nei confronti degli uomini e un disteso assolo di chitarra accompagnato dall’organo. A Man For All Seasons è un mid-tempo vivace interpretato con voce sensuale, mentre l’ispirazione gospel è evidente nella raffinata A Place At The Table, che precede il soft rock della title track con il suo messaggio di giustizia e amore, in cui Nikki dimostra anche le sue capacità strumentali. All I Wanna Be Is Yours è rilassata e melodica con il piano che assume un ruolo importante, You’re The Only One Who Gets Me una briosa traccia bluesata, la conclusiva Take Back What I Said una canzone acustica che conferma la versatilità di Nikki.
World Is Waiting è un dischetto che mette allegria, adatto per le calde serate estive.

Paolo Baiotti

DAVID OLNEY & ANANA KAYE – Whispers And Sights

di Paolo Crazy Carnevale

16 giugno 2021

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David Olney & Anana Kaye – Whispers And Sights (Appaloosa/Schoolkids 2021)

“Pensa ai giorni d’estate e al modo in cui ti facevo ridere, è sempre stato il mio addio preferito” canta David Olney nel brano d’apertura di questo lavoro postumo realizzato con la cantante Anana Kaye. Lui invece se n’è andato in un giorno di gennaio dello scorso anno, sul palco dove stava esibendosi, in Florida dove, se non altro, è sempre estate.

Questo disco può quindi essere considerato come una sorta di testamento spirituale involontario, anche se a ben vedere è più un concept dalle atmosfere tenebrose, reso forse più lugubre dal fatto che un autore è morto prima che vedesse la luce, in particolar modo quando è la voce di Olney a guidare le danze, una voce divenuta con gli anni greve, quasi un incrocio tra quella di Eric Andersen e quella di Nick Cave, senza però riuscire a raggiungerne i toni più profondi.

Le note di copertina, immancabili nei dischi Appaloosa, ci raccontano che lo spunto parte da un luogo dei sogni non meglio identificato, probabilmente non negli Stati Uniti, dove in un tempo databile a circa cent’anni fa o anche più i tre autori (oltre ai titolari c’è il marito della Kaye, Irakli Gabriel, che compone, arrangia e suona le chitarre) si trovano in un locale a raccontare storie e a raccontarsi.

In musica.

Il disco ha alti e bassi, non è un capolavoro, la voce di Olney spesso fa cilecca, in particolare proprio nel brano d’apertura, My Favorite Goodbye, il che non è un bel biglietto da visita, nonostante il brano non sia brutto. Con ogni probabilità Olney se n’è andato prima di poterne fare una take migliore, tutto è possibile, ma ripeto, le stecche ci sono e un disco che comincia stonato non parte certo bene.

Quando canta la Kaye le cose cambiano, e anche quando sono in due a sostenere le parti, perché la voce di lei aiuta molto a non prestare attenzione alle debolezze di quella di lui.

Il genere è un folk moderno in bilico tra alternative country e le produzioni nashvilliane di Neilson Hubbard (che però non ha nulla a che vedere con questa pubblicazione) che sembrano piacere molto ultimamente, ma che francamente, a lungo andare, trovo ripetitive e con pochi brividi.

I brani cantati dalla Kaye (che si occupa anche delle tastiere e del piano), sono quelli più entusiasmanti, in particolare Last Days Of Rome, particolarmente apocalittica e aggressiva, o la title track dall’atmosfera più rilassata, molto melodica, una bella canzone d’amore e tragedia, o ancora la quasi profetica Thank You Note (se prendiamo per buono il fatto che tutto il disco sia stato concepito prima del marzo 2020, o comunque prima della morte di Olney) in cui la protagonista è sopravvissuta addirittura ad un’epidemia di cinquecento anni prima. In The World We Use To Know, Olney ci regala una delle migliori prestazioni vocali del disco, in supporto ad una base sonora molto dark, con tanto di archi e con la voce della Kaye che gli sussurra in sottofondo.

Il disco tutto sommato è suggestivo, ma all’ascolto resta evidente che c’è qualcosa di storto, come se l’assenza di Olney in diverse tracce fosse dovuta al fatto che non tutto doveva essere com’è finito per essere.

Una menzione particolare per la lunga canzone conclusiva, The Great Manzini, piena di quelle suggestioni che riconducono al luogo dei sogni menzionato nelle note di copertina, questo paese immaginario a metà via tra atmosfere belle époque e stile “vecchia America”, con la storia di un numero di magia in cui il grande Manzini del titolo riesce a far sparire una colomba senza però riuscire a farla ricomparire. Un po’ come la morte improvvisa ha fatto sparire Olney dal disco in maniera definitiva.

Paolo Crazy Carnevale

MARK VIATOR & SUSAN MAXEY – Where The Road Leads

di Paolo Baiotti

16 giugno 2021

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MARK VIATOR & SUSAN MAXEY
WHERE THE ROAD LEADS
Rambleheart 2020

Mark e Susan si sono incontrati al festival folk di Kerrville del ’91. Da allora hanno unito le rispettive esperienze, Mark di cantautore in ambito country, blues, errebi con influenze cajun, Susan di cantante country appassionata di autori texani, sviluppando un suono personale. Hanno fatto la loro gavetta cantando con nomi più o meno conosciuti della scena di Austin come Jim Stringer, Slaid Cleaves e Steven Fromholz, affinando le proprie capacità e imparando ad affrontare con sicurezza sia il palco che il lavoro in studio, mischiando radici del Texas e della Louisiana.
Mark ha esordito nel 2003 con Bajou Teche in cui Susan è presente ai cori, ma già il successivo These Arms del 2011 è intestato ad entrambi, come Bottom Of The Blues del 2014. Dopo l’intermezzo di Wire & Wood, disco di chitarra acustica di Mark, sono tornati in coppia in questo Where The Road Leads, registrato e prodotto da Mark nel Rambleheart Studio di Austin, mixato e masterizzato da Cris Burns nel suo studio della medesima città texana. Tra gli amici coinvolti nel progetto citerei Peter Schwarz al violino, Jane Gillman all’armonica, Chris Olson al basso, Richard White e Ralph Power che si alternano alla batteria e Ray Smith all’organo.
Il disco tende a privilegiare le armonie vocali create dalle voci affiatate di Mark e Susan, che risaltano anche per gli arrangiamenti tendenzialmente melodici e mai forzati. La qualità della scrittura non è sempre all’altezza e nel corso del disco affiorano momenti un po’ piatti, ma complessivamente il livello è più che soddisfacente.
Tra le dodici tracce spiccano la ritmata My Old Man che apre il dischetto, la divertente Tore Up From The Floor Up arrangiata con gusto in cui brilla la voce solista di Susan, la ballabile Cajun Navy, un country mixato con i ritmi della Louisiana e la gustosa Bye-Bye Bajou di Jim Stringer, mentre si rifanno al country più tradizionale la ballata Call Of Love (un po’ zuccherosa), Before I Disappear e il valzer Tumbleweed Greaves.
Nel finale meritano la melodica e scorrevole Teach Me How To Stay di Stephen Bruton e il valzer texano di Suitcase Full Of Memories.
Mark & Susan formano un duo affidabile, che darà soddisfazione soprattutto a chi apprezza le melodie country texane.

Paolo Baiotti

ENRICO CIPOLLINI & THE SKYHORSES – Crossing

di Paolo Baiotti

13 giugno 2021

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ENRICO CIPOLLINI & THE SKYHORSES
CROSSING
Autoprodotto/IRD 2020

Cantautore di ispirazione country/blues/folk, dopo esser stato chitarrista e autore per diverse band (Underground Railroad, Free Jam e Violassenzio) con le quali ha pubblicato alcuni album, ha intrapreso un progetto solista acustico inaugurato nel 2016 con il suo primo disco Stubborn Will. Inoltre ha aperto i concerti di artisti internazionali come Pulp Dogs, Paolo Bonfanti, Hollis Brown, Mary Cutrufello, Nine Below Zero, Jono Manson e Buford Pope. Per questo secondo album dove il ruolo della band è predominante rispetto al lavoro precedente, si è avvalso della collaborazione dei colleghi e amici Iarin Munari alla batteria, Fabio Cremonini al violino, Roberto Catani al basso e di alcuni ospiti come la cantautrice irlandese Joanna Marie, Fabrizio Luca alle percussioni, Nick Muneratti al basso e Annalisa Vassalli alla voce. Per questo il progetto è stato intitolato anche al gruppo diventato stabile con il nome The Skyhorses Pur prevalendo gli strumenti acustici in un ambito che ha come riferimento il folk e il country-blues con dobro, chitarra acustica e violino in primo piano, creando degli incroci dai quali prende nome il titolo The Crossing, il disco è molto energico e non lascia trapelare l’origine italiana dei musicisti, potendo tranquillamente essere percepito come un lavoro di matrice anglosassone. E’ da apprezzare anche lo sforzo compositivo, visto che i 12 brani sono tutti autografi.
Il tocco del dobro dell’opener Slipping Away ricorda il Ry Cooder desertico, con la voce sicura e convincente di Enrico che si inserisce mentre il brano (caratterizzato da un testo amaro sulle difficoltà di un agricoltore) accelera percorso dal violino e dalla batteria. Nella ballata pianistica Down The Line Cipollini suona anche piano e organo, ma è sempre lo strumento a corde a dare quel qualcosa in più, così come nella successiva bluesata History Repeating, più dura sia nel testo che nella musica ipnotica e cadenzata con un bel finale strumentale di violino e dobro.
Nel prosieguo colpiscono la calma almeno apparente di Someone I Know (che ricorda le ballate di Jason Isbell) in cui il violino ha un ruolo determinante, l’intima What’s Left To Do con un testo dolente su un rapporto giunto alla fase finale, accompagnato dal violoncello di Andrea Franchi e la dolce The Only Name in cui Enrico duetta con Joanna Marie.
Nella parte finale, dopo la ritmata Not Worth It, si susseguono tre brani suonati interamente da Cipollini tra i quali spicca la dolente e calibrata Out Of Here, nella quale le inflessioni vocali mi hanno ricordato Elton John, che chiude il disco in modo sommesso.

Paolo Baiotti

RUBEN MINUTO – The Larsen’s Sessions / Live In Studio

di Paolo Baiotti

8 giugno 2021

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RUBEN MINUTO
THE LARSEN’S SESSIONS – LIVE IN STUDIO
Delta Promotion 2021

Per un musicista abituato a suonare con continuità dal vivo e per di più con un disco da poco ultimato da promuovere, il covid è stato un evento difficile da gestire. Ruben stava girando da poco con il suo nuovo Think Of Paradise e, come tutti, è stato costretto a fermarsi cercando di reinventare la sua attività. Per di più con in mano un album ambizioso tra southern rock e country-rock, con richiami al bluegrass e all’Old Time American Music, gli elementi con i quali è cresciuto musicalmente e che aveva cercato di miscelare in questo disco.
Milanese, classe ’70, con alle spalle alcuni album solisti, collaborazioni con il bluesman Steve Arvey e un disco con i Mr Saturday Night Special (Lynyrd Skynyrd Tribute Band), Ruben è anche conosciuto come sideman, avendo accompagnato in Europa artisti come Ashleigh Flynn, Don DiLego, Ian Foster e Tony Trishcka.
Coadiuvato dal fedele amico e inseparabile compagno musicale Luca Andrea Crippa (chitarra e lap steel) ha deciso di tornare in studio e di registrare dal vivo davanti a un pubblico immaginario alcune canzoni tratte dal suo repertorio riarrangiate da Luca, con l’aggiunta di tre cover, che ha raccolto in questo The Larsen’s Sessions che prende il nome dal proprietario dello studio di Buccinasco, l’amico e collaboratore Larsen Premoli. Nelle due sessioni suonano tre diverse formazioni: un duo acustico formato da Ruben e Luca, un quartetto acustico per i brani arrangiati tra folk e blues con il contrabbasso di Ale Porro e la batteria di Nico Roccamo, un quintetto elettrico scelto per le tracce più vicine al rock e al country con le preziose tastiere di Riccardo Maccabruni dei Mandolin’ Brothers e la sezione ritmica di Paolo Roscio (basso) e Alessio Gavioli (batteria), oltre alle tre preziose voci femminili di Jane Teresa, Lucia Lombardo e Sophie Elle.
Tra i brani spiccano l’opener, una versione rallentata, distesa e rilassata del tradizionale bluegrass Molly And Tenbrooks in cui emerge il cantato malinconico di Ruben, il soul-blues This Hour Of The Day, il vigoroso rock bluesato di Jimmy Two Steps, il rock di stampo sudista High Heel Shoes e due brani suonati in duo acustico: la melodica Be Alive con eccelenti momenti strumentali e Who Cares con la voce di Sophie Elle. Se la cover rallentata di You’re The One That I Want dal musical Grease non convince (pur ammirando il coraggio dell’arrangiamento), non si può dire lo stesso di Why Should I Be So Lonesome di Jimmie Rodgers, un country delizioso suonato in duo con Crippa alla lap-steel che chiude un disco spontaneo e scorrevole, sperando di poter ascoltare presto queste canzoni dal vivo.

Paolo Baiotti

STEFANO SALETTI & BANDA IKONA – Mediterraneo Ostinato

di Ronald Stancanelli

5 giugno 2021

Banda Ikona sALETTI Mediterraneo

STEFANO SALETTI & BANDA IKONA MEDITERRANEO OSTINATO 2021

Quello che cantiamo è un Mediterraneo ostinato, combattente,resistente che non si arrende.
Ostinato come siamo noi popoli mediterranei, forti, antichi, testardi e resilienti……

Dopo lo splendido Soundcity del quale abbiamo parlato qualche mese fa Stefano Saletti & Banda Ikona doppiano con uno straordinario nuovo album dal titolo Mediterraneo ostinato.
Ancora una volta splendido mix di generi e strumenti musicali che arricchiscono e colorano queste dodici tracce intrise di solarità e provenienze disparate. Come il mare nostrum abbraccia terre, lidi, promontori, isole e scogliere così questo intensissimo album accomuna musiche, testi e pensieri che abbracciano il mondo curdo, quello sefardita, quello armeno, toscano, calabrese, ellenico, insomma un giro di suoni, volti indefiniti, storie che attecchiscono al primo ascolto e fanno gridare al piccolo miracolo poiché non sempre ad un album splendido ne segue un altro altrettanto stupefacente e di trama ancor migliore.
Eravamo restati affascinati da Soundcity ma in queste dodici tracce i cinque magnifici musicisti danno letteralmente il bianco dando forma ad un lavoro di straordinaria bellezza che merita e meriterebbe una pletora di riconoscimenti e premi tanto la sua forza intrinseca si fa strada nelle orecchie e nella mente di chi all’ascolto si pone.
L’affascinante voce di Barbara Eramo, la marea di strumenti suonati , ben dodici, da Stefano Saletti, gli strumenti a fiato di Gabriele Coen, i due bassi di Mario Rivera e il set di percussioni e batteria di Giovanni Lo Cascio danno vita a un progetto entusiasmante al quale collaborano Yasemin Sannino voce in tre pezzi, Gabriella Aiello, voce in due, Carlo Costa al v
iolino e Arnaldo Vacca con un nugolo di strumenti e strumentini a percussione. E ancora l’eccellente presenza di Lucilla Galeazzi, Riccardo Tesi, Alessandro D’Alessandro, Nabil Salameh e altri artisti che intarsiano ulteriormente di magnifiche striature tutto l’album.
Formazione che vince non si cambia e notiamo che tutti gli artisti coinvolti erano parte dell’ottimo precedente Soundcity del 2016.
Sicuramente due album strepitosi da avere se si è appassionati di grande buona musica , quella capace di coniugare passioni, sentimenti e pur tormenti con un lirismo e un pathos senza pari.
Dato il valore di detto lavoro non ci sentiamo di suggerire un brano a discapito di un altro tanto tutti son interessanti, coinvolgenti e decisamente molto molto belli.
Tutti i pezzi di Saletti escluso uno cofirmato da Nabil Salameh, un traditional e uno di Cecco Angiolieri, il celeberrimo Si fosse foco.
Produzione ed arrangiamenti di Stefano Saletti, album registrato e mixato in quel di Roma per la Label Finisterre, un nome una garanzia.
Foto di copertina di Claudio Martinez decisamente fulgida e luminosa.
Consigliamo infine di vedere su youtube il loro video Anima de moundo.

Ronald Stancanelli

DAVE DESMELIK – The Calendar Album

di Paolo Baiotti

5 giugno 2021

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DAVE DESMELIK
THE CALENDAR ALBUM
Autoprodotto 2020

Abbiamo scritto di questo cantautore quattro anni fa, in occasione dell’uscita di Lifeboat. Originario di Atlanta, Georgia, si è trasferito più volte fino all’attuale residenza di Bevard in North Carolina. Alla fine degli anni novanta ha fatto parte degli Onus B. Johnson, band jamgrass di Flagstaff con la quale ha inciso due dischi. La sua carriera solista, iniziata nel ’99 con Move On, è molto più corposa, comprendendo ben dieci albums prima di Lifeboat che hanno ottenuto discreti riscontri e attenzione da parte di siti e radio specializzati quali EuroAmericana Chart, Roots Music Report, Freeform American Roots Chart e North Carolina Roots Radio Chart. Successivamente ha pubblicato un disco in coppia con Nolan McKelvey, uno con il gruppo Army Of Love e uno strumentale nel 2020 (Instrumental Conversations). Dave si può considerare un artista di Americana, tra roots e folk con attenzione alle parti strumentali arrangiate con cura.
The Calendar Album è un progetto particolare: è stato scritto nel 2013, una canzone al mese relativa alle sensazioni e al significato di quel mese per il musicista…non solo considerazioni di carattere personale. Questi brani sono rimasti nel cassetto per parecchi anni, scavalcati da altre idee e canzoni, finchè durante la pandemia, senza concerti e con più tempo da passare a casa con la famiglia e in studio, l’artista li ha ripresi in mano e li ha incisi quasi tutti da solo a Penrose, con l’aiuto in quattro tracce dell’ottimo chitarrista David Philips, un inglese da tempo residente a Barcellona, utilizzando per la copertina un pregevole disegno dell’amico James Cassara. Oltre all’album è stato pubblicato un singolo in edizione limitata con la prima e l’ultima canzone (January e December).
The Calendar Album è un disco dalle atmosfere melodiche e sommesse, sobrio e permeato di malinconia. Se l’opener January è una traccia folk-blues elettrica rivitalizzata dalla chitarra di Philips che dà un’impronta prog al suono, la strascicata February è un folk con il mandolino in primo piano, mentre in March riemerge una chitarra aspra e pungente, questa volta suonata da Dave che si dimostra polistrumentista più che discreto, avendo forse il punto debole in una voce non molto personale e poco estesa. April è un brano melodico con armonica e piano, May un up-tempo bluegrass-folk in cui spicca il raffinato fingerpicking del musicista, June un mid-tempo di rock roots grintoso. July è rivestita di atmosfere country, mentre influenze western emergono nella scorrevole August. L’emotiva e malinconica September precede il pacato strumentale October tra folk e bluegrass, ma l’atmosfera muta nel notevole rock-blues di November e nella conclusiva December, un mid-tempo folk pianistico in cui la chitarra di Philips si ritaglia uno spazio importante.

Paolo Baiotti

RAY WYLIE HUBBARD – Co-Starring

di Paolo Crazy Carnevale

3 giugno 2021

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RAY WYLIE HUBBARD – Co-Starring (Big Machine Records 2020)

Grande ritorno, in forma più che smagliante, per uno degli outlaws texani delle origini: Ray Wylie Hubbard è sulla breccia da un sacco di tempo, anche se a livello discografico fino agli anni ottanta ha realmente sonnecchiato e solo dai novanta in poi i suoi dischi hanno realmente destato interesse. Ma questo conta poco, è la bontà delle sue uscite a fare la differenza, così come il suo inconfondibile stile e le sue canzoni che oltre ad avere sempre un gran fascino sono sempre dense, a livello testuale, di citazioni e riferimenti.

Il nuovo disco ha tutte le caratteristiche dei dischi figli dell’era covid-19, ossia di essere stati realizzati in luoghi diversi, pur di avere i musicisti nei solchi alla faccia dell’impossibilità di muoversi; ed è un disco che fin dal titolo ci fa capire quanto possa essere ricco di ospiti titolati, evidente segno anche della stima e del rispetto per Hubbard, che come si diceva è uno dei padri fondatori di uno stile e ne ha firmato, negli anni settanta, una delle canzoni simbolo, quella Up Agains The Wall Redneck Mother, resa celebre da Jerry Jeff Walker nel suo irrinunciabile Viva Terlingua!.

Co-Starring è un disco solidissimo, con dieci grandi canzoni, tutte nuove di trinca, salvo una, ripresa dal passato, che è comunque ben inserita nel contesto ed è comunque una delle più belle di sempre tra quelle scritte da Ray. Il sound è quello che il nostro è solito portare in giro negli ultimi anni, anche quando si esibisce dal vivo: ho avuto la fortuna di assistere ad un suo concerto in trio in Texas nel 2015 e, ospiti a parte, quello che esce dal disco è lo stesso cui ho assistito ad Austin.
L’inizio è subito alla grande, Ray sfodera in un sol brano, Bad Trick, un poker di collaboratori da svenimento: c’è Chris Robinson a duettare nel cantato, Ringo Starr alla batteria, Don Was al basso e alla chitarra nientemeno che Joe Walsh. Tripudio totale per un brano che sarebbe già buono anche senza le star coinvolte. Rock Gods è dedicata a Tom Petty, o quantomeno trae ispirazione dalla sua dipartita, arrangiamento minimale, con un bel lavoro di chitarra elettrica da parte di Aaron Lee Tasjan; per la successiva Fast Left Hand , bel testo e musica vibrante tutta giocata sul suono della slide, Ray si avvale invece di una band al completo come ospite, i Cadillac Three, in verità più interessanti in questa situazione che non nel loro recente disco.

Arriva a questo punto una delle perle del disco, Mississsippi John Hurt, dedicata all’omonimo bluesman e suonata quasi in solitudine con i soli contributi del figlio Lucas (spesso sul palco con lui) al dobro e di Pam Tillis che accompagna la voce di Ray Wylie con sapienza. Altra perla è il brano che chiude il lato A, Drink Till I See Double, in cui ci sono a duettare Paula Nelson e Elizabeth Cook, ma è fondamentale anche il lavoro di Jeff Plankenhorn alla pedal steel: i riferimenti qui sono cinematografici con citazioni di “Urban Cowboy” e “Il texano dagli occhi di ghiaccio”.

La seconda parte si apre sul riff sostenuto di R.O.C.K., un titolo che è tutto un programma: anche qui c’è un gruppo predefinito a crearne l’ossatura, Tyler Bryant & The Shakedown, il brano suona come una session spontanea, tanto che nel testo si parla di Bryant e soci, in realtà anche in questo caso i musicisti sono stati ripresi in differenti location, seppure magari in simultanea.

Steve Cropper e Dennis Hopper (forse solo per questioni di rima) sono citati nel testo della più rilassata Outlaw Blood che vede ospite la voce di Ashley McBride, mentre il bravo Plankenhorn qui si occupa di slide e mandolino, dando un tocco diverso al colore del sound. A conferma dell’ottimo abbinamento tra Ray Wylie, le voci femminili e il suono slide, in Rattlenake Shakin’ Woman sono poi coinvolte le sorelle Lovell, vale a dire le Larkin Poe, col prevedibile risultato di una grande performance. Come per il lato A del disco, anche per la seconda facciata, sono i due brani finali a strappare gli applausi più forti, Hummingbird vede sfilare l’ospite meno prevedibile, il fantastico Peter Rowan, che piazza la sua chitarra acustica e un po’ di voce nella canzone più tranquilla del disco, un gioiellino tutto sorretto sulle chitarre acustiche e sul contrabbasso, niente bottleneck, distorsori o dobros, solo un’atmosfera country gospel dal suono magico.

Il gran finale è affidato alla canzone più vecchia, un brano già apparso nel 1999 su Crusades of the Restless Knights: anche in questo caso l’atmosfera è più pacata, siamo in odore di Townes Van Zandt, guarda caso citato anche nel testo. Ronnie Dunn e Pam Tillis sono della partita coi cori e, unico strumento oltre all’acustica dell’autore, c’è il violoncello di Brian Standefer. Una chiusura bellissima per un disco che è sicuramente tra i più memorabile di questo notevole musicista.

Paolo Crazy Carnevale

CURTIS SALGADO – Damage Control

di Paolo Crazy Carnevale

30 maggio 2021

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Curtis Salgado – Damage Control (Alligator/IRD 2021)

Ascoltare nuovo materiale da Curtis Salgado è sempre una benedizione. Il cantante (e talvolta armonicista, ma qui solo in due brani purtroppo) di stanza a Portland e originario della stato di Washington, è ormai al suo quarto disco in casa Alligator, etichetta sinonimo di blues che ormai da decenni ci ha abituati a prodotti di qualità, anche se ogni tanto un po’ risaputi quanto a contenuti.

Salgado, che nella sua carriera è anche stato cantante dei Santana e della Robert Cray Band, è uscito a testa alta dai suoi problemi col cancro di una decina di anni fa e continua a dimostrare grande smalto nelle sue produzioni discografiche.
Damage Control è un disco pimpante, magari non sorprendente come il suo predecessore – un fantastico disco dalle sonorità acustiche condiviso con Alan Hager – ma comunque ben fatto e piacevole. Registrato tra Nashville e la California, il disco è prodotto dal titolare medesimo e ci presenta una serie di composizioni nuove di zecca, composte di volta in volta con alcuni dei musicisti coinvolti, o anche col partner del disco precedente.

È blues effervescente, elettrico, grintoso che punta ovviamente sulla voce di Salgado che graffia ancora con grande verve; tra gli accompagnatori spicca il nome di Mike Finnigan all’organo, un musicista immenso la cui carriera andrebbe totalmente riscoperta (basti pensare che compare persino in Electric Ladyland di Hendrix), alle chitarre si alternano Kid Andersen (prezzemolo un po’ eccessivo forse nelle produzioni Alligator), George Marinelli, Johnny Lee Schell, Dave Gross e Alan Hager, mentre il piano è suonato da Jim Pugh e Kevin McKendrick e alla batteria c’è tra gli altri Tony Braunagel, altro nome ricorrente nei dischi Alligator.

Tra le tredici canzoni incise da Salgado per questo suo nuovo disco spiccano senza dubbio Precious Time e Always Say I Love You (At The End Of Your Goodbyes), caratterizzate da due ottimi duetti con Wendy Moten, la cui voce di matrice gospel calza a pennello abbinata a quella di Curtis: il secondo brano poi ha un break centrale da peli dritti ad opera dell’organo di Finnigan che sembra far rivivere certe atmosfere di stampo The Band riconducibili allo stile del grande Garth Hudson.
E a dire il vero certe atmosfere southern country tipiche del gruppo canadese sono riscontrabili anche nell’attacco Hail Mighty Ceasar, anche qui il lavoro di Finnigan è da urlo, anche se il resto del gruppo fa virare il brano decisamente altrove. Waht Did Me In DId Me Well ci introduce invece ad un Salgado più in stile crooner (è uno dei due brani con l’armonica), che però convince meno. Meglio la successiva You Are Going To Miss My Sorry Ass; in I Don’t Do That No More vede il leader duettare con J.T. Lauritsen in una composizione veloce col pianoforte a far da guida e la mai invadente solista di Marinelli a rifinire con sapienza.

Oh For The Cry Eye vede di nuovo in pista la Moten, ma il brano convince meno degli altri in cui appare. Buon brano la title track, uno slow notturno ma non eccessivamente, contrappuntato dalle chitarre di Schell e Gross tra i cui lavori s’infila l’organo di Finnigan. C’è anche spazio per un po’ di zydeco con Truth Be Told in cui Curtis duetta con Wayne Toups impegnato ovviamente anche alla fisarmonica.

Tra le composizioni più blues c’è da segnalare poi The Fix Is In dove Slagado da un saggio fantastico della sua abilità come armonicista ed è un vero peccato che non si offra maggiormente in questo tipo di interventi, pregevolissimo anche il lavoro di “Petrosino” Andersen. Il disco si chiude con l’unica cover, il veloce rock’n’roll di Larry Williams Slow Down, con tanto di fiati, non irresistibile.

Paolo Crazy Carnevale