Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

THE STRANGLERS – Venaria Reale, Teatro della Concordia, 2/12/2019

di Paolo Baiotti

8 dicembre 2019

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Dopo qualche anno gli Stranglers sono tornati a calcare i nostri palchi con tre date a Bologna, Roma e Venaria presso Torino. La gloriosa e veneranda band inglese, nata a metà degli anni settanta a Guildford (il nome originario era Guildford Stranglers), dopo avere acquisito una certa popolarità nel circuito del pub-rock è entrata a far parte della scena punk, pubblicando quattro album di grande impatto e successo, specialmente in patria, tra il ’77 e il ’79: il travolgente esordio Rattus Norvegicus, No More Heroes, Black & White e The Raven che lasciava intravedere un cambiamento di suono con un ammorbidimento e una maggiore complessità, una strada proseguita nei dischi successivi, ma con minore convinzione e un progressivo calo di ispirazione. Nel nuovo millennio il quartetto ha rilasciato tre dischi in studio, il più recente Giants del 2012, restando molto attivo dal vivo. Sono tuttora presenti due membri della formazione originale, Jean-Jacques Burnel (basso e voce) e Dave Greenfield (tastiere), ai quali si aggiungono Baz Warne (voce e chitarra dal 2000) e il giovane Jim Macaulay (batteria) che dal 2012 ha prima affiancato e poi sostituito Jet Black, il batterista originale che aveva 39 anni quando la band pubblicò il primo album e che si è definitivamente ritirato nel 2015 per motivi di salute. E’ chiaro che l’assenza rilevante è quella di Hugh Cornwell, voce principale e chitarra del quartetto originale, che se ne è andato nel ’90 per intraprendere una carriera solista non particolarmente significativa, come d’altronde quella della band senza di lui. Ma è anche vero, e il concerto torinese lo ha confermato, che la diversità e originalità del suono del gruppo si fondano sulle tastiere doorsiane e raffinate di Greenfield.

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Che senso ha un concerto degli Stranglers oggi? Vale il discorso di molte vecchie band…è prima di tutto una questione di nostalgia da parte del pubblico (non certo giovanissimo, almeno dalle nostre parti) che vuole risentire le canzoni che ha amato in passato e una questione finanziaria per i musicisti. Ma c’è anche la voglia di dimostrare di essere ancora vitali e di emozionarsi, come hanno dimostrato i quattro inglesi, in ottima forma e non legati del tutto al lontano passato, visto che metà delle 20 canzoni eseguite a Venaria provengono dai primi quattro dischi, ma le altre dieci ripercorrono le tappe successive con cinque episodi dagli album post 2000 che non hanno sfigurato.

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Dopo un set divertente dei Ruts DC, sopravvissuti dell’epoca punk/reggae quando si chiamavano Ruts, che ha ovviamente compreso i loro brani più conosciuti Jah War, Babylon’s Burning e Staring At The Rude Boys, gli strangolatori sono entrati in scena vestiti di nero, iniziando con due tracce da Norfolk Coast, la title track e I’ve Been Wild, seguite da Get a Grip dall’esordio. Tre tracce dure e aggressive, eseguite con professionalità e precisione, nelle quali sono emerse la batteria puntuale ed energica di Macaulay e le tastiere brillanti di Greenfield, in appoggio al basso pulsante di JJ e alla voce e chitarra di Baz, che nei brani vecchi ricorda le tonalità di Cornwell. Dopo la morbida Midnight Summer Dream e Time To Die, quasi interamente strumentale, il riff nervoso di Nice ‘n’ Sleazy ci ha riportato al terzo album Black & White, seguita dall’’avvolgente The Raven cantata (e in parte recitata) da Burnel. Nella parte centrale si sono susseguite tre ballate: il valzer Golden Brown (singolo n. 2 in Gran Bretagna nell’82), la scorrevole Always The Sun cantata con il pubblico e l’affascinante Don’t Bring Harry con JJ alla voce. L’energia di Nuclear Device, il basso nervoso e il ritmo spezzato di Peaches e l’eccellente cover di Walk On By (uscita come singolo nel ’78) in cui hanno avuto spazio solista la chitarra e le tastiere hanno preceduto il finale con due brani storici, Hanging Around e Tank. Il quartetto ha concesso un unico bis, No More Heroes, title track del secondo album, ad un pubblico sufficiente per presenza, ma probabilmente meno caldo che in altri paesi come Gran Bretagna, Germania e Francia dopo il gruppo ha un culto molto radicato.

ROBERT RANDOLPH & THE FAMILY BAND – Brighter Days

di Paolo Crazy Carnevale

2 dicembre 2019

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Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days (Provogue 2019)

Non c’è ormai dubbio, Robert Randolph va via via maturando: non che prima fosse acerbo, strumentalmente aveva dato ampie dimostrazioni di classe e abilità strumentale già dal primo disco “vero”, quello sotto la denominazione The Word, il supergruppo con i North Mississippi Allstars e John Medeski, un caposaldo assoluto della musica strumentale, del genere jam e, se vogliamo, anche di un certo modo di fare southern rock.

CI sono voluti un po’ di anni e un po’ di dischi da solista però per arrivare ad avere dei prodotti che stiano insieme anche senza dover andare a pescare ospiti titolati per attirare l’attenzione: se il precedente LP di Randolph, I Got Soul era stato una bella conferma dello status raggiunto come performer live, questo nuovo disco lo è ancor di più. Merito senz’altro della produzione mirata e ben costruita di Dave Cobb, che già pochi mesi prima era stato il gran rifinitore del gran disco della Marcus King Band. Anzi, personalmente trovo Cobb più idoneo a produzioni elettriche e per così dire di matrice rock-blues che non quando siede in regia per i cantautori di Nashville.

Nashville è però il suo locus operandi e quindi anche il disco di Randolph e famiglia è stato registrato nella città musicale del Tennessee.

Niente ospiti di grido, solo un coro di voci soul e la chitarra dello stesso Cobb, per il resto è tutta farina delle chitarre di Robert, della batteria del fratello Marcus, delle voci di Lanesha (la sorellona) e di Steven Ladsen, del basso suonato dal cugino Danyel Morgan, tornato in seno al gruppo, e delle splendide tastiere di Philip Towns.

Il risultato è uno dei dischi migliori dell’anno, che si gioca la palma con quello dei Long Ryders e quello delle Ace Of Cups (in realtà uscito a fine 2018).

Ovviamente a guidare le danze è sempre la pedal steel multisonora suonata dal leader di questa splendida famiglia musicale, Randolph si conferma sovrano nella padronanza di questo strumento, che suona con la stessa aggressività e pirotecnicità con cui Jimi Hendrix suonava la Stratocaster bianca che ben sappiamo. Non solo è in costante crescita anche a livello vocale.
Rock e blues, anzi, più che blues, soul: rock e soul. Questo è il termine giusto per definire la musica di Brighter Days.

La prima facciata è da urlo, cinque brani, uno dietro l’altro, col gruppo in tiro da battaglia. In apertura c’è già uno dei brani migliori, con la chitarra che si sbizzarrisce e l’organo che si infila dappertutto: si tratta di Baptise Me, cantato benissimo da Robert con la sorella Lanesha che gli mette a disposizione una voce intrisa di anima e cuore da manuale. Don’t Fight Me è invece un brano da combattimento bello e buono, di quelli utili per incendiare le esibizioni sul palco, pedal steel tiratissima, soprattutto nel finale, un boogie virato al funk come non è da tutti fare.

Poi, spiazzando tutti, Robert sfodera una versione da pelle d’oca di Simple Man, di Pops Staples, e l’atmosfera si rende più intima, la voce di Randolph è perfettamente a proprio agio con l’atmosfera e le chitarre (la sua e quella di Cobb) creano una situazione notturna impreziosita dal lavoro di Philip Towns al piano elettrico. Applausi. Come se non bastasse nel brano seguente, Have Mercy, sul tappeto di tastiere Robert duetta con Lanesha resuscitando immagini sonore di un country/soul/rock che temevamo perduto nelle pieghe dei primi anni settanta. La pedal steel è lancinante, il lavoro del basso eccellente quando fondamentale: il duetto tra i due fratelli ricorda quelli eccelsi di Delaney & Bonnie (altra coppia di parenti musicali a me molto cara).

Di nuovo applausi.

Poi, a chiudere la prima facciata, Cut Em Loose, brano più veloce, tosto e, soprattutto sempre molto ispirato.

La seconda parte (il vinile è color viola, bellissimo!) si apre con un piano che ricorda certe cose di Leon Russell, quello dei tempi d’oro: il brano è Second Hand Man, molto elettrico, corale, niente vocalizzi elettrizzanti ma grande dispiego di chitarre. Cry Over Me è invece una ballatona cantata dalla sola Lanesha. L’interpretazione è buona, sotto la voce si muovono piano e organo, Lanesha canta bene, forse il brano è un po’ ripetitivo, o forse solo troppo lungo. Soul pop, e ancora viene in mente Leon Russell (magari quando girava con Joe Cocker), è la matrice di I Need You, un’altra ballata struggente in cui Randolph alla voce duetta con la sua pedal steel, ben supportato dalle tastiere. È poi la volta di una bella cover di Little Milton, I’m Living Off The Love You Give: grande resa, molto solida, ben cantata con CObb alla ritimica in odor di Doobie Brothers e California w Randolph che spazia su tutto il manico della pedal steel. Più di maniera la finale Strange Train, sferragliante boogie cantato da tutti all’unisono, con una bella parte rallentata nel mezzo ed il basso in grande evidenza nell’incandescente parte finale.

HENRIK CEDERBLOM – Zobop

di Paolo Baiotti

30 novembre 2019

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HENRIK CEDERBLOM
ZOBOP
Kakafon Records 2019

Produttore, Chitarrista e tastierista svedese con una lunga carriera alle spalle, Henrik ha militato negli anni novanta nei Simbi, band di “mizik rasin”(roots music), un genere haitiano originato dal Vodou, mischiato con il folk e il rock and roll. Curioso il fatto che si trattasse di musicisti svedesi, soprannominati gli haitiani con gli occhi blu! In seguito ha partecipato a progetti di vario genere, tra i quali i Den Fule (un mix di folk, rock e world music), la Kraken Shanty Band, collaborando inoltre con altri artisti locali come Daniel Lemma e Sofia Karlsson.
Zobop è il suo debutto da solista, presentato come un disco di musica folk per chitarra elettrica, sezione ritmica, sax e percussioni elettroniche, che si avvicina molto al jazz con qualche venatura dance e fusion. Un disco strumentale incentrato sul ritmo e la melodia, nonché sulla connessione tra i quattro musicisti, ispirato da Bill Frisell, Franz Zappa, Tony Allen e Jeff Beck. Le influenze afroamericane sono evidenti nel groove di Fillevaeren (il batterista di colore è Tapha Ndiongue), e nella title track in cui la batteria è sempre in primo piano unitamente a una chitarra che vira verso il rock, mentre Giragala è più vicina alla fusion e Franx richiama melodie folk ricamate dal sax di Sten Kallman. La passione per il folk nordico si nota maggiormente nei delicati fraseggi di Skoldapaddan e nel tradizionale Bergrummet, sempre filtrato dalla sensibilità di Henrik e miscelato con un’attitudine jazzata, mentre in Happy Buddha il jazz si fonde con la lounge music.

KALAHYSTERI – Kalahysteri

di Ronald Stancanelli

24 novembre 2019

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KALAHYSTERI – Kalahysteri (2016)

A Verona c’era un locale che si chiamava COHEN e che era caratterizzato dal proporre musica di eccellente livello e che soddisfaceva una miriade di appassionati musicali che vi si attardavano a chiacchierare dopo interessanti concerti di personaggi anche di culto. Il locale esiste ancora, mantiene lo stesso nome (!) ma è cambiata la proprietà che adesso si è orientata su un target giovanile ed ha notevolmente modificato la tipologia di musica proposta allontanando di fatto una considerevole se non proprio tutta , fetta di persone, che fino all’anno scorso li vi andavano sicure di fruire di un certo discorso sia musicale che culturale di spessore. Chi vi scrive ha anche contattato la nuova proprietà per organizzare in loco una festa di compleanno ma non abbiamo avuto neanche il piacere di una risposta, rivolgendoci poi ovviamente da altra parte. Purtroppo diverso era il trait d’union che esisteva nella precedente gestione, ricco di pathos, gentilezza solidarietà e disponibilità.

Vogliamo ricordare, tanti amici e io, la precedente proprietà e omaggiarla, per quanto fatto precedentemente, ricordando quindi una serata speciale che fu imperniata su un gruppo sconosciuto che colà veniva presentato al pubblico veronese, caratteristica questa che si sommava ai vari artisti più noti che ovviamente venivano generalmente proposti.

Andiamo con la memoria a inizio marzo 2018 quando il gruppo tutto femminile e tutto grinta delle Kalahysteri, che vuol dire Bella Isteria, si esibirono in uno grande, scatenato e favoloso show che entusiasmò tutti i presenti.

Le Kalahysteri, se la memoria non inganna sono un gruppo strepitoso di tre ragazze venete, ma forse una era del bergamasco, ora non ricordiamo con esattezza, ma quello che rammentiamo fu un concerto entusiasmante e ricco di gran classe. Bravissime, estroverse, brillanti, luminose, allegre e sfolgoranti, questi gli aggettivi per dare la giusta esatta idea di cosa questo combo sia. Assistere ad un loro show è realmente un evento e questo purtroppo si perde in buona parte nel loro lavoro su disco che pur piacevole e coinvolgente non rende a pieno la parte roboante dei loro sfavillanti concerti, ciò non toglie che il loro album omonimo del 2016 non sia degno di nota e acquisto, anzi. Ma le tre fanciulle raggiungono un climax eccezionale quando sono sul palco ed è per questo che esortiamo i lettori a cercarne notizie in rete ed andarle alla prima occasione a vederle e sentirle dal vivo. Propongono pezzi loro ma non disdegnano sul palco qualche rara cover. Appassionate di country roots folk, pare le fanciulle siano cresciute con l’ascolto e il trasporto di Dolly Parton, ed Emmilou Harris ma noi ci troviamo nel loro lavoro e percorso anche la classe cristallina di Carrie Rodriguez, ascoltare la suadente Tree.

Giusi Pesenti è una forza della natura, suona qualsiasi tipo di percussione le capiti a tiro compresi cucchiai di legno, posate, forcelle e quant’altro, se non erro anche lo scacciapensieri, Elisa De Munari il basso, il contrabbasso, il banjo e Astrid Dante la chitarra. Tutte tre cantano. Nel loro cd , peccaminosamente troppo breve sono aiutate da Silva Cantele all’organo e da Matt Mordin al mandolino. Propongono, sia in disco che sul palco, un intenso pot-pourri che mescola sapientemente country, folk, punk, jazz, etno, swing, zydeco, rockabilly, americana, pop e blues in modo mirabile, ma ripetiamo, fermo restante che il loro disco è molto piacevole e ne consigliamo l’acquisto, esortiamo tutti ad andare assolutamente a vederle dal vivo. Qualcosa si trova su you tube e buttateci immediatamente l’occhio. L’album, forse autoprodotto, targato Pitshark Records, credo con sforzi e sacrifici, è stato registrato in quel di Montebelluna e la sua copertina campestre in bianco e nero vale più di tante altre parole. Parlando di artiste che ci hanno entusiasmato ultimamente, la genovese Charlie, Eloisa Atti e le Kalahysteri sono cinque fanciulle assolutamente da scoprire e parlo di musica non di vestiario, pur essendo tutte quante di aspetto estremamente notevole e piacevole.

Quattro su cinque sono passate l’anno scorso dal vecchio Cohen e di questo non potremo finire di ringraziare chi ce le ha proposte con buon gusto e occhio musicale molto fino.

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MARTHA L. HEALY – Keep The Flame Alight

di Paolo Baiotti

15 novembre 2019

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MARTHA L. HEALY
KEEP THE FLAME ALIGHT
Autoprodotto 2018

Cantautrice scozzese con radici irlandesi, cresciuta con una dieta basata su Eagles, Traveling Wilburys e Dubliners, alla quale crescendo ha aggiunto dosi di Patsy Cline, Sheryl Crow, Carole King e Dolly Parton, ha esordito con l’Ep To Be Free in cui ha affiancato a due brani autografi due covers di Patsy Cline e Hank Wiliams. In seguito si è spostata a Nashville, dove ha scritto gran parte di Keep The Flame Alight alla fine del 2016 ed è tornata nell’ottobre 2017 per registrarlo con il produttore David Spicher, già associato a Kathy Mattea, Pam Tillis, Crystal Gayle, Jerry Douglas e Jim Lauderdale, che ha radunato in studio alcuni musicisti locali molto quotati. Mi riferisco a Todd Lombardo (chitarra e mandolino), Eamon McLoughlin (violino, archi), Bill Cooley (chitarra) e alla cantautrice Wendy Newcomer alle armonie vocali.
Martha si è esibita più volte in Tennessee da sola, mentre in Scozia spesso suona in duo con il cantautore Al Shields. Il suo modo di cantare caldo ed espressivo è stato paragonato a Nanci Griffith, Gretchen Peters e Lori McKenna, con una scrittura e degli arrangiamenti country-folk che non dimenticano influenze celtiche. Keep The Flame Alight è un disco scorrevole, forse un po’ troppo imparentato con un country-pop che manca di profondità, nel quale emergono comunque le doti vocali della cantante e dei testi semplici e riflessivi su temi personali come famiglia, relazioni, amicizia, rapporto ambivalente con la propria terra. Si distinguono la ballata Unmade Bed arrangiata con gli archi, il mid-tempo country No Place Like Home con un violino malinconico, Fall In Love Again influenzata dai primi Eagles e Woman With No Shame in cui emerge il dobro di Chas Williams, mentre nella lunga e narrativa Sisters To Strangers la Healy è aiutata dalla voce e dal mandolino della Newcomer.  
Keep The Flame è un discreto disco di cantautorato country/roots. Martha ha delle doti vocali non indifferenti che potrebbero interessare ad una major, ma riuscire ad emergere in ambito country non è facile.

JORDI BAIZAN – Free And Fine

di Paolo Baiotti

15 novembre 2019

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JORDI BAIZAN
FREE AND FINE
Berkalin Records 2019

Cantautore texano multiculturale, nato a Houston da genitori cubani e spagnoli, sposato con una donna messicana, Jordi si occupa di musica da molti anni, affiancandola ad una piccola attività imprenditoriale indispensabile per mantenere la famiglia (ha quattro figli). Adesso che i ragazzi sono cresciuti, la musica ha aumentato il suo spazio; nel 2017 ha esordito con Like The First Time seguito da Free And Fine, ottenendo premi in Texas e Florida per le qualità compositive. Rassicurato dall’esito dell’album d’esordio, ha scelto come produttore Walt Wilkins, un altro cantautore locale che ha alle spalle parecchi album solisti e una collaborazione con Kevin Welch. Walt ha chiamato l’amico Rod Flynt, utilizzando il suo studio Jumping Dog a Austin dove ha radunato un gruppo di musicisti tra i quali Ray Rodriguez (batteria), Bill Small (basso) e Chip Dolan (tastiere).
La scrittura di Jordi privilegia ballate intimiste piuttosto delicate, che si adattano alla sua voce morbida e melodica, accompagnate da una strumentazione venata di country come in Whiskey With Water dove spicca il violino di Heather Stalling o in Desert Line, ammantata da cori di stampo californiano di Walt e della moglie Tina, che contribuiscono anche alla cadenzata Winter’s Come in cui spicca la lap steel di Corby Shaub. I testi sono basati su storie semplici e personali, come l’incontro casuale di Could Have Been Us che lascia l’idea di un qualcosa che sarebbe potuto succedere, l’amore a prima vista di Between The Sun And The Moon in cui è aiutato dalla voce della cantautrice Jaimee Harris o il corteggiamento del valzer rilassato di Let’s Have Seconds. Non mancano i richiami ad eventi più drammatici quali una malattia incurabile in Footsteps On The Ceilings o l’alluvione in Heroes All Around. D’altronde la scrittura del disco è stata condizionata dall’uragano Harvey che nell’agosto del 2018 ha colpito anche la casa dell’artista, abbandonata in tutta fretta con la famiglia e dalle emozioni e riflessioni provocate da questo evento.
E’ difficile inventare qualcosa di nuovo in ambito cantautorale, ma Jordi sembra avere le carte in regola per proseguire la sua avventura solista, vedremo fino a che punto.

KING OF FOXES – Salt & Honey

di Paolo Baiotti

10 novembre 2019

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KING OF FOXES
SALT & HONEY
Olivia Street 2018

Olivia Street è la cantante e leader di questa formazione di Edmonton, coadiuvata dalla chitarra di Brandon River e dal basso di Reid Thiel, con l’aggiunta della batteria di Stew Kirkwood, che ha prodotto e registrato l’Ep Salt & Honey, supportato dalla città canadese che nel 2018 ha nominato la band come “Artist To Watch” negli Edmonton Music Awards. Hanno un suono pulito, che incrocia elementi di Brit Pop e Indie Rock, guidato dalla voce tonica e melodica, a tratti sognante di Olivia, che aveva già lasciato il segno in Golden Armour, esordio del 2016.
La formazione è in attività dal 2013, sempre guidata dalla cantante, figlia di un sassofonista classico, già membro del gruppo reggae Souljah Fyah. Qualche elemento di reggae permane nell’opener Backsliders, un pop ritmato scorrevole e accattivante, mentre All I Need esplora il lato rock della band, seppur mitigato dalla voce morbida e da un break sognante, lasciando uno spazio di manovra alla chitarra di Brandon. Laundry List è una ballata pop arrangiata ed eseguita con cura, un possibile hit radiofonico, che sfuma nel breve strumentale Lost Horizon, seguito da Cartagena, una dreamy song ballabile e leggera, impreziosita dalle tastiere di Brennan Cameron, con un break in cui il suono si indurisce mettendo la chitarra in primo piano e un finale strumentale soft e da Open Room, caratterizzata da un groove trascinante tra rock e pop e da una melodia indovinata. La ballata Room With A View chiude i 22’ minuti del mini album, scorrevole e disimpegnato.

LAZY AFTERNOON – Almost Home

di Paolo Baiotti

10 novembre 2019

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LAZY AFTERNOON
ALMOST HOME
Artache/Paraply 2019

Da sempre la Svezia produce musicisti influenzati dalla musica roots americana. Questi Lazy Afternoon si presentano come gruppo di country frizzante, speziato con Tex-Mex, Irish folk, Cajun e Rock ‘n’ Roll…una definizione che effettivamente copre in modo esaustivo la loro proposta. Non sono dei ragazzini…anzi, a partire da Jorgen Ahlqvist (fisarmonica e melodeon) padre di tre figli adulti, proseguendo con Stefan Magnusson (basso e batteria, insegnante di musica), Bo Ahlbertz (bouzouki, armonica, voce solista e principale compositore), chiudendo con Cristina Safsten (voce e chitarra), coadiuvati in Almost Home, il loro secondo album, da Maria Nordseth (voce), Lars Johansson (basso) e Pontus Nordborg (chitarre e voce). Hanno esordito nel 2016 con Whatever, mantenendo lo stesso stile musicale in Almost Home con l’aggiunta della voce di Cristina, vicina alle cantanti di folk inglese. Nella loro musica la fisarmonica gioca un ruolo primario, pari a quello della chitarra (prevalentemente acustica) o della sezione ritmica, sia in ballate come Locked che richiama alla lontana gli irlandesi Pogues con un pregevole impasto vocale, sia in tracce più scattanti come All This e Almost Home o nel cajun Water. In alcuni momenti le melodie sono un po’ banali, ad esempio nell’iniziale Make Love Real o in Every Time, ma il country folk Sunshine e la reggata The World Is Her Home ci trasportano serenamente alla conclusione del disco, affidata alla morbida Those Words Are True, attraversata da venature gospel, ma ancora una volta ammantata da una melodia un po’ scontata.

TORONZO CANNON – The Preacher, The Politician Or The Pimp

di Paolo Crazy Carnevale

3 novembre 2019

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TORONZO CANNON – The Preacher, The Politician Or The Pimp (Alligator/IRD 2019)

Lunga, lunghissima gavetta quella del cinquantunenne Toronzo Cannon, bluesman chicagoano da qualche anno accasato presso l’Alligator Records. Tanto lunga che prima di incidere il suo debutto nel 2007 è arrivato alla soglia dei quarant’anni. Però bisogna dire che attenderlo è valso davvero la pena, perché quel che esce dalle corde vocali e dalla chitarra di questo talentuoso musicista è davvero un blues maturo.

Questo disco è il secondo che pubblica con l’etichetta blues per eccellenza ed è davvero molto godibile, un disco di blues torrido e intenso, le influenze sono quelle classiche, ma nel suo blues c’è davvero soprattutto tanta anima, un’anima che sprizza da ogni fraseggio della sua sei corde e che ci regala preziose sfumature ogni volta che apre la bocca per cantare.
La formazione è stringata, essenziale, con Cannon ci sono basso (Marvin Little) e batteria (Melvin Carlisle) e tastiere Roosevelt Purifoy, ma dove necessario non mancano gli ospiti: lo stile è quello della città di provenienza, dove Cannon quando non è in giro a suonare fa l’autista sugli autobus.

E che si trattava di blues della Windy City era già chiaro dal titolo del disco precedente, The Chicago Way, nominato per i Grammy nel 2017, a ribadire il concetto in questo disco troviamo un brano dal medesimo titolo in cui Toronzo canta: “Ho infranto alcune regole/ho pagato alcuni debiti/suono il mio blues/alla maniera di Chiacago”, molto più che una semplice dichiarazione d’intenti.

Il brano – terzo del disco – è preceduto dalla title track e dall’ottimo attacco di Get Together Or Get Apart.

Su Insurance, c’è ospite l’armonicista Billy Branch, titolare dell’ottimo tributo a Little Walter di cui ci siamo già occupati, in Stop Me When I’m Lying ci sono i fiati che movimentano il tema in chiave shuffle, mentre nella lunga She Loved Me (Again) Toronzo fa ululare la sua chitarra fin dalle prime note lanciando un’introduzione strumentale di quasi un minuto, poi parte con la voce che fa il paio con la chitarra, mentre Purifoy con l’organo si occupa della tessitura di trame insinuanti.

The Silence Of My Friends è un piccolo capolavoro a cavallo tra blues e gospel, grande intro piano e voce, poi si inseriscono gli altri e soprattutto la chitarra che si lancia in un fraseggio spettacolare e il gioco è fatto, una ballata struggente ispirata nientemeno che da Martin Luther King.

Cambiano le atmosfere, Toronzo passa dall’elettrica ad una resofonica in The First 24, un brano più vicino al blues delle origini, poi in That’s What I Love About ‘Cha si fa accompagnare dalla voce della corpulenta Nora Jean Bruso, dando vita ad un blues rock guidato dal pianoforte che rimanda per certi versi (saranno le due voci) a Delaney & Bonnie, in versione black (ma quanto black erano i Bramlett, nonostante la pelle bianca?). Il blues più standard fa capolino in Ordinary Woman, vagamente jazzata nell’uso del piano, non il brano più entusiasmante del disco, che riprende però quota con Let Me Lay My Love On You, che risposta l’asse da New Orleans a Chiacgo, il tutto prima del finale, la lenta (pianistica nell’introduzione) I’m Not Scared, un brano robusto che vede schierare un bel trio di coriste, mentre a dar manforte al titolare nelle sorti chitarristiche c’è Joanna Connor, qui alla slide, rossocrinuta chitarrista definita la regina della chitarra rock blues, alla faccia di Ana Popovich! Il brano è notevole, una delle perle del disco con The Silence Of My Friends e That’s What I Love About ‘Cha, e Cannon sfodera qui influenze hendrixiane finora sopite nell’ascolto degli altri brani.

BILLY BRANCH & THE SONS OF BLUES – Roots And Branches

di Paolo Crazy Carnevale

30 ottobre 2019

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BILLY BRANCH & THE SONS OF BLUES – Roots And Branches (Alligator/IRD 2019)

Ecco qui, fresca di produzione, una delle migliori proposte di casa Alligator degli ultimi tempi, un altro disco di armonica blues, ma stavolta la classe è eccelsa e lo strumento armonica è suonato con feeling anziché come sfoggio di tecnica e bravura. E il blues si sa è tutto fuorché sfoggio di tecnica e bravura, che, se poi ci sono non guastano, ma sono di secondaria importanza rispetto all’anima.

E in questo disco di Billy Branch l’anima straborda da ogni nota, sia soffiata nell’armonica, sia prodotta dai suoi accompagnatori.

E non poteva essere diversamente in un disco che omaggia la musica di uno dei grandi protagonisti dell’armonica blues, un autentico monumento del Chicago sound, quel Little Walter che fu uno dei tanti artisti prodotti da casa Chess.

D’altra parte con casa Chess il buon Billy ha un rapporto privilegiato, essendo stato per alcuni anni nella band di Willie Dixon, non solo bassista di studio della Chess Records per i dischi di quasi tutti coloro che vi incidevano, ma anche autore di un’infinità di classici (in questo disco ne troviamo un paio, composti appositamente per Little Walter).

Se Branch con l’armonica è un drago di bravura e riesce perfettamente a replicare il suono e lo stile dell’illustre collega, il gruppo lo segue davvero eccellentemente, suonando in maniera molto moderna, con grande conoscenza della materia.

Ascoltate la versione di Blue And Lonesome, Branch canta con inflessione soul fantastica mentre il pianista Sumito Aryoshi fa volare le dita sulla tastiera con sopraffina leggerezza e Giles Corey ordisce spunti struggenti sul manico della sei corde. E il brano finisce col non aver nulla da invidiare alla versione che solo un paio d’anni fa ci hanno regalato i Rolling Stones su quell’eccellente disco che proprio da questa canzone prendeva il titolo.

E che dire della versione dello strumentale Roller Coaster di Bo Diddley, proposto qui in un arrangiamento che richiama il sound chick-a-boom di Johnny Cash su cui l’armonica detta legge, meno interessante l’altro strumentale, Juke, seguito invece da una bella resa dello shuffle Last Night. D’effetto anche il boogie Hate To See You Go, robusto e deciso; dalla penna di Dixon ci sono Mellow Down Easy e una convincente My Babe con grande lavoro del pianista Aryoshi (che è co-produttore del disco insieme al titolare), cambi di tempo, atmosfere latine che incredibilmente non stonano e un break di armonica da urlo.

Molto bello anche il medley Just Your Fool/Key To The Highway, con un lavoro molto interessante del chitarrista che lavora finemente in sottofondo, e poi Nobody But You, Boom Boom Out Go The Lights, One More Chance With You, con Branch che si trasforma in blues crooner, via via fino alla conclusiva e cadenzata Blues With A Feeling, all’insegna del blues più classico e sincopato seguita da un breve ricordo di Little Walter da parte della figlia Marion che suggella un riuscito ed originale tributo.

TIM GRIMM & THE FAMILY BAND – Heart Land Again

di Paolo Crazy Carnevale

30 ottobre 2019

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TIM GRIMM & THE FAMILY BAND – Heart Land Again (Appaloosa/Cavalier 2019)

Nuovo disco per il cantautore Tim Grimm, sulla breccia ormai da oltre un ventennio. Accasatosi presso la Cavalier Records ma con esclusiva italiana dell’Appaloosa, Grimm è infatti stato spesso ospite nel nostro Paese, e proprio per l’etichetta lombarda ha deciso di dare alle stampe questa sua rivisitazione del suo disco del 1999 Heart Land, originariamente su Vault records,il disco che per sua stessa ammissione era nato dalla scelta di andare a vivere nel Mid West, innamorandosi dell’atmosfera rurale e della gente che ne è parte e che gli ha ispirato le canzoni.

In quel periodo Grimm e sua moglie Jan avevano acquistato una fattoria di 80 acri nell’Indiana e da questa scelta erano appunto scaturite le canzoni che costituivano il disco e che Grimm sostiene siano arrivate come una sorta di dono.
Ora, a vent’anni di distanza, continuando ad altalenarsi tra musica, teatro e vita rurale, in quella fattoria dove lui e Jan hanno tirato su i loro figli Jackson e Connor, è tornato a rivivere quel vecchio disco, le cui canzoni sono state riprese in Heart Land Again. E la Family Band è composta tutta dai componenti del nucleo familiare dei Grimm, Tim canta e suona la chitarra, Connor si occupa di basso elettrico ed acustico, Jackson di chitarre, mandolino, harmonium e banjo, Jan dell’armonica.
Il risultato è una brillante e godibilissima rivisitazione quasi totale (con un paio di brani nuovi) di un disco costruito su storie rurali, molto riuscite, incentrate sui ritmi stagionali della fattoria, sui personaggi che le orbitano attorno, storie pregnanti, piccoli racconti, scenette di vita quotidiana, intimità rurale, deliziosi arrangiamenti che mettono in risalto il cantato di Tim e il suo songwriting, con gran parte del merito da attribuire a Jackson Grimm che ne sottolinea molto azzeccatamente le sfumature sia tra le mani sue mani sia stretta una chitarra elettrica, un’acustica, un mandolino, mentre tutta la famiglia provvede alle armonie vocali.

Dall’iniziale Staying In Love al ritmo ossessivo del traditional Sowin’ On The Mountain, al talkin’ folk di Perfect Getaway che racconta del tentativo di fuga di tre ragazzi decisi a sfuggire alla noia della provincia, diretti verso la California, ma mai arrivati.

80 Acres, prende evidentemente le mosse proprio da quella fattoria acquistata dai Grimm, That Old Man ha un delizioso supporto strumentale ed è dettata dall’amore per la terra che Grimm ha mutuato dal nonno.

Oltre ai Grimm, nel disco si ascoltano il piano di Dan Lodge-Rigal (che è l’unico musicista della conclusiva Pumpkin The Cat) e le percussioni di Ben Lumsdaine, mentre la produzione è affidata a David Weber che si era preoccupato di registrare anche l’Heart Land originario.

BLIND LEMON JAZZ – After Hours

di Paolo Baiotti

29 ottobre 2019

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BLIND LEMON JAZZ
AFTER HOURS
Ofeh Records 2019

Blind Lemon Jazz è uno dei progetti di James Bayfield, conosciuto con lo pseudonimo Blind Lemon Pledge, cantautore blues/roots americano che in passato ha lavorato in altri settori audiovisivi. Per questa operazione l’artista ha chiamato un quartetto di musicisti jazz: la cantante Marisa Malvino dotata di una voce calda, espressiva e languida, l’eccellente pianista Ben Flint, il bassista Peter Grenell e il batterista Joe Kelner. Dal canto suo James ha composto, arrangiato (con Flint) e prodotto tutti i brani, ricavandosi uno spazio limitato come strumentista.
Se nei precedenti sette album incisi in carriera aveva alternano blues elettrico e acustico, folk/roots, blues-rock e New Orleans jazz, con questo nuovo quartetto di artisti della Bay Area siamo in puro ambito jazz, con atmosfere da piano bar, rilassate e raffinate che ricalcano il suono della Harlem degli anni trenta e quaranta, pur trattandosi di brani autografi. After Hours è un disco sofisticato e bluesato che comprende 13 brani da night club fumoso (se ancora ne esistono), eseguiti da musicisti preparati e competenti.
Piano e voce sono in primo piano nel soul-jazz How Can I Still Love You, nella swingata Rich People In Love, nel blues If Beale Street Was A Woman che ricalca Black Coffee (hit di Sarah Vaughan e Ella Fitzgerald), nella raffinata title track, in You Can’t Get There From Here spruzzata di umori gospel, nella ballata Moon Over Memphis, in Lights Out dedicata a San Francisco. La sezione ritmica mantiene un profilo discreto, pur fornendo una base essenziale al suono, mentre James organizza dietro le quinte, lasciando spazio alla sua voce e chitarra in Blue Heartbreak che chiude il disco.
After Hours è un tentativo, tutto sommato riuscito, di ricordare un periodo e un’atmosfera, con nuove composizioni che non possono che suonare derivative.

DOUG COLLINS & THE RECEPTIONISTS – Good Sad News

di Paolo Baiotti

29 ottobre 2019

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DOUG COLLINS & THE RECEPTIONISTS
GOOD SAD NEWS
Doug Collins Music 2018

Considerato uno degli autori più interessanti di Minneapolis, Collins ha già pubblicato tre dischi, esordendo nel 2013 con Those Are The Breaks, seguito da due mini album, Davemport, Iowa e Complicated Compliments. Accompagnato da Charlie Varley al basso e Billy Dankert alla batteria (The Receptionists), giunge al secondo album di lunga durata registrato e prodotto con Rob Genadek. Le canzoni di Doug sono semplici, melodiche, esempi di pop di matrice beatlesiana mischiato con influenze anni cinquanta (ricorda un po’ Buddy Holly) e country, con echi di Hank Williams, Nick Love e Roy Orbison. Un mix “old fashioned” che scorre veloce, ballabile, rilassato, con la voce rotonda e ben modulata di Doug in primo piano, coadiuvata da una sezione ritmica brillante e scattante al punto giusto. Il beat dell’opener Conversation With My Heart potrebbe interessare le radio di mezzo mondo, se ci fosse ancora la voglia di andare a spulciare tra le pubblicazioni di nicchia. All’atmosfera allegra e ritmata del suono si contrappongono dei testi intimi e curati, incentrati soprattutto sulla difficoltà delle relazioni personali che contribuiscono alla riuscita del disco, che nel titolo riflette proprio questo contrasto tra il positivo e il negativo. Please Don’t Make Me Leave You è una ballata che avrebbe reso felice Roy Orbison con il delizioso piano di Jeff Victor, Tomorrow un mid-tempo raffinato con dei cori avvolgenti. Le influenze country sono evidenti nella ritmata Little House, nei profumi latini della ballata I Saw You Dancin’ e in Halfway Thru, tracce nelle quali ha un ruolo importante la pedal steel di Joe Savage, mentre la romantica Hey Mary con la fisarmonica di Dan Newton e il rock and roll Top On The Watertower evocano atmosfere dello scorso secolo. Non è un caso che Doug sia stato definito un uomo d’altri tempi; la sua musica è fortemente ancorata al passato, ma suona fresca e contemporanea, anche se non sarà facile trovare un pubblico e, soprattutto, delle radio disposte a supportarla.

KHAT CHAPMAN BAND – Ep

di Paolo Baiotti

27 ottobre 2019

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KAT CHAPMAN BAND
EP
Kat Chapman Band 2018

Cantante, autrice e chitarrista, sia da sola in acustico che con la band, Kat ha girato gli Stati Uniti e l’Europa condividendo il palco con artisti come Boz Scaggs, Joan Armatrading, John Sebastian e Chris Isaak. Ha alle spalle tre dischi e un Ep a nome Katrin tra il 2004 e il 2014, inframmezzati da una pausa per creare una famiglia e crescere due bimbi piccoli. Cresciuta a Newton in Massachusetts, ha iniziato alternando i clubs e la strada come busker, rafforzando la sua convinzione di insistere con la musica. Dotata di una voce chiara e appassionata, è accompagnata da musicisti di nome come il batterista Jerry Marotta (Peter Gabriel, Indigo Girls) e i chitarristi Bill Dillon (Cowboy Junkies, Barenaked Ladies, Joni Mitchell, Sarah McLachlan) e Duke Levine (Shawn Colvin, Peter Wolf, J.Geils Band).
Il mandolino di Chris Leadbetter introduce la melodica You che apre il disco e lo chiude con una versione più breve “radio edit”. Farewell To The Farm è un mid-tempo un po’ banale con la batteria in primo piano unitamente alla voce espressiva della cantante che, nella successiva bluesata e raffinata Baby To Hold, racconta le sensazioni provate come madre. La quarta traccia è la morbida River Of The Souls, un folk accattivante arrangiato con chitarra acustica e mandolino.

SISTER SPEAK – The Stand EP

di Paolo Baiotti

27 ottobre 2019

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SISTER SPEAK
THE STAND EP
Resonation 2018

La canadese Sheri Anne (voce e chitarra acustica) è il fulcro di Sister Speak, formazione di indie pop che ha esordito nel 2014 con Rise Up For Love. Da allora il gruppo ha supportato Xavier Rudd, Air Supply, Mike Love, Chris Isaak, partecipato a numerosi festival e girato nei principali clubs californiani (dove risiede Sheri) e canadesi. Questo nuovo Ep di sei canzoni è stato prodotto da Avli Avliav, che suona anche le tastiere e ha scritto due brani con Sheri, nel suo studio di Los Angeles. Gli altri collaboratori sono Sarvent Marguiant alla chitarra e un paio di session man alla batteria, mentre dal vivo si alternano altri musicisti. A novembre è previsto un tour europeo che toccherà Germania, Ungheria e Francia. Il dischetto è aperto da New York Sunrise, emozionante ballata pianistica che cresce gradualmente con garbo e gusto della melodia, con un ritornello che resta in testa. Fighter conferma la prevalenza di brani d’atmosfera che partono lentamente crescendo in intensità e ritmo. Do You Believe è un mid-tempo pop nel quale spicca la voce pulita e melodica di Sheri, dettato da una batteria cadenzata e un po‘ invadente, mentre la title track è un brano intimista, ritmato dalla chitarra acustica con qualche intervento di note programmate. Il piano torna in primo piano in Walls, altra ballata con tocchi di chitarra e avvolgenti tastiere, seguita dalla bonus track Catch Me As I Fall, delicato duetto con il cantautore e polistrumentista californiano Tolan Shaw, residente a Nashville.

NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS–GOSPEL BOOK REVISITED/Milano, Spazio Teatro 89, 18.10.2019

di Paolo Baiotti

23 ottobre 2019

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E’ stata una serata di rara bellezza quella organizzata da A-Z Blues con la rivista Il Blues nell’accogliente Spazio Teatro 89. Non solo hanno riportato a Milano un gruppo di qualità come i North Mississippi Allstars dei fratelli Luther e Cody Dickinson, ma hanno scelto con perspicacia il supporto da parte dei giovani torinesi Gospel Book Revisited, che hanno aperto la serata con un set di otto canzoni molto apprezzato dal pubblico che ha lentamente riempito il locale.

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Guidato dal chitarrista Umberto Poli che alterna elettrica, cigar box e weissenborn con maestria creando atmosfere oscure e ricercate, accompagnato dall’efficace sezione ritmica di Gianfranco Nasso (basso) e Samuel Napoli (batteria) e dalla voce di Camilla Maina in grado di alternare tonalità morbide e più grintose, il quartetto è stato affiancato dalle tastiere dell’ospite Maurizio Spandre nella presentazione del nuovo album Morning Songs & Midnight Lullabies del quale sono stati eseguiti cinque brani, tra i quali ho particolarmente apprezzato There Comes My Time e la sussurrata Dreamtime Lullaby, che chiude il disco, introdotta dalla viola di Camilla. Certo quando Luther si è unito ai ragazzi per accompagnarli con la slide su Mine, come in studio, il livello di attenzione è ulteriormente cresciuto, ma si è notata l’approvazione del grande chitarrista nei confronti di questa band per la quale si prospetta un futuro molto promettente.

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Dopo una breve pausa il trio dei North Mississipi Allstars è salito sul palco accolto da un’ovazione con l’esperto bassista di Boston Jesse Williams (Rodney Cromwell, Duke Robillard, Al Kooper, Ronnie Earl…) che ha sostituito in tour Carl Dufrene. I fratelli sono abituati a cambiare partner al basso e anche a farne a meno, come in precedenti tour europei…sono sufficientemente duttili da adattarsi a ogni situazione con la stessa agilità che dimostrano nello scambiarsi gli strumenti. Il nuovo album Up And Rolling rappresenta un ritorno alle origini, al suono del North Mississippi Hill Country Blues che hanno imparato da R.L. Burnside, Junior Kimbrought e Othar Turner e che portano avanti con i figli e nipoti dei suddetti artisti.

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Se l’apertura del set è stata affidata alle collaudate Shimmy (She Wobble) e Going Down South che ci hanno catapultato nell’atmosfera dei juke joint del Mississippi rurale, non sono state trascurate tracce dal nuovo album come l’ondeggiante Up And Rolling e What You Gonna Do? che si è risolta in una jam con un estratto del gospel Lord Have Mercy e un primo intermezzo solista alla batteria unito all’eccellente Mean Old World. Cody non ha rinunciato ad un lungo e scatenato assolo di washboard (l’asse per lavare) elettrificato, confluito in Mississippi Bowevil di Charlie Patton, altra jam esemplare guidata da Luther, uno dei migliori chitarristi contemporanei con il grande pregio di non avere manie di protagonismo. Il momento più caldo della serata è stato probabilmente il formidabile medley Deep Elem Blues/Going Down The Road Feeling Bad, due tradizionali resi immortali dalle versioni dei Grateful Dead, in cui Cody si è spostato al centro del palco alla voce e chitarra solista, lasciando Luther alla batteria al fianco di Williams.

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Tra sorrisi e sguardi divertiti il trio si è scatenato fino a quando Luther è tornato alla chitarra affiancando Cody mentre alla batteria si è seduto Samuel Napoli in un’atmosfera allegra e informale, ma non per questo meno professionale. Dopo un omaggio del chitarrista a R.L. Burnside, la ritmata Shake Ya Mama ha chiuso il set, ma la pausa è stata breve. Richiamato a gran voce, il gruppo è tornato per gli inevitabili bis, che hanno ricompreso Up Over Yonder unito al gospel Down By The Riverside e un medley tra le paludose Po Black Maddie e Skinny Woman.

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Grande serata, tanti applausi, ampi sorrisi e disponibilità da parte dei fratelli Dickinson anche nel post-concerto nei confronti di un pubblico uscito più che soddisfatto dopo un evento difficile da dimenticare.

GUARINO-SAVOLDELLI QUINTET – Core ‘ngrato

di Paolo Crazy Carnevale

22 ottobre 2019

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GUARINO-SAVOLDELLI QUINTET – Core ‘ngrato (Data Zero/Moonjune 2019)

Boris Savoldelli è un apprezzato vocalist che negli ultimi anni, parallelamente a i propri progetti solisti di assoluto interesse (che spesso lo vedono sul palco in solitudine col solo accompagnamento di una loop machine con cui genera letteralmente a voce gli strumenti d’accompagnamento), si è fatto coinvolgere in progetti di notevole spessore, sia che si sia trattato della musica de-costruita dei S.A.D.O., delle collaborazioni con musicisti americani, che dell’arguta rilettura in trio del The Dark Side Of The Moon di pinkfloydiana memoria.

Stavolta Savoldelli ha unito le forze al quartetto jazz di Corrado Guarino per mettere in piedi una performance dedicata alla canzone napoletana, rivisitata – come suggerisce il sottotitolo del CD – in modo eccentrico. Il disco è pubblicato da Data Zero, etichetta nata dalla passione di Alberto Mondinelli, da anni seguace e sostenitore della musica di Savoldelli, in collaborazione con Moonjune Records, l’etichetta di New York per cui Boris ha pubblicato già diversi dischi, cosa che garantisce la distribuzione del disco “worldwide”.

Non è sicuramente la prima volta che qualcuno si avvicina alla canzone partenopea in chiave jazz, d’altronde il jazz si è ormai accostato un po’ a tutto, la vera novità sta proprio nella rilettura molto lirica ed al tempo stesso avventurosa del quartetto di Guarino (oltre al titolare, pianista, abbiamo Guido Bombardieri, sax e clarinetto, Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso e Stefano Bertoli alla batteria) e nell’approccio vocale inimitabile di Savoldelli che invece di avvicinarsi al repertorio popolare napoletano con intonazione classica, cosa che avrebbe reso il prodotto scontatamente mainstream, ha preferito metterci del suo, dimostrando particolare intelligenza ed attenzione nel non confezionare un prodotto di troppo facile fruizione.

Ecco così sfilare classici assoluti del genere, canzoni popolari e anche un paio di brani firmati dai due leader, in linea col progetto “eccentrico”.

Scalinatella è proposta in una versione molto interessante, con rimandi mai esagerati anche a quella corrente jazz-rock tutta mediterranea degli anni settanta che aveva nei Napoli Centrale uno dei suoi baluardi. Particolarmente interessante So’ le sorbe e le nespole amare, una composizione che si apre con un’intro dal sapore rinascimentale che sfocia poi in atmosfere orientali assolutamente in tema. La versione di Tammuriata nera è una delle cose migliori del disco, un autentico viatico per la voce di Savoldelli su cui il quartetto strumentale fa scintille. Da applausi anche l’accostamento intimo a La nova gelosia; delle due canzoni originali, Cicerenella nordica contemporanea sembra quasi una dichiarazione d’intenti del quintetto, mentre Assaje assaje risulta più divertente e riuscita. Sto core mio si dipana per oltre sette minuti introdotti da un lungo intervento del contrabbasso, concedendo a Savoldelli di sbizzarrirsi con i suoi vocalizzi. C’è anche una versione quasi a la Buscaglione di Malafemmena, poi il disco, dopo un’incalzante rilettura di Cicerenella con gli strumenti che si rincorrono e la voce che fa la sua bella parte, si chiude con un breve accenno a Te voglio bene assaje.

E a questo punto, calzano a pennello le note del booklet firmato da Vincenzo Martorella: “Per slalomeggiare tra Totò, e (un presunto) Donizetti, Orlando di Lasso e la misteriosa anima popolare napoletana, tra miseria e nobiltà, amori lascivi e nascite inattese, finestre malandrine e lievi espressioni grevi, ci vuole un lessico moderno e apocrifo. E grandi idee.”

THE CASH BOX KINGS – Hail To The Kings

di Paolo Crazy Carnevale

22 ottobre 2019

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THE CASH BOX KINGS – Hail To The Kings (Alligator 2019)

Sulla breccia da una quindicina d’anni, questa formazione guidata da Joe Nosek, armonicista e cantante, rappresenta la faccia più classica del blues di casa Alligator. Il gruppo, che comprende anche Oscar Wilson (voce principale del gruppo), Billy Flynn (chitarrista solista), Kenny Smith, (batterista) e John W. Lauther (bassista), è dedito soprattutto al rhythm and blues delle origini, quello che si sviluppò a Chicago a cavallo e dopo la seconda guerra mondiale, quello legato alle origini della leggendaria Chess Records.

Per questo loro nuovo disco i Cash Box Kings non cambiano ricetta, il sound è quello, ci si aggiungano un paio di ospiti a condire il tutto, in particolare Queen Lee Kanehira alle tastiere e Shemekiah Coplenad a duettare con Wilson e il gioco è fatto: un prodotto godibile, allegro, leggero.

Musica festosa, la voce nera di Wilson ha la meglio su quella di Nosek, che pur si ritaglia qualche spazio come voce solista o duettando col cantante principale, ma preferisce comunque soffiare nell’armonica. La chitarra di Flynn è solida, forse è il marchio che contraddistingue il sound del gruppo, pur non trattandosi del chitarrista originale, quello che imprime al prodotto un po’ di modernità. Nel brano The Wine Talkin’ c’è il duetto con la Coplenad, ma è poca cosa rispetto a quello che la black singer potrebbe fare e che ben sappiamo dai suoi dischi da titolare, in Joe You Ain’t From Chicago e John Burge Blues c’è invece Alex Hall alle percussioni ad irrobustire il sound.

Per il resto ogni tanto fa capolino del blues più torrido e torrenziale, come nel caso della languida Sugar Daddy con la chitarra di Flynn particolarmente ispirata.

Se vi piace il blues chicagoano degli anni cinquanta, il disco vi piacerà, va da sé che comunque rivolgersi ai vecchi lavori di Muddy Waters, Howlin’ Wolf e soci darà più soddisfazioni.

RICK ESTRIN & THE NIGHTCATS – Contemporary

di Paolo Crazy Carnevale

20 ottobre 2019

Ricks Estrin And The Nichtcats - Contemporary[1561]

RICK ESTRIN & THE NIGHTCATS – Contemporary (Alligator 2019)

Nuovo nonché quinto disco per questa formazione blues della Bay Area guidata dall’armonicista e cantante Rick Estrin, di nuovo su etichetta Alligator e all’insegna di un blues talvolta, forse, troppo moderno.

Estrin, sulla breccia da diverso tempo e vincitore di premi per il suo strumento e per il suo genere musicale non è forse il migliore tra i cavalli della scuderia Alligator, che ultimamente ha dato il meglio di sé con altri artisti come Kingfish, Tommy Castro, Curtis Salgado o Shemekiah Copeland, tanto per citare quelli più entusiasmanti usciti negli ultimi tempi; si tratta comunque di un professionista apprezzabile e il suo gruppo può contare sulla chitarra del produttore Kid Andersen (un po’ prezzemolo nelle produzioni della blues label per eccellenza), sulle tastiere di Lorenzo Farrell e sulla batteria di Derrick D’mar Martin.

Il sound è un blues nervoso, vibrante, che può contare soprattutto sulle prestazioni di Farrell che quando si dedica all’organo riesce a caratterizzare molto bene il sound del quartetto. Per il resto, se Estrin con l’armonica è assolutamente indiscutibile, come cantante pare piuttosto qualunque, spesso i brani sono quasi dei talking, soprattutto quando attaccano, anche quando lo stile vira verso certe atmosfere funky in cui gran parte hanno il drumming di Martin e il bassista ospite Quantae Johnson, o addirittura jazzate (con tanto di batteria spazzolata come in the Main Event).

Particolarmente riuscite sembrano Resentment File, New Shape, con un bel piano elettrico e una base ritmica intrigante, o la title track, con la moglie del chitarrista che ci mette un po’ di voce in più.

House of Grease, brano strumentale firmato da Andersen è la dimostrazione che questa band potrebbe provare ad abbandonare le canzoni in quanto tali e dedicarsi appunto alla musica strumentale: qui infatti lo sviluppo della composizione e i gran lavori della sezione ritmica e delle tastiere emergono più che bene, e lo stesso Andersen riesce a ritagliarsi più spazio rispetto ad altri momenti del disco. Va da sé che il leader del gruppo è però l’armonicista/vocalist e quindi non farlo cantare lo relegherebbe ad un ruolo da comprimario, anche se la successiva Root Of All Evil torna a confermare i limiti della sua voce e dello scombinato coro ad opera dei compagni di viaggio.

A testimonianza di quanto detto poc’anzi arriva la composizione di Farrell Cupcakin’, di nuovo senza la voce, e con bei guizzi intriganti di tutti gli strumenti, armonica inclusa. Poi via via il CD scivola verso la fine con un altro paio di trascurabili brani cantati ed un conclusivo boogie strumentale al di sotto dei tre minuti tutto ad appannaggio dell’armonica.

Il disco comunque ha già avuto un’ottima accoglienza, a dimostrazione che il popolo del blues sa andare oltre, piazzandosi in buone posizioni di classifica all’indomani della pubblicazione, sia in classifiche radiofoniche che in quelle più specializzate, come testimonia la decima posizione nella sezione blues di Billboard.

CHARLIE CINELLI – Nüd e crüd

di Paolo Crazy Carnevale

15 ottobre 2019

JoshuaStorm-DGpack

Dopo l’acclamato Rio Mella, sempre su etichetta Appaloosa e orientato verso una rilettura in chiave padana della musica d’Olteroceano, con tanto di partecipazioni di autentici specialisti del genere, il poliedrico Cinelli torna a colpire con un prodotto più spartano in cui se vogliamo, il progetto di fondo del disco precedente viene ribaltato, stavolta il verbo è adattare al folk blues ruvido e rurale da basso Mississippi quel dialetto bresciano che Cinelli ha sempre usato nella sua musica.

Forte di un curriculum vitae altisonante che lo ha visto collaborare col fior fiore della scena musicale nazionale, Cinelli può qui permettersi di dominare perfettamente un genere tradizionale, avvalendosi dell’aiuto del solo Dan Martinazzi: chitarre acustiche, chitarre resofoniche, chitarre artigianali a quattro corde note come cigar box, una spolverata di percussioni e contrabbasso, ma tutto eseguito in solitudine da Cinelli e Martinazzi.

La dozzina di canzoni messe insieme per questo disco sono assolutamente godibili, e se tutto è cantato in dialetto bresciano, non è difficile pensare a certi personaggi qui raccontati trasposti in una realtà più americana, un po’ quasi a dire che tutto il mondo è paese e certe situazioni che qui sembrano proprie della provincia lombarda non sono difficili da immaginare nella profonda provincia americana, come quella cantata spesso dolentemente da Michael McDermott (compagno di scuderia di Cinelli).

E allora ecco sfilare l’invasivo cugino Piero Costù, l’arzillo nonno che occupa l’osteria per festeggiare i novant’anni, l’infermiera amorosa, Bortolo con un occhio solo e Maria la Unta, il pascolatore di capre Robinson o il vecchio capitano protagonista di un contagioso country folk. Ma c’è anche l’inattesa e riuscita trasposizione dialettale della poesia di Carducci San Martino (!) resa qui come un lento blues. E che dire di Bèla Cità che non può non ricordare il De André di Volta la carta. In Stambaladù invece, su una base jazz da cantina si raccontano le stramberie di una serie di personaggi legati invece a diverse località della provincia bresciana. El büs ha un testo surreale, per contro la seguente El mort en guèra suona giustamente come una marcia funebre in dialetto strettissimo.

Zo’ dè corda è un blues, più che nella forma musica nei contenuti, con la storia di un valligiano migrante, a chiudere il disco c’è invece Skiamatsi rilettura di un fatto di cronaca di metà ottocento, riletto in chiave a metà tra stornello e talking blues.