Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

FRANK GET – False Flag

di Paolo Crazy Carnevale

5 aprile 2020

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FRANK GET – False Flag (Suisa/IRD 2019)

Gran bella sorpresa questo disco di Frank Get, al secolo Franco Ghietti, genuino rocker nostrano dalle multietniche origini a cavallo tra Trieste e l’Istria. Get, sulla breccia da oltre trent’anni, con parecchie soddisfazioni anche a livello internazionale, ha al suo attivo parecchi dischi, a proprio nome o con formazioni di cui è stato comunque il faro illuminante, ha pubblicato recentemente questo CD dal sound corposo, perfettamente in bilico tra tutte le sonorità rock che potremmo desiderare, dalle chitarre grezze ai suoni appalachiani di dobro, banjo e mandolino, dalle ballate soffuse alle atmosfere del border texano, senza dimenticare il rock a tutto tondo.

Il tutto corredato con testi interessanti in inglese inclusi nel booklet e con un volumetto allegato in cui Get ha reso in italiano le liriche di questo e del suo precedente prodotto.

Il gruppo di cui Get si avvale è prevalentemente un trio, con Marco Mattietti alla batteria e la bassista Tea Tidic; in un paio di brani alla batteria c’è Giulio Roselli. Get si occupa di voci, chitarre d’ogni tipo, mandolino, banjo, piano bajo sexto, qualche ospite fa capolino qua e là per mettere un assolo di chitarra (Anthony Basso, Jimmy Joe, Matteo Zecchini), o per metterci degli archi o il Cigar box.

Il suono è solido e ben costruito, la registrazione è equilibrata e la produzione adeguata alla bisogna rende un buon servizio alle musiche di Get e alla sua voce che spesso, ma non sempre, ci ricorda quella di Mark Knopfler.

Fanno subito presa sull’ascoltatore i brani che aprono il CD: The Great Deception e Johnny’s Bunch, due vecchie storie triestine rese con impeto rock, poi il decollo avviene con la title track, che prende l’ispirazione da un pensiero di Noam Chomsky riguardo alle tecniche che il potere utilizza su scala mondiale per dominarci. Gran brano, vibrante e arrabbiato al punto giusto. Con Tranway’s Tales l’argomento torna al vissuto di Get, con la storia di un tram ormai in disuso che portava a Opicina. Da notare che nel volumetto il testo di questo brano è reso in dialetto triestino. Freedom Republic, racconta di un episodio storico risalente agli anni venti ed è costruita sul suono degli archi e del cajon, Anton The Brewer, gira invece attorno ad un giro blues ballabile, con un bell’assolo di chitarra, e racconta la storia nientemeno che del signor Dreher, quello della birra!

Splendida ballata pianistica è Marbourg Hills in cui Get racconta del luogo da cui provenivano i suoi nonni, grande arrangiamento, bell’atmosfera, si capisce che per l’autore è un pezzo importante. Blues cadenzato è la struttura di Waht’s The Patriot che trae ancora una volta lo spunto dalle storie di famiglia di Ghietti, i cui nonni nella Grande Guerra si trovarono a combattere su fronti opposti come sempre accade nelle zone di confine. Trip To The Moon è una ballata elettroacustica di grande intensità ispirata da Johann Nepomuck Krieger, che visse molti anni a trieste e disegnò una dettagliata mappa della luna: le chitarre acustiche s’intrecciano col violino, lasciando spazio ad un assolo opera stavolta di Anthony Basso.

Rock quasi hendrixiano di grande presa è quello che troviamo alla base di The Lighthouse Of Sadness, mentre in Last Day Of Summer si rifà spudoratamente a Bruce Springsteen di cui Get è un entusiasta dichiarato. Più interessante sembra The Story Of Richard Francis Burton, sorretta un organo Hammond (sempre Get) e intrecci di chitarre e con i cori della bassista: la canzone racconta la storia di un altro triestino acquisito, un esploratore che nell’ottocento risalì il Nilo fino al Lago Vittoria cercandone le sorgenti. Il disco si concluderebbe con una delicata e ispirata ballata dedicata al cane Joy, da cui prende il titolo, un’affettuosa dog song con piano, dobro e chitarra acustica in primo piano.

Il disco finirebbe così, se non ci fosse la bonus track Climbin’ Up This Mountain, un corale valzerone in stile texano in cui a reggere le sorti vocali con Get ci sono Anthony Basso, Franco Trisciuzzi, Jimmy Joe,Ivo Tulli, che cantano una strofa per ciascuno: tutti si occupano anche di chitarre soliste o dobro, sempre in combinazione col titolare del disco, mentre ai cori oltre a Tea Tidic c’è Matteo Zecchini.

ROOMFUL OF BLUES – In A Roomful Of Blues

di Paolo Crazy Carnevale

3 aprile 2020

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ROOMFUL OF BLUES – In A Roomful Of Blues (Alligator/IRD 2020)

Decisamente poca fantasia nella scelta del titolo, d’altronde quando si è sulla breccia da oltre cinquant’anni e da più di quaranta si fanno dischi, può anche starci.

Certo la fantasia non è la dote principale che si richieda ad una formazione come i Roomful Of Blues, formazione dedita ad un blues onestissimo che nel corso di tanto longeva attività ha contato più componenti che dischi (ben venticinque album tra studio, live e antologie, gli ultimi cinque in seno all’Alligator).

Tant’è: della formazione originale non è rimasto nessuno, ma c’è il sassofonista Ron Lataille che è nel gruppo dal 1970, e quindi ha preso parte alle registrazioni del primo disco, nel 1977, e c’è il chitarrista Chris Vachon, che è arrivato nel 1990 ed è poi quello che tiene salde le redini della band: una piccola big band dedita al blues in tutte le sue articolazioni. Vi troviamo sfumature soul, elementi swing, un po’ di New Orleans sound, stile di Chicago, echi rhythm’n’blues suggeriti dai fiati.

Non c’è da stupirsi se gran parte della fortuna il gruppo se la sia costruita in Gran Bretagna e in Europa, in epoca in cui il blues dei padri originali latitava o era in disarmo (gli anni ottanta sono stati un decennio nero per il genere, se escludiamo il fenomeno Stevie Ray, ma lui era su un altro pianeta).

Quello dei Roomful Of Blues è un po’ un blues enciclopedico, da palestra (vi hanno militato negli anni futuri personaggi di vaglia come Lou Ann Barton, Ronnie Earl, Duke Robillard e l’immenso Curtis Salgado), il blues per tutti potremmo dire, quello ben suonato ma senza troppe pretese: tutto suona già sentito e la voce duttile del cantante Phil Pemberton, pur adattandosi alle varie situazioni non convinca sempre del tutto. Niente da dire sulla chitarra di Vachon invece che a buon diritto è il band leader e l’autore di buona parte del materiale, composto prevalentemente con Bob Moulton, componente aggiunto.

Il disco scivola piacevolmente senza però destare entusiasmi particolari: c’è la ballad (She Quit Me Again), e c’è una scorribanda nello zydeco (Have You Heard), il jive (She’s Too Much e Too Much Boogie), il boogie (We’d Have A Love Sublime), lo slow blues jazzistico (Carcinoma Blues).

Se la musica vi serve come sottofondo per viaggiare o farvi la doccia, troverete in questo prodotto un buon viatico, ma sinceramente allora nel catalogo Alligator degli ultimi anni ci sono dischi ben più interessanti e stimolanti.

MELTING CLOCK – Destinazioni

di Ronald Stancanelli

24 marzo 2020

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MELTING CLOCK
DESTINAZIONI
Black Widow Records 2019

Una ragazza alla fermata del bus, i capelli scompigliati dal vento. Peraltro strana fermata ai bordi del mare adagiata sulla spiaggia. Bel disegno a colori che non può non incuriosire. Intelligente copertina per questo Destinazioni, album dei Melting Clock che si caratterizzato dall’ottima voce e relative inflessioni della cantante Emanuela Vedana. Con lei Sandro Amadei anch’esso voce e poi tastiere, Simone Caffè alle chitarre, Alessandro Bosca al basso, Francesco Fiorito in varie intense performances alla batteria di squisita fattura e Stefano Amadei alle chitarre e al bouzouki ma non quello classico greco, bensì quello irlandese di cui per la prima volta in tanti anni di musica sento parlare. Il sei ragazzi genovesi sotto la supervisione della Black Widow Records esordiscono, su album, dopo tanti anni di gavetta intensa e impegnata. Pagine velate da serene ondulazioni di note attraversano tutto i nove brani del dischetto con fare anche imperioso ma la dolcezza degli stessi, si prenda ad esempio Antares, portano tappeti sonori di fulgida bellezza e beatitudine che la voce della Vedana concorre a rendere tutti nessuno escluso accattivanti e coinvolgenti. Veramente un bel disco di neo progressive che fa appena appena l’occhiolino a certo prog nostrano di una volta ma in verità neanche tanto, lo vedo invece orientato su sonorità intelligentemente moderne. Se dovessi accomunare appunto questi bravissimi ragazzi genovesi a gruppi musicali che possano avere una similare genia potrei scomodare Pineapple Thief, Riverside, Anathema e anche Porcupine Tree e Our Ocean. Non ultimo il fatto che tra le righe in alcuni frangenti si sentano pur se molto celati degli spunti che riportano ai Genesis del primo periodo. Ottimo lavoro che sto ascoltando consecutivamente per la quarta volta e che mi avvince ad ogni suo ri-iniziare sempre maggiormente. I brani sono scritti da loro e caratterizzati da testi con certa amarezza di fondo in più frangenti mentre da rimarcare anche la presenza di un eccellente brano strumentale. Manca sia sul libretto che sul cd l’anno dell’album, questa purtroppo caratteristica comune a molti dischetti di questa label, ma dalla rete scopriamo essere uscito a fine 2019.

RUBEN MINUTO – Think Of Paradise

di Paolo Baiotti

24 marzo 2020

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RUBEN MINUTO
THINK OF PARADISE
Autoprodotto 2019

Proseguendo nell’ascolto di dischi di rock italiano di matrice roots/blues degli ultimi mesi, dopo esserci occupati dei giovani Gospel Book Revisited e Chris Horses Band, è il momento di un artista più maturo, il milanese Ruben Minuto. Classe 1970, ha alle spalle due album da solista, I Hate To Sing The Blues del 2004 e This del 2012, oltre a uno in coppia con il bluesman americano Steve Arvey. Inoltre da parecchi anni fa parte dei Mr. Saturday Night Special, tribute band dei Lynyrd Skynyrd molto conosciuta nel nord Italia che ha pubblicato un doppio dal vivo. Ma non è tutto: grande appassionato di bluegrass lo suona con Ruben & Matt, in duo con Matteo Ringressi esegue musica tradizionale, si indirizza all’alternative country nei No Rolling Back e, nel corso degli anni, ha accompagnato parecchi musicisti americani in tour dalle nostre parti. Insomma Ruben è un vero appassionato di musica a stelle e strisce, tanto da essere stato definito il più americano dei musicisti italiani.

Think Of Paradise si può considerare un concentrato delle passioni dell’artista: un disco che miscela con sapienza southern rock, country-rock, influenze bluegrass e old time. Ruben ha una voce chiara e matura che si adatta ad ogni situazione, suona l’elettrica e l’acustica, il basso e il banjo, accompagnato dall’amico Luca Crippa all’elettrica, lap-steel e slide, da Alessio Gavioli alla batteria e da Riccardo Maccabruni (Mandolin’ Brothers) alle tastiere, oltre a un paio di coristi. Il disco comprende 11 tracce, 10 scritte da Minuto che ha curato la produzione con Crippa e Larsen Premoli, ingegnere del suono nonché ospite all’hammond in tre brani.

If You’re Strong apre il cd incrociando Marshall Tucker Band e Blackberry Smoke, seguita dal mid-tempo più morbido e riflessivo Think Of Paradise e dalla robusta Credit To Your Rind in cui si crea uno spazio solista il piano skynyrdiano di Maccabruni accanto ad un’elettrica fiammeggiante. Echi della West Coast attraversano la ballata Bringing Light And Sorrow, mentre Where The Wild River Rolls ricalca la melodia di House Of The Rising Sun, con slide e tastiere al posto giusto. Le influenze old time e country sono evidenti nella divertente I Forgot How To Sip con Chris Mantello alla pedal steel, nella nostalgica The Wind Blew, nella campagnola Changes che richiama gli Outlaws anche nel cantato alla Henry Paul e nell’accattivante Reasons Into Rhymes.

L’ultima traccia Be Alive ci riporta alle radici roots/southern con una bella accelerazione in cui le chitarre si infiammano lasciandosi andare fino all’apparente finale…in realtà dopo una pausa di qualche decina di secondi c’è una ripresa in solitario di I Forgot How To Sip.

Un disco riuscito con numerosi brani che si prestano per essere rielaborati e improvvisati dal vivo.

NEIL YOUNG WITH CRAZY HORSE – Colorado

di Paolo Crazy Carnevale

21 marzo 2020

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NEIL YOUNG WITH CRAZY HORSE – Colorado (Reprise 2019)

Neil Young è tornato a cavalcare col cavallo pazzo. Era da qualche anno che aveva messo in naftalina Billy Talbot e Ralph Molina, compagni d’avventure sonore sia con la dicitura Neil Young & Crazy Horse che con quella meno usata di Neil Young with Crazy Horse (come in questo caso).

Quisquilie. La vera differenza è che stavolta al posto di Frank Sampedro c’è Nils Lofgren, una sorta di ritorno, Lofgren aveva suonato con Neil Young (e con i Crazy Horse) su After The Goldrush e Tonight’s The Night, dischi accreditati al solo Young, e aveva preso parte al disco d’esordio del gruppo, quando ancora ne faceva parte Danny Whitten: tutto questo per stabilire quanto a buon diritto Lofgren possa essere considerato parte della formazione.

La cosa più importante però, oltre al ritorno dei Crazy Horse è che questo sembra essere il miglior disco di Young fin dalla precedente avventura con il gruppo, l’indispensabile Psychedelic Pill, a cui erano seguiti cinque dischi abbastanza imbarazzanti, sia per la mancanza di materiale pregevole, sia per la fretta con cui erano stati registrati e messi in commercio. Il tempo aveva dimostrato quanto fosse davvero un problema di fretta, visto che Peace Trail (dall’inascoltabile album omonimo) era stato ripreso in versione eccellente sulla colonna sonora di Paradox. Il disco meno malvagio di questi anni era stato il più recente Visitor, ma non ci voleva molto ad essere meglio di Peace Trail, Monsanto Years, Storytone e del live con i Promise Of The Real. Quanto alla fretta bisogna ammettere che anche questo Colorado è stato fatto abbastanza frettolosamente, però con i Crazy Horse è diverso, c’è un’altra attitudine, un’intesa subitanea, e poi stavolta le canzoni ci sono. Magari non tutte allo stesso livello, ma ci sono.

Young non è più un ragazzino, va da sé che spesso i testi dei brani siano dedicati al passato vissuto, ma continua ad essere presente in maniera determinante quell’impegno eco-sociale che non è mai mancato nelle sue canzoni, meno che mai negli ultimi tempi.

Dire che il meglio del disco arriva all’inizio non è del tutto sbagliato, Think Of Me può essere considerato il brano migliore, c’è tutto: innanzitutto è una canzone a tutto tondo (ultimamente Young canta meno e recita di più, e non è un problema di voce perché il duetto con Jakob Dylan nella beachboysiana I Just Wasn’t Made For These Times, sulla colonna sonora di Echoes In The Canyon, ci dice che la voce c’è), poi ci sono tutti gli elementi che di solito si associano alle canzoni del canadese, vale a dire la voce, l’armonica, la chitarra, il piano, la sezione ritmica. Il brano successivo è la chilometrica She Showed Me, una furiosa cavalcata, nel miglior stile Young & Crazy Horse, quasi un quarto d’ora di elettricità totale dedicata a madre Terra. Seguono poi le rimembranze di Olden Days, altro brano di buona fattura. Bruttina invece Help Me Lose My Mind, cantata quasi fosse un’invettiva mentre invece si tratta di una richiesta d’aiuto; torna invece l’impegno ecologico, il grido d’allarme per i disastri combinati dall’uomo all’indirizzo dell’ambiente in Green Is Blue, brano dai toni rilassati, dimessi, con Neil al piano e al vibrafono e Lofgren alla chitarra.

Shut It Down, ossessiva e di nuovo molto elettrica, oltre che arrabbiata, è la critica della critica, la protesta della protesta, uno strale contro chi della difesa dell’ambiente fa uso per moda o per convenienza e non per convinzione.

Più introspettiva e fantastica l’atmosfera di Milky Way, cantata quasi sottovoce, recitata ma corredata da una chitarra sostanziosamente efficace. Piacevolissima Eternity, sembra di tornare ai tempi di After The Goldrush (voce a parte), con Young di nuovo al piano e al vibrafono mentre Nils sta all’elettrica, con un testo sulla piacevolezza della vita semplice, familiare.

Rainbow Of Colors è corale, con una melodia che richiama vagamente la dylaniana With God On Our Side, e d’altronde il testo è un’invettiva contro chi erige muri che separano, ma è anche una canzone patriottica che inneggia lo spirito buono della nuova patria di Young (che dopo aver abitato per oltre cinquant’anni negli Usa ha recentemente ottenuto la cittadinanza).

La chiusura è affidata all’intima e ancora una volta ambientalista I Do, forse troppo lunga e noiosetta nella struttura, ma dal testo ineccepibile.

Un buon disco in definitiva, con una copertina orrenda, come la stragrande maggioranza delle copertine dei dischi di Neil Young da troppi anni in qua.

MAGIA NERA – Montecristo

di Ronald Stancanelli

21 marzo 2020

Magia nera. Montecristo[75]

MAGIA NERA
MONTECRISTO
BLACK WIDOW 2019

Quando scopriamo o ci viene segnalato che un determinato album è un concept chissà perché il nostro interesse esponenzialmente aumenta e la voglia di ascoltarlo diventa direttamente proporzionale al suo carpirlo ed ascoltarlo immantinentemente. La gloriosa genovese Black Widow, ci ha gentilmente fornito di questo concept narrante le, ovviamente note, vicende del Conte di Montecristo che su pagine stampate tutti in un modo o nell’altro abbiamo, letto, sfogliato o solamente visto ma l’interesse di ascoltarne perigli e fasti in musica devo dire che ci alletta non poco.

Gruppo che si formò tra i sessanta e i settanta i Magia Nera arrivarono a pubblicare un album addirittura negli anni duemila con l’eccellente L’ultima danza di Ophelia, disco da avere se non almeno da ascoltare. Furono nefaste vicissitudini a far si che il loro esordio discografico non avvenisse in quegli anni poiché il loro furgone al cui interno erano pronti i nastri per il loro vinile andò totalmente a fuoco e nulla si salvò da quel rogo

Oggi esce questo Montecristo , dopo che i componenti il gruppo separati musicalmente per anni si son presi la briga, e che briga, di comporre ex novo e di pubblicare questo energico e lancinante lavoro. Lavoro che media tra suoni che loro stessi amavano un tempo e che erano all’epoca di moda ed altri attuali più moderni ma molto intensi intessuti di note chiaroscure che avvincono come farebbe un vero romanzo.

L’album di solide valenze progressive è suddiviso in quattro parti, Il tradimento, La prigionia, la fuga, La vendetta e per oltre una quarantina di minuti si dipana una storia ovviamente ben nota ma che traspostata in musica eccelle per la sua imponente forza veramente dirompente e che cattura e avvince l’ascoltatore. Ovvio il vantaggio che se ne trae nell’ascolto seguendo i fili di una storia ben nota, ma l’intrinseca forza delle musiche scritte e utilizzate ne corroborano lo spessore e lo stesso utilizzo in un brano di una fisarmonica e della voce in questo caso non cantante ma narrante rendono ancor più penetrante la vicenda catturando veramente in toto l’ascoltatore. Emilio Fabbro dalla voce profonda ma ben rotonda e musicale assieme a Bruno Concetti alla chitarra, Pino Fontana alla batteria, Fabio D’Andrea al basso, Hammond e percussioni e Dante Severino alla fisarmonica ci consegnano un album che sa di pagine polverose ma ad ognuna che giri sempre maggiormente detto lavoro si rivela maturo ed imprescindibile. Grande album veramente che si deposita tra le cose migliori che ultimamente ci sia stato dato di ascoltare. Scritto da Bruno Concetti sia per quanto concerne i testi che le musiche si avvale di disegni, foto ed elaborazioni da parte di Manuela Olga Malerbi. Distribuito come accennato dalla nostrana Black Widow, casa discografica che nei vicoli magici di Genova ha un negozio, rinnovato da poco, splendido, spazioso e solare. Intensa la copertina intrisa di china.

JAKOB DYLAN & Others – Echo In The Canyon/O.S.T.

di Paolo Crazy Carnevale

20 marzo 2020

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JAKOB DYLAN & Others – Echo In The Canyon/O.S.T. (BMG 2019)

Dylan plays The Byrds: così potremmo, parafrasando il titolo di un disco del gruppo californiano, definire buona parte del contenuto di questa colonna sonora uscita lo scorso anno. Solo che il Dylan in questione non è il Bob che i Byrds “coprirono” abbondantemente nel corso della loro carriera, bensì suo figlio Jakob, quello dei Wallflowers. Il disco, uscito sia in vinile che in formato digitale, è il commento ad un documentario realizzato un anno prima da Andrew Slater ed incentrato sulla scena musicale e artistica orbitante nell’area sviluppatasi intorno alle pendici del Laurel Canyon, a Los Angeles, nella seconda metà degli anni sessanta.

Ci aveva già pensato il fotografo Henry Diltz qualche anno fa a documentare quel periodo usando molto materiale tratto dai suoi archivi e coinvolgendo molti dei protagonisti dell’epoca. In questo nuovo lavoro Jakob Dylan funge da padrone di casa nelle interviste effettuate appositamente per la pellicola (si potrà dire ancora pellicola?) e, a parte, è la voce principale nelle rivisitazione dei brani incisi per il commento sonoro: una manciata di canzoni dell’epoca prese dai repertori dei protagonisti di quel periodo magico. Ci piace immaginare, vista la sua presenza nel film, che probabilmente avrebbe dovuto far parte della partita anche Tom Petty e che solo la sua prematura scomparsa non gliel’abbia consentito. Il disco è una fedele trasposizione di sonorità profumate di passato, ma suonate col gusto del presente, con l’accompagnamento quasi in ogni brano di un ospite che ne divide le sorti vocali col leader: c’è anche una house band che ricrea suoni e atmosfere con accuratezza, una band guidata dal polistrumentista e produttore Fernando Perdomo.

L’inizio è affidato a Go Where You Gonna Go dal repertorio dei Mamas And Papas, canzone riletta con gran gusto da Jakob con l’aiuto della voce di Jade Castrinos, voce di Edward Sharpe and the Magnetic Zeros, che non fa assolutamente rimpiangere quella dell’immensa (in tutti i sensi) Cass Elliot. Poi è subito la volta di una delle ben cinque canzoni dei Byrds riprese nel disco, ovviamente non una canzone firmata dal padre di Jakob, bensì The Bells Of Rhymney (composta da Pete Seeger, ma l’arrangiamento è indubitabilmente quello byrdsiano), con Beck come seconda voce adattissima a riprodurre le armonie necessarie. Il terzo è di nuovo un brano dei Byrds, You Showed Me, stavolta firmato da Gene Clark e Roger McGuinn, con la sontuosa voce di Cat Power: una cover più che riuscita, l’atmosfera è ricreata magicamente, con qualche tocco in più (l’originale era poco più che un demo risalente a prima dell’uscita del debutto dei Byrds), e rende omaggio e giustizia ad un songwriter mai abbastanza lodato qual era Clark. Con Josh Homme dei Queens of The Stone Age, Jakob rilegge poi, sempre con grande effetto, She, tratta dal secondo disco dei Monkees, prima di buttarsi insieme alla delicata Fiona Apple nella ripresa di In My Room dei Beach Boys, e sembra davvero di essere di nuovo alla corte del miglior Brian Wilson. Goin’ Back è un brano di Carole King e Gerry Goffin che ha avuto più versioni, quella di riferimento è però quella dei Byrds: c’è di nuovo Beck, davvero a suo agio qui, a condividere la voce con Dylan e poi c’è un’accuratezza nel suono davvero impeccabile. Perdomo si occupa di varie chitarre, del sitar, ci sono anche organo Hammond e harpsichord ad irrobustire il tutto… Una versione non scontata. Gli Association erano una formazione parecchio in voga nella Los Angeles dell’epoca, mai troppo considerati in seguito, parecchio melodici, rimasti ancorati ad un suono datato quando la California stava infiammandosi per altre soluzioni musicali: la loro Never My Love è riproposta da Dylan con l’ausilio di una superlativa Norah Jones. Poi tocca ad un altro brano dei Byrds, di McGuinn per l’esattezza: It Won’t Be Wrong stava sul secondo disco del quintetto e per la sua ripresa, molto energica, viene affiancata a Dylan di nuovo la voce di Fiona Apple, stavolta in chiave più rock rispetto al duetto sul brano dei Beach Boys. Tra le band di quella scena musicale non vanno senz’altro scordati i Love di Arthur Lee, per una solida riproposta di No Matter What You Do, dal loro disco d’esordio come sparring partner alla voce c’è la grintosa Regina Spektor che aiuta il leader a costruire una bella cover di una band troppo presto finita nel dimenticatoio e ricordata soltanto per il suo album Forever Changes.

E se fin qui Jakob Dylan si era affidato solo a musicisti della sua generazione o comunque più giovani, con Questions tira in ballo un paio di pezzi di pezzi da novanta da far venir giù i muri. Questions è un brano che i Buffalo Springfield avevano inciso nel loro disco d’addio, e la tentazione di coinvolgerne addirittura l’autore era troppo irresistibile ma non abbastanza, così, oltre a Stephen Stills (impegnato alla solista) Dylan ha chiamato anche Eric Clapton (che oltre a condividere con Stills la parte solista accompagna Dylan alla voce): il risultato è indiscutibilmente riuscito, le chitarre sono riconoscibili ovviamente e determinanti, si capisce che rispetto agli altri brani siamo già nel momento in cui la scena di Laurel Canyon si stava ulteriormente elettrizzando. Le voci di Jade Castrinos e Justine Bennett fanno da rinforzo, il tappeto d’organo creato da Jordan Summers è fondamentale.

Poi tocca di nuovo riprendere in mano i Beach Boys, con un brano ripreso da Pet Sounds: una versione essenziale quella di I Just Wasn’t Made For These Times, senza troppi fronzoli, con orchestra sintetizzata, l’organo, un paio di chitarre, una spolverata di basso e percussioni e l’inattesa voce di Neil Young a duettare col capobanda. E a proposito di Neil Young, non poteva mancare un suo brano in un disco del genere: ecco così, dal secondo disco dei Buffalo Springfield una versione di Expecting To Fly molto rispettosa dell’originale, con tappeti di chitarre d’ogni tipo intessuti da Perdomo, da Geoff Pearlman, e dalla pedal steel dell’eccezionale Greg Leisz, mentre torna alla voce Regina Spektor.

La chiusura è epocale, con l’ennesimo brano dei Byrds, stavolta con la firma di David Crosby: What’s Happening? stava su Younger Than Yesterday e la versione è qui cantata dal solo Dylan, con un arrangiamento strepitoso basato su un background di chitarre che vede di nuovo schierati Fernando Perdomo, Geoff Pearlman e Andrew Slater, c’è poi di nuovo Greg Leisz, impegnato qui anche all’acustica e al banjo, ma per la parte di chitarra solista Dylan è ricorso alla mitica “old black”, la Gibson nera di Neil Young, suonata ovviamente dal canadese in persona: che dire? Quasi un voluto riferimento a quanto Crosby e Young (e un altro paio di tizi) avrebbero fatto poco dopo insieme… sempre dalle parti di Laurel Canyon.

TINSLEY ELLIS – Ice Cream In Hell

di Paolo Crazy Carnevale

20 marzo 2020

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TINSLEY ELLIS – Ice Cream In Hell (Alligator/IRD 2020)

A due anni dal precedente Winning Hand, il bluesman Tinsley Ellis sforna un nuovo convincente disco di robusto rock blues chitarristico, il secondo dopo il suo ritorno in seno all’Alligator, la casa discografica che lo aveva tenuto a battesimo negli anni ottanta e presso cui era ritornato una prima volta tra il 2005 ed il 2009.

Sotto la produzione di Kevin McKendree, all’insegna di un rapporto professionale consolidato, e con l’accompagnamento della band che aveva suonato nel lavoro precedente, Ellis conferma il suo stato di grazia: il suo stile musicale è di matrice sudista come è naturale aspettarsi da un musicista che proviene dalla Georgia, ma non disdegna di occhieggiare al sound di Chicago (sede della label presso cui è accasato), mescolandolo con adeguate influenze soul che ben si addicono alla sonorità sudiste della band.

Ed è proprio nella title track che questo connubio emerge perfettamente, Ice Cream In Hell è un corposo blues in cui il cantato roccioso di Ellis e la sua chitarra spadroneggiano insieme alle tastiere dell’ottimo McKendree, che oltre a produrre suona piano e organo.

Già col brano d’apertura si era percepito l’humus del disco, Last One To Know è infatti una composizione molto riuscita – arricchita dalla presenza di una ridotta sezione fiati in stile Stax – più della seconda traccia, la nervosa Don’t Know Beans.
Dopo la title track Foolin’ Yourself si presenta come un brano dalle forti influenze chicagoane, poi tornano i fiati nella sofferta e chitarristicamente lancinante Hole In My Heart, di sicuro uno dei pezzi forti del disco: McKendree tiene al tempo stesso il sottofondo d’organo e ricama col piano, mentre la voce di Ellis si dispera e la sua chitarra lancia strali devastanti con tanto di citazione di una marcia funebre.

Meno interessante, anche se indubbiamente accattivante col suo ritmo che incalza, la veloce Sit Tight Mama, con Ellis impegnato alla slide, molto meglio No Stroll in The Park con un lungo intervento d’organo del produttore, che è protagonista anche nel funk energico di Evil Till Sunrise; in Everything And Everyone sembra che Ellis voglia omaggiare Peter Green, con una composizione vagamente latin che non piò far venire la classica Black Magic Woman, indubbiamente piacevole ma la sfida è impossibile. Unlock My Heart viaggia sui binari di Sit Tight Mama, senza la slide e col tempo appena meno ritmato. Il finalone è all’insegna dei quasi sette minuti della struggente Your Love’s Like Heroin, introdotta da un organo chiesastico su cui la chitarra piange come si deve, indubbiamente una composizione di facile presa, con l’andatura che ricorda qualcosa di Roy Buchanan.

KENNY BRAWNER – Cross Water Blues

di Paolo Crazy Carnevale

20 marzo 2020

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KENNY BRAWNER – Cross Water Blues (Appaloosa/IRD 2019)

Non fatevi ingannare dal sanguigno sound chicagoano di questo disco, il titolare, il signor Brawner è newyorchese e buona parte della banda che lo accompagna è italiana! Certo, ad ascoltare il disco non si direbbe, perché il disco suona davvero molto Chicago blues, soprattutto per lo stile chitarristico di Luca Tozzi, che con il titolare è il maggior responsabile del sound.

Brawner, che ha una carriera musicale che parte da lontano ed è basata su una miscela di blues, soul e funk, è un tastierista e cantante con una voce che ricorda talvolta certe sfumature del miglior Joe Cocker – roca ma anche elegante come quella di Ray Charles– ed è spesso approdato nel nostro paese, Luca Tozzi, chitarrista del disco, oltre che autore di parte dei brani qui contenuti, ha fatto una lunga gavetta che lo ha portato a vivere a lungo proprio nella città d’origine di Brawner. Tozzi è il produttore di Cross Water Blues, insieme al batterista Pablo Leoni, che è pure responsabile del management dell’artista afroamericano.

E italiani sono anche tutti e tre i bassisti musicisti coinvolti nelle session, mentre la sezione fiati è tutta americana: il risultato è un disco di blues ben fatto, ben registrato e prodotto con cura, un disco di blues che potrebbe tranquillamente competere, e in qualche caso anche superare, quelli pubblicati in America dalla benemerita Alligator, la casa discografica del blues per eccellenza.

Il riferimento principale, in termini di stili blues, sembra essere come si diceva Chicago e a conferma di ciò, l’unica cover inclusa nel disco, Goin’ Down Slow, proviene dal repertorio di Bobby Bland, tipico rappresentante del blues della Windy City. Per il resto, su una sezione ritmica diligente che fa alla perfezione il suo lavoro, tutto è affidato alla sei corde di Tozzi e alle tastiere (più spesso il piano, meno spesso l’organo) di Brawner. Tra i brani più riusciti c’è I’m Not Buyin’ firmata dal cantante e con un eccellente solo della sei corde di Tozzi, Meet Me In The Alley porta anche la firma di Tozzi e vede il piano in botta e risposta coi fiati; Waitin’ For Some Good è particolarmente ispirata e conta su un buon lavoro dell’organo nelle cui tessiture la chitarra di Tozzi s’inserisce guizzando, ma in sottofondo ,sempre Tozzi presumiamo essendo l’unico chitarrista del disco, si colgono anche degli azzeccati interventi funky mai invadenti e preziosi per il risultato finale. Burned Again è proprio come ci si può immaginare un brano con questo titolo, struggente, lento, devastante, con la chitarra incendiaria che piange letteralmente sul sottofondo d’organo e con i fiati in crescendo mano a mano che il brano avanza. Piano elettrico e fiati sostengono l’introduzione strumentale notturna di Love Pain, altro punto di forza del disco, lunga e soffusa composizione in cui la chitarra si fa sentire solo in un secondo tempo. It’s A Shame, un boogie scatenato sembra invece più un risaputo esercizio di stile meno interessante, meglio la spensierata canzone d’amore posta in chiusura, Never Had A Love Like Yours, in cui Tozzi ci dà un saggio della sua abilità col bottleneck.

CHRIS HORSES BAND – Dead End & A Little Light

di Paolo Baiotti

17 marzo 2020

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CHRIS HORSES BAND
DEAD END & A LITTLE LIGHT
Autoprodotto 2019

Recentemente ci siamo occupati dei torinesi Gospel Book Revisited. Oggi è il turno di un’altra giovane band italiana che proviene dal nord est, dalla zona di Treviso. Si tratta di un quintetto guidato da Chris Horses (Cristian Secco) alla voce e chitarra, conosciuto in zona come il cowboy delle “tre province”, appassionato di southern rock e heavy metal, al quale si sono aggiunti il chitarrista Mattia Renzi cresciuto tra blues e rock and roll, il bassista Marco Quagliato che predilige il funky, il batterista Marco Tirenna appassionato di psichedelia e groove e il polistrumentista Giulio Jesi che si alterna al sax, tastiere e flauto lasciando trasparire l’amore per il blues e il jazz americano. Influenze e stili diversi che si fondono con un risultato davvero sorprendente nell’esordio del gruppo, sostenuto da una campagna di crowfunding, registrato nell’agosto del 2019 a Treviso e prodotto dai ragazzi che dimostrano di avere le idee chiare nel creare un’atmosfera vintage ideale per un rock and roll energico e venato di psichedelia che richiama i power trio di fine anni sessanta, ma non solo.

Il vorticoso rock di Dead End con il basso in primo piano, il sax e la chitarra distorta che mischiano rock, jazz e funky apre il dischetto in modo energico, seguito dalla dura e cadenzata In Silence tra grunge e hard rock, in cui sorprende l’impasto creato tra le chitarre e il sax che crea una tensione riflessa anche dal testo, appena allentata dal break acustico che anticipa il rabbioso assolo di chitarra. Night è una ballata oscura, interpretata con efficacia dalla voce di Cristian che cambia tono nel finale, attraversata da un sax springsteeniano e da una chitarra southern, The Only Shelter un brano più arioso e ritmato con una melodia riconoscibile, le chitarre allmaniane e il solito sax che aggiunge sempre qualcosa di importante. L’unica traccia sotto i quattro minuti è Lost, ballata avvolgente con dei cori armonizzati in modo attento che precede la robusta 24 Hours Of Sleep, vorticosa e travolgente con cambi di ritmo e influenze sabbathiane, un lancinante assolo di sax e una chitarra aspra e distorta che si prende il suo spazio nel finale. I (pochi) dubbi sulle qualità dei ragazzi sono fugati dall’ascolto di This Old Town, una ballata psichedelica formidabile, di rara bellezza, con flauto e percussioni orientaleggianti, una voce sperduta che esprime la sensazione di smarrimento del testo fino all’emozionante assolo di chitarra in crescendo al quale si affianca il sax…otto minuti di grande musica! In chiusura il funky giocoso di A Little Light allenta la tensione, risultando forse il brano meno significativo, pur avendo spunti interessanti.

Un esordio stimolante, completato dalla copertina psichedelica d’impatto e dall’artwork curato da A-Z Blues con i testi in inglese e italiano.

MORISCO – L’ultimo colpo

di Paolo Crazy Carnevale

17 marzo 2020

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MORISCO – L’ultimo colpo (2020)

Si può fare del pop-rock intelligente, mai scontato, ricco di soluzioni sonore stimolanti e soprattutto cantato in italiano senza che risulti uno scimmiottamento delle musiche anglofone?

Sì. La risposta è decisamente sì, anche se bisogna andare a cercarlo col lanternino. Ma se cercate bene troverete questo piccolo forziere stipato di grandi canzoni dato alle stampe nelle scorse settimane dalla band bolzanina dei Morisco: una band che è praticamente un duo, Francesca Russo e Piergiorgio Veralli, moglie e marito, lei voce dalle grandi capacità e sfumature, lui distillatore di suoni e chitarrista.

Il gruppo era nato alla fine degli anni novanta come quintetto, poi col tempo la formazione si è ridotta a duo, ma L’ultimo colpo raccoglie canzoni scritte da Piergiorgio (talvolta con Francesca) nel corso di tutta l’esistenza della formazione. Per realizzare questo disco i due hanno arruolato il batterista Alex Refatti e si sono affidati alle cure di Gregor “Sonorus” Marini, produttore e chitarrista dal succulento curriculum. In realtà quando si sono presentati nello studio di Marini, i Morisco avevano già in mente tutto, i demo registrati in cucina erano già molto notevoli e le idee erano più che chiare.

Il risultato è un disco entusiasmante che offre alle orecchie dell’ascoltatore una goduriosa miscela di sonorità abbinata ad una scelta di testi che evidenziano l’amore dei Morisco per un immaginario pop che parte da lontano e tocca fumetti, telefilm, vecchie pellicole, un immaginario visto però sempre dal punto di vista di un personaggio diverso dall’eroe conclamato: così questo immaginario lo troviamo fin dalla prima traccia, Don Diego, dedicata all’alter ego di Zorro, personaggio apparentemente pigro e indolente, e più avanti rifà capolino nella preziosa Eva canta, in cui il riferimento è la compagna di Diabolik, protagonisti di una composizione che ha più d’un richiamo musicale alle canzoni dei film di 007, le cosiddette Bond-songs.

Non solo immaginario pop però, nel disco dei Morisco ci sono anche altre cose, ci sono canzoni d’amore, viaggi nel cosmo, tematiche personali. Una delle più riuscite è Non arrivare mai, una delle composizioni più datate, ma anche Il temporale è notevole con effetti tipo campane tubolari e un gran solo di chitarra. Tornando all’immaginario pop, troviamo anche un brano dedicato a Marlon Brando, Marlon B., dall’incedere molto orecchiabile e con una sfilata di soluzioni sonore da urlo.

Tra i favoriti dei Morisco c’è sicuramente Tex Willer, e non è un caso che il nome del gruppo derivi proprio da quello di uno dei più cari amici del Texas ranger più famoso del fumetto italiano, tanto che la bella copertina del disco è stata realizzata da Stefano Biglia, uno dei disegnatori di Tex. E a rincarare la dose troviamo Mefisto, una canzone dedicata al più cattivo tra i cattivi texiani e al suo punto di vista di cattivo.

In Altrove (già scordata), a fare la differenza troviamo la chitarra slide di Marini, mentre nel brano conclusivo, Un giorno bellissimo, una delle tante perle di questo scrigno, ci sono le tastiere dell’ospite Luca Sticcotti.

Il disco merita di essere citato anche per tre cover non scontate: innanzitutto una notevolissima rilettura di Stilla di te “rubata” alla band bresciana degli Intercity, trattata con la cura Morisco e qualche rimando ai Beatles (da sempre uno dei punti di riferimento fissi di Veralli), la seconda cover è Spaziale di Stefano “Edda” Rampoldi, la canzone dell’ex Ritmo Tribale diventa qui una ballata con accompagnamento di chitarra acustica che potrebbe ricordare il David Bowie degli esordi ma con la voce di Francesca Russo che fa davvero venire i brividi. La terza cover è Amore al terzo piano un brano che Bobbi Gualtirolo – membro di Lino e i Mistoterital, Klakson e, agli esordi del gruppo, degli stessi Morisco – aveva registrato nel 2018 per il suo disco solista, manco a dirlo tralasciando do l’originale arrangiamento in stile bossa nova i Morisco hanno per una rilettura in chiave twang/Badalamenti.

Indipendenti fino al midollo, i Morisco hanno deciso di uscire senza un’etichetta, ma sono molto attivi su tutti social: cercateli, ne vale la pena!

MITHOLOGY – The Castles Of Crossed Destinies

di Ronald Stancanelli

15 marzo 2020

Album vinile B singolo

MITHOLOGY
THE CASTLES OF CROSSED DESTINIES
BLACK WIDOW 2019

Ripresomi dallo shock stellare dei Runaway Totem mi dirigo verso uno dei cantoni svizzeri dal quale provengono i Mithology che ci donano le esaurienti e felpate note contenute in The Castle of Crossed Destinies. Soffici inizialmente, poi i baldi giovanotti iniziano a darci dentro che è un piacere e con la classica formazione basso, chitarra, batteria con l’aggiunta delle ovvie tastiere e del mellotron con infine anche il sax ci allietano con un lavoro progressive di gentile ed incisiva maniera. Gli artisti coinvolti sono sei, non cinque, poiché Lady Sif addolcisce con la sua voce alcuni momenti del Castello dai destini incrociati. Ma lo stesso Athos Sade che è il leader quotato a cantare ha dalla sua, una voce rotondamente medioevale da risultare ottimale per il cd in questione. Lo spunto ovviamente è inerente il racconto, o breve romanzo di Italo Calvino e le tematiche simil rock, fiocamente hard progressive si fanno ascoltare con immenso piacere. Non vi sono momenti ne di stanca ne tanto meno un pezzo che si elevi preponderatamente sugli altri da augurarne un singolo, anche se Lissed Chances ci attizza non poco, e questa unione uniforme ma molto incisiva dei sei brani che compongono il lavoro è decisamente un bel sentire. Scorre impetuosamente scavando solchi e superando barriere, sollevando interesse e avviluppandosi in un percorso musicale molto stuzzicante ed emozionante come un drappo senza fine intensamente pieno di colori. Diciamo che il loro cd porta alla mente l’arazzo di Bayeux con la sua lunga storia intessata sul drappo di stoffa che congiunge stanza a stanza per decine e decine di metri fino alla misura finale di ben sessantotto. Nello stesso modo ogni brano par unito al successivo come in una storia medioevale dai lunghi , magici colorati, appassionanti ed interessanti sviluppi. Il cd pur non essendo evidenziato sullo stesso l’anno, scopriamo che è del 2019 mentre semplice ma molto deliziosa la copertina cartonata che si apre totalmente in un’unica grande piacevole immagine cui non è dato sapere l’autore non essendo citato lo stesso da alcuna parte.

STEVE MEDNICK – Enough!

di Paolo Baiotti

15 marzo 2020

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STEVE MEDNICK
ENOUGH!
Cottage Sound/Prospect Hill 2019

Nato in Connecticut, avvocato da sempre appassionato e coinvolto nelle tematiche dei diritti civili, Steve ha pubblicato ben 14 dischi dal 2006, a partire da Dark Ages Reprise: Songs in the Key of Gw. Dischi impegnati, che sembrano provenire da un’altra epoca, quando la musica folk-rock aveva (o almeno cercava di avere) un significato sociale. Politica, democrazia, immigrazione, minoranze…sono alcuni dei temi trattati da Steve che, da un punto di vista musicale, trae ispirazione da autori iconici come Bob Dylan, Warren Zevon, Paul Simon, Joni Mitchell…insomma i classici di sempre. La voce sembra un incrocio tra Bob Dylan e Mark Knopfler, come risulta evidente dall’ascolto di What Are You Going To Do?, la prima traccia di Enough!, il suo progetto più recente, nel quale è accompagnato principalmente da Karl Allweier dei Bandoleros al basso e voce e dall’amico pluristrumentista e produttore Eddie Seville.
Questo disco ha come argomento principale il massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School a Parkland in Florida, al quale si riferiscono le prime sette canzoni e le accorate note del booklet. In particolare gli strali di Steve si rivolgono ai politici che sostengono la lobby delle armi perché, come canta nel secondo brano, Soon It Will Be Too Late (presto sarà troppo tardi). Questa ballata dolente è seguita dal raffinato fingerpicking di Twilight’s Last Gleaming e dalla più ritmata Weapons Of War, mentre Tell Them We Are Rising ricorda le ballate dei sixties di Dylan.
Il livello di scrittura non è uniforme, qualche brano è troppo scontato o derivativo, ma in complesso il disco si lascia ascoltare, inserendo anche nella parte finale un paio di brani interessanti come la rabbiosa e corale The World Is Watching e A Dark Night Is Upon Us in cui spicca la solista di Frank Carillo.

GOSPEL BOOK REVISITED – Morning Songs & Midnight Lullabies

di Paolo Baiotti

12 marzo 2020

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GOSPEL BOOK REVISITED
MORNING SONGS & MIDNIGHT LULLABIES
GBR 2019

Il 2019 è stato un anno positivo per il rock italiano di matrice roots/Americana. Abbiamo potuto ascoltare dischi molto validi di nomi già consolidati come i pesaresi Cheap Wine e i pavesi Mandolin’ Brothers che hanno festeggiato 40 anni di attività, l’esordio solista di Edward Abbiati, ex leader dei Lowlands e persino degli esordi molto interessanti di gruppi giovani come la Chris Horses Band e i Gospel Book Revisited.
Ci occupiamo proprio di questi ultimi, un quartetto torinese molto giovane che, dopo un Ep e il live Stay Wild registrato nel 2017, incentrati principalmente su covers riprese con essenzialità, esordisce su lunga durata in studio con un disco davvero pregevole, pieno di idee e di originalità, diviso idealmente in due parti, una più aspra e dura (le Morning Songs), l’altra morbida e carezzevole (le Midnight Lullabies). Una sezione ritmica duttile formata da Gianfranco Nasso (basso) e Samuele Napoli (batteria) fornisce un degno supporto alla voce di Camilla Maina che, a seconda dei brani, utilizza toni sussurrati, garbati e accattivanti oppure aspri e pungenti e alla chitarra di Umberto Poli che guida la band e funge da collante dedicandosi con grande attenzione ai suoni, alle tonalità e agli arrangiamenti, lasciando in secondo piano il ruolo di solista. I quattro componenti del gruppo sono cresciuti con influenze diverse, dal prog al funky, dal gospel-blues alle jamband, che si fondono nella scrittura comune delle 11 tracce dell’album.
Tall Tree apre il dischetto applicando un riff sporco, malato e dissonante alla voce un po’ pigra e inquieta di Camilla, con venature grunge e stoner. Stones In My Pocket è un mid-tempo bluesato cadenzato dalla batteria e dai battiti di mani, in cui Umberto usa una chitarra slide Weissenborn, mentre Slow Intention conferma l’attenzione per gli arrangiamenti e i suoni, introdotta da una chitarra sporca, con la voce filtrata e il sax solista distorto e psichedelico di Enrico D’Amico. Il blues malato di The World Is Liquid in cui si inserisce l’armonica di Fabrizio Poggi e il funky Shine And Burn completano la prima parte con Hard Mama, una sorta di voodoo gospel blues, ossessivo e molto particolare, senza chitarra.
La seconda parte è introdotta dalla slide raffinata dell’ospite Luther Dickinson che colora la melodia sussurrata di Mine insieme al piano elettrico di Maurizio Spandre, seguita dalla sommessa The Key e dalla ballata acustica Fireflies & Butterflies, profumata di blues e di percussioni africane, che si avvale anche del contributo vocale di Cecilia, sorella adolescente di Camilla. Nell’intima There Goes My Time gli strumenti entrano gradualmente dopo l’intro di piano, preparando la chiusura carezzevole e delicata di Dreamtime Lullaby, con Camilla alla viola e Umberto alla cigar box.
Un esordio in studio incoraggiante da parte di una band molto promettente che anche dal vivo ha già dimostrato qualità non comuni.

ROSIE FLORES – Simple Case Of The Blues

di Paolo Crazy Carnevale

12 marzo 2020

Rosie Flores Simple Case Of The blues[52]

ROSIE FLORES – Simple Case Of The Blues (The Last Music Company 2019)

In Texas, dove è nata in quel di San Antonio settant’anni fa, Rosie Flores è un’icona: rappresentante di un blues texano venato di rockabilly e swing quel tanto che basta, la cantante e chitarrista, nonostante le molte candeline sulla torta, è tutt’ora più che arzilla ed ha pubblicato lo scorso anno un disco di assoluto rispetto, sotto la guida di due indiscutibili colleghi quali sono Charlie Sexton e Kenny Vaughn. Con una carriera di tutto rispetto alle spalle, iniziata quando frequentava le superiori in California, e con un contratto discografico che negli anni ottanta l’ha vista legata alla Warner Bros., la Flores ha avuto nomination e premi in varie manifestazioni musicali di genere. Per questo nuovo disco, composto da una decina di brani in parte autografi in parte presi in prestito, l’artista ha sfoderato un sound solido e misurato, merito sicuramente anche dei due produttori: ricordiamo che Sexton ha lavorato come chitarrista con Dylan molto a lungo (ma è solo uno dei titoli nel suo lungo curriculum) e Vaughn è parte dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, entrambi sono presenti anche come chitarristi nel disco, il primo alla ritmica, il secondo unitamente alla titolare, alla solista. Sì, perché la Flores è anche un’eccellente chitarrista e nei concerti non potendo girare ovviamente con tutti i grossi e impegnatissimi collaboratori usati in studio (all’organo c’è il grande Michael Flanigin e alla lap steel nientemeno che Cindy Cashdollar), si occupa egregiamente dello strumento chitarra con grande efficacia.

Il disco inizia subito con brividi blues elargiti dal brano di Roy Brown Love Don’t Love Nobody, subito dopo Rosie ci regala la perla assoluta di Mercy Fell Like Rain, un brano struggente e ineccepibile, cantato con maestria e suonato con superba bravura. I Want To Do More di Leiber e Stoller ci riporta alla Flores più rockabilly e risaputa, godibile ma non certo all’altezza del brano precedente o della successiva e autografa title track, con le chitarre affilate e l’organo di Flanigin che intesse il tessuto di un altro brano da ascoltare ripetutamente. Autografo è anche il seguente Drive Drive Drive, texas blues cadenzato, con un’armonicista non identificato e scambi di interventi chitarristici da “giù il cappello”! Till The Well Runs Dry torna al rockabilly, col piano in evidenza (T. Jarrod Bonta), poi la Flores si prende il gusto di riprendere un brano di Dwight Yoakam, If There Was A Way, in un arrangiamento slow fifties che le permette di esprimersi vocalmente ad alti livelli, un altro dei capolavori del disco. That’s What You Gotta Do è puro blues texano, con sezione fiati in bella mostra, poi il disco si avvia verso la fine con Enemy Hands, con il breve strumentale Teenage Rampage composto da Rosie e Vaughn, naturale viatico per permettere a ciascuno di infilare pezzi di bravura strumentale, e infine l’intimo slow If You Need Me, dal repertorio di Wilson Pickett.

Del disco, oltre all’edizione in CD, esiste anche una bella versione in vinile turchese, molto accattivante, il nostro amico Daniele Lopresto ne ha una copia autografata con dedica dalla Flores, lo scorso anno quando l’abbiamo incontrata e vista sul palco allo C-Boys di Austin…

RUNAWAY TOTEM – Multiversal Matter

di Ronald Stancanelli

11 marzo 2020

booklet multiversal matter

RUNAWAY TOTEM
MULTIVERSAL MATTER 2019

Dare notizie su Runaway Totem non è facile date le info tra lo strambo e l’astruso che ci vengono date dalla casa discografica e che caratterizzano quindi detta formazione.

Per non complicare ulteriormente le cose ci limitiamo a tagliare e incollare la dicitura iniziale che li riguarda e che ci è stata data !

La storia e l’origine di Runaway Totem sono la storia e l’origine del Cosmo. Runaway Totem ha deciso di rendersi manifesto a questa realtà attraverso un linguaggio universale che, come la matematica, possa essere da tutti compreso: la Musica. Per questo motivo ha iniziato la sua Opera nel 1988 a Riva del Garda, a seguito di un preciso progetto di Cahål de Bêtêl (Roberto Gottardi) e Mimïr De Bennu (Renè Modena). Gli Elementi che compongono Runaway Totem hanno preso possesso nel corso del tempo di differenti persone. È importante capire che il loro avvicendarsi non è dato da vicissitudini umane, ma è frutto della volontà di Runaway Totem. Ogni Elemento, ogni accadimento, è funzionale all’obiettivo che Runaway Totem si è dato. Ecco quindi che quando un Elemento se ne va, è perché ha esaurito la sua funzione in quel luogo ed in quel tempo.

L’Elemento torna quindi al suo luogo d’origine, mentre la persona che lo ha ospitato non può far altro che seguire questi eventi, allontanandosi così dal gruppo. Gli Elementi di Runaway Totem ci sono da sempre e ci saranno per sempre: sia quelli già manifesti, sia quelli che ancora attendono il momento di fare la loro comparsa.

Ok! Di Grazia se ci avete capito qualcosa, tanto, poco, non importa. Ci limitiamo ad ascoltare il disco senza ulteriori sperequazioni e a dire che a fine 2019 è appunto uscito il concept Multiversal Matter ove i due componenti il gruppo ovvero Cahål De Bêtêl – Roberto Gottardi: chitarre, liuteria elettronica, synt glass, tastiere, voce e Re-Tuz – Raffaello Regoli: voce, diplofonie, obliquizioni ci deliziano informandoci che questo album trattasi di viaggio ultradimensionale tra i multiversi reali e della nostra fantasia, ove incontreremo insieme a tutti Voi l’Infinito e/o il Nulla e concludendo che Runaway Totem non appartiene ad una sola Era. Runaway Totem è formata da Esseri Cosmici.

Direi che adesso sia proprio il caso di parlare del lavoro in questione. Lavoro, che son sempre parole loro, segna un ulteriore passo in avanti nella ricerca sonora del progetto: qui viene sperimentata l’accordatura con l’intonazione del LA a 432 Hz (come auspicava Giuseppe Verdi) invece che a 440 Hz. Fatto ! Sentito il disco ! Potrà forse piacere , essere atipico e forse insinuatamene interessante ma è il tedio all’ennesima potenza !! Massacrante !Ascoltarlo una seconda volta può essere deleterio ! E purtroppo non ce la faccio, scusatemi.

VARIOUS ARTISTS – Buscadero Americana

di Paolo Crazy Carnevale

10 marzo 2020

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VARIOUS ARTISTS – BUSCADERO AMERICANA (Appaloosa/IRD 2019)

La benemerita Appaloosa non è nuova ad operazioni come questo Buscadero Americana, vale a dire dischi che raccolgono interpretazioni inedite o per meglio dire incise per l’occasione, di vari artisti collegati all’etichetta o al circuito concertistico ad essa affiliato.

L’occasione è sempre ghiotta per ascoltare in un sol colpo una manciata di validi interpreti (ma anche autori) alle prese con repertori diversi dal loro abituale. Era accaduto un paio di anni fa con due ottime doppie raccolte, dedicate una al songbook di Townes Van Zandt e l’altra ad un progetto legato alle migrazioni: si era trattato di due dischi davvero ben riusciti, con valide proposte, qualche brano da applausi, qualche altro meno riuscito, ma nel complesso dischi con più luci che ombre, prodotti con amore per la musica.

E il giudizio può adattarsi perfettamente anche a questo nuovo lavoro che trae lo spunto invece dall’applaudito e sempre molto eterogeno festival che si svolge da alcuni anni nei dintorni del lago di Como, all’insegna della musica americana e della rivista Buscadero, da sempre ambasciatrice nel nostro paese di queste sonorità.

Il filo conduttore oltre agli interpreti, alla rivista, al genere, sono le canzoni di alcuni tra i più apprezzati protagonisti della scena rock di sempre rivisitate da loro epigoni, talvolta coevi, allievi e quant’altro.

L’opening è affidato ad una doppietta di artisti notevolissimi, entrambi pubblicati in Italia dall’Appaloosa: Mary Gauthier e Thom Chacon per l’occasione riprendono The Speed Of The Sound Of Loneliness di John Prine, la versione è nella norma, da entrambi gli interpreti abbiamo ascoltato senz’altro cose più coinvolgenti. Molto meglio l’approccio di James Maddock alla Madame George di Van Morrison e quello di Ron Lassalle a Bob Seger, di cui è ripresa Roll Me Away. Michael McDermott di Springsteen è fan, talvolta clone, e la sua rilettura di Thunder Road è quasi didascalica. Molto bene anche Tim Grimm con la ripresa di Rodney Crowell e l’arrangiamento ordito per la celebre Eve Of Destruction da Anthony Amato. Piace poco la rilettura in chiave New Orleans del Dylan di Simple Twist Of Fate fatta da Brian Mitchell, per fortuna le quotazioni si riprendono con Chris Buhalis che riprende Willie Nelson e Jaime Michaels alle prese con Bruce Cockburn, anche se la voce dell’originale è inimitabile! Chiude il primo CD il padrone di casa, Andrea Parodi, che traduce e interpreta Sonora’s Death Row facendola diventare un’ispirata e convincente border ballad in stile mariachi.

Sul secondo disco troviamo subito un sempreverde Eric Andersen con la ripresa non scontata di Snowin’ On Raton (Paolo Ercoli alla slide?) di Van Zandt, collega e amico con cui aveva composto alcune canzoni nei primi anni novanta. Willie Nile non esalta nel rifare invece Leonard Cohen, idem Christian Kjellvander con Tom Petty. Più a suo agio di certo il poliedrico Jono Manson con lo Steve Earle di Trascendental Blues, mentre Annie Keating rivede invece in chiave intima il Neil Young di Like A Hurricane. Meno bene gli Orphan Brigade, che sembrano mostrare un po’ la corda come nei loro lavori solisti, diversamente David Immergluck si approccia a John Fahey in maniera iconoclasta e il risultato si fa apprezzare. Applausi al redivivo Richard Lindgren che rifà con gusto ed eleganza la Louisiana 1927 di Randy Newman. Danni Nichols mette mano a Me And Bobby McGee di Kristofferson, il brano è sempre talmente bello che è impossibile sbagliarlo, però bisogna sempre fare i conti (Kristofferson incluso) anche con la versione di Janis Joplin, va da sé…

La conclusione, nella media buona, è affidata a Johnny Irion e Nora Guthrie che rifanno il Neal Casal di Losing End.

IL SEGNO DEL COMANDO – 1995/2019

di Ronald Stancanelli

6 marzo 2020

Bauletto Versione Universal

Il SEGNO del COMANDO
1995/2019

Il Segno del Comando è un gruppo musicale genovese attivo dal 1995 ad opera del cantante Mercy e del bassista Diego Banchero. Entrambi furono anche anche rispettivamente cantante e bassista dei Malombra.
Presero il nome dal famoso sceneggiato andato in onda nel 1971, appunto Il Segno del Comando con attori Ugo Pagliai e Carla Gravina. Trattavasi di una storia un pò soprannaturale in bilico fra esoterismo e trascendentale che si svolgeva nel centro di Roma. Vi si trovava di tutto un po’ non esclusa una certa forma di culto rivolta al celebre Lord Byron. Interessante e suggestivo quando ancora nella tv nazionale si producevano prodotti impegnati, seri e avvincenti. Per quanto concerne appunto il versante musicale, a metà anni novanta il gruppo si prese l’onere e la briga di andare a riproporre e riscoprire tracce musicali che negli anni passati erano state care a gruppi come i più noti Goblin, ma anche band di culto rispondenti al nome di Antonius Rex, Jacula, Il Balletto di Bronzo, Il Rovescio della Medaglia, Il Museo Rosenbach che una trent’anni d’anni prima avevano seminato un retromusica culturale sonoro ove vi si potevano trovare echi musicali progressivi intensi ma pur strali cimiteriali e una densità di note oscure. Insomma un coacervo di stili, mode, impressioni che avevano fatto epoca. Benvenuto quindi fu il loro esordio che uscì su cd e vinile nel 1996 e oggi ristampato grazie alla genovese Black Widow e che beneficiò di partiture e pagine sinfonicamente musicali di tutto rispetto. Progetto di enorme spessore e valenza che ricevo oggi nel suo splendore in bianco e nero per rinverdirne memoria, grazie appunto a questa attesa e richiesta ristampa. Disco dalle atmosfere plumbee ma nel contempo pregno di aperture che lo rendono un unicum nel panorama nostrano e che a tratti rammenta una colonna sonora con attimi densi di solarità e con momenti esaltanti spruzzati d’atmosfere vintage. Insomma una bella miscela di note musicali che lasciano il segno per una decina di brani decisamente fascianti. A parte Mercy e Banchero è d’uopo citare Gabriele Grixoni e Matteo Ricci alle chitarre elettriche, Carlo Opisso alla batteria e Agostino Tavella alle tastiere. Tutti forieri di un suono che avvince e getta pudicamente, ma con gran piacere, lo sguardo al passato avvolgendo l’ascoltatore in momenti nostalgici impagabili. Sette anni dopo daranno alle stampe un successivo album Der Golem con consistenti cambi nella formazione del gruppo ma questo resta il loro testamento specifico per unilateralità, impegno intrinseco, voglia di stupire e donarsi, insomma un album imprescindibile ove non vi è un solo brano che sia meno di un altro e per questo citiamo solo la title track gremita di suoni lanciati verso un universo bilaterale che guardano dietro ma nel contempo anche verso il futuro. Mai ristampa fu così apprezzata. Giustamente un consistente gotico in bianco e nero per la copertina.

SELVAGGI BAND – Granelli di sale

di Paolo Crazy Carnevale

4 marzo 2020

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SELVAGGI BAND – Granelli di sale (IRD 2020)

La val Camonica è terra di musicisti ispirati e molto interessanti, siano essi più orientati verso il folk come I Luf, verso il cantautorato rock (Alessandro Ducoli nelle sue varie emanazioni) o il jazz in diverse sfumature (Boris Salvoldelli). Dalla stessa area geografica proviene anche questa Selvaggi Band, votata ad una rivisitazione della musica d’ispirazione tradizionale (quanto a strumentazione) con solidi testi cantati talvolta in italiano, talvolta in dialetto camuno ma comunque saggiamente tradotti nel booklet che accompagna il disco.

Giovanni Pintossi è l’anima e la voce del gruppo, autore di tutti i brani (in un paio di occasioni coadiuvato nei testi dal suddetto Ducoli); con lui ci sono (oltre ad una sezione ritmica classica) chitarre, fisarmonica, violino, cornamusa bergamasca, tutti importanti ed essenziali nel vestire di atmosfere folk una manciata di canzoni accattivanti, ben strutturate e ben suonate dal gruppo.

Il risultato è sorprendente perché se talvolta possono venire in mente le riletture in chiave emiliana del british folk dei primi Modena City Ramblers, talvolta i Gang, questo Granelli di sale brilla di luce propria: Pintossi è accompagnato di volta in volta da cori a cura del resto del gruppo (Roberto Bettinsoli, Stefano Grazioli, Davide Boccardi, Mattia Ducoli, Emanuele Agosti e Alessandro Pedretti), oppure da altri amici e guarda a caso tra questi c’è proprio Cisco Bellotti dei Modena City Ramblers, e in un paio di occasioni c’è la voce femminile di Claudia Ferreti.

I testi sono d’ispirazione varia, dall’omaggio agli alpini di Cento cartucce, alle storie di varia umanità cantate in Francesco, El turnidur e Lo chiamavano Jimi, alle canzoni d’amore come Pagheres fino allo spassoso e ironico testo Fomega ‘l tributo, riflessione sulla difficile vita del musicista che vuole proporre musica originale in un mondo in cui il pubblico va a tutti i costi cercando le tribute band e le cover in senso lato.

Terra è un testo che prende spunto dalla vita contadina, Puntalmana e Il sentiero dei fiori (brano elegiaco con un delizioso mandolino suonato dallo stesso Pintossi) cantano le amate montagne mentre Per un pugno di sale (il brano con la voce di Cisco) si sviluppa attorno ad un giro che richiama le gighe dei Pogues, e similmente si sviluppa anche Il cane con gli stivali, col violino che guida le danze e la sezione ritmica rinforzata dalle percussioni e la voce aggiunta di Alberto Visconti.

Il disco si chiude con A piedi nudi, una folk ballad che mischia atmosfere irish e canzone americana che suggella un disco riuscito sotto ogni profilo.

MACCHINA PNEUMATICA – Riflessi e Maschere

di Ronald Stancanelli

4 marzo 2020

MACCHINA PNEUMATICA[43]

MACCHINA PNEUMATICA
RIFLESSI E MASCHERE
BLACK WIDOW RECORDS 2019

Per la genovese Black Widow è recentemente uscito Riflessi e Maschere. Album dei Macchina Pneumatica, gruppo che aveva un precedente moniker, ovvero Power Trio Strumentale e anche la cui formazione che inizialmente era di tre elementi adesso si è assestata su quattro e precisamente Raffaele Gigliotti alla voce e chitarre, Carlo Fiore alle tastiere, Carlo Giustiniani al basso e Vincenzo Vitagliano batteria e percussioni. Fiore e Giustiniani anche come seconde voci. Riflessi e Maschere unisce tratti progressivi che arrivano dalle passioni musicali dei componenti il gruppo che intersecandosi con certa melodia, strali jazzy e anche inserzioni di heavy meal, ma senza esagerarne le dimensioni, concorrono a formare un esordio decisamente molto coinvolgente ed interessante. Pochi secondi oltre i quarantacinqueminuti la durata, che poi era quella consolidata e classica dei vinili di una volta. I quattro ragazzi intelligentemente, a differenza di altri gruppi, evitano di riempire esageratamente lo spazio a disposizione nel cd limitandosi a proporre nei loro giusti tempi detto lavoro.

L’avvio iniziale con il brano Gli abitanti del pianeta può ricordare un pochino il capolavoro italiano di Felona e Sorona, ovviamente in tono minore, ma pezzo non privo di fascino e molto intenso nel quale si evidenzia, e non sempre capita nel prog nostrano, l’ottima inflessione vocale di Gigliotti.

Ironica al punto giusto Quadrato è brano con tempi sincopati molto accattivante e con incedere imperioso, anche qui tra le righe si coglie qualche eco delle primissime Orme. La fanno bellamente da padrone tastiere e batteria nell’armoniosa ballata Come me mentre si ritorna a ritmi più intensamente forti e vigorosi nella lunga Avvoltoi ove armonie e cadenze riportano come in un déjà vu agli anni settanta. Ottimo pezzo coinvolgente. Praticamente gli ultimi diciotto minuti sono orientati su parte strumentale pur essendoci nel brano Sopravvivo per me un breve cantato. La chiusura è affidata al lungo strumentale Macchina Pneumatica che chiude alla grande un eccellente album nel quale sembra di fare un teletrasporto ai tempi più fulgidi del progressive italiano qua proposto e sviscerato in maniera esemplare. Umida e sottosopra la copertina che resta forse l’unica pecca in un disco molto accattivante. Si poteva sfruttare un interesse verso questo lavoro con una cover che fosse decisamente più stuzzicante e seducente.