Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

Stephan Thelen – Fractal Guitar 2

di Paolo Crazy Carnevale

16 aprile 2021

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Stephan Thelen – Fractal Guitar 2 (Moonjune 2021)

Il chitarrista svizzero Stephan Thelen, leader dei Sonar, aveva pubblicato il primo capitolo di questo suo progetto dedicato ai suoni chitarristici nel 2019, ora a due anni di distanza ecco la seconda parte, Fractal Guitar 2, in cui come in precedenza Thelen si avvale delle collaborazioni di illustri colleghi della sei corde.
Il risultato è assolutamente molto interessante, soprattutto se siete degli appassionati di musica prog strumentale e sperimentale, non solo, l’impressione è anche che il disco sia più riuscito rispetto al suo predecessore e più immediato nell’impatto sonoro. Thelen oltre che delle chitarre si occupa della programmazione, dei synth e di tastiere varie, mentre come band d’appoggio troviamo il bassista dei Dixie Dregs Andy West (laddove c’è un basso) e le percussioni di Manuel Pasquinelli (compare di Thelen nei Sonar), Andi Puppato e Andy Brugger. Ovviamente però a far a parte dei leoni sono le chitarre e oltre a Thelen, come si diceva è coinvolto un esercito di colleghi, ognuno specializzato in sonorità e stili diversi.
Le session iniziali risalgono alla fine del 2019, poi causa pandemia sono proseguite in maniera virtuale; ad aprire il disco c’è un omaggio a quella musica cosmica molto popolare soprattutto nei paesi d’Oltralpe negli anni settanta, il cosiddetto krautrock, e non a caso il titolo della composizione è Cosmic Krautrock. Oltre a Thelen ci sono qui Jon Durant, l’onnipresente Markus Reuter, David Torn, Stefan Huth e Bill Walker.
Nel brano successivo, quello che intitola il disco, le sonorità sono più rarefatte, Walker si occupa della lap steel e c’è Bill Cleveland, vecchia conoscenza di casa Moonjune, che si alterna alle acustiche sia con sei che con dodici corde, ma poi naturalmente ci sono anche Thelen e Reuter (che insieme siedono anche in cabina di regia).
Ancora Cleveland è presente in Mercury Transit, stavolta con una chitarra con la caratteristica del manico arcuato, nuovamente all’insegna di suoni particolarmente spaziali.
In Ladder To The Stars, una delle prime composizioni registrate a San Francisco per il disco, Thelen si affida ai suoni minimali dell’elettrica del poliedrico Henry Kaiser e di quella di Chris Muir.
Per Celestial Navigation torna in campo la lap steel di Bill Walker (impegnato anche all’elettrica) per animare un brano che ricorda da vicino certe composizioni strumentali d’atmosfera pinkfloydiana.
Chiude il disco Point Of Infection, dall’andatura più nervosa e sperimentale, Cleveland, Torn, Jon Durant (alla chitarra senza tasti), Reuter, Thelen e Huth ricamano sulla sezione ritmica di Puppato e Brugger tra dissonanze, suoni spaziali e un pizzico di psichedelica che sono i punti forti degli oltre dodici minuti attraverso i quali il brano si snoda.

Paolo Crazy Carnevale

Kevin Kastning & Mark Wingfield – Rubicon I/Kevin Kastning & Soheil Peyghambari – The First Realm

di Paolo Crazy Carnevale

16 aprile 2021

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Kevin Kastning & Mark Wingfield – Rubicon I (Greydisc 2021)
Kevin Kastning & Soheil Peyghambari – The First realm (Greydisc 2021)

Kevin Kastning è un artista molto prolifico, solo nei primi mesi di quest’anno sono già usciti tre dischi a suo nome, con collaboratori diversi e, di conseguenza, connotazioni diverse.
Il connubio tra Kevin Kastning e Mark Wingfield è ormai consolidato da parecchi anni di collaborazione e sperimentazione musicale in coppia che hanno dato origine ad una decina di dischi e questo Rubicon I prelude all’uscita a breve di una seconda parte del progetto.
Un progetto registrato addirittura nel 2018 e probabilmente tenuto a lungo nel cassetto per non inflazionare il mercato, su cui i due musicisti sono ampiamente presenti anche con progetti differenti.
Il disco in questione, registrato allo studio Traumwald in Massachusetts, è frutto di un lavoro introspettivo e molto sperimentale, con composizioni di media lunghezza, eccezion fatta per la chilometrica e conclusiva Particle Horizon.
Kastning si occupa qui del piano, ma ovviamente non rinuncia ad imbracciare le sue chitarre dalle peculiari sonorità molto elaborate, in particolare nel brano d’apertura Event Horizon o in Loop Quantum dove l’elettrica del socio dialoga con i particolari suoni della sua diciassette corde(!).
Ovviamente non si tratta di musica particolarmente digeribile vista l’attitudine di entrambi alla sperimentazione e alle dissonanze.
L’americano Kastning è poi anche una sorta di liutaio che elabora da sé alcuni dei modelli che suona nei suoi dischi e nei concerti, chitarre a doppio manico, con corde di risonanza che permettono di ottenere timbri e suoni che variano di volta in volta a seconda degli effetti usati e delle prestazioni desiderate.
L’inglese Wingfield invece, pur essendosi fatto le ossa in ambito jazz-rock, con Kastning condivide la passione nei confronti di una sorta di musica classica di stampo contemporaneo che sta alla base delle composizioni.
Nella fattispecie, come si diceva, pur essendo presente anche con le sue chitarre, Kastning è qui particolarmente impegnato al piano lasciando ampio spazio alla chitarra elettrica di Wingfield. Ogni composizione è una sorta di paesaggio sonoro a sé stante, un po’ nella scia di certe pubblicazioni di casa ECM, e non è quindi un caso che anche il concept grafico di Rubicon I si rifaccia piuttosto sfacciatamente a quello delle pubblicazioni dell’etichetta bavarese.
Diversa la natura del disco in coppia col clarinettista iraniano Soheil Peyghambari: si tratta infatti della prima collaborazione tra i due artisti e stando alle note di copertina, l’intesa tra i due è stata tale che potrebbe evolversi in un progetto in divenire come quello con Wingfield o con altri colleghi.
Si tratta come sempre di elaborate composizioni che si sviluppano attorno ai dieci minuti ciascuna, ma senza connotazioni elettriche e pianoforte: qui Kastning si dedica solo alle sue creature, la contrachitarra a due manici (una sorta di chitarra che si suona in verticale come il contrabbasso ed ha ben trentasei corde, e la chitarra classica ibrida, che di corde ne ha diciassette, alla faccia della scaramanzia.
Soheil Peyghambari, che vive tra il suo paese e la Francia, ha un curriculum meno lungo, essendo più giovani, ma le sue produzioni hanno già destato molti interessi in ambito fusion, e non è passato inosservato alle orecchie di Kastning che lo scorso gennaio (il disco è quindi freschissimo di registrazione, oltre che di stampa) lo ha voluto al suo fianco.
Il risultato della collaborazione è un disco dalle atmosfere acustiche e cupe in cui i toni più brillanti delle multi corde dell’americano si combinano con quelli molto bassi del clarinetto basso del suo pard. Se nel disco con Wingfield si può parlare di paesaggi sonori, in questo la classificazione sfugge e l’indirizzo sembra incastonarsi più verso quella concezione di musica classica contemporanea tanto cara al chitarrista.

Paolo Crazy Carnevale

The First Realm-cover

RASMUS BLOMQVIST – Columbia Road

di Paolo Baiotti

10 aprile 2021

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RASMUS BLOMQVIST
COLUMBIA ROAD
Wooden Shrine 2020

Abbiamo scritto di questo cantautore svedese nel 2017 in occasione del suo progetto solista Rami And The Whale. Già membro dei Ginter Trees e del duo Holy Farmers, Rasmus aveva inciso quel disco nel 2015 e 2016, occupandosi di quasi tutti gli strumenti prevalentemente acustici con qualche aiuto al violino, al flauto e alla batteria. Nello stesso periodo l’artista ha vissuto per qualche mese in Gran Bretagna, suonando nei club tra Londra e Bristol e scrivendo una manciata di canzoni. A Londra alloggiava da un amico nei pressi di Columbia Road, dove ogni domenica c’è un mercato dei fiori molto conosciuto e dove Rasmus ha anche suonato come artista di strada. Questo soggiorno ha ispirato le canzoni raccolte in Columbia Road, sempre di ispirazione indie-folk, molto melodiche e quasi sempre acustiche, con l’apporto di backing vocals molto curati, come nella deliziosa Somewhere che ricorda Simon & Garfunkel e CSN e saltuariamente di violoncello, violino e flauto, oltre alla batteria in poche tracce. Blomqvist ha una voce aggraziata, calda e armoniosa, adatta per questi brani avvolgenti e sensibili che riecheggiano un rapporto mistico e di attaccamento alla natura tipico della cultura nordica, rispecchiato anche dalle foto di copertina e dell’interno.
Suoni rarefatti, bucolici e mistici registrati a Falun tra il 2017 e il 2020 che compongono un quadro tenue e rilassante. Echi di Nick Drake nella rigorosa opener For You, l’atmosfera avvolgente in Lord Give Me Light e di Mountain Song, il folk-rock di matrice britannica dell’eccellente Tiger Island e la title track nella quale viene inserito un testo poetico di Ezra Pound (In a Station of the Metro del 1913) mi sembrano i brani più riusciti di un disco intimo, austero ed omogeneo dai sapori autunnali.

Paolo Baiotti

THE GOTHIC COWBOY – Melvin Litton

di Paolo Baiotti

4 aprile 2021

The-Gothic-Cowboy-Bare-Bones

THE GOTHIC COWBOY – MELVIN LITTON
BARE BONES
Autoprodotto 2020

E’ un ascolto impegnativo quello di Bare Bones, un quadruplo cd in cui Melvin Litton ha raccolto 56 brani acustici registrati tra il ’78 e l’84 in un registratore a cassetta portatile quando l’artista era in quella fase della carriera in cui si stata rendendo conto che avrebbe dovuto cercare un vero mestiere per nutrire la propria famiglia. Sono divisi per affinità e argomento in quattro parti: Chance, Folly, Desire e Dream. Il digipack aperto in quattro parti è illustrato da disegni del musicista, nato nel 1950 in una fattoria sulla riva di un torrente in una cittadina del Kansas. Entrato nell’accademia aeronautica americana nel ’68, ma fuggito poco dopo quando ha capito che l’amore per la musica superava quello per il volo, ha iniziato a suonare nei bar con il soprannome di The Gothic Cowboy proseguendo in questo modo per un ventennio girando vari stati americani e il Canada, finchè è tornato in Kansas dove ha formato The Border Band con il chitarrista Randy Holden e il batterista Dave Melody. Hanno suonato insieme per molti anni incidendo cinque album, ma nel 2016 ha deciso di chiudere con il gruppo tornando ad esibirsi come The Gothic Cowboy oppure in duo con Mando Dan Hermreck. Insieme hanno pubblicato il doppio Berween The Wars nel 2019, un disco di Americana secco ed essenziale con testi e musiche riferite alla tradizione folk, di cui ci siamo occupati alcuni mesi fa (Late For The Sky » Blog Archive » THE GOTHIC COWBOY – Between The Wars), seguito da questa raccolta con la quale l’artista guarda al passato, ripescando del materiale che giaceva in cantina o in soffitta. Non bisogna dimenticare che Melvin è anche uno scrittore: ha pubblicato tre romanzi e due raccolte di poesie, oltre a racconti su riviste e giornali e ha lavorato per anni come falegname.
Bare Bones non può che essere un disco scarno e minimale, una sorta di biografia musicale che richiede pazienza e disponibilità all’ascolto, di folk classico come Jaloeb Corley o Whistle Bird, influenzato dal blues come Victrola Blues o dal country tradizionale come l’ironica Dry County Yodel, quattro brani estratti dal primo disco. Melvin ha una voce da artista folk discretamente estesa e uno stile chitarristico che non concede spazio ai virtuosismi. I riferimenti sono quelli di ogni folksinger: da Leadbelly a Dylan, da Jimmie Rodgers ad Hank Williams. Sul secondo cd spiccano Forsake Me Not influenzata dalla scrittura di Eric Andersen e la drammatica Prairie Ballad, sul terzo Red Rose Blues e My Lady Been Gone, mentre sul quarto l’apertura di Gypsy Fire, la delicata Ode To Red Rover e Blue Sky’n Roses sembrano avere qualcosa in più.
Sul sito www.borderband.com ci sono i testi di ogni canzone di questo quadruplo, come del doppio Between The Wars.

Paolo Baiotti

THE DIRTY KNOBS – Wreckless Abandon

di Paolo Crazy Carnevale

28 marzo 2021

Dirty Knobs - Wreckless Abandon (1)

THE DIRTY KNOBS – Wreckless Abandon (BMG 2020)

Nostalgia di Tom Petty? E chi non ne ha…. Anche se a dire il vero, da quando è mancato la sua famiglia non ha certo lesinato in pubblicazioni d’archivio.

Il sano rock’n’roll all’americana di cui Petty è stato l’alfiere, anche più di taluni suoi maestri, continua ad essere linfa vitale per tutti gli amanti del genere. I Dirty Knobs sono la side band di Mike Campbell, chitarra e di tanto in tanto sparring partner di Tom in sede di composizione, nonché il pard più presente anche nei dischi pettyani al di fuori della famiglia Heartbreakers. Una side band per altro non di recentissima formazione che avrebbe dovuto uscirsene con questo disco (prodotto da George Drakoulias) proprio un anno fa e che poi per pandemici motivi è rimasta lì col disco finito, come tanti altri, senza possibilità di promozione. Così la BMG ne ha ritardato l’uscita per un po’ di mesi, quando è stato evidente che comunque la promozione rimaneva una cosa aleatoria, si è decisa a pubblicarlo.

Per fugare ogni dubbio diremo subito che è un buon disco, un disco di rock’n’roll come si deve, con le chitarre e il cuore al posto giusto, i riff, il sound e tutto il resto. Certo, nelle note di copertina Campbell parla di canzoni che salvano la vita, e onestamente parlando, nei dischi degli Heartbreakers ce n’era più d’una, qui forse la cosa è un po’ pretenziosa, d’altronde non è detto che ad una canzone si chieda proprio quello, ci si accontenta anche solo che la renda un po’ migliore.

Campbell è stato l’ossatura degli Heartbreakers per tutta la loro esistenza, ma non è Tom Petty, anche se , va da sé, i punti di riferimento sono gli stessi.

Così questo album (doppio vinile) è un buon disco, una dozzina di canzoni di varia ispirazione, qualcuna notevole, qualcuna un po’ più risaputa.

L’inizio è sicuramente da incorniciare, i Dirty Knobs infilano una dietro l’altra due delle cose migliori del disco, due brani di sicura (ma non facilmente scontata) presa: si comincia con la lunga title track, che dopo un’overture psichedelica sfodera un possente riff degno dei migliori Rolling Stones (o dovremmo dire del miglior Keith Richards?) e poi si assesta su un asse sonoro in perfetto equilibrio tra gli Stones e i Byrds, dimostrando la maestria di Campbell nella scelta delle sonorità.

Sempre gli Stones, ma quelli di Honky Tonk Women, con tanto di campanaccio da mucche, sembrano il riferimento di Pistol Packing Mama, border song che beneficia del Farfisa di Augie Meyers e della voce di Chris Stapleton in rinforzo a quella di Campbell. Nulla a che vedere con la classica song country & western dal medesimo titolo, bensì un contagioso riff e ed un altrettanto piacevole refrain, sicuramente una delle cose migliori del disco.

Il primo lato si chiude sul più scontato rock da FM intitolato Sugar, cantato con Petty in mente ma dalla struttura più hard. La seconda facciata si apre col boogie Southern Boy che prosegue sui binari del brano precedente, con più fantasia e con una parte centrale ed un finale che mettono in risalto tutto il talento di Campbell alla sei corde. Sembra esserci una tastiera, ma le note di copertina ne tacciono il suonatore. I Still Love You è una robusta slow ballad che ancora una volta deve molto a Petty ma anche all’AOR in generale. Anche in questo caso il lavoro della chitarra solista è spettacolare, quasi in odor di ballata metal.

Le atmosfere si fanno più intime con il brano che chiude il primo vinile, un brano quasi acustico intitolato Irish Girl, con tanto di armonica (anche qui il suonatore è stato omesso dalle note di copertina), un po’ alla Dylan, o quanto meno al Dylan secondo Petty con echi di McGuinn.

Il secondo disco comincia con Fuck That Guy, breve composizione che mette in evidenza le doti di Mike alla slide, poi c’è un sostanzioso omaggio a John Lee Hooker, con Don’t knock That Boogie, lunga (quasi sette minuti) composizione che partendo da un classico riff alla Hooker sfocia poi in una robusta iniezione di elettricità sfoderata dalla sei corde del leader: e a questo punto lo avrete ben capito, il vero punto di forza del disco è proprio le la chitarra elettrica in tutte le sue manifestazioni.

Anche Don’t Wait si snoda su un riff già sentito, qui siamo dalle parti di Howlin’ Wolf, ma la voce di Campbell non è così ululante. Di nuovo però il chitarrista ci spiazza con la parte centrale in cui di nuovo la sei corde impazza. Anna Lee apre l’ultima facciata in odor di ballata acustica, quasi i Dirty Knobs volessero farci riposare le orecchie, prima del tour de force finale introdotto da Aw Honey, con qualche richiamo ai Del Fuegos, con ospite Benont Tench al piano e di nuovo l’armonica non accreditata, e concluso con Loaded Gun che col duo di brani posti in apertura si attesta tra le cose migliori del disco, ancora rock’n’roll sferragliante e ispirato, ancora chitarre incendiarie.

In fondo al disco troviamo una breve coda in chiave slide di Don’t Knock That Boogie.

Paolo Crazy Carnevale

HAT CHECK GIRL – Kiss Me Quick

di Paolo Baiotti

26 marzo 2021

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HAT CHECK GIRL
KISS ME QUICK
Autoprodotto 2020

Musicisti rodati con notevoli esperienze alle spalle, Peter Gallway e Annie Gallup condividono da dieci anni il progetto Hat Check Girl, avviato nel 2010 con Tenderness, giunto all’ottavo capitolo.
Peter è un cantautore e polistrumentista attivo già negli anni sessanta nel Greenwich Village. Ha inciso tre dischi per la Warner/Reprise e in seguito una trentina di album per varie etichette, da solista o con dei gruppi (The Fitfh Avenue Band, The Real Band, Parker Gray). Come produttore ha seguito numerosi dischi, tra i quali la raccolta Bleecker Street: Greenwich Village in the ‘60s, nominata per un Grammy e l’ultimo album di Laura Nyro.
Annie è una cantautrice cresciuta con la passione per il country-blues, che ha inciso una dozzina di album per etichette indipendenti, molto attenta all’uso delle parole e all’aspetto poetico delle canzoni.
Kiss Me Quick è una raccolta di duetti cantati e suonati senza altri aiuti con Peter alla chitarra, fisarmonica, tastiere, basso e batteria e Annie alla chitarra, dobro e lap steel, incisi nello studio di Peter a Rockland in Maine. E’ un disco di folk prevalentemente acustico, dai toni moderati ed eterei, in cui si nota una grande attenzione per i testi e per il modo in cui le parole si fondono e scorrono, con le frasi spesso iniziate da una voce e concluse dall’altra. Spiccano le curate armonie vocali specialmente in Second Monday Of The Week e My Dream Last Night, le atmosfere jazzate di Kiss Me Quick, la delicatezza di He Loved Horses, il country appena elettrificato di Moving West e il mix di narrazione e cantato di Memory.
Il disco è raffinato e soffuso, arrangiato con cura e adatto ad un ascolto serale e notturno, pur risultando a tratti un po’ monocorde.

Paolo Baiotti

SCOTT McCLATCHY – Six Of One

di Paolo Baiotti

25 marzo 2021

2. FINAL Front Cover

SCOTT McCLATCHY
SIX OF ONE
Lib Rec 2020

Scott è rimasto fermo dieci anni, anche per motivi di salute, prima di incidere Six Of One in cui alterna sei brani autografi e sei covers che ne chiariscono le influenze e le passioni, da The Band a Graham Parker, da Steve Forbert a Butch Walker. Partito come cantante, autore e chitarrista di The Stand, band di Filadelfia, ha lasciato la città d’origine per New York nel 2000, dove ha collaborato con Scott Kempner e Manny Caiati dei Del-Lords per il suo esordio solista Blue Moon Revisited, seguito da Redemption e Burn This, dischi caratterizzati da un energico blue-collar rock. In seguito ha pubblicato A Dark Rage, scritto e prodotto con Billy Lee, autore dell’area di Nashville. Dopo il quarto album si è dedicato con lo stesso Lee a scrivere brani per altri artisti e per colonne sonore, in area country-roots; ha anche suonato come session man e in tour con Dion e Dave Kinkaid.
In passato ha definito la sua musica Americana, Rock And Roll, Folk…un mix di impronta cantautorale rock influenzato oltrechè dai nomi sopra indicati, da maestri del genere come John Fogerty, Bob Seger e Bruce Springsteen.
Six Of One è un ritorno caldo e riuscito, in cui i brani del cantautore non sfigurano rispetto alle covers che potrebbero sovrastarli. Registrato tra New York, New Jersey, Ohio e Nashville con una band basata sulle chitarre di Chris Erikson e Dave Consiglio, la batteria di Jeff Pancoast e il basso di Roy Fisher, con frequenti inserimenti della sezione fiati degli High School Horns, l’album scorre veloce e pieno di entusiasmo, trainato dalla voce sporca di Scott, perfetta per un repertorio chitarristico che raggiunge l’apice nelle autografe Summer of ’89 e Roving Eye in cui fanno la loro figura le chitarre vibranti di Scott Kempner e Eric Ambel (la metà dei Del-Lords), poste quasi in chiusura del disco, prima della cover folk di Grand Central Station di Steve Forbert in cui si inserisce l’armonica di Tommy Womack.
Quanto alle altre tracce, tra le cover spiccano l’accoppiata della dolente e rallentata Smoke di Ben Nichols (Lucero) e di una vivace Ophelia (Robbie Robertson), entrambe bagnate dalla giusta dose di fiati, nonché l’errebi di Heat Treatment (Graham Parker), mentre tra i brani di McClatchy la vigorosa Rock And Roll Romeo, l’irish-rock di Wedding Day Dance con il violino di Rosie MacNamara e la ballata Break Even meritano di essere citate, anche se il disco non ha momenti di vera debolezza.

KERRY PATRICK CLARK – What A Show

di Paolo Baiotti

23 marzo 2021

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KERRY PATRICK CLARK
WHAT A SHOW
Autoprodotto 2020

Cantante, autore, narratore, psicologo, poeta, intrattenitore: non è facile definire l’ambito delle attività di Kerry, che si fondono nei suoi spettacoli dal vivo pieni di umanità e di humour. Mischiando generi attuali e del passato, dal pop al folk, dal country alla musica tradizionale, con dei testi basati su esperienze personali di vita che spesso riesce a far sembrare universali, Clark è un artista multiforme originario dell’Ohio, che ha iniziato il suo percorso con il gruppo folk The New Christy Minstrels, dedicandosi in seguito ad una carriera solista che, avviata con A Simple Man, è giunta al nono capitolo, con momenti di discreta popolarità in ambito roots specialmente con In A Perfect World e His Story-My Story.
In What A Show torna con la memoria all’infanzia e alla passione per il circo e le attività correlate partendo con la morbida title track, seguita dalla pianistica Clown Car basata su Bag O Rags, un ragtime del 1912, con riferimenti a due famosi gruppi di clown americani, The Keystone Cops e The Ringling Bros. e dalla bluesata Everyone’s Welcome Here in cui la voce assume tonalità confidenziali. La delicata ballata A Father’s Love è caratterizzata dalla fisarmonica di Nomad Ovuc che nel disco suona anche le tastiere e che affianca Kerry (voce, chitarra, percussioni, banjo, armonica) insieme a Chad Watson (basso, trombone, mandolino) e offre un messaggio positivo, ribadito dalla mossa Ain’t No Stopping Us Now influenzata dal soul della Motown.
Nella seconda parte del disco, meno convincente e più scontata, emergono la ritmata The Walls Come Tumbling Down, la disinvolta You Matter e la drammatica Borrowed Bones. L’album è chiuso da una versione dal vivo acustica di Circus Town, la prima canzone scritta da Clark nell’adolescenza, appesantita da una parte narrata troppo lunga.

THE GRAND UNDOING – In A Vigil State

di Paolo Baiotti

21 marzo 2021

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THE GRAND UNDOING
IN A VIGIL STATE
Secret Candy Rock 2020

The Grand Undoing è un collettivo di musicisti dell’area di Boston che ha come leader ed elemento unificatore il cantante e chitarrista Seth Goodman, che ha scritto e prodotto (con Ted Powers) il nuovo album In A Vigil State, il quarto della loro storia, a quattro anni da Sparks Rain Down From The Lights Of Love. Se questo album, come i precedenti Appeasing The Sick del 2011 e White Space Flavors And Parties On Tv del 2014, aveva incardinato il suono in un mix di power-pop, prog, psichedelia e punk (le 5P come amano definirle loro), il nuovo disco sterza decisamente verso il power pop, sempre un po’ stralunato, specialmente quando la voce di Seth sembra riecheggiare le tonalità di David Byrne, una delle sue influenze principali con David Bowie ed Elvis Costello.
L’opener Into The Glitter è un’esemplare canzone pop con melodie accattivanti intessute dalle chitarre e un’atmosfera rilassata. A Little Piece Of Ground è più ritmata ed energica, mentre Highway (You Can Ride Away) è una ballata con echi psichedelici nell’assolo di chitarra dai sapori pink floydiani. Il power-pop di Wave, la deliziosa ballata See All I See, il pop di Darkness debitore degli XTC con la pedal steel di BJ Cole e il pop in stile sixties di Sunsetter rendono il disco molto scorrevole, mentre Step In richiama nuovamente le influenze psichedeliche meno presenti rispetto al passato e Silver Songs ha un coro che sembra preso di peso da un disco di Bowie degli anni settanta.
Un disco di pop intelligente e melodico, ben scritto e cantato discretamente, forse a tratti un po’ ripetitivo, concepito, scritto e inciso in un periodo piuttosto lungo con l’aiuto determinante di Ted Powers che, oltre a produrre, ha arrangiato alcuni brani e organizzato le parti corali e della sezione ritmica formata da Dave Westner (basso) e Andy Plaisted (batteria).

DAVID BROMBERG BAND – Big Road

di Paolo Crazy Carnevale

18 marzo 2021

David Bromberg Band - Big Road Blues (1)

David Bromberg Band – Big Road (Red House Records 2020)

A quattro anni di distanza dal bel botto di The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, Bromberg si è chiuso in studio con la sua rodata band e il produttore Larry Campbell per consegnarci un altro disco eccellente.

Se nel predecessore il filo conduttore era il blues, qui l’approccio è più roots, con strizzate d’occhio al country. Non cambia però la sostanza: David Bromberg, a più di cinquant’anni dalle sue prime esperienze come turnista, si conferma un’autentica forza della natura, sia sul palco che in studio, attorniato da musicisti all’altezza della sua fama e capaci di spaziare tra i generi senza sbavare, senza eccedere, con interventi misurati di bellezza estrema.

Il disco si apre con la title track, un brano sorretto dalla sezione fiati in cui Bromberg e il suo compare Mark Cosgrove si divertono con le chitarre elettriche, poi nella seguente Lovin’ of The Game il disco vira al country, grazie alle belle intuizioni di Cosgrove al mandolino e alla pedal steel del produttore, mentre il titolare si occupa dell’acustica.

La chitarra elettrica di Bromberg è invece il marchio di fabbrica dello slow Just Because You Didn’t Answer insieme al violino di Nate Grower, uno dei pilastri della formazione con il batterista Kanuski e Cosgrove che qui provvede magnificamente ai cori insieme al bassista Suavek Zaniesienko; per l’occasione qui al piano troviamo Dan Walker. Poi si torna al country col brano autografo George, Merle & Conway, con un grande lavoro di Campbell alla pedal steel, dell’acustica di David e del pianista, ottimo tributo a George Jones, Merle Haggard e Conway Twitty.

Il primo lato, come accadeva nel disco precedente, si chiude con un gioiellino acustico, Mary Jane, eseguito in punta di chitarra e cantato come Bromberg sa ben fare quando si accosta a materiale di questo tipo. La seconda parte del vinile si apre con uno di quei medley che sono la specialità di Bromberg, Maiden’s prayer/Blackberry Blossom/Katy Hill è uno strumentale in cui la formazione rende al meglio, con inserti di violino, chitarre acustiche e ben tre mandolini (Bromberg, Cosgrove e Grower), cucendo in maniera splendida, e sottolineiamo splendida, blues, old time music, bluegrass, sonorità irish.

Poi è di nuovo slow blues, Who Will The Next Fool Be di Charlie Rich, in versione big band, con i fiati arrangiati da Birch Johnson e un lavoro di fino di Bromberg e Cosgrove con le chitarre acustiche.

The Hills Of Isle Le Haut è una notevole composizione di Gordon Bok, resa dalla David Bromberg Band in versione molto corale, sia per quanto riguarda le voci, sia per l’arrangiamento in cui c’è spazio per tutti, da Cosgrove all’acustica a Grower col suo violino. David va di elettrica in stile folk rock e a rafforzare l’aspetto melodico c’è la fisa di Dan Walker.

Il finale vede di nuovo la band in formato acustico con una rilettura del classico Roll On John, riletta in versione molto accorata.

Come per il disco precedente, la versione in CD contiene tre brani in più, ovviamente non da meno, che l’edizione vinilica regala nel formato download: Standing in the Need of Prayer, Diamond Lil e Take This Hammer di Huddie Leadbetter.

Paolo Crazy Carnevale

SU ANDERSSON – Train Stories

di Paolo Baiotti

11 marzo 2021

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SU ANDERSSON
TRAIN STORIES
Firma Su 2020

Le traiettorie della vita sono misteriose…a volte capitano le cose più strane. Così può succedere che un architetto di successo della costa ovest della Svezia, nonché amministratore delegato di una società con alle spalle una carriera nel mondo del lavoro di 35 anni, a un certo punto si ricordi della passione giovanile per la musica e decida di mollare tutto per dedicarsi ad una nuova avventura. Questo è successo a Su Andersson intorno al 2015: qualche registrazione, la partecipazione a serate per apprendisti folksingers in Svezia e a New York e poi l’ascolto di un disco della cantautrice Laura Gibson, Empire Bulding, basato su un viaggio in treno negli Stati Uniti. Anche Su ha deciso di viaggiare coast to coast da Chicago a San Francisco e ritorno, raccontando sensazioni di viaggio, episodi, storie di altri passeggeri e sogni con un accompagnamento musicale che miscela elementi di folk e pop-rock cantautorale con qualche influenza country e una voce sufficientemente sicura, seppur non particolarmente originale, nella quale si possono ritrovare echi di Chrissie Hynde, Kate Campbell e Rosanne Cash. Sul suo sito c’è anche una mappa con l’indicazione dei luoghi visitati, mentre il libretto del cd aggiunge ai testi in inglese alcune foto del viaggio.
Così l’opener For Roses And Rain descrive l’attesa per la partenza, On The Train part 1 racconta le prime due giornate di viaggio e la swingata e bluesata On The Train part 2 le ultime ore. In mezzo ci sono gli incontri: quello con un pescatore e suo figlio o con il sindaco di Cameron in Arizona, le sensazioni dei fiori a San Francisco, il risveglio in un’alba nebbiosa raccontato dalla deliziosa ballata Early Morning Alleys, la scoperta di una cittadina in Hibiscus Margaritas, la grandezza di Los Angeles in The City Of Dark And Bright Angels.
Prodotto con Henning Sernhade e Frida Claeson Johansson e registrato quasi interamente a Goteborg con un ristretto gruppo di musicisti, Train Stories è un esordio più che discreto che conferma il fascino dell’Americana per molti musicisti svedesi

GUNTHER BROWN – Heartache & Roses

di Paolo Baiotti

11 marzo 2021

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GUNTHER BROWN
HEARTACHE & ROSES
Autoprodotto 2020

Gunther Brown è un sestetto di roots-rock proveniente da Portland nel Maine. Uno di quei gruppi nati e cresciuti alla periferia dell’impero, in uno stato lontano dai centri della musica americana, che sono riusciti comunque a crearsi una nicchia di appassionati grazie alla passione e alla determinazione. Pur essendo attivi dal 2009 (all’epoca pubblicarono un demo), hanno esordito nel 2014 con Good Nights For Daydreams, seguito due anni dopo da North Wind. Tra il 2017 e il 2020 hanno avuto una lunga pausa con dei ripensamenti sulla line-up, rinnovata con l’inserimento alla seconda voce e chitarra di Greg Klein, già leader dei Dark Hollow Bottling Company, altra band di alternative-country e lo spostamento alla chitarra di Mark McDonough sostituito al basso da Drew Wyman. Questi elementi si sono aggiunti alla voce solista del leader Pete Dubuc, alla batteria di Derek Mills e alle tastiere e chitarra di Joe Bloom.
Heartache & Roses è un disco di rock energico e melodico con venature country, sulle tracce dei Jayhawks e degli Old’97, con armonie vocali curate e pregevoli, notevoli break strumentali e una scrittura sincera e credibile, con quel tocco provinciale che rappresenta spesso il meglio dell’universo musicale americano. Tra i brani spiccano ballate toccanti come Garden, la dolente Rudderless che mi ha ricordato nella voce e nello sviluppo il southern-soul di JJ Grey & Mofro, la soffusa One For Every e la cadenzata Same Place, Same Time in chiusura del disco, che si alternano a tracce più scorrevoli con intrecci vocali e tocchi di armonica come la title track, Remember con qualche sentore di REM, l’ironica New Man e la trascinante Unlearned, caratterizzata da un testo e da un video di critica politica e sociale.
Gunther Brown è un gruppo intrigante, una realtà del roots rock americano meritevole di essere approfondita.

MARBIN – Russian Dolls / Ten Years In The Sun

di Paolo Crazy Carnevale

8 marzo 2021

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Marbin – Russian Dolls / Ten Years In The Sun (Marbin Music 2020)

Un doppio? Due dischi ben distinti! Questo CD uscito lo scorso anno sotto il nome del gruppo formato da Danny Markovitch e Dani Rabin e allargato di volta in volta a differenti sezioni ritmiche è il frutto di due progetti solisti, ciascuno ascritto ad uno dei due musicisti, progetti covati a lungo nel tempo ma che solo a causa dell’isolamento forzato imposto dalla pandemia hanno visto la luce.
I due Marbin (il nome è un’evidente crasi tra i cognomi dei due leader) infatti, costretti al caserma rest e allo stop dell’attività concertistica hanno ciascuno dato sfogo alla propria vena compositiva con questi due brevi lavori (avrebbero potuto stare entrambi su un solo disco, ma data la diversità e la paternità dei progetti sono stati giustamente pubblicati su due supporti), rigorosamente improntati il primo sul sax di Markovitch ed il secondo sulla chitarra di Rabin.
I due musicisti di Chicago, come per i dischi in gruppo si affidano al miscuglio tra jazz e tradizione, fedeli all’adagio che il miglior jazz ha un piede nella tradizione ed uno nell’innovazione: questo in particolare accade nel primo dei due dischetti, in cui Markovitch e il suo sassofono sono protagonisti lasciando il contributo di Rabin all’accompagnamento sia con chitarra che con il basso, lasciando piuttosto spazio al batterista Antonio Sanchez (titolare di quattro Grammy) nei momenti in cui il jazz si fa più preponderante, come in Years That Ask Questions o nella speculare Years That Answer. Ma altrove, When There Becomes Here e Yellow Roman Candles lo stile legato alla musica ebraica sviscerato molto bene nei dischi dei Marbin emerge con prepotenza, Ship At A Distance è per contro una slow ballad d’effetto, mentre il brano che conclude il disco, Things Of Dry Hours vira verso il tango argentino virato yiddish.
Il discorso cambia col disco accreditato a Rabin, un disco per sola chitarra, più staccato dalle sonorità Marbin, stessa durata del disco del socio ma i brani sono il doppio, più brevi, più intimi. Un viaggio sonoro differente: se nelle matrioske di Markovitch il concept di fondo era legato appunto alle bambole russe viste non come una famiglia ma come una serie di ego differenti che si contengono uno nell’altro, nei piccoli viaggi acustici incastonati da Rabin nel suo Ten Years In The Sun il chitarrista mette insieme una raccolta di appunti musicali messi insieme in dieci anni di viaggi musicali, quasi dei brevi sketches resi mirabilmente col solo aiuto di una cristallina chitarra acustica, For Soraya, Down And Out In Barcelona, Sandbox World, Polish Winter sono esempi di brani senza classificazione, senza età; altrove, come Strong Wind o Mom’s Song ci troviamo al cospetto di frammenti molto raccolti, November Guest ha nascosti in sé vaghi richiami di quella musica della tradizione ebraica così evidente nel suono Marbin. E non mancano le composizioni marcatamente jazz, dalla finale The Last Thing alla title track, a Shadow Waltz.
I due dischi, venduti in forma solida come doppio, sono acquistabili in forma liquida anche separatamente.

Paolo Crazy Carnevale

KAURNA CRONIN – Aloft In Blue

di Paolo Baiotti

3 marzo 2021

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KAURNA CRONIN
ALOFT IN BLUE
Autoprodotto 2020

Kaurna Cronin è un cantautore australiano più volte premiato in patria, che ha girato a lungo in Europa (speciamente in Olanda, Belgio e Germania), Canada e Stati Uniti con una band prevalentemente acustica di stampo folk, anche se negli ultimi dischi ha accentuato l’aspetto melodico e le influenze pop. Ha alle spalle cinque album a partire dal 2012 con Feathers
Aloft In Blue è un disco in cui pop, folk e rock e un pizzico di soul vengono miscelati con preferenza per atmosfere leggere, ballabili e melodiche che si adattano alla voce morbida e accattivante di Kaurna Cronin (voce, armonica, piano, armonica, synth, batteria) che a tratti ricorda Al Stewart, a partire da Glass Road e The Part Of Me I Let You See che aprono il disco seguite dalla sognante Wishing On Forever. La seconda voce di Lauren Henderson si affianca spesso al leader, che ha scritto, prodotto e registrato l’intero disco in Australia. Se alcune ballate come Sucker For That che colpisce per emotività e arrangiamento melodico con l’aggiunta di spruzzate d’armonica, l’avvolgente Aloft (How Far Will This Go) e la riflessiva The Dead Things Grow posta in chiusura convincono per capacità di scrittura e di sviluppo altrove, soprattutto dove il ritmo si incrementa, il disco mantiene una leggerezza di fondo un po’ eccessiva, più vicino ad un easy listening seppur di discreta fattura, come nella radiofonica Roses Can Be Blue, nella scorrevole Give Your Love To A Stranger e in All The Years To Come.
In conclusione Aloft In Blue è un disco nel quale prevalgono le colorazioni tenui, delicato e sognante, con dei testi intimi ed espressivi e arrangiamenti raffinati.

SURRENDER HILL – A Whole Lot Of Freedom

di Paolo Baiotti

3 marzo 2021

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SURRENDER HILL
A WHOLE LOT OF FREEDOM
Blue Betty Records 2020

Prima di unire le rispettive forze e di formare il duo Surrender Hill, Robin Dean Salmon e Afton Seekins Salmon hanno sviluppato esperienze soliste più o meno soddisfacenti. Il primo, cresciuto in Sud Africa e tornato in Texas quando la sua famiglia acquistò un ranch, ha assorbito la tradizione di Bob Wills e Marty Robbins mischiata con il punk dei Sex Pistols e dei Clash. Ha formato la band See No Evil con la quale si è spostato a New York dove ha firmato per la Sony, ma dopo avere affrontato problemi di ogni tipo è tornato alla musica delle radici avvicinandosi all’alternative country e conoscendo la futura moglie Afton. Dal canto suo la ragazza, cresciuta tra l’Alaska e l’Arizona, è diventata coreografa di successo a New York, ma non ha resistito al richiamo dell’ovest ed è tornata in Arizona per approfondire le sue doti di scrittura.
Il duo ha esordito nel 2015 con l’omonimo album seguito due anni dopo da Right Here Right Now e nel 2018 da Tore Down Fencies, un disco di roots rock intimo e personale nei testi, nel quale hanno cercato di spiegare i momenti positivi e negativi di una relazione tra due artisti, mentre nei precedenti album emergevano gli aspetti dell’innamoramento e della prima fase di un rapporto interpersonale. Nel 2019 è uscito Honky Tonk, un disco rilassato di country tradizionale che si distacca dai precedenti.
A Whole Lot Of Freedom ribadisce le radici country con venature pop e rock, come si evince dalla title track che apre l’album. Robin è la voce principale (profonda, morbida, melodica, con accenti soul): suona chitarra, piano, armonica, mandolino e dobro. Afton lo affianca alla voce solista e suona le percussioni. La band comprende Matthew Crouse alla batteria, Jonathan Callicutt alla chitarra, Wyatt Espalin al violino e Tom Crawford all’armonica. Il disco è stato registrato in Georgia nello studio di famiglia Blue Betty dallo stesso Salmon.
Il melodico e raffinato western sound di Turn This Train Around e le ballate Winter’s End (cantata da Afton) e Carry On confermano le impressioni positive, ribadite dal mid-tempo Broken Down Car e dall’intima Beautiful Wren, dedicata alla figlia. Si apprezzano le melodie vocali della coppia, molto affiatata anche dal punto di vista musicale, nella delicata Healing Song, nel roots rock Wanderer o nella storia di un pusher raccontata in The Ballad Of Rebel Wingfield che chiude un disco che, pur essendo il frutto della scrematura tra ben 36 canzoni che si sono ridotte a 18, risulta troppo lungo e con uno squilibrio eccessivo a favore della voce solista maschile.

DENNIS REA – Giant Steppes

di Paolo Crazy Carnevale

28 febbraio 2021

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Dennis Rea – Giant Steppes (Moonjune 2020)

Gradito ritorno quello del chitarrista newyorchese Dennis Rea che a distanza di dieci anni torna ad esplorare la musica asiatica contaminandola con una sonora dose della sua sei corde elettrica.

Rea, che vanta un lungo curriculum musicale influenzato dal krautorck e dalla scuola progressive di Canterbury, ha pubblicato diversi dischi a proprio nome ma ha anche fatto parte di progetti internazionali come Moraine, Zhangyou, Iron Kim Style di cui ci siamo già occupati su queste colonne, sempre con ampi riferimenti alla musica asiatica, ma anche all’art rock (con i Moraine), nel 2004 aveva dato alle stampe un live registrato a Pechino e nel 2010 era uscito Views From The Chicheng Precipice un omaggio molto sentito alle sonorità dell’estremo oriente.

Ora con questi “passi da gigante”, quattro lunghe composizioni che costituiscono il suo nuovo lavoro, Dennis Rea sposta il tiro verso l’Asia Centrale, tra la Cina e le alture della Mongolia, fino alle regioni più asiatiche della Russia.

Rea, che da anni ha stabilito la propria base a Seattle, di fatto uno dei punti degli USA continentali più vicini all’Asia, ci ha messo quattro anni per portare a termine questo lavoro complesso ed elaborato, per altro molto riuscito.

Giant Steppes è il frutto di un lavoro accurato e studiato al dettaglio, in cui si mescolano i suoni prodotti da Rea e dal suo gruppo con voci, cori e musiche raccolti sul campo nelle regioni asiatiche che stanno alla base di questa esplorazione sonora. Le registrazioni sono state effettuate a Seattle, Tacoma, Krasnoyarsk e fungono anche da colonna sonora ad un libro che viene distribuito col disco in cui il chitarrista racconta il suo viaggio musicale. Maestosa la traccia d’apertura, intitolata Live At Goachang, qui Rea (che suona ogni chitarra) è accompagnato da Don Berman alla batteria, Stuart Dempster al didgeridoo, Greg Campbell (corno elettrico), Greg Kelley (tromba) e Dick Valentine (sassofoni). Ci sono poi cori raccolti nell’Altai, che costituiscono una parte importante della seconda traccia del disco, Altai By And By, in cui è poi fondamentale il coro Pava guidato dalla cantante Juliana, con unici elementi estranei la chitarra di Rea e l’hurdy gurdy .

Altro brano d’effetto è il terzo del disco, Wind Of The World’s Nest, in cui troneggia la voce quasi death metal di Albert Kuvezin in cui sono state usate anche le melodie del tradizionale della regione di Tuva Baezhin. Il disco si chiude con i quasi quindici minuti di The Fellowship of Tsering elaborata composizione ottenuta assemblando estratti da una performance di Rea al festival jazz di Krasnoyarsk, con altre cose registrate invece a Tacoma e Seattle. Anche qui è presente la voce di Kuvezin, mentre gli strumenti sono oltre che la chitarra di Dennis (qui anche alla kalimba), la batteria di Daniel Zongrone, il basso di Wadim Dicke, il flauto di Valentine, le tastiere di Steve Fisk e un particolare corno asiatico suonato da Greg Powers.

Paolo Crazy Carnevale

DAVE ROSEWOOD – No Rodeo In Rome

di Paolo Baiotti

24 febbraio 2021

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DAVE ROSEWOOD
NO RODEO IN ROME
Autoprodotto 2020

Originario delle Ozark Mountains nella regione dell’Arkansas, Dave si è trasferito da tempo nel cuore della Svezia dopo avere viaggiato a lungo, ma non ha perso l’amore per la musica con la quale è cresciuto (bluegrass, country e gospel). Il suo debutto Gravel & Gold del 2018 è stato definito un disco di country al 100% sulla scia di Waylon Jennings, Johnny Cash e Merle Haggard. Questo secondo album è un concept che vuole raccontare la storia di un “Cowboy” attraverso otto canzoni per meno di mezz’ora di musica, registrato negli studi Aula a Mariannelund in Svezia con l’aiuto di Bjorn Holm alla produzione nonché alla chitarra e tastiere, della sezione ritmica formata da Roger Olofsson (basso) e Monica Paulsson (batteria e percussioni) e del violino di Ulf Nilsson.
Il country-rock d’atmosfera fifties Long Distance Love con le chitarre twangy apre il dischetto, che prosegue con la classica ballata country Drinkin’ Man, percorsa da un violino dolente e uscita anche come singolo, con la ballabile Two Steps e con la title track, che non si allontana da uno stile preciso e pulito, come la voce profonda di Dave, capace anche di modulare momenti tremuli vicini allo yodel. La malinconica ballata Sarah (The Cowboy Song) è un altro country che sfiora la banalità, tuttavia in altri episodi Rosewood si stacca dai clichè del genere: mi riferisco al brillante strumentale western Canyons punteggiato da influenze spagnoleggianti, alla narrata Sunset e all’acustica Cowboy Moon che chiude il disco con l’uso del fischio accompagnato alla chitarra.

SOFT WORKS – Abracadabra In Osaka

di Paolo Crazy Carnevale

24 febbraio 2021

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Soft Works – Abracadabra In Osaka (Moonjune Records 2021)

La genesi di questo lavoro che inaugura le pubblicazioni dell’etichetta Moonjune per il 2021, risale addirittura alle origini della sua attività, quando la Moonjune, che oltre a fungere da casa discografica è anche un’agenzia che organizza tour ed eventi, stava muovendo i primi passi lavorando a stretto contatto con alcuni ex componenti dei Soft Machine, il grande amore di Leonardo Pavcovich, anima della label.
E il nome usato dal quartetto protagonista di questo doppio cd dal vivo la dice lunga sulle connessioni con la band inglese: dietro il nome Soft Works ci sono infatti il chitarrista Allan Holdsworth (con i Soft Machine dal 1973 al 1975), il batterista James Marshall (dal 1972 al 1978 e poi a più riprese fino ad oggi), il bassista Hugh Hopper (dal 1968 al 1973) e il sassofonista Elton Dean (1968-1973).
A buon diritto si può dire che se non ci fosse stato il gruppo dei Soft Works non ci sarebbero state le successive reincarnazioni sotto il nome di Soft Machine Legacy e in tempi recenti il ritorno all’uso del nome originario della band di Canterbury, caratterizzata sì da frequenti cambi di formazione, ma sempre all’insegna di una certa eccellenza.
La gestazione del disco di studio uscito nel 2003 col titolo di Abracadabra non fu certo facile, vista la presenza di un pignolo come Holdsworth, molto concentrato e mai contento dei suoni della sua chitarra. Il disco e i pochi concerti ad esso collegati sono però rimasti un must per i fan, qualche concerto in Europa (Italia inclusa), un festival in America, e qualche apparizione in Giappone, a Tokyo e Osaka, da cui è tratto il live in oggetto.
Proprio quest’ultima data fu fatta registrare professionalmente, rimasta inutilizzata però per lo sbandamento del quartetto – più che altro dovuto all’abbandono del sempre insoddisfatto chitarrista – e per la difficoltà di aggiustare adeguatamente i suoni.
Dopo diciott’anni, con tre dei protagonisti passati a miglior vita e con una tecnologia che ha fatto passi da gigante, vede la luce questo concerto di Osaka, dedicato ovviamente ai tre scomparsi e con un magistrale lavoro di mastering e missaggio effettuato dal chitarrista/produttore Mark Wingfield nel suo studio nel Cambridgeshire alle cui cure sono stati affidati i nastri originali.
Il disco non deluderà certamente gli appassionati di jazz-rock e Canterbury sound, avvezzi alle sonorità dei Soft Machine, infatti, al fianco dei brani contenuti in Abracadabra, ben sei su undici (tra cui spiccano First Trane composta da Hopper e Baker’s Treat di Elton Dean), ci sono riprese di brani che figuravano sui dischi del gruppo madre: un’ispirata Kings And Queens (che stava su Fourth), Has Riff (firmata anche da Mike Rathledge e finita poi su Live Adventures dei Soft Machine Legacy), Facelift (scritta das Hopper per il terzo disco, Third).
Terminata l’avventura e perso per strada Holdworth, gli altri tre soci un anno dopo erano già pronti per dare un seguito a quell’esperienza, stavolta sotto il nome di Soft Machine Legacy, sostituendo il chitarrista con John Etheridge, lo stesso che lo aveva sostituito nel 1975 nel vecchio gruppo.

Paolo Crazy Carnevale

STEFANO SALETTI & BANDA IKONA – Sound City

di Ronald Stancanelli

21 febbraio 2021

Banda Ikona cd

STEFANO SALETTI & BANDA IKONA
Sound City
2016

Si sta parlando in questi giorni di del nuovo disco del moniker Stefano Saletti & Banda Ikona che uscirà il 20 marzo. Noi, per intanto, vi parliamo del precedente, l’ottimo Soundcity caratterizzato da varie voci femminili ovvero in primis Barbara Eramo, e poi Awa Li, Yasemin Sannino, Lucilla Galeazzi e Gabriella Aiello, altra presenza femminile quella di Giuliana De Donno all’arpa. Stefano Saletti oltre che alla voce si diletta con una miriade di strumenti che la lista sembra quella dell’elenco telefonico : oud, bouzouki, guitars, saz, ukulele, piano, bodhran, drum ,camorra, cabasa, darbouka e marimba., Gabriele Coen al clarinetto e sax, Carlo Cossu al violino e Mario Rivera al basso acustico. Ospite graditissimo all’organetto Riccardo Tesi oltre a Alessandro D’Alessandro e anche qui in una marea di strumenti svariati, anche molti desueti o quasi sconosciuti suonati da Giovanni Lo Cascio e Arnaldo Vacca.
Disco solare, il trionfo della musica etnica in tante salse mirabilmente mescolate tra loro. Undici pezzi che abbracciano posti lontani, e se non possiamo dire dal Manzanarre al Reno o dalla Alpi alla Piramidi però possiamo tranquillamente dire da Lampedusa all’Est Europa. Un misto di gradevoli e graditi suoni, d’altronde gli strumenti usati per questo lavoro sono oltre trenta e un impasto piacevolissimo di differenti voci ci regalano un espanso suono che attraversa mezzo continente europeo stringendo tra suoni e amicizie un intenso concatenamento musicale che avvince, stimola e suscita emozioni. Tutti gli undici brani sono a firma di Stefano Saletti, alcuni da solo ed altri co-firmati con altri artisti. Lo stesso Saletti ne è anche il produttore e l’arrangiatore. Mentre vi informiamo che in data 20 febbraio è uscito su youtube il loro nuovo video, Anima de moundo che anticipa appunto l’album Mediterraneo ostinato vi esortiamo a “recuperare” e sentire questo precedente splendido SoundCity. Suggestiva e significativa anche la sua potente copertina.

Ronald Stancanelli

MARBIN – Shreddin’ At Sweetwater

di Paolo Crazy Carnevale

18 febbraio 2021

cover

MARBIN – Shreddin’ At Sweetwater (Marbin Music 2021)

I Marbin sono un pregevole quartetto di base a Chicago che dai suoi esordi a livello indie, contando sul passaparola tra i fan si è conquistato una credibilità, fondata su un’intensa carriera concertistica e su una decina di dischi, i primi tre (dopo l’esordio autoprodotto) per la Moonjune Records, dopo di che hanno fondato la loro etichetta che da cinque anni in qua si occupa oltre che del gruppo anche dei progetti solistici dei singoli componenti.
Innanzitutto il quartetto ha due leader, Dani Rabin (chitarra) e Danny Markovich (sassofono) che sono gli ideatori di un sound riuscito che gioca sul connubio tra jazz-rock, prog e musica yiddish; a loro si affiancano poi il bassista Jon Nadel e il batterista Everette Benton Jr., che forniscono una solida e fantasiosa base ritmica su cui i due leader sviluppano le loro idee.
Costretti dalla pandemia ad annullare la maggior parte dei concerti previsti lo scorso anno, i Marbin – che di concerti ne tengono circa 150 all’anno –, dopo otto mesi di inattività hanno puntato su un concerto a porte chiuse svoltosi allo studio Sweetwater; estasiati dalla bontà del risultato alla faccia della lunga astinenza, in un secondo tempo hanno deciso di darlo pure alle stampe, un po’ per raggiungere tutti quei fan impossibilitati ad assistervi o a muoversi, un po’ per tenersi sul mercato in mancanza di un nuovo tour all’orizzonte.
Questo inusuale live senza applausi, si apre con una composizione di grande impatto intitolata Messy Mark in cui Rabin si concede alcune ispirate virate in stile blues.
Con Whiskey Chaser Intro e Whiskey Chaser, i Marbin ci regalano un tuffo tonificante nelle loro sonorità più tipiche col sax di Markovich alle prese con un tema ispirato dalla musica ebraica, dapprima con una lenta introduzione del solo Markovich, poi con il brano vero e proprio che si scatena in una sorta di futuristico bar-mitzvah in chiave bolero.
Le atmosfere del brano precedente si ritrovano anche nella riuscita The Old Ways, con un bell’alternarsi tra la tradizione dettata dal sax e il modernismo della chitarra elettrica.
Per contro, Escape From Hippie Mountain è una divagazione d’impronta più deliberatamente free, così come la successiva Electric Zombieland, caratterizzata comunque da un tema più riconoscibile.
The Way To Riches è una più breve composizione d’impronta puramente jazz-rock che lascia spazio quasi in totalità alla chitarra elettrica e alla batteria, le fa seguito una grande rilettura del brano che intitolava il primo disco del gruppo per la Moonjune, Breaking The Cycle, una di quelle composizioni che mediano sapientemente i vari stili che si fondono nella musica dei Marbin, altamente elettrico, una sorta di yiddish-rock di grande respiro. Da applausi.
Arkansas Jumper è poi una cavalcata sorretta da un basso quasi funk, in cui il jazz incontra il progressive, poi la conclusione con i dieci minuti di Splaw permette alla formazione di imbastire una complessa e affascinante composizione in cui fa capolino prepotentemente anche la vena blues della chitarra di Rabin, creando un sottile filo conduttore col brano che aveva aperto il disco.