Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

MUDFISH – Mudfish

di Paolo Baiotti

14 gennaio 2020

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MUDFISH
MUDFISH
Paraply 2019

Veterani della scena nordica, rimasti inattivi per parecchi anni, hanno ripreso nel 2013 partecipando l’anno dopo alla raccolta Home Is Where The Heart Is e nel 2017 alla compilation natalizia Won’t Be Home For Christmas, entrambe pubblicate dalla Paraply Records. Il cantante Joakim Lovgren e il chitarrista Ake Stromberg sono i due componenti fissi della band, autori delle nove canzoni dell’album, scritte in un lungo arco di tempo e incise in pochi giorni a Boras. Due singoli hanno preceduto il disco: l’intenso up-tempo Propeller Man e la ballata Tug Of The Undertow. La proposta dei Mudfish è un pop-rock chitarristico che può richiamare la new wave degli anni ottanta di ispirazione britannica in tracce energiche come I’m Okey, la trascinante Hallelujah I’m Falling (in cui si inserisce l’armonica di Joakim) e lo scorrevole mid-tempo Lucky Me, mentre 30 Minutes e Kiss Of Promise accelerano ulteriormente con qualche reminiscenza punk, spinte dalla discreta voce di Lovgren, controbilanciate dallo slow Winter’s Come To Life posto in chiusura.
Disco scarno e breve (9 brani per poco più di 30’), Mudfish si ascolta senza attimi di noia, apprezzandone il mix di energia e melodia e il suono che sembra registrato dal vivo, senza overdubs.

SESSION AMERICANA – North East

di Paolo Crazy Carnevale

12 gennaio 2020

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SESSION AMERICANA – North East (Appaloosa/IRD 2019)

Una formazione curiosa quella dei Session Americana, una sorta di ensemble senza un leader vero e proprio in cui tutti sono protagonisti di una piacevole miscela di suoni acustici a cavallo tra rock e cantautorato: nella fattispecie, nel caso di questo recente prodotto distribuito dall’Appaloosa, del cantautorato della east coast, o ancor più precisamente del New England.
North East è infatti un omaggio alla scuola del nord est americano, una scuola che vanta una miriade di autori, più o meno conosciuti, sviluppatasi con la complicità delle numerose coffee house e dei club attivi intorno a Cambridge, la città gemella di Boston, sede dell’università del Massachusetts. Ora forse le cose sono cambiate, ma fino a metà anni novanta nei club di quella zona, come ebbe a dirmi il mio amico Patrick parafrasando i Beatles, c’erano concerti otto sere alla settimana!

In East Coast i componenti del gruppo giocano a scambiarsi microfono e strumenti dando vita ad un disco gradevolissimo, senza picchi eccessivi, molto omogeno a dispetto delle tante voci impiegate e degli ancor più autori. Se la rilettura di Ry Cavanugh (cantante e polistrumentista) della Riding On A Railroad del bostoniano James Taylor (poi californiano d’adozione) ricorda fin troppo il modo di cantare del suo autore, Jimmy Fitting convince molto con le atmosfere caraibiche di Here Comes Your Man presa dal repertorio di bostoniani più giovani, i Pixies, e piace anche come Zak Troiano riprende You’ll never Got To Heaven di Bill Morrissey (altro frequentatore dei club di Harvard Square e dintorni con cui il mio amico Patrick ebbe in quegli anni l’onore di condividere spesso le assi del palco come opening act).

Sempre del Massachusetts è Amy Correia, cantautrice e autrice di You Go Your Way, resa molto bene dai Session Americana, con la voce stavolta di Rose Polenzani, impegnata qui anche al piano, mentre Cavanaugh si occupa della slide e Fitting dell’armonica, ma ci sono chiaramente anche sezione ritmica, mandolino, altri cantanti, fisarmonica. Ali McGuirk dà voce a The Night, scritta da Mark J. Sandman, il cui nome è tristemente legato al nostro Bel Paese visto che vi è morto collassando sul palco a Palestrina nel 1999 mentre vi si esibiva con i Morphine, il gruppo di cui era bassista. Merrie Amsterburg è la voce nella delicata Trip Around The Sun, rubata a Jimmy Buffett, con un bell’intervento di Duke Levine alla mandola e di Peter Linton all’elettrica.

Di Boston era anche la stella della disco music Donna Summer e i Session Americana si cimentano con un classico della protetta di Giorgio Moroder, Dim All The Lights, molto riuscita grazie alla buona voce di John Powhida su cui gli strumenti acustici si innestano alla perfezione, senza togliere al brano lo spirito dance originario, quasi inimmaginabile in una rilettura acustica decisamente un bell’esperimento più che riuscito.

Tra gli altri autori più noti ripresi dall’ensemble ci sono poi Patti Griffin, Jonathan Richman – di cui è ripresa Roadrunner in arrangiamento con Dinty Child che canta richiamando alla mente gli Animals (che avevano inciso l’omonimo brano di Bo Diddley del resto) –, Carly Simon Tom Rush, i meno noti Letter To Cleo, Christopher Pappas, autore della notturna Driving.
Oltre ai componenti citati sin qui, tra le voci soliste dei Session Americana ci sono anche Dietrich Strauss (occasionalmente alle tastiere), Kris Delmhorst, Jennifer Kimball (anche al piano), Billy Beard (anche batterista), il dobroista Jeffrey Foucault (già titolare di una carriera a proprio nome), la violinista Isa Burke, il bassista Jon Bistine.

RANZEL X KENDRICK – Texas Cactus

di Paolo Baiotti

12 gennaio 2020

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RANZEL X KENDRICK
TEXAS CACTUS
Autoprodotto 2019

Cantautore texano di area folk/country, Ranzel è cresciuto imparando il mestiere dallo zio Roger Miller, artista country vincitore di numerosi Grammy. Dopo avere vissuto in Tennessee, Colorado, California, Maryland e Costa Rica è tornato in Texas, stabilendosi nella zona di San Antonio, dove ha preso sul serio l’attività musicale che fino ad allora aveva svolto in modo irregolare. Ha esordito con Texas Paintbrush, seguito da Texas Sagebrush, per chiudere con Texas Cactus una trilogia texana. Recentemente ha pubblicato un ep di sei brani più vicino al rock blues con il nome Snafu By Alias Wayne, staccandosi in parte dalle atmosfere dei dischi precedenti.
Tornando all’ultimo capitolo della trilogia, Ranzel è accompagnato da un folto gruppo di amici e session men tra i quali Warren Hood al violino e mandolino (Waybacks, Bodeans), Ron Flynt al basso (20/20) nonché ingegnere del suono e Matt Hubbard all’armonica (7 Walkers).
Il primo singolo Sequin Son-of-a-Gun apre il dischetto in modo rilassato e sciolto, segnato da un violino country delizioso e da un cantato flemmatico, seguito dalla morbida ballata Waltz Away With My Heart e dall’apprezzabile cover di Crazy Love di Van Morrison che mantiene la dolcezza dell’originale sia nell’arrangiamento che nell’interpretazione vocale, con un pizzico di influenza southern soul in più. Nel prosieguo spiccano l’intensa Wayfarer impreziosita da una raffinata chitarra, lo strumentale Baptised in Butterflies e l’acustica Ada’s Farm con armonica e dobro in primo piano, mentre altri brani come Everybody Get Together, la title track e Come What May appaiono troppo esili per lasciare traccia.

NOCONA – Long Gone Song

di Paolo Crazy Carnevale

1 gennaio 2020

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NOCONA – Long Gone Song (Henrietta Records 2015)

Non saranno i primi, e sicuramente nemmeno gli ultimi, a coniugare le sonorità del punk con il country-rock, ma questi Nocona meritano senza dubbio attenzione per la genuinità e la schiettezza della loro produzione. La ritmica incalzante, l’armonica infuriata, le composizioni del leader Chris Isom (voce principale e chitarra solista) sono le caratteristiche dei Nocona che balzano subito all’orecchio, ma poi andando ad ascoltare con più attenzione ci sono un sacco di altre cose che vengono fuori da questo CD che contribuiscono a elevare il nome del gruppo oltre la media del genere.

Californiani, desertici, intriganti, i Nocona hanno una formazione fluttuante, possono essere un quartetto, un quintetto, probabilmente a volte solo un trio, un po’ a seconda di chi c’è a bordo, di chi è disponibile.

Oltre a Chris c’è sua moglie Adrienne che fa le seconde voci e suona la ritmica mentre il basso in questo disco è di Annie Rotschild, alla batteria c’è Justin Smith e all’armonica Elan Glasser. Tutti rigorosamente vestiti secondo i dettami dello stile di Nudie, il sarto hollywoodiano che disegnò i costumi dei Flying Burrito Brothers per la copertina del primo album, e non è un caso che recentemente i Nocona abbiano suonato proprio ad uno show commemorativo per i cinquant’anni di quel disco.

Con una voce che ricorda un po’ quella di Ray Davies e un po’ quella di Steven Predelli (il mitico cantante dei Klakson), Chris guida il gruppo tra incursioni di acustica molto evidenti e schitarrate all’insegna del suono più fuzz che si possa immaginare, proprio come ci si potrebbe aspettare da una perfetta commistione tra tradizione e ruvidità da garage. L’armonica di Glasser è sempre vibrante e strapazzata e poi, poi ci sono gli ospiti: Carl Byron alle tastiere (piano organo o wurlitzer che sia) e Greg Leisz con una pedal steel sempre adatta alla bisogna, a conferire al sound Nocona quel sapore di country psichedelico e acido che fu dei New Riders una miriade di anni fa, quando c’era Jerry Garcia ad occuparsi appunto della chitarra a pedali.

Già la title track fa capire di che stoffa sia fatto il gruppo, e poi Toothless Junkie conferma la prima impressione con un bel finale strumentale potente. In All The Victories Of The World fa la prima apparizione il tastierista, presente poi anche nella seguente e notevole Beelzebub Is Still The King, in cui c’è pure Leisz, e difatti siamo al cospetto del primo brano da applausi del disco, l’inserimento di pedal steel e tastiere dà alla musica dei Nocona il tocco giusto (non è un caso che nella formazione più attuale ci sia una pedal steel in pianta stabile, anche se non si tratta di Leisz).

I due ospiti si ritrovano anche nel brano numero sei, Knives & Cologne, dalle atmosfere più sixties garage, con il suono dell’organo a dettar legge.

Bel brano anche Beverly Hills Blues, e nella media positiva del disco è anche It’s Just; Ahh Lovey ha un break di armonica molto vibrante, in perfetta simbiosi con la solista di Chris Isom, mentre la sezione ritmica pesta indiavolatamente. Prehensile Soul (il brano più lungo del disco, ma sono poco più di quattro minuti) è di nuovo una via di mezzo tra Kinks (ascoltare il cantato per credere) e garage con grande lavoro dell’elettrica di Chris, poi, per il finale i Nocona tirano fuori dal cilindro una delle cose migliori del disco, Outside The Lines, una ballata cadenzata, perfetto mix di psichedelia e country rock che viene esaltato dal lavoro della pedal steel di Leisz, qui davvero in stato di grazia.

MICHAEL JEROME BROWNE – That’s Where It’s At!

di Paolo Baiotti

30 dicembre 2019

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MICHAEL JEROME BROWNE
THAT’S WHERE IT’S AT!
Borealis Records 2019

Michael Jerome Browne proviene dalla vivace scena canadese. Vincitore di tre Folk-Music Awards (nel 2015 come cantante tradizionale, nel 2012 e 2008 come artista solista), per ben 32 volte nominato ai Blues Awards canadesi, è un polistrumentista e cantautore molto considerato nell’ambito della roots music. Nato a South Bend in Indiana, si è trasferito da bambino a Montreal con la famiglia entrando a far parte da adolescente della scena folk locale. Impegnato anche come session man e collaboratore, ha lavorato spesso con Eric Bibb sia in studio che dal vivo, producendo il suo Migration Blues, candidato al Grammy.
Michael ha alle spalle una decina di dischi sempre per la Borealis tra i quali Sliding Delta del 2015, un tributo al blues rurale e Can’t Keep A Good Man Down che raccoglie brani dai primi album a partire da Drive On, esordio del 2001.
That’s Where It’s At, finanziato da una campagna di crowfunding, è focalizzato sulla connessione tra blues e soul, con l’inserimento di un paio di spirituals originali e qualche blues degli anni sessanta affiancati a tracce di Stevie Wonder, Sam Cooke e Al Green, completati da qualche brano autografo, il tutto eseguito in modalità acustica e stringata, evidenziando il finger-style di Jerome, protagonista assoluto alla voce, chitarra, banjo e armonica, con l’aiuto di John McColgan alle percussioni e delle voci di Harrison Kennedy, Eric Bibb e Roxanne Potvin.
Lo strumentale Don’t Ask Me Why apre il disco mischiando venature funky e jazz, seguito dal blues Black Nights in cui spiccano la calda voce soul e la slide di Browne. Se Skeletons di Stevie Wonder ne mantiene l’andamento funky-soul, lo spiritual Pharaoh, ripreso dalla versione della cantante Sidney Carter, si giova della presenza dell’esperto Harrison Kennedy, mentre Eric Bibb offre il suo inconfondibile aiuto in Everybody Ought To Treat A Stranger Right, blues di Blind Willie Johnson. In tutto il disco si respirano passione, cultura, rispetto e conoscenza della materia, che consentono di interpretare con efficacia anche tracce che sembrano meno legate al tema, come la ballata Louisiana 1927 di Randy Newman.

JUSTINE VANDERGRIFT – Stay

di Paolo Baiotti

26 dicembre 2019

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JUSTINE VANDERGRIFT
STAY
JustineVandergrift.com 2019

Giovane cantautrice canadese residente a Calgary di origine olandese, Justine ha pubblicato tre albums prima di questo Stay, avendo esordito con Yes Alright Ok, seguito da So Far…e Sailor. Ha avuto i primi approcci con la musica in chiesa, partecipando a un coro e poi imparando a suonare il piano. Dopo il periodo universitario, dal 2011 si è dedicata completamente alla sua passione. La voce ricorda cantautrici come Tracy Chapman, Patty Griffin e Susanne Vega, il suono ha una base folk con influenze soul e country, puntando decisamente sulla melodia, lasciando un’impressione di sincerità e purezza non ancora compromessa dall’industria musicale. Justine non cerca soluzioni particolarmente complesse; le sue canzoni sono semplici e lineari, prevalentemente elettriche, con le chitarre di Russell Broom e Joey Landreth, la pedal steel e il dobro di Mitch Jay, le tastiere di Brendan Waters e la sezione ritmica di Corbett Frasz e Chris Byrne che danno il giusto supporto, senza l’intenzione di primeggiare. Nei concerti alterna composizioni originali a covers che fanno capire le sue influenze, da Wild World di Cat Stevens (che ha anche inciso in studio su So Far…) a Country Roads di John Denver, da I Still Miss Someone (Johnny Cash) a Cold Cold Heart (Hank Williams), da Our Town (Iris Dement) a varie canzoni di Patsy Cline.
Stay, sostenuto da una campagna di crowfunding su Kickstarter e inciso negli studi OCL di Calgary con la produzione di Josh Rob Gwilliam, è un disco breve (nove canzoni per circa trenta minuti) aperto dall’omonimo primo singolo, una canzone sciolta e orecchiabile di presa immediata, seguita da American Dream, un country-pop un po’ scontato ingentilito dalla presenza della pedal steel, dalla ballata elettroacustica Anymore e dal riuscito mid-tempo country-blues Crazy Enough che mi ha ricordato Bring It On Home To Me, con il piano di Jenie Thai in evidenza. Nella parte centrale dell’album le acustiche You Need Time e Under Your Shell (appena sfiorata dalla pedal steel) rafforzano l’indirizzo cantautorale di Justine, mentre Oh, Sister paga il debito con Bob Dylan, risultando l’unica cover in duetto con il cantautore canadese Joey Landreth (già componente dei Bros.Landreth e ora solista). Nel finale l’elegante Hold Your Head High e la mossa You’re Already There confermano le discrete doti di scrittura e di interpretazione della giovane cantautrice.

DIESEL PARK WEST – Let It Melt

di Paolo Baiotti

22 dicembre 2019

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DIESEL PARK WEST
LET IT MELT
Paolo Santo 2019

Veterani della scena alternativa inglese, i Diesel Park West provengono da Leicester e sono attivi dal 1980. Specialmente nella prima parte della loro carriera, che conta nove album in studio e varie interruzioni, sono stati ispirati dal sound della West Coast degli anni sessanta, molto apprezzato dal leader e cantante John Butler, da sempre quasi esclusivo compositore del quartetto. Della formazione originale oltre a Butler rimane il bassista Geoff Beavan, mentre il chitarrista Rich Barton si è inserito prima dell’uscita dell’esordio Shakespeare Alabama, prodotto da Chris Kimsey e pubblicato dalla Emi nell’89. Liquidati dalla label dopo il secondo album, hanno proseguito con etichette indipendenti ridimensionando le loro ambizioni, con qualche pausa e poche pubblicazioni in studio. Let It Melt esce a sette anni dal precedente disco con materiale nuovo e dopo il rientro di Barton nel 2014. Nel frattempo Butler ha inciso tre dischi da solista tra il ’97 e il 2017. L’attuale formazione è completata dal batterista Robert Morris.
Dunque Let It Melt sembra quasi una ripartenza o comunque la volontà di riaffermare la propria presenza, nonostante il passaggio del tempo. Come recitano in Scared Of Time “le mie braccia e le mie gambe non si muovono come una volta…i miei capelli e la mia pelle non brillano come una volta”; tuttavia ci siamo ancora e siamo vitali, con la voglia di suonare, dimostrata pienamente tra i solchi di questo album che, più che il suono californiano dei Love o dei Moby Grape, sembra riagganciarsi al rock sporco dei Rolling Stones o dei Mott The Hoople. In particolare The Golden Mile ha un debito evidente nei confronti di Let’s Spend The Night Together e in generale il modo di cantare di Butler ricorda le inflessioni di Jagger. La stradaiola opener Let It Melt ha un tiro notevole corroborato da una slide efficace, mentre Pictures In The Hall richiama certe atmosfere dei Kinks. La strascicata Everybody’s Nuts, la stonesiana Living In The UK, non priva di critiche alla società britannica e la trascinante Bombs Away mantengono alto il ritmo e l’attenzione, seguite dalla bluesata You Got The Whole Thing Wrong in cui chitarra e piano duettano amabilmente.
Butler ha dichiarato: “penso che non siamo riusciti in nessun altro momento della nostra carriera a incidere un album come questo. C’è qualcosa di definitivo che esprime quello che siamo adesso. E’ veramente l’album più vero che abbiamo pubblicato”. Di sicuro è un buon disco di rock and roll, che si ascolta con gusto e divertimento.

THE STRANGLERS – Venaria Reale, Teatro della Concordia, 2/12/2019

di Paolo Baiotti

8 dicembre 2019

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Dopo qualche anno gli Stranglers sono tornati a calcare i nostri palchi con tre date a Bologna, Roma e Venaria presso Torino. La gloriosa e veneranda band inglese, nata a metà degli anni settanta a Guildford (il nome originario era Guildford Stranglers), dopo avere acquisito una certa popolarità nel circuito del pub-rock è entrata a far parte della scena punk, pubblicando quattro album di grande impatto e successo, specialmente in patria, tra il ’77 e il ’79: il travolgente esordio Rattus Norvegicus, No More Heroes, Black & White e The Raven che lasciava intravedere un cambiamento di suono con un ammorbidimento e una maggiore complessità, una strada proseguita nei dischi successivi, ma con minore convinzione e un progressivo calo di ispirazione. Nel nuovo millennio il quartetto ha rilasciato tre dischi in studio, il più recente Giants del 2012, restando molto attivo dal vivo. Sono tuttora presenti due membri della formazione originale, Jean-Jacques Burnel (basso e voce) e Dave Greenfield (tastiere), ai quali si aggiungono Baz Warne (voce e chitarra dal 2000) e il giovane Jim Macaulay (batteria) che dal 2012 ha prima affiancato e poi sostituito Jet Black, il batterista originale che aveva 39 anni quando la band pubblicò il primo album e che si è definitivamente ritirato nel 2015 per motivi di salute. E’ chiaro che l’assenza rilevante è quella di Hugh Cornwell, voce principale e chitarra del quartetto originale, che se ne è andato nel ’90 per intraprendere una carriera solista non particolarmente significativa, come d’altronde quella della band senza di lui. Ma è anche vero, e il concerto torinese lo ha confermato, che la diversità e originalità del suono del gruppo si fondano sulle tastiere doorsiane e raffinate di Greenfield.

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Che senso ha un concerto degli Stranglers oggi? Vale il discorso di molte vecchie band…è prima di tutto una questione di nostalgia da parte del pubblico (non certo giovanissimo, almeno dalle nostre parti) che vuole risentire le canzoni che ha amato in passato e una questione finanziaria per i musicisti. Ma c’è anche la voglia di dimostrare di essere ancora vitali e di emozionarsi, come hanno dimostrato i quattro inglesi, in ottima forma e non legati del tutto al lontano passato, visto che metà delle 20 canzoni eseguite a Venaria provengono dai primi quattro dischi, ma le altre dieci ripercorrono le tappe successive con cinque episodi dagli album post 2000 che non hanno sfigurato.

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Dopo un set divertente dei Ruts DC, sopravvissuti dell’epoca punk/reggae quando si chiamavano Ruts, che ha ovviamente compreso i loro brani più conosciuti Jah War, Babylon’s Burning e Staring At The Rude Boys, gli strangolatori sono entrati in scena vestiti di nero, iniziando con due tracce da Norfolk Coast, la title track e I’ve Been Wild, seguite da Get a Grip dall’esordio. Tre tracce dure e aggressive, eseguite con professionalità e precisione, nelle quali sono emerse la batteria puntuale ed energica di Macaulay e le tastiere brillanti di Greenfield, in appoggio al basso pulsante di JJ e alla voce e chitarra di Baz, che nei brani vecchi ricorda le tonalità di Cornwell. Dopo la morbida Midnight Summer Dream e Time To Die, quasi interamente strumentale, il riff nervoso di Nice ‘n’ Sleazy ci ha riportato al terzo album Black & White, seguita dall’’avvolgente The Raven cantata (e in parte recitata) da Burnel. Nella parte centrale si sono susseguite tre ballate: il valzer Golden Brown (singolo n. 2 in Gran Bretagna nell’82), la scorrevole Always The Sun cantata con il pubblico e l’affascinante Don’t Bring Harry con JJ alla voce. L’energia di Nuclear Device, il basso nervoso e il ritmo spezzato di Peaches e l’eccellente cover di Walk On By (uscita come singolo nel ’78) in cui hanno avuto spazio solista la chitarra e le tastiere hanno preceduto il finale con due brani storici, Hanging Around e Tank. Il quartetto ha concesso un unico bis, No More Heroes, title track del secondo album, ad un pubblico sufficiente per presenza, ma probabilmente meno caldo che in altri paesi come Gran Bretagna, Germania e Francia dopo il gruppo ha un culto molto radicato.

ROBERT RANDOLPH & THE FAMILY BAND – Brighter Days

di Paolo Crazy Carnevale

2 dicembre 2019

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Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days (Provogue 2019)

Non c’è ormai dubbio, Robert Randolph va via via maturando: non che prima fosse acerbo, strumentalmente aveva dato ampie dimostrazioni di classe e abilità strumentale già dal primo disco “vero”, quello sotto la denominazione The Word, il supergruppo con i North Mississippi Allstars e John Medeski, un caposaldo assoluto della musica strumentale, del genere jam e, se vogliamo, anche di un certo modo di fare southern rock.

CI sono voluti un po’ di anni e un po’ di dischi da solista però per arrivare ad avere dei prodotti che stiano insieme anche senza dover andare a pescare ospiti titolati per attirare l’attenzione: se il precedente LP di Randolph, I Got Soul era stato una bella conferma dello status raggiunto come performer live, questo nuovo disco lo è ancor di più. Merito senz’altro della produzione mirata e ben costruita di Dave Cobb, che già pochi mesi prima era stato il gran rifinitore del gran disco della Marcus King Band. Anzi, personalmente trovo Cobb più idoneo a produzioni elettriche e per così dire di matrice rock-blues che non quando siede in regia per i cantautori di Nashville.

Nashville è però il suo locus operandi e quindi anche il disco di Randolph e famiglia è stato registrato nella città musicale del Tennessee.

Niente ospiti di grido, solo un coro di voci soul e la chitarra dello stesso Cobb, per il resto è tutta farina delle chitarre di Robert, della batteria del fratello Marcus, delle voci di Lanesha (la sorellona) e di Steven Ladsen, del basso suonato dal cugino Danyel Morgan, tornato in seno al gruppo, e delle splendide tastiere di Philip Towns.

Il risultato è uno dei dischi migliori dell’anno, che si gioca la palma con quello dei Long Ryders e quello delle Ace Of Cups (in realtà uscito a fine 2018).

Ovviamente a guidare le danze è sempre la pedal steel multisonora suonata dal leader di questa splendida famiglia musicale, Randolph si conferma sovrano nella padronanza di questo strumento, che suona con la stessa aggressività e pirotecnicità con cui Jimi Hendrix suonava la Stratocaster bianca che ben sappiamo. Non solo è in costante crescita anche a livello vocale.
Rock e blues, anzi, più che blues, soul: rock e soul. Questo è il termine giusto per definire la musica di Brighter Days.

La prima facciata è da urlo, cinque brani, uno dietro l’altro, col gruppo in tiro da battaglia. In apertura c’è già uno dei brani migliori, con la chitarra che si sbizzarrisce e l’organo che si infila dappertutto: si tratta di Baptise Me, cantato benissimo da Robert con la sorella Lanesha che gli mette a disposizione una voce intrisa di anima e cuore da manuale. Don’t Fight Me è invece un brano da combattimento bello e buono, di quelli utili per incendiare le esibizioni sul palco, pedal steel tiratissima, soprattutto nel finale, un boogie virato al funk come non è da tutti fare.

Poi, spiazzando tutti, Robert sfodera una versione da pelle d’oca di Simple Man, di Pops Staples, e l’atmosfera si rende più intima, la voce di Randolph è perfettamente a proprio agio con l’atmosfera e le chitarre (la sua e quella di Cobb) creano una situazione notturna impreziosita dal lavoro di Philip Towns al piano elettrico. Applausi. Come se non bastasse nel brano seguente, Have Mercy, sul tappeto di tastiere Robert duetta con Lanesha resuscitando immagini sonore di un country/soul/rock che temevamo perduto nelle pieghe dei primi anni settanta. La pedal steel è lancinante, il lavoro del basso eccellente quando fondamentale: il duetto tra i due fratelli ricorda quelli eccelsi di Delaney & Bonnie (altra coppia di parenti musicali a me molto cara).

Di nuovo applausi.

Poi, a chiudere la prima facciata, Cut Em Loose, brano più veloce, tosto e, soprattutto sempre molto ispirato.

La seconda parte (il vinile è color viola, bellissimo!) si apre con un piano che ricorda certe cose di Leon Russell, quello dei tempi d’oro: il brano è Second Hand Man, molto elettrico, corale, niente vocalizzi elettrizzanti ma grande dispiego di chitarre. Cry Over Me è invece una ballatona cantata dalla sola Lanesha. L’interpretazione è buona, sotto la voce si muovono piano e organo, Lanesha canta bene, forse il brano è un po’ ripetitivo, o forse solo troppo lungo. Soul pop, e ancora viene in mente Leon Russell (magari quando girava con Joe Cocker), è la matrice di I Need You, un’altra ballata struggente in cui Randolph alla voce duetta con la sua pedal steel, ben supportato dalle tastiere. È poi la volta di una bella cover di Little Milton, I’m Living Off The Love You Give: grande resa, molto solida, ben cantata con CObb alla ritimica in odor di Doobie Brothers e California w Randolph che spazia su tutto il manico della pedal steel. Più di maniera la finale Strange Train, sferragliante boogie cantato da tutti all’unisono, con una bella parte rallentata nel mezzo ed il basso in grande evidenza nell’incandescente parte finale.

HENRIK CEDERBLOM – Zobop

di Paolo Baiotti

30 novembre 2019

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HENRIK CEDERBLOM
ZOBOP
Kakafon Records 2019

Produttore, Chitarrista e tastierista svedese con una lunga carriera alle spalle, Henrik ha militato negli anni novanta nei Simbi, band di “mizik rasin”(roots music), un genere haitiano originato dal Vodou, mischiato con il folk e il rock and roll. Curioso il fatto che si trattasse di musicisti svedesi, soprannominati gli haitiani con gli occhi blu! In seguito ha partecipato a progetti di vario genere, tra i quali i Den Fule (un mix di folk, rock e world music), la Kraken Shanty Band, collaborando inoltre con altri artisti locali come Daniel Lemma e Sofia Karlsson.
Zobop è il suo debutto da solista, presentato come un disco di musica folk per chitarra elettrica, sezione ritmica, sax e percussioni elettroniche, che si avvicina molto al jazz con qualche venatura dance e fusion. Un disco strumentale incentrato sul ritmo e la melodia, nonché sulla connessione tra i quattro musicisti, ispirato da Bill Frisell, Franz Zappa, Tony Allen e Jeff Beck. Le influenze afroamericane sono evidenti nel groove di Fillevaeren (il batterista di colore è Tapha Ndiongue), e nella title track in cui la batteria è sempre in primo piano unitamente a una chitarra che vira verso il rock, mentre Giragala è più vicina alla fusion e Franx richiama melodie folk ricamate dal sax di Sten Kallman. La passione per il folk nordico si nota maggiormente nei delicati fraseggi di Skoldapaddan e nel tradizionale Bergrummet, sempre filtrato dalla sensibilità di Henrik e miscelato con un’attitudine jazzata, mentre in Happy Buddha il jazz si fonde con la lounge music.

KALAHYSTERI – Kalahysteri

di Ronald Stancanelli

24 novembre 2019

KALAHYSTERI disco[1609]

KALAHYSTERI – Kalahysteri (2016)

A Verona c’era un locale che si chiamava COHEN e che era caratterizzato dal proporre musica di eccellente livello e che soddisfaceva una miriade di appassionati musicali che vi si attardavano a chiacchierare dopo interessanti concerti di personaggi anche di culto. Il locale esiste ancora, mantiene lo stesso nome (!) ma è cambiata la proprietà che adesso si è orientata su un target giovanile ed ha notevolmente modificato la tipologia di musica proposta allontanando di fatto una considerevole se non proprio tutta , fetta di persone, che fino all’anno scorso li vi andavano sicure di fruire di un certo discorso sia musicale che culturale di spessore. Chi vi scrive ha anche contattato la nuova proprietà per organizzare in loco una festa di compleanno ma non abbiamo avuto neanche il piacere di una risposta, rivolgendoci poi ovviamente da altra parte. Purtroppo diverso era il trait d’union che esisteva nella precedente gestione, ricco di pathos, gentilezza solidarietà e disponibilità.

Vogliamo ricordare, tanti amici e io, la precedente proprietà e omaggiarla, per quanto fatto precedentemente, ricordando quindi una serata speciale che fu imperniata su un gruppo sconosciuto che colà veniva presentato al pubblico veronese, caratteristica questa che si sommava ai vari artisti più noti che ovviamente venivano generalmente proposti.

Andiamo con la memoria a inizio marzo 2018 quando il gruppo tutto femminile e tutto grinta delle Kalahysteri, che vuol dire Bella Isteria, si esibirono in uno grande, scatenato e favoloso show che entusiasmò tutti i presenti.

Le Kalahysteri, se la memoria non inganna sono un gruppo strepitoso di tre ragazze venete, ma forse una era del bergamasco, ora non ricordiamo con esattezza, ma quello che rammentiamo fu un concerto entusiasmante e ricco di gran classe. Bravissime, estroverse, brillanti, luminose, allegre e sfolgoranti, questi gli aggettivi per dare la giusta esatta idea di cosa questo combo sia. Assistere ad un loro show è realmente un evento e questo purtroppo si perde in buona parte nel loro lavoro su disco che pur piacevole e coinvolgente non rende a pieno la parte roboante dei loro sfavillanti concerti, ciò non toglie che il loro album omonimo del 2016 non sia degno di nota e acquisto, anzi. Ma le tre fanciulle raggiungono un climax eccezionale quando sono sul palco ed è per questo che esortiamo i lettori a cercarne notizie in rete ed andarle alla prima occasione a vederle e sentirle dal vivo. Propongono pezzi loro ma non disdegnano sul palco qualche rara cover. Appassionate di country roots folk, pare le fanciulle siano cresciute con l’ascolto e il trasporto di Dolly Parton, ed Emmilou Harris ma noi ci troviamo nel loro lavoro e percorso anche la classe cristallina di Carrie Rodriguez, ascoltare la suadente Tree.

Giusi Pesenti è una forza della natura, suona qualsiasi tipo di percussione le capiti a tiro compresi cucchiai di legno, posate, forcelle e quant’altro, se non erro anche lo scacciapensieri, Elisa De Munari il basso, il contrabbasso, il banjo e Astrid Dante la chitarra. Tutte tre cantano. Nel loro cd , peccaminosamente troppo breve sono aiutate da Silva Cantele all’organo e da Matt Mordin al mandolino. Propongono, sia in disco che sul palco, un intenso pot-pourri che mescola sapientemente country, folk, punk, jazz, etno, swing, zydeco, rockabilly, americana, pop e blues in modo mirabile, ma ripetiamo, fermo restante che il loro disco è molto piacevole e ne consigliamo l’acquisto, esortiamo tutti ad andare assolutamente a vederle dal vivo. Qualcosa si trova su you tube e buttateci immediatamente l’occhio. L’album, forse autoprodotto, targato Pitshark Records, credo con sforzi e sacrifici, è stato registrato in quel di Montebelluna e la sua copertina campestre in bianco e nero vale più di tante altre parole. Parlando di artiste che ci hanno entusiasmato ultimamente, la genovese Charlie, Eloisa Atti e le Kalahysteri sono cinque fanciulle assolutamente da scoprire e parlo di musica non di vestiario, pur essendo tutte quante di aspetto estremamente notevole e piacevole.

Quattro su cinque sono passate l’anno scorso dal vecchio Cohen e di questo non potremo finire di ringraziare chi ce le ha proposte con buon gusto e occhio musicale molto fino.

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MARTHA L. HEALY – Keep The Flame Alight

di Paolo Baiotti

15 novembre 2019

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MARTHA L. HEALY
KEEP THE FLAME ALIGHT
Autoprodotto 2018

Cantautrice scozzese con radici irlandesi, cresciuta con una dieta basata su Eagles, Traveling Wilburys e Dubliners, alla quale crescendo ha aggiunto dosi di Patsy Cline, Sheryl Crow, Carole King e Dolly Parton, ha esordito con l’Ep To Be Free in cui ha affiancato a due brani autografi due covers di Patsy Cline e Hank Wiliams. In seguito si è spostata a Nashville, dove ha scritto gran parte di Keep The Flame Alight alla fine del 2016 ed è tornata nell’ottobre 2017 per registrarlo con il produttore David Spicher, già associato a Kathy Mattea, Pam Tillis, Crystal Gayle, Jerry Douglas e Jim Lauderdale, che ha radunato in studio alcuni musicisti locali molto quotati. Mi riferisco a Todd Lombardo (chitarra e mandolino), Eamon McLoughlin (violino, archi), Bill Cooley (chitarra) e alla cantautrice Wendy Newcomer alle armonie vocali.
Martha si è esibita più volte in Tennessee da sola, mentre in Scozia spesso suona in duo con il cantautore Al Shields. Il suo modo di cantare caldo ed espressivo è stato paragonato a Nanci Griffith, Gretchen Peters e Lori McKenna, con una scrittura e degli arrangiamenti country-folk che non dimenticano influenze celtiche. Keep The Flame Alight è un disco scorrevole, forse un po’ troppo imparentato con un country-pop che manca di profondità, nel quale emergono comunque le doti vocali della cantante e dei testi semplici e riflessivi su temi personali come famiglia, relazioni, amicizia, rapporto ambivalente con la propria terra. Si distinguono la ballata Unmade Bed arrangiata con gli archi, il mid-tempo country No Place Like Home con un violino malinconico, Fall In Love Again influenzata dai primi Eagles e Woman With No Shame in cui emerge il dobro di Chas Williams, mentre nella lunga e narrativa Sisters To Strangers la Healy è aiutata dalla voce e dal mandolino della Newcomer.  
Keep The Flame è un discreto disco di cantautorato country/roots. Martha ha delle doti vocali non indifferenti che potrebbero interessare ad una major, ma riuscire ad emergere in ambito country non è facile.

JORDI BAIZAN – Free And Fine

di Paolo Baiotti

15 novembre 2019

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JORDI BAIZAN
FREE AND FINE
Berkalin Records 2019

Cantautore texano multiculturale, nato a Houston da genitori cubani e spagnoli, sposato con una donna messicana, Jordi si occupa di musica da molti anni, affiancandola ad una piccola attività imprenditoriale indispensabile per mantenere la famiglia (ha quattro figli). Adesso che i ragazzi sono cresciuti, la musica ha aumentato il suo spazio; nel 2017 ha esordito con Like The First Time seguito da Free And Fine, ottenendo premi in Texas e Florida per le qualità compositive. Rassicurato dall’esito dell’album d’esordio, ha scelto come produttore Walt Wilkins, un altro cantautore locale che ha alle spalle parecchi album solisti e una collaborazione con Kevin Welch. Walt ha chiamato l’amico Rod Flynt, utilizzando il suo studio Jumping Dog a Austin dove ha radunato un gruppo di musicisti tra i quali Ray Rodriguez (batteria), Bill Small (basso) e Chip Dolan (tastiere).
La scrittura di Jordi privilegia ballate intimiste piuttosto delicate, che si adattano alla sua voce morbida e melodica, accompagnate da una strumentazione venata di country come in Whiskey With Water dove spicca il violino di Heather Stalling o in Desert Line, ammantata da cori di stampo californiano di Walt e della moglie Tina, che contribuiscono anche alla cadenzata Winter’s Come in cui spicca la lap steel di Corby Shaub. I testi sono basati su storie semplici e personali, come l’incontro casuale di Could Have Been Us che lascia l’idea di un qualcosa che sarebbe potuto succedere, l’amore a prima vista di Between The Sun And The Moon in cui è aiutato dalla voce della cantautrice Jaimee Harris o il corteggiamento del valzer rilassato di Let’s Have Seconds. Non mancano i richiami ad eventi più drammatici quali una malattia incurabile in Footsteps On The Ceilings o l’alluvione in Heroes All Around. D’altronde la scrittura del disco è stata condizionata dall’uragano Harvey che nell’agosto del 2018 ha colpito anche la casa dell’artista, abbandonata in tutta fretta con la famiglia e dalle emozioni e riflessioni provocate da questo evento.
E’ difficile inventare qualcosa di nuovo in ambito cantautorale, ma Jordi sembra avere le carte in regola per proseguire la sua avventura solista, vedremo fino a che punto.

KING OF FOXES – Salt & Honey

di Paolo Baiotti

10 novembre 2019

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KING OF FOXES
SALT & HONEY
Olivia Street 2018

Olivia Street è la cantante e leader di questa formazione di Edmonton, coadiuvata dalla chitarra di Brandon River e dal basso di Reid Thiel, con l’aggiunta della batteria di Stew Kirkwood, che ha prodotto e registrato l’Ep Salt & Honey, supportato dalla città canadese che nel 2018 ha nominato la band come “Artist To Watch” negli Edmonton Music Awards. Hanno un suono pulito, che incrocia elementi di Brit Pop e Indie Rock, guidato dalla voce tonica e melodica, a tratti sognante di Olivia, che aveva già lasciato il segno in Golden Armour, esordio del 2016.
La formazione è in attività dal 2013, sempre guidata dalla cantante, figlia di un sassofonista classico, già membro del gruppo reggae Souljah Fyah. Qualche elemento di reggae permane nell’opener Backsliders, un pop ritmato scorrevole e accattivante, mentre All I Need esplora il lato rock della band, seppur mitigato dalla voce morbida e da un break sognante, lasciando uno spazio di manovra alla chitarra di Brandon. Laundry List è una ballata pop arrangiata ed eseguita con cura, un possibile hit radiofonico, che sfuma nel breve strumentale Lost Horizon, seguito da Cartagena, una dreamy song ballabile e leggera, impreziosita dalle tastiere di Brennan Cameron, con un break in cui il suono si indurisce mettendo la chitarra in primo piano e un finale strumentale soft e da Open Room, caratterizzata da un groove trascinante tra rock e pop e da una melodia indovinata. La ballata Room With A View chiude i 22’ minuti del mini album, scorrevole e disimpegnato.

LAZY AFTERNOON – Almost Home

di Paolo Baiotti

10 novembre 2019

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LAZY AFTERNOON
ALMOST HOME
Artache/Paraply 2019

Da sempre la Svezia produce musicisti influenzati dalla musica roots americana. Questi Lazy Afternoon si presentano come gruppo di country frizzante, speziato con Tex-Mex, Irish folk, Cajun e Rock ‘n’ Roll…una definizione che effettivamente copre in modo esaustivo la loro proposta. Non sono dei ragazzini…anzi, a partire da Jorgen Ahlqvist (fisarmonica e melodeon) padre di tre figli adulti, proseguendo con Stefan Magnusson (basso e batteria, insegnante di musica), Bo Ahlbertz (bouzouki, armonica, voce solista e principale compositore), chiudendo con Cristina Safsten (voce e chitarra), coadiuvati in Almost Home, il loro secondo album, da Maria Nordseth (voce), Lars Johansson (basso) e Pontus Nordborg (chitarre e voce). Hanno esordito nel 2016 con Whatever, mantenendo lo stesso stile musicale in Almost Home con l’aggiunta della voce di Cristina, vicina alle cantanti di folk inglese. Nella loro musica la fisarmonica gioca un ruolo primario, pari a quello della chitarra (prevalentemente acustica) o della sezione ritmica, sia in ballate come Locked che richiama alla lontana gli irlandesi Pogues con un pregevole impasto vocale, sia in tracce più scattanti come All This e Almost Home o nel cajun Water. In alcuni momenti le melodie sono un po’ banali, ad esempio nell’iniziale Make Love Real o in Every Time, ma il country folk Sunshine e la reggata The World Is Her Home ci trasportano serenamente alla conclusione del disco, affidata alla morbida Those Words Are True, attraversata da venature gospel, ma ancora una volta ammantata da una melodia un po’ scontata.

TORONZO CANNON – The Preacher, The Politician Or The Pimp

di Paolo Crazy Carnevale

3 novembre 2019

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TORONZO CANNON – The Preacher, The Politician Or The Pimp (Alligator/IRD 2019)

Lunga, lunghissima gavetta quella del cinquantunenne Toronzo Cannon, bluesman chicagoano da qualche anno accasato presso l’Alligator Records. Tanto lunga che prima di incidere il suo debutto nel 2007 è arrivato alla soglia dei quarant’anni. Però bisogna dire che attenderlo è valso davvero la pena, perché quel che esce dalle corde vocali e dalla chitarra di questo talentuoso musicista è davvero un blues maturo.

Questo disco è il secondo che pubblica con l’etichetta blues per eccellenza ed è davvero molto godibile, un disco di blues torrido e intenso, le influenze sono quelle classiche, ma nel suo blues c’è davvero soprattutto tanta anima, un’anima che sprizza da ogni fraseggio della sua sei corde e che ci regala preziose sfumature ogni volta che apre la bocca per cantare.
La formazione è stringata, essenziale, con Cannon ci sono basso (Marvin Little) e batteria (Melvin Carlisle) e tastiere Roosevelt Purifoy, ma dove necessario non mancano gli ospiti: lo stile è quello della città di provenienza, dove Cannon quando non è in giro a suonare fa l’autista sugli autobus.

E che si trattava di blues della Windy City era già chiaro dal titolo del disco precedente, The Chicago Way, nominato per i Grammy nel 2017, a ribadire il concetto in questo disco troviamo un brano dal medesimo titolo in cui Toronzo canta: “Ho infranto alcune regole/ho pagato alcuni debiti/suono il mio blues/alla maniera di Chiacago”, molto più che una semplice dichiarazione d’intenti.

Il brano – terzo del disco – è preceduto dalla title track e dall’ottimo attacco di Get Together Or Get Apart.

Su Insurance, c’è ospite l’armonicista Billy Branch, titolare dell’ottimo tributo a Little Walter di cui ci siamo già occupati, in Stop Me When I’m Lying ci sono i fiati che movimentano il tema in chiave shuffle, mentre nella lunga She Loved Me (Again) Toronzo fa ululare la sua chitarra fin dalle prime note lanciando un’introduzione strumentale di quasi un minuto, poi parte con la voce che fa il paio con la chitarra, mentre Purifoy con l’organo si occupa della tessitura di trame insinuanti.

The Silence Of My Friends è un piccolo capolavoro a cavallo tra blues e gospel, grande intro piano e voce, poi si inseriscono gli altri e soprattutto la chitarra che si lancia in un fraseggio spettacolare e il gioco è fatto, una ballata struggente ispirata nientemeno che da Martin Luther King.

Cambiano le atmosfere, Toronzo passa dall’elettrica ad una resofonica in The First 24, un brano più vicino al blues delle origini, poi in That’s What I Love About ‘Cha si fa accompagnare dalla voce della corpulenta Nora Jean Bruso, dando vita ad un blues rock guidato dal pianoforte che rimanda per certi versi (saranno le due voci) a Delaney & Bonnie, in versione black (ma quanto black erano i Bramlett, nonostante la pelle bianca?). Il blues più standard fa capolino in Ordinary Woman, vagamente jazzata nell’uso del piano, non il brano più entusiasmante del disco, che riprende però quota con Let Me Lay My Love On You, che risposta l’asse da New Orleans a Chiacgo, il tutto prima del finale, la lenta (pianistica nell’introduzione) I’m Not Scared, un brano robusto che vede schierare un bel trio di coriste, mentre a dar manforte al titolare nelle sorti chitarristiche c’è Joanna Connor, qui alla slide, rossocrinuta chitarrista definita la regina della chitarra rock blues, alla faccia di Ana Popovich! Il brano è notevole, una delle perle del disco con The Silence Of My Friends e That’s What I Love About ‘Cha, e Cannon sfodera qui influenze hendrixiane finora sopite nell’ascolto degli altri brani.

BILLY BRANCH & THE SONS OF BLUES – Roots And Branches

di Paolo Crazy Carnevale

30 ottobre 2019

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BILLY BRANCH & THE SONS OF BLUES – Roots And Branches (Alligator/IRD 2019)

Ecco qui, fresca di produzione, una delle migliori proposte di casa Alligator degli ultimi tempi, un altro disco di armonica blues, ma stavolta la classe è eccelsa e lo strumento armonica è suonato con feeling anziché come sfoggio di tecnica e bravura. E il blues si sa è tutto fuorché sfoggio di tecnica e bravura, che, se poi ci sono non guastano, ma sono di secondaria importanza rispetto all’anima.

E in questo disco di Billy Branch l’anima straborda da ogni nota, sia soffiata nell’armonica, sia prodotta dai suoi accompagnatori.

E non poteva essere diversamente in un disco che omaggia la musica di uno dei grandi protagonisti dell’armonica blues, un autentico monumento del Chicago sound, quel Little Walter che fu uno dei tanti artisti prodotti da casa Chess.

D’altra parte con casa Chess il buon Billy ha un rapporto privilegiato, essendo stato per alcuni anni nella band di Willie Dixon, non solo bassista di studio della Chess Records per i dischi di quasi tutti coloro che vi incidevano, ma anche autore di un’infinità di classici (in questo disco ne troviamo un paio, composti appositamente per Little Walter).

Se Branch con l’armonica è un drago di bravura e riesce perfettamente a replicare il suono e lo stile dell’illustre collega, il gruppo lo segue davvero eccellentemente, suonando in maniera molto moderna, con grande conoscenza della materia.

Ascoltate la versione di Blue And Lonesome, Branch canta con inflessione soul fantastica mentre il pianista Sumito Aryoshi fa volare le dita sulla tastiera con sopraffina leggerezza e Giles Corey ordisce spunti struggenti sul manico della sei corde. E il brano finisce col non aver nulla da invidiare alla versione che solo un paio d’anni fa ci hanno regalato i Rolling Stones su quell’eccellente disco che proprio da questa canzone prendeva il titolo.

E che dire della versione dello strumentale Roller Coaster di Bo Diddley, proposto qui in un arrangiamento che richiama il sound chick-a-boom di Johnny Cash su cui l’armonica detta legge, meno interessante l’altro strumentale, Juke, seguito invece da una bella resa dello shuffle Last Night. D’effetto anche il boogie Hate To See You Go, robusto e deciso; dalla penna di Dixon ci sono Mellow Down Easy e una convincente My Babe con grande lavoro del pianista Aryoshi (che è co-produttore del disco insieme al titolare), cambi di tempo, atmosfere latine che incredibilmente non stonano e un break di armonica da urlo.

Molto bello anche il medley Just Your Fool/Key To The Highway, con un lavoro molto interessante del chitarrista che lavora finemente in sottofondo, e poi Nobody But You, Boom Boom Out Go The Lights, One More Chance With You, con Branch che si trasforma in blues crooner, via via fino alla conclusiva e cadenzata Blues With A Feeling, all’insegna del blues più classico e sincopato seguita da un breve ricordo di Little Walter da parte della figlia Marion che suggella un riuscito ed originale tributo.

TIM GRIMM & THE FAMILY BAND – Heart Land Again

di Paolo Crazy Carnevale

30 ottobre 2019

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TIM GRIMM & THE FAMILY BAND – Heart Land Again (Appaloosa/Cavalier 2019)

Nuovo disco per il cantautore Tim Grimm, sulla breccia ormai da oltre un ventennio. Accasatosi presso la Cavalier Records ma con esclusiva italiana dell’Appaloosa, Grimm è infatti stato spesso ospite nel nostro Paese, e proprio per l’etichetta lombarda ha deciso di dare alle stampe questa sua rivisitazione del suo disco del 1999 Heart Land, originariamente su Vault records,il disco che per sua stessa ammissione era nato dalla scelta di andare a vivere nel Mid West, innamorandosi dell’atmosfera rurale e della gente che ne è parte e che gli ha ispirato le canzoni.

In quel periodo Grimm e sua moglie Jan avevano acquistato una fattoria di 80 acri nell’Indiana e da questa scelta erano appunto scaturite le canzoni che costituivano il disco e che Grimm sostiene siano arrivate come una sorta di dono.
Ora, a vent’anni di distanza, continuando ad altalenarsi tra musica, teatro e vita rurale, in quella fattoria dove lui e Jan hanno tirato su i loro figli Jackson e Connor, è tornato a rivivere quel vecchio disco, le cui canzoni sono state riprese in Heart Land Again. E la Family Band è composta tutta dai componenti del nucleo familiare dei Grimm, Tim canta e suona la chitarra, Connor si occupa di basso elettrico ed acustico, Jackson di chitarre, mandolino, harmonium e banjo, Jan dell’armonica.
Il risultato è una brillante e godibilissima rivisitazione quasi totale (con un paio di brani nuovi) di un disco costruito su storie rurali, molto riuscite, incentrate sui ritmi stagionali della fattoria, sui personaggi che le orbitano attorno, storie pregnanti, piccoli racconti, scenette di vita quotidiana, intimità rurale, deliziosi arrangiamenti che mettono in risalto il cantato di Tim e il suo songwriting, con gran parte del merito da attribuire a Jackson Grimm che ne sottolinea molto azzeccatamente le sfumature sia tra le mani sue mani sia stretta una chitarra elettrica, un’acustica, un mandolino, mentre tutta la famiglia provvede alle armonie vocali.

Dall’iniziale Staying In Love al ritmo ossessivo del traditional Sowin’ On The Mountain, al talkin’ folk di Perfect Getaway che racconta del tentativo di fuga di tre ragazzi decisi a sfuggire alla noia della provincia, diretti verso la California, ma mai arrivati.

80 Acres, prende evidentemente le mosse proprio da quella fattoria acquistata dai Grimm, That Old Man ha un delizioso supporto strumentale ed è dettata dall’amore per la terra che Grimm ha mutuato dal nonno.

Oltre ai Grimm, nel disco si ascoltano il piano di Dan Lodge-Rigal (che è l’unico musicista della conclusiva Pumpkin The Cat) e le percussioni di Ben Lumsdaine, mentre la produzione è affidata a David Weber che si era preoccupato di registrare anche l’Heart Land originario.

BLIND LEMON JAZZ – After Hours

di Paolo Baiotti

29 ottobre 2019

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BLIND LEMON JAZZ
AFTER HOURS
Ofeh Records 2019

Blind Lemon Jazz è uno dei progetti di James Bayfield, conosciuto con lo pseudonimo Blind Lemon Pledge, cantautore blues/roots americano che in passato ha lavorato in altri settori audiovisivi. Per questa operazione l’artista ha chiamato un quartetto di musicisti jazz: la cantante Marisa Malvino dotata di una voce calda, espressiva e languida, l’eccellente pianista Ben Flint, il bassista Peter Grenell e il batterista Joe Kelner. Dal canto suo James ha composto, arrangiato (con Flint) e prodotto tutti i brani, ricavandosi uno spazio limitato come strumentista.
Se nei precedenti sette album incisi in carriera aveva alternano blues elettrico e acustico, folk/roots, blues-rock e New Orleans jazz, con questo nuovo quartetto di artisti della Bay Area siamo in puro ambito jazz, con atmosfere da piano bar, rilassate e raffinate che ricalcano il suono della Harlem degli anni trenta e quaranta, pur trattandosi di brani autografi. After Hours è un disco sofisticato e bluesato che comprende 13 brani da night club fumoso (se ancora ne esistono), eseguiti da musicisti preparati e competenti.
Piano e voce sono in primo piano nel soul-jazz How Can I Still Love You, nella swingata Rich People In Love, nel blues If Beale Street Was A Woman che ricalca Black Coffee (hit di Sarah Vaughan e Ella Fitzgerald), nella raffinata title track, in You Can’t Get There From Here spruzzata di umori gospel, nella ballata Moon Over Memphis, in Lights Out dedicata a San Francisco. La sezione ritmica mantiene un profilo discreto, pur fornendo una base essenziale al suono, mentre James organizza dietro le quinte, lasciando spazio alla sua voce e chitarra in Blue Heartbreak che chiude il disco.
After Hours è un tentativo, tutto sommato riuscito, di ricordare un periodo e un’atmosfera, con nuove composizioni che non possono che suonare derivative.

DOUG COLLINS & THE RECEPTIONISTS – Good Sad News

di Paolo Baiotti

29 ottobre 2019

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DOUG COLLINS & THE RECEPTIONISTS
GOOD SAD NEWS
Doug Collins Music 2018

Considerato uno degli autori più interessanti di Minneapolis, Collins ha già pubblicato tre dischi, esordendo nel 2013 con Those Are The Breaks, seguito da due mini album, Davemport, Iowa e Complicated Compliments. Accompagnato da Charlie Varley al basso e Billy Dankert alla batteria (The Receptionists), giunge al secondo album di lunga durata registrato e prodotto con Rob Genadek. Le canzoni di Doug sono semplici, melodiche, esempi di pop di matrice beatlesiana mischiato con influenze anni cinquanta (ricorda un po’ Buddy Holly) e country, con echi di Hank Williams, Nick Love e Roy Orbison. Un mix “old fashioned” che scorre veloce, ballabile, rilassato, con la voce rotonda e ben modulata di Doug in primo piano, coadiuvata da una sezione ritmica brillante e scattante al punto giusto. Il beat dell’opener Conversation With My Heart potrebbe interessare le radio di mezzo mondo, se ci fosse ancora la voglia di andare a spulciare tra le pubblicazioni di nicchia. All’atmosfera allegra e ritmata del suono si contrappongono dei testi intimi e curati, incentrati soprattutto sulla difficoltà delle relazioni personali che contribuiscono alla riuscita del disco, che nel titolo riflette proprio questo contrasto tra il positivo e il negativo. Please Don’t Make Me Leave You è una ballata che avrebbe reso felice Roy Orbison con il delizioso piano di Jeff Victor, Tomorrow un mid-tempo raffinato con dei cori avvolgenti. Le influenze country sono evidenti nella ritmata Little House, nei profumi latini della ballata I Saw You Dancin’ e in Halfway Thru, tracce nelle quali ha un ruolo importante la pedal steel di Joe Savage, mentre la romantica Hey Mary con la fisarmonica di Dan Newton e il rock and roll Top On The Watertower evocano atmosfere dello scorso secolo. Non è un caso che Doug sia stato definito un uomo d’altri tempi; la sua musica è fortemente ancorata al passato, ma suona fresca e contemporanea, anche se non sarà facile trovare un pubblico e, soprattutto, delle radio disposte a supportarla.