Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

BEN BEDFORD – The Hermit’s Spyglass

di Paolo Crazy Carnevale

22 aprile 2019

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BEN BEDFORD – The Hermit’s Spyglass (Cavalier/IRD 2018)

Non conoscevo assolutamente questo barbuto songwriter americano, e la copertina spartana, con altrettanto spartane note mi diceva solo che il disco è tutto opera sua, suonato, composto e cantato in assoluta solitudine. Va da sé che non volendomi fare influenzare cercando notizie ulteriori sul disco mi sono buttato nell’ascolto e basta.

Sorpresa! Che signor disco questo The Hermit’s Spyglass, una raccolta di brani cantati e strumentali totalmente acustici (poteva trattarsi anche di uno di quegli autori alla Prince o Jonathan Wilson, che si suonano tutto da soli), decisamente gradevoli, ben concepiti e altrettanto ben eseguiti. L’eremita del titolo a questo punto non può che essere lui stesso, il titolare, che se ne vive in solitudine col suo gatto, Darwin, nella sua fattoria sperduta nelle praterie dell’Illinois, concependo piccoli gioielli come quello di cui stiamo appunto parlando. Bedford non è alla sua prima esperienza, ci sono almeno quattro altri dischi prima di questo, ed è già stato acclamato come un erede di Dylan, Townes Van Zandt, John Prine. Ora, forse tutta questa acclamazione può sembrare fuori luogo, eccessiva, ma il Bedford è davvero un soggetto a cui dedicare attenzione. Magari Prine e Dylan non c’entrano più di tanto, piuttosto ci trovo delle similitudini con Bruce Cockburn (che non è sicuramente da meno), soprattutto per l’uso della voce e per la capacità con la chitarra. Lo scorso anno è stato anche uno dei vincitori del Kerrville Folk Festival, autentica pietra miliare tra le storiche manifestazioni musicali texane.

Quello che importa però, al di là dei paralleli e dei paragoni è il contenuto del disco, undici tracce, alcune decisamente riuscite, altre, magari, troppo brevi per brillare da sole, ma teniamo pur sempre conto che si tratta di un disco concepito come un progetto, come una storia della prateria, la storia del girovagare di Bedford e del gatto. Se composizioni come Morning Rise (cantata) o The Hermit’s Cat (strumentale) sono appunto degli sketches di breve durata, altre sono decisamente autentiche piccole perle che sarebbe un peccato trascurare.

Little Falcon è invece già una canzone di tutto rispetto, molto bella, le fa seguito lo strumentale Larkspur Awakes (tutt’altro che interlocutorio) e più avanti brillano in particolare un altro brano cantato intitolato Coyotes (qui l’influenza di Cockburn è quanto mai evidente), davvero sorprendente, come anche lo strumentale The Mule And The Horse, assolutamente ben costruito, con una notevole padronanza dello strumento. Più intimista è invece Moon And March End, di nuovo cantata, e sulla stessa lunghezza d’onda è Thunderstorm. Morning Conversations, meno di un minuto e mezzo è cantata e racconta dei dialoghi tra il gatto e gli uccelli, di cui il felino pare conoscere il linguaggio. Il finale è affidato ad un ultima creazione strumentale struggente, Quiet on The Green Hill, vagamente folkie, avvincente, bella insomma.

Chapeau!

JOSHUA BRITT – Starting Over In A Storm

di Paolo Crazy Carnevale

15 aprile 2019

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JOSHUA BRITT – Starting Over In A Storm (Appaloosa 2019)

Non poteva mancare: dopo i dischi solisti dei suoi due colleghi negli Orphan Brigade, l’Appaloosa ha pubblicato, all’inizio dell’anno il disco da solo di Joshua Britt. Il discorso potrebbe essere complesso, o forse no, però ci permette di tirare le conclusioni una volta per tutte su questi tre artisti.

Si suol dire che non sempre la somma di tre talenti corrisponda al valore reale dei tre, in genere quando musicalmente si mettono insieme dei nomi ed il risultato è inferiore alle aspettative (ricordate la Souther-Hillman-Furay Band?). Gli annali della musica rock sono pieni di tali esempi. Con questi musicisti il problema è inverso. Tre discreti cantautori, chi più chi meno dotato (Ben Glover è quello messo meglio, mentre Neilson Hubbard è il più accreditato in sede di produzione) che messi insieme riescono ad incantare con un progetto ricco di spunti, idee e suggestioni.

Singolarmente però la storia suona differente.

Se il disco di Glover poteva anche essere carino, quello di Hubbard uscito poco dopo stentava a passare la sufficienza: Britt ne resta al di sotto. Non basta la produzione di Hubbard (che in altri frangenti si è rivelato capace e talentuoso produttore, ma una cosa è produrre le canzoni di una fuoriclasse come Mary Gauthier, altra è cavar qualcosa dalle sonnacchiose composizioni di Britt) a fare di questo CD un prodotto interessante: il suo sound neo folk è decisamente da catalessi.

Non vi è un guizzo, uno stimolo a cercare di approfondirne la conoscenza, dopo tre brani sembra aver già detto tutto, non basta il suono Farfisa della quarta traccia, Summer Heat’s On (cantata con un piglio un po’ più pimpante), a risvegliare l’ascoltatore dal torpore. Ed il secondo ascolto non cambia l’impressione. Ci sono troppi bei dischi (vecchi o nuovi) in circolazione per perdere tempo con questo.

Forse, se i tre “Orfani” non ci arrivano da soli, i loro consulenti musicali potrebbero provare a far capire loro che la loro magia si accende quando lavorano insieme e che pubblicare in due anni tre dischi da solisti e due come band intasa ed inflaziona il mercato, oltre a lasciare l’ascoltatore con l’amaro in bocca.

MICHAEL McDERMOTT – Out From Under

di Paolo Crazy Carnevale

15 aprile 2019

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Michael McDermott – Out From Under (Appaloosa/Pauper Sky 2018)

A tamburo battente. Michael McDermott non cede di un centimetro, di cose da dire deve averne tante e uscito dalle sue varie dipendenze, rinato artisticamente pare avere l’urgenza di pubblicare senza troppi indugi tutto quello che sta uscendo dalla sua penna e dalla sua chitarra. Mentre sto scrivendo queste righe sul disco uscito lo scorso anno ne è già nei negozi uno nuovo. Tutti pubblicati dalla sua etichetta personale, Pauper Sky, titolo di un’ottima canzone incisa con i Westies (il progetto parallelo alla carriera solista) nonché nome dello studio chicagoano di casa sua, e in esclusiva per l’Europa per l’Appaloosa.

Questo Out From Under conferma il buono stato di salute di McDermott, undici tracce con storie di America profonda, quella delle lunghe strade perse nel nulla con stazioni di servizio che ricordano quelle viste in decine di film, dal bogartiano La foresta pietrificata in poi, ma anche le periferie più degradate e povere. McDermott, accompagnato dai soliti fedeli amici (dalla violinista Heather Lynne Horton al tastierista John Deaderick e al polistrumentista Will Kimbrough), fin dalla prima traccia lascia subito segni graffianti: Cal-Sag Road si apre con atmosfere desertiche, quasi fosse la colonna sonora di un film commentato musicalmente da Ry Cooder, con un testo che è un film a sua volta, un po’ pulp, un po’ hard boiled, coinvolgente; tanto quanto la successiva e acustica Gotta Go To Work, altro drammatico ritratto di quell’America lontana dai lustrini e dai sorrisi patinati, una storia da classe operaia incazzata. La stessa America cantata, sempre senza mezzi termini in Knocked Down un talking rock dalle inflessioni dylaniane con implicazioni sicuramente autobiografiche che raccontano il fondo toccato nei momenti più bui.

Sad Songs racconta della voglia di scrivere storie più allegre, una voglia che rimane però tale, come dice il titolo stesso di questo brano che musicalmente è molto debitore alla scuola di Johnny Lyons, in arte Southside Johnny. Il pessimismo regna anche in This World Will Break Your Heart, ma nella title track ecco la svolta, la volontà di farcela è il tema conduttore di questa song dall’andamento quasi western in cui il protagonista (l’autore) si rivolge così alla propria amata: “Svegliami da questo torpore crudele e insensato, per vivere una vita di amore, luce e stupore, oh so che un giorno riemergeremo”.

Celtic Sea, sembra la prosecuzione del brano precedente, con i due amanti che davvero ce la fanno, sulle note di una chitarra acustica che poi esplode in un arrangiamento più corposo, con le tastiere ben calibrate ed un sound che continua ad aggirarsi dalle parti di Asbury Park. Più qualunque il testo della scanzonata (anche musicalmente) Rubber Band Ring, mentre Never Goin’ Down Again sembra voler ribadire il concetto che i tempi duri sono terminati, con un refrain che suona proprio come un inno. Sideways, è un altro lungo racconto che pare rifarsi all’autobiografia di McDermott, poi, in conclusione troviamo l’elegiaca invocazione di God Help Us, lenta, rarefatta, essenziale: una preghiera.

ELVIN BISHOP’S BIG FUN TRIO – Something Smells Funky ‘Round Here

di Paolo Crazy Carnevale

9 aprile 2019

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ELVIN BISHOP’S BIG FUN TRIO – Something Smells Funky ‘Round Here (Alligator 2018)

Il nome del gruppo dice tutto: una formazione con cui, soprattutto, Elvin Bishop si diverte a suonare. E alla grande.

Il chitarrista californiano (di nascita), è sulla breccia dalla fine degli anni sessanta e di strada ne ha fatta tanta, ha macinato note su note diventando uno dei chitarristi blues dalla pelle bianca più credibili; in anni lontani ha calcato gli stessi palchi di gente come Michael Bloomfield e Allman Brothers Band, si è persino meritato una menzione nel testo di un brano arcinoto di Charlie Daniels all’epoca in cui il suo filone musicale era orientato verso il southern rock più classico ed era accasato (discograficamente) presso l’etichetta Capricorn.

Nel corso di una lunga carriera ha sfornato una ventina di dischi ed ora ha appena pubblicato la sua terza fatica per la Alligator, la seconda attribuita a questo Big Fun Trio che oltre a lui comprende anche il tastierista Bob Welsh e Willy Jordan che si occupa delle percussioni, nella fattispecie del cajòn.

Welsh è uno stretto collaboratore del chitarrista, suona con Bishop da una decina d’anni e cinque CD, ed ha un discreto curriculum alle spalle, va però da sé che il pezzo forte del trio è Elvin, con la sua voce e la sua grande chitarra.
Questo Something Smells Funky ‘Round Here, registrato e mixato in California allinea una decina di brani per lo più composti dai tre componenti (in solitudine o in stretta collaborazione), con l’aggiunta di qualche azzeccatissima cover ripescata nello sterminato songbook del blues.

Il risultato è un suono robusto e ben strutturato, nonostante la formazione si basi praticamente su chitarre, tastiere e cajòn (c’è solo un cameo del fisarmonicista Andre Thierry nella conclusiva My Soul): la prestazione vocale di Bishop (coadiuvato dal percussionista) è assolutamente di buon livello e le chitarre ruggiscono con grinta, sia quando sono suonate normalmente, sia quando le corde vengono strapazzate dal bottleneck.

L’inizio è affidato alla canzone che intitola il disco, un buon lancio, ma il decollo è affidato alla seconda traccia, una ripresa della (Your Love Keeps Lifting Me) Higher And Higher di Jackie Wilson che più riuscita non poteva essere, ricca di groove e passione. Altra cover che incontriamo è Another Mule scritta da Dave Bartholomew, mentre tra i brani originali spiccano Stomp, con una notevole e agguerrita slide e Looking Good un ottimo blues recitato, lento, con gran pianoforte e soprattutto grande chitarra, con Bishop impegnato in una sorta di autobiografia in musica. Da menzionare assolutamente anche la ripresa di I Can’t Stand The Rain (Ann Peebles) con un dispiego d’organo davvero avvincente.

JAMES MADDOCK – If It Ain’t Fixed, Don’t Break It

di Paolo Crazy Carnevale

9 aprile 2019

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JAMES MADDOCK – If It Ain’t Fixed, Don’t Break It (Appaloosa 2018)

Ad appena un anno dal precedente e molto interessante Insanity Vs. Humanity, il rocker britannico di casa negli Stati Uniti torna a colpire con un nuovo disco, un disco dall’approccio molto più virato verso il rock’n’roll rispetto a quel prodotto che ci aveva colpito per l’originalità e la varietà musicale.

Questa nuova uscita non è male, assolutamente, ma convince molto meno, sembra più uscita dall’urgenza di mettere in pista le nuove canzoni che da una reale idea musicale. Maddock ha ormai una nutrita discografia alle spalle e i riferimenti a certe cose dello Springsteen migliore sono più che mai evidenti in questa ennesima fatica, molto più che sul disco del 2017, però si avverte una certa tendenza a ripetersi, le composizioni sono buone ma sembrano un po’ ripetersi.

La band che lo accompagna è naturalmente quella rodata e affiatata che già conosciamo, con le tastiere di Ben Stivers ad imprimere un sound deciso al risultato finale e la sezione ritmica formata da Drew Mortali al basso e Andrew Comess alla batteria che macina molto bene nelle dieci tracce in cui compaiono come ulteriori ospiti solo le voci di Joy Askew e Shannon Conley.

L’inizio è di forte impatto con la solida Discover Me, mentre la virata verso un rock con pianoforte honky tonk della successiva No Love In Our Love non è troppo riuscita.

Assolutamente più riuscita la cover di Loretta, il brano di Townes Van Zandt qui rivisitato in chiave molto veloce e originale, peccato che l’avessimo già ascoltata lo scorso anno sul doppio tributo al cantautore texano prodotto da Andrea Parodi proprio per la medesima Appaloosa.

Ain’t Leaving My Girl For You è un passo indietro, un po’ melensa, anche nei suoni; il disco riprende quota con la sferragliante Knife Edge, un continuo crescendo costantemente sorretto dall’organo suonato da Stivers, qui perfettamente inserito nel ruolo.

Calling My People è invece uno scanzonato incalzante boogie che però con i suoi oltre sette minuti di durata, risulta a lungo andare monotono nonostante i cambi di andatura tra la strofa ed il refrain (per altro accattivante). A seguire Music In The Stars, una ballatona in cui non tutto funziona alla perfezione a livello sonora in cui gli archi sintetizzati stridono eccessivamente, non va meglio con Don’t Lie To Me troppo fifties con un piano alla Perry Como. Prima della conclusione c’è spazio anche per uno strumentale, Dad’s Guitar, dall’ispirazione vagamente surf che ricorda lontanamente Merrel Fankhauser, poi per il finale Maddock e soci tornano ad essere all’altezza della situazione con la breve Land Of The Living che oltre ad un buon tema musicale con la chitarra del titolare finalmente in bella mostra, mette in pista anche un testo meno qualunque, tra riflessione ed ironia, nella scia di quanto ci aveva fatto apprezzare il disco precedente.

JOHN MAYALL: La storia del blues a Fontaneto D’Agogna.

di Paolo Baiotti

7 aprile 2019

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JOHN MAYALL: LA STORIA DEL BLUES A FONTANETO D’AGOGNA.

Sabato 30 marzo il Phenomenon di Fontaneto D’Agogna, nei pressi di Borgomanero, ha ospitato l’ottava e ultima data italiana del tour europeo di John Mayall, il decano del blues inglese.
A 85 anni, compiuti il 29 novembre del 2018, John non solo continua a pubblicare con regolarità (quattro dischi in studio e uno dal vivo negli ultimi sei anni), ma si sottopone a tour che artisti molto più giovani faticherebbero a sopportare. Quello in corso prevede 40 date in 48 giorni in 14 paesi. Inoltre l’artista tutte le sere prima del concerto vende personalmente al banco del merchandising i suoi dischi e subito dopo, senza riposarsi un attimo, si mette a disposizione per autografi e saluti. Evidentemente ha deciso di suonare finchè le forze lo sostengono ed è uno dei motivi del rispetto e dell’affetto del pubblico che lo ha accolto con un’ovazione quando è salito sul palco del locale, completamente esaurito.

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Un po’ piegato, ma vitale e lucido sia nel suonare che negli intermezzi parlati nei quali ha infilato qualche battuta fulminante dimostrando una notevole ironia, Mayall si è diviso tra hammond, suonato solo nel primo brano Dancing Shoes, piano elettrico e chitarra (rettangolare e leggera, un modello ad hoc costruito per lui), senza trascurare l’armonica. A parte qualche esitazione con la chitarra si è disimpegnato egregiamente, sempre in piedi, aiutandosi con un quaderno per ricordare i testi delle canzoni. La scaletta varia ogni sera e non di poco: a Fontaneto ha eseguito due soli brani dal nuovo disco, The Moon Is Fool e It’s So Tough, ripescando chicche dimenticate come One Life To Live e lo slow A Dream About The Blues da Chicago Line dell’88. Un discorso a parte lo merita la band, a partire dalla collaudata sezione ritmica di Jay Davenport (batterista presente dal 2009) e Greg Rzab, formidabile bassista già con Otis Rush e Buddy Guy che, entrato nella band nel ’99, è uscito l’anno dopo per suonare con i Black Crowes e con i Gov’t Mule, ma è tornato in pianta stabile nel 2009. Per un certo periodo hanno suonato in trio, senza chitarra, poi Mayall ha deciso di assumere una nuova chitarrista, Carolyn Wonderland, texana di Houston, che ha già inciso una decina di dischi da solista o con The Imperial Monkeys. Una decisione che dimostra l’eterna voglia di rinnovarsi del bluesman e la sua innata capacità di trovare musicisti poco conosciuti da valorizzare, come ha fatto in modo clamoroso negli anni sessanta (Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor solo per citare i chitarristi) e anche in seguito (Coco Montoya, Walter Trout, Buddy Whittington e Rocky Athas in tempi più recenti). La Wonderland ha rivitalizzato la band, con la sua energia, la sua capacità di chitarrista fluida e grintosa e le doti vocali non indifferenti, tanto che ha cantato un paio di brani tra i quali la sua Two Trains, con un riff ispirato da You Don’t Love Me, tratta dall’album Peace Mill del 2011.

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Il concerto non ha avuto un momento di stanca, con particolari note di merito per il mid-tempo Dirty Water tratto da Stories, una traccia ecologista scritta da Buddy e Julie Miller, una scintillante Help Me (Sonny Boy Williamson), una lunga Chicago Line con spazio solista per la sezione ritmica e il bis Looking Back, una delle poche riprese dagli anni sessanta.

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Una serata che ha riproposto ancora una volta la magia del blues e il temperamento dell’indomito musicista originario di Macclesfield, che ha esordito con un singolo nel ’64 e che quindi sta festeggiando nel modo migliore 55 anni di carriera, sul palco e con il nuovo brillante album Nobody Told Me.

TWO TONS OF STEEL – Gone

di Paolo Crazy Carnevale

3 aprile 2019

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TWO TONS OF STEEL – Gone (Big Bellied/Two Tons Of Steel 2017)

Non si può dire che siano molto noti dalle nostre parti, ma i Two Tons Of Steel sono un’autentica Gloria locale della musica texana, in particolare dell’area tra San Antonio e Austin (ma si esibiscono con frequenza e gran seguito in tutto lo stato della Stella Solitaria, e sono arrivati anche in Europa). Sulla breccia da oltre vent’anni, capitanati dall’inossidabile Kevin Geil, un cantante dotato, buon compositore, i Two Tons Of Steel sono da qualche anno il prodigioso chitarrista mancino Will Owen Gage, il batterista Rich Alcorta e il contrabbassista Jake Marchese. La loro miscela musicale attinge a piene mani nel rockabilly, nell’honky tonk, nello swing e naturalmente nella visione tutta texana del country, soprattutto musica per divertirsi, per ballare, ma suonata davvero bene: perché la dimensione ideale per ascoltare questa band è quella live, magari in una sala da ballo dalle luci soffuse, con cowboy e cowgirl che ballano allacciati una slow ballad oppure si lanciano vorticosamente in un giro di swing, roteando sugli stivali col tacco, incuranti dell’età, giovani, meno giovani, anziani, anche bambini.

Ma anche su disco i Two Tons Of Steel rendono molto bene, la voce di Geil è adatta a tutte le occasioni, la chitarra di Gage fa il suo bel lavoro e la sezione ritmica funziona metronomicamente, per di più il chitarrista e il batterista forniscono anche delle ottime armonie vocali, che arricchiscono un lavoro dietro la cui consolle è seduto nientemeno che Lloyd Maines, mica uno qualunque.

L’inizio è subito un tuffo negli anni cinquanta, Shoulda Known Better pare composta da Geil con la mente rivolta ad un grande texano, Buddy Holly, uno dei padri assoluti del rock’n’roll, spesso presente anche nelle set list dei concerti dei Two Tons Of Steel. All Tied Up viaggia più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, mentre Jumpin’ Tonight (composta dal gruppo con il vecchio Augie Meyers) riporta allo swing più indiavolato, ma forse anche un po’ più risaputo. Poi arriva una sequenza di ballate spaccacuore, in cui Kevin sembra essere specialista, ed emerge particolarmente qui la presenza nel gruppo del veterano della pedal steel Denny Mathis, già alla corte di titolati personaggi quali Bob Willis e di Willie Nelson e ora membro aggiunto dei Two Tons Of Steel. Gone, il brano che dà titolo al disco è notevole, con rimandi dylaniani, vede il produttore ospite al mandolino, perfettamente inserito tra la chitarra di Will Owen Gage e la pedal steel; meglio ancora Does Heaven Know, languida al punto giusto, e il capolavoro Surrender, che grazie ai suoi oltre quattro minuti si fa apprezzare a lungo e pienamente, assolutamente la perla del disco.

Count On Me (I’ll Let You Down) è più veloce, Can’t Get You Off My Mind conferma lo status compositivo eccellente del gruppo, con la sezione ritmica in grande forma, impegnata a sostenere un riff indiavolato su cui Kevin canta disperatamente mentre Gage si lancia in assoli venati di fuzz, non siamo lontani dai Los Lobos dei vecchi tempi, e l’impressione è confermata anche nella successiva Sweet White Van, tra le composizioni migliori del disco autentica vetrina per le evoluzioni della chitarra solista, e nella conclusiva Runaway Baby, un po’ meno tirata, ma costruita in maniera ipnotica, coinvolgente.

I Two Tons Of Steel sono molto più di una local band texana, provate ad ascoltarli e ve ne renderete conto immediatamente.

WILKO JOHNSON – La sofferenza del blues

di Paolo Baiotti

1 aprile 2019

Nel 2013 Wilko Johnson, chitarrista di Canvey Island nato nel 1947, fondatore con Lee Brilleax dei seminali Dr. Feelgood, band di pub-rock apprezzata sia dagli appassionati di blues che dai punk-rockers, sembrava spacciato. Gli era stato diagnosticato un tumore terminale al pancreas, incurabile con la chemioterapia e non operabile. Wilko reagì da vero guerriero, continuando a suonare e pubblicando nel marzo 2014 un album con Roger Daltrey, Going Back Home, salito al n.3 in Gran Bretagna, il suo più grande successo dopo il clamoroso n.1 di Stupidity, il disco dal vivo dei Dr. Feelgood del 1976. L’anno dopo un oncologo gli disse che forse, con un’operazione invasiva di dieci ore, sarebbe sopravvissuto. Wilko ha affrontato l’operazione, gli è stata asportata una parte rilevante di stomaco e intestino oltre al pancreas, ha superato un lungo periodo di convalescenza e poi ha ripreso a suonare, ovviamente con qualche pausa in più, ma con immutato entusiasmo, passione e amore per la sua professione, pubblicando Blow Your Mind nel 2018.

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Influenzato da Mike Green, il chitarrista di Johnny Kidd & The Pirates, il mancino dell’Essex ha perfezionato uno stile che gli ha consentito di suonare ritmica e solista allo stesso tempo, emergendo nei Dr. Feelgood con un suono semplice, energico, secco ed essenziale ravvivato da assoli brevi e rabbiosi, muovendosi di continuo sul palco. Lasciata la band nell’aprile del ’77 per dissidi musicali con il cantante e armonicista Lee Brilleaux, ha formato i Solid Senders, diventati Wilko Johnson Band, ha suonato con i Blockheads di Ian Dury, poi è tornato alla carriera solista con un altro Blockhead, il bassista Norman Watt-Roy. La sua attività è proseguita senza squilli, ma la stima e il rispetto nei suoi confronti sono rimasti inalterati da parte di un fedele zoccolo duro di appassionati.

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Il concerto di sabato 23 marzo a Castelceriolo nel Cinema Macallè, un locale a due passi da Alessandria che ricorda gli anni sessanta e che l’anno scorso ha ospitato i Blasters grazie alla dedizione di Salvatore Coluccio, animatore di una realtà di provincia che resiste miracolosamente in questa Italia in cui le istituzioni ignorano la cultura, è stato un evento per gli appassionati delle zone limitrofe e non solo. Piemontesi, lombardi e liguri hanno riempito il locale per ascoltare Wilko, il fedelissimo Watt-Roy e il batterista Dylan Howe (figlio di Stevie, chitarrista degli Yes).

L’attesa è stata premiata quando il trio è salito sul palco un po’ tardi (come al solito), ma la serata ha avuto sviluppi imprevedibili. Vestito di nero, magro ed elegante, il chitarrista è apparso in buona forma con la sua Fender Telecaster rossa e nera (anche Mike Green suonava questa chitarra), senza l’ausilio dei pedali. La prima mezzora è filata liscia, a parte qualche problema tecnico, con una manciata di brani recenti come That’s The Way I Love You, Take It Easy e Marijuana e riprese da dischi più datati, If You Want Me You Got Me (da Barbed Wire Blues) e la reggata Dr. Dupree (da Solid Senders), mentre il pubblico si è scaldato particolarmente con il classico Going Back Home dei Feelgood, Wilko ha sfoggiato la solita essenzialità, più fermo di una volta (e ci mancherebbe…), ma sempre vivace e presente, seguito da una sezione ritmica pulsante con Howe puntuale e Watt-Roy che seguiva un suo copione mosso e sgraziato. A un certo punto il chitarrista è impallidito e si è accasciato lentamente, facendo segno di non stare bene. E’ accorso il manager, ci sono stati momenti di paura, lui ha cercato di tranquillizzare tutti mantenendo la calma, ma il concerto è stato sospeso per una ventina di minuti. Un’iniezione di insulina ha avuto l’effetto sperato…Johnson ha ripreso la chitarra, applaudito con affetto e la crisi è sembrata superata. Una certa stanchezza è emersa in Keep On Loving You e Roxette, la dilatata When I’m Gone e I Love The Way You Do non hanno sfigurato, ma alla fine della jammata Everybody’s Carrying A Gun, in cui il leader ha lasciato spazio alla sezione ritmica, Wilko si è appoggiato al suo manager visibilmente provato. Si è capito che questa volta non avrebbe ripreso il concerto, chiuso dopo un’ora di musica. Nessuno si è lamentato o ha fischiato, nessuno ha scattato foto dell’artista seduto sul lato destro del palco, solo tanto rispetto e un lungo applauso quando è tornato nel backstage.

Nonostante la parziale delusione non possiamo che ringraziare questo guerriero orgoglioso, il suo coraggio e la sua passione, sperando di poterlo rivedere in un’occasione più propizia.

SABRINA NAPOLEONE – Modir Mir

di Ronald Stancanelli

29 marzo 2019

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Napoleone, nome decisamente importante e forse pur scomodo, ma che resta graniticamente in modo indubbio in mente a ogni ascoltatore od interlocutore, è invece una tostissima fanciulla che non ha riserve a proporre un ensemble di musicalità intensamente forte ed incisiva che ci azzardiamo ad accomunare a pagine di Nick Cave & Bad Seeds, come peraltro ai Velvet Underground, indubbiamente a Nico, ai Wilco e in certi istanti alla miglior new wave di una volta.
Voce forte, energica e vigorosa che ben si sposa con le taglienti sonorità di vari brani, ad esempio perfetto connubio in nel giorno di Natale. La proposta appunto sia musicale che poetica, testi invero precisi e graffianti quanto è giusto lo siano, sono li a tessere una trama interessantissima e nel contempo impegnativa ed integrativa di varie problematiche e fatti che riguardano in toto un po tutti noi incatenati volenti o nolenti in una epoca che pare ci abbia reso liberi in abnorme misura e felici in grande connotazione ma che stringi stringi, poca è la sabbia che resta tra le dita. Esemplare in detto senso il pezzo Creatura di rabbia che se esistessero ancora i vecchi 45 giri ne sarebbe degna abitatrice. Una sfera tonda, ovale, curva, a istanti spigolosa, una sfera personale dicevo leggibile in variegate e multiformi aspetti che poi può essere di me di te , di noi tutti, sviscerata in soli nove, ma eccellenti, pezzi che con una forte , anche criptica, soluzione di continuità ci avvolgono, ci avviluppano, in definitiva ci affascinano ed attraggono dando ragione alpensare, allo sperare, al dialogare con se stessi e in ultimo pur di bellamente sognare.
Ricerche di soluzioni e cambiamenti, denuncia di storture e fatti incresciosi, un piccolo grande capolavoro sia per le parole che per le ritmie sincopate, in questo senso ne è mirabile esempio Resilienza. Fatti incomprensibili, urla di dolore e strazio, rabbia e sentori di rivoluzioni attese ed anelate.
Ascoltare con attenzione e fruire ed accettare il verbo musicale di questo album è cosa doverosa e quello che esce dai solchi ti contorna come miele. Disco facile, commerciale, orecchiabile, solare ? Beh certamente no, ma cercate e trovate gli antagonisti dei termini succitati ed avrete il quadro esatto di quello che viene proposto. Album intensamente coinvolgente e qui raggiunge il suo scopo di essere. Sorpresa e fascino infinito trovarne, a mia insaputa, in un frangente la rotonda voce di Max Manfredi, piccolo tassello e cameo che aggiunge bellezza a bellezza. Testi di Sabrina Napoleone e musiche della stessa Sabrina con Giulio Gaietto, unica cover un pezzo di Luigi Tenco, giustamente scelto tra i meno noti. Di Max si è detto, La sua presenza in Il business dei primati è ripartito con ben altri 15 ospiti ! Registrato a Genova e Leivi è prodotto quasi in toto dal duo Napoleone Gaietto.
La Orange Home Records ci regala un ennesimo ottimo lavoro. Belle le foto vintage virato seppia, probabilmente l’artista quando era piccolina , molto suggestiva la front cover a Selinunte.

KURT DEEMER BAND – Antenna Like A Lightning Rod

di Paolo Baiotti

25 marzo 2019

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KURT DEEMER BAND
ANTENNA LIKE A LIGHTNING ROD
Kurt Deemer 2018

La Kurt Deemer Band è una formazione americana di indie-rock originaria di Baltimora, che non dimentica l’esperienza di autori classici come Tom Petty, Elvis Costello o Paul Westerberg, ma cerca di attualizzarla, con qualche somiglianza alla scrittura di contemporanei come Ryan Adams e i Dawes. Il frontman Kurt Deemer, cantante e chitarrista, è anche il principale compositore del quartetto, un musicista esperto con alle spalle un ventennio di attività. Gli altri componenti della band sono il chitarrista John Christensen di Pittsburgh, il bassista Kris Maher di Baltimora e il batterista britannico Steve Rose, raggiunti per l’incisione di questo mini album dal tastierista Ben Alexandre’. Hanno già pubblicato l’album Gaslight nel 2016 e l’Ep con cinque brani Afterthought nel 2017 e suonano regolarmente tra il Maryland e lo stato di Washington, con puntate in altre aree della East Coast. Il dischetto, comprendente sei brani, è aperto da A Dream In The Dark, caratterizzata da un’intro rarefatta, da una batteria ripetitiva e una chitarra robusta, prosegue con la melodica Liars And Thieves con tastiere avvolgenti che possono richiamare i Simple Minds e un calibrato assolo di chitarra nel finale e con la ballata d’atmosfera Listen To Love, in cui la tonalità vocale incrocia Brian Ferry e Elvis Costello. Shadow Pass è un up-tempo rilassato e disteso con una melodia che resta in testa, Walking On una traccia ritmata alla Tom Petty e Little Hand un altro mid-tempo che denota un certo gusto sia nella scrittura che nell’arrangiamento, in cui le tastiere richiamano i Doors e i Creedence.
Antenna Like A Lightning Rod è un mini-album promettente di rock intenso e scorrevole allo stesso tempo.

THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE – 3 X 4

di Paolo Baiotti

15 marzo 2019

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THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE
3 X 4
Yep Roc 2019

Nel dicembre 2013 vengono organizzati al Fillmore di San Francisco e al Fonda Theatre di Los Angeles due concerti che riuniscono quattro gruppi fondamentali del cosiddetto Paisley Underground, un movimento musicale nato agli albori degli anni ottanta nella zona di Los Angeles. Da questo ritrovo nasce l’idea di un disco in comune in cui ognuno dei quattro gruppi esegua tre brani dei colleghi, portata avanti soprattutto da Steve Wynn, Vicki Peterson e Danny Benair. Nel corso degli anni ci sono stati cambiamenti, scioglimenti, reunion, qualche litigio, ma anche un grande rispetto e forti rapporti di amicizia. I Dream Syndicate si sono sciolti nell’89 e riformati nel 2012 con tre membri della formazione classica; stanno per pubblicare il secondo album in studio post reunion e godono di ottima salute. The Bangles (originariamente The Bangs), il quartetto femminile che ha venduto milioni di dischi negli anni ottanta, si sono sciolte alla fine della decade, ma sono tornate insieme nel ’98, incidendo due dischi nel nuovo millennio e suonando con una certa regolarità. La formazione attuale è quella originale, con la bassista Annette Zilinskas tornata recentemente nei ranghi. I Rain Parade si sono separati nell’86 e riformati nel 2012, proseguendo pur senza incidere nulla di nuovo. The Three O’Clock, nati come The Salvation Army, si sono lasciati nell’89 e ritrovati nel 2013; proseguono con l’attività live concentrata soprattutto in California.
Pubblicato in edizione limitata in doppio vinile viola psichedelico per il Black Friday del 2018 con le covers di ogni band nella stessa facciata e in cd con una sequenza diversa, 3×4 è uscito ufficialmente a febbraio anche in versione liquida. E’ un disco brillante, divertente e scorrevole che ripropone le caratteristiche del Paisley, un incrocio tra il garage rock e il pop dei sixties con elementi psichedelici, rivisitati alla luce del punk, con un predominio delle chitarre che suonano divinamente bene. Come scrive Steve Wynn nelle puntuali note del booklet, i gruppi erano formati da grandi appassionati di musica che condividevano la passione per i Velvet Underground, le band della compilation Nuggets e i Pink Floyd di Syd Barrett, ai quali aggiungerei gruppi californiani come Byrds e Buffalo Springfield. La raccolta non ha punti deboli, semmai si possono criticare un paio di versioni molto aderenti agli originali, ma nel complesso i gruppi si dimostrano ancora in ottima forma. In particolare i Rain Parade emergono con la loro morbida e raffinata psichedelia, con gli intrecci delle chitarre e le voci soliste di Matt Piucci e Steven Roback, nella sognante As Real As Real (arricchita da un tocco orientaleggiante), in una avvolgente When You Smile con un break strumentale da applausi e in Real World, sixties pop rallentato con un tocco lisergico in più rispetto all’originale delle Bangles. E proprio le Bangles sorprendono per duttilità sia nell’uso di tre voci diverse (come a inizio carriera) che caratterizzano le loro proposte, sia nell’incisività della chitarra solista di Vicki Peterson in una brillante That’s What You Always Say, mentre la voce pop di Susanna Hoffs è rimasta inalterata rispetto agli anni ottanta nella deliziosa Talking in My Sleep. I Dream Syndicate induriscono appena You’re My Friend, aggiungendo un tocco malinconico dato dalla voce di Wynn e omaggiano le Bangles con una bruciante Hero Takes A Fall, un brano con un testo beffardo relativo allo stesso Steve. I Three O’Clock, da sempre più vicini al pop, caratterizzati dalla voce sottile di Michael Quercio (che in un’intervista al LA Weekly inventò il nome Paisley Underground), accentuano il lato pop-soul di Getting Out Of Hand e vivacizzano la byrdsiana What She’s Done To Your Mind con la Hoffs ai cori, non convincendo del tutto in Tell Me When It’s Over.
Bella idea e disco riuscito…magari contribuirà a un rilancio del Paisley, visto che anche i Long Ryders nel frattempo si sono riuniti, hanno pubblicato l’eccellente Psychedelic Country Soul e prossimamente gireranno l’Europa, mentre il 2 maggio uscirà These Times dei Dream Syndicate.

LOW LILY – 10.000 Days Like These

di Paolo Baiotti

7 marzo 2019

low

LOW LILY
10.000 DAYS LIKE THESE
Mad River 2018

Low Lily è un trio di folk tradizionale e bluegrass originario del Vermont formato dai coniugi Liz Simmons (voce da soprano e chitarra) e Flynn Cohen (voce da tenore, chitarra e mandolino) e da Lissa Schneckenburger (voce da alto e violino). Proprio la fusione nelle melodie vocali di queste tre tonalità differenti è la loro caratteristica principale, oltre alla tecnica di Lissa al violino e di Flynn al mandolino. In questo esordio sulla lunga distanza (tre anni fa hanno pubblicato l’omonimo Ep) sono accompagnati da Corey DiMario (componente dei Crooked Still) al contrabbasso e saltuariamente da Stefan Amidon alla batteria. Il disco miscela le influenze dei tre musicisti, che comprendono bluegrass, folk tradizionale irlandese e scozzese, old time music degli Appalachi, con qualche spruzzata di rock. L’interscambio vocale è davvero pregevole e si nota particolarmente in Hope Lingers On in cui le voci sono sostenute dal solo battito di mani (sul video si notano ancora di più i contributi dei tre artisti) e nella morbida ballata 10.000 Days Like These. Voci e strumenti si completano in altre tracce come In The Grumblinoby One (violino e mandolino) e The Good Part in cui si aggiunge il banjo di Greg Liszt, mentre Dark Stars Again è un delicato duetto tra le voci femminili. Spiccano anche due cover: Rock Of Ages di Gillian Welch e David Rowling, tratta dal secondo disco solista di Gillian del ’98 in cui si alternano come soliste Lissa e Liz con Flynn alla chitarra e Brothers In Arms, iconica title track dell’album dei Dire Straits dell’85, in cui viene accentuato il lato malinconico e riflessivo, con l’aggiunta del violoncello di Duncan Wickel.
Questo album dei Low Lily, pur essendo rivolto soprattutto a un pubblico appassionato di folk tradizionale, potrebbe risultare accessibile e attraente anche per chi è meno abituato all’ascolto di musica tradizionale, avendo un approccio moderno, una pulizia di suono indiscutibile e un impasto tra le voci e gli strumenti difficilmente riscontrabile.

ANDREW SHEPPARD – Steady Your Aim

di Paolo Baiotti

27 febbraio 2019

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ANDREW SHEPPARD
STEADY YOUR AIM
A.Sheppard 2018

Cantautore cresciuto a Hailey in Idaho in una famiglia di musicisti, Andrew ha iniziato da adolescente come bassista in un gruppo punk. A 19 anni ha imbastito le prime composizioni, a 26 ha esordito con Far From Home seguito tre anni dopo da Steady Your Aim, secondo disco solista registrato a Nashville e co-prodotto con Was Walsworth e Eric Loomis (proprietario dello studio Ivy Hall) che si alternano alla chitarra elettrica, mentre Andrew si occupa dell’acustica, Smith Curry della lap steel e pedal steel e Chris Tuttle delle tastiere. Completano il nucleo di accompagnatori la sezione ritmica formata da Joe Giotta (batteria) e Nick Archibald (basso, occasionalmente anche al piano), un paio di coriste e David Henry al violoncello. Sheppard si inserisce nella corrente dell’outlaw country con influenze di blues e americana. Nella sua vita si è già mosso molto; terminati gli studi liceali si è trasferito a Los Angeles per seguire la passione per lo skateboard, abbandonata o almeno passata in secondo piano dopo un incidente. Tornato alla musica ha formato nel 2008 The Gypsy River Haunts, sciolti cinque anni dopo. A questo punto ha percorso 8.000 miglia in auto con il suo cane, raccogliendo storie e aneddoti che hanno ispirato molte canzoni. Il viaggio è terminato in Idaho dove ha ritrovato le sue radici e la voglia di vivere in montagna, vicino alla natura. Dopo il primo album ha suonato ovunque, compresi alcuni festival di buon livello. Il nuovo album comprende alcune canzoni sul viaggiare, come l’opener Take A Walk With Me, un mid-tempo rilassato tra country e folk con un organo soul che racconta del suo trasferimento da Los Angeles alle montagne del sud della California, il disincantato ritratto della vita on the road Steady Your Aim e Travel Light And Carry On, incisiva canzone di ispirazione western con tocchi di lap-steel. Ma Andrew si occupa anche di rapporti interpersonali come nella riflessiva Standin’ Tall e nell’intimo gospel-blues Further Away, non tralasciando qualche riflessione politico-sociale nel country-roots Not My Kind. Se country e folk sono le basi del suono di Andrew, non manca un tocco di rockabilly nella scattante Here At The Bottom, che contiene uno dei pochi assoli di un disco senza fronzoli, pieno di melodie accattivanti.

JIM STANARD – Bucket List

di Paolo Baiotti

24 febbraio 2019

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JIM STANARD
BUCKET LIST
Manatee Records 2017

A volte la Jstrada per incidere il disco d’esordio è piuttosto tortuosa. La storia di Jim Stanard avvalora questa affermazione. Cresciuto nella zona di Bryn Mawr in Pennsylvania frequentando il leggendario Main Point negli anni sessanta, dove ha ascoltato Tom Rush, Doc Watson e Bruce Springsteen, ha assistito al festival di Woodstock nel ’69 cercando di farsi strada nell’ambiente fino a quando, intorno ai 25 anni, ha dovuto fare una scelta. Ha smesso di suonare, dedicandosi al mondo della finanza e delle assicurazioni, dove ha avuto molto successo ottenendo posizioni di primo piano. Agli inizi del nuovo millennio, avvicinandosi la fine della carriera lavorativa, la moglie lo ha incoraggiato a coltivare nuovamente la passione giovanile; Jim l’ha ascoltata, ha preso lezioni di chitarra da Jon Skibic (già con The Afgan Whigs e Fountains Of Wayne) e vocali da Kip Winger (già con Alice Cooper e poi leader dei Winger, metallari molto popolari alla fine degli anni ottanta), ha iniziato a comporre e a cantare con convinzione, incidendo e producendo Bucket List a Nashville, con l’aiuto di Winger al basso e di Skibic alla chitarra, oltre a Scott Trammell alla batteria, Mike Rojas alle tastiere e Bobby Terry al banjo.
Bucket List è un disco di folk-roots venato di country, giocato prevalentemente su ritmi lenti e medi, ponendo attenzione principalmente ai toni melodici, adatti alla voce educata, gradevole, ma poco caratteristica di Stanard. I testi alternano osservazioni generali sulla politica e sulla società come nell’intensa ballata western Dogs Of War, forse la traccia più incisiva, nel roots-rock Can’t Happen Here e nel conclusivo rock and roll di It’s All Turtles a riflessioni più personali sulla vita e sulle relazioni come nella ballata country Meant To Say e nell’up-tempo Hard To Please, mentre l’elettroacustica Sparks, Nevada ricorda i Dire Straits più morbidi.
Jim si è tolto lo sfizio di incidere un disco che non resterà nella storia, come altri anche di musicisti molto più esperti, prodotto con cura e suonato senza strafare.

DOUG SCHMUDE – Burn These Pages

di Paolo Baiotti

21 febbraio 2019

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DOUG SCHMUDE
BURN THESE PAGES
Lost Hubcap 2018

Nato a Baton Rouge in Louisiana, cresciuto in Texas e Oklahoma, Doug ha vissuto in otto stati diversi. Ha iniziato a scrivere e a suonare dal vivo in Colorado a Boulder negli anni novanta, poi si è trasferito a Nashville dove ha formato un duo di blues acustico, Hot Foot Delta che ha riscosso notevoli apprezzamenti in Tennessee testimoniando la sua passione per il Delta Blues. Attualmente risiede nel sud della California, dove suona prevalentemente da solo alternando brani storici di blues alle sue composizioni, che formano la base dei quattro dischi che ha inciso, a partire da A New Century del 2003, seguito da All These Avenues del 2014 e Ghost Of The Main Drag del 2017, fino a Burn These Pages, autoprodotto l’anno scorso e registrato a Irvine negli Old Mill Studios. Doug ha fatto quasi tutto da solo: ha composto i brani dell’album, eccetto una cover, canta, suona chitarra, basso e talvolta anche batteria e tastiere. L’up-tempo melodico di Setting Fires On The Moon interpretato con voce morbida e arrangiato con gusto apre il disco, che prosegue con la ballata confidenziale Just The Night, nulla di speciale, e con la ritmata Crescent City Home in cui si apprezza una slide incisiva. Nella parte centrale trovano spazio i brani migliori: la border-song El Tren de la Muerte, ispirata dal libro The Beast del giornalista di El Salvador Oscar Martinez che racconta la storia della rotta migratoria che dal Centro America attraversa il Messico fino al confine con gli Usa con accenti western che potrebbero appartenere a Tom Russell o Dave Alvin, il brioso folk Silas James, racconto sull’immaginario proprietario di un negozio di dischi che usa la musica per aiutare i suoi clienti e Worry Stone, brano intimo e riflessivo con il violino di Georgiana Hennessy e un cameo vocale della cantautrice Carter Sampson. La seconda parte del disco è più grintosa con la ritmata The Light, il robusto rock di Salt e il roots-rock Enough Rope, cover di Chris Knight che si alternano alla sofferta My Daddy’s Musket, ispirata dalla storia di una donna della Carolina del Nord che riceve ancora una pensione legata alla Guerra Civile in cui il padre aveva combattuto per entrambe le parti, circostanza che la costringe a sopportare insulti da sudisti che la considerano una traditrice e all’accorata ballata Burn These Pages, che chiude un album di discreto livello.

DREAM SYNDICATE – How We Found Ourselves… Everywhere

di Paolo Crazy Carnevale

21 febbraio 2019

Dream Syndicate - How We Found Ourselves 3

DREAM SYNDICATE – How We Found Ourselves… Everywhere (Anti 2018)

Sull’onda del successo di pubblico raccolto dal tour con cui hanno promosso il disco della reunion uscito nel 2017, i Dream Syndicate hanno dato alle stampe (complice la label Anti, che aveva pubblicato quel disco) un vinilone dal vivo (o quasi) che è stato messo in circolazione in occasione del Record Store Day.

Sono solo sei le tracce qui raccolte, ed una è un’outtake di studio rimasta fuori da How Did I Find Myself Here, però tenendo conto che ci sono due brani che superano i dieci minuti, per avere più canzoni si sarebbe dovuto avere un doppio vinile.

Per il gusto personale del vostro recensore, che non è mai stato un entusiasta del per altro celebratissimo doppio At Raji’s, il live migliore del gruppo resta quello uscito a seguito di Medicine Show, quando c’era ancora l’inestimabile Karl Precoda alla sei corde, questo nuovo live viene però subito a ruota, il suono è energico, più sporco e il gruppo gira molto bene (oltre al leader Steve Wynn ci sono il bassista Mark Walton, il batterista Dennis Duck e l’ultimo arrivato Jason Victor, collaboratore di Wynn da diverso tempo in altre avventure musicali).

Il disco si apre con l’inedita Recurring (Steve’s Dream) brano dal testo ossessivo su cui si dipanano i nervosismi delle chitarre e della sezione ritmica, la registrazione è stata fatta a Richmond, in Virginia, e prelude ad una lunga ineccepibile versione del brano che intitolava il disco del 2017, una versione molto elettrica e sicuramente più bella di quella di studio. È presa da un concerto norvegese e beneficia non poco della presenza delle tastiere di Chris Cacavas, decisamente in forma, e della lap steel di John Paul Jones, proprio lui, il bassista dei Led Zeppelin.

Wynn e Victor duellano con le elettriche mentre la sezione ritmica pulsa nervosamente.

Chiude il lato A una rielaborazione della classica Medicine Show, di nuovo con Cacavas in veste di tastierista: siamo alla TV tedesca, in occasione di una puntata del Rockpalast, e per quanto sia difficile dimenticare la versione originale del brano, il nuovo arrangiamento, più veloce, ha il suo fascino.

Girando il disco troviamo la vecchia When You Smile, un classico sin dai primi esordi, poi c’è l’immancabile John Coltrane Stereo Blues, sempre distorta, lunga, con le chitarre in primissimo piano (d’altronde qui non ci sono ospiti): anche in questo caso l’arrangiamento è riveduto. A chiudere il tutto c’è una spettacolare versione di Glide, indiscutibilmente il brano migliore del disco della reunion, oltre sei minuti infuocati, presi da un broadcast radiofonico, che rendono la composizione ancor meglio che nella versione di studio.

VIOLENTI LUNE ELETTRICHE di Donata Ricci

di admin

14 febbraio 2019

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VIOLENTI LUNE ELETTRICHE
Crema di un futurismo d’antan

Di Donata Ricci

Non ti inquietare Marinetti, se scegliendo il loro nome le Violenti Lune Elettriche si sono concesse una licenza poetica. Tieni conto che, per il resto, il tuo Manifesto del Futurismo lo rispecchiano in pieno, visto che celebrano, a modo loro certo, “le grandi folle agitate dal lavoro” e “le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni”. Anzi, dovresti essere grato che ti scrivano un’appendice sostanziosa, che poi è tutta contenuta nella definizione della loro opera quale “Musica Materica dell’Età del Ferro Atomico Bio-Cibernetico”. Ma ora lasciami scrivere una presentazione più canonica, altrimenti saremo responsabili dell’emicrania del lettore.

Le Violenti Lune Elettriche (d’ora in poi VLE) provengono dalla Bassa cremonese e si muovono sull’asse Crema-Castelleone. Sono in quattro (cinque se consideriamo la presenza spirituale di Gigi Bertuzzi, amatissimo batterista del gruppo, scomparso prematuramente nel 2015). Sfoggiano nomi d’arte che provocano un certo disorientamento: Liv-Liv (voce), G’ino TxD5 (chitarra), mentre la sezione ritmica si mantiene nell’ortodossia con Danilo Somenzi (basso) e Italo Trabattoni (batteria). La loro discografia è più che parca: due dischi in venticinque anni (1991 e 2016) ma non disperiamo… il terzo è già in fase di elaborazione. Nonostante la loro parsimonia produttiva, le loro origini sono antichissime (con l’Età del Ferro quasi ci siamo) se pensiamo che il chitarrista G’ino TxD5 (d’ora in poi Gino e basta, che già mi ha fatto giurare che non avrei svelato il suo vero nome), G’ino dicevamo, ossia l’anima delle VLE, compositore in solitaria di testi e musica, nonché autore dei dipinti che vanno a finire sulle copertine dei loro dischi, è un creativo di lungo corso. In quattro decenni ha dato vita a una serie di formazioni tra le più originali del nostro underground. Minimo Lumen, A, Astrali Neon Zuni. Tutti nomi estrosi per formazioni che hanno avuto ognuna una durata di tre anni, giusto per aggiungere mistero.

Nel tentativo di schedare l’inschedabile, occorrerebbe spiegare che musica fanno le VLE. Intanto diciamo che i testi sono in italiano, con l’unica eccezione anglofona della canzone Le rotolanti pietre del sole (niente a che vedere con gli Stones, troppo facile), che tuttavia conserva l’italiano nel titolo, tanto per scompaginare le carte. Trattano temi grandi, grandissimi, spesso mutuati dalle Sacre Scritture: inquietudini cosmiche, apocalissi proteiformi, tecnologie fagocitanti, stratificazioni e implosioni, piogge acide, plac plac plac su fiori e foglie, perché l’onomatopea è il loro quinto strumento. Non mancano sguardi più terreni, come l’anelito all’uguaglianza sociale che osa l’utopia di un socialismo che, pur non essendo reale, non impedisce loro di rilasciare dichiarazioni di questo tenore: “Gli umili e gli oppressi Dio li innalzerà, i ricchi e i potenti Dio li brucerà” (L’Apocalisse adesso). L’interrogativo a questo punto si fa pressante: che tipo di musica può veicolare tematiche tanto impegnative? Il modo migliore per rispondersi sarebbe partecipare a uno dei loro incendiari live act, magari al Cactus Cafè di Castelleone dove sono pressoché di stanza e che, ogni volta che in cartellone ci sono le VLE, si trasforma in un CBGB padano. E tu che sei lì a due metri dal palco hai la sensazione che lì sopra ci siano gli Stooges e che l’appellativo “animale da palcoscenico” sia stato coniato appositamente per il corpulento, incontenibile vocalist Liv-Liv. Lo zoccolo duro dei seguaci conosce ogni parola dei testi, perché qui in terra cremonese le VLE sono una piccola religione. E loro calano un tiro potente, che se proprio vogliamo infilare in una categoria direi hard rock. “La nostra musica è quella di sempre – semplifica G’ino – quella che ascoltavamo da adolescenti: Jimi Hendrix, Black Sabbath, Cream. Il suono è rimasto quello”. Certo è che non esci indenne dall’impatto con le VLE. Cercate in rete il video di Bwang e ascoltate il suo riff: vi sembrerà di aver infilato le dita nella presa elettrica.

È ciò che deve aver pensato il nostro indimenticato Daniele Ghisoni quando, da giurato, li incrociò nel 1990 al MAST di Cremona e assegnò loro il primo premio in un concorso per rock band. Per dire come le strade a volte si incrociano e tessono canovacci. Perché quella delle VLE è anche una bella storia di provincia, di quelle che Tondelli avrebbe scritto volentieri: un gruppo formato da artigiani della musica (loro si definiscono “artistigiani”) allettati dal sogno del professionismo, ma abbastanza umili da accettarne la rinuncia quando divenne chiaro che toccava accontentarsi di considerarla una forte passione. E qui le soddisfazioni non difettano: top ten radiofoniche, la stampa non soltanto locale, Rockerilla che nel 1993 li piazza in classifica a pari merito con gli Afterhours. Uno di quei bei sogni che partono da una registrazione in diretta su un otto piste a nastro, per una tiratura di cinquecento musicassette, per poi, l’anno dopo, compiere subito il grande salto verso il longplaying. E con un amico che decide di indossare la casacca da manager per procurarti contratti telefonando da una cabina a gettoni, un po’ come faceva Rob Gretton con i Joy Division.

Credono nelle “coincidenze significative” junghiane, le VLE. Ciò spiega il loro ritrovarsi e ripartire vent’anni dopo l’esordio. Puntano sulla convivenza delle diversità, giacché gli altri membri della band sostengono con convinzione i testi confessionali di G’ino, pur non essendo credenti. Testi che non nascondono una netta propensione alla rima accentata e ai verbi al futuro: un peccato veniale di ampollosità che, insieme al tono declamatorio, richiama il Giovanni Lindo Ferretti periodo C.S.I. E non è necessariamente un male. Osano parecchio. “Stanno come d’autunno sugli alberi le foglie” (Soldati) è Ungaretti servito su un letto di Huriah Heep. Contraddicono Guccini asserendo che “Dio non è risorto ancora”. Respirano la stessa aria acida di Jerry Garcia nella sitaristica Mantra, un pezzo che profuma di viaggio all’Eden, o nel bellissimo brano Il sogno delle farfalle metalliche dove, grazie a un ritornello orecchiale ma per niente banale, si palesa la sapiente mescolanza di espressione colta e popolare. Anche Lungo i marciapiedi e Nuovo mondo si accostano alla forma canzone e questo chiarisce definitivamente che le VLE non aspirano a un trono fra gli alieni, ma sanno anche scherzare con la citazione beatlesiana di Magico Misterico Tour.

Una band ottimamente amalgamata anche dal punto di vista squisitamente strumentale: un cantante tutto anima e sudore, una sezione ritmica metronomica e indispensabile e un chitarrista dalla strepitosa abilità. A lui spetta il compito della ritmica, della solita, di tessere la melodia. Ha uno stile tanto classico quanto personale, basti ascoltare JJ Blues, dedicato allo storico drummer Gigi Bertuzzi, un blues canonico tentato però da digressioni e sconfinamenti dalla tradizione. La chitarra di G’ino è un labirinto in cui puoi perderti, esattamente come nei suoi disegni zeppi di simbolismi e di figure miniaturizzate come nei dipinti di Brueghel. Ma una cosa va precisata: Le VLE sono e vogliono essere un’espressione collettiva perché, anche in un mondo bagnato da “lacrime d’olio” e sporcato di “vinavil di tristezza”, non ci son re.

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L’INTERVISTA

Gino, dove comincia tutto?

Qualche anno di liceo mi bastò per capire che avrei voluto diventare una rockstar; qualche supplenza come maestro mi bastò per capire che avrei voluto partire per Londra. Infatti partii e mi sistemai in uno squat del quartiere giamaicano. Poi volai a New York e da lì, attratto dalla mitologia hippie, attraversai l’America su un Greyhound. Avrei voluto farlo in autostop per imitare Sal Paradiso, ma me lo sconsigliarono. Erano gli anni ‘80. Incontrai gli Amish, i Born again Christian colti dall’estasi e varia umanità. Fu un’esperienza importante, poi tornai in Europa. Ma non ancora in Italia.

Dove esattamente?

A Parigi. Facevo le pulizie a Le Figaro e intanto suonavo in un gruppo rock. Ma rockstar non divenni mai. Così dopo tre anni di vagabondaggio rientrai in Italia, senza arte né parte, mi sposai e tentai ancora di trasformare la musica in una professione. Formai gli A, che nella Milano da bere ebbero i loro momenti di gloria, insieme ad Elio e le storie tese. Gli A durarono tre anni. Poi formai le VLE, la cui prima fase durò anche’essa… tre anni. Il numero tre è ricorrente nella mia vita, dev’essere il soffio della Trinità.

Mi fornisci un assist. Nei tuoi testi sono frequenti i riferimenti biblici. Come nasce la tua attrazione per le Sacre Scritture?

Mi considero un riconvertito al Cristianesimo. Dopo l’educazione cattolica che più o meno tutti abbiamo ricevuto, me ne sono allontanato. Però in seguito sono tornato a “credere” per meraviglia nei confronti del Creato.

E poi?

Poi ho letto i Vangeli e anche Jung con le sue “coincidenze significative”, che sono una specie di “sincroniticità”, nient’altro che ciò che il Cattolicesimo chiama “provvidenza”: far incontrare cose assolutamente lontane. È grazie a una coincidenza significativa che le VLE si sono rimesse insieme dopo lo scioglimento del 1992. L’aspetto curioso è che i miei compagni sono miscredenti, qualcuno addirittura è un bestemmiatore. Ciò nonostante abbiamo una sintonia perfetta perché la musica supera molte barriere.

Sei affascinato dal mistero

È esatto. Dal mistero che tutto ammanta prende il nome la mia musica che definirei “Rock misterico dell’Età Oscura”.
Mi gira la testa con tutte queste definizioni…
Posso capirti. Chiunque avverta il veloce e inarrestabile trascorrere del tempo prova una sorta di destabilizzazione. Chiunque comprenda che la nostra esistenza è una voce tra due grandi silenzi – il silenzio del passato che non è più e il silenzio inquietante dell’avvenire – sa che vivere nel tempo è un continuo trascorrere/passare/morire. Dunque la soluzione per vivere senza morire veramente è trascendere il tempo. Solo l’eternità è vita.

Il vostro brano “Dio non è risorto ancora” vuole evidentemente essere una risposta al Maestrone…

Certo. Mentre in “Dio è morto” Guccini terminava con la speranza della resurrezione, il nostro testo ha una deriva pessimistica. Quell’utopia purtroppo non si è realizzata.

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Come riesci a conciliare pessimismo e fede religiosa?

Esiste un Giusto Pessimismo senza il quale non si combinerebbe nulla di grande. È la forza amara che rende il cuore coraggioso. La vera casa dell’uomo è il Cielo. Siamo immersi in una corrente migratoria incessante. Siamo un punto che appare e scompare, appare e scompare. Tuttavia il mondo non finisce con noi, ma continua a fluire, da Ponente a Levante. In altre parole mi considero un “pessimista terreno” e un “ottimista cosmico”. Il mio pessimismo deriva da un’analisi disincantata della società, invece il mio ottimismo nasce alla fiducia nell’individuo. Essere credente non mi impedisce di prendere atto delle negatività del mondo, però se guardo alla bellezza delle relazioni interpersonali divento fiducioso.

Quindi credi nell’individuo ma non nelle collettività?

Sì, è così. La mia fiducia viene meno quando la sovrastruttura che domina gli individui prende determinate direzioni. Penso per esempio alla tecnologia esasperata e mi domando cos’abbia portato di utile nel Burkina Faso o negli slum di Nairobi. Penso alla degenerazione dei significati: l’idea orwelliana del Grande Fratello è stata perlomeno banalizzata.
Credi sia possibile realizzare una società fondata sull’uguaglianza?
Sarò un utopista ma penso che, terminata la fase della “Fatalità Storica”, l’assolutizzazione della ricchezza si sgretolerà insieme al capitalismo.

I linguaggi con cui ti esprimi sono vari: musica, scrittura, pittura. Immagino sia gratificante.

Sicuramente. Mi permettono di mostrare i miei diversi volti ed esprimere i miei differenti umori. Per esempio, mentre nella musica metto la cupezza, nella pittura adopero colori solari e accesi. Sono un frequentatore di discariche: recupero le cassette delle mele, le smonto e le rimonto, poi ci dipingo sopra. Te lo dicevo che sono un “artistigiano”…

Permettimi una domanda più prosaica, giusto per riguadagnare il suolo dopo un volo negli spazi siderali: visto che non sei diventato una rockstar, cosa fai per sbarcare il lunario?

Per un po’ di tempo ho suonato il liscio nelle balere, Angela Ghezzi e così via. Poi, quando non ne ho potuto più, ho tolto dal cassetto il diploma di maestro elementare e sono diventato educatore e insegnante di sostegno. Seguo bambini autistici e faccio alfabetizzazione a quelli stranieri. Il bello è che adopero la musica, li faccio suonare – chitarra, tamburi, quello che c’è – e creo canzoncine per loro.

Gli parli anche dell’Apocalisse?

Quando saranno grandicelli… perché no?

disco

BODINROCKER – Eye To Eye

di Paolo Baiotti

13 febbraio 2019

bodinrocker_eyetoeye[1115]

BODINROCKER
EYE TO EYE
Bearman Music 2018

Qualche mese fa ci siamo occupati di un Ep di Bodinrocker, comprendente quattro brani con due tracce che anticipavano un nuovo disco e due tracce dall’album Rock It The Right Way del 2014. In seguito è uscito Eye To Eye, quarto album di Anders Bodin, in arte Bodinrocker. Anders compone tutte le musiche, affidando gran parte dei testi all’olandese Jan Leenties, canta e suona la chitarra, aiutato da Lars Ekberg alle tastiere e dalla sezione ritmica del gruppo svedese Sven-Ingvars formata da Stefan Deland (basso) e Klas Anderhell (batteria). Influenzato principalmente da Status Quo (e si sente!), Beatles, Slade e T-Rex, un incrocio tra boogie-rock, pop e glam, si è dedicato seriamente alla musica dopo il trasferimento da Uppsala a Goteborg intorno al 2000, esordendo sei anni dopo con Hall Of Flames, prodotto da Lars Ekberg con il quale collabora da sempre, un disco di classic rock che ha ottenuto discreti riscontri. Nel 2010 è uscito Mysterious Man, quattro anni dopo Rock It The Right Way con la stessa formazione di Eye To Eye. Bodin non ha particolari ambizioni se non quella di divertire con canzoni semplici, scorrevoli, divertenti e ottimiste, ideali da essere ascoltate durante un viaggio in auto o su una spiaggia assolata. Vacation è una partenza brillante, un boogie-rock trascinante, seguito sulla stessa falsariga da Brown Bear con un riff debitore degli Ac/Dc, che racconta la storia (o leggenda) dello scontro tra un antenato del musicista e un orso bruno. Il lato pop è privilegiato nella melodica My Way, nell’elettroacustica Lazy Day e in New Sweden, soft-rock un po’ anonimo, mentre l’influenza degli Status Quo è evidente nella mossa Got No Time, in cui la chitarra solista assume un ruolo importante. Se Roller Coaster Ride, già ascoltata sull’ep sopra citato, è una delle tracce migliori, un rock incalzante e tonificante, il suono si indurisce nel finale con il boogie-rock di That Old Twelve-Bar, con la robusta (e un po’ banale) Can’t Live Without It e con la traccia conclusiva Life Ain’t Fair, un up-tempo coinvolgente con un riff che richiama gli Ac/Dc e un andamento che mischia glam-rock e melodia pop in modo gradevole.
Eye To Eye è un disco sciolto e disinvolto…caratteristiche non comuni nel rock contemporaneo.

KENTUCKY HEADHUNTERS – Live At The Ramblin’ Man Fair

di Paolo Crazy Carnevale

13 febbraio 2019

Kentucky Headhunters live at the ramblin man fair[1106]

KENTUCKY HEADHUNTERS – Live At The Ramblin’ Man Fair (Alligator/IRD 2019)

Dopo il disco per la Alligator col pianista Jimmy Johnson (inciso all’inizio del millennio ma rimasto inedito fino al 2015), i sudisti Kentucky Headhunters hanno deciso di rimanere accasati presso l’etichetta di Chicago, ecco così prontamente realizzato per la bisogna un esplosivo disco dal vivo col quartetto del Kentucky decisamente a proprio agio sulle assi di un palcoscenico, nella fattispecie quello della Ramblin’ Man Fair, durante una rassegna che vedeva altri illustri ospiti, come avremo poi modo di vedere analizzando il contenuto del disco.

La performance del gruppo dei fratelli Young (Richard alla chitarra ritmica e Fred alla batteria) è compatta, tesa, senza fronzoli: il risultato è un rock di matrice sudista che prende un po’ da tutti i gruppi storici del genere, c’è qualche sprazzo del sound dell’Allman Brothers Band, ma soprattutto ci sono le schitarrate (Greg Martin il responsabile) in stile Lynyrd Skynyrd, con echi dei primi Molly Hatchet o dei Blackfoot.

L’apertura è affidata ad una robusta rivisitazione della classica Big Boss Man, già eseguita da molti, da Elvis ai Grateful Dead: la versione dei Kentucky Headhunters va oltre, si velocizza, diventa incalzante. Ragtop è un buon brano originale tratto dal disco d’esordio del 1989 mentre Stumblin’ stava sul disco precedente, quello con Johnny Johnson (che ricordiamo ha collaborato a lungo con Chuck Berry), così come l’ottima Shufflin’ Back to Memphis, particolarmente skynyrdiana, con Martin impegnato in evoluzioni pirotecniche alla sei corde. Intensa e urlata la versione di Have You Ever Loved A Woman? che con i suoi sei minuti e passa è uno dei tour de force del disco (l’altro è My Daddy Was A Milkman in cui il gruppo cita anche il vecchio Bo Diddley): le chitarre viaggiano gran bene mentre il basso suonato da Doug Phelps fa un ottimo lavoro.

Con Wishin’ Well l’atmosfera si velocizza e si fa ancor più incandescente mentre Walkin’ With The Wolf vira verso il classico boogie sound con Martin impegnato alla slide.

Nel finale, raggiunti sul palco dai Bad Touch e dai Black Stone Cherry al completo, in cartellone nella stessa rassegna da cui proviene il concerto, i canuti e capelluti cacciatori di teste kentuckiani si lanciano in una sbilenca cover della beatlesiana Don’t Let Me Down, forse non perfetta (raramente i momenti corali di questi concerti lo sono) ma sicuramente divertente.

Ma se il concerto a questo punto è terminato, non lo è il disco, che mette sul piatto tre bonus track provenienti dalle vecchie session con Johnson: Rock Me Baby, Rock’n’Roller e High Heel Sneakers.

XAVI REIJA – The Sound Of The Earth

di Paolo Crazy Carnevale

13 febbraio 2019

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XAVI REIJA – The Sound Of The Earth (Moonjune 2019)

Il batterista ispanico Xavi Reija è ormai da tempo accasato presso l’etichetta Moonjune: questo nuovo disco, registrato con i fedelissimi Dusan Jevtovic (chitarrista serbo, compagno di scuderia e co-titolare con Raija di un disco in duo) e Tony Levin, ormai un pilastro del basso, anch’egli frequentemente coinvolto in produzioni di casa Moonjune.

The Sound Of The Earth, questo il titolo del disco, prende le mosse da un brano che era apparso in origine proprio sul disco in duo con Jevtovic: il brano in questione, Deep Ocean, viene qui posto in apertura quasi a contrapporre il suono del mare, dell’oceano a quello della terra che viene sviluppato nel disco attraverso quattro differenti suite inframmezzate da altri brani più brevi.

A completare il gruppo, nel disco troviamo anche la touch guitar di Mark Reuter, un altro benemerito dell’etichetta newyorchese.

Il disco si sviluppa senza risparmiarsi nelle contaminazioni e nelle citazioni, come indicano le stesse note di copertina tra le fonti d’ispirazione ci sono persino Jeff Beck, Curtis Mayfield, gli Eagles: ma sono sol spunti, il disco è un disco fortemente sperimentale, come si addice alle produzioni Moonjune, e se nella terza suite eponima del disco emergono richiami a certo soul/blues, se in Lovely Place ci sono echi del mai dimenticato Hotel California, soprattutto da parte della chitarra di Reuter, il resto è all’insegna dell’avanguardia, tutto sorretto dal drumming robusto del titolare.

Le quattro lunghe suite sommate insieme raggiungono e superano da sole i quaranta minuti, l’ultima, la più lunga passa addirittura il quarto d’ora, all’insegna di certe atmosfere che richiamano l’elettronica di Ned Lagin, ma qui gli strumenti sono veri.