Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

MIRIAM FORESTI – A Soul With No Footprint

di Ronald Stancanelli

10 novembre 2020

Miriam Foresti A Soul

Con impronta molto californiana inizia questo A Soul with no Footprint di Miriam Foresti, cava e cesellata la copertina, che di primo acchito porta la mente agli anni settanta quando musiciste come Joni Mitchell, Laura Nyro, Janis Ian, per citarne solo alcune, ponevano le basi per un cantautorato femminile che sarebbe durato a futura memoria. In questo caso alla eccellenza della voce della Foresti fanno da supporto gli strumenti implacabilmente avvincenti dei musicisti che la supportano. La recensione, è una gentile anteprima che ci ha concesso di fare la casa discografica per il disco che vedrà la luce a fine novembre. La voce dell’artista colpisce immediatamente al primo ascolto e lavora con perizia a bravura alacremente su tappeti sonori jazz di ottimo livello. La tematica del lavoro sarebbe un concept, come accennato, in delicata e piacevole forma jazzata, che avvolgerebbe la figura del mai dimenticato artista inglese Nick Drake, che mi auguro e credo molti conoscano, io ne ho i dischi da anni. La Foresti si cala in una parte indubbiamente difficile e impegnativa ma decisamente affascinante ed in questo suo lavoro fa le veci della madre del musicista scomparso, purtroppo giovanissimo, e ne racconta in voce e musica. Un racconto quindi in parole e note musicali dai toni coinvolgenti e suadenti che non possono non avvincere qualsiasi ascoltatore sia esso appassionato o non amante particolarmente della forma jazz, sia che esso conosca Nick Drake o che non lo abbia mai sentito nominare; un modo in questo caso per avvicinarcisi e restarne affascinati tanto questo Soul with no Footprint ha le forme e movenze di uno degli album più interessanti che ci sia stato dato modo di ascoltare in questi tempi così disadorni e squinternati, tempi che fanno diretta proporzionalità con i turbamenti del giovane Nick. Grande lavoro di solidissimo spessore.
Time Pieces intenso pianistico soft dark folk post rock avviluppa l’ascoltatore sin dalla prima nota e la simbiosi tra la superba voce della Foresti e l’atmosfera che gli strumenti creano è decisamente magica e spiace solo che l’ascolto dell’album avvenga tra varie difficoltà da ben due link che non aiutano molto, comunque la pervicacia di chi si è preso l’onere di scrivere su questo splendido album è ineluttabile e porta ad ascoltarlo lo stesso tutto, e l’ascolto totale di questo brillante disco ripaga dalle difficoltà per farlo. Fortunatamente col secondo link gentilmente inviatomi le cose sono andate per il meglio. Three Hours continua in maniera più forte ed erculea il racconto e Northern Sky, brano numero tre esalta ancor più la bellezza della voce che si attorciglia impervia intorno a sapide note di basso. Way to Blue metallica quanto basta colpisce come un ascia e ne ingentiliscono i toni suadenti note di piano, inutile ribadire la sensualità della voce che regna incontrastata, passaggi dolci e delicati che rasserenano e arrotondano gli spigoli. Bellissima; nel finale il basso da letteralmente il bianco come usiamo dire noi qua in Liguria. No Footprints è il quinto pezzo che si insinua subitaneamente come carta vetrata virando poi su voluttuose forme che sembrano liquefarsi in modo periglioso ed eccitante, pezzo strumentale in forma acquea di notevole spessore e classe. Energica e penetrante nel suo incedere Poor Mum che porta alla solare I Know a Place densa di schiumose e vaporose note ondeggianti. Su versanti acuti stile punk new wave la voce in Black Eyed Dog che varia e cambia fantasticamente di brano in brano in relazione alla musicalità che vi è connessa; qui solidamente rugosa. Vorrei lasciare al fruitore ed eventuale compratore dell’album la sorpresa degli ultimi brani. Un disco che ci permettiamo di consigliare e sul quale spenderemmo i nostri soldi e le nostre scommesse. Ben vengano nel panorama nostrano opere di siffatta fattura e livello. E anche coloro che amanti di esterofilia musicale spesso e volentieri rifuggono gli album nostrani abbiano l’ardire e il coraggio di avvicinarsi a questo lavoro decisamente internazionale.
Per la cantautrice romana, ma aquilana d’adozione questo è il suo secondo album preceduto da Il giardino segreto uscito a dicembre del 2018.

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LOGAN LEDGER – Logan Ledger

di Paolo Crazy Carnevale

9 novembre 2020

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LOGAN LEDGER – Logan Ledger (Rounder 2020)

Una delle più stimolanti uscite dell’anno questo disco dell’esordiente Logan Ledger. Avevo avuto modo di apprezzarlo personalmente lo scorso anno ad Austin in un concerto pomeridiano in cui si esibiva prima della Markus King Band: distrattamente, perché l’attenzione era tutta concentrata sull’attesa di King e soci, ma non abbastanza distrattamente da non percepire delle buone cose nella proposta di Ledger, che lì era accompagnato da una band al femminile.

E a conferma di quella fugace impressione è arrivato il disco in questione, prodotto da T-Bone Burnett. Ammetto di non essere un amante di Burnett e delle sue produzioni, deve essere un mio limite, ma fatico ad apprezzare quelli che per i più sono capolavori di produzione. Ovviamente l’esordio di Ledger è qui per smentirmi. Pur inciso a Nashville, dove Ledger si è stabilito, il suo debutto è un disco molto texano, innanzitutto per via del produttore, in secondo luogo per molti richiami alla musica di Buddy Holly e alla voce di Roy Orbison (due texani D.O.C.), e per finire per la presenza in sede compositiva di Steve Earle (uno dei texani adottivi che preferisco).

Il suono del disco è sorretto dalla sezione ritmica abituale dei lavori di Burnette, Jay Bellerose alla batteria e Dennis Crouch al basso, ci sono poi lo stesso producer e Marc Ribot alle chitarre, ma soprattutto c’è l’immenso Russ Pahl, pedal steel, chitarra elettrica e chitarra baritonale: in assoluto uno dei più importanti musicisti di stanza a Nashville il cui lavoro si fa apprezzare in un sacco di ottimi dischi recenti.

Fin dall’iniziale Let The Mermaids Flirt With Me è evidente di che stoffa sia fatto il songwriting di Ledger e quale sia la portata del disco, si tratta di una composizione molto interessante, seguita da Starlight, intenso brano che già alla fine dello scorso anno aveva fatto da apripista all’esordio di Ledger che canta qui con particolare intensità. Nelle seguenti Invisible Blue e I Don’t Dream Anymore l’atmosfera è quasi psichedelica, non tanto per la struttura ma per l’effetto finale creato dai musicisti: in particolare nella prima, composta con Pahl, il contesto è molto onirico e la chitarra baritonale del coautore è fantastica, nella seconda invece, è la pedal steel ap rendere il sopravvento e a far volare la composizione.

Il primo lato si chiude con la lenta e sofferente Nobody Knows, ancora con un lavoro sopraffino di tutte le chitarre: ascoltate gli intrecci orditi da Pahl, Burnett e Ribot e fatevi trasportare dall’intensità della voce di Ledger.

La seconda parte si apre con un brano firmato dal produttore, (I’m Gonna Get Over This) Some Day, composta di certo con in mente Buddy Holly, che qui rivive splendidamente, e cantata da Ledger con limpidezza e lirismo. Altra la stoffa di Electric Fantasy che occhieggia invece allo stile più languido di Roy Orbison, ma che in verità si sviluppa in un crescendo che in un disco di Orbison avrebbe fatto ricorso agli archi e qui invece si fa supportare dal parco chitarre a disposizione e dalle tastiere di Keefus Ciancia. Ancor più languida la successiva Tell Me A Lie in cui i rimandi a The Big “O” si fanno ancor più evidente; Skip a Rope è l’unico brano non originale del disco (nel 1967 fu un successo per Henson Cargill), bella versione con – inutile dirlo – strepitoso lavoro della pedal steel di Pahl.

The Lights Of San Francisco è il brano composto con Steve Earle, una signora canzone come si deve, refrain accattivante, interpretata e suonata senza sbavature, sempre con Pahl sparring partner totale della voce di Ledger. A chiudere il disco lo slow Imagining Raindrops, degno suggello di un disco da non sottovalutare!

THE TESKEY BROTHERS – Live At The Forum

di Paolo Crazy Carnevale

1 novembre 2020

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The Teskey Brothers – Live At The Forum (Decca/Universal 2020)

I due dischi di studio usciti negli anni scorsi avevano puntato i fari sull’incredibile capacità di questa band australiana di fare rivivere sonorità che in parte erano state dimenticate o comunque avevamo creduto essere ad appannaggio di artisti americani o americani adottati nel vecchio continente, vengono in mente Sharon Jones o Charles Bradley, con la differenza che questi australiani sono giovani, e di parecchio.

Con Live At The Forum, i Teskey Brothers ci consegnano un lavoro ancor più completo, intriso di soul e rhythm’n’blues che si fonde con una massiccia dose di rock sudista della miglior scuola. Un risultato inatteso, visto e considerato che non sono americani né tanto meno hanno la pelle nera. Gli elementi ci sono tutti, dalle buone composizioni cantate da Josh Teskey (con una voce che in almeno un paio di occasioni ricorda davvero molto da vicino quella di Otis Redding) alla base strumentale che oltre che di una sezione ritmica come si deve gode degli intrecci tra la chitarra solista di SamTeskey, la pedal steel di James Gilligan e le tastiere suonate da Olaf Scott. Senza dimenticare la sezione fiati.

So Caught Up mette subito di buon umore l’ascoltatore , ci sono tutti gli elementi necessari, poi il disco decolla con Carry You e con la slow ballad Rain, in cui il paragone con Otis calza alla grande; nonostante la giovane età sia il cantante che i musicisti sanno da che parte andare a parare e se forse le canzoni ricordano sempre qualcosa di già ascoltato, la loro bontà non può essere messa in discussione.

Il piano elettrico di Scott e una lunga introduzione parlata di Josh ci pongono al cospetto di una versione molto sofferta e sentita della lennoniana Jealous Guy che ricorda molto i Black Corwes migliori: il pezzo è uno di quelli stra-ascoltati ma la band australiana lo affronta con sapienza, senza fare rimpiangere alcuna delle versioni già note del brano, che qui va quasi a sfociare in San Francisco, una delle composizioni di punta di Run Home Slow, il secondo disco del gruppo (2019), una versione lentissima, con Josh che canta sorretto da organo, pedal steel e dalle voci dei coristi.

Voltando il disco, ascoltiamo i Teskey Brothers virare verso un southern rock di stampo allmaniano, tre soli brani di cui i primi due rasentano i dieci minuti: il primo è Honeymoon, uno slow blues in cui possiamo apprezzare la perfetta intesa tra la pedal steel e l’elettrica, con stoppate e riprese su cui la voce di Josh è quanto mai a proprio agio, lo sviluppo della parte centrale del disco sembra trasformare il Forum di Melbourne nel Fillmore newyorchese.

Paint My Heart è appena poco più breve, ma non da meno: si apre con un bel botta e risposta tra chitarra e armonica (le note di copertina dimenticano però di dirci chi sia a suonarla), poi si fa largo un hammond che prepara l’entrata della voce, che diventa lo strumento principale del brano, perfettamente in bilico tra Otis e Chris Robinson: poi entrano i fiati e il brano diventa a tutti gli effetti una ballata soul di ottima fattura. A chiudere il disco un aversione editata di Louisa, forse il brano che sa maggiormente di già ascoltato, un boogie con l’armonica a comandare le danze.

In realtà del disco circolano almeno sette dizioni differenti: in origine avrebbe dovuto uscire per il Record Store Day, in versione doppia e colorata, poi il lockdown ci ha messo lo zampino e il risultato sono state diverse pubblicazioni, una in CD e le altre in vinile, anche con copertine diverse, in vinile bianco, o in vinile blu, doppie, singole. La versione giunta a casa mia è quella europea in unico vinile nero, in quelle doppie e sul CD però la succitata Louisa dura oltre nove minuti.

Fidatevi però, anche nell’edizione abbreviata, il disco è una garanzia!

MARKUS REUTER

di Paolo Crazy Carnevale

25 ottobre 2020

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Gary Husband & Markus Reuter – Music Of Our Times (Moonjune/Iapetus 2020)
Reuter, Notzer & Grohowski – Shapeshifters (Moonjune 2020)
Markus Reuter – Sun Trance (Moonjune/Iapetus 2020)
Markus Reuter Oculus – Nothing Is Sacred (Moonjune/Iapetus 2020)

Parlare di valanga di musica è quanto mai appropriato nel caso delle ultime uscite discografiche che coinvolgono il chitarrista germanico Markus Reuter, i quattro dischi in questione, usciti quasi in contemporanea sono solo la punta dell’iceberg visto che poi c’è tutta una parte sommersa che consiste nelle collaborazioni del musicista con altri compagni di scuderia, su tutti l’atteso disco di Dwiki Dharmawan che coinvolge anche altri bei nomi di casa Moonjune, tra cui il nostro connazionale Boris Savoldelli.

Va da sé che lo standard qualitativo varia da disco a disco, da progetto a progetto, anche perché Reuter è un eclettico e quindi gli stili variano anche se alla base dei suoi lavori c’è sempre la sua Touch Guitar, lo strumento con cui preferisce esprimersi.

Il primo disco del lotto consolida la collaudata partnership con il pianista Gary Husband e stavolta è stato inciso in Giappone. Husband è sicuramente più in vista rispetto a Reuter e le composizioni sono molto introspettive, se vogliamo anche abbastanza influenzate dalla musicalità del paese in cui il disco è stato realizzato.

Di tutt’altra pasta il disco in trio con il bassista/chitarrista Tim Motzer ed il batterista Kenny Grohowski, tratto da una session tenutasi il 18 agosto dello scorso anno a New York: il terzetto si lascia andare all’ispirazione del momento, il fronte sonoro si sposta su un asse più sperimentale, spesso rumoristico, sicuramente ispirato dal cosiddetto rock industriale, non a caso i brani sono indicati come composizioni istantanee. Di difficile digestione.

Sun Trance, in verità l’unico dei quattro CD accreditato al solo Reuter, è di certo il migliore: anche qui il tutto ruota attorno ad un progetto specifico, quello di un’unica composizione realizzata con la Mannheimer Schlagwerk nel maggio di tre anni fa: Reuter e l’ensemble di suoi connazionali si cimentano con un unico, intrigante e affascinante brano che si sviluppa e snoda attorno ad un tema di base d’ispirazione vagamente prog, ma anche un po’ ambient. Il risultato è sicuramente più fruibile rispetto al lavoro del trio newyorchese di cui sopra e Reuter s’inserisce molto bene nella formazione di Mannheim composta da ben dieci elementi e guidata dal vibrafonista Dennis Kuhn. L’impressione è che Reuter sia più coinvolto e motivato e di conseguenza convincente in lavori come questo, rispetto a alle divagazioni improvvisate del disco precedente.

Il quarto disco della cornucopia reuteriana in questione è un lavoro legato decisamente all’etichetta newyorchese per cui escono i lavori del tedesco: innanzitutto è stato registrato in Spagna, nella Casa Murada, uno studio da cui sono usciti altri lavori legati alla Moonjune Records, uno studio che è soprattutto una location dell’anima sonora della label guidata da Leonardo Pavkovich. In secondo luogo per quanto Reuter sia accreditato come titolare in copertina, almeno in qualità di leader del progetto Oculus, tra i nomi troviamo vecchie conoscenze come il batterista Asaf Sirkis e il chitarrista Mark Wingfield, già coinvolti in altri progetti in trio proprio con Reuter. Ci sono però anche il bassista Fabio Trentini (produttore del disco insieme al chitarrista tedesco), il violinista e pianista David Cross, legato ai King Crimson, e il tastierista californiano Robert Rich. Anche in questo caso il disco è notevolmente superiore ai primi due, il gruppo dimostra coesione, la Casa Murada si rivela ancora una volta un luogo magico per fare musica, e la struttura del disco sembrerebbe (a giudicare dai titoli) una sorta di concept che si sviluppa in più temi. Avantgarde, Free Jazz elettrico, prog rock: il disco riesce a sfuggire un po’ a tutte le definizioni, che però in qualche modo affiorano qua e là nelle cinque tracce che lo compongono.

MOTHER ISLAND – Motel Rooms

di Paolo Crazy Carnevale

15 ottobre 2020

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Mother Island – Motel Rooms (Go Down Records 2020)

Terzo album per la formazione vicentina dei Mother Island e ottima conferma della classe e delle potenzialità del gruppo. A dispetto di una copertina che lascia perplessi (non sarebbe stata male su un disco di Lucio Battisti con Panella), con tanto di vinilico gatefold sprecato senza dare informazioni sui musicisti e senza uno straccio di immagine relativa al quintetto, Motel Rooms è un signor disco, ben suonato e splendidamente cantato, che evidenzia ancor più del suo ottimo predecessore la passione per le sonorità vintage, stavolta spostate maggiormente verso il sound psichedelico californiano, con ampi riferimenti, ma mai copiature, ai Jefferson Airplane in particolare, per non dire ai Great Society (la voce di Anita Formilan, è uno dei punti di forza in questo senso) o altre realtà più oscure.

Le tastiere sono meno presenti rispetto al precedente Wet Moon in cui contribuivano a far virare il sound verso orientamenti più garagisti, e il fatto che nei loro concerti i Mother Island non abbiano tastierista è abbastanza esplicativo, qui comunque gli interventi sono molto misurati e affidati aEdoardo Piccolo che si destreggia tra Fender Rhodes e Philicorda (un organo prodotto in casa Philips negli anni sessanata), per il resto la potenza sonora è tutta nelle mani delle due chitarre rigorosamente vintage di Nicola Tamiozzo e Nicolò De Franceschi, che sviscerano languidi assoli sorretti dal basso di Giacomo Totti e dalla batteria di Nicola Bottene.

Su tutto la voce ipnotica e suadente della Formilan.

Il disco, uscito rigorosamente in vinile, in due versioni, una verde ed una canonica, si apre con l’ottima Till The Morning Comes che evidenzia fin da subito le caratteristiche stilistiche succitate e a conferma, se necessario, arriva poi Eyes Of A Shadow, altra composizione degna di nota.

And We Are Shining è il brano che il gruppo ha scelto come singolo di lancio per il disco, e il sound si sposta verso un surf rock d’ispirazione garage, un buon brano, forse meno in linea col sound generale di Motel Rooms, Summer Glow è imperdibile, con il suono di tastiere d’altri tempi che fanno da tappeto al brano, ma la summa summarum di questa prima facciata è il quasi valzer che chiude il primo lato, We All Steam To Fall To Pieces Alone, lenta composizione che la Formilan canta ispirata, con i fiati di Glauco Benedetti e Sergio Gonzo che danno una bella mano a definire il sound, mentre le chitarre di De Franceschi e Tamiozzo sfoderano un suono morriconiano di grande effetto. Sicuramente una delle perle del disco.
Voltando il disco non c’è tempo per tirare il fiato, Demons è incalzante, tirata e con un assolo di chitarra breve quanto giusto, con Song For A Healer tornano le atmosfere surf, la voce ricorda ancor più quella della Slick, gli intrecci delle chitarre ci riportano ad anni lontani senza far sembrare il disco datato. Questo è il miracolo dei Mother Island, suonare e scrivere musica vintage facendola risultare molto moderna alle orecchie dell’ascoltatore.

Seguono due composizioni incalzanti e robuste, Sant Cruz e Dead Rat, preludio alla conclusiva Lustful Lovers lento e lungo commiato dall’ascoltatore; a metà tra surf sound e Bond song (nel senso di James Bond), tanto che non sbaglierebbero gli eredi di Albert Broccoli (il producer storico dei Bond movie) a commissionare alla band di Schio i titoli di testa della loro prossima produzione.

JOE BOUCHARD – Strange Legends

di Paolo Baiotti

4 ottobre 2020

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JOE BOUCHARD
STRANGE LEGENDS
Rockheart Records 2020

Joe Bouchard ha esordito da adolescente con The Regal Tones; insieme al fratello batterista Albert ha condiviso questa prima esperienza e poi quella fondamentale dei Blue Oyster Cult, di cui entrambi sono stati membri fondatori. Joe ne è stato il bassista dal 1971 al 1986, ma non solo: ha scritto e cantato tracce fondamentali come la psichedelica Screams, Hot Rails To Hell, Morning Final, Celestial The Queen, l’immensa Astronomy e l’inquietante Nosferatu. In seguito ha studiato e insegnato musica e, dopo un intervallo di qualche anno, ha ripreso a suonare formando gli X Brothers che hanno inciso tre dischi tra il ’97 e il 2012, esordendo come solista nel 2008 con Jukebox In my Head seguito da altri quattro album, prodotti e pubblicati in modo indipendente, senza nessun appoggio esterno e quindi poco conosciuti se non dai fans più fedeli. Nel contempo ha formato il trio Blue Coupe nel 2010 con il fratello Albert e Dennis Dunaway, bassista fondatore dell’Alice Cooper Group, con il quale aveva già collaborato in un altro trio, BBD (Bouchard, Dunaway & Smith): hanno inciso tre dischi e sono tuttora attivi, alternando nei concerti brani della band e provenienti dalle rispettive carriere con i BOC e Alice Cooper.
In queste numerose esperienze Joe ha ripreso a suonare la chitarra, il suo primo strumento, lasciando in secondo piano il basso. Strange Legends è stato inciso quasi tutto da solo: chitarra, voce, basso, tastiere, tromba e mandolino sono nelle mani di Bouchard, con la batteria affidata a Mickey Curry, che suona da una vita nella band di Bryan Adams e come session man ha collaborato, tra gli altri, con Hall & Oates, The Cult, Debbie Harry, Tom Cochrane, Elvis Costello, Alice Cooper. Dopo avere firmato un contratto con la Rock Heart Records, che pubblicherà anche il nuovo atteso album del fratello Albert, Joe ha forse la possibilità di allargare il suo pubblico. L’accurata produzione e la diffusione di parecchi video su You Tube delle nuove canzoni sono il primo passo; il blocco dei concerti a causa della pandemia purtroppo è un ostacolo alla conoscenza del disco, perché si sa che oggi poche radio trasmettono nuovi brani di artisti rock considerati del passato, ma Strange Legends ha alcune tracce che potrebbero ottenere una buona programmazione. Intanto in Olanda il disco sta avendo un ottimo riscontro e le recensioni europee sono positive.
In effetti si tratta di un album di rock energico, come testimoniato dall’opener The African Queen, ispirata dall’omonimo film (La Regina d’Africa del 1951), che ricorda le atmosfere misteriose dei Blue Oyster Cult. Bouchard ha scritto sei brani, un paio con l’aiuto dello scrittore e sceneggiatore John Shirley, mentre quattro sono dell’amico John Elwood Cook che ha già collaborato con lui in passato. Il garage rock di Forget About Love e l’affascinante Walk Of Fame attraversata da un riff incisivo completano il riuscito tris d’apertura. Sembra più scontato l’up-tempo Hit And Run, ma lo strumentale Racing Thru The Desert, in cui Joe suona anche la tromba e l’inquietante She’s A Legend ci riportano ad atmosfere più coinvolgenti. L’unica cover è una discreta ripresa di All Day And All Of The Night dei Kinks che precede l’oscura ballata Once Upon A Time At The Border, che non avrebbe sfigurato in Spectres o Agents Of Fortune.
Nel finale la ritmata Bottom For The Bottomless in cui spiccano le linee di basso di Joe, l’eterea ballata Strangely In Love e l’insistente melodia di Winter confermano il giudizio positivo sul disco.
Una prova solista di buon livello da parte di un artista che a 71 anni dimostra di avere ancora qualcosa da dire.

SUGAR LIME BLUE – Narcoluptuous

di Paolo Baiotti

4 ottobre 2020

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SUGAR LIME BLUE
NARCOLUPTOUS
Autoprodotto 2019

Ashley e Dave Bett si sono conosciuti a Austin nel 1999. Si sono frequentati, innamorati, sposati e dal 2004 hanno iniziato a suonare insieme, trasferendosi in Tennessee. Hanno formato i Sugar Lime Blue nel 2007 con parecchi cambi di formazione nei primi anni, tanto da pensare nel 2010 di proseguire come duo. Invece in quel momento hanno incontrato il bassista Russ Dean con il quale hanno formato un trio acustico, unendo al basso di Russ la voce di Ashley e la chitarra di Dave. Questa formula è stata completata dall’inserimento di un batterista e di un tastierista per ritornare al suono elettrico, completando l’esordio Far From The Tree, uscito nel 2011. L’anno dopo hanno inciso alcuni brani, ma ulteriori cambiamenti dell’organico hanno allontanato il progetto di un secondo disco fino al 2015, quando è uscito Move That Earth in equilibrio tra rock, blues e country.
Con una formazione che ha aggiunto ai tre musicisti sopra citati il batterista Jeff Gaylor è stato inciso Narcoluptuous nei Bluebird Studios di Lebanon in Tennessee, prodotto da Dave con l’aiuto della band e sostenuto da una campagna su Kickstarter. Dodici tracce che spaziano tra blues e rock con qualche venatura country-jazz e frequenti abbandoni a momenti strumentali che possono richiamare le jamband. Un disco di Americana vario, rilassato e scorrevole nel quale spicca la voce rotonda e melodica dell’avvenente Ashley, accompagnata dalla chitarra liquida di Dave e da una sezione ritmica appropriata.
Il divertente rock bluesato di Dance In The Sunshine apre il disco con l’inserimento dell’armonica di Cleveland McPhee e di una brillante coda strumentale, seguito dalla ballata Willow e dalla ritmata Laying Off The Breaks che richiama i Grateful Dead degli anni ottanta (una passione dei conugi Bett). L’avvolgente ballata Keep On Keeping On è cantata con tonalità più profonde, mentre Gypsy River ha un notevole crescendo finale. Il disco prosegue senza esaltare, ma anche senza momenti di vera debolezza, passando attraverso la latineggiante title track, il pop-rock Rainbow, la jazzata Fool’s Lament (emozionante il break chitarristico) e la bluesata Brickbats per concludersi con la riflessiva Sassafras Tree e la jammata Lives In Space.

OUTLAWS – Dixie Highway

di Paolo Baiotti

28 settembre 2020

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OUTLAWS
DIXIE HIGHWAY
Steamhammer/Spv 2020

Quando nel settembre del 2007 Hughie Thomasson, voce, chitarra solista e leader indiscusso degli Outlaws, muore per infarto, la storia della “Guitar Army” della Florida sembra giunta al capolinea. Invece Henry Paul, altro cantante e chitarrista della formazione originale con la quale aveva inciso i primi tre dischi dal ’75 al ’77 (i migliori in studio della loro discografia), lasciando per formare la Henry Paul Band, rientrando per un breve periodo negli anni ottanta e poi nel 2005 dopo avere riallacciato i rapporti con Thomasson, decide di proseguire con Monte Yoho, uno dei batteristi originali, Dave Robbins (tastiere) e Randy Threet (basso) entrambi provenienti dai Blackhawk, la band di country formata da Paul negli anni novanta. Questi quattro musicisti sono tuttora in formazione insieme ai chitarristi Steve Grisham e Dale Oliver e al secondo batterista Jaran Sorenson.
Se It’s About Pride del 2012 era un disco discreto costruito sulla voce melodica di Henry, più vicino al country che al southern rock degli anni settanta, già il doppio dal vivo Legacy Live del 2016 aveva mostrato evidenti progressi e un riavvicinamento al suono originario degli Outlaws, sia per l’incisività e lucidità delle chitarre che per la pulizia delle armonie vocali. E Dixie Highway conferma queste sensazioni positive, dimostrandosi del tutto degno della tradizione della band, la migliore della seconda generazione sudista con 38 Special e Molly Hatchet, caratterizzata dal miscelare il suono muscolare tipico del genere, testimoniato dalla presenza di tre chitarristi, con influenze country e curati intrecci vocali degni degli Eagles.
Dixie Highway era la strada che nell’ottocento collegava Chicago a Miami, Midwest e Sud, una strada della quale esistono ancora alcuni tratti e che funge da metafora del lungo viaggio della band.
Sorprende il livello qualitativo delle canzoni e delle esecuzioni. La trascinante opener Southern Rock Will Never Die è il manifesto dell’orgoglio sudista e insieme alla conclusiva malinconica ballata Macon Memories ricorda le glorie musicali del passato e le band che hanno fatto la storia del genere, dagli Allman Brothers alla Marshall Tucker Band, dai Wet Willie ai Lynyrd Skynyrd, i simboli di una fratellanza ancora viva. La cavalcata chitarristica di Dixie Highway, la ballata western Endless Ride che accelera nel finale arrembante e lo strumentale Showdown confermano l’ispirazione della formazione, che ripesca anche due brani del passato, la morbida e rilassata Heavenly Blues in una versione che non fa rimpiangere l’originale su Hurry Sundown del ’77 e l’energica Windy City’s Blues, composta dall’ex bassista Frank O’Keefe, morto nel ’95, al quale è dedicato il disco, uscita in precedenza solo in versione demo in una raccolta del 2012, rivista con una presenza più incisiva delle chitarre. Anche i brani più melodici come Over Night From Athens, Dark Horse Run (chiuso da una notevole accelerazione) e il vivace up-tempo country Rattle Snake Road non sfigurano, contribuendo alla riuscita di uno dei ritorni più sorprendenti del 2020.

SKYE WALLACE – Skye Wallace

di Paolo Crazy Carnevale

17 settembre 2020

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Skye Wallace – Skye Wallace ( Kingfisher Bluez 2019)

“Skye Wallce è ciò che accade quando una collaudata cantautrice con radici sulla costa orientale scopre il punk rock”: sono le parole in cui la cantautrice canadese viene presentata nel suo sito ufficiale. Direi che ci sta tutto, perché è proprio quello che vedendola dal vivo (è passata diverse volte nella nostra penisola, anche in versione acustica) e ascoltando questo suo recente disco si percepisce.

Un disco rock, fantasticamente rock, spesso sostenuto da ossessiva sezione ritmica, con chitarre taglienti e riff arrabbiati, ma tutto cantato con una voce unica, personale, originale. Dire che Skye Wallace sembra una scanzonata Joni Mitchell in shorts e minigonne non è sicuramente esagerato.

E se a livello lirico doppiare la “Sweet Joni” di younghiana memoria è impossibile, di certo la Wallace non canta cose scontate, il suo repertorio, in particolare in questo disco è focalizzato su storie di donne; per giunta negli ultimi mesi, bloccata artisticamente dal lockdown, è molto attiva sui social in difesa dei nativi nonché fortemente impegnata sul fronte Black Lives Matter.

Accompagnata in studio dal produttore Devon Lougheed (basso e chitarre), da Brian Besse (chitarre e Wurlitzer), dalla viola di Rachel Cardiello e dal batterista Brad Kilpatrick, la bionda Skye allinea dieci brani (cinque per ogni lato del vinile) che si ispirano ad uno studio approfondito su una struttura ospedaliera di Terranova e gli anni della corsa all’oro Dawson City, nello Yukon, dove la Wallace per u n certo periodo è stata di casa per una lunga serie di concerti.

Il disco si apre con una delle sue perle, Death Of Me, triste storia ispirata da quella di un’infermiera dell’ospedale che dopo aver lasciato la struttura per mettere su famiglia vi tornò per morie di parto! Storia triste, ma trattata con profondità e amore, affidata ad una musica elettrica e vincente. Storie di donne anche per There is A Wall e per Coal In Your Window (ispirata da un’altra infermiera), scelta come singolo trainante del disco e costruita su un riff ossessivo e distorto. Identica location d’ispirazione anche per la più lirica e raccolta Stand Back, in cui il collegamento con la Mitchell sembra più diretto e naturale, con un refrain che conquista: la voce di Skye è ottima e l’arrangiamento con la viola assolutamente azzeccato. Gran uso della voce in Iced In, che mescola le fredde atmosfere di terranova con quelle di Dawson City, coniugandole ad una musica incalzante e ossessiva.

Sul lato B si parte subito con un’altra composizione che conquista, Always Sleep With A Knife, le donne cantate sono qui la bisnonna e la trisavola di Skye, il fatto di dover dormire con un coltello è riferito al fatto che per queste donne cresciute nei campi di minatori dell’Ontario fosse legato strettamente alla sopravvivenza. Applausi per Skye!

French Marie, protagonista di Body Light The Way è invece una prostituta nel Klondike dei cercatori d’oro, ancora una volta un buon brano, con cori a cura della cantante e del produttore. Il femminicidio di Angelina Napolitano è alla base di Swing Batter, dall’accompagnamento ritmico insistentemente minimale in cui la talentosa cantautrice si doppia con la voce dando origine a interessanti soluzioni armoniche, voce che diventa quasi angelica nell’ispirata Midnight, bellissima composizione dedicata ad un’amica. Il disco termina con Suffering For You che s’ispira alla storia di un gruppo di persone (bimbi inclusi) disperse durante una spedizione nel diciottesimo secolo, la donna di riferimento, cantata qui da Skye, sempre con profonda ispirazione, è una donna Inuit chiamata Tookoolito che le aiutò a sopravvivere al congelamento. Ancora una volta il brano è impreziosito dall’uso della voce sovraincisa più volte.

E fate attenzione, se mai torneranno in auge i concerti, non negatevi il piacere di assistere ad uno di quelli di Skye Wallace se dovesse capitarvi a tiro. O, come direbbero gli americani: don’t dare miss it!

GENNA & JESSE – Say Ok

di Paolo Baiotti

7 settembre 2020

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GENNA & JESSE
SAY OK
Autoprodotto 2020

Nel 2009 Genna Giacobassi, originaria di Lansing, ma residente nella Bay Area dalla metà degli anni novanta, cantante appassionata di musical, jazz e Motown, assume Jesse Dyen come tastierista nella sua band soul-punk Fiction Like Candy. Jesse, nato a Philadelphia, ha alle spalle esperienze importanti come musicista seppure in ambito di nicchia, ha prodotto dischi ed è stato coinvolto in vari progetti. Presto il rapporto tra i due si trasforma in sentimentale: decidono di lasciare il gruppo e di suonare in duo, si sposano nel 2013 e sei anni dopo hanno un figlio. Lasciano la casa di San Francisco e decidono di girare il mondo con uno stile un po’ nomade, guardando molto al presente, traendo ispirazione dai viaggi e dalla conoscenza di diverse culture, suonando molto anche in Europa e pubblicando dischi. Say OK è il quarto della loro storia, registrato e prodotto a Nashville da Jacob Lawson che ha curato anche gli arrangiamenti dei fiati e degli archi. In contemporanea hanno lanciato un crowdunding su Kickstarter per aiutare giovani artisti, in collaborazione con le scuole.
Definiscono il loro genere “retro soul pop”, un genere che ingloba influenze diverse: folk, blue-eyed soul, jazz, blues, torch song, pop degli anni ‘60 e ’70, caratterizzato da due voci notevoli, melodiche e potenti, arrangiato con cura. I 13 brani sono composti da Genna o Jesse che si alternano alla voce solista, accompagnati dalla sezione ritmica di Lindsay Jamieson (batteria) e Steve Mackey (basso) con Tom Hampton alla chitarra.
Say OK è un disco leggero, estivo, che alterna le ritmate tracce pop Dr. Steve, la fiatistica Happy Song e At Ease alle ballate Annabel Lee con un delizioso break strumentale di slide e sax, I Don’t Feel Like Myself Tonight in cui la voce di Jesse ricorda Billy Joel, Rinse Repeat (un’altra brillante intepretazione di Genna) caratterizzata da toni malinconici e la bluesata The Ballad Of Sandra Bland (che accelera nella parte centrale), alle swingata Weatherman e Don’t Be Surprised con echi di Norah Jones o al soul della fiatistica Two Dimes in cui Genna e Jesse duettano confermando le loro doti vocali.

JOY MILLS BAND – Echolocator

di Paolo Baiotti

7 settembre 2020

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JOY MILLS BAND
ECHOLOCATOR
joymills.com 2020

La cantante Joy Mills e il bassista Tom Parker collaborano insieme dal 2000: dapprima come duo hanno inciso tre dischi e suonato in tour anche in Europa (Germania, Olanda, Belgio), poi hanno formato la Joy Mills Band che ha esordito nel 2012 con Trick Of The Eye, seguito da Cat And Mouse e da un paio di Ep. Originari di Seattle, suonano un roots-country con forti venature pop, con in primo piano la voce melodica e ben modulata di Joy che ricorda, specialmente in alcuni brani, Stevie Nicks. Questa somiglianza è evidente in tracce come la title track che apre il disco, nella ritmata Stuck In A Rut e in The Peace Of Things che non sfigurerebbe nel repertorio dei Fleetwood Mac del secondo periodo, con un tocco chitarristico alla Mark Knopfler. L’alternative country Without Even Asking potrebbe ricordare Neko Case, mentre Favourite Stone è un brano di stampo sudista in cui svetta la chitarra di Lucien LaMotte. Pescando da varie fonti, ma inserendo anche elementi personali nei testi non banali e nelle melodie arrangiate con cura e arricchite dai backing vocals di Tom, la Joy Mills Band potrebbe ambire ad ottenere attenzione dalle radio pop e rock se queste non si limitassero a programmare nomi già affermati. La scorrevole The Lonely And The Lean, l’eterea ballata Oxygen e la languida My One And Only, in cui Lucien si disimpegna alla pedal steel, sembrano perfette per le radio FM, mentre la conclusiva Message Of My Love è un pop leggero con un testo di speranza, che non guasta in questo periodo storico.
La band, completata dalle tastiere di Jack Quick e dalla batteria di Mikel McDermott, appare coesa al punto giusto e il disco, registrato con cura nello studio NoteWordies di proprietà di Lucien (autore anche di un paio di dischi a suo nome), ha un suono fresco e cristallino.

A.K & THE BROTHERHOOD – Oh Sedona!

di Paolo Baiotti

4 settembre 2020

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A.K & THE BROTHERHOOD
OH SEDONA!
Paraply Records 2020

Dopo The Outlaw American Session, esordio del 2017, ritorna A.K accompagnato da The Brotherhood con il secondo album. Se non avessi letto le note di copertina avrei scambiato questo gruppo svedese, creatura di Alo Karlsson, cantante e chitarrista di Vaxjo, per una formazione della West Coast! Il suono è americano, in equilibrio tra roots rock e country, ennesima prova dell’amore di molti nordici nei confronti di questo tipo di sonorità. Alo è veramente bravo, sia come compositore che come cantante; inevitabilmente derivativo, ma con una personalità distinta e una capacità di arrangiare con gusto. Nel 2017 si sono aggiudicati la Swedish Country Music Championship; dopo tre anni pubblicano Oh Sedona! diviso in tre Ep nella versione digitale su Spotify, unito in vinile e cd. Se la scorrevole California Free Bird ricorda gli Eagles, la ballata pianistica For The Long Run inserisce una slide alla David Lindley e il violino di Martin Bjorklund, valorizzando la voce calda e profonda di Karlsson. Tracce country più leggere come (Livin’ On) Tupelo Time e la scanzonata Sweet Miranda si alternano a ballate come la malinconica Big City Sidewalks (duetto con la cantante Sofia Loell) e Guiding Light, al pop-rock di Miles And Memories e della melodica Halfway To Anywhere e al country corale e divertente di Like The Devil Reads The Bible. La capacità di Alo di scrivere melodie accattivanti è ribadita da Where All The Dreams Go che ricorda gli Outlaws più vicini al country e dalla lenta Broken Rainbow in cui il violino riafferma il suo ruolo primario nell’assetto strumentale della band insieme alle chitarre di Johan Glassner, elemento fondatore della Brotherhood con il batterista Daniel Uhlas.

MICHAEL JOHNATHON – Legacy

di Paolo Baiotti

4 settembre 2020

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MICHAEL JOHNATHON
LEGACY
PoetMan Records 2020

Definire Michael Johnathon un artista eclettico è il minimo che si possa fare. Folksinger, chitarrista, drammaturgo, scrittore (ha pubblicato 5 libri), compositore dell’opera Woody: For The People, fondatore dell’organizzazione di artisti SongFarmers, animatore del programma WoodSongs Old Time Radio Hour trasmesso ogni settimana da 500 stazioni radio pubbliche e da numerose emittenti televisive, Michael è un uomo sempre in attività.
Nato nel 1957 e cresciuto nell’area di New York, si è trasferito a Laredo e poi a Mousie in Kentucky, che ha usato come base per girare nella zona degli Appalachi dove ha cercato e studiato decine di brani tradizionali, raccogliendoli dalla popolazione locale. Risiede tuttora ai piedi di questa zona montana, dalla quale si sposta per suonare ovunque, spesso per eventi benefici.
Legacy è il suo quindicesimo album (l’esordio è datato 1988), un disco ispirato da un’intervista del cantante Don McLean nella quale l’artista dichiarava il suo sconcerto per il tramonto dell’industria musicale e di un periodo d’oro della musica americana. La title track non a caso riprende il tema di American Pie e inserisce nel nostalgico testo riferimenti ad altri brani di grandi autori (Kingston Trio, Harry Chapin, James Taylor, Bob Dylan, Steve Goodman…). Il primo lato dell’album, diviso come un vinile, prosegue con due brani autografi, la ballata Winter Rose e l’acustica Rain arrangiata con un quintetto d’archi, alternati alle cover di Blue Skies di Irving Berlin e di Knockin’ On Heaven’s Door rallentata ad arte, con piano e mandolino in evidenza nel break strumentale. Il secondo lato è aperto da tre brani di Michael: l’intensa ballata The Coin, l’altro lento acustico Loyalty e la frizzante The Twinkie Song ondeggiante tra country e jazz e chiuso dalla cover di Like A Rolling Stone e da un medley di Woody Guthrie incentrato su Woody’s Poem, nel quale si inseriscono spezzoni di This Land Is Your Land e Ain’t Got No Home.
Legacy merita un ascolto, anche se manca un po’ di fluidità e di omogeneità tra i brani autografi e le cover.

PETE WAY: Addio a una vera rockstar

di Paolo Baiotti

1 settembre 2020

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Se c’è un musicista che abbia rappresentato il termine “rockstar” come è stato inteso nello scorso millennio, questo è Pete Way, bassista degli UFO per un trentennio. Esuberante, pieno di entusiasmo per la vita, dedito ad ogni tipo di eccesso senza farsi tanti problemi, generoso e disponibile con i fans, un eterno ragazzo che non voleva crescere e che trovava la sua dimensione su un palco, al pub o su un campo di calcio (era un grande tifoso dell’Aston Villa), aveva appena compiuto 69 anni, probabilmente sorpreso di esserci arrivato nonostante tutto.
Dopo avere superato un tumore alla prostata nel 2013 e un infarto nel 2016, è morto il 14 agosto scorso e non per le conseguenze degli eccessi di una vita, ma a causa di un grave incidente che due mesi prima gli aveva provocato ferite e lesioni multiple. In alcune interviste Pete ha ammesso di avere sniffato quantità enormi di cocaina e di avere sottoposto il suo cuore a ogni tipo di tensione, affermando di non rimpiangere nulla. “Non posso avere rimpianti, ho avuto una vita brillante. Non cambierei nulla di ciò che ho fatto”.

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Nato a Enfield nel Middlesex il 7 agosto del ’51, fonda gli UFO nel 1968 con gli amici Phil Mogg (voce), Andy Parker (batteria) e Mick Bolton (chitarra). Esordiscono con l’omonimo album nel ’70, seguito l’anno dopo da Flying. Due dischi di hard rock psichedelico molto validi, ignorati in patria e in Usa, considerati solo in Germania e Giappone. Dopo l’addio di Bolton i tre amici decidono di cambiare direzione, virando verso un hard rock energico e melodico allo stesso tempo. Cercano un nuovo chitarrista e dopo un breve periodo con Larry Wallis e Bernie Marsden, lo trovano nel talentuoso tedesco Michael Schenker, 18 anni, che aveva esordito con gli Scorpions. Il periodo tra il ’74 e il ’78 è quello di maggiore creatività e successo. La band diventa un quintetto con l’aggiunta di un tastierista/chitarrista ritmico e incide Phenomenon, Force It, No Heavy Petting, Lights Out e Obsession che segnano una crescita progressiva, con tour mondiali e canzoni iconiche come Doctor Doctor, Lights Out, Rock Bottom, Too Hot To Handle e Love To Love. La voce potente e melodica di Mogg, la chitarra esplosiva di Schenker, il basso pulsante di Pete e la solida batteria di Parker sono le fondamenta di un suono che ha influenzato molte band degli anni ottanta. L’epocale doppio live Strangers In The Night viene pubblicato quando l’incostante e irascibile Schenker ha già lasciato il gruppo, sostituito da Paul Chapman. La band si ammorbidisce, ma pubblica dischi di buon livello come No Place To Run e The Wild, The Willing And The Innocent. Dopo Mechanix dell’82 Pete se ne va, insoddisfatto delle scelte musicali e forma i Fastway con Eddie Clarke (ex Motorhead) e il batterista Jerry Shirley (ex Humble Pie). Ma per motivi contrattuali non può incidere e accetta un’offerta di Ozzy Osbourne per un tour. Quindi forma i Waysted che incidono tre dischi senza sfondare. Nel ’92 torna negli Ufo e rimane fino al 2009 quando non può partecipare a un tour americano per problemi di visto legati ai suoi precedenti con le droghe. Da questo momento non suonerà più con la band. Nel nuovo millennio partecipa ai Damage Control con Chris Slade e Spike incidendo due dischi, pubblica un album in studio e un live, partecipa a un disco di Michael Schenker, riforma i Waysted, crea la Pete Way Band e nel 2017 pubblica un’autobiografia.

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Oltre a suonare il basso (e a cantare nei progetti solisti), ha anche prodotto dischi dei Twisted Sister e dei Cockney Rejects.
Sempre sulla breccia nonostante gli acciacchi, aveva appena registrato l’album Walking On The Edge prodotto da Mike Clink, che verrà pubblicato postumo.

DAN TUFFY – Letters Of Gold

di Paolo Baiotti

31 agosto 2020

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DAN TUFFY
LETTERS OF GOLD
Smoked/Continental Europe 2020

Cresciuto a Kempsey nella regione australiana del nuovo Galles del Sud, da anni residente in Olanda, Dan ha un passato da punk rocker nei Wild Pumpkins At Midnight dall’83 al ’93, quando l’intera band si è spostata in Germania e poi in Olanda per cercare di sfondare in Europa. In questo periodo si sposa, ha due figli piccoli da mantenere, fatica a mantenere il ritmo dei tour…ma la band si scioglie e, dopo una pausa, riprende a fare musica in Olanda formando i Big Low e i Parne Gadje. Crea anche la Smoked Records che finora ha pubblicato una ventina di album e infine nel 2017 pubblica l’esordio solista Songs From Dan seguito tre anni dopo da Letters Of Gold, registrato parzialmente nella nativa Australia con musicisti locali e con musicisti europei.
Dimenticato il periodo punk, Dan è un cantautore che privilegia atmosfere intime ed eteree, con suoni sparsi e qualche inserimento di elettronica, accentuato in questo nuovo disco in presenza del produttore Zlaya, che ha anche mixato e masterizzato l’album. La voce bassa e il suono minimale e ipnotico caratterizzano Can’t Contain My Feeling, mentre Honey Flow ha sapori orientali ritmati da una batteria elettronica, Eternity si muove nel filone del country essenziale e Time Stole My Angel inserisce elementi di synth pop. Questi brani rappresentano la “bright side”, i successivi quattro la “shady side” in una divisione che ricorda quella del vinile. Sandy Track è un mid-tempo con una chitarra a strappi con echi di J.J. Cale, No Sleep Until The Work Is Done un brano ipnotico tra blues e Mark Knoplfler, Home Fires una traccia quasi sospesa e sognante cantata con voce filtrata (ma la batteria è troppo invadente), Big Man un brano oscuro e minimale, con l’inserimento di un’armonica dolente.
Un disco prodotto con cura in cui i suoni sembrano prevalere sulla qualità delle composizioni.

BLUES ESCAPE (feat. Johanna Lillvik) – Blues Escape

di Paolo Baiotti

31 agosto 2020

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BLUES ESCAPE (feat. Johanna Lillvik)
BLUES ESCAPE
Paraply 2020

Blues Escape è il risultato dell’incontro tra la versatile cantante Johanna Lillvik e la blues band Hill Blue Unit in un jazz club nel novembre del 2016. Johanna non aveva mai cantato in pubblico blues o jazz: il risultato di quella serata si è ripetuto più volte, in quanto il gruppo è stato ingaggiato in Svezia e Danimarca per festival e serate nei club, ottenendo ottimi riscontri. Suonano un mix di blues, gospel, jazz, soul, ritmi latini e voodoo, boogie woogie, rythm’n’blues con particolare attenzione alla tradizione di New Orleans. La voce affascinante di Johanna è il fulcro del suono, ma il piano di Orjan Hill e il sax di Torbjorn Stenson si distinguono negli spazi solisti e in ritmica, accompagnati dalla batteria di Ake Goransson e dal basso di Lars Mellqvist, musicisti esperti e tecnicamente all’altezza.
Questo mini album di sette brani per quasi 30’ di musica, registrato al West Coast Piano Studio da Goransson, è un anticipo dell’esordio in studio previsto per fine anno. Brani sciolti, rilassati, old style, vibranti, da ascolto serale accompagnato da un buon bicchiere. Il ritmato boogie di Evil Gal Blues, la languida e sensuale That’s How I Got My Man, il blues pianistico Trouble In Mind e The Dream /Marie Laveau profumata di sapori della Louisiana sono le tracce migliori di un dischetto che, pur non inventando nulla ed essendo rivolto al passato, risulta brillante e accattivante.

FABRIZIO POGGI – For You

di Paolo Crazy Carnevale

13 agosto 2020

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Fabrizio Poggi – For You (Appaloosa/IRD 2020)

Un inizio insospettabilmente notturno, guidato in punta di contrabbasso da Tito Mangialajo Rantzer, per questo nuovo disco di Fabrizio Poggi, uno dei più attivi e interessanti musicisti italiani dediti alle radici del suono americana. Poggi, che tra carriera solista e Chicken Mambo ha oltre una ventina di produzioni alle spalle, per non dire delle collaborazioni con sparring partner d’eccezione al di là e al di qua dell’oceano Atlantico, ha dato alle stampe questo nuovo disco la scorsa primavera. Un disco breve ma intenso, ricco di sonorità che mescolano il blues ed il gospel con al musica notturna e vibrante delle metropoli, composto prevalentemente da brani tradizionali rimaneggiati e arrangiati sapientemente da Poggi e dal suo producer Stefano Spina (impegnato anche alla chitarra elettrica, alle tastiere, al basso elettrico e alla batteria).

L’armonica è ovviamente protagonista a trecentosessanta gradi, come del resto la voce soul e densa di sfumature di Fabrizio, ma la particolarità sta proprio nell’uso di strumenti più inusuali come il contrabbasso e i fiati che ci riportano in fumosi club metropolitani, distanti anni luce dai juke joint campagnoli a cui il titolare aveva dedicato non molti anni fa un altro riuscito disco.

For You, che ruba il titolo ad una canzone di Eric Bibb qui inclusa, parte con le riletture di Keep On Walkin’, If These Wings e Chariot (che altro non è che la nota Swing Low Sweet Chariot), riletture che profumano, o forse meglio dire odorano, di Harlem e della Grande Mela delle ore tarde.

Fiati, armonica e il suddetto contrabbasso sono la colonna portante di tutte e tre le composizioni, per contro invece la successiva Dont’ Get Worried (altresì nota come Keep Your Lamp Trimmed and Burning), è elettrica vibrante, accattivante. Le fa seguito il gospel di I’m Goin’ There, altro brano particolarmente riuscito, notturno ma in modo diverso.

A questo punto tocca alla cover di Eric Bibb, aperta da un accenno di vibrato dell’armonica che sembra Neil Young, poi parte la voce e l’unico strumento a supportare Poggi in questa versione è il piano di Stefano Intelisano (vecchio amico dai tempi dei Chicken Mambo) e nella seconda parte una sezione d’archi sintetizzata. Il brano sfocia nella successiva My Name Is Earth, la prima delle tre composizioni che portano la firma del titolare, il brano è molto arrangiato, con un bell’intervento all’organo di Pee Wee Durante ed un robusto coro in cui si inserisce la voce dell’ospite Arsene Duevi, originario del Togo; notevole la coda strumentale che termina, in linea col brano che è un omaggio a Madre Terra, con una serie di voci di bambini che restano in sottofondo anche sulla partenza di un altro traditional dalle movenze più smaccatamente blues di matrice elettrica, Just Love, in cui brilla la chitarra elettrica di Enrico Polverari.

Con Sweet Jesus, Poggi ci omaggia di una canzone originale più allegra, sorretta da armonica e chitarra pizzicata e archi, il tutto prima del finale di It’s Too Late, struggente e corale composizione scritta con Arsene Duevi, che vi suona anche l’acustica e canta nella sua lingua.

LUCIANO FEDERIGHI e DAVIDE DAL POZZOLO – Viareggio And Other Imaginary Places

di Paolo Crazy Carnevale

10 agosto 2020

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LUCIANO FEDERIGHI e DAVIDE DAL POZZOLO – Viareggio And Other Imaginary Places (Appaloosa 2020)

Appaloosa Records da quando è rinata a nuova vita sta decisamente muovendo passi più interessanti e arditi che non ai tempi dei suoi pionieristici ma pur sempre indispensabili esordi.

Soprattutto ha cominciato a dare significativamente spazio anche agli artisti di casa nostra che si cimentano con generi musicali affini a quelli degli artisti stranieri trattati dall’etichetta, vale a dire rock, cantautorato, americana, country-rock, folk-rock, blues.

Quest’ultimo disco uscito nel bel mezzo della pandemia però non ci convince appieno come era accaduto con altre produzioni di nostri connazionali (pensiamo a Francesco Piu o a Fabrizio Poggi, o a certe cose di Charlie Cinelli, non tutto però): il pianista, scrittore, giornalista, illustratore viareggino Luciano Federighi non è nuovo in casa Appaloosa e questo suo disco condiviso col sassofonista Davide Dal Pozzolo sembra più che altro un momento di musica condivisa in maniera informale che un progetto discografico vero e proprio, e la produzione a livello di ascolto poteva essere molto meglio (tanto per fare un esempio, la terza traccia del CD, Darkness Will Never Hurt You, ha la voce che nei primi versi è molto più bassa rispetto al resto). Non siamo amanti della musica troppo leccata e perfettina, ma qui un po’ di lavoro al mixer e un po’ di attenzione alla mescola dei suoni non avrebbe fatto male.

Federighi dimostra comunque una grande padronanza, del piano, dell’inglese per la scrittura dei testi e, soprattutto di una voce arrochita che non può non fare venire in mente certe cose di Tom Waits: ma badate, non si tratta di uno scopiazzamento, il timbro di Federighi è personale: nell’iniziale Lather Than You Think e in Mr. Lonesome sfodera addirittura sfumature sinatriane assolutamente azzeccate e, sempre a proposito del cantato, in A Sabbatical From The Blues tornano in mente certe cose di David Bromberg.

Il sax di Dal Pozzolo (talvolta impegnato anche al flauto) non è sempre azzeccato, è mixato troppo alto ed è troppo virato al jazz per un genere cantato in cui i testi sembrano avere particolare rilievo, troppo sofisticato al punto da finire per distrarre l’ascoltatore dai testi, che sono tra l’altro molto lunghi, talvolta verbosi e nel booklet sono riportati solamente in lingua inglese. Peccato, visto che l’Appaloosa di solito brilla per le belle e intelligenti traduzioni dei testi acclusi agli album di artisti americani.

MIA ARENDS/MICHAEL DERNING – Rough Music

di Paolo Baiotti

6 agosto 2020

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MIA ARENDS – MICHAEL DERNING
ROUGH MUSIC
Autoprodotto 2019

Coppia nella vita e nella musica da 45 anni, ma con poche incisioni alle spalle, Mia e Michael hanno pensato, dopo l’album Cover Art del 2007, di incidere un disco che si riallacciasse alla musica ascoltata da adolescenti, sia recuperando brani del passato sia scrivendone di nuovi dal sapore antico, utilizzando soprattutto le due voci e la chitarra acustica, con qualche inserimento di mandolino e slide da parte di Michael e dosati interventi di percussioni, violino e piano (Michael Thomas Connolly che ha mixato il disco), batteria (Brad Gibson) e violoncello (Colin Isner). Il risultato è un disco di cantautorato folk con venature jazz in cui sei tracce originali si miscelano senza difficoltà o bruschi stacchi con dieci cover. Delicate armonie vocali caratterizzano brani come Empty Pocket Blues e Joy, mentre la purezza del fingerpicking emerge in Pilgrims e Mind Your Own Heart. Una versione intima e minimale di Norvegian Wood ci ricorda l’eterna influenza dei Beatles, la sciolta Everybody Wants To Be A Cat e Moon Indigo di Duke Ellington, dove spicca l’interpretazione vocale di Mia, riaffermano la passione della coppia per il jazz tradizionale. Una scanzonata Baby It Must Be Love (Blind Willie McTell) e una delicata Blue Skies (Irving Berlin) ci traghettano al termine del disco, affidato alla jazzata That’s All (Bob Haymes) e alla breve Gone, un brano di Michael nel quale si inseriscono le percussioni.

DAVE GREAVES – Still Life/The Legacy Collection

di Paolo Baiotti

6 agosto 2020

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DAVE GREAVES
STILL LIFE – THE LEGACY COLLECTION
Inbred Records 2020

Negli anni settanta Dave Greaves, cantautore di area folk/rock, ha girato la Gran Bretagna in tour con Sandy Denny e John Martyn, ha lavorato con la Island, la Pye e la Demon. Nel suo percorso Dave ha fondato la Hull Truck Theatre Company, ha suonato la chitarra elettrica accompagnando molte formazioni americane di R&B in Europa e ha fatto parte di MG Greaves and The Lonesome Too con il fratello. Inoltre ha affiancato in svariate occasioni il cantautore texano Bob Cheevers.
Originario di Hull, vive a Scarborough. Non ha pubblicato molto, solo cinque dischi dal 1984 ad oggi da solo, con la Dave Greaves Band o con altri artisti. Da questi dischi sono tratti i 22 brani di Still Life, una raccolta esaustiva della sua carriera reperibile in doppio cd, prodotta da Bob Cheevers, che si può considerare una sorta di testamento musicale, tenendo conto dei seri problemi di salute del musicista. Sono canzoni personali, intime e toccanti con echi di John Martyn, Nick Drake, Eric Andersen o dei più giovani Greg Trooper e Tom Russell, come l’eccellente ballata Frank o Danny And His Girl, forse un po’ monocordi come la voce di Dave (in questo senso una raccolta doppia può sembrare eccessiva). Tuttavia la scrittura di Greaves è apprezzabile e anche la semplicità degli arrangiamenti si presta a questo tipo di canzoni morbide e delicate.
Nel primo cd, oltre ai brani citati, spiccano Fool’s Gold con preziosi arpeggi di chitarra, Rising Tide e la malinconica The Desperate Hours. Dal secondo disco sceglierei la scorrevole opener Me And Lucky, la ballata Phantasy con una raffinata chitarra e il piano in sottofondo, la sussurrata Unguarded Moment, l’intensa Sunflowers e la conclusiva Without The Asking.