Archivio di settembre 2020

SKYE WALLACE – Skye Wallace

di Paolo Crazy Carnevale

17 settembre 2020

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Skye Wallace – Skye Wallace ( Kingfisher Bluez 2019)

“Skye Wallce è ciò che accade quando una collaudata cantautrice con radici sulla costa orientale scopre il punk rock”: sono le parole in cui la cantautrice canadese viene presentata nel suo sito ufficiale. Direi che ci sta tutto, perché è proprio quello che vedendola dal vivo (è passata diverse volte nella nostra penisola, anche in versione acustica) e ascoltando questo suo recente disco si percepisce.

Un disco rock, fantasticamente rock, spesso sostenuto da ossessiva sezione ritmica, con chitarre taglienti e riff arrabbiati, ma tutto cantato con una voce unica, personale, originale. Dire che Skye Wallace sembra una scanzonata Joni Mitchell in shorts e minigonne non è sicuramente esagerato.

E se a livello lirico doppiare la “Sweet Joni” di younghiana memoria è impossibile, di certo la Wallace non canta cose scontate, il suo repertorio, in particolare in questo disco è focalizzato su storie di donne; per giunta negli ultimi mesi, bloccata artisticamente dal lockdown, è molto attiva sui social in difesa dei nativi nonché fortemente impegnata sul fronte Black Lives Matter.

Accompagnata in studio dal produttore Devon Lougheed (basso e chitarre), da Brian Besse (chitarre e Wurlitzer), dalla viola di Rachel Cardiello e dal batterista Brad Kilpatrick, la bionda Skye allinea dieci brani (cinque per ogni lato del vinile) che si ispirano ad uno studio approfondito su una struttura ospedaliera di Terranova e gli anni della corsa all’oro Dawson City, nello Yukon, dove la Wallace per u n certo periodo è stata di casa per una lunga serie di concerti.

Il disco si apre con una delle sue perle, Death Of Me, triste storia ispirata da quella di un’infermiera dell’ospedale che dopo aver lasciato la struttura per mettere su famiglia vi tornò per morie di parto! Storia triste, ma trattata con profondità e amore, affidata ad una musica elettrica e vincente. Storie di donne anche per There is A Wall e per Coal In Your Window (ispirata da un’altra infermiera), scelta come singolo trainante del disco e costruita su un riff ossessivo e distorto. Identica location d’ispirazione anche per la più lirica e raccolta Stand Back, in cui il collegamento con la Mitchell sembra più diretto e naturale, con un refrain che conquista: la voce di Skye è ottima e l’arrangiamento con la viola assolutamente azzeccato. Gran uso della voce in Iced In, che mescola le fredde atmosfere di terranova con quelle di Dawson City, coniugandole ad una musica incalzante e ossessiva.

Sul lato B si parte subito con un’altra composizione che conquista, Always Sleep With A Knife, le donne cantate sono qui la bisnonna e la trisavola di Skye, il fatto di dover dormire con un coltello è riferito al fatto che per queste donne cresciute nei campi di minatori dell’Ontario fosse legato strettamente alla sopravvivenza. Applausi per Skye!

French Marie, protagonista di Body Light The Way è invece una prostituta nel Klondike dei cercatori d’oro, ancora una volta un buon brano, con cori a cura della cantante e del produttore. Il femminicidio di Angelina Napolitano è alla base di Swing Batter, dall’accompagnamento ritmico insistentemente minimale in cui la talentosa cantautrice si doppia con la voce dando origine a interessanti soluzioni armoniche, voce che diventa quasi angelica nell’ispirata Midnight, bellissima composizione dedicata ad un’amica. Il disco termina con Suffering For You che s’ispira alla storia di un gruppo di persone (bimbi inclusi) disperse durante una spedizione nel diciottesimo secolo, la donna di riferimento, cantata qui da Skye, sempre con profonda ispirazione, è una donna Inuit chiamata Tookoolito che le aiutò a sopravvivere al congelamento. Ancora una volta il brano è impreziosito dall’uso della voce sovraincisa più volte.

E fate attenzione, se mai torneranno in auge i concerti, non negatevi il piacere di assistere ad uno di quelli di Skye Wallace se dovesse capitarvi a tiro. O, come direbbero gli americani: don’t dare miss it!

GENNA & JESSE – Say Ok

di Paolo Baiotti

7 settembre 2020

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GENNA & JESSE
SAY OK
Autoprodotto 2020

Nel 2009 Genna Giacobassi, originaria di Lansing, ma residente nella Bay Area dalla metà degli anni novanta, cantante appassionata di musical, jazz e Motown, assume Jesse Dyen come tastierista nella sua band soul-punk Fiction Like Candy. Jesse, nato a Philadelphia, ha alle spalle esperienze importanti come musicista seppure in ambito di nicchia, ha prodotto dischi ed è stato coinvolto in vari progetti. Presto il rapporto tra i due si trasforma in sentimentale: decidono di lasciare il gruppo e di suonare in duo, si sposano nel 2013 e sei anni dopo hanno un figlio. Lasciano la casa di San Francisco e decidono di girare il mondo con uno stile un po’ nomade, guardando molto al presente, traendo ispirazione dai viaggi e dalla conoscenza di diverse culture, suonando molto anche in Europa e pubblicando dischi. Say OK è il quarto della loro storia, registrato e prodotto a Nashville da Jacob Lawson che ha curato anche gli arrangiamenti dei fiati e degli archi. In contemporanea hanno lanciato un crowdunding su Kickstarter per aiutare giovani artisti, in collaborazione con le scuole.
Definiscono il loro genere “retro soul pop”, un genere che ingloba influenze diverse: folk, blue-eyed soul, jazz, blues, torch song, pop degli anni ‘60 e ’70, caratterizzato da due voci notevoli, melodiche e potenti, arrangiato con cura. I 13 brani sono composti da Genna o Jesse che si alternano alla voce solista, accompagnati dalla sezione ritmica di Lindsay Jamieson (batteria) e Steve Mackey (basso) con Tom Hampton alla chitarra.
Say OK è un disco leggero, estivo, che alterna le ritmate tracce pop Dr. Steve, la fiatistica Happy Song e At Ease alle ballate Annabel Lee con un delizioso break strumentale di slide e sax, I Don’t Feel Like Myself Tonight in cui la voce di Jesse ricorda Billy Joel, Rinse Repeat (un’altra brillante intepretazione di Genna) caratterizzata da toni malinconici e la bluesata The Ballad Of Sandra Bland (che accelera nella parte centrale), alle swingata Weatherman e Don’t Be Surprised con echi di Norah Jones o al soul della fiatistica Two Dimes in cui Genna e Jesse duettano confermando le loro doti vocali.

JOY MILLS BAND – Echolocator

di Paolo Baiotti

7 settembre 2020

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JOY MILLS BAND
ECHOLOCATOR
joymills.com 2020

La cantante Joy Mills e il bassista Tom Parker collaborano insieme dal 2000: dapprima come duo hanno inciso tre dischi e suonato in tour anche in Europa (Germania, Olanda, Belgio), poi hanno formato la Joy Mills Band che ha esordito nel 2012 con Trick Of The Eye, seguito da Cat And Mouse e da un paio di Ep. Originari di Seattle, suonano un roots-country con forti venature pop, con in primo piano la voce melodica e ben modulata di Joy che ricorda, specialmente in alcuni brani, Stevie Nicks. Questa somiglianza è evidente in tracce come la title track che apre il disco, nella ritmata Stuck In A Rut e in The Peace Of Things che non sfigurerebbe nel repertorio dei Fleetwood Mac del secondo periodo, con un tocco chitarristico alla Mark Knopfler. L’alternative country Without Even Asking potrebbe ricordare Neko Case, mentre Favourite Stone è un brano di stampo sudista in cui svetta la chitarra di Lucien LaMotte. Pescando da varie fonti, ma inserendo anche elementi personali nei testi non banali e nelle melodie arrangiate con cura e arricchite dai backing vocals di Tom, la Joy Mills Band potrebbe ambire ad ottenere attenzione dalle radio pop e rock se queste non si limitassero a programmare nomi già affermati. La scorrevole The Lonely And The Lean, l’eterea ballata Oxygen e la languida My One And Only, in cui Lucien si disimpegna alla pedal steel, sembrano perfette per le radio FM, mentre la conclusiva Message Of My Love è un pop leggero con un testo di speranza, che non guasta in questo periodo storico.
La band, completata dalle tastiere di Jack Quick e dalla batteria di Mikel McDermott, appare coesa al punto giusto e il disco, registrato con cura nello studio NoteWordies di proprietà di Lucien (autore anche di un paio di dischi a suo nome), ha un suono fresco e cristallino.

A.K & THE BROTHERHOOD – Oh Sedona!

di Paolo Baiotti

4 settembre 2020

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A.K & THE BROTHERHOOD
OH SEDONA!
Paraply Records 2020

Dopo The Outlaw American Session, esordio del 2017, ritorna A.K accompagnato da The Brotherhood con il secondo album. Se non avessi letto le note di copertina avrei scambiato questo gruppo svedese, creatura di Alo Karlsson, cantante e chitarrista di Vaxjo, per una formazione della West Coast! Il suono è americano, in equilibrio tra roots rock e country, ennesima prova dell’amore di molti nordici nei confronti di questo tipo di sonorità. Alo è veramente bravo, sia come compositore che come cantante; inevitabilmente derivativo, ma con una personalità distinta e una capacità di arrangiare con gusto. Nel 2017 si sono aggiudicati la Swedish Country Music Championship; dopo tre anni pubblicano Oh Sedona! diviso in tre Ep nella versione digitale su Spotify, unito in vinile e cd. Se la scorrevole California Free Bird ricorda gli Eagles, la ballata pianistica For The Long Run inserisce una slide alla David Lindley e il violino di Martin Bjorklund, valorizzando la voce calda e profonda di Karlsson. Tracce country più leggere come (Livin’ On) Tupelo Time e la scanzonata Sweet Miranda si alternano a ballate come la malinconica Big City Sidewalks (duetto con la cantante Sofia Loell) e Guiding Light, al pop-rock di Miles And Memories e della melodica Halfway To Anywhere e al country corale e divertente di Like The Devil Reads The Bible. La capacità di Alo di scrivere melodie accattivanti è ribadita da Where All The Dreams Go che ricorda gli Outlaws più vicini al country e dalla lenta Broken Rainbow in cui il violino riafferma il suo ruolo primario nell’assetto strumentale della band insieme alle chitarre di Johan Glassner, elemento fondatore della Brotherhood con il batterista Daniel Uhlas.

MICHAEL JOHNATHON – Legacy

di Paolo Baiotti

4 settembre 2020

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MICHAEL JOHNATHON
LEGACY
PoetMan Records 2020

Definire Michael Johnathon un artista eclettico è il minimo che si possa fare. Folksinger, chitarrista, drammaturgo, scrittore (ha pubblicato 5 libri), compositore dell’opera Woody: For The People, fondatore dell’organizzazione di artisti SongFarmers, animatore del programma WoodSongs Old Time Radio Hour trasmesso ogni settimana da 500 stazioni radio pubbliche e da numerose emittenti televisive, Michael è un uomo sempre in attività.
Nato nel 1957 e cresciuto nell’area di New York, si è trasferito a Laredo e poi a Mousie in Kentucky, che ha usato come base per girare nella zona degli Appalachi dove ha cercato e studiato decine di brani tradizionali, raccogliendoli dalla popolazione locale. Risiede tuttora ai piedi di questa zona montana, dalla quale si sposta per suonare ovunque, spesso per eventi benefici.
Legacy è il suo quindicesimo album (l’esordio è datato 1988), un disco ispirato da un’intervista del cantante Don McLean nella quale l’artista dichiarava il suo sconcerto per il tramonto dell’industria musicale e di un periodo d’oro della musica americana. La title track non a caso riprende il tema di American Pie e inserisce nel nostalgico testo riferimenti ad altri brani di grandi autori (Kingston Trio, Harry Chapin, James Taylor, Bob Dylan, Steve Goodman…). Il primo lato dell’album, diviso come un vinile, prosegue con due brani autografi, la ballata Winter Rose e l’acustica Rain arrangiata con un quintetto d’archi, alternati alle cover di Blue Skies di Irving Berlin e di Knockin’ On Heaven’s Door rallentata ad arte, con piano e mandolino in evidenza nel break strumentale. Il secondo lato è aperto da tre brani di Michael: l’intensa ballata The Coin, l’altro lento acustico Loyalty e la frizzante The Twinkie Song ondeggiante tra country e jazz e chiuso dalla cover di Like A Rolling Stone e da un medley di Woody Guthrie incentrato su Woody’s Poem, nel quale si inseriscono spezzoni di This Land Is Your Land e Ain’t Got No Home.
Legacy merita un ascolto, anche se manca un po’ di fluidità e di omogeneità tra i brani autografi e le cover.

PETE WAY: Addio a una vera rockstar

di Paolo Baiotti

1 settembre 2020

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Se c’è un musicista che abbia rappresentato il termine “rockstar” come è stato inteso nello scorso millennio, questo è Pete Way, bassista degli UFO per un trentennio. Esuberante, pieno di entusiasmo per la vita, dedito ad ogni tipo di eccesso senza farsi tanti problemi, generoso e disponibile con i fans, un eterno ragazzo che non voleva crescere e che trovava la sua dimensione su un palco, al pub o su un campo di calcio (era un grande tifoso dell’Aston Villa), aveva appena compiuto 69 anni, probabilmente sorpreso di esserci arrivato nonostante tutto.
Dopo avere superato un tumore alla prostata nel 2013 e un infarto nel 2016, è morto il 14 agosto scorso e non per le conseguenze degli eccessi di una vita, ma a causa di un grave incidente che due mesi prima gli aveva provocato ferite e lesioni multiple. In alcune interviste Pete ha ammesso di avere sniffato quantità enormi di cocaina e di avere sottoposto il suo cuore a ogni tipo di tensione, affermando di non rimpiangere nulla. “Non posso avere rimpianti, ho avuto una vita brillante. Non cambierei nulla di ciò che ho fatto”.

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Nato a Enfield nel Middlesex il 7 agosto del ’51, fonda gli UFO nel 1968 con gli amici Phil Mogg (voce), Andy Parker (batteria) e Mick Bolton (chitarra). Esordiscono con l’omonimo album nel ’70, seguito l’anno dopo da Flying. Due dischi di hard rock psichedelico molto validi, ignorati in patria e in Usa, considerati solo in Germania e Giappone. Dopo l’addio di Bolton i tre amici decidono di cambiare direzione, virando verso un hard rock energico e melodico allo stesso tempo. Cercano un nuovo chitarrista e dopo un breve periodo con Larry Wallis e Bernie Marsden, lo trovano nel talentuoso tedesco Michael Schenker, 18 anni, che aveva esordito con gli Scorpions. Il periodo tra il ’74 e il ’78 è quello di maggiore creatività e successo. La band diventa un quintetto con l’aggiunta di un tastierista/chitarrista ritmico e incide Phenomenon, Force It, No Heavy Petting, Lights Out e Obsession che segnano una crescita progressiva, con tour mondiali e canzoni iconiche come Doctor Doctor, Lights Out, Rock Bottom, Too Hot To Handle e Love To Love. La voce potente e melodica di Mogg, la chitarra esplosiva di Schenker, il basso pulsante di Pete e la solida batteria di Parker sono le fondamenta di un suono che ha influenzato molte band degli anni ottanta. L’epocale doppio live Strangers In The Night viene pubblicato quando l’incostante e irascibile Schenker ha già lasciato il gruppo, sostituito da Paul Chapman. La band si ammorbidisce, ma pubblica dischi di buon livello come No Place To Run e The Wild, The Willing And The Innocent. Dopo Mechanix dell’82 Pete se ne va, insoddisfatto delle scelte musicali e forma i Fastway con Eddie Clarke (ex Motorhead) e il batterista Jerry Shirley (ex Humble Pie). Ma per motivi contrattuali non può incidere e accetta un’offerta di Ozzy Osbourne per un tour. Quindi forma i Waysted che incidono tre dischi senza sfondare. Nel ’92 torna negli Ufo e rimane fino al 2009 quando non può partecipare a un tour americano per problemi di visto legati ai suoi precedenti con le droghe. Da questo momento non suonerà più con la band. Nel nuovo millennio partecipa ai Damage Control con Chris Slade e Spike incidendo due dischi, pubblica un album in studio e un live, partecipa a un disco di Michael Schenker, riforma i Waysted, crea la Pete Way Band e nel 2017 pubblica un’autobiografia.

pete way band

Oltre a suonare il basso (e a cantare nei progetti solisti), ha anche prodotto dischi dei Twisted Sister e dei Cockney Rejects.
Sempre sulla breccia nonostante gli acciacchi, aveva appena registrato l’album Walking On The Edge prodotto da Mike Clink, che verrà pubblicato postumo.