Archivio di luglio 2023

BILL PRICE – Kicking Angels

di Paolo Baiotti

21 luglio 2023

kicking

BILL PRICE
KICKING ANGELS
Grass Magoops 2022

Bill Price è un cantautore dell’area di Indianapolis in continua evoluzione. Ha pubblicato quattro album, tre Ep e due cd singoli, con alcuni progetti in sospeso. I Can’t Stop Looking At The Sky del 2015, composto da due album, un diario personale di 120 pagine e un libro di racconti, poesie e saggi di 160 pagine, con l’aggiunta di un libretto con i testi delle canzoni, poster e adesivi, il tutto raccolto in una confezione studiata dallo stesso Price (che è anche un grafico) è la sua realizzazione più ambiziosa, ispirata da un viaggio nell’Ovest degli Stati Uniti.
Kicking Angel è il suo disco più recente, un Ep con quattro brani originali, registrato in un lungo arco di tempo presso i Lodge Recording Studios di Indianapolis con un nutrito gruppo di collaboratori e una cura particolare per gli arrangiamenti. La title track è un country-rock nel quale Bill riflette sul rischio di creare capri espiatori, invece di cercare di unire le persone. Seguono 50 Miles From No Place, una canzone folk/roots scritta parecchi anni fa e ripescata per questo disco e Be Nice Or Get Out, un country/pop ritmato e brioso sull’opportunità di comportarsi in modo rispettoso almeno in pubblico. In chiusura l’intima ballata Bringing Down The Sun impreziosita da un espressivo assolo di chitarra, una critica alle persone che sembra abbiano come unico interesse quello di danneggiare gli altri. I musicisti principali che hanno partecipato alle registrazioni sono Michael Clark (mandolino, pedal steel slide), Paul Holdman (chitarra), Bill Mallers (tastiere, fisarmonica), Grover Parido (violoncello), Jamey Reid (batteria) e Jeff Stone (basso).

Paolo Baiotti

TWELVE GATES – Twelve Gates

di Paolo Crazy Carnevale

19 luglio 2023

twelve gates

Twelve Gates (Appaloosa/IRD 2023)

Disco strano (per i canoni abituali dell’Appaloosa) e di non facile assimilazione.

Innanzitutto, la formazione che lo ha registrato e il cui nome non è ben stabilito se sia appunto Twelve Gates o se questo sia piuttosto il titolo e i titolari non siano piuttosto i quattro musicisti coinvolti nel progetto: Charlie Cinelli, Pietro Tonolo, Giovanni Giorgi, Giancarlo Bianchetti.

Molto qualunque la veste grafica, per non dire proprio brutta.

Sulla carta sembrerebbe un progetto in omaggio a certo blues, in particolare a quello del reverendo Gary Davis, ma la strumentazione usata, dal basso, alla batteria alla chitarra elettrica fino all’eccsivo sax di Tonolo, spiazza parecchio e almeno un paio di brani con quel certo blues hanno poco a che fare.

Il reinventare in chiave jazz un brano come Death Don’t Have No Mercy non è facile, e difatti il risultato sono otto minuti di noia di cui si salva praticamente il cantato di Cinelli.

Le cose vanno meglio con I’m The Light Of This World, rivista in chiave quasi calypso con Tonolo al flauto e con un assolo di chitarra storto di Bianchetti. River Man è un omaggio al repertorio di Nick Drake, più facilmente riconducibile agli abiti creati dal quartetto, sempre bene Cinelli che ci mette la voce giusta.

Il lungo medley Another Man Done Gone/Twelve Gates To The City mescola effettistica e sonorità di matrice afro con una vocalità non distante da certe cose di Nick Cave. Sembra regnare un po’ l’indecisione su quale sia il pubblico a cui il quartetto si vuole rivolgere.

Railroad Worksong ha il pregio di essere più breve e convince anch’essa per l’approccio al cantato di Cinelli più che per l’arrangiamento, e lo stesso si può dire per Poses di Rufus Wainwright, che esce dai binari blues del resto del disco.

Della classica Black Betty abbiamo ascoltate ben più convincenti versioni, la lunga introduzione strumentale a base di sax ed effetti ci riporta al Gary Davis del medley I’ll Be Alright/I’ll Fly Away, piacevole, che precede il finale (sempre di Davis) I Will Do My Last Singing trattata in chiave jazz.

Di certo non un disco imprescindibile.

Paolo Crazy Carnevale

FARAWAYS – Decades Of Dormancy

di Paolo Baiotti

19 luglio 2023

FARAWEYS..Cover_

FARAWAYS
DECADES OF DORMANCY
Paraply 2023

I Faraways nascono come duo a metà degli anni novanta nella campagna intorno a Boras in Svezia, formati da due amici d’infanzia. Influenzati dalla musica orientale degli anni sessanta, i ragazzi hanno sperimentato aggiungendo basso, batteria e campionature di tablas e sitar. Dopo un demo su cassetta del ’96 aggiungono un terzo amico come cantante e poi un tastierista e un batterista diventando un quintetto. Con questa configurazione indidono un Ep nel ’99, dividendosi nel 2002 fino all’anno del Covid, quando il duo originario ha ripreso a jammare. Erik Holmberg (chitarra, sitar, voce) e Tomas Axelsson (basso, chitarra, liuto, cori) hanno recuperato il vecchio amico Tobias Walka (batteria, percussioni, tastiere, voce) e, dopo alcune prove, hanno composto dei nuovi brani che fanno parte di questo Ep di cinque canzoni che fonde rock, jazz, folk, psichedelia e influenze orientali in un puzzle ben riuscito che richiama gli anni sessanta. I ventuno minuti scorrono veloci e fanno venire voglia di ascoltare altri brani del trio, prodotto da Tobias Walka che è anche l’autore della copertina.
Quanto alle canzoni Holy Host è un rock psichedelico energico nel quale si inseriscono le tastiere dell’ospite Magnus Holmberg, la corale e ritmata Silvertrain Ride aggiunge elementi country, Ruby Ring Of Love ha un eco floydiano ed evidenti influenze orientali che raggiungono l’apice in un interessante break di sitar, Like A Bottle Of Wine è arricchita dalla slide di Robert Peterson e ricorda il riff di Calling Elvis dei Dire Straits. In chiusura di questo interessante Ep la traccia più lunga, l’intensa e inquietante Frozen Moon, cadenzata e potente con tastiere avvolgenti

Paolo Baiotti

ALICE HOWE – Circumstance

di Paolo Baiotti

16 luglio 2023

a4151035548_10

ALICE HOWE
CIRCUMSTANCE
Knowhowe 2023

La giovinezza trascorsa a Newton in Massachusetts, la passione per la musica trasmessa attraverso la collezione di dischi dei genitori tra folk, blues e cantautori rock, le tranquille estati nei boschi dei Vermont, il college a Seattle, il diploma in storia medioevale europea, il lavoro in un negozio di dischi e le prime serate nei club locali. Questo è il retroterra culturale di Alice Howe, cantautrice che ha esordito con un Ep seguito dall’album Visions, inciso nel 2019 a Bakersfield, in cui si alternano originali a cover, da lei definito “a modern love letter to ‘60s and ‘70s folk and timeless blues”. In questo album inizia la fruttuosa collaborazione con Freebo, un musicista di Los Angeles (bassista e autore) che ha collaborato con artisti importanti come Bonnie Raitt (dal ’71 al ’79), Maria Muldaur, Jackson Browne, Dr. John, John Mayall e Ringo Starr e pubblicato cinque dischi a suo nome. Tramite Freebo ha conosciuto il chitarrista Will McFarlane, altro ex musicista della Raitt, che ha aperto la strada per registrare ai leggendari Fame Studios di Muscle Shoals in Alabama, dove si sono svolte due sessioni, una prima e una dopo il Covid, durante le quali è stato registrato Circumstance. Una grande soddisfazione per Alice, cresciuta ascoltando Aretha Franklin e Etta James, una spinta a dare il massimo mettendo in mostra una voce soul profonda e matura per una trentenne al secondo disco. Quanto alle canzoni, scritte da sola o con Freebo, si percepiscono influenze blues, soul, country e folk, amalgamate dalla voce della cantante e dalla produzione attenta del bassista che ha riunito un gruppo di musicisti notevoli come Jeff Fielder alla chitarra (Mark Lanegan, Amy Ray), Clayton Ivey alle tastiere, Justin Holder alla batteria e Will McFarlane alla chitarra.
Supportato da una raccolta di fondi su Kickstarter, Circumstance è un disco in cui spiccano il rock scorrevole di Somebody’s New Lover Now, quallo più robusto di What About You, il mid-tempo Love Has No Rules che ricorda Tom Petty, la ballata country venata di gospel Something Calls To Me, la sobria Things I’m Not Saying che si sviluppa con l’inserimento dei fiati richiamando il classico suono dei Fame Studios come la ritmata With You By My Side, mentre l’ombroso southern-soul Travelin’ Soul e la ballata country It’s How You Hold Me chiudono il disco confermando le impressioni positive su un’artista da seguire con attenzione.

Paolo Baiotti

HARRY HMURA – Goin’ Home

di Paolo Crazy Carnevale

10 luglio 2023

Harry Hmura

HARRY HMURA – Goin’ Home (Appaloosa/IRD 2023)

Curioso a volte il destino di un musicista: probabilmente se poco più di dieci anni fa Harry Hmura non avesse avuto la ventura di passare dall’anonimato alla fama procuratagli dall’aver realizzato la colonna sonora del videogame “Halo”, sarebbe rimasto un tranquillo signor nessuno.

Di onesti, bravi, dotati musicisti – non serve che sia io a dirvelo – ce ne sono a bizzeffe e, soprattutto in un genere come il blues, la fama è riservata a pochi, la gloria ad ancor meno. È anche vero che c’è sempre spazio per qualche giovane talento che sbuca dal nulla, e non possiamo non pensare al pirotecnico Christone Kingfish, passato lo scorso anno anche per il nostro belpaese, sferzando di svisate il Pordenone Blues Festival.

Con ogni probabilità i creatori di “Halo” erano in cerca della musica giusta per il loro prodotto e da buoni risparmiatori (per aggiudicarsi la fetta intera dei proventi senza dover pagare troppe royalties usando magari il brano di un chitarrista blues di grido) devono averne cercato uno bravo ma non celebre.

Il risultato è che grazie al videogame, Hmura è entrato in casa di ottanta milioni di persone in tutto il mondo. A questo punto qualcuno si deve essere chiesto chi fosse l’autore e interprete della musica e Hmura è diventato un autentico caso del blues, andando a rivangare e trovando i due dischi pre “Halo” del chitarrista.

Da allora ne sono arrivati un altro paio, oltre alle immancabili prove per gli “Halo” successivi.

Dotato oltre che della giusta tecnica con la sei corde, anche di una voce adeguata, Hmura torna oggi con questo onesto disco realizzato coi nostrani Damiano Della Torre all’organo Hammond e Pablo Leoni alla batteria.

Il risultato è un solido excursus nelle sonorità blues chicagoane, molto vicino alle produzioni della Alligator, ad oggi probabilmente la “casa” del blues più titolata del pianeta.

Certo, il blues è un genere difficile da reinventare, sono pochi quelli che riescono a elevarsi, e citiamo di nuovo Kingfish tra i giovanissimi, e taluni vecchi marpioni come Curtis Salgado, Charlie Musselwhite, o i meno anziani Keb Mo’ e Tommy Castro.
Tutto ciò che esce dal CD di Harry Hmura (realizzato tra Chicago e Trezzo sull’Adda e mixato a Bologna da Damiano Della Torre) è blues, in tutte le sue forme, ci sono belle galoppate, ci sono le dodici battute, gli assoli lancinanti e c’è spazio anche per escursioni semi acustiche a ritmo di boogie lento (Give Me Anything) o all’insegna di un ottimo suono slide (Let’s Get High). Fondamentale è comunque l’apporto del tappeto di tastiere intessuto dal nostrano organista che permette a Hmura di costruirci sopra i suoi assoli: pensiamo alla title track, alla jazzata Cool Cool World, a I Ain’t Going Away. La sezione ritmica si sorregge sul basso suonato dal titolare e sulla batteria di Leoni e in un brano come Put The Blame On c’è anche il modo di deviare dal blues ad un apprezzabile rock. In definitiva un buon disco, forse non il futuro del blues, ma pur sempre verace.

Paolo Crazy Carnevale

DREW YOUNG – Bourbon & Bad Decisions

di Paolo Baiotti

10 luglio 2023

DREW-YOUNG..Actzalle-Cover

DREW YOUNG
BOURBON & BAD DECISIONS
Autoprodotto 2023

Bourbon & Bad Decisions è una raccolta di brani usciti digitalmente come singoli, rimasterizzati con l’aggiunta di due inediti e tre brani acustici registrati a Suffolk. Drew Young è un cantautore di Atlanta residente a New Orleans, in giro con la sua band da quasi 20 anni, dopo un’esperienza negli anni dell’università con il gruppo Ruben Kinkaid. Ha esordito su lunga durata con No Good At Being Cool nel 2004 seguito quattro anni dopo da Better Than Pretend e nel 2011 da Home By The River al quale hanno partecipato Dr. John, Anders Osborne e Marc Broussard. Dopo una lunga pausa nella quale ha continuato a lavorare nel settore discografico, ha ripreso a registrare a Nashville durante il lockdown con alcuni musicisti locali; tali sessioni hanno prodotto 60 canzoni in parte pubblicate come singoli e in questo album. Nello stesso periodo ha smesso di bere ritrovando serenità e sicurezza. Poi ha ripreso a girare in tour negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove ha suonato recentemente.
Definito da alcuni critici “the Americana crooner from New Orleans” per la sua voce melodica e ben impostata, Drew sembra prediligere il lato più morbido dell’Americana, fortemente venato di pop, con la melodia sempre in primo piano, l’uso dei cori femminili e inserimenti sobri degli strumenti tra country e pop. Un suono pulito, semplice che non ha nulla di rivoluzionario o di sperimentale, ma che vuole divertire e intrattenere con un certo gusto. Se la vibrante title track ha dei riferimenti evidenti nel testo alla cattiva influenza dell’abuso di alcolici nella sua vita e alla saggia decisione di smettere, The Georgia Line ha un’impronta country & western con un arrangiamento convincente, Try Me è un accattivante pop-rock, mentre Clearly We Belong Together è una ballata ben costruita. Il resto del disco scorre velocemente, passando attraverso le melodie corali country-rock in stile anni settanta di You’re Just Too Good To Let Go, il pop-rock di A Couple Of Rounds Before I Go, il country-blues Stuck On Believing nobilitato da una slide incisiva e il boogie pianistico It’ll Be Soon, per chiudere dopo un paio di brani modesti con la divertente e ottimistica Sing Me A Happy Song.

Paolo Baiotti

JEFF LARSON – It’ll Never Happen Again

di Paolo Baiotti

3 luglio 2023

JEFF-LARSON..9898

JEFF LARSON
IT’LL NEVER HAPPEN AGAIN
Melody Place 2023

Mini album di sei canzoni, è un tributo al cantautore Tim Hardin da parte di un produttore e ingegnere del suono che si è anche fatto notare come cantautore in California guidato da Elliot Mazer, suonando soprattutto nei clubs della Bay Area. Ha pubblicato parecchi album a partire dal 2002 per etichette come la JVC e la Universal prima di dedicarsi principalmente alla produzione di progetti d’archivio di Beach Boys, Buddy Holly e Roy Orbison e di nuovi progetti di Jack Tempchin e America (gruppo del quale è l’archivista ufficiale). Ed ora è tornato a incidere proprio con l’aiuto dell’amico Gerry Beckley (America) che si cimenta alla chitarra, piano, organo, fisarmonica, basso e batteria risultando elemento determinante anche come produttore del disco che è stato registrato tra Sydney e la California. Inoltre Jeff sta preparando un nuovo album, il primo da Close Circle del 2014, che dovrebbe uscire entro l’anno. Interpretato da cantanti di diversa provenienza tra i quali Rod Stewart, Robert Plant, Bob Seger e Johnny Cash, il repertorio di Hardin è molto conosciuto. Alternando brani famosi come Reason To Believe e If I Were A Carpenter ai meno popolari Don’t Make Promises e Misty Rose, Jeff si dimostra cantante sensibile e raffinato, forse troppo, con una voce che appare un po’ esile, privilegiando il lato melodico a discapito dell’intensità. In If I Were A Carpenter emergono le percussioni di Joachim Cooder e il violino di Matt Combs, mentre Don’t Make Promises profuma di California e Misty Roses accentua il tratto confidenziale. In chiusura la splendida How Can We Hang On to a Dream (tra le cover ricordo quelle dei Nice, Roger Chapman, Nazareth e Peter Frampton) ha un pregevole arrangiamento con gli archi ed è cantata con le giuste tonalità.

Paolo Baiotti