Posts Tagged ‘Mahogany Frog’

MAHOGANY FROG – In The Electric Universe

di Paolo Crazy Carnevale

31 luglio 2021

cover

Mahogany Frog – In The Electric Universe (Mafrogany Hog/Moonjune Records 2021)

Devo ammettere che pur non essendo un amante a tutto tondo del genere prog-rock, ero rimasto bene impressionato dalla precedente produzione di questo gruppo canadese su Moonjune Records, un CD interessante intitolato Senna (vincitore di premi e accumulatore di nomination nei vari eventi dedicati canadesi) e databile ormai a ben nove anni fa.

Mi ero chiesto spesso, ricevendo i dispacci dell’etichetta newyorchese con le nuove uscite, che fine avessero fatto i quattro componenti del gruppo, saranno stati ancora in attività, si saranno sciolti, avranno cambiato etichetta?

La risposta è arrivata ad inizio estate quando mi è pervenuto questo disco e facendo un po’ di ricerche ho scoperto che non ne erano stati pubblicati altri dopo Senna, anche se i Mahogany Frog avevano continuato ad avere una regolare attività dal vivo prevalentemente nelle sperdute lande canadesi, ma con qualche puntata anche nella vecchia Europa. In effetti, dalle avarissime note di copertina si deduce che per dare un seguito al disco del 2012, i Mahogany Frog ci hanno lavorato su dal 2013 al 2019, anche se poi a ben sentire il disco fila via senza che la lunga gestazione si avverta.

Graham Epp, Jesse Warkentin, Scott Ellenberger e Andy Rudolph (sono sempre gli stessi) si occupano praticamente di tutti gli strumenti, tutti e quattro sono impegnati con tastiere ed effettistica, i primi due si occupano anche delle chitarre mentre gli altri due rispettivamente di basso e batteria: e la forte, per non dire massiccia presenza delle tastiere è sicuramente la caratteristica principale del disco, in sostanza un buon disco, forse meno efficace del predecessore, ma sicuramente d’effetto. Un disco interamente strumentale con ben due composizioni che da sole superano la mezz’ora ed altre quattro tra i cinque e gli otto minuti: il tutto si va a srotolare come una sorta di suite multiforme che paga debito a tutta una serie di produzione degli anni settanta, talora richiamando alla mente gli Yes (periodo Wakeman), qualcosina dei Genesis, financo i Pink Floyd lunari.

Si inizia in sordina con la musica di Theme From P.D. che cresce poco a poco fino a scatenarsi in un’orgia sonora dominata dalle tastiere, non priva di interessanti spunti, CUbe è più breve, quasi volesse farci riprendere fiato prima del tour de force assoluto di (((Sundog))) che si dipana per quasi diciotto minuti in cui ad un tema di base costruito sul giro del basso di Ellenberger vanno ad aggiungersi le tastiere e gli effetti, i loop tratti da prove di studio e un po’ di rumorismo prima di dare il “la” ad una seconda parte più cattiva e convincente.

Psychic Plice Force si apre con chitarre distorte e dopo un po’ di divagazioni al limite del rock industriale si concretizza in un qualcosa di più convincente che suona come una cavalcata elettronica di grande potenza.

Più interessante Floral Flotilla con una base ritmica molto meccanica che lascia sprigionare una bella introduzione elettrica della chitarra prima di lasciar prendere il sopravvento alle tastiere in odor di Genesis virati metal.

Il disco si chiude con Octavio (ma attenzione, la setlist riportata in copertina non ripropone i brani come li si ascolta sul CD, o sulla versione in vinile), un brano più conforme, meno di rottura ma non meno dirompente in cui tutte le connotazioni prog si fanno sentire prepotentemente, confermando il buono stato di salute dei Mahogany Frog.

Paolo Crazy Carnevale

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/22

di Paolo Crazy Carnevale

8 marzo 2013

Neil-Young-Psychedelic Pill

 

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE – Psychedelic Pill (Reprise 2012)

 

Neil Young è fatto così, grandi silenzi, grandi ritorni, delusioni, entusiasmo. A ben vedere, dopo aver letto il suo libro Sogno di un hippy, quanto è accaduto discograficamente nel 2012 per il rocker canadese (alla luce del disco che abbiamo in mano il termine cantautore è fuori luogo) era nell’aria. Il libro è infatti un insieme di riflessioni e ricordi scritti quasi di getto sull’onda di quanto Neil aveva più a cuore nel momento in cui scriveva. Ed è evidente – dalle cronache e dai dischi usciti – che il libro è stato scritto quando le sue priorità erano l’invenzione, se così si può dire, di un sistema qualitativamente efficace per la riproduzione dei file audio e il ritorno del Cavallo (inteso come Crazy Horse), se il libro fosse stato scritto un anno prima forse la priorità sarebbe stata la reunion dei Buffalo Springfield, chi può dirlo. Quel che conta è che con questo doppio CD abbiamo tra le mani finalmente, dopo anni,  un gran disco del canadese. Un gran doppio disco di sole otto canzoni (più una alternate take della title track). Trattandosi di un disco con i Crazy Horse, va quasi da sé che si tratta di un disco in cui l’elettricità è sovrana, ma quel che piace maggiormente è il fatto che il suono si riallaccia, soprattutto in alcuni brani, ai Crazy Horse di Zuma e della primissima collaborazione tra il gruppo e il solista più che ai Crazy Horse delle incursioni degli anni novanta, non sempre del tutto riuscite (Broken Arrow e il live seguente erano decisamente bruttarelli).

C’è il recupero di un suono di matrice country-folk elettrica e ci sono diversi testi che rimandano alla rimembranza del passato (Born In Ontario, Twisted Road in cui si parla della prima volta in cui Neil ascoltò Like A Rolling Stone alla radio, e qui viene inevitabile il parallelo con uno dei brani migliori dello Young recente, quella Bandit in cui il brano di Dylan è citato testualmente) e ci sono le grandi cavalcate elettriche, nel caso di Driftin’ Back posta in apertura si rasenta la mezz’ora di durata, ma anche Walk Like A Giant e Ramada Inn – la mia preferita – non scherzano.

La cosa più incredibile è che nonostante la lunghezza dei brani il disco non annoia, scorre, la musica di Young e del Cavallo è davvero come un fiume che scorre senza interruzioni, coinvolgendo l’ascoltatore e trascinandolo via come la corrente impetuosa. C’è anche il tempo per un brano rilassato e intimista come For The Love Of Man, che riconduce a certi momenti del passato migliore del nostro. Sottotono – rispetto al resto del disco – la title track, che è riuscita meglio nella versione bonus posta in chiusura del disco, e She’s Always Dancing, potrebbero sembrare dettagli di poco conto in un disco che supera gli ottanta minuti, ma senza questi due brani il disco sarebbe stato davvero perfetto.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

lupita' project

LUPITA’S PROJECT – I.Never.Shot.An.Indie (Cromo Music 2013)

 

Vi sembrerò di parte, lo so, ma sono convinto di quanto sto scrivendo: questo nuovo disco di Alessandro Ducoli è mitico! Sì, perché Lupita’s Project è il nome del gruppo con cui il Ducoli sta girando da un paio d’anni, un gruppo incendiario – speriamo che restino insieme a lungo – con un’anima rock’n’roll incendiaria, espressa divinamente sul palco e riportata con fedeltà nelle tracce proposte in questo nuovo disco. I Never Shot An Indie è un disco compatto, tosto, c’è tutto, ci sono i suoni giusti, come nei dischi di una volta, ma non datati, una sezione ritmica impeccabile (Mirko Blanco De La Fuente alla batteria e Cosswho al basso), una chitarra infuocata nelle mani di Marlon Richards, giustamente un epigono dei Rolling Stones, le tastiere di Valeruz Velasco (co-produttore del disco) che legano il tutto, sia che si vestano da piano elettrico, sia che indossino i panni di un hammond, e per finire le canzoni e la voce di Cletus Cobb – il nome de plume del Ducoli quando invece di fare il cantautore diventa un consumato e grande rocker.

Non credo ce ne siano in tanti come Cletus Cobb, anzi, lui è unico, in lui convivono le anime di Elvis, di Hank Williams e Bob Dylan, filtrate attraverso i suoni dei Rolling Stones e dei Green On Red di Gas Food Lodging.

Questo nuovo disco è dritto e intenso, breve, ma forte, nove brani in tutto, confezionati in modo superbo, sia per quanto riguarda il booklet che lo acocmpagna, sia per la produzione. Quale sia il segreto di questo artista è chiaro, lui canta ciò che è, canta dei suoi amori (che siano donne o stili musicali), canta della sua cagnolina Lupita (Idolo del mio cane, Lupita’s Project), della sua squadra del cuore (Giacinto, omaggio allo storico capitano dell’Inter F.C., in cui le tastiere di Valeruz sembrano fare il verso a Ray Manzarek), e canta tutto col cuore in mano, senza risparmiarsi.

Non c’è un brano da dimenticare in questo disco, allora ne citerò almeno tre da portarsi dietro ovunque, per non essere mai soli: Sex Me, semplicemente grandiosa, l’introspettiva Today, e la finale e finalmente della giusta lunghezza (gli altri brani sono un po’ più brevi) I Got To Kill, autentico capolavoro.

Ma non finisce qui: siccome Cobb/Ducoli è un irrimediabile generoso – l’ho visto spesso regalare i suoi dischi a fine concerto -, questo CD contiene altre cose. Per cominciare tre brani bonus: una versione “zamorano” di Giacinto, la cortissima The Cure e la drammatica Moana, masterpiece d’interpretazione. Per finire in coda al disco troverete invece per intero il disco precedente di Cletus Cobb, I Leave My Place To The Bitches, ironica considerazione su come i posti in cui un tempo andava a suonare siano trasformati in club dove si pratica la lap dance. Ed è un altro signor disco.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

mahogany frog

MAHOGANY FROG – Senna By Mahogany Frog (Moonjune 2012)

 

Non sono mai stato un amante del prog-rock, anzi. In gioventù ho ascoltato poche cose dei Genesis e degli Yes, il resto, italiani inclusi, mi ha sempre fatto venire il mal di pancia. Chiaro che accostarmi a questa band strumentale canadese che i comunicati della casa discografica indicano chiaramente come progressive/psychedelic/post rock è stato un po’ azzardato, d’altronde ero curioso di ascoltare il disco visto che da questa label solitamente mi giungono dei prodotti che, pur non in linea con ciò che ascolto abitualmente, in qualche modo si rivelano intriganti e degni di nota.

E anche stavolta non sono rimasto deluso, anzi, vi dirò di più, il disco di questi Mahogany Frog mi piace proprio, chi lo avrebbe mai detto.

Il quartetto di Winnipeg, con i suoi temi incalzanti e le diavolerie elettroniche “suonate” dal batterista e dal bassista in aggiunta alle tastiere impazzite usate dai due chitarristi, ha messo insieme un bel prodotto che pensò ascolterò ancora. Non essendo un fruitore abituale di prog-rock non saprei dirvi a chi si rifacciano, ma probabilmente ci mettono molto del loro questi canadesi, e il risultato sono otto brani che in qualche modo vanno a costituire una suite con vari temi.

Si sente che non sono di primo pelo, infatti questo è il loro sesto CD: il brano d’apertura ha tutto il sapore dell’ouverture, Houndstooth part 1 evolvendosi poi in un secondo brano dal medesimo titolo che esplode in un’orgia di suoni che secondo il gruppo dovrebbe ricalcare le caratteristiche delle proprie live performance.

Il disco prosegue alla grande con Expo ’67 e ancor meglio con la solida Flossing With Buddah. Per contro Message From Uncle Stan: Grey Shirt, la composizione più lunga del lotto è tutta giocata su suoni sperimentali su cui si vanno ad inserire intrecci di chitarre prima e di tastiere poi. A seguire Message Form Uncle Stan: Green House più breve ma non meno azzeccata, in chiusura Saffron Myst e la lunga Acua Love Ice Cream Delivery Service arricchita dalle “voci” dei beluga del Manitoba e da unharpsichord.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

nolunta's

NOLUNTA’S – Rising Circle (Seña International 2012)

 

Colpo di fulmine autentico il disco di debutto di questa band della Val Gardena. In nemmeno un anno di attività i sei ragazzi che hanno dato vita a questo combo di originale folk-rock hanno davvero bruciato le tappe.

Questo loro disco d’esordio è un concentrato di ispirazione ed energia davvero notevoli e non c’è da stupirsi che la loro musica abbia convinto tanta gente al punto da farli affermare ed apprezzare in numerosi concorsi in Italia e all’estero, con autentica pioggia di premi e conseguente attività live a livello internazionale molto intensa.

Il disco, per quanto autoprodotto si presenta gran bene, a partire da una veste grafica invidiabile, niente scatolette di plastica che qualcuno ha avuto il pessimo gusto di chiamare jewel-case, il disco dei Nolunta’s arriva in una bella confezione cartonata contraddistinta da una cura per l’immagine difficile da riscontrare solitamente, e non solo nei dischi di gruppi esordienti.

Il contenuto musicale va di pari passo, undici belle canzoni che sposano l’energia di gruppi come i Pearl Jam ad una strumentazione di base decisamente folk (fisarmonica, chitarre acustiche, ukulele, mandolino, percussioni – ma nella bella e conclusiva Human c’è anche un solo di chitarra elettrica). Il cantato di Andreas Kondrak è sufficientemente originale e dotato di sfumature interessanti su cui il resto del gruppo costruisce il tessuto sonoro, talvolta incentrato sulla ritmica (è il caso di By The Times I Hope e Jeremy), talaltra sulle coordinate dettate dagli strumenti a corda. Perla del disco è senza dubbio The Art, ma non da meno sono Human, Mother, Valley Of The Sun.

Speriamo che i ragazzi continuino così, perché c’è di gruppi come questo c’è davvero bisogno!

 Paolo Crazy Carnevale