Archivio di settembre 2021

TASHAKI MIYAKI – Castaway

di Paolo Baiotti

16 settembre 2021

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TASHAKI MIYAKI
CASTAWAY
Metropolis 2021

Non sono giapponesi, bensì californiani di Los Angeles, in attività dal 2011, questi tre ragazzi che hanno attirato l’attenzione della critica per il suono che mischia influenze del Paisley Underground e dell’alternative rock melodico e un po’ sognante (si parla di “dream pop” in stile Lush, Slowdive o Mazzy Star). Hanno pubblicato parecchi singoli ed Ep, tra i quali un paio di covers di vario genere in stile shoegaze (da Bob Dylan a Waylon Jennings, dai Guns ‘n Roses agli Everly Brothers) seguiti nel 2017 dall’esordio su lunga durata con The Dream (titolo non casuale…) in cui gli arrangiamenti sono più ricchi e curati. Attualmente sono un trio formato da Paige Stark alla voce solista e batteria, Luke Paquin alla chitarra e Sandi Denton al basso.
A quattro anni di distanza da The Dream pubblicano Castaway prodotto dalla Stark in cui spicca sempre la voce languida e a tratti mormorante di Paige, accompagnata da arrangiamenti intriganti. La title track, affiancata da un video diretto dalla stessa cantante, è il manifesto della loro musica sognante ed eterea, non priva di appeal radiofonico, in cui strumenti analogici ed elettronici si fondono morbidamente. Allo stesso modo il nostalgico video di I Feel Fine oltre a dimostrare la passione per il “noir” (e omaggiare i film sui vampiri) è il degno complemento di una traccia più mossa e vicina allo shoegaze con un testo che racconta l’esatto contrario del titolo e quello di Gone interpretato da Sandi ha un’eleganza che rispecchia l’atmosfera della canzone.
Le tematiche dei brani sono incentrate sull’amore e in particolare sulle difficoltà e sfide dei rapporti personali, nei quali prima o poi tutti ci comportiamo negativamente facendo del male a noi stessi e al nostro partner, per quanto ci sforziamo di non fallire, come ha spiegato Paige in un’intervista. Questa atmosfera di riflessione e di dolente nostalgia pervade una musica che affascina negli episodi migliori come nel languido country-rock Comedown in cui si inserisce una chitarra psichedelica e distorta, nella morbida Alone in cui si incrociano gli archi e la slide o nella ballata elettroacustica Baby Don’t, anche se talvolta scivola in melodie un po’ esili e scontate come in Help e U.
Good Times, la traccia più lunga del disco, ne è la degna conclusione, con una magnifica chitarra robusta e distorta che accompagna la voce di Paige integrata dal synth.

Paolo Baiotti

ESQUELA – A Sign From God

di Paolo Baiotti

12 settembre 2021

esquela

ESQUELA
A SIGN FROM GOD
Livestock 2021

Abbiamo già parlato di questo gruppo nel 2016 recensendo il terzo album Canis Majoris, un solido disco di roots rock energico e appassionato. Il leader del quintetto è sempre Chico Finn, principale compositore e cantante, cresciuto nel segno del country di Merle Haggard e Buck Owens, fino alla scoperta del rock degli Stones, Ramones e Creedence che lo ha portato in seguito ad appassionarsi a The Band, Replacements e Springsteen. Dopo vari tentativi non andati a buon fine ha formato Esquela nel 2008, in cui è affiancato da Rebecca Frame con la quale si alterna alla voce solista, dalla chitarra del suo compagno Brian Shafer, dalla chitarra e dal mandolino di Matt Woodin, nonché dalla nuova sezione ritmica formata da Keith Christopher al basso e Mike Ricciardi alla batteria. Questi musicisti uniscono esperienze e passioni diverse, convogliandole nel rock di matrice roots degli Esquela, guidati dalla produzione dell’esperto Eric “Roscoe” Ambel, uno di quegli eroi minori del rock stradaiolo, collaboraotre di Steve Earle, Nils Lofgren, Bottle Rockets, Del Lords e tanti altri, che suona anche la chitarra in molte tracce
A Sign From God è stato inciso separatamente durante il lockdown dai musicisti che hanno mandato i loro contributi ad Ambel, come racconta Chico nelle note di copertina, trovandosi in studio una sola volta a luglio del 2020. Nonostante queste difficoltà il disco appare fluido e compatto: bisogna darne atto al produttore che ha lavorato con cura e pazienza.
La partenza di Not In My Backyard ha cadenze springsteeniane e un’energia contagiosa, replicata da Oradura (che racconta la storia di un villaggio francese distrutto dai nazisti) e Rest Of My Life, resa più complessa dai cambi di ritmo, mentre echi country riecheggiano nella chitarra di The Good One, in cui la voce assorbe influssi stradaioli (alla Del Lords e Dictators) creando un piacevole contrasto. Il ritmo rallenta un po’ con 1861 cantata da Becca, che ricorda alla lontana Bonnie Bramlett, rinvigorita da un assolo robusto di Brian, seguita dalla cadenzata 3 Finger Joe in cui trova spazio l’armonica di Andy York. Un paio di tracce meno significative appesantiscono la parte finale del disco in cui spicca la trascinante What’s Your Problem, secondo singolo accompagnato da un video pungente.
Album divertente e scanzonato, che conferma pregi e difetti del quintetto dell’area newyorkese.

Paolo Baiotti