Archivio di agosto 2018

JIMMY PATTON & SHERRY BROKUS – The Hard Part Of Flying

di Paolo Baiotti

14 agosto 2018

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JIM PATTON & SHERRY BROKUS
THE HARD PART OF FLYING
Berkalin Records 2016

Pubblicato in Europa a maggio di quest’ anno, il nuovo album del duo di folk acustico e di Americana formato da Jim Patton & Sherry Brokus, compagni nella vita oltre che nell’attività musicale, riunisce per la quarta volta la coppia con Ron Flynt (multistrumentista, già con i 20/20 e The Bluehearts) che ha registrato e mixato a Austin, producendo le incisioni alle quali hanno partecipato tra gli altri Rich Brotherton (session man che ha suonato in decine di dischi texani, da tempo con Robert Earl Keen) e Martin Dykhuis (Tish Hinojosa, Jimmy LaFave, Peter Rowan…) alla chitarra, dobro e mandolino, Warren Hood al violino nonché Mary Cutrufello ospite alla chitarra acustica solista in due tracce, tutti collaboratori di lunga data della coppia. I personaggi di Patton sono perdenti o eroi minori della classe lavoratrice, le sue canzoni, molte scritte con il cantautore Jeff Talmadge, parlano della vita comune, con semplicità e verità. A tre anni di distanza da The Great Unknown, il nuovo album riafferma la capacità della coppia di scrivere ed eseguire brani di tradizione folk con venature country e qualche vicinanza con il rock, pur mantenendo ferma la scelta acustica. Cresciuti nel Maryland, Patton e la Brokus hanno formato gli Edge City a metà degli anni ottanta, suonando un rock ispirato da Byrds, Stones, Creedence e Van Morrison per parecchi anni sulla costa est, spostandosi a Austin alla fine dello scorso secolo, dove hanno realizzato due cd con la band aiutati da musicisti di primo piano come Lloyd Maines, David Grissom e Gleen Fukunaga. Contemporaneamente stavano approfondendo l’aspetto acustico della loro musica, esordendo con Great Expectations nel 1991, seguito da Million Miles Away due anni dopo. Entrati a far parte del circuito texano dei cantautori, nel 2008 hanno deciso di dedicarsi completamente all’attività acustica. Nel nuovo disco spiccano la delicata How Did We Come To This?,fusione perfetta di melodie vocali e arrangiamento minimale, la mossa When I Was The King in cui Jim assume il ruolo di voce solista, la deliziosa ballata country Drunk In Baltimore e la ritmata Down At The Anchor Inn, un rock acustico con la Cutrufello alla chitarra solista, dove la voce di Patton ricorda Lou Reed. The Hard Part Of Flying è un disco di folk acustico di agevole fruizione, pur non vantando una scrittura trascendentale.

ROGER Mc GUINN – Sweet Memories

di Paolo Crazy Carnevale

4 agosto 2018

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ROGER McGUINN – Sweet Memories (April First Productions 2018)

Roger McGuinn. Chi se lo aspettava un disco nuovo dopo anni di Folk Den e dischi dal vivo piuttosto inutili? Era lecito attendersi molto, o almeno qualcosa di più visto che l’ex Byrd in persona aveva annunciato questa pubblicazione da diverso tempo e ne aveva parlato come di un disco rock.

L’attesa e l’entusiasmo a riguardo sono stati puntualmente disattesi dall’uscita (il 13 luglio scorso, compleanno del nostro) di questo Sweet Memories.

A dispetto dei bei e applauditi concerti che Roger sta tenendo in compagnia di Chirs Hillman e dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart per festeggiare i cinquant’anni di Sweetheart Of The Rodeo, questo nuovo disco è davvero poca cosa. Per certi versi imbarazzante. È vero che l’artista nelle interviste, recenti o meno che siano, continua a puntare il dito sul fatto che gli interessi solo essere un artista solista, senza gruppi, ma è anche vero che in anni lontani si è sempre dichiarato pignolo e perfezionista: Sweet Memories non è certo il disco di un pignolo, tantomeno di un perfezionista. È un disco arruffato, messo insieme alla viva il parroco – citando Sandro Ciotti – e senza rispetto alcuno dei fan che ancora lo seguono. Un disco che suona come una raccolta di demo con un adattamento riuscito di u n vecchio brano, canzoni inedite (otto) e qualche minestra scaldata (male), per di più dura trentaquattro minuti, uno sforzo davvero minimo, quasi McGuinn volesse sfruttare il fatto che dopo tanti anni si è tornati a parlare di lui.

In tutta sincerità lo definirei un disco per collezionisti incalliti, ma davvero incalliti, perché non mi sentirei di consigliarlo a nessun altro.

Pensiamo ai lavori di altri ex Byrds usciti di recente: Hillman ha fatto un capolavoro (certo con Tom Petty come produttore), Gene Parsons, pur lavorando in economia e semplicità ha inciso un disco con David Hayes e uno con il Mendocino Quartet che sono infinitamente superiori a questo disco di McGuinn; Crosby, pur senza dispendio di forze ha pubblicato nel 2016 Lighthouse, il suo secondo disco più bello di sempre.

Sweet Memories non è innanzitutto un disco rock come promesso, è un disco di pallido folk rock dove si riascoltano (basta!) Turn! Turn! Turn!, Mr. Tambourine Man e So You Want To Be A Rock’n’Roll Star in arrangiamenti pressoché identici a quelli delle versioni byrdsiane. Roger suona tutto, che significa chitarre e basso (nella seconda lo stesso identico giro dello storico singolo) e usa (nella terza) una drum machine dal suono fastidioso e vetusto che non usa più nessuno.

La cosa migliore del disco è Chestnut Mare Christmas, indicata come il seguito di Chestnut Mare, in cui si può riconoscere il tema del vecchio brano: qui c’è ospite Marty Stuart, e si sente, la cui chitarra regala al brano e al disco qualcosa di superiore. Ma non basta.

E non basta la spiritosa intuizione di inserire in scaletta Friday, un brano oscuro che in un video fake di youtube viene presentato come inedito dylaniano eseguito dai Byrds in un programma televisivo del 1965. Un falso dichiarato e riconosciuto. Simpatica l’idea di reinterpretarlo. Il resto sono una manciata di buone canzoni, folk elettrico eseguito con la Rickenbacker. Ci sono tre brani che risalgono ai primi anni ottanta (ascoltati anche in Italia quando Roger vi venne con i Peace Seekers): The Tears, Light Up The Darkness (la migliore della terna), la title track. L’impressione è che i suoni siano un po’ lasciati al caso, non c’è un lavoro di produzione, non c’è un missaggio adeguato, i volumi sono casuali e di tanto in tanto c’è anche fruscio sulle voci (McGuinn si sovraincide).

I brani più interessanti sono 5:18, At The Edge Of The Water e Catching Rainbows, tutte originali ma indubbiamente succubi dello stile del british folk marinaro che sta all’origine di molte canzoni che Roger negli ultimi venticinque anni ha approcciato per i numerosi progetti denominati del Folk Den.

ANNIE KEATING – All The Best: From Brooklyn With Love

di Paolo Crazy Carnevale

4 agosto 2018

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ANNIE KEATING – All The Best: From Brooklyn With Love (Appaloosa/IRD 2018)

Credo che se qualcuno tentasse di fare un giorno un censimento dei singer/songwriter operativi sul territorio americano, verrebbe dissuaso dall’intento fin da subito, vista e considerata la mole di personaggi poco noti che si aggirano per il settore.
Personaggi che spesso e volentieri, a dispetto dell’essere dei perfetti sconosciuti o quasi, hanno una bella e ricca discografia alle spalle e, soprattutto di qualità.

Prendiamo questa recente scoperta di casa Appaloosa, chi è Annie Keating? Anche se il suo nome non mi dice nulla, l’ascolto del suo disco in questione mi dice di dolci motivi, di scorrevoli ballate all’insegna di suoni misurati, gioiellini acustici ed incursioni strumentali più corpose.

Il disco è un’antologia realizzata appositamente per il mercato italiano, con una serie di canzoni tratte dai suoi dischi precedenti (ben sette): si tratta di un best, come fa intendere il titolo, che però si riferisce anche all’unica cover inclusa nella raccolta, All The Best di John Prine, uno che sta andando per la maggiore alla faccia della vetusta età e dei malanni di salute.
La Keating è una cantautrice di razza, i brani suonano tutti bene, la voce ricorda un sacco di altre colleghe, ma che ci si può fare, sono talmente tante che essere originali anche nella voce è un po’ un’impresa. Magari i suoni non sono quelli che ci aspettiamo da un disco che porta Brooklyn nel sottotitolo, ma la Grande Mela c’è poi in realtà nei testi.

Quindici le tracce incluse nel disco, piacciono Belmont, In The Valley con un bel mandolino e la pedal steel (ma non sappiamo i nomi dei musicisti purtroppo), la dolce Sweet Leanne, la più ritmata Water Town View.

New York è protagonista in particolare della riuscita Coney Island, tra le tracce più belle, Kindness Of Strangers ha un violino dominante, presente anche in Forget My Name che però sfoggia anche un bel break di mandolino e la pedal steel.
E che dire della bella introduzione di You Bring The Sun una bella canzone d’amore, solare, con chitarra baritonale e mandolino che creano un crescendo su cui si innesta poi anche la pedal steel.

Gli arpeggi di chitarre acustiche sorrette da un bel suono di basso sono invece la caratteristica di For The Taking, poi il disco va chiudersi con reverenza con la cover di John Prine, in una versione essenziale e rispettosa.

BUDDY GUY – The Blues Is Alive And Well

di Paolo Baiotti

1 agosto 2018

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BUDDY GUY
THE BLUES IS ALIVE AND WELL
Silvertone/Rca 2018

Sulla copertina del suo nuovo album, Buddy Guy si fa fotografare sorridente in tuta da agricoltore, ma con la chitarra al posto della vanga, al fianco del cartello stradale di Lettsworth, Louisiana, il paesino nel quale è nato 82 anni fa. Sebbene si sia spostato da adolescente a Baton Rouge e poco più che ventenne a Chicago, l’artista sembra volere riaffermare le sue origini nel momento in cui si avvicina alla fine della sua carriera. E lo fa con una classe immensa, con un disco di qualità che ribadisce la sua statura iconica di ultimo grande chitarrista del blues di Chicago, lui che arrivò in città mettendosi in competizione con i contemporanei Magic Sam e Otis Rush, che lo aiutò a ottenere il primo contratto con la Cobra Records. In seguito, pur avendo difficoltà con la Chess Records per il suo stile influenzato dal rock, ha inciso dischi importanti con Junior Wells (Hoodoo Man Blues è un classico), emergendo come solista negli anni ottanta, aiutato dall’appoggio di amici importanti come Eric Clapton e i Rolling Stones, che ne hanno sempre riconosciuto l’influenza. In studio Buddy ha mantenuto una continuità sorprendente, mentre dal vivo negli ultimi anni tende un po’ troppo a gigioneggiare, alternando momenti esaltanti ad altri dimenticabili. Da Skin Deep (Silvertone 2008) ha iniziato a collaborare con il produttore e batterista Tom Hambridge, autore di gran parte del materiale degli cinque dischi più recenti. Il doppio Rhythm And Blues (Rca 2013) ha debuttato al n.27 nella classifica americana, confermando la sua notevole popolarità, non solo nella ristretta cerchia di appassionati di blues, mentre Born To Play Guitar (Rca 2015) ha vinto un Grammy come miglior album di blues. Con The Blues Is Alive And Well il chitarrista realizza un altro disco significativo, il diciottesimo da solista in studio, destinato probabilmente ad aggiungere un nuovo Grammy alla collezione, vista la qualità dei brani e delle interpretazioni. Qualcuno si soffermerà sulla presenza di ospiti famosi ma, per quanto l’armonica di Mick Jagger sia funzionale allo splendido slow You Did The Crime e le chitarre di Jeff Beck e Keith Richards abbelliscano un altro lento da antologia come Cognac, non sono presenze indispensabili, perché il mid-tempo della title track, la vitale Old Fashioned irrorata dai Muscle Shoals Horns, la riflessiva When My Day Comes con le tastiere calde di Kevin McKendree e la magistrale cover dello slow Nine Below Zero (puro Chicago Blues) non sono meno efficaci. La voce di Buddy sembra avere l’energia e la vitalità di un trentenne, quanto alla chitarra c’è poco da dire, è un maestro e lo conferma per l’ennesima volta. Un disco da quattro stelle, che sarebbe stato perfetto con un paio di brani in meno.