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MARBIN – Fernweh

di Paolo Crazy Carnevale

19 luglio 2021

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Marbin – Fernweh (Radio Artifact 2021)

Decisamente i Marbin sono instancabili e i mesi di forzata inattività concertistica, per loro che trascorrono la maggior parte del tempo on the road, è stata uno stimolo a incrementare la produzione discografica.
Dopo il recente live a porte chiuse e il doppio album di studio Russian Dolls con due differenti concept, ecco il loro terzo disco del 2021.
Stavolta però l’asse si sposta decisamente verso la parte più tradizionale del loro sound, solitamente all’insegna di una miscela tra musica Yiddish e un jazz-rock molto personale che mette in evidenza le peculiarità dei due leader, il sassofonista Danny Markovitch e il chitarrista Dani Rabin, coadiuvati qui da Jon Nadel (al basso), è totalmente indirizzata altrove, niente elettrificazione e divagazioni jazz rock bensì un accorato omaggio al jazz e allo swing delle origini, filtrato però attraverso una visone musicale vicina al klezmer e alla musica di Django Reinhardt.
Il risultato è un disco pervaso da struggenti atmosfere nostalgiche – in tedesco il termine usato per intitolare il disco significa nostalgia per qualcosa di lontano – e acustiche.
La band di base a Chicago allinea in sequenza una dozzina di brani classici che trasudano di gypsy e dixieland, con chitarre e sax protagonisti assoluti.
Non v’è un solo brano fuori posto, dall’iniziale versione di Stardust all’immancabile Minor Swing (probabilmente la signature song di Django), eseguite con gusto inarrivabile e gioia di suonare totale. Ma ci sono anche un’entusiasmante I’ll See You In My Dreams, Nuages (di nuovo Reinhardt), Georgia On My Mind, All Of Me, Honeysuckle Rose e molto altro.
Attenzione però, non giudicatelo solo come un disco di standard, o cover che dir si voglia: il lavoro dei Marbin in Fernweh va otre e, soprattutto non suona come un disco di routine fatto per riempire un vuoto (i Marbin non ne avevano certo bisogno), quanto piuttosto un omaggio accorto ad un suono che viene da lontano e per cui, come il titolo appunto suggerisce, Rabin e Markovitch nutrono una certa nostalgia.

Paolo Crazy Carnevale

MARBIN – Russian Dolls / Ten Years In The Sun

di Paolo Crazy Carnevale

8 marzo 2021

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Marbin – Russian Dolls / Ten Years In The Sun (Marbin Music 2020)

Un doppio? Due dischi ben distinti! Questo CD uscito lo scorso anno sotto il nome del gruppo formato da Danny Markovitch e Dani Rabin e allargato di volta in volta a differenti sezioni ritmiche è il frutto di due progetti solisti, ciascuno ascritto ad uno dei due musicisti, progetti covati a lungo nel tempo ma che solo a causa dell’isolamento forzato imposto dalla pandemia hanno visto la luce.
I due Marbin (il nome è un’evidente crasi tra i cognomi dei due leader) infatti, costretti al caserma rest e allo stop dell’attività concertistica hanno ciascuno dato sfogo alla propria vena compositiva con questi due brevi lavori (avrebbero potuto stare entrambi su un solo disco, ma data la diversità e la paternità dei progetti sono stati giustamente pubblicati su due supporti), rigorosamente improntati il primo sul sax di Markovitch ed il secondo sulla chitarra di Rabin.
I due musicisti di Chicago, come per i dischi in gruppo si affidano al miscuglio tra jazz e tradizione, fedeli all’adagio che il miglior jazz ha un piede nella tradizione ed uno nell’innovazione: questo in particolare accade nel primo dei due dischetti, in cui Markovitch e il suo sassofono sono protagonisti lasciando il contributo di Rabin all’accompagnamento sia con chitarra che con il basso, lasciando piuttosto spazio al batterista Antonio Sanchez (titolare di quattro Grammy) nei momenti in cui il jazz si fa più preponderante, come in Years That Ask Questions o nella speculare Years That Answer. Ma altrove, When There Becomes Here e Yellow Roman Candles lo stile legato alla musica ebraica sviscerato molto bene nei dischi dei Marbin emerge con prepotenza, Ship At A Distance è per contro una slow ballad d’effetto, mentre il brano che conclude il disco, Things Of Dry Hours vira verso il tango argentino virato yiddish.
Il discorso cambia col disco accreditato a Rabin, un disco per sola chitarra, più staccato dalle sonorità Marbin, stessa durata del disco del socio ma i brani sono il doppio, più brevi, più intimi. Un viaggio sonoro differente: se nelle matrioske di Markovitch il concept di fondo era legato appunto alle bambole russe viste non come una famiglia ma come una serie di ego differenti che si contengono uno nell’altro, nei piccoli viaggi acustici incastonati da Rabin nel suo Ten Years In The Sun il chitarrista mette insieme una raccolta di appunti musicali messi insieme in dieci anni di viaggi musicali, quasi dei brevi sketches resi mirabilmente col solo aiuto di una cristallina chitarra acustica, For Soraya, Down And Out In Barcelona, Sandbox World, Polish Winter sono esempi di brani senza classificazione, senza età; altrove, come Strong Wind o Mom’s Song ci troviamo al cospetto di frammenti molto raccolti, November Guest ha nascosti in sé vaghi richiami di quella musica della tradizione ebraica così evidente nel suono Marbin. E non mancano le composizioni marcatamente jazz, dalla finale The Last Thing alla title track, a Shadow Waltz.
I due dischi, venduti in forma solida come doppio, sono acquistabili in forma liquida anche separatamente.

Paolo Crazy Carnevale

MARBIN – Shreddin’ At Sweetwater

di Paolo Crazy Carnevale

18 febbraio 2021

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MARBIN – Shreddin’ At Sweetwater (Marbin Music 2021)

I Marbin sono un pregevole quartetto di base a Chicago che dai suoi esordi a livello indie, contando sul passaparola tra i fan si è conquistato una credibilità, fondata su un’intensa carriera concertistica e su una decina di dischi, i primi tre (dopo l’esordio autoprodotto) per la Moonjune Records, dopo di che hanno fondato la loro etichetta che da cinque anni in qua si occupa oltre che del gruppo anche dei progetti solistici dei singoli componenti.
Innanzitutto il quartetto ha due leader, Dani Rabin (chitarra) e Danny Markovich (sassofono) che sono gli ideatori di un sound riuscito che gioca sul connubio tra jazz-rock, prog e musica yiddish; a loro si affiancano poi il bassista Jon Nadel e il batterista Everette Benton Jr., che forniscono una solida e fantasiosa base ritmica su cui i due leader sviluppano le loro idee.
Costretti dalla pandemia ad annullare la maggior parte dei concerti previsti lo scorso anno, i Marbin – che di concerti ne tengono circa 150 all’anno –, dopo otto mesi di inattività hanno puntato su un concerto a porte chiuse svoltosi allo studio Sweetwater; estasiati dalla bontà del risultato alla faccia della lunga astinenza, in un secondo tempo hanno deciso di darlo pure alle stampe, un po’ per raggiungere tutti quei fan impossibilitati ad assistervi o a muoversi, un po’ per tenersi sul mercato in mancanza di un nuovo tour all’orizzonte.
Questo inusuale live senza applausi, si apre con una composizione di grande impatto intitolata Messy Mark in cui Rabin si concede alcune ispirate virate in stile blues.
Con Whiskey Chaser Intro e Whiskey Chaser, i Marbin ci regalano un tuffo tonificante nelle loro sonorità più tipiche col sax di Markovich alle prese con un tema ispirato dalla musica ebraica, dapprima con una lenta introduzione del solo Markovich, poi con il brano vero e proprio che si scatena in una sorta di futuristico bar-mitzvah in chiave bolero.
Le atmosfere del brano precedente si ritrovano anche nella riuscita The Old Ways, con un bell’alternarsi tra la tradizione dettata dal sax e il modernismo della chitarra elettrica.
Per contro, Escape From Hippie Mountain è una divagazione d’impronta più deliberatamente free, così come la successiva Electric Zombieland, caratterizzata comunque da un tema più riconoscibile.
The Way To Riches è una più breve composizione d’impronta puramente jazz-rock che lascia spazio quasi in totalità alla chitarra elettrica e alla batteria, le fa seguito una grande rilettura del brano che intitolava il primo disco del gruppo per la Moonjune, Breaking The Cycle, una di quelle composizioni che mediano sapientemente i vari stili che si fondono nella musica dei Marbin, altamente elettrico, una sorta di yiddish-rock di grande respiro. Da applausi.
Arkansas Jumper è poi una cavalcata sorretta da un basso quasi funk, in cui il jazz incontra il progressive, poi la conclusione con i dieci minuti di Splaw permette alla formazione di imbastire una complessa e affascinante composizione in cui fa capolino prepotentemente anche la vena blues della chitarra di Rabin, creando un sottile filo conduttore col brano che aveva aperto il disco.

MARBIN – The Third Set

di Paolo Crazy Carnevale

16 novembre 2014

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MARBIN
The Third Set
(Moonjune Records 2014)

Terzo disco e terzo tripudio su etichetta Moonjune per il gruppo chicagoano facente capo a Dani Rabin – chitarrista israeliano – e Danny Markovitch – sassofonista – che unendo le proprie forze hanno dato vita ad una miscela sonora realmente interessante, oltre che esplosiva. In realtà la formazione, prima di accasarsi con la label di Leonardo Pavcovich, aveva realizzato un primo disco altrove, ma i tre dischi Moonjune sembrano voler costituire – per ora – una sorta di trittico, intuibile fin dal titolo di questo nuovo disco.
Il nuovo disco però, a differenza dei suoi predecessori, è un disco dal vivo, e i brani che contiene, per buona parte inediti, sono quelli che il gruppo ha suonato come “bis” (il terzo set del titolo va in realtà inteso in questo senso) nel corso di alcuni dei numerosi (quasi trecento all’anno) concerti tenuti nel tour del 2013. Una scelta originale, nonché curiosa, visto che gli unici brani già reperibili su disco sono Redline e Volta (tratti dal disco precedente) e Crystal Balls, dal disco d’esordio. La registrazione sul campo, di cui è responsabile il tecnico Caleb Willitz, rende molto bene il sound del quartetto (che si completa col basso di Jae Gentile e con la batteria di Justyn Lawrence) e testimonia l’atmosfera live trascinante con buona risposta da parte del pubblico degli States centrali – i concerti sono tutti tenuti in piccoli locali di Wisconsin, Iowa, Nebraska, Missouri e Kansas.
Naturalmente tutto si regge sul dualismo tra gli strumenti suonati dai due leader, che nella dimensione live acquistano uno spessore rock più consistente rispetto alle atmosfere di stampo fusion dei dischi di studio: la chitarra è aggressiva, potente, distorta quando deve esserlo, effettata in altri frangenti; il sax assume sempre più connotazioni di carattere klezmer o quanto meno yiddish, facendo della mescola musicale del gruppo qualcosa di estremamente originale oltre che, le due cose non vanno sempre di pari passo, fruibile.
Talvolta si captano certe urgenze frenetiche riconducibili ai King Crimson di brani come 21st Century Schizoid Man – si veda l’iniziale Special Olympics – talaltra è la sperimentazione a dettare legge (Volta, il brano finale), ma nel disco c’è respiro per tutto e Vanthrax, Splaw, Rabak, The Depot sono tutte nuove composizioni che fanno ben sperare per il futuro di questa formazione.

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/24

di Paolo Crazy Carnevale

1 aprile 2013

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ARLO GUTHRIE & THE DILLARDS – 32 Cents Postage Due (Rising Sons 2008)

 

Woody Guthrie. Credo che il novero delle celebrazioni e dei tributi a lui dedicati sia quasi tendente all’infinito, soprattutto dopo quelli numerosi dello scorso anno, anno in cui cadeva il centenario della sua nascita.

Personalmente, nel corso degli anni ho sentito molti omaggi a questo padre dell’american music, e sono da sempre affezionato allo storico tributo del 1968, quello in cui Dylan & The Band (che si chiamava ancora Crackers all’epoca) eseguirono tre cover in chiave Basement Tapes, con un suono mai più sentito. Recentemente ho scoperto quest’altro bel tributo, particolarmente accorato visto che  proviene dal figlio di Woody, quell’Arlo che e stato uno dei personaggi di punta di Woodstock e grazie al film Alice’s Restaurant, basato su un suo lungo talking blues, ha continuato ad essere sulla cresta dell’onda per tutti gli anni settanta, legandosi artisticamente anche a Pete Seeger, forse il più noto tra i collaboratori musicali di Woody.

Questo bel cd pubblicato dalla Rising Sons nel 2008, vede Arlo affrontare una bella selezione di brani del padre, facendosi accompagnare da una delle migliori formazioni di musica acustica – parlare di bluegrass è limitante – che abbiamo mai calcato i palchi d’America. I Dillards (qui sono presenti ambedue i fratelli fondatori, Doug e Rodney) accompagnano Arlo Guthrie in maniera magistrale, rivestendo le folk song del padre con i loro strumenti e con arrangiamenti azzeccati. Il lavoro che ne viene fuori è davvero apprezzabile, il connubio tra l’approccio vocale da folk singer del canuto Brooklyn cowboy e gli arrangiamenti del gruppo appalachiano sembra fatto apposta per queste canzoni che devono alla tradizione molto più che un semplice qualcosa.

Riascoltare l’immensa Tom Joad, composta da Woody all’indomani dell’aver visto al cinema il film che John Ford aveva tratto dal capolavoro di John Steinbeck, fa sparire definitivamente la pallosa song che Springsteen ha dedicato in tempi più recenti allo stesso personaggio; The Sinkin’ Of The Rueben James, la children song Ship in The Sky (deliziosa e ben arrangiata), Grand Coulee Dam, East Texas Red, le ultra classiche Do Re Me e So Long It’s Been Good To Know You: tutte contribuiscono a fare di questo disco un piccolo prezioso classico. Non ultima l’immancabile This Land I You Land che Guthrie e i Dillards decidono di eseguire in chiave strumentale.

 

 

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DADDY WAS A DRIVER – Daddy Was A Driver (Zip 2010)

 

Non vi tragga in errore il nome del gruppo, né tantomeno la musica che sentirete uscire da questo dischetto, e non fate caso al fatto che sia pubblicato da una piccolo label di San Francisco: I Daddy Was A Driver sono una band Bolognese e questo dovrebbe essere il loro disco d’esordio, non ho notizie se vi sia stato un seguito o meno visto che me lo sono trovato in mano per caso, l’unica cosa che posso dirvi è che prima di chiamarsi così il gruppo si chiamava De Soto.

Fatta questa doverosa premessa, passo a parlarvi dei contenuti. Nonostante la copertina bruttina anzichenò il disco è decisamente piacevole, nulla di nuovo certo, ma fa inorgoglire il pensiero che nel nostro paese ci sai qualcuno che abbia voglia di fare musica così genuina e divertente, reinventando – a proprio modo – il vecchio adagio gucciniano sulla via Emilia ed il West. E di West puro qui si tratta, non country, proprio western, non in senso musicale quanto piuttosto cinematografico, con una dozzina di canzoni che suonano come se la band, dopo aver fatto propri certi riff alla John Fogerty li avesse applicati al suono di certe band di Tucson in voga negli anni ottanta, e a certi musicisti del movimento denominato Paisley Underground, con le chitarre suonate però non secondo la lezione dei Byrds bensì secondo i dettami di Duane Eddy e  Dick Dale, vale a dire baritonali e con tanto di tremolo surf. Una bella miscela insomma, con alcuni brani particolarmente riusciti, su tutte l’iniziale Postacrds From Des Moines, o l’omaggio ironico al punk newyorchese dei Ramones di Sheena Was A Country Girl, Disbanded In Flagstaff e The Meaning Of Your Dreams. Se poi vi dico che in cabina di regia c’è Craig Schumacher, già al fianco di Dan Stuart, Calexico, Steve Wynn, Giant Sand, e qui mi fermo, non dovreste più aver dubbi sui buoni propositi e sui contenuti del disco in questione.

 

 

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DEWA BUDJANA – Dawai In Paradise (Moonjune Records 2013)

 

Mi incuriosiscono sempre queste pubblicazioni che sfuggono abilmente ad ogni definizione o classificazione. Questo quinto disco del chitarrista indonesiano sta in bilico tra un sacco di generi musicali, senza mai propendere definitivamente per uno sol: ci sono chiaramente ingerenze jazz-rock, ma in alcuni brani il suono della batteria è tutto fuorché jazz, in passato si usava molto il termine fusion, ma anche qui si va oltre, Budjana e le sue chitarre spaziano e vanno oltre, in certi menti potrebbe suonar bene il termine etno-jazz, ma non è nemmeno di questo che si tratta. Questo cd, quasi tutto strumentale è stato realizzato con la collaborazione di diversi musicisti connazionali del titolare e qualche ospite straniero (il più noto è senz’altro il batterista Peter Erskine), con una strumentazione abbastanza classica, fatta eccezione per l’uso del flauto di bambù, e se il brano d’apertura è una specie di hard-jazz-rock col basso suonato in maniera possente, già con la successiva Gangga le atmosfere virano altrove facendoci sognare sulle ali delle voci delle coriste che creano atmosfere molto orientali. Masa Kecil un altro dei brani chiave del disco inizia invece come un tema musicale della tradizione irlandese, e prosegue, grazie agli interventi del flauto, mantenendo un perfetto equilibrio tra oriente e mondo celtico che si sviluppa per tutta la durata del brano. La parte centrale del disco è sicuramente quella più entusiasmante con i dieci minuti di Malacca Bay, ancora con le voci femminili, un break di pianoforte di impronta jazz che più classica non si può e influenze spagnoleggianti in apertura e in chiusura, e con le successive Kunang Kunang e Caka, entrambe caratterizzate da interventi strumentali di largo respiro.

 

 

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MARBIN – Last Chapter Of Dreaming (Moonjune 2013)

 

Ho scoperto questa formazione israeliano-statunitense col disco precedente a questo, che è il terzo, e sono subito rimasto affascinato dal suono e dalla proposta musicale di questo quartetto strumentale, tanto lontano dai miei ascolti abituali, quanto vario, interessante e soprattutto intelligente. La fascinazione e la buona impressione vengono confermate ampiamente in questo Last Chapter Of Dreaming, un signor disco che il gruppo facente capo al chitarrista Dani Rabin ed al sassofonista Danny Markovitch ha registrato nel corso dello scorso anno in giro per gli States, usando vari studi, a causa dell’estenuante e monumentale attività live (oltre quattrocentocinquanta date in meno di tre anni) che i Marbin – il nome è un’evidente crasi tra i cognomi dei due leader – conducono.

Quattrodici tracce all’insegna dell’elettricità, un risultato che è una bella mistura di generi, con una prevalenza all’insegna del rock, nella sua manifestazione che qualcuno potrebbe definire art-rock (Inner Monologue), striature di jazz (Redline e And The Night Gave Nothing), ma con moderazione, grande energia e soprattutto inventiva. Ogni traccia suona come se fosse una piccola colonna sonora, prendete ad esempio Breaking The Cycle, sembra fatta apposta per uno spaghetti western (ma la definizione potrebbe adattarsi anche alla title track, soprattutto nella sua ouverture acustica), così come Café de Nuit è pura nouvelle vague. Qua e là ci sono voci che danno una mano al gruppo e qualche altro strumentista si aggiunge al quartetto – il tastierista Matt Nelson riveste di grandi tappeti sonori alcune delle tracce -.

Al tutto, qua e là si innestano elementi yiddish, propri delle origini di Markovitvch e Rabin, senza mai sconfinare però nel tipico sound klezmer, ma piuttosto mescolando sapientemente le atmosfere popolari con il suono potente e sostenuto della formazione, mi riferisco a brani come The Ballad Of Daniel White, dall’andamento più sostenuto, e Down Goes The Day, più introspettiva.

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/13

di admin

27 maggio 2011

The Duke and The King

THE DUKE AND THE KING

Long Live The Duke And The King

2010 Silva Oak/ Loose LP/CD

 

Sono mesi che ascolto questo disco. Sempre con l’intenzione di mettermi a scrivere qualcosa in proposito. Uno dei migliori dischi “nuovi” in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e per nuovi intendo attribuiti ad artisti giovani e con una proposta musicale fresca, per quanto con le radici ben piantate in tutto quanto è stato prodotto nei quattro decenni precedenti. Si tratta del secondo disco per questa formazione dello stato di New York (Catskill Mountains per la precisione), ma rispetto al debutto la formazione ha raddoppiato il numero dei propri componenti, aggiungendo alla propria musica più punti di forza. Risulta difficile dire chi faccia cosa all’interno del combo il cui nome rimanda a due personaggi truffaldini creati da Mark Twain per il suo Huckleberry Finn, ma è evidente che la voce principale sia quella di Simone Felice, uno dei Felice Brothers di cui avrete senz’altro sentito parlare. Ma anche gli altri (Bobby Bird Burke, cofondatore, Simi Stone e il Nowell Haskins) ci mettono del proprio e la magia del risultato è proprio nello strano melange di voci che si impastano molto bene in questo disco, dando vita a dieci composizioni ben prodotte, con chitarre mai debordanti, sezione ritmica d’impianto folk rock, qualche intromissione fiatistica, armonica e accordeon sparsi qua e là. E che dire della confezione, un bell’album sullo stile dei vecchi vinili (il disco è naturalmente edito anche nel vecchio caro supporto), con libretto contenente i testi e il CD inserito in una busta nera proprio come i vecchi trentatré giri. Ma ciò che vince sono davvero le canzoni: dall’opening di O’ Gloria alla convincente e ben strutturata Shine On You a Right Now giocata sull’amalgama e sull’alternarsi delle voci. Hudson River è una soul ballad che si regge sul cantato davvero black e su una melodia che entra facilmente in testa. No Easy Way Out è invece una canzone folk rock dominata dalla cantante Simi Stone ed è un altro dei punti forti del disco, che come si usava un tempo dura poco meno di quaranta minuti, ma tutti allo stesso livello (personalmente sono sempre stato convinto che i compact disc di più di cinquanta minuti vadano bene per le antologie e per le retrospettive con bonus track, salvo qualche raro caso). E ancora, Children Of The Sun e Have You Seen It?, un brano in cui le influenze younghiane (il gruppo dal vivo esegue spesso brani come Helpless e Long May You Run, ma non fatevi fuorviare da questo, la loro è una proposta originale e non derivativa!) emergono qua e là. In Gran Bretagna le riviste musicali li hanno incensati e anche il “Rolling Stone” tedesco ha speso grandi parole per loro. In Italia sono ancora sconosciuti o quasi. Loro si definiscono folk-soul-glam (quest’ultima definizione soprattutto per ciò che riguarda il look) ma la loro musica va davvero oltre le classificazioni di routine. Provare per credere.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

marbin

MARBIN

Breaking The Cycle

2011 Moonjune CD

 

Proprio un bel disco questo Breaking The Cycle, intestato alla formazione israeliana che fa capo a Danny Markovitch (sassofonista) e Dani Rabin (chitarrista), tanto che il nome del gruppo è il risultato di una crasi fra i due cognomi: un disco di musica strumentale che, pur essendo i due leader indirizzati nel filone jazz rock, va oltre le definizioni inventandosi un genere tutto suo che pur facendo trasparire (soprattutto nella prima traccia) la matrice jazzistica, si apre poi verso orizzonti molto diversi dove di volta in volta gli strumenti di Rabin e Markovitch dettano legge creando sublimi atmosfere (Western Sky, Outdoor Revolution, Burning Match, la coinvolgente Old Silhouette tanto per fare qualche titolo) a volte cullate dal sax, altre sferzate dalla chitarra tagliente.  Virate più d’impronta rock si innestano sapientemente su atmosfere più pop che non mancano di fondersi, senza strafare, con la matrice yiddish che fa immancabilmente parte del DNA dei due musicisti. A rinforzare il gruppo ci sono poi il batterista Paul Wertico (con una lunga militanza nella band di Pat Metheny) e il percussionista Jamey Haddad (dalla corte di Paul Simon). A suggellare questo brillante prodotto c’è l’intensità della conclusiva Winds Of Grace, unico brano cantato affidato sia nelle liriche che per quanto riguarda le corde vocali a Daniel White.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

Garth Hudson

GARTH HUDSON

A Canadian Tribute To The Band

2011 Curve Music/Sony CD

 

Non proprio un’occasione sprecata, ma un’operazione riuscita a metà. Certo, al grande Garth Hudson vanno il plauso e il riconoscimento per aver prodotto un disco tutto canadese dedicato alla musica del suo vecchio gruppo, un disco peraltro caratterizzato, e questo è proprio uno dei suoi pregi, dalle sue tastiere inconfondibili che danno all’opera un senso di continuità che solitamente non si respira nei tribute album tradizionali. Attingendo poi dal repertorio meno scontato di The Band. Il disco inizia alla grande con quattro brani di rilievo: Danny Brooks propone la poco nota e ben realizzata Forbidden Fruit, per non dire del graditissimo e ispirato ritorno di una delle canadesi più interessanti, Mary Margareth O’Hara, che offre subito una delle perle del disco, Out Of The Blue, avvolgente ballata che figurava sulla parte in studio dell’Ultimo Valzer. Acadian Driftwood, brano tutt’altro che facile è invece affidato a Peter Katz che si dimostra molto all’altezza della situazione, come del resto fa Neil Young affiancato dai giovani Sadies nella rilettura di This Wheel’s On Fire, dove la sua chitarra inconfondibile duetta con l’organo di Hudson. Da qui in poi però le cose cambiano e le sorti del disco si fanno alterne: qualche scelta poco oculata nel repertorio, o forse negli esecutori mettono in pericolo il tributo. Ain’t Got No Home, You Ain’t Goin’ Nowhere, I Loved you Too Much, Move to Japan abbassano il livello del disco in maniera irreparabile. Per fortuna, qua e là si aprono altri spiragli notevoli, come in The Shape I’m In (ancora i Sadies, senza Young però), o la brillante Clothes Line Saga dei Cowboy Junkies (anche se il brano è tutto a firma di Dylan), con una Margo Timmins ispirata e Hudson a stendere tappeti di tastiere di cui nessun altro è più capace. Buone anche le due rivisitazioni in cui compare Bruce Cockburn, Sleeping (accompagnato dai Blue Rodeo) e Chest Fever in cui è lui ad accompagnare Ian Thornley. La versione di Yazoo Street Scandal passa invece abbastanza anonimamente. Meglio Tears Of Rage affidata alle corde vocali di Chantal Kreviazuk. Da segnalare, in positive, anche The Moon Struck One, Knockin’ Lost John in chiave irish e King Harvest. Ecco: questo è quanto. Forse è il problema dei CD che hanno più capienza di un trentatre giri, così si tende a riempirli troppo. Questo tributo a The Band dura intorno ai settanta minuti, quarantacinque sarebbero forse bastati e ne avrebbero fatto un ottimo disco, che purtroppo invece non è.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

copernicus

COPERNICUS

Cipher And Decipher

2011 Nevermore Inc.- distribuzione Moonjune

 

Un nuovo disco di Copernicus, un performer e un poeta soprattutto, prima che un musicista. Questo artista newyorchese, sulla scena fin dagli anni ‘80, dopo aver provveduto tramite la sua etichetta a rendere disponibili i suoi vecchi lavori e a distribuire quelli più recenti in più lingue, è tornato recentemente con un nuovo disco, un lavoro attraversato dal lirismo e dalla nervosità: Cipher And Decipeher è la nuova testimonianza dello smalto che pervade la poetica di questo cantore della grande mela, e del cosmo intero con tutti i suoi mali. Un disco di dieci tracce, per una durata di ben settanta minuti, con Copernicus intento a declamare i suoi versi, accompagnato da un fedele gruppo di collaboratori, alcuni al suo fianco fin dalla prima ora, alcuni titolari di carriere discografiche in proprio a un certo livello, come Larry Kirwan, Thomas Hamlin e Fred Parcells, noti al pubblico per le loro imprese nei Black 47. Il disco, non facile, regge bene anche nella parte finale dominata dal quarto d’ora di The Cauldron, ma le cose migliori sono senza dubbio i brani iniziali Into The Subatomic e Free At Last e le centrali Where No One Can Win e Infinite Streght, forse la traccia più interessante, pervasa dall’inizio alla fine dal sax nervosissimo e tutto newyorchese di Matty Fillou, con la voce di Copernicus che (per fare un paragone) ricorda certe intonazioni tipiche di Moni Ovadia.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

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NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS

Keys To The Kingdom

2011 Songs Of The South CD

 

Giunti al sesto disco in studio a tre anni di distanza da Hernando, i NMA pubblicano il loro album più personale, fortemente influenzato dalla morte del musicista e produttore Jim Dickinson, padre di Luther (voce e chitarra) e Cody (batteria) che compongono il trio con Chris Chew (basso). Inciso nello studio di famiglia Zebra Ranch, Keys To The Kingdom ha un suono meno duro che in passato, permeato di blues e gospel, incentrato sulle canzoni più che sulla chitarra di Luther, presente ma non dominante. Detto questo non è che manchino brani potenti o ritmati, come l’aspro rock di This A’ Way che apre il disco, il successivo trascinante blues Jumpercable Blues nel quale la slide di Luther è affiancata dall’amico Gordie Johnson o la grintosa Hear The Hills. Ma gli episodi migliori mi sembrano quelli più riflessivi e personali: il gospel blues di stampo sudista The Meeting, cantato con il cuore da Luther aiutato dall’inconfondibile voce di Mavis Staples, la deliziosa How I Wish My Train Would Come, il gospel Let It Roll (già presente nel disco solo di Luther Onward & Upward) e la splendida Ain’t No Grave, con un testo dedicato al padre, arricchita dalla slide di Ry Cooder. Da non trascurare l’originale versione di Stuck Inside Of Mobile di Bob Dylan con un arrangiamento suggerito da Jim Dickinson ai figli pochi giorni prima di morire. Dopo un paio di brani meno riusciti, Jellyrollin’ All Over Heaven chiude il disco celebrando la vita eterna con leggerezza e serenità.  

Paolo Baiotti

 

 

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ISRAEL NASH GRIPKA

Barn Doors And Concrete Floors

2011 Israel Nash Gripka CD

 

Dopo l’interessante esordio New York Town di due anni fa, Israel ha lasciato la grande mela rifugiandosi in un vecchio granaio nelle Catskill Mountains con il produttore Steve Shelley e un gruppo di amici per registrare il secondo album. L’ambiente rilassato e l’assenza di pressioni hanno sicuramente contribuito alla riuscita di Barn Doors And Concrete Floors, un disco eccellente che ha già ricevuto recensioni molto positive sia negli Stati Uniti che in Europa. Figlio di un pastore battista, Israel Nash ha avuto un’adolescenza complicata tra alcool e carcere, con quei contrasti di positività e negatività che hanno caratterizzato grandi artisti. Influenzato dai cantatutori rock classici (in primis Neil Young e Ryan Adams), ma anche dal gospel, dal country, dal folk e dalla roots music, Gripka dimostra soprattutto una capacità compositiva non comune a partire da Fool’s Gold un mid-tempo accattivante di presa immediata che può anche richiamare gli Stones di Exile On Main Street. L’ambiente bucolico sembra incidere sul country malinconico di Drown e sulla riflessiva ballata Sunset, Regret. Non ci sono tracce deboli in questo disco, ogni brano meriterebbe una citazione, dall’irresistibile melodia di Four Winds con la pedal steel di Rich Hinman al grintoso rock di Louisiana che precede la splendida Baltimore nella quale la voce di Gripka ricorda il maestro Young e la chitarra solista si lascia andare in un brillante assolo affiancata dall’armonica. Ma si possono dimenticare il country rock di Red Dress o la sofferta ballata acustica Bellwether Ballad? Quando si spengono le note di Antebellum (inzio lento, chitarra elettrica distorta e finale in crescendo) viene voglia di schiacciare nuovamente il tasto play per riascoltare un disco che sicuramente finirà nella mia top ten dell’anno.  

Paolo Baiotti

 

 

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PENDRAGON

Passion

2011 Toff Records/ Snapper CD

 

In attività dagli anni ’80, sempre guidati dal leader Nick Barrett (voce, chitarra, compositore e produttore con Karl Groom), i Pendragon tengono alto con gli I.Q. il nome del progressive britannico. Con Passion proseguono nel cammino intrapreso con il precedente Pure (Toff 2008), che aveva evidenziato un indurimento del suono con alcune sperimentazioni. Un disco aspro e oscuro, almeno nell’iniziale title track e in Empathy, caratterizzata da una chitarra insinuante e da un drumming potente, accostabili al prog metal. Anche Feeding Frenzy, pur non priva di melodia, segue lo stesso schema, mentre il suono si apre alla melodia in The Green And Pleasant Land, uno splendido brano prog con un testo nostalgico sugli aspetti positivi della Gran Bretagna del passato, contrapposti ai difetti odierni. It’s Just A Matter Of Not Getting Caught ha una struttura complessa con una ritmica hard che contrasta la voce melodica, Skara Brae alterna toni diversi con un inserimento di voce rappata, una ritmica ripetitiva e una confusione di fondo. Si chiude con Your Black Heart, un brano evocativo improntato sull’uso del pianoforte, con una chitarra floydiana, caratteristica dello stile melodico di Barrett. Un disco controverso che lascia qualche dubbio, con meno chitarra solista del solito, un approccio più vicino al rock, una presenza quasi di contorno delle tastiere di Clive Nolan e una qualità compositiva inferiore ai momenti migliori della band. Oltre all’edizione normale è reperibile un’edizione limitata con un DVD nel quale Barrett racconta la genesi dell’album.     

Paolo Baiotti

 

 

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KENNY WAYNE SHEPHERD BAND

Live! In Chicago

2010 Roadrunner CD          

 

Quando esordì a diciassette anni nel 1995 con Leadbetter Heights, Shepherd sembrava destinato a una carriera folgorante. Le promesse sono state mantenute solo in parte; come per altri talenti della chitarra blues più o meno recenti (Joe Bonamassa, Jonny Lang e Jeff Healey i casi più eclatanti) le capacità tecniche indiscutibili non hanno sempre trovato materiale o produttori all’altezza. Così Kenny ha alternato album poco convincenti fino al brillante 10 Days Out, un omaggio ai vecchi bluesmen del Sud diventato un documentario e un album di grande qualità nel 2007. Questo recente live si ricollega al precedente progetto, essendo stato registrato nel corso del tour di 10 Days Out alla House of Blues di Chicago con ospiti due grandi veterani come Hubert Sumlin (ex chitarrista di Howlin’ Wolf) e Willie “Big Eyes” Smith (ex batterista di Muddy Waters) e due chitarristi che hanno aiutato Kenny a inizio carriera, Bryan Lee (che lo invitò on stage a New Orleans a tredici anni) e Buddy Flett. E non si può dire che si tratti di un disco poco riuscito! Shepherd dimostra le sue qualità fin dai primi brani Somehow, Somewhere, Someway e King’s Highway, fortemente influenzati dallo stile di Stevie Ray Vaughan e nella swingata Deja Voodoo, esplosiva nella coda chitarristica. Il concerto sale ulteriormente di tono con gli ospiti; Buddy Flett è protagonista della sua Dance For Me Girl, un blues tosto profumato di Louisiana, mentre Willie Smith svetta alla voce e all’armonica in Baby Don’t Say That No More e nello slow Eye To Eye, classico blues di Chicago. Notevoli le versioni di How Many More Years e di Sick And Tired, entrambe con Sumlin alla chitarra e voce solista. La qualità resta alta fino alla cadenzata Blue On Black, nella quale spiccano la voce di Noah Hunt, cantante del gruppo di Kenny e la chitarra del leader che si distende in un assolo in crescendo molto efficace, seguita dalla conclusiva I’m A King Bee, grintosa e tagliente al punto giusto.

Paolo Baiotti

 

 

drive by

DRIVE BY TRUCKERS

Go-Go Boots

Sometimes Late At Night

2011 Ato Records    

 

Che la band di Athens sia una delle più interessanti prodotte dal Sud degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni è indubbio. Riuscendo a miscelare con notevoli capacità influenze diverse (punk, rock sudista e alternative country) creando un suono riconoscibile e personale, la band di Patterson Hood (figlio di David Hood, celebrato bassista degli studi Muscle Shoals) ha avuto una prima fase underground culminata nel brillante doppio Southern Rock Opera, seguita da un periodo con la New West che ha prodotto album di ottima qualità come Dirty South e A Blessing And A Curse. La separazione con il chitarrista e cantante Jason Isbell, che aveva contribuito a questi ultimi dischi e   qualche incertezza di Hood e dell’altro compositore Mike Cooley hanno inciso sulla riuscita di The Big To Do, uscito l’anno scorso, e di questo Go-Go Boots, un disco strano (e troppo lungo) rispetto alla produzione precedente in quanto giocato quasi interamente su brani mid-tempo, a volte privi di incisività, troppo simili tra loro e con un suono un po’ piatto e compresso. Il livello medio è discreto con poche vette: la ritmata e insinuante I Used To Be A Cop, la conclusiva Mercy Buckets e le due cover di Eddie Hinton, Everybody Needs Love e Where’s Eddie. L’edizione inglese è uscita con un interessante Bonus EP in omaggio (reperibile su www.roughtrade.com) comprendente una inedita cover di When I Ran Off And Left Her di Vic Chestnutt, intensa ballata intimista venata di country e cinque brani registrati dal vivo ad Atlanta e Madison: I Used To Be A Cop e Mercy Buckets, più intense e grintose rispetto alle versioni in studio, una suadente Everybody Needs Love, la trascinante Get Downtown e un medley aspro e dissonante di Buttholeville (tratto dall’esordio Gangstabilly) con State Trooper di Bruce Springsteen. Dal vivo i Drive By Truckers si confermano eccellenti, mentre in studio forse è il momento di concedersi un attimo di pausa dopo anni di attività frenetica. 

Paolo Baiotti         

 

 

       decemberists

THE DECEMBERISTS

Live At The Bull Moose

2011 Capitol CD

 

The King Is Dead, il recente album della band della costa ovest, è considerato uno dei migliori dischi di questi primi sei mesi. Colin Meloy e compagni hanno lasciato da parte le influenze prog presenti in passato (ad esempio nell’eccellente The Crane Wife), privilegiando una scrittura aderente al formato della canzone breve tra folk, country e pop. L’innato gusto per la melodia e la qualità dei brani hanno contribuito alla riuscita di un disco tanto piacevole da ascoltare quanto lontano dalla banalità spesso accostata al pop rock. Questo mini album di sette brani, registrato a gennaio in un negozio di dischi di Scarborough in Maine, e uscito in occasione del Record Store Day in edizione limitata di 2500 copie, conferma i pregi della recente produzione della band. Sette brani dei quali sei tratti da The King Is Dead che, anche dal vivo, non perdono nulla della loro naturale fluidità, guadagnando in carattere e calore. Il singolo Down By The Water (chiaramente ispirato dai REM…non a caso Peter Buck è ospite nella versione in studio) e This Is Why We Fight sono due brani trascinanti dalla melodia irresistibile, Rox In The Box riprende con sapienza la lezione folk-rock dei Fairport Convention, June Hymn è riflessiva e intimista, mentre All Arise! è allegra e coinvolgente e Rise To Me evidenzia le qualità vocali di Meloy e i raffinati arrangiamenti dei compagni (deliziosi la pedal steel di Chris Funk e l’armonica di Colin). Si chiude con la preziosa cover della ballata country If I Could Win Your Love dei Louvin Brothers. Peccato che l’album duri solo mezz’ora!  

Paolo Baiotti

 

 

mcreynolds

JESSE McREYNOLDS & FRIENDS

Songs Of The Grateful Dead

2010 Woodstock Records CD

 

 

 

THE WHEELthe_wheel

 A Musical Celebration Of Jerry Garcia

2011 Nugs.net CD    

 

 

L’anno scorso, sviluppando un’idea di Sandy Rothman (musicista di bluegrass e compagno di Jerry Garcia nei Black Mountain Boys e nella Acoustic Band), il grande cantante e mandolinista bluegrass Jesse McReynolds ha pubblicato un eccellente tributo alla musica del leader dei Grateful Dead. Nato nel 1929 in Virginia, McReynolds ha formato con il fratello Jim nel 1947 il duo Jim & Jesse ed è considerato un musicista innovativo e influente in ambito bluegrass. Ed è stato uno degli artisti preferiti di Garcia negli anni dell’adolescenza, come racconta Rothman nel booklet del dischetto. McReynolds ha chiamato i componenti del suo gruppo Virginia Boys e alcuni amici che in passato hanno collaborato con Garcia in ambito acustico come Stu Allen e David Nelson, scegliendo dodici tracce (quasi tutte scritte da Jerry con Robert Hunter) riarrangiate tra country e bluegrass con ottimi risultati. In particolare la dolente Black Muddy River, la raffinata Ripple, l’improvvisata Bird Song (che mantiene un sapore psichedelico di fondo), la melanconica Loser (ottima prestazione vocale di McReynolds) e la ballata Standing On the Moon spiccano in un dischetto che si ascolta con grande piacere, chiuso da Day By Day, unico brano composto da McReynolds con Robert Hunter. Di pari livello il concerto organizzato dalla Rex Foundation (l’organizzazione benefica fondata dai Grateful Dead) il 4 dicembre del 2010 al Fillmore di San Francisco che ha riunito McReynolds con David Nelson, Peter Rowan, Barry Sless e altri musicisti presenti nel disco o comunque legati a Garcia. I brani migliori sono stati raccolti in un compact disc reperibile sul sito www.nugs.net che dimostra per l’ennesima volta la valenza universale del songwriting di Jerry. Dodici tracce tra le quali una liquida Ripple con Nelson (uno dei fondatori dei New Riders Of Purple Sage) alla voce solista e Steve Thomas al violino, la ballata Peggy-O (un tradizionale interpretato più volte da Garcia sia da solo che con i Grateful Dead) sempre con Nelson alla voce e un prezioso Mookie Siegel alla fisarmonica, una deliziosa Standing On The Moon con intreccio di violino, mandolino, fisarmonica e pedal steel nella coda strumentale, Franklin’s Tower trascinante anche in veste prevalentemente acustica, il tradizionale Dark Hollow con Peter Rowan (compagno di Garcia nella seminale band di bluegrass Old And In The Way) e la trascinante The Wheel, improvvisata in grande scioltezza.

Paolo Baiotti

 

 

nighthawks live

 THE NIGHTHAWKS

Last Train To Bluesville

2010 Rip Bang CD

 

Gli inossidabili Nighthawks proseguono nel loro cammino iniziato nel 1972 quando l’armonicista Mark Wenner formò la band a Washington D.C. con il chitarrista Jimmy Thackery (che ha avviato una carriera solista nel 1986). In questo disco acustico, registrato dal vivo negli studi della radio Sirius/XM, la formazione comprende due membri originali, Wenner e Pete Ragusa (batteria) che si è ritirato proprio dopo questa incisione sostituito da Mark Stutso (che curiosamente proviene dalla band di Thackery), oltre a Paul Bell (chitarra) e Johnny Castle (basso). Anche in veste acustica il quartetto non delude, muovendosi con scioltezza e naturalezza tra blues e roots music, guidato da Wenner principale voce solista a proprio agio sia nello swingato rock and roll The Chicken And The Hawk (famosa la versione di Big Joe Turner) che nello slow blues di Muddy Waters Ninenteen Years Old e nella raffinata Rainin’ In My Heart. Ragusa canta il divertente doo-wop I’ll Go Crazy di James Brown, mentre Johnny Castle è protagonista in You Don’t Love Me e nel classico di Chuck Berry Thirty Days. Il blues jazzato di High Temperature e le note inconfondibili di una ritmata Rollin’ And Tumblin’ chiudono un disco fresco e incisivo che non sfigura nel corposo catalogo di una band che ha dato molto alla musica tradizionale americana.                             

 Paolo  Baiotti