Posts Tagged ‘Moraine’

MORAINE – Groundswell

di Paolo Crazy Carnevale

21 novembre 2014

moraine

MORAINE
Groundswell
(Moonjune 2014)

Moraine è una delle varie formazioni che orbitano intorno al chitarrista di Seattle Dennis Rea, raffinato e intraprendente alfiere di un jazz rock in continua evoluzione, sempre proiettato verso differenti forme di esplorazione del mondo sonoro.
I Moraine, oggi un quintetto che Rea guida insieme alla violinista Alicia DeJoie, erano il gruppo più orientato verso il rock strumentale con cui Rea suonasse (con gli Iron Kim Style infatti si battevano i territori di caccia del Miles Davis elettrico, con il disco solista di Rea affioravano elementi orientali e ulteriori altre esplorazioni musicali sono quelle come chitarrista della Jim Cutler Jazz Orchestra). Con questo terzo lavoro, che arriva dopo l’ottimo live di qualche anno fa, Metamorphic Rock, la direzione cambia, e, per gusto mio, non necessariamente in meglio.
Il nuovo lavoro, si spinge oltre l’art-rock strumentale che si era apprezzato nei due dischi precedenti, i Moraine decidono qui di sfruttare al massimo le possibilità del lavoro in studio, allineando una serie di brani molto complessi, strutturati rigorosamente, non esenti da dissonanze volute, forse eccessive. Le note di accompagnamento del disco parlano di “dramatic sonic experience with plenty of surprises” e credo non servano traduzioni.
Il risultato però non convince appieno, se da un lato, tra le dieci tracce del disco, emergono interessanti spunti come Fountain Of Euthanasia, The Okanogan Lob, Spiritual Gatecrasher, brani spesso ottimi che rispondono alle aspettative dell’ascoltatore avvezzo al sound del gruppo, in altri casi i suoni sembrano andare troppo per conto loro, come se il quintetto (che si completa col sassofonista James DeJoie, il bassista Kevin Millard ed il batterista Tom Zgonc) avesse l’urgenza di dimostrare qualcos’altro, al di là dell’assodata bravura che gli conosciamo.

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/16

di admin

24 maggio 2012

Copernicus-LiveInPrague-L COPERNICUS – Live in Prague DVD (Nevermore 2011)

Nel 1989, qualche mese prima del crollo  del muro di Berlino, il poeta/performer  Copernicus intraprese un tour europeo  che lo portò a toccare alcune città di quei  paesi che all’epoca erano comunemente  definiti d’oltrecortina. Un tour di  successo con cui promuoveva il suo  recente disco Deeper, che grazie ad  un’adeguata radiodiffusione era stato  accolto molto positivamente in quei  paesi, che per quanto riguarda la data  nella capitale dell’allora Cecoslovacchia è  stato anche videofilmato e trasmesso in televisione. Il contenuto del Dvd Live In Prague, pubblicato lo scorso autunno dalla Nevermore con distribuzione Moonjune, ci riconsegna, del tutto intatta l’atmosfera di quella serata. Chi ha avuto modo di visitare i paesi dell’est nei primi tempi dopo la caduta del muro, ritroverà certe atmosfere in queste riprese. Copernicus è accompagnato qui da un quartetto di musicisti comprendente il fido Larry Lirwan, che oltre a suonare tastiere e chitarra, si occupa di alcune parti vocali più cantate, rispetto a quelle recitate da Copernicus. L’atmosfera è la stessa cupa e pessimista che domina anche nelle produzioni discografiche del performer, che nel corso dell’esibizione non disdegna di cambiare d’abito per calarsi meglio nei testi delle sue composizioni, tanto che in Son Of A Bitch From The North lo ritroviamo con un sombrero calato in testa, quasi fosse un campesino guatemalteco come quello di cui il testo parla. In Chichen-Itza Elvis, invece, è Kirwan che sfodera un riff che ricorda alla lontana Not Fade Away, usando la musica al posto del travestimento. I brani conclusivi, Nagasaki e Blood, provenienti dal disco d’esordio di Copernicus, si confermano come composizioni di grande effetto, rafforzato in questo caso dalle immagini provenienti da diverse riprese della serata montate – come tutto il Dvd – in una duplice inquadratura, quella ripresa e trasmessa dalla tivù praghese e quella di Corbett Santana.

Paolo Crazy Carnevale

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DANIELE RONDA  & FOLKLUBDa parte in folk (2011)

Anche se il nome di Daniele Ronda, cantautore piacentino, classe 1983, può suonarvi del tutto sconosciuto, le sue canzoni sono finite nei dischi di alcuni noti personaggi del panorama musicale leggero italiano, da Mietta a Nek, a Massimo Di Cataldo, e prima di questo debutto in chiave folk rock, Ronda aveva al proprio attivo un altro disco solista. Il cambiamento di rotta, la virata verso una sorta di combat folk energico ed ispirato, più in senso musicale che per quanto riguarda i testi, sembra aver fatto bene a Ronda che pur pagando dazio a molta musica italiana riesce ad inanellare una serie di canzoni ben eseguite e sorrette da una strumentazione scarna ed efficace in cui la fisarmonica fa la sua bella parte, senza mai sovrabbondare eccessivamente. Il disco si apre con una canzone in dialetto, La nev e ‘l sul, che non può non farci pensare a i primi Modena City Ramblers o a Van De Sfroos, che guarda caso è ospite in Tre Corsari, una delle canzoni portanti del disco, cantata però in italiano. Altro ospite d’eccezione è Danilo Sacco dei Nomadi, che canta in un intenso brano ispirato alla tragedia di Cernobyl. E la musica dei Nomadi ha sicuramente la sua buona dose di responsabilità nell’ispirazione di Ronda, così come certe cose dei Gang, ma anche –complici la voce e il modo di cantare di Ronda – Ruggeri (ascoltate Polvere e sabbia o la bella Ogni passo per rendervene conto) o il Battiato anni ottanta (l’inizio di Cenerentola, altro brano chiave del disco). Il disco nel complesso è piacevole e tra le note positive vi è anche una produzione abbastanza felice che contribuisce a caratterizzarne il suono.

Paolo Crazy Carnevale

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ED LAURIE – Cathedral (V2  2011)

Una delle belle sorprese di  inizio anno. Devo ammettere che l’occhio, o  meglio l’orecchio, su questo  disco mi è caduto in virtù  del fatto che ho notato i  nomi di alcuni miei  concittadini tra i musicisti  che accompagnano questo  songwriter scozzese, giunto  ormai alla terza prova e  spinto ora da una casa discografica di un certo rilievo come la V2. Cathedral è un bel disco di una quarantina di minuti, come si usava una volta, con dieci tracce mediamente caratterizzate da una buona ispirazione. Si tratta di un disco che entra in circolo mano a mano che lo si ascolta, ben costruito, ben suonato, composto con mano felice ed arrangiato altrettanto felicemente. Nelle recensioni apparse qua e là sono stati fatti paragoni con i Buckley, con Fred Neil e Nick Drake, ma la verità è che Ed Laurie brilla sufficientemente di luce propria senza dover scomodare grossi paragoni, piuttosto, da indiscrezioni ottenute parlando con i musicisti coinvolti si scopre che se mai l’intenzione era di partire da un’idea alla Astral Weeks. Tutta un’altra cosa insomma. E le intenzioni  trovano conferma in brani come Side Of A Candle e la conclusiva title track, una lunga composizione in cui fanno capolino anche le campane del duomo di Bolzano – perché il disco è stato inciso proprio nella mia città – entrate proditoriamente nei microfoni. Il suono gira attorno ad una base di basso, batteria e chitarra su cui si inseriscono sax e violino, un vibrafono, con l’aggiunta in seconda battuta di una scarna sezione d’archi e di  una slide. Ma la colla di tutto è la voce di Laurie caratterizzata da una certa originalità e da un lirismo tutto suo.  Tra i brani migliori, oltre ai due già citati è bene ricordare le iniziali High Above Heartache, East Wind – particolarmente ispirata – e Spirit Of The Stairway. Meno riuscita Across the Border, caratterizzata da suoni troppo stridenti che mal si mescolano col resto di questo interessante disco.

Paolo Crazy Carnevale

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JONATHAN WILSON – Gentle Spirit (Bella Union 2011)

Uno dei dischi migliori tra quelli usciti lo scorso anno. Lo sto ascoltando da mesi a più riprese e di volta in volta mi sento sempre più coinvolto dall’ascolto. Ci sono brani che mi hanno impressionato da subito, ma col passare del tempo mi sembrano più familiari anche gli altri… Jonathan Wilson, a dispetto del cognome, non è uno dei Beach Boys, non è californiano, ma da anni si è trasferito sulla West Coast e per la precisone a Los Angeles, in quel Laurel Canyon che alla fine degli anni sessanta è stato un ricettacolo di artisti di levatura bestiale. Sarà l’aria, saranno i tramonti che si vedono guardando verso il mare, non lo so, ma questo lungo disco di Jonathan Wilson, offre una serie di mappe sonore degne degli illustri colleghi che hanno abitato il canyon molto prima di lui.  Tredici tracce in tutto, alcune molto lunghe ed elaborate, suoni ricercatissimi che vanno a rispolverare un periodo della musica californiana che è difficile dimenticare. Forse la voce di Wilson non è memorabile come quella di David Crosby, non ha le inflessioni nasali di Neil Young o quelle gutturali di Garcia, ma è proprio da quelle parti che il cerchio va a quadrare, perché queste sembrano le influenze principali di questo disco, ci sono le atmosfere rarefatte, le ballate zuccherose, ci sono chitarre acide (Desert Raven e la title track) abilmente mescolate con acustiche delicate (Magic Everywhere e The Way I Feel), ci sono gli assoli distorti trionfali (Valley Of The Silver Moon, autentico inno conclusivo del disco) e ci sono echi di musica cosmica alla Aoxomoxoa.  Il tutto senza che il disco perda un grammo in originalità e credibilità, perché per tessere questo capolavoro Jonathan Wilson si è fatto accompagnare da fior di amici, più o meno noti, il più conosciuto è Chris Robinson, ottenendo i giusti suoni e il le giuste atmosfere, registrando praticamente in casa.  Difetti? Certo, uno davvero grande: l’edizione europea in cd in mio possesso ha note di copertina a stento leggibili, anche con la lente d’ingrandimento. Per fortuna esiste anche in vinile, doppio, naturalmente, vista la durata, ma non so dirvi se ci siano note più esaurienti su chi suoni, cosa suoni e dove suoni. Ma è tutto secondario, la musica è quel che conta: qui ce n’è molta ed è molto buona.

Paolo Crazy Carnevale

moraine

MORAINE – Metamorphic  Rock (Moonjune 2011)

Tra gli artisti in forza  alla  casa indipendente  Moonjune, con sede a New  York, il chitarrista Dennis  Rea è senza dubbio uno dei  più prolifici ed eclettici.    Negli ultimi tre anni è stato  protagonista di altrettanti dischi con altrettante formazioni, esplorando territori jazz rock (in particolare con il quintetto Iron Kim Style), etnici, art rock con la formazione dei Moraine. Questo quarto disco, inciso proprio con i Moraine, è un po’ il sunto di tanto lavoro e la coronazione di tanti progetti con  un bel live registrato a Bethlehem, Pennsylvania, nel corso del North East Art Rock Festival del 2010. La dimensione live si addice molto bene alla musica prodotta da Dennis Rea, che assecondato da un gruppo di musicisti preparati, su tutti la violinista Alicia De Joie (già Alicia Allen, ora sposa del sassofonista del gruppo James DeJoie) offre una performance di altissimo livello.  Il repertorio del live del gruppo di Seattle va a pescare soprattutto in Manifest Density, il disco di studio del 2009, riproponendo una lunga versione di Middlebräu, un medley tra Disillusioned Avatar e Ephebus Amoebus, e ancora Kuru e Uncle Tang’s Cabinet of Dr. Caligari, ma ci s sono anche brani nuovi come Okanogan Lobe e Blues For A Bruised Planet. A impreziosire il disco, il cui missaggio è opera di Steve Fisk (Nirvana, Soundgarden), c’è poi la bella ripresa di un medley che va rispolverare le incursioni di Rea nella musica orientale del suo disco solo: Views Fron Chicheng Precipice, uscito nel 2010.

Paolo Crazy Carnevale

pura fè

PURA FÈ – Tuscarora Nation Blues (Dixie Frog 2006)

Mi sono imbattuto in questo prezioso cd sull’onda della mappa di Late For The Sky cartaceo dedicata agli indiani d’America. Purtroppo l’ho scoperto solo dopo la pubblicazione di quello speciale uscito la scorsa primavera, altrimenti sarebbe entrato di diritto tra i dischi consigliati in quella sede. Cerco di rimediare ora.  Ai più attenti consumatori di note di copertina, il nome di Pura Fè non dovrebbe risultare del tutto ignoto, trattandosi di un’artista che oltre ad aver partecipato a dischi delle Indigo Girls, è anche una delle componenti del trio vocale Ulali, presente tra l’altro nel Red Road Ensemble di Robbie Robertson.  Pura Fè ha origini irochesi della nazione Tuscarora, portoricane e corse ed è titolare di una carriera discografica di tutto rispetto. In questo disco, ribadisco prezioso, fonde con capacità e gran gusto le proprie radici native col blues più tradizionale, realizzando un connubio riuscitissimo che ha dell’incredibile. Tuscarora Nation Blues si compone di tredici tracce per lo più acustiche quasi tutte a firma della protagonista che oltre a sfoderare una voce piena di pathos e molto duttile, suona la slide con sapienza e in qualche frangente anche il piano. Prima di questa edizione europea il disco era uscito negli States col titolo di Follow Your Heart’s Desire, con un paio di brani in meno.  Pochi musicisti la accompagnano in questo blues nativo, un basso, percussioni qua e là, qualche chitarra aggiunta e canti pellerossa ad opera dei Deer Clan Singers che si innestano miracolosamente su trame blues che profumano di altri tempi.  Importante nella riuscita del lavoro è senza dubbio la produzione sobria e calibrata di Tim Duffy e Sol.  Delle tredici tracce non ce n’è una brutta, cosa da non sottovalutare, ma citarle tutte sarebbe dispersivo. Personalmente mi piacciono parecchio You Still Take in cui il coro nativo si infila nel finale di un brano tutto slide, Sweet Willie, forse dedicata a Willie Lowery che accompagna Pura Fè alla chitarra e al canto in tutto il disco. Going Home sembra in qualche modo imparentata col Ry Cooder degli anni settanta, mentre Follow Your Heart’s Desire, forse la perla del disco, è una ballata in cui il piano s’intreccia con una chitarra elettrica acida che ci riconduce ad atmosfere westcoastiane come nella west coast non se ne producono da troppi anni, con armonie vocali che sembrano figlie di David Crosby e Joni Mitchell. Forse non è un caso che la traccia successiva, una delle due cover (ma l’altra è un brano di Willie Lowery) del disco, sia una rilettura di Find The Cost Of Freedom introdotta da un testo originale e terminata in francese.  Credetemi non esagero nel dire che questo disco è una delle produzioni più belle che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, se pur con cinque anni di ritardo sulla sua pubblicazione.

Paolo Crazy Carnevale

Robyn

ROBYN LUDWIK – Out Of  These Blues (Late Show  Records 2011)

Un disco così non poteva  sfuggire all’attenzione di  “Late For The Sky”, non  fosse altro per la bella  copertina  che ricalca a  partire dalle tonalità della  foto per finire con la grafica del titolo, quelle del capolavoro di Jackson Browne da cui la nostra rivista ed il nostro sito prendono il nome.  Premesso che il contenuto del disco poco ha a che fare col cantautore californiano (ma nativo di Heidelberg in Germania!) e che la citazione si limita all’artwork del disco, ascoltando questo prodotto la prima cosa che balza all’orecchio è che si tratta davvero di un buon disco. Buono come se ne producono molti, ma titolare di un suono originale o quanto meno ben prodotto. Robyn Ludwick appartiene chiaramente alla schiera dei songwriters texani, lo si evince subito dal modo di comporre e di cantare, e penso ai texani delle ultime generazioni, non a Willie Nelson e soci.  Nelle sue canzoni ci sono sicuramente le influenze di Lucinda Williams e Steve Earle, ma qua e là emergono anche radici più nere, messe in particolare luce dall’ottimo accompagnamento a base di organo Hammond del sempre grande Ian MacLagan, che si alterna alle tastiere con Gurf Morlix (responsabile come sempre anche di altri strumenti).  Chitarre sobrie, voce decisa, sezione ritmica scarna e precisa, queste le caratteristiche del disco che ha dalla sua anche la presenza di un violino suonato da Gene Elders che  in alcune situazioni fa tornare in mente (e non poco) quello di David Lindley per i dischi di Jackson Browne. Forse perché questa dotata cantautrice texana pare aver imparato bene la lezione dei songwriter della west coast mescolandola perfettamente con quella dei suoi conterranei. Ecco perché i certi momenti l’ascolto della title track e di Hillbilly ci fanno venire in mente certe produzioni di casa Asylum e For You Baby e Woman Now hanno un richiamo, la prima in particolare all’inizio, con lo stile del Neil Young dei primi settanta.  Le dodici tracce del disco scorrono con una piacevolezza unica, forse con l’eccezione della campagnola Can’t Go Back che si discosta stilisticamente dal resto, e piace un po’ meno.  Tra i brani forti si segnalano Fight Song, lenta e cadenzata, l’iniziale Hollywood che fa subito capire di che pasta siano fatti autrice e disco, Steady col B-3 che entra subito sotto la pelle fin dall’attacco.  Questo è solo il terzo disco della Ludwick, ma tutto fa supporre che ce ne dovremo aspettare altri, e di buon livello.

Paolo Crazy Carnevale

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/2

di Roberto Anghinoni

29 dicembre 2009

Nuovo appuntamento con le recensioni di dischi più o meno nuovi arrivate in redazione e curate da Sonia Cheyenne Villa, Ronald Stancanelli e Paolo Crazy Carnevale. A tutti buona lettura, ma soprattutto tantissimi auguri per il prossimo anno da parte di tutti noi. E che il vinile invada i vostri scaffali e vi rimanga per sempre!

 

 

 CHEAP WINE
Spiritscheapwine
2009 Venus CD

I Cheap Wine sono un gruppo di Pesaro che ha deciso di acquisire un sound americano, una scelta probabilmente costata molto cara per potere andare avanti. È sicuramente più facile cantare in italiano e fare musica più commerciale, piuttosto che continuare su questa linea, forse solo per pochi, ma sicuramente affezionati fan a cui, a ogni album, se ne aggiungono di nuovi. Il primo lavoro è un mini di cinque tracce uscito nel 1997. La loro carriera inizia però dal loro secondo lavoro A Better Place del 1998. Il disco ricorda le atmosfere dei Green On Red (da una loro canzone prendono infatti il loro nome) e la voce di Marco sembra quella di Steve Wynn dei Dream Syndicate. Segue nel 2000 Ruby Shade, e da quest’album iniziano a inserire nel booklet interno i testi con la traduzione in italiano. Nel 2002 esce Crime Stories con copertina e artwork del batterista Francesco “Zano” Zanotti il quale, avendo scelto altre strade, non fa più parte della band ed è stato sostituito nell’ultimo album da Alan Giannini. Nel 2004 tocca a Moving che è, a mio parere, uno dei lavori migliori della band. Dal primo pezzo all’ultimo non ha un attimo di cedimento, la chitarra di Michele, soprattutto nel brano che chiude l’album, è a dir poco struggente. Si arriva poi a Freak Show del 2007, e finalmente giungiamo al superbo lavoro del 2009, Spirits, che è stato pubblicato verso la fine di settembre in confezione digipack e che, ovviamente, ho comprato il giorno stesso in cui è uscito. Appena preso il disco in mano, mi sono soffermata a osservarlo e ho subito notato sulla copertina la moltitudine di bottiglie impolverate le quali mi hanno fatto supporre che si trattasse di qualcosa di diverso, di più profondo. Apro la custodia, metto il CD nel lettore e iniziano a fuoriuscire dalle casse i primi accordi di Just Like Animals e successivamente gli ultimi di Pancho & Lefty. Sono sembrati una manciata di secondi, da tanto sono piacevoli e orecchiabili, invece degli effettivi quarantanove minuti e rotti per undici tracce! Il commento comune di tutti quelli a cui mi sono rivolta è stato: “un album che non ha niente da invidiare ai dischi dei più stimati artisti, forse meno rock, ma più intimista e maturo degli ultimi lavori, un vera svolta, uno tra i migliori album del 2009!”. La sera stessa decido di riascoltarlo, ma questa volta per approfondire con i testi in mano. Man In The Long Black Coat di Bob Dylan e Pancho & Lefty di Townes Van Zandt sono le due cover dell’album e sono eseguite divinamente, in particolar modo la prima. Infatti, sostengo che siano davvero in pochi quelli che sono riusciti a interpretarla con tale trasporto e sentimento. Poi c’è Alice, bellissimo pezzo strumentale e Dried Leaves a parer mio uno dei brani più belli dell’album. Per quanto mi sia subito piaciuto, penso non si possa completamente comprendere fino a quando non si ha davvero bisogno di riorganizzare la propria mente e se si mette, come ho fatto io, come colonna sonora ai propri pensieri, il melodico suono coinvolgerà mente e spirito, entrambi questa volta. Lo si assimila in tutti i suoi aspetti più nascosti e da quell’ascolto sembrerà quasi un altro disco. Penso che per cogliere la vera essenza di questo album si debba essere soli, seduti con un buon bicchiere di vino, quando si ha bisogno di riflettere. Con questo disco credo si siano davvero superati, il genere è chiaramente sempre il loro, ma il livello che hanno raggiunto non può certo lasciare indifferenti. Sinceri complimenti a questo gruppo italiano/ americano che riesce a coinvolgere con sempre più passione il proprio pubblico.

Sonia Cheyenne Villa

 

 FELICE BROTHERS
Yonder Is The Clockyonder
2009 Team Love Records CD

Tra le note liete di questo fine anno, sicuramente un posto d’onore lo hanno occupato i Low Anthem ma, vorrei aggiungere un altro gruppo recentemente scoperto, anche se hanno già pubblicato vari CD. Il crinale è quello dei Low Anthem anche se i Fratelli Felici sono ancora qualche curva indietro. La prima cosa che salta agli occhi, curiosando nel libretto, è che appunto i primi tre musicisti del gruppo si chiamino appunto Felice essendo senza ombra di dubbio fratelli ma è col quarto che ci viene da sorridere essendo il suo nome di battesimo Christmas. Di conseguenza Felice Natale a tutti e andiamo ad ascoltare e riascoltare il CD. La cover è molto spartana, su carta riciclata, e ricorda tantissimo, ancora direte voi, quella dei Low Anthem. La strumentazione adottata dal gruppo non è citata nella copertina del disco, comunque si tratta di strumenti acustici con fisarmonica e piano a tessere. Tutti i pezzi sono accreditati a i fratelli Felice escluso un traditional che da loro stessi è comunque arrangiato. Le canzoni sono molto minimali, troviamo anche qualche strumentale, e si trascinano con scarno abbellimento musicale che ha dalla sua un certo fascino, sicuramente non hanno la potenzialità intellettuale di un gruppo come i Cowboy Junkies o la grinta dei Low Anthem, ma in questa loro strada del dolore percorsa con affanno ma ricercatezza gettano le basi per catturare con immediatezza un loro pubblico. Sailor Song sussurrata come un lamento d’oltreoceano o del mondo perduto si lascia traversare da una incipiente fisarmonica e quando la voce si fa giungere all’ascoltatore par un Tom Waits entrato nell’ade che manda un canto, un messaggio dal mondo dei defunti. Strascicatamente vetrosa una voce ci narra di Katie Dear in modo così realista che par di vederla di fronte a noi con la sua mappa stradale persa nel diluvio della sue esistenza, mentre giunge a noi che pendiamo da questo racconto che ci porta al successivo, quello del pollo che corre ma che deve correre di più, con l’inasprimento dei toni che non sono quelli dei Pogues ma la direzione sicuramente si. Introdotta da un cappello strumentale Run Chicken Run sveglia l’incauto ascoltatore che magari s’era perso tra i meandri anestetici di questo inizio dei Fratelli Felice che sin’ora di felice ben poco aveva. Meno male che è arrivato il chicken che ci sveglia tutti, attenti o distratti che fossimo. Sicuramente si può dire tanto di questo disco, con idee indubbiamente contrastanti, ma non che non sia un lavoro fascinoso e che ogni ascolto lo renda più palesemente vicino a noi. All When We Were Young nasconde tra i solchi le prime soffici e acustiche elucubrazioni di un Neil Young giovanissimo e come il brano vira e s’arricchisce ci si rende conto che ci troviamo dinanzi a un lavoro che col tempo avrà la sua collocazione e, se ci siamo chiesti qualcosa, avremo anche la sua risposta. Boy From Lawrence County la risposta la da, è un bel disco, invernale, intimo, interiore, interno, scavato dentro e a fondo. Con una trama dipanata tra viottoli riottosi e bugigattoli nodosi ecco un album straordinariamente in tema coll’oggi che ci sovrasta, non sai da dove venga ne dove vada, ma ti piace seguirlo.

Ronald Stancanelli

 

GIULIO REDAELLICONNEMARA
Connemara
2008 F-Net CD

Questo è decisamente un ottimo disco per coloro che amano i suoni acustici con un orientamento verso le sonorità nord-americane o irlandesi. Giulio Redaelli, musicista lecchese di grande talento e già autore nel 2001 dell’album Blue Eyed Duckling si ripresenta con un lavoro dal titolo appunto decisamente irlandese. Connemara è un disco prevalentemente acustico- strumentale ove spiccano le chitarre suonate ordinatamente da Redaelli. Il Connemara è un massiccio montuoso dell’Irlanda occidentale con una limitata altitudine, non supera i mille metri, ma con un aspetto montuoso molto intenso dovuto sia al modellamento glaciale sia all’inesistente vegetazione. Il CD si avvale della collaborazione di ottimi musicisti come Socrate Verona al violino e viola, Dario Tanghetti alle percussioni, Nicola Oliva al basso e chitarra ritmica, Gisella Romeo al violoncello, Franco D’Auria alla batteria e delle voci di Elisabetta Rosa e Marco Gallo. Redaelli ci tiene a far sapere che nel CD non vi sono parti campionate ma tutto è genuinamente dal vivo. Per aiutare il lettore possiamo dire che lo stile del dischetto ricorda musicisti come il talento genovese Beppe Gambetta e anche, ma in minor misura, il didascalico toscano Untemberger o artisti stranieri quali Stefan Grossman o Leo Kottke. Tanto per non essere smentiti, tra le cover del disco una è proprio un brano di Kottke, la piacevole The Ring Stealing. Le altre tre sono What A Wonderful World di Armstrong, Maple Leaf Rag di Scott Joplin e Doc’s Guitar di Doc Watson, non Wotson come segnato sull’ultima di copertina. Il resto è a firma dello stesso Redaelli, così come gli arrangiamenti delle cover succitate. Molto suggestiva, Puzzle mentre evoca nostalgia la bella riproposizione del brano di Armstrong cantato da Elisabetta Rosa. Il dischetto della media e giusta durata, ovvero circa cinquanta minuti, è il trionfo del fingerpicking ove si esalta la grande produzione acustica musicale in un susseguirsi di brani uno più piacevole dell’altro e dai quali si evince la splendida padronanza allo strumento dell’artista lombardo. Arrangiato dallo stesso Redaelli, è stato registrato mixato e masterizzato all’Acoustic Design Studio di Milano ed è lavoro meritorio di notevole conoscenza e diffusione. Consigliato vivamente. Vi ricordo anche l’ottimo For Guitars Clan che Redaelli assieme ad altri musicisti ha inciso nel 2007 e che noi abbiamo recensito sul numero 92 di “Late for the sky” a pagina 48. Per erudirvi maggiormente vi consiglio una puntatina su www.giulioredaelli.com.

Ronald Stancanelli

 

 GREG HARRIStherecord
The Record
2009 Autoprodotto CD

I più se lo ricorderanno tra le file dei Flying Burrito Brothers a cavallo tra anni ‘70 e anni ‘80, periodo in cui Greg Harris ci ha consegnato anche alcuni dischi come solista che si erano fatti notare (soprattutto i primi due Acoustic e Electric) per la loro bontà. Harris in quegli anni ha girato anche in Italia, col chitarrista piemontese Ricky Mantoan e con il gruppo di cui facevano parte anche Skip Battin e Gene Parsons, ma la sua carriera discografica è andata poi via via inaridendosi e al momento della pubblicazione di questo nuovo disco, prodotto e distribuito in modo assolutamente indipendente, erano almeno dieci anni che non si sentiva parlare di lui. Si tratta di un ritorno graditissimo, soprattutto alla luce del fatto che il disco ci riconsegna Harris al top della forma, alle prese con un repertorio ispirato e con una serie di sonorità che ci confermano la grandezza di questo artista quando impugna una chitarra, elettrica o acustica che sia. Unico altro chitarrista del disco infatti è suo figlio Jesse Jay, quello dei Rancho Deluxe, che ricambia qui il favore al padre che aveva preso parte all’ottimo, secondo CD del gruppo, recensito in questo stesso sito. Quello che entusiasma maggiormente in questa produzione sono i bei suoni di chitarra che gli Harris sanno mettere insieme, al servizio di un gusto musicale che sta in bilico tra il country rock di matrice californiana e certe atmosfere più vicine allo swing. Personalmente preferisco i brani country-rock, con la voce di Harris sempre bene in mostra, quella voce che mi aveva conquistato fin da primo ascolto quando avevo comprato il live giapponese dei Flying Burrito Brothers, in cui cantava alcuni brani in maniera vibrante. Tra i brani si fanno subito apprezzare The Gilded Palace Of Sin, brano che fin dal titolo fa capire dove Greg stia andando a parare, e l’intro di chitarra è una citazione che conferma le promesse dal titolo, siamo in piena atmosfera FBB. Un altro gran brano è The Long Road To Nowhere, in cui Greg duetta alla chitarra col figlio. Tra le cose più d’atmosfera, con batteria spazzolata, c’è The Sunday News, country jazz in cui Harris snocciola una serie di assoli con l’acustica che ne confermano la statura come chitarrista. C’è anche una lenta ballata, Mexico, scritta in tandem con Rick Danko, ai tempi del Byrds Tribute Tour a cui i due presero parte nel 1985, con Gene Clark. Murriettas Gold è un altro bel brano acustico, su cui Harris interviene col mandolino, altro strumento di cui è maestro. All’amico Skip Battin, scomparso ormai da alcuni anni, è dedicata Evergreen Blueshoes, notevole composizione ispirata al gruppo in cui Skip suonava prima di entrare nei Byrds. Il disco, quaranta minuti di durata, si conclude con lo strumentale Dale’s Tune. E a confermare il buono stato di salute del nostro, le ultime notizie riguardano l’intenzione di Harris di venire a suonare in Italia l’anno venturo, probabilmente nientemeno che insieme a Gene Parsons!

Paolo Crazy Carnevale

 

 MORAINE
Density
2009 Moonjune Records CDmoraine

Interessante questo disco, che si discosta notevolmente dai miei ascolti abituali: si tratta di una nuova produzione della casa discografica newyorkese diretta da Leonardo Pavkovic, sempre attenta, oltre alle ristampe di interessante materiale d’archivio riguardante la famiglia Soft Machine, alle nuove tendenze musicali. È il caso di questo disco strumentale del quintetto Moraine, capeggiato dal chitarrista Dennis Rea, che si propone con una bella miscela di suoni che qualcuno ha definito, a ragione, “heavy chamber music”. Il disco offre una manciata di composizioni eseguite da un’anomala formazione in cui chitarra elettrica, basso e batteria si fondono con violoncello e violino, dando origine ha un sound originale, a volte sperimentale (Uncle Tang’s Cabinet Of Dr. Caligari e Staggerin’), a tratti orientato verso il jazz-rock di stampo zappiano (Nacho Sunset), con improvvise virate verso la psichedelica di stampo western (Disillusioned Avatar), e assunzione di toni talvolta epici infusi dal cello di Ruth Davison e dal violino di Alicia Allen (Kuru) che provvedono anche alle influenze cameristiche (Reveng Grandmother), il tutto sempre senza perdere di vista il sound caratterizzante le mosse del gruppo. Ogni brano potrebbe essere parte di una ideale colonna sonora che ha l’apprezzabile qualità di lasciarsi ascoltare senza costringere l’ascoltatore a torturanti sforzi mentali spesso associati a questo genere musicale.

Paolo Crazy Carnevale

 

NILS LOFGREN
Sings Neil YoungLOFGREN
2009 Hypertension CD

Avevamo precedentemente recensito il tributo dei Rusties a Neil Young, ci accingiamo adesso a presentarvi quello operato dal fido Nils Lofgren, una vita col canadese e un’altra vita con Bruce Springsteen. Quindici canzoni in fase delicatamente acustica che abbracciano, e su questo non nutrivamo dubbi alcuni, il primo periodo o repertorio del musicista canadese ormai naturalizzato per usucapione yankee. Il disco è semplicemente suonato o al piano o alla chitarra acustica da Lofgren in modo pacato, sereno e decisamente suggestivo, e registrato in perfetta calma e solitudine in quel di casa sua. Fanno capolino tra i solchi, e la sua voce si trova notevolmente a suo agio con detto repertorio, splendidi tasselli della nostra esistenza che amammo e mai perdemmo come Birds, Long May You Run, The Loner, Winterlong e Like A Hurricane che in veste spoglia e acustica ci delizia oltre l’immaginabile. In effetti, un brano leggermente più recente l’abbiamo e si tratta di Harvest Moon. Fa piacere che in questo splendido celebrativo lavoro di passione e amore sia verso Young che verso una musica, anzi delle canzoni senza tempo, Lofgren abbia recuperato un reale capolavoro come Don’t Be Denied, brano facente parte dell’unico album che Neil Young per le sue solite paturnie non ha mai fatto pubblicare su CD, ovvero quel Time Fades Away che è uno dei capisaldi della sua discografia. Molto bella la riproposizione di World On A String ove ancora una volta si evidenzia la bravura di Lofgren allo strumento mentre un plauso sincero alla sua voce che a volte un po’ fuori luogo nei brani elettrici qua si trova meravigliosamente a suo agio. Teneramente bluesy la versione di Mr. Soul che appiana ricordi di lontana misura e proseguendo nell’ascolto del dischetto ci rendiamo conto che questo omaggio è opera non solo di mero e puro tributo a un amico, ma anche un album decisamente bello, ben suonato e ben cantato. Sicuramente uno dei suoi migliori lavori da un po’ di tempo a questa parte. Bella e suggestiva la copertina cartonata. Solare e afrodisiaca come sempre Winterlong, uno dei brani più soavemente profumati che ci sia stato dato di sentire nella nostra lunga carriera di musicofili un po esterofili. Produzione a cura di David Briggs e dello stesso Lofgren il tutto su Hypertension, etichetta minore degna di ovvia lode.

Ronald Stancanelli

 

URIAH HEEP

Celebration

2009 Edel CD+DVD

 

Per celebrare il quarantesimo  anniversario della pubblicazione del primo Huriah Heepstupendo album  “Very Heavy … Very Umble”, famoso non solo per il suono innovativo della band, ma anche per una delle copertine piu’  macabre ed inquietanti nella storia della musica rock , gli Huriah Heep, guidati da sempre dal chitarrista e mente del gruppo Mick Box, pubblicano questo “Celebration”, una vera sorpresa anche  per uno come il sottoscritto che li ha sempre  amati alla follia.

Completano la formazione attuale Bernie Shaw, vocals, Phil Lanzon, keys, Trevor Bolder, bass e Russell Gilbrok, drums che ha sostituito il batterista storico Lee Kerslake, che aveva lasciato per motivi di salute un paio di anni or sono; il nucleo è lo stesso da anni, ottimi strumentisti che hanno pubblicato “I Wake The Sleeper”, il buon album di studio inciso nel 2008 dopo oltre dieci anni dal precedente. Il  cantante David Byron, grande  front man, è purtroppo scomparso da anni; dopo una breve carriera solista, Ken Hensley, lo stupendo  tastierista, arrangiatore e coautore delle piu’ belle e famose canzoni della band, continua una prestigiosa carriera ricca di soddisfazioni .

Ma se il suono è cambiato rivolgendosi a sonorità più corpose ed avvolgenti, lo spirito degli Huriah Heep non è mai venuto meno, basta ascoltare questo lavoro che ci offre ben quattordici brani. Un paio di inediti,  “Only Human” e “Corridors Of Madness”;  mentre gli altri brani ci ripropongono canzoni immortali come  “Sunrise”, “Stealin”, “The Wizard”, “Easy Livin”, “Lady In Black”, “Gypsy”   e “Free And Easy”, tutte riproposte in una nuova versione .

Stupenda la confezione  in digypack del dischetto con un booklet ricco di foto , notizie   e con i testi delle canzoni; il DVD ci offre uno splendido concerto registrato al The Sweden Rock Festival dello scorso anno , con la band in forma smagliante  che ci offre quarantacinque minuti di musica che continua e continuerà a farci sognare .

 Daniele Ghisoni