Archivio di gennaio 2021

JAIME WYATT – Neon Cross

di Paolo Crazy Carnevale

7 gennaio 2021

Jaimie Wyatt - Neon Cross (1)

Jaime Wyatt – Neon Cross (New West Records 2020)

Una vita non facile quella di Jaime Wyatt, country girl non più di primo pelo ma comunque appena al suo secondo disco. Californiana di nascita, la Wyatt deve aver trascorso la gioventù in maniera molto pericolosa, non sappiamo a quale/i dipendenza/e fosse dedita ma sicuramente la sua strada è stata in salita, e lo si evince abbastanza dalle liriche delle undici canzoni incise in questo Neon Cross. Songwriting abbastanza felice, qua e là aggiustato con l’aiuto di qualche amico, illustre o meno, voce interessante, in bilico tra personaggi diversissimi quali Maria McKee e Lucinda Williams, la Wyatt con questo disco tenta di aprirsi la via dell’Americana una volta per tutte, con l’appoggio di una band formata da musicisti di vaglia e sotto la produzione di Shooter Jennings, e non a caso da un po’ di tempo ha trasferito la propria residenza a Nashville, anche se il disco è sicuramente più intriso di atmosfere west coast che altro: a partire dai suoni ai contenuti dei testi che rimandano spesso ad atmosfere tipiche della Los Angeles/Sin City cantata da Gram Parsons, a cui la Wyatt sembra rifarsi con gli abiti da cowgirl del Sunset Boulevard e con le croci del titolo (che Parsons aveva ricamata sulla giacca.

Il disco ha delle buone basi, alcuni brani ci sono, altri un po’ meno, la produzione di Jennings invece pecca un po’ di manierismo che depriva di anima il suono finale.

La Wyatt mette sul piatto delle buone canzoni – ma ci dicono che altre, notevoli, sono rimaste nel cassetto! –, talvolta tipicamente d’atmosfera country-rock, quelle che le riescono meglio, con la giusta spolverata di honky-tonk, tal altra più rilassate, canzoni che sono storie di donne differenti, non si capisce bene se autobiografiche o meno, certo è che quando canta di ragazze perdute sembra di vederla, persa nel limbo del suo passato, con quel lungo mento ed il cappello da cowgirl, un po’ meno la si riconosce nelle liriche di Just A Woman, che sembra figlia della celebre Stand By Your Man, uno dei testi più maschilisti del country… non deve essere un caso che Jennings vi abbia coinvolto mamma Jessi Colter per le seconde voci.
Da qui a identificare la Wyatt con una sorta di “outlaw” al femminile magari ce ne passa, ma l’intenzione parrebbe andare in quella direzione.

Il disco si apre con l’introspettiva e pianistica Sweet Mess, un po’ diversa da tutto il resto del disco, ci pensa la title track però a portarci nella giusta direzione, con la storia di una ragazza perduta con un profumo da quattro soldi, occhiali scuri e scarpe in pelle di alligatore. Jennings si occupa delle tastiere, buona parte del sound è sorretto dalla pedal steel di John Schreffler Jr., ma c’è anche la chitarra solista di Neal Casal (qui probabilmente nelle ultime sue registrazioni), per altro abbastanza sepolta nel mix finale.

L I V I N è una buona composizione, ma piacciono di più Makes Something Outta Me e By Your Side dal consistente tessuto musicale, con la voce di Jaime Wyatt che ricorda la McKee e con Casal un po’ più udibile che altrove.

La seconda facciata si apre con il duetto insieme alla Colter, una honky tonk ballad in cui si sente bene l’acustica della titolare e il tappeto è tutto affidato alla pedal steel e – ahimè – alla brutta orchestra sintetizzata ordita dalle tastiere del produttore.
Bello l’attacco di chitarra di Goodbye Queen, un gran brano che ha un andazzo che ricorda molto Warren Zevon, quello dei tempi migliori (cosa che rende inevitabile non pensare a Linda Ronstadt), con un’altra bella intuizione di Casal alla sei corde.
Mercy è una canzone lenta e Rattlesnake Girl non impressiona molto, al di là del titolo, più accattivante Hurt So Bad con begli intrecci delle chitarre, sia l’acustica di Jaime, che l’lettrica e la pedal steel, Jennings duetta con lei ma la voce resta talmente sotto che si fatica a sentirla.

Suggestivo il finale, Demon Tied To A Chair In My Brain, l’unico brano non originale (Dax Riggs e Matt Sweeney gli autori), in cui la Wyatt gioca a cantare con intonazione dolente, novella Lucinda Williams, accompagnata dal violino di Aubrey Richmond.

MOLLY TUTTLE – …But I’d Rather Be With You

di Paolo Crazy Carnevale

1 gennaio 2021

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Molly Tuttle – …But I’d Rather Be With You (Compass 2020)

Terzo disco per la chitarrista e cantante Molly Tuttle, disco registrato ed uscito nel corso delle restrizioni dovute alla pandemia che ha messo in ginocchio un po’ ovunque le attività musicali, soprattutto quelle di chi non ha grosse rendite (vedi royalties e dischi d’oro) e deve fare i conti con una quotidianità in cui, senza i concerti e i dischi che ai concerti si vendono, andare aventi è assai difficile.

La Tuttle, californiana ma di stanza da tempo a Nashville, si è messa quindi al lavoro in casa, assemblando un disco in solitudine, facendosi guidare a distanza dal produttore Tony Berg (che sta a Los Angeles), e con l’aiuto di proTools e di pochi ospiti ha registrato una manciata di canzoni pescate tra le sue favorite di sempre.

Il disco in verità è gradevolissimo, molto curato nella creazione di equilibri tra la bella voce folk-pop di Molly e il suono della sua chitarra. Alcuni brani rendono molto bene, altri lasciano un po’ il tempo che trovano, come spesso accade nei dischi di questo genere, che ad un genere vero e proprio non appartengono visto che il fil rouge è costituito dall’interprete che non sempre riesce a tracciarlo.

Ad esempio, la cover di Fake Empire dei National che apre il disco non ha mordente e soccombe al cospetto della successiva Ruby Tuesday di rollingstoniana memoria, brano di tutt’altra pasta in cui Molly piazza una notevole chitarra acustica: è chiaro che i National stessi soccombono al cospetto di Jagger e soci, ma qui è proprio il brano ad essere in tono minore. Buona invece A Littel Lost di Arthur Russell, molto intime Something On Your Mind di Karen Dalton, con un violino malinconico suonato da Ketch Secor degli Old Corw Medicine Show, e la minimale Mirrored Heart.

Più coinvolgenti senza dubbio la rilettura di Olympia, WA dal repertorio dei Rancid con la voce di Secor a fare il controcanto, e Standing On The Moon, rubata al repertorio tardivo dei Grateful Dead e resa in una bella versione molto suggestiva, sempre con Secor ospite e proprio da un verso di questo brano è preso il titolo del disco, che metaforicamente fa riferimento alla situazione pandemica: come dire, sono qui, ma preferirei essere con te.

Tra gli altri ospiti ci sono – rigorosamente ognuno da casa propria – il chitarrista dei Dawes Taylor Goldsmith, il tastierista Patrick Warren e alla batteria Matt Chamberlain.

Il disco procede con l’energica ma non memorabile Zero degli Yeah Yeah Yeahs, con la più rilassata Sunflower di Harry Styles, quasi tutta giocata su voce e chitarra acustica, e si chiude con la riuscita How Can I Tell You di Cat Stevens, sorretta da voce, chitarra e violino (sempre Secor), cantata dalla Tuttle con grande sentimento, nel solco delle grandi cantanti californiane degli anni settanta.

SAVOY BROWN – Ain’t Done Yet

di Paolo Baiotti

1 gennaio 2021

savoy

SAVOY BROWN
AIN’T DONE YET
Quarto Valley Records 2020

Da quando li ha formati a Battersea nel 1965, Kim Simmonds è stato il leader carismatico e l’anima dei Savoy Brown. Dapprima tra i protagonisti dell’epoca d’oro del British Blues con dischi come Getting To The Point e Blue Matter, sempre caratterizzati da repentini cambi di formazione che hanno avuto Kim come unico punto fermo, i Savoy Brown hanno chiuso il primo periodo nel ’70 con Looking In, seguito dal distacco degli altri tre membri Dave Peverett, Roger Earl e Tone Stevens, che insieme al chitarrista Rod Price hanno formato i Foghat, ottenendo notevole successo negli Stati Uniti. Anche Simmonds si è dedicato principalmente al mercato americano aumentando la dose di rock e riducendo quella di blues, mantenendo un buon livello di popolarità nella prima metà degli anni settanta con Hellbound Train, Jack The Toad e Street Corner Talking. In seguito Kim ha continuato a incidere con regolarità, sfiorando l’hard rock alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta e poi riavvicinandosi progressivamente al blues.
L’attuale formazione è un trio con il leader alla voce e chitarra solista, Pat De Salvo al basso e Garnet Grimm alla batteria, sezione ritmica in carica dal 2009, quindi oliata dalla registrazione di parecchi album in studio e da centinaia di concerti, che il trio esegue con regolarità (pandemia permettendo).
Ain’t Done Yet è il 41° disco in studio e non è sicuramente uno dei peggiori. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una gradevole miscela di rock e blues, con break strumentali di gusto, interpretazioni vocali più che discrete di Kim, da anni anche voce solista del gruppo e una ritmica che spinge quando è il momento giusto, ma è in grado di rallentare e fornire un tappeto sonoro morbido e poco appariscente come nella deliziosa ballata Feel Like A Gypsy, venata di influenze latine.
Tra i brani più ritmati e roccati spiccano l’opener All Gone Wrong, la cadenzata e robusta Borrowed Time, la bluesata title track e il boogie hookeriano Jaguar Car con Kim all’armonica. Tra le altre tracce si distinguono Rocking In Louisiana con un andamento che ricorda JJ Cale e una slide pigra, il mid-tempo Devil’s Highway con una scorrevole coda chitarristica e il conclusivo strumentale Crying Guitar, uno slow alla Roy Buchanan in cui Simmonds dimostra di non avere perso la capacità di toccare con raffinatezza.