Archivio di maggio 2019

JOANNE SHAW TAYLOR – Reckless Heart

di Paolo Baiotti

16 maggio 2019

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JOANNE SHAW TAYLOR
RECKLESS HEART
Silvertone/Sony 2019

Scoperta nel 2002 a 16 anni da Dave Stewart degli Eurythmics, ispirata da Jimi Hendrix, Albert Collins e Stevie Ray Vaughan, Joanne ha esordito nel 2009 con White Sugar, seguito l’anno dopo da Diamonds in The Dirt, entrambi su Ruf. Lo stesso anno è stata dichiarata migliore cantante ai British Blues Awards, premio vinto anche nel 2011. Nel 2012 ha accompagnato Annie Lennox al concerto celebrativo del Giubileo britannico, affrontando la prova senza timori o esitazioni. The Dirty Truth e Wild, quarto e quinto disco in studio, sono stati incisi negli Stati Uniti a Memphis e Nashville, dopo il trasferimento dalla madre patria a Detroit. Nel 2018 ha firmato per la Sony, facendosi produrre e mixare in Michigan a poche miglia da casa dall’amico Al Sutton (Greta Van Fleet, Kid Rock) il nuovo album Reckless Heart, nel quale suonano alcuni dei migliori session men locali. Il blues-rock di matrice britannica dei primi tempi si è modernizzato, senza perdere le radici, valorizzando maggiormente le tonalità vocali sporche e arrocchite della Taylor, aggiungendo un pizzico di aggressività e delle venature soul, con dei testi personali influenzati dai momenti positivi e negativi della relazione sentimentale vissuta durante le registrazioni.
L’impetuoso opener In The Mood, con una voce e una chitarra abrasiva e un piano incisivo è seguito dal rock-blues venato di cori gospel di All My Love e dal mid-tempo soul The Best Thing in cui Joanne conferma la duttilità della sua voce, supportata dall’organo di Chris Cadish. L’up-tempo Bad Love è ornato da un rabbioso assolo di elettrica, mentre Creepin’ ricorda il rock potente dei Bad Company, come la successiva ballata I’ve Been Loving You Too Long, che non è quella di Otis Redding, ma non sfigura affatto, a partire dall’intro chitarristica, proseguendo con la sentita interpretazione vocale e con un assolo veemente e drammatico. L’intima e sofferta title track guidata dal basso pulsante di James Simonson, in cui si inseriscono con moderazioni gli archi e dei cori avvolgenti e l’elettroacustica Break My Heart Away ribadiscono la scelta di variare maggiormente il suono, puntando sulla scrittura e sulle doti vocali della Taylor, che si lascia andare nell’energica New 89, passando all’acustica in Jake’s Boogie e chiudendo con la sobria e malinconica ballata It’s Only Lonely.
Un disco che si muove agilmente tra rock, soul e blues, inserendo la Taylor tra le artiste di punta di un genere nel quale la componente femminile è sempre più essenziale.

BOUND FOR GLORY – One Night With Bound For Glory

di Paolo Baiotti

16 maggio 2019

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BOUND FOR GLORY
ONE NIGHT WITH BOUND FOR GLORY
Autoprodotto 2019

Bound For Glory è un progetto e una band che nasce dall’unione di musicisti prevalentemente emiliano-romagnoli, guidato dalle voci dei riminesi Lorenzo Semprini (Miami & The Groovers) e Marcello Dolci (Nashville & Backbones) e del milanese Daniele Tenca (titolare di cinque pregevoli dischi solisti). Si definiscono giustamente “una band di 11 elementi che ripropone il sound delle Seeger Sessions di Bruce Springsteen con altre incursioni in chiave folk”. Da sempre appassionati del Boss, in effetti basano il loro repertorio sul disco e sui concerti delle Seeger Sessions, aggiungendo altri elementi della tradizione folk/roots americana. Si potrebbe dire che in questo non c’è nulla di originale, che sono una specie di cover band…ma sarebbe riduttivo, perché la bravura, l’entusiasmo e la capacità che dimostrano negli arrangiamenti li pone ben al di sopra di qualsivoglia cover band. Il cd appena uscito, reperibile tramite la pagina facebook https://www.facebook.com/seegerband o la mail bigliettissb@gmail.com è stato registrato dal vivo al Teatro Comunale di Cesenatico il 2 febbraio di quest’anno ed è la prova di quanto ho appena affermato. Per valutare il livello del progetto basta il primo brano, il tradizionale Hard Times Come Again No More, aperto a cappella dalla voce di Tenca con i backing vocals, in cui si inseriscono gradatamente chitarra acustica, sezione ritmica, il piano di Michele Tani, la fisarmonica di Fabrizio Flisi, il violino di Elisa Semprini e il sax di Massimo Semprini. La vivace e trascinante Old Dan Tucker e lo scatenato western-folk di Jesse James (con Lorenzo voce solista) alzano il ritmo con un finale strumentale degno del carnevale di New Orleans, mentre Eyes On The Prize con le voci soliste che si alternano ha un pregevole arrangiamento cadenzato tra gospel, soul e rhythm and blues. Citare tutti i brani sembra quasi superfluo…non ci sono punti deboli. Mi limito alle versioni di tre tracce di Springsteen: un’intensa The Ghost Of Tom Joad con le voci di Tenca e Dolci che si alternano, la pedal steel di Eugenio Poppi e il violino protagonisti nelle parti soliste e i fiati nel finale, Long Time Comin’ con Lorenzo in primo piano e la sofferta My City Of Ruins ammantata dai fiati e dai cori. E poi ancora Erie Canal con ospite Riccardo Maffoni, il trascinante irish folk di American Land e le due ultime tracce, una scanzonata This Train Is Bound For Glory con spazio per i tre cantanti e per ogni strumentista e I’ll Fly Away, gospel tradizionale che chiude il disco con sobrietà. Spettacolo da vedere assolutamente se passa dalle vostre parti; diversamente il cd, inciso con la giusta attenzione, può essere un ottimo rimpiazzo.

JAIMEE HARRIS – Red Rescue

di Paolo Crazy Carnevale

7 maggio 2019

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JAIMEE HARRIS – Red Rescue (Self production, 2018)

La bionda in rosso che guarda imbambolata dalla copertina di questo primo disco è proprio lei, Jaimee Harris, ma non sembra la stessa Jaimee vista sui palchi italiani lo scorso autunno. Per fortuna si tratta solo di una questione di look da copertina e non degli abiti musicali.

Dentro il disco invece c’è la stessa, interessante cantautrice vista in concerto. Una donna dalla bella voce, dalle sonorità a cavallo tra certo country-rock del giorno d’oggi e quelle folkie che sembrano riuscirle meglio: d’altra parte è texana, di Waco, e il suo quartier generale è ad Austin, la città che contende a Nashville (o viceversa) il primato di città più musicale d’America.

Red Rescue è un bel disco, senza troppi fronzoli, prodotto con attenzione e con lo scopo di mettere in risalto il talento della titolare: operazione riuscitissima grazie al buon lavoro di Craig Ross (Lenny Kravitz, Patty Griffin, Califone, Nathalie Merchant tra i suoi clienti), che oltre che sedere alla consolle si occupa di chitarre, tastiere, basso e tutto ciò che capita a tiro quando serve. Poi a dare un rinforzo ci sono Mike Hardwick (chitarrista e producer per Robyn Luttwick, John Dee Graham, Eliza Gylkinson e altri), il compianto Jimmy Lafave che canta nella title track, il chitarrista Mike Patterson.
E il tutto contribuisce a rendere il disco un bel debutto, a cavallo tra suono moderno (chitarre un po’ in odor di anni ottanta) e vecchia scuola a base di chitarre acustiche, un po’ come nei dischi del vecchio Townes Van Zandt.

Se la prima traccia, Damn Right, è un buon riscaldamento che non si fa notare più di tanto, il disco decolla con Creatures e prende la via con Depressive State, brano autobiografico ben riuscito, con la chitarra che imita un mandolino. Catch It Now è la prima grande canzone del disco, chitarra acustica suonata alla vecchia maniera e la voce di Jaimee che vien fuori nel migliore dei modi.

La quinta traccia è quella che intitola il disco e che rimanda direttamente all’abito (meglio dire alla vestaglia) che Jaimee indossa in copertina, è un altro brano solido, ben sviluppato e arrangiato, impreziosito, come si diceva, dalla voce di Lafave.
Fake è una ballata pianistica ed intimista, con la voce in crescendo che s’impadronisce in toto della canzone; country rock invece per Hurts As Good As It Feels, con un attacco di chitarra quasi rollingstoniano, bella mescola di suoni e pedal steel (Hardwick?) che si intrufola su un supporto dai richiami hammond che risulta vincente sotto goni profilo. Non da meno è Forever in cui Jaimee usa la voce con enfasi particolare, poi Snow White Knuckles conclude l’infilata di brani memorabili, chitarre lancinanti, distorsori, organo, chitarre baritonali, incedere accattivante, la solita bella voce.

Un po’ sottotono il brano che conclude il disco, invece: Where Are You Now, molto raccolta ed intima, non brutta, ma meno incisiva.

JOHN MAYALL – Nobody Told Me

di Paolo Baiotti

7 maggio 2019

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JOHN MAYALL
NOBODY TOLD ME
Forty Below 2019

Nel 2008 John Mayall, classe 1933, annunciò lo scioglimento dei Bluesbreakers per rallentare l’attività ed essere libero di suonare con altri musicisti. Tre mesi dopo iniziò un tour solista con Rocky Athas alla chitarra, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria, con ospite Tom Canning al basso. Questa formazione, escluso Canning, ha proseguito l’attività fino al settembre 2016, poi John si è separato da Athas ed ha suonato per un anno in trio senza chitarrista. Infine ha assunto la prima chitarrista donna della sua storia, Carolyn Wonderland nell’aprile 2018. In questo periodo ha inciso cinque dischi in studio e tre dal vivo e suonato decine di date ogni anno…e meno male che pensava di ridurre l’attività! Nel 2014 ha firmato per la Forty Below del musicista e produttore di Los Angeles Eric Corne (già collaboratore di Walter Trout, Joe Walsh, Edgar Winter, Kim Deal, Lucinda Williams, Joe Bonamassa…) che ha prodotto gli ultimi dischi del bluesman. Nobody Told Me, inciso nello Studio 606 di Dave Grohl all’inizio del 2018 e pubblicato nel febbraio 2019 è l’ultima fatica di John, un disco che lo conferma su livelli di eccellenza difficili da immaginare per un artista ultraottantenne. Ancora in trio, Mayall ha invitato alcuni chitarristi, non necessariamente di blues, che contribuiscono alla varietà e incisività dell’album.

L’opener What Have I Done Wrong è un up-tempo brillante ed energico, cantato con una voce che sembra la stessa degli anni sessanta, scandito da una calda sezioni fiati e completato da un calibrato assolo di Joe Bonamassa. Il ritmo si mantiene alto con The Moon Is Full, percorso dalla chitarra nervosa di Larry McCray che si lascia andare nello spazio solista finale, mentre le tastiere di John riempiono gli spazi restanti. Evil And Here To Stay è un mid-tempo di Jeff Healey con il leader al piano elettrico e all’armonica, in cui si inserisce la chitarra di Alex Lifeson dei Rush, una presenza sorprendente che si adatta agevolmente al mood del brano. Non mi sarei immaginato neppure la presenza di Todd Rundgren, invece il suo apporto all’errebi That’s What Love Will Make You Do, classico di Little Milton, è vigoroso e lodevole, in compagnia di un hammond incantevole. Distant Lonesome Train è un brano recente di Bonamassa, trasformato in un roots-rock inquietante illuminato dalla slide di Carolyn Wonderland (entrata nella band proprio in seguito alla registrazione di questo album), seguito dal robusto e scattante mid-tempo Delta Hurricane, in cui riappare la chitarra di Bonamassa in ottima forma, accompagnata dall’hammond e dalla sezione fiati. The Hurt Inside è una ballata di Gary Moore da After Hours del ’92, interpretata con gusto e cantata con voce profonda, inserendo dei fiati avvolgenti e l’incisiva chitarra di Larry McCray. Gli ultimi tre brani sono scritti da Mayall: il grintoso tempo medio It’s So Tough con un altro ospite impensato, Little Steven che da sempre è appassionato di blues e soul, ma non aveva mai suonato con il bluesman, lo scorrevole up-tempo Like It Like You Do tra blues e rock and roll con l’energica partecipazione della Wonderland che dà il meglio nell’eccellente slow Nobody Told Me, degna chiusura di un album che convince per freschezza ed energia, nonché per il livello qualitativo dei musicisti, degno del passato di uno dei più grandi artisti della storia del blues inglese.