Archivio di aprile 2021

Stephan Thelen – Fractal Guitar 2

di Paolo Crazy Carnevale

16 aprile 2021

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Stephan Thelen – Fractal Guitar 2 (Moonjune 2021)

Il chitarrista svizzero Stephan Thelen, leader dei Sonar, aveva pubblicato il primo capitolo di questo suo progetto dedicato ai suoni chitarristici nel 2019, ora a due anni di distanza ecco la seconda parte, Fractal Guitar 2, in cui come in precedenza Thelen si avvale delle collaborazioni di illustri colleghi della sei corde.
Il risultato è assolutamente molto interessante, soprattutto se siete degli appassionati di musica prog strumentale e sperimentale, non solo, l’impressione è anche che il disco sia più riuscito rispetto al suo predecessore e più immediato nell’impatto sonoro. Thelen oltre che delle chitarre si occupa della programmazione, dei synth e di tastiere varie, mentre come band d’appoggio troviamo il bassista dei Dixie Dregs Andy West (laddove c’è un basso) e le percussioni di Manuel Pasquinelli (compare di Thelen nei Sonar), Andi Puppato e Andy Brugger. Ovviamente però a far a parte dei leoni sono le chitarre e oltre a Thelen, come si diceva è coinvolto un esercito di colleghi, ognuno specializzato in sonorità e stili diversi.
Le session iniziali risalgono alla fine del 2019, poi causa pandemia sono proseguite in maniera virtuale; ad aprire il disco c’è un omaggio a quella musica cosmica molto popolare soprattutto nei paesi d’Oltralpe negli anni settanta, il cosiddetto krautrock, e non a caso il titolo della composizione è Cosmic Krautrock. Oltre a Thelen ci sono qui Jon Durant, l’onnipresente Markus Reuter, David Torn, Stefan Huth e Bill Walker.
Nel brano successivo, quello che intitola il disco, le sonorità sono più rarefatte, Walker si occupa della lap steel e c’è Bill Cleveland, vecchia conoscenza di casa Moonjune, che si alterna alle acustiche sia con sei che con dodici corde, ma poi naturalmente ci sono anche Thelen e Reuter (che insieme siedono anche in cabina di regia).
Ancora Cleveland è presente in Mercury Transit, stavolta con una chitarra con la caratteristica del manico arcuato, nuovamente all’insegna di suoni particolarmente spaziali.
In Ladder To The Stars, una delle prime composizioni registrate a San Francisco per il disco, Thelen si affida ai suoni minimali dell’elettrica del poliedrico Henry Kaiser e di quella di Chris Muir.
Per Celestial Navigation torna in campo la lap steel di Bill Walker (impegnato anche all’elettrica) per animare un brano che ricorda da vicino certe composizioni strumentali d’atmosfera pinkfloydiana.
Chiude il disco Point Of Infection, dall’andatura più nervosa e sperimentale, Cleveland, Torn, Jon Durant (alla chitarra senza tasti), Reuter, Thelen e Huth ricamano sulla sezione ritmica di Puppato e Brugger tra dissonanze, suoni spaziali e un pizzico di psichedelica che sono i punti forti degli oltre dodici minuti attraverso i quali il brano si snoda.

Paolo Crazy Carnevale

Kevin Kastning & Mark Wingfield – Rubicon I/Kevin Kastning & Soheil Peyghambari – The First Realm

di Paolo Crazy Carnevale

16 aprile 2021

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Kevin Kastning & Mark Wingfield – Rubicon I (Greydisc 2021)
Kevin Kastning & Soheil Peyghambari – The First realm (Greydisc 2021)

Kevin Kastning è un artista molto prolifico, solo nei primi mesi di quest’anno sono già usciti tre dischi a suo nome, con collaboratori diversi e, di conseguenza, connotazioni diverse.
Il connubio tra Kevin Kastning e Mark Wingfield è ormai consolidato da parecchi anni di collaborazione e sperimentazione musicale in coppia che hanno dato origine ad una decina di dischi e questo Rubicon I prelude all’uscita a breve di una seconda parte del progetto.
Un progetto registrato addirittura nel 2018 e probabilmente tenuto a lungo nel cassetto per non inflazionare il mercato, su cui i due musicisti sono ampiamente presenti anche con progetti differenti.
Il disco in questione, registrato allo studio Traumwald in Massachusetts, è frutto di un lavoro introspettivo e molto sperimentale, con composizioni di media lunghezza, eccezion fatta per la chilometrica e conclusiva Particle Horizon.
Kastning si occupa qui del piano, ma ovviamente non rinuncia ad imbracciare le sue chitarre dalle peculiari sonorità molto elaborate, in particolare nel brano d’apertura Event Horizon o in Loop Quantum dove l’elettrica del socio dialoga con i particolari suoni della sua diciassette corde(!).
Ovviamente non si tratta di musica particolarmente digeribile vista l’attitudine di entrambi alla sperimentazione e alle dissonanze.
L’americano Kastning è poi anche una sorta di liutaio che elabora da sé alcuni dei modelli che suona nei suoi dischi e nei concerti, chitarre a doppio manico, con corde di risonanza che permettono di ottenere timbri e suoni che variano di volta in volta a seconda degli effetti usati e delle prestazioni desiderate.
L’inglese Wingfield invece, pur essendosi fatto le ossa in ambito jazz-rock, con Kastning condivide la passione nei confronti di una sorta di musica classica di stampo contemporaneo che sta alla base delle composizioni.
Nella fattispecie, come si diceva, pur essendo presente anche con le sue chitarre, Kastning è qui particolarmente impegnato al piano lasciando ampio spazio alla chitarra elettrica di Wingfield. Ogni composizione è una sorta di paesaggio sonoro a sé stante, un po’ nella scia di certe pubblicazioni di casa ECM, e non è quindi un caso che anche il concept grafico di Rubicon I si rifaccia piuttosto sfacciatamente a quello delle pubblicazioni dell’etichetta bavarese.
Diversa la natura del disco in coppia col clarinettista iraniano Soheil Peyghambari: si tratta infatti della prima collaborazione tra i due artisti e stando alle note di copertina, l’intesa tra i due è stata tale che potrebbe evolversi in un progetto in divenire come quello con Wingfield o con altri colleghi.
Si tratta come sempre di elaborate composizioni che si sviluppano attorno ai dieci minuti ciascuna, ma senza connotazioni elettriche e pianoforte: qui Kastning si dedica solo alle sue creature, la contrachitarra a due manici (una sorta di chitarra che si suona in verticale come il contrabbasso ed ha ben trentasei corde, e la chitarra classica ibrida, che di corde ne ha diciassette, alla faccia della scaramanzia.
Soheil Peyghambari, che vive tra il suo paese e la Francia, ha un curriculum meno lungo, essendo più giovani, ma le sue produzioni hanno già destato molti interessi in ambito fusion, e non è passato inosservato alle orecchie di Kastning che lo scorso gennaio (il disco è quindi freschissimo di registrazione, oltre che di stampa) lo ha voluto al suo fianco.
Il risultato della collaborazione è un disco dalle atmosfere acustiche e cupe in cui i toni più brillanti delle multi corde dell’americano si combinano con quelli molto bassi del clarinetto basso del suo pard. Se nel disco con Wingfield si può parlare di paesaggi sonori, in questo la classificazione sfugge e l’indirizzo sembra incastonarsi più verso quella concezione di musica classica contemporanea tanto cara al chitarrista.

Paolo Crazy Carnevale

The First Realm-cover

RASMUS BLOMQVIST – Columbia Road

di Paolo Baiotti

10 aprile 2021

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RASMUS BLOMQVIST
COLUMBIA ROAD
Wooden Shrine 2020

Abbiamo scritto di questo cantautore svedese nel 2017 in occasione del suo progetto solista Rami And The Whale. Già membro dei Ginter Trees e del duo Holy Farmers, Rasmus aveva inciso quel disco nel 2015 e 2016, occupandosi di quasi tutti gli strumenti prevalentemente acustici con qualche aiuto al violino, al flauto e alla batteria. Nello stesso periodo l’artista ha vissuto per qualche mese in Gran Bretagna, suonando nei club tra Londra e Bristol e scrivendo una manciata di canzoni. A Londra alloggiava da un amico nei pressi di Columbia Road, dove ogni domenica c’è un mercato dei fiori molto conosciuto e dove Rasmus ha anche suonato come artista di strada. Questo soggiorno ha ispirato le canzoni raccolte in Columbia Road, sempre di ispirazione indie-folk, molto melodiche e quasi sempre acustiche, con l’apporto di backing vocals molto curati, come nella deliziosa Somewhere che ricorda Simon & Garfunkel e CSN e saltuariamente di violoncello, violino e flauto, oltre alla batteria in poche tracce. Blomqvist ha una voce aggraziata, calda e armoniosa, adatta per questi brani avvolgenti e sensibili che riecheggiano un rapporto mistico e di attaccamento alla natura tipico della cultura nordica, rispecchiato anche dalle foto di copertina e dell’interno.
Suoni rarefatti, bucolici e mistici registrati a Falun tra il 2017 e il 2020 che compongono un quadro tenue e rilassante. Echi di Nick Drake nella rigorosa opener For You, l’atmosfera avvolgente in Lord Give Me Light e di Mountain Song, il folk-rock di matrice britannica dell’eccellente Tiger Island e la title track nella quale viene inserito un testo poetico di Ezra Pound (In a Station of the Metro del 1913) mi sembrano i brani più riusciti di un disco intimo, austero ed omogeneo dai sapori autunnali.

Paolo Baiotti

THE GOTHIC COWBOY – Melvin Litton

di Paolo Baiotti

4 aprile 2021

The-Gothic-Cowboy-Bare-Bones

THE GOTHIC COWBOY – MELVIN LITTON
BARE BONES
Autoprodotto 2020

E’ un ascolto impegnativo quello di Bare Bones, un quadruplo cd in cui Melvin Litton ha raccolto 56 brani acustici registrati tra il ’78 e l’84 in un registratore a cassetta portatile quando l’artista era in quella fase della carriera in cui si stata rendendo conto che avrebbe dovuto cercare un vero mestiere per nutrire la propria famiglia. Sono divisi per affinità e argomento in quattro parti: Chance, Folly, Desire e Dream. Il digipack aperto in quattro parti è illustrato da disegni del musicista, nato nel 1950 in una fattoria sulla riva di un torrente in una cittadina del Kansas. Entrato nell’accademia aeronautica americana nel ’68, ma fuggito poco dopo quando ha capito che l’amore per la musica superava quello per il volo, ha iniziato a suonare nei bar con il soprannome di The Gothic Cowboy proseguendo in questo modo per un ventennio girando vari stati americani e il Canada, finchè è tornato in Kansas dove ha formato The Border Band con il chitarrista Randy Holden e il batterista Dave Melody. Hanno suonato insieme per molti anni incidendo cinque album, ma nel 2016 ha deciso di chiudere con il gruppo tornando ad esibirsi come The Gothic Cowboy oppure in duo con Mando Dan Hermreck. Insieme hanno pubblicato il doppio Berween The Wars nel 2019, un disco di Americana secco ed essenziale con testi e musiche riferite alla tradizione folk, di cui ci siamo occupati alcuni mesi fa (Late For The Sky » Blog Archive » THE GOTHIC COWBOY – Between The Wars), seguito da questa raccolta con la quale l’artista guarda al passato, ripescando del materiale che giaceva in cantina o in soffitta. Non bisogna dimenticare che Melvin è anche uno scrittore: ha pubblicato tre romanzi e due raccolte di poesie, oltre a racconti su riviste e giornali e ha lavorato per anni come falegname.
Bare Bones non può che essere un disco scarno e minimale, una sorta di biografia musicale che richiede pazienza e disponibilità all’ascolto, di folk classico come Jaloeb Corley o Whistle Bird, influenzato dal blues come Victrola Blues o dal country tradizionale come l’ironica Dry County Yodel, quattro brani estratti dal primo disco. Melvin ha una voce da artista folk discretamente estesa e uno stile chitarristico che non concede spazio ai virtuosismi. I riferimenti sono quelli di ogni folksinger: da Leadbelly a Dylan, da Jimmie Rodgers ad Hank Williams. Sul secondo cd spiccano Forsake Me Not influenzata dalla scrittura di Eric Andersen e la drammatica Prairie Ballad, sul terzo Red Rose Blues e My Lady Been Gone, mentre sul quarto l’apertura di Gypsy Fire, la delicata Ode To Red Rover e Blue Sky’n Roses sembrano avere qualcosa in più.
Sul sito www.borderband.com ci sono i testi di ogni canzone di questo quadruplo, come del doppio Between The Wars.

Paolo Baiotti