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	<title>Late For The Sky</title>
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	<description>Il blog della Vinyl Legacy Association</description>
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		<title>Jeff &amp; Anna</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 22:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Juke Box all'Idrogeno]]></category>
		<category><![CDATA[Neutral Milk Hotel]]></category>

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<p>Dopo la pubblicazione di <strong>“On Avery Island”</strong> il nome dei Neutral Milk Hotel comincia a girare con una certa insistenza nei circuiti legati al mercato indipendente e Jeff Mangum, improvvisamente al centro di una marginale ma insistente attenzione, a mostrare i primi segni di insofferenza verso quel music business che già gli appare come una bestia famelica. La reazione è una chiusura in sé stesso, un senso di prigionia che, nei temi dei brani ai quali sta mettendo mano, troverà un parallelo con Anna Frank e, più in generale, la seconda guerra mondiale; un ritorno all’infanzia ed alla sicurezza della famiglia che si fa scudo dalle brutture del mondo. E’ un generale e doloroso senso di impotenza ad emergere, una sorta di arrendevolezza verso l’ineluttabilità delle umane vicende e di quel destino che le governa senza troppa fantasia. Un sentimento di fragilità e di insicurezza che dalle viscere di un io tormentato si estende all’universo tutto, che diventa paura e rifiuto del mondo ed il cui unico rimedio è il rifugio nella gabbia dorata della propria fanciullezza, al riparo da ogni pericolo ed in compagnia di quelle poche cose o di quei ricordi che, sicuramente, non tradiranno mai.</p>
<p>Nel ricordo di Anna, uno splendido viaggio sulle note di <strong>&#8220;In The Aeroplane Over The Sea&#8221;</strong>, la title track di uno degli album più belli degli anni novanta. </p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/14</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 23:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
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BLACK COUNTRY
Black Country Communion
2010 J &#38; R Adventures Records  CD + DVD
 
Si tratta dell’album d’esordio di questo supergruppo! Nel novembre del 2009 al chitarrista   Joe Bonamassa, che si stava esibendo al Guitar Center di Los Angeles, fu proposto di suonare con alcuni ospiti. Bonamassa, poco più che trentenne, è oggi uno dei migliori e acclamati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/black-country.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2560" title="Black Country" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/black-country-150x150.jpg" alt="Black Country" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>BLACK COUNTRY</strong></p>
<p>Black Country Communion</p>
<p>2010 <em>J &amp; R Adventures Records</em>  CD + DVD</p>
<p> </p>
<p>Si tratta dell’album d’esordio di questo supergruppo! Nel novembre del 2009 al chitarrista   Joe Bonamassa, che si stava esibendo al Guitar Center di Los Angeles, fu proposto di suonare con alcuni ospiti. Bonamassa, poco più che trentenne, è oggi uno dei migliori e acclamati virtuosi della chitarra blues di questo secolo: nato come chitarrista classico si innamora del blues ed esordisce a solo dodici anni suonando in tour con B.B. King, poi ha suonato con Eric Clapton e partecipato a tutti i più importanti Festivals di blues del mondo. Finora ha pubblicato quattordici album solisti. Fra gli ospiti c’erano Glenn Hughes, ex Trapeze e Deep Purple, stupendo bassista e solista e una delle più belle voci della scena rock britannica. Eseguirono dal vivo alcune canzoni, registrate da Kevin Shirley, produttore di Bonamassa. Visto il successo, Kevin propose di formare una band per alcuni tour e per incidere un album, invitando a unirsi loro alla batteria Jason Bohnam (figlio di John, batterista dei mitici Led Zeppelin) e alle tastiere Derek Sheridan, ex Dream Theathre ed ex  Billy Idol band. Hughes chiamò la band Black Country ed entrarono negli Shangri La Studios di Los Angeles nel gennaio del 2010, con la collaborazione di Patrick D’Arey, uillean pipes e tin whistle, terminando le session in aprile e incidendo dodici brani che sarebbero stati pubblicati nell’omonimo album nel settembre dello stesso anno dalla J &amp; R Adventures negli USA e dalla Mascot in GB, e prodotto dallo stesso Shirley con il trainante singolo Black Country. Tutte le song sono composte da Hughes, alcune con la collaborazione di Bonamassa, Shirley e Sheridan, tranne la stupenda e immortale <em>Medusa</em>, scritta da Hughes nel 1970 e pubblicata dai Trapeze, band della quale vi ho già parlato e che vi consiglio caldamente di conoscere. Ci sono brani di notevole impatto con un rock blues duro e aggressivo come <em>Black Country</em>, <em>Down Again</em>, <em>The Revolution In Me</em> e la chitarristica <em>Too Late For The Sun</em>. Poi, ballate intense e sofferte come <em>Stand (At The Burning Tree)</em>, <em>One Last Sound</em> e <em>Sista Jane</em>, <em>The Great Divide</em>, ma tutte le song sono di ottimo livello e l’impatto strumentale e la voce di Hughes sono incredibili. Ho trovato una edizione a prezzo modico con allegato un DVD contenente le session in studio dei brani, interviste ai musicisti e al produttore su come è nata questa grande band, e una versione spettacolare di <em>The Great Divide</em>, registrata alla Riverside Arena nel tour promozionale del marzo 2010. Imperdibile!  Recentemente è uscito il secondo album, <strong>Black Coutry Communion 2</strong>, altrettanto eccellente.</p>
<p align="right"><em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p align="right"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/joe-lynn-turner.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2561" title="joe lynn turner" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/joe-lynn-turner-150x150.jpg" alt="joe lynn turner" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>JOE LYNN TURNER</strong></p>
<p>Second Hand Life</p>
<p>2007 <em>Frontier Records</em> CD USA</p>
<p> </p>
<p>Stupendo cantante rock statunitense, ricordato da noi, purtroppo, solo per essere stato il vocalist di Rainbow e  Deep Purple, ma ha avuto una carriera incredibile come singer in altre grandi band, con innumerevoli partecipazioni come sessioman, autore, attore, ma soprattutto come solista di notevole vaglia, e ora vi racconterò la sua storia. Joseph Arthur Mark Liquito nasce il 2 Agosto del 1951 nel New Jersey da una famiglia di origini Italiane; alle scuole superiori forma gruppi con i quali esegue cover di artisti che andavano per la maggiore. Gli Ezra furono la sua prima band importante che lo fece conoscere al grande pubblico, poi arrivarono i Fandango, con il sound dei Deep Purple nel sangue e con due album stupendi, <strong>One Night Stand </strong>e <strong>Cadillac</strong> che vi consiglio di cercare. Dopo tour di successo come  supporto a band come The Marshall Tucker Band, Allman Brothers e Beach Boys, la band si sciolse per lo scarso riscontro commerciale dei dischi. Joe (che aveva cambiato il nome) ricevette una sera del febbraio del 1981 una telefonata da Ritchie Blackmore che gli chiese di raggiungerlo nei Rainbow per sostituire Graham Bonnett. Con la band più famosa e amata del periodo Joe incide tre ottimi albums: <strong>Difficult To Cure</strong>, <strong>Straight Between The Eyes</strong> e <strong>Bent Out Of Shape</strong>, fino allo scioglimento del gruppo nel 1984 per la reunion dei Deep Purple. Inizia una carriera solista di buon livello con l’album <strong>Rescue You</strong> e con l’hit single<em> Endlessly</em>, nel 1988 incide<strong> Odyssey</strong> e <strong>Trial By Fire </strong>con Yngwie J .Malmsteon, ottimo chitarrista svedese. Poi l’anno seguente Blackmore lo vuole nei Deep Purple per sostituire Ian Gillan, e con la band inciderà, non per colpa sua, l’appena discreto<strong> Slaves &amp; Masters</strong>. Col ritorno di Gillan, Turner torna on the road e la sua attività diventa  frenetica: incide alcuni album solisti di buon livello come <strong>Undercover</strong>, <strong>Slam</strong> e <strong>The Usual Suspects</strong>; collabora e incide con Mothers Army (con Jeff Watson, Bob Daisley e Carmine Appice), i finlandesi Brazen Abbot, Michael Men Project, Sunstorm (gruppo tedesco davvero interessante con l’omonimo album). Forma gli Hughes Turner Project con un altro grande ex Deep Purple, Glenn Hughes, con tre album spettacolari che vi consiglio spassionatamente:<strong> HTP1</strong>, <strong>HTP2</strong> e <strong>Live In Tokyo</strong>. Innumerevoli le sue partecipazioni a tribute album, colonne sonore televisive, sessionman nei dischi di Michael Bolton, Jimmy Barnes, Bonnie Tyler, Mick Jones, Leslie West, Riot e Billie Joel, solo citarne alcuni. Oggi gira con una nuova band, i Big Noize, col vecchio amico Vinnie Appice. Questo è il suo ultimo album ed è attorniato da ottimi strumentisti: Karl Cochran , guitars e bass, Michael Cartellone, drums, Bob Held, bass e Gary Colbett, keys. Con la coproduzione di Bob Held , incide dieci brani di sua composizione, molti dei quali in collaborazione con i musicisti che lo hanno accompagnato nella sua carriera.<em> Love Is Life</em> è una ballata hard rock molto intensa, <em>Got Me Where You Want Me</em> è molto più sofferta, <em>Second Hand Life</em> è uno dei gioielli dell’album, con la voce di Joe che ti entra nel cuore. <em>In Your Eyes</em> ha atmosfere soffuse, sensuali e intriganti. Un’altra chicca è <em>Stroke Of Midnight</em>, scritta con Blackmore e Glover ai tempi dei Deep Purple. Notevoli anche le ballate hard rock di<em> Over The Top</em>, <em>Cruel </em>e <em>Sweet Obsession</em>, mentre sono coinvolgenti<em> Love Is On Our Side</em> e <em>Two Lights</em>, quest’ultima come bonus. Un grande artista da conoscere e non vi ho mai deluso, cari coniglietti.</p>
<p> <em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/cozmic-mojo1.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2564" title="cozmic mojo" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/cozmic-mojo1.bmp" alt="cozmic mojo" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>COZMIC MOJO</strong></p>
<p>Southern Frequency Club</p>
<p>2011 <em>Cozmic Mojo</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Una formazione curiosa quella dei Cozmic Mojo, un quartetto italo-texano che ruota attorno alla cantante di Austin Elizabeth Lee e al chitarrista bresciano Luca Gallina, giunti con questo lavoro alla loro terza prova discografica. A questo si aggiunga il fatto che il gruppo ha un notevole seguito in Germania ed ecco che avremo il ritratto di una formazione davvero senza frontiere. Rispetto al precedente lavoro, più orientato verso un sound texano più classico, questo nuovo CD dei Cozmic Mojo sembra aprire la strada, temerariamente e con successo, verso una musica più densa di contaminazioni, anche elettroniche, che ricordano certi esperimenti prodotti in casa Fat Possum, con la differenza che qui la tecnologia è applicata a un ambito country rock approcciato con spirito punk anziché al blues. La musica (quattordici tracce in tutto) sembra aver spostato l’asse dal Texas all’Arizona, più precisamente verso Tucson, pescando certe sonorità dai Green On Red (ascoltate l’apertura della traccia numero uno, <em>Soundtrack</em>)<em> </em>e certe altre dai Calexico (nel brano <em>Yes</em> ad esempio), fermo restando che quello dei Cozmic Mojo è soprattutto un progetto originale.  Gran chitarre, suonate da Gallina e da Luca Manenti, col solido drumming di Federica Zanotti e naturalmente la voce di Elizabeth Lee. Ai puristi dirò subito che l’uso di certi campionamenti elettronici non guasta assolutamente, rende anzi molto attuale e fresco il suono del gruppo, che si arricchisce qua e là di partecipazioni da parte di amici al di qua e al di là dell’Atlantico, perché, trattandosi di una formazione cosmopolita, il CD è stato registrato in Italia e in Texas. La voce della Lee è molto calda e duttile, si adatta molto bene alle composizioni che lei stessa firma con Luca Gallina, che si tratti dell’ipnotica <em>Box Song</em>, con momenti quasi hendrixiani, o della jazzata <em>The Clown</em>. <em>Blue Happiness</em> pare celare echi zappiani in una struttura che con Zappa non ha nulla a che vedere, <em>Longhing</em> è sostenuta da un intreccio tra slide e chitarra effettata, <em>Lupin</em>, come ci si può attendere dal titolo, è cantata in parte in francese e aggiunge nell’arrangiamento atmosfere parigine che vengono regolarmente riportate in linea col resto del disco da break di chitarra acustica di tutt’altra natura. Il tutto a testimoniare quanta buona musica in sordina si produca in giro per il mondo.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/journey-web.bmp"><img class="alignright size-full wp-image-2565" title="journey web" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/journey-web.bmp" alt="journey web" /></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>JOURNEY </strong>   </p>
<p>Revelation                </p>
<p>2008 <em>Frontiers Records</em> 2CD</p>
<p> </p>
<p>In molti all’annuncio del nuovo cantante dei Journey hanno ironizzato sulla provenienza e le modalità di assunzione. Le battute sul fatto che il leader, il chitarrista Neal Schon (un passato, ormai molto remoto, nella band di Carlos Santana) si fosse trovato un nuovo cameriere, si sono sprecate. In effetti però il fatto che il gruppo, dopo le apparizioni di Steve Augeri e Jeff Scott Soto, avesse trovato nel filippino Arnel Pineda il sostituto del grande Steve Perry, attraverso YouTube dove il nostro aveva postato alcuni video con il suo gruppo, cover band dei Journey, The Zoo, poteva suscitare non poche perplessità.  Invece, incredibile, Arnel sembra proprio un clone di Perry, capace di arrivare a tonalità incredibili. E <strong>Revelations</strong> è un disco niente male, beninteso per gli appassionati di un genere, l’AOR, che in Italia non ha mai goduto di troppi estimatori. Per costoro, i Journey non hanno bisogno di grandi presentazioni, gruppo che dalla metà degli anni ‘70 ha venduto quasi ottanta milioni di copie in tutto il mondo. Molti i brani da citare in questo lavoro, dall’iniziale, radio friendly <em>Never Walk Away</em>, nel classico stile del gruppo, a <em>Faith In The Heartland</em>, che già appariva in versione leggermente diversa nel precedente album, <strong>Generations</strong>. Oltre ai due musicisti già citati il gruppo è formato dal bassista storico Ross Valory, il tastierista Jonathan Cain (un passato nei Babys come peccato di gioventù) e il batterista Dean Castronovo, e chissà quanti dei fan di Vasco Rossi conoscono i Journey. Non mancano la classica ballatona strappacuore, nel loro classico stile, come <em>After All These Years</em> o i brani più ariosi come <em>Like a Sunshower</em>. Altri pezzi da novanta le trascinanti<em> Where Did I Lose Your Love</em> (che farà un figurone in versione live) e<em> What It Takes To Win</em> dall’ottima apertura pianistica, l’intensa<em> What I Needed</em> e la romantica, potenziale hit single, <em>Turn Down The World Tonight</em>. In allegato anche un secondo CD, nel quale vengono riproposti, con il nuovo singer, molti classici del gruppo, da <em>Don’t Stop Believin’ </em>a <em>Open Arms</em>, per enfatizzare la bravura di Arnel Pineta ed i parallelismi con Steve Perry. Ci rende orgogliosi il fatto che (piccola nota patriottica) il disco in questione, come il successivo, appena pubblicato <strong>Eclipse</strong>, veda la luce sotto il marchio Frontiers, label napoletana che annovera nel suo carnet anche gruppi come Whitesnake, Def Leppard e Yes. Promossi quindi i Journey, a patto che il prossimo cantante non vadano a cercarselo ad Amici.</p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><span><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/magenta.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2566" title="magenta" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/magenta.bmp" alt="magenta" /></a></span></p>
<p><strong>MAGENTA </strong> </p>
<p>Home</p>
<p>2006  <em>F2 Music</em> CD + EP</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>I Magenta sono un gruppo gallese, di Cardiff. Questo <strong>Home </strong>è il loro terzo album in studio, pubblicato nel 2006. <strong>Home </strong>è un concept che narra la storia, ambientata negli anni ‘70, di una donna inglese, di Liverpool, che, stanca della routinaria vita nella città natale, matura il concetto che “casa” è ovunque ci si trovi. Affascinata dalla grande metropoli vola quindi negli States dove finisce invischiata in storie di droga, alcool e prostituzione. Dopo un incidente stradale, con conseguente ricovero in ospedale, trova la redenzione con un viaggio attraverso gli States, alla ricerca soprattutto di sé stessa, dove incontra una specie di sciamano nativo americano, Joe, che, portandola con se nella sua riserva, le fa capire che la vera vita, tutto ciò di cui abbiamo bisogno, è a casa (home). Joe le fa ritrovare la retta via e sconfiggere i propri demoni, con il desiderio finale del ritorno al punto di partenza, là dove potrà sentirsi finalmente bene e in pace con sé stessa, in Inghilterra. L’itinerario del viaggio è dettagliatamente documentato nella piantina che occupa le due pagine centrali del libretto del CD. Quello dei Magenta è un prog moderno, con echi di Genesis, Pink Floyd, Yes e anche Rush, il tutto visto con una sensibilità femminile dovuta alla bravissima cantante Christina Booth. Il leader del gruppo, autore delle canzoni, è Rob Reed (basso, chitarra e tastiere). Gli altri componenti il gruppo, all’epoca dell’uscita di questo lavoro, erano i chitarristi Chris Fry e Martin Rosser, il bassista Dan Fry e il batterista Allan Mason-Jones. I testi sono del fratello di Reed, Steve. Su tutto comunque spicca la magnifica voce, personale e carezzevole, calda e piena di passione di Christina. Un vero angelo. Ascoltatela nell’iniziale <em>This Life, in Moving On</em> o nel gioiello spezzacuori <em>Towers Of Hope</em>, ripresa anche nella conclusiva<em> Home</em>. Ve ne innamorerete perdutamente. Le canzoni sono tutte belle. Le lunghe<em> Journey</em> e <em>Joe</em> sono le più canonicamente progressive. <em>Hurt</em> e <em>Demons</em> sono assolutamente floydiane (la prima mi ricorda anche i Rush), mentre in <em>The Dream</em> e <em>Journey’s End</em> oltre ai Floyd trovo echi addirittura dei Massive Attack, quelli più soft, quando si avvalgono di una voce femminile, oppure degli Archive di<strong> You All Look The Same To Me</strong>, se avessero come cantante Kate Bush. <em>Morning Sunlight</em>, che invece c’entra poco con il prog, potrebbe essere stata scritta da qualche cantautore americano, ed è impreziosita da delle armonie vocali quasi alla Eagles.<em> Home Town</em> è una ballata molto sentita e struggente.  Una nota anche per la bella copertina che ritrae Christina vista attraverso i finestrini bagnati di pioggia di un taxi; un’immagine colma di malinconia che fa capire la situazione in cui si trova la protagonista del racconto (in musica). Da questo <strong>Home</strong>, che dura quasi settanta minuti, sono rimasti fuori cinque brani, per oltre quaranta minuti di musica, inclusi quindi nell’EP <strong>New York Suite</strong>, lavoro ancora più legato al prog e imprescindibile compendio all’album principale. I due CD sono infatti acquistabili separatamente oppure assieme, in cofanetto; ed è così che vi consiglio di procurarveli, in quanto inscindibili per apprezzare appieno il filo conduttore della storia. È infatti nell’EP che si narra della discesa della protagonista agli inferi degli aspetti più negativi dell’esistenza. Lavoro molto intenso, personale e intimo questo<strong> Home</strong>. Bello, bello, bello, da avere assolutamente. Attenzione però, potreste non poterne più fare a meno.</p>
<p><em> Gianfranco Vialetto    </em></p>
<p> </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/piedimont-bros.2.bmp"></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>THE PIEDMONT BROTHERS PROJECT</strong></p>
<p>Lights Of Your Party</p>
<p>2011 <em>Flyin’ Cloud</em> CD</p>
<p> Un bel passo avanti rispetto al disco d’esordio per la band/ progetto di Marco Zanzi e Ron Martin, due appassionati di musica, uno italiano, di Varese, e l’altro di quelle Blue Ridge Mountain, Carolina per la precisione, cantate nel disco in un riuscito medley tra <em>Blue Ridge Mountain Blues </em>e <em>Flint Hill Special</em>. A dispetto del fatto che si tratta di un disco realizzato giocoforza usando molto le tecniche di studio, visto che i due leader vivono su sponde opposte dell’Oceano, <em>Lights Of Your Party</em> brilla per una coesione un affiatamento davvero pregevoli. I suoni acustici e gli impasti vocali sono la sua forza d’urto che fa subito breccia nell’ascoltatore. Ondeggiando tra brani originali che nulla hanno da invidiare alle cover, e riproposte (scelte con oculatezza e motivazione) di brani altrui (<em>Carolina On My Mind</em>, <em>A Child Claim To Fame </em>dei Buffalo Springfield, <em>One More Night </em>di Dylan tra le altre), la raccolta propone una miscela musicale che brilla per spontaneità, passando dal traditional alla canzone d’autore americana, con belle iniezioni di musica irlandese e impasti vocali molto curati. Alle voci dei due ideatori del progetto (che deve il suo nome al fatto che entrambi vengono da zone pedemontane) si aggiungono quelle di Cecilia Zanzi (che si occupa del brano di Dylan), Rosella Cellamaro (alle prese col classico di James Taylor), Doug Rorrer (che affianca Ron Martin nel brano sulle Blue Ridge Mountains). L’amalgama è totale e più che del disco di un duo, come quello d’esordio, si può davvero parlare di progetto, con strumenti a corda suonati con in mente la lezione di gente come Earl Scruggs e Clarence White, organo Hammond B3 (nella bella <em>Big Grey</em>), fisarmonica, violino, piano e, scusate se mi ripeto, le voci! Tra le canzoni autografe, oltre alla citata <em>Big Grey</em>, spiccano lo strumentale <em>Acousticharmonies</em>, <em>My Brother</em>, <em>Springtime Flowers</em> e la title track. Menzione d’onore per il gospel conclusivo <em>Down In Ther River To Pray</em>.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2570" title="untitled" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled.bmp" alt="untitled" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>UNITOPIA  </strong>   </p>
<p>The Garden      </p>
<p>2008 <em>Inside Out</em> 2CD</p>
<p> </p>
<p>Gli Unitopia sono un gruppo progressive australiano fondato alla fine del 1996 dal cantante Mark Trueack e dal tastierista Sean Timms. Il loro debutto discografico vede la luce però solo nove anni più tardi con il titolo<em> </em><strong>More Than A Dream</strong>, ma il vero botto arriva con il successivo<strong> The Garden</strong> del 2008. Lavoro doppio con richiami, oltre ai soliti Genesis/Marillion (evidenti le affinità vocali di Mark sia con Peter Gabriel che soprattutto con Fish), anche ai King Crimson, ai Van Der Graaf Generator e ai più attuali Flower Kings, Spock’s Beard, Kaipa e Tangent. Ma ci troviamo anche accenni di jazz e world music con l’utilizzo di strumenti atipici per il genere come la lap steel guitar e percussioni tribali di ogni sorta, a carico di Tim Irrgang. Gli altri componenti il gruppo sono il chitarrista Matt Williams, la bassista Shireen Khemiani e il batterista Monty Ruggiero. Una caratteristica degli Unitopia, nome che significa, come da loro spiegato nel libretto del CD, vivere insieme in armonia in un mondo idealmente perfetto, soprattutto nelle leggi e nelle condizioni sociali, è quello di avere uno spiccato gusto per le soluzioni melodiche. Già con l’iniziale breve e intimista <em>One Day</em> ci si rende conto di essere di fronte a un disco fuori dall’ordinario. Dopo la splendida introduzione ecco il brano cardine dell’album, i ventidue minuti del pezzo omonimo si aprono con richiami tribali e proseguono con tali e tante variazioni da lasciare a bocca aperta, in una suite dove prog, hard, jazz, pop, world, fusion, funky e perfino musica classica si fondono in un insieme strabiliante. A completare un trittico iniziale da urlo, da stendere chiunque, ecco la magnifica <em>Angeliqua,</em> anche qui inizio etno, con voce femminile (della brava ospite Kiki Celarik), percussioni e fiati, per poi passare a uno stacco hard rock che si evolve nella dolcezza del cantato (alla Fish), che esplode nella piacevolezza pop del magnifico ritornello. Uno spettacolo! Gli altri brani del primo dischetto, tutti belli, tutti da citare, sono la dolce, inizialmente pianistica, ma con uno splendido crescendo <em>Here I Am</em>, la strumentale<em> Amelia’s Dream</em> che sfocia nella sognante<em> I Wish I Could Fly</em> e, a chiudere il tutto, la più spigliata e ritmata <em>Inside The Power</em>. Molti i pezzi memorabili anche nel secondo CD. Anche<em> Journey’s Friend</em>, l’altra suite e brano di lungo minutaggio, passa con disinvoltura dal progressive al jazz fino all’hard rock, dove la voce di Mark Trueack arriva a somigliare a quella del conterraneo Brian Johnson degli AC/DC. <em>Give And Take</em> potrebbe uscire da un disco del Peter Gabriel solista, con in più un ritornello piacevolmente pop che non guasta affatto. Dopo una bella ballata come <em>Love Never Ends</em>, con la splendida voce dell’ospite Kiki Celarik, e la breve, pianistica e classicheggiante <em>So Far Away</em>, il finale è per il crescendo della coinvolgente <em>321</em>, brano che mi ricorda alcune cose del Fish solista. Una nota di merito all’etichetta Inside Out, che vanta nel suo carnet parecchi gruppi molto interessanti, per l’abilità nello scovare splendidi prodotti in ogni angolo del pianeta. Prog fans, fate assolutamente vostro quest’album, mi ringrazierete.</p>
<p> <em>Gianfranco Vialetto</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/hot_tuna1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2571" title="hot tuna" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/hot_tuna1-150x150.jpg" alt="hot tuna" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>HOT TUNA</strong></p>
<p>Steady As She Goes</p>
<p>2011 <em>Red House</em> CD</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Se pensiamo che l&#8217;ultimo album in studio degli Hot Tuna è stato <strong>Pair A Dice Found</strong> del &#8216;90, preceduto da <strong>Hoppkorv</strong> del 1976, si può ritenere un evento l&#8217;uscita di <strong>Steady As She Goes</strong>. D&#8217;altra parte, bisogna ammettere che i due album citati non sono delle pietre miliari del rock californiano e che <strong>Burgers </strong>del 1972 resta il miglior disco in studio della band creata da Jorma Kaukonen e Jack Casady. In effetti, il duo proveniente dai Jefferson Airplane ha sempre dato il meglio dal vivo, a partire dal seminale omonimo esordio acustico del 1970, citando doverosamente almeno il doppio elettrico <strong>Double Dose</strong>, i due volumi <strong>Live At Sweetwater</strong> e <strong>Live In Japan</strong> del 1998. Cosa possiamo attenderci da un album in studio elettrico degli Hot Tuna? Non certo novità sconvolgenti e neppure la grinta di trent&#8217;anni fa, perchè gli anni passano e Kaukonen da tempo preferisce suonare acustico. Ma<strong> Steady As She Goes</strong> scorre veloce, ha qualche buona canzone nuova (nessuna memorabile) e cover arrangiate come sempre con gusto ed esperienza, è prodotto da un musicista di qualità come Larry Campbell negli studi di Levon Helm a Woodstock con un suono più roots che rock e conferma l&#8217;ottimo inserimento di Barry Mitterhoff (mandolino), da anni terzo membro della formazione completata dal nuovo batterista Skoota Warner. La chitarra di Jorma è meno aggressiva e psichedelica e il basso di Casady meno personale che in passato, ma l&#8217;alchimia tra i due musicisti è sempre notevole. Tra i brani spiccano la ballata <em>Second Chances</em>, un rock melodico con un riuscito impasto elettroacustico, l&#8217;energica<em> A Little Faster</em>, la grintosa <em>Mourning Interrupted</em> con un&#8217;elettrica pulsante, la delicata <em>Smokerise Journey</em>, il country-folk di <em>Things That Might Have Been</em> (un brano nelle corde del Kaukonen solista) e il conclusivo strumentale country-blues <em>Vicksburg Stomp </em>con il violino di Campbell. Da ricordare anche le due cover del Rev. Gary Davis, grande influenza del chitarrista, il rock-blues<em> Children Of Zion </em>e <em>Mama Let Me Lay On You,</em> profumata di roots country vicino al suono di The Band (sempre con il violino di Campbell). Peccato per un paio di tracce più banali<em>, </em>come<em> Goodbye To The Blues e</em> <em>If This Is Love</em>, che appesantiscono l&#8217;ascolto, abbassando la valutazione complessiva del disco.</p>
<p> <em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/mayall_howlin1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2572" title="mayall" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/mayall_howlin1-150x150.jpg" alt="mayall" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>JOHN MAYALL</strong></p>
<p>Howlin&#8217; At The Moon</p>
<p>2011 <em>Secret Records</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Questo ennesimo disco dal vivo del padre del blues elettrico inglese comprende registrazioni dei primi anni ‘80 già apparse qualche anno fa nel doppio <strong>Rolling With The Blues</strong> di difficile reperibilità. Nel 1980 Mayall è in una fase non brillante della sua carriera: dopo alcuni album per la Abc la sua popolarità negli Usa, dove si era stabilito dieci anni prima, è declinata e anche musicalmente è in un momento di riflessione, lontano dalla creatività di dischi innovativi come<strong> Blues From Laurel Canyon</strong> o <strong>The Turning Point</strong>. I primi quattro brani sono tratti da un concerto a Huntington Beach del maggio &#8216;80 con James Quill Smith alla chitarra, Red Holloway al sax e una sezione ritmica formata da Kevin Mc Cormick e Soko Richardson, una band in grado di improvvisare con sapienza tra rock, blues e jazz. Si possono apprezzare versioni esplorative di <em>Mexico City</em> e <em>Caught In The Middle</em> decisamente interessanti e l&#8217;incisivo John Lee Boogie ispirato ovviamente dal suono di John Lee Hooker. Dopo lo scioglimento di questa band, nel 1982 Mayall decide di riformare i Bluesbreakers per un tour mondiale, richiamando alcuni musicisti con i quali aveva suonato negli anni ‘60. Rispondono all&#8217;appello il grande Mick Taylor (chitarra), John McVie (basso) poi sostituito da Steve Thompson e Colin Allen (batteria). Le altre sei tracce riguardano questo tour; quattro sono registrate negli States e due in Italia, a Roma e Lugo di Romagna. <em>Emergency Boogie</em> è guidata dall&#8217;armonica e dal piano del leader, con l&#8217;aggiunta degli arpeggi preziosi della  slide di Taylor prima dell&#8217;entrata della sezione ritmica, mentre <em>Rolling With The Blues</em> è uno slow di ottima qualità nel quale spiccano gli assoli del piano elettrico e della slide, indispensabili anche nel punteggiare il mid-tempo blues di <em>Howlin&#8217; Moon</em>. Ed è ancora Taylor il protagonista assoluto di<em> Sitting Here Alone</em>, registrato a Roma, formidabile slow blues caratterizzato dalle grintose acrobazie della slide, affiancata dall&#8217;armonica di Mayall e della conclusiva <em>The Stumble</em>, strumentale di Freddie King perfetto per esibire le qualità di solista dell&#8217;ex chitarrista dei Rolling Stones. </p>
<p align="right"><em>Paolo Baiotti      </em></p>
<p align="right"><em>     </em></p>
<p align="right"> </p>
<p align="right"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/early_seger1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2573" title="early_seger[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/early_seger1-150x150.jpg" alt="early_seger[1]" width="150" height="150" /></a>             </p>
<p><strong>BOB SEGER</strong></p>
<p>Early Seger vol. 1</p>
<p>2009 <em>Hideout Records</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Tra i cataloghi dei grandi artisti degli anni ‘70/ ‘80, nessuno è stato sfruttato meno di quello di Bob Seger. Una gestione assurda e inesistente, che ha avuto come conseguenza l&#8217;impossibilità di trovare (se non bootlegati) i dischi ante 1976, cioè precedenti a<strong> Beautiful</strong> Loser (e in questa scelta c&#8217;è sicuramente lo zampino dell&#8217;artista che non ha mai amato quei dischi e in parte li ha disconosciuti) e l&#8217;assenza di versioni rimasterizzate e potenziate di quelli successivi. Ora qualcosa si sta muovendo:<strong> Live Bullet</strong>, il mitico doppio che lo lanciò e <strong>Nine Tonight</strong>, altro doppio live, stanno uscendo in una nuova veste grafica con una bonus track ciascuno (che sforzo&#8230; brani già editi come b-side di singoli), mentre Seger un paio di anni fa ha pubblicato sul suo sito questa raccolta che sottointende ulteriori volumi&#8230; anche se per ora non ha avuto seguito. Ma anche qui le scelte sono piuttosto discutibili: dieci brani di cui cinque tratti dai primi album, registrati tra il 1971 e il 1973, un altro brano degli anni ‘70 con overdub recenti e quattro inediti degli anni ‘80 ritoccati in studio prima della pubblicazione. Quindi <strong>Early Seger </strong>è titolo in parte fuorviante e non riesco a capire la scelta di mischiare materiale di epoche diverse e in parte riregistrato. Per certi aspetti la parsimonia di Seger nel pubblicare estratti dall&#8217;archivio mi ricorda Bruce Springsteen di qualche anno fa. Detto questo, il contenuto musicale del dischetto è di ottima qualità. Le tracce già edite sono la cover di<em> Midnight Rider</em> degli Allman Brothers, più ritmata e incalzante, una splendida <em>If I Were A Carpenter</em> di Tim Hardin dall&#8217;intonazione gospel, una trascinante <em>Get Out Of Denver</em> di Chuck Berry (che diventerà un classico nella versione di Live Bullet), la ballata<em> Someday</em> (una delle prime grandi ballate dell&#8217;artista) e l&#8217;eccellente errebi<em> U.M.C.<strong> </strong>(Upper Middle Class)</em>, mentre<em> Long Time Comin&#8217;</em>, tratta da <strong>Seven,</strong> è il brano modificato in studio con l&#8217;aggiunta di fiati e di una chitarra che lo rendono meno grezzo. Le tracce inedite sono la melanconica ballata <em>Star Tonight</em> registrata con la band dei Muscle Shoals Studios, la trascinante<em> Wildfire</em> (molto simile all&#8217;edita Roll Me Away) con Bill Payne al piano e la ballatona <em>Days When The Rain Would Come</em>, tratte dalle sessions di <strong>Like A Rock</strong> del 1984 (non avrebbero sfigurato sul disco) e l&#8217;incalzante errebi <em>Gets Ya Pumpin&#8217;</em> del 1977, interpretato con voce negroide, con i fiati in primo piano. Brani interessanti che mettono in risalto la splendida voce dell&#8217;artista di Detroit, probabilmente non le sole outtake presenti nei suoi archivi, per non parlare del materiale live sicuramente disponibile. Speriamo che se ne accorgano e agiscano di conseguenza!     </p>
<p><em> Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/marble_son1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2574" title="marble_son[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/marble_son1-150x150.jpg" alt="marble_son[1]" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>JESSE SYKES &amp; THE SWEET HEREAFTER</strong></p>
<p>Marble Son</p>
<p>2011<em> Fargo Records</em> CD</p>
<p> </p>
<p>L&#8217;ombra dei Quicksilver Messenger Service aleggia sul recente quarto album di questa band americana. Il gruppo è stato formato intorno al 2000 dalla cantante e chitarrista Jesse Sykes (proveniente dagli Homini) e dal chitarrista Phil Wandscher (ex Whiskeytown). The Sweet Hereafter oggi comprendono anche il bassista Bill Herzog e il batterista Eric Eagle  L&#8217;esordio del 2002 con <strong>Reckless Burning</strong> è stato seguito da due altri dischi che hanno consentito al gruppo di crearsi un certo spazio nel circuito dell&#8217;alternative country con una musica intimista e rarefatta, caratterizzata dalla voce di Jesse, paragonata da qualche critico a Margo Timmins dei Cowboy Junkies. Il terzo album<strong> Like, Love, Lust &amp; The Open Halls Of The Soul</strong> aveva mostrato una certa evoluzione verso un suono meno scarno, con una voce più aspra e una band più aggressiva, con arrangiamenti complessi e la presenza di fiati e altri strumenti, pur rimanendo in ambito folk-rock. Ma il recente<strong> Marble Son</strong>, pubblicato dopo una pausa di quattro anni, denota un deciso salto in avanti&#8230; anzi indietro, vista la forte influenza psichedelica che a tratti ci riporta alla San Francisco degli anni ‘60, quelli dei Quicksilver di John Cipollina e dei Grateful Dead del maestro Jerry Garcia, pur non ripudiando l&#8217;atmosfera e l&#8217;eleganza dei dischi precedenti e riuscendo a mantenere un ottimo equilibrio tra country, folk, chitarre distorte e riverberi, amalgamati dalla voce fascinosa della Sykes, registrata quasi in sottofondo rispetto agli strumenti. All&#8217;evoluzione del suono non è sicuramente estranea la crescente influenza di Wandscher che firma con Jesse i brani più psichedelici a partire dall&#8217;opener<em> Hushed By Devotion</em>, percorsa dagli abrasivi interventi del chitarrista, con fraseggi lisergici che si alternano alle parti vocali, cambi di ritmo e un finale strumentale da sballo.<em> Marble Son</em> è un esempio di psichedelia bucolica che rimanda ai primi Pink Floyd, mentre<em> Ceiling&#8217;s High</em> è una traccia quicksilveriana con un incisivo crescendo finale. <em>Pleasuring The Divine</em> ha una chitarra quasi heavy e fortemente lisergica che ci riporta alla Bay Area più creativa, come il formidabile strumentale <em>Weight Of Cancer</em>, che alterna una sezione più rilassata a un crescendo impetuoso. Infine, <em>Your Own Kind</em> amalgama alla perfezione la morbidezza inquietante del cantato con gli arpeggi incisivi della sezione strumentale che sboccia in una coda jammata. Gli altri brani si riallacciano al suono folk rock dei dischi precedenti, confermando tuttavia la coesione sorprendente del dischetto. <em>Come To Mary</em> è una ballata morbida e sognante, <em>Servant Of Your Vision</em> ha un cantato sussurrato e una chitarra essenziale, <em>Birds Of Passerine</em> è un elegante folk d&#8217;atmosfera e Wooden Roses un esempio riuscito di folk venato di psichedelia, come la morbida <em>Be It Me Or Be It None</em>, già pubblicata su un precedente EP. Uno degli album più interessanti di questo 2011.</p>
<p align="right"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p><em><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/nametex011.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2575" title="nametex011" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/nametex011-150x150.jpg" alt="nametex011" width="150" height="150" /></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>GRAZIANO ROMANI</strong></p>
<p>My Name Is Tex</p>
<p>2011 <em>Panini Comics</em> CD</p>
<p> </p>
<p>A un paio d’anni di distanza dall’esperimento con cui ha messo in musica le avventure dello Spirito con la scure, il mitico Zagor, Graziano Romani ci riprova cimentandosi con un altro protagonista incontrastato degli albi a fumetti di casa Bonelli. E stavolta le sue attenzioni si sono indirizzate a Tex Willer, il re delle nuvole parlanti Made in Italy. Il disco che ne è uscito, <em>My Name Is Tex</em>, pubblicato dalla Panini (quella delle figurine, non la mitica casa discografica hawaiiana), è un vero e proprio attestato d’affetto al ranger Tex Willer, una dozzina di canzoni ben assortite tra brani originali firmati da Romani e alcuni ripescaggi dalla tradizione, con un occhio di riguardo per certe cose che erano finite in colonne sonore di film che il vecchio Bonelli aveva sicuramente visto e rivisto, e teneva in considerazione mentre scriveva le sue storie. L’unico appunto che si può fare è che il piglio musicale che ha sempre caratterizzato le composizioni di Graziano Romani non mi sembra sposarsi troppo con il mondo di Tex, lo dico da consumato fruitore di musica e di fumetti di casa Bonelli, a parte forse la bella resa del classico <em>Red River Valley</em>, frutto di una bella ricerca filologica. Per il resto, c’è la certezza che il musicista emiliano abbia messo la propria vena creativa al servizio di testi ispirati a Tex e soci: con una dedizione davvero encomiabile, i suoni del disco sono quelli giusti, la tradizione musicale nordamericana è rivisitata con gusto, le chitarre dominano, siano esse dobro, acustiche, slide. Qua e là emergono, violini, mandolini, fisarmoniche, il tutto senza mai esagerare o sbavare. E alcuni brani sono riusciti davvero bene, grazie anche all’interpretazione vocale dell’autore, al solito grintosa e sempre, come gli si riconosce praticamente da sempre, nella scia di Springsteen. Tra le cose che emergono c’è di certo la title track, ma ancor meglio sono <em>Mephisto</em> dominata da una tastiera insinuante, la tristissima e intensa <em>So Long Lilyth</em>, una ballatona dedicata alla moglie navajo di Tex, la latineggiante (con accenni al miglior Willy De Ville e al Dylan di <em>Romance In Durango</em>) <em>Showdown With El Muerto</em>. E tra le cose eccelse del disco ci sono, in chiusura <em>Four Brave Riders </em>e <em>Quien Sabe Hombre</em>, altri due brani di notevole fattura.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/young-web.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2581" title="young web" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/young-web.bmp" alt="young web" /></a></p>
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<p><strong>NEIL YOUNG &amp; INTERNATIONAL HARVESTERS</strong></p>
<p>A Treasure</p>
<p>2011 <em>Reprise </em>2011/ 2009 NYA PS</p>
<p> Probabilmente, se Neil Young avesse consegnato un disco così a David Geffen, quando costui lo accusava di non fare dischi “alla Neil Young”, le cose sarebbero andate diversamente. <em>A Treasure</em> è il classico disco che Geffen e il pubblico si aspettavano dal loner canadese quando questo si alternava tra follie elettroniche, rockabilly e brutti dischi. Ma a Neil Young non si comanda, bisogna prenderlo così com’è, anche quando fa dischi poco ispirati, come gli ultimi di studio o come quelli degli anni ‘80. Questo ennesimo capitolo delle sue produzioni d’archivio non è male, non un tesoro come recita il titolo, ma almeno un tesoretto… Si tratta di incisioni dal vivo della metà degli anni ‘80, col gruppo con cui si esibì al Live Aid, quando il suo spettacolo oscillava tra un country addomesticato che avrebbe visto la propria risoluzione in <em>Old Ways</em>, reminiscenze dei fasti di <em>Comes A Time</em> (country meno addomesticato, per quanto inciso a Nashville) e sciabolate elettriche a cui Young non ha mai rinunciato. Con abbondanza di brani inediti, a partire dall’ottima <em>Amber Jean</em> dedicata alla figlia più piccola e dominata da un pianoforte ispiratissimo suonato dal grande Spooner Oldham. <em>It Might Have Been </em>proviene dal repertorio di Hank Williams e <em>Flying On The Ground Is Wrong</em> è un ripescaggio dai trascorsi di Young con i Buffalo Springfield. Suoni piacevoli, con l’immancabile armonica, la pedal steel di Ben Keith (scomparso lo scorso anno e produttore insieme a Young del materiale qui presentato) a dialogare con le varie chitarre del leader, sia che si tratti di Martin acustiche che della mitica Old Black. Trovano qui posto anche un paio di canzoni del trascurabile <em>Re-Ac-Tor</em>, che suonate dal vivo acquistano in spessore: <em>Motor City</em> e <em>Southern Pacific</em>. Tra gli inediti ci sono poi <em>Your Fingers Do The Walking</em>, il blues <em>Soul Of A Woman</em>, <em>Nothing is Perfect</em> (nota al pubblico per essere stata eseguita al Live Aid e trasmessa in mondovisione) e la finale ed elettrica <em>Grey Ghosts</em> che permette a Young di scatenarsi adeguatamente. Un disco forse non indispensabile, ma certamente piacevole. In attesa di altri “veri” tesori dagli archivi segreti del canadese.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p align="right"><span> </span></p>
<p><span><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled1.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2582" title="untitled" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled1.bmp" alt="untitled" /></a></span></p>
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<p><strong>THE STRANGLERS    </strong></p>
<p>Suite XVI      </p>
<p>2006<em> Liberty/Emi</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Gli Stranglers sono stati uno dei gruppi di punta del punk/new wave inglese storico. I loro primi album sono imprescindibili in qualsiasi discoteca degna di tal nome. Poi, diciamo da<strong> Dreamtime</strong> in avanti, una serie di dischi tra l’inutile e l’imbarazzante ne ha un tantino minato la reputazione. Nel 1990 arriva la defezione del chitarrista e cantante Hugh Cornwell, sostituito da John Ellis alla chitarra e da Paul Roberts al microfono, con i quali vengono incisi alcuni discreti lavori. Nel 2000 se ne va anche John Ellis, rimpiazzato da Baz Warne e nel 2006 esce anche Paul Roberts, così il gruppo torna alla sua classica formazione a quattro con, oltre all’ultimo arrivato Warne, i tre membri fondatori Jean Jacques Burnel al basso, Dave Greenfield alle tastiere e l’anziano batterista Jet Black. Baz Wourne, oltre a essere un ottimo vocalist, sembra aver portato una ventata d’aria fresca al gruppo e, nel 2006, vede la luce questo lavoro, l’ultimo a tutt’oggi, intitolato <strong>Suite XVI</strong>, gioco di parole con sweet sixteen, loro sedicesimo album in studio che, diciamolo subito, è un prodotto di tutto rispetto. Il basso pulsante di Burnel (leader con Greenfield) è in primo piano fin dall’iniziale<em> Unbroken</em>, che ci riporta ai fasti degli esordi. Molto bella anche la successiva <em>Spectre Of Love</em>, brano contrappuntato dalle fantastiche tastiere di Greenfield, che mi ricorda nel ritornello (avrò bevuto una pinta di troppo?) la meravigliosa e inarrivabile <em>Under The Milky Way</em> dei Church (una delle più belle canzoni di tutti gli anni ‘80), solo suonata al triplo della velocità e con attitudine punk.<em> She’s Slipping Away </em>rimanda dritti all’esordio <strong>Rattus Norvegicus</strong>, con le tastiere che copiano leggermente la loro<em> Sometimes</em>, il tutto riletto ovviamente in chiave moderna. Ascoltate anche il lavoro al basso in chiusura, bellissimo! E sempre con il quattro corde  in evidenza parte <em>Summat Outanowt</em>, new wave tra <strong>No More Heroes</strong> e <strong>Black &amp; White</strong>. Si prosegue con un altro brano fantastico, la ballata <em>Anything Can Happen</em>,dove voce e keys mi ricordano alcune cose del Nick Cave di<strong> The Good Son</strong>, registrato in Brasile, con anche influenze di bossanova. <em>See Me Coming</em> mixa il punk del 1977 con la Madchester di Stone Roses e Inspiral Carpets e già nel 2004 aveva fatto da colonna sonora a un cartone animato giapponese ispirato al romanzo Il Conte di Montecristo. <em>Bless You</em> è l’altra ballata dell’album, autentico capolavoro un po’ fuori dai consueti canoni degli Stranglers, con un finale quasi blues e un Baz Warne ispiratissimo, proprio l’uomo giusto per il ruolo lasciato vacante da Cornwell. <em>A Soldier’s Diary</em> è puro punk alla Stranglers (ah! Grande Greenfield), mentre con <em>Barbara </em>si sconfina nel pop, con una canzoncina piacevolissima e per niente banale. E a questo punto arriva una sorpresa, una cosa che non ci si sarebbe proprio aspettati. I nostri uomini in nero (dal titolo The Men In Black, vecchio album del 1981) se ne escono con<em> I Hate You</em>, un country che potrebbe essere stato interpretato benissimo dall’Uomo in Nero per eccellenza, Johnny Cash. La chiusura è affidata a<em> Relentless,</em> epica cavalcata con chitarra western su una ritmica e un cantato decisamente berlinesi. Grande congedo. Vabbè, le ho citate proprio tutte in una specie di lista della spesa ma, se non si fosse capito, la band è proprio in forma e non c’è un solo brano da scartare. Una gradita sorpresa; bravi davvero, anche perché  pensavo di averli persi per sempre. Invece, gli Stranglers sono tornati con un ottimo album, e non conceder loro una possibilità di ascolto, solo perché considerati ormai sorpassati o bolliti, sarebbe oltremodo sciocco e ingeneroso.</p>
<p><em>Gianfranco Vialetto</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/bridge-school-benefit-25th-362x289.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2584" title="bridge-school-benefit-25th-362x289" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/bridge-school-benefit-25th-362x289-150x150.jpg" alt="bridge-school-benefit-25th-362x289" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>VARIOUS ARTISTS</strong></p>
<p>Bridge School Benefit 25th Anniversary Edition</p>
<p>2011 <em>Reprise </em>2CD/3DVD</p>
<p> </p>
<p>Bravo Mr. Young. Dopo averci tenuti col fiato sospeso per anni e con la voglia di ascoltare qualcosa di consistente dai concerti di beneficenza che annualmente organizza per sostenere il progetto benefico che lui e la moglie hanno fondato, finalmente ci concede qualcosa. Certo c’era stato un CD negli anni ‘90, e poi aveva messo su i-tunes una lunga serie di brani, ma per chi ama il supporto e lo preferisce alla musica virtuale, questo è il primo prodotto realmente soddisfacente.  Con copertina totalmente identica, con prezzi davvero ottimi, la Reprise ha pubblicato un doppio compact disc e un triplo DVD, con una bella selezione di brani che devono la propria unicità al formato quasi unplugged messo in scena per l’occasione. I due prodotti non coincidono quanto a contenuto, o meglio, coincidono solo in parte. Per quanto riguarda l’audio è sempre notevole, bei suoni acustici, performer per lo più degni di nota, dai vecchi dinosauri alle nuove leve, nessuno escluso. Qualcuno si adatta meno al formato acustico (i Metallica, ad esempio) altri si scoprono invece notevoli in questa veste (Who e Sonic Youth), ma tutti fanno la loro parte, qualcuno è decisamente fuori contesto (il vecchio Tony Bennett nella versione CD oppure il vituperabile Billy Idol in quella video) ma nell’insieme saltano fuori delle belle cose. Neil Young, padrone di casa è presente con due brani per conto proprio, una spettacolare <em>Love And Only Love</em> sul compact e <em>Crime In The City </em>sul DVD, nella versione audio è anche con CSNY alle prese con una memorabile <em>Deja Vu</em> e su tutti e due i formati accompagna i REM nel pezzo forte del disco, una <em>Country Feedback</em> da urlo, e si fa vedere con Brian Wilson nell’esecuzione di <em>Surfin’ USA</em>. Bruce Springsteen apre in tutti e due i supporti con una solitaria <em>Born In The USA</em>, ci sono poi Pearl Jam, Dave Matthews Band, No Doubt, Gillian Welch, Sarah MacLachlan, Thom Yorke dei Radiohead che omaggia Young con una intensa <em>After The Goldrush.</em> Tra le cose migliori abbiamo una Patti Smith da antologia con <em>People Have The Power</em>, una versione acustica di <em>Heroes</em> con un insolito David Bowie, Nils Lofgren, un Dylan d’annata con <em>Girl From The North Country</em> accompagnato da G.E. Smith, Devendra Banhart con Bert Jansch come ospite (ma lo si vede appena), Paul McCartney, l’immensa Bonnie Raitt, i Pretenders con quartetto d’archi, James Taylor in formato musica da camera, uno spettacolare Tom Waits e molti altri. Le riprese video non sono forse il top, ma probabilmente erano state effettuate per uso non commerciale, in alcuni casi comunque sono più che apprezzabili. Nella confezione DVD, il terzo dischetto è occupato da un documentario sul Bridge Benefit.</p>
<p><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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		<title>Dedicated to you, but you weren&#8217;t listening</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 21:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Juke Box all'Idrogeno]]></category>
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Questo è per te, vecchio Blek&#8230;ma aspetta sempre un tuo commento&#8230;
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<p>Questo è per te, vecchio Blek&#8230;ma aspetta sempre un tuo commento&#8230;</p>
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		<title>Vinylmania, the film</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 16:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[News from the vinyl world]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;VINYLMANIA: Quando la vita scorre a 33 giri al minuto&#8221; è il titolo di un film documentario di 75 minuti realizzato da Paolo Campana, regista emergente ma, soprattutto, appassionato e collezionista, che ha deciso di affidare la propria dichiarazione d&#8217;amore alla musica ed al supporto vinilico attraverso il mezzo a lui più congeniale, ovvero la macchina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;VINYLMANIA: Quando la vita scorre a 33 giri al minuto&#8221; è il titolo di un film documentario di 75 minuti realizzato da Paolo Campana, regista emergente ma, soprattutto, appassionato e collezionista, che ha deciso di affidare la propria dichiarazione d&#8217;amore alla musica ed al supporto vinilico attraverso il mezzo a lui più congeniale, ovvero la macchina da presa.</p>
<p>Il film è già stato realizzato e, dato che sarà difficile vederlo nelle moderne multisale, si è scelto di finananziare la sua diffusione in doppio DVD con una sottoscrizione su Kickstarter, la piattaforma più famosa al mondo per l&#8217;aiuto ai progetti artistici, attraverso la quale sarà possibile contribuire con un sostegno da 1 a 10.000 dollari.</p>
<p>Collegandosi al link che troverete più sotto sarà possibile visionare il trailer del film ed, eventualmente, effettuare l&#8217;offerta. L&#8217;obiettivo è di raggiungere la cifra di 33.000 dollari e rimangono 39 giorni per perseguirlo, in quanto il periodo di sottoscrizione dura invariabilmente 45 giorni.      </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/10/Vinylmania-KICKSTARTER-launch2.mht">Vinylmania KICKSTARTER launch</a></p>
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		<title>I conti della serva</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2011/09/25/i-conti-della-serva/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 19:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[La RIAA (Recording Industry Association of America) ha diffuso nello scorso giugno, con un ritardo fisiologico di circa sei mesi, i dati ufficiali relativi alle vendite dei supporti musicali negli USA, ormai distinti, anche ai fini statistici, fra &#8220;fisici&#8221; (CD, LP, DVD, etc.) e &#8220;non fisici&#8221; (download, musica liquida).
Sono numeri che riguardano soltanto il mercato degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La RIAA (Recording Industry Association of America) ha diffuso nello scorso giugno, con un ritardo fisiologico di circa sei mesi, i dati ufficiali relativi alle vendite dei supporti musicali negli USA, ormai distinti, anche ai fini statistici, fra &#8220;fisici&#8221; (CD, LP, DVD, etc.) e &#8220;non fisici&#8221; (download, musica liquida).</p>
<p>Sono numeri che riguardano soltanto il mercato degli Stati Uniti ma, considerata la vastità di tale mercato ed il ruolo guida che da sempre ricopre in questo ed altri settori, sono comunque molto indicativi riguardo la direzione, o le direzioni, che sta prendendo il mondo della musica.</p>
<p>Come ormai avviene da qualche anno a questa parte, si conferma il trend di crescita nella vendita dei supporti liquidi (+2,3%) a scapito dei supporti fisici (-21,8%); questi ultimi costituiscono ancora la fetta maggiore del mercato (il 53% contro il 59% del 2009), ma la forbice sta assottigliandosi sempre più dato che la vendita dei supporti liquidi sale al 47% contro il 41% del 2009. Il 2011 potrebbe essere, e quasi sicuramente sarà, l&#8217;anno del sorpasso. Se torniamo ancora più indietro negli anni, nel 2006 si registrava un 84% contro il 16% a favore dei supporti fisici, nel 2007 il 77% contro il 23%, nel 2008 il 66% contro il 34%. Difficile a questo punto sostenere la tesi che il download non sia un fenomeno destinato a crescere ed a soppiantare la vendita dei supporti fisici (e ricordiamo che qui si parla solo di download legale).</p>
<p>A fronte di questi dati, va comunque registrato un calo generalizzato del numero dei &#8220;pezzi&#8221; venduti, sia fisici che liquidi: -6,8% nel 2010 contro il -3,5% dell&#8217;anno precedente, e sarebbe bello capire se la contrizione dei consumi anche nel campo della musica sia effetto della crisi economica o di un cambio di abitudini e costumi.</p>
<p>E finiamo con una nota positiva, almeno per noi vinilmaniaci. Nel crollo complessivo dei supporti fisici (-21,8% nel 2010) si confermano il calo sensibile delle vendite dei CD (-22,9% nel 2010 contro il -20,5% dell&#8217;anno precedente) ma anche l&#8217;eroica progressione  dell&#8217;aumento delle vendite del vinile (+25,9% nel 2010 contro il +10,8% del 2009). In termini assoluti, come è ovvio, si tratta ancora di numeri irrisori (4 milioni di LP contro i 225 milioni di CD), ma il trend degli anni scorsi sembra confermato ed il &#8220;consumo&#8221; del vinile sta ormai travalicando i confini del mercato di nicchia. Difficile a questo punto continuare a pensare che si tratti solo di una moda passeggera.</p>
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		<title>Stelle cadenti e Astri nascenti</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2011/09/05/stelle-cadenti-e-astri-nascenti/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 20:27:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Juke Box all'Idrogeno]]></category>
		<category><![CDATA[Mother Love Bone]]></category>

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		<description><![CDATA[
Molto probabilmente, se Andrew Wood non fosse stato così idiota da giocare a poker con la propria vita alzando ogni giorno la posta in palio, fino a perdere anche le mutande in quel fatidico marzo del 1990 grazie alla solita overdose di eroina, adesso rischierebbe di essere una rockstar di prima grandezza. Una stella, probabilmente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/FyBJoFz_QPw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Molto probabilmente, se Andrew Wood non fosse stato così idiota da giocare a poker con la propria vita alzando ogni giorno la posta in palio, fino a perdere anche le mutande in quel fatidico marzo del 1990 grazie alla solita overdose di eroina, adesso rischierebbe di essere una rockstar di prima grandezza. Una stella, probabilmente, ormai un po’ offuscata dagli anni e da un physique sempre meno du role, alle prese con un passato ingombrante ed un conto in banca rassicurante, con una serie di album via via più insignificanti ed un manipolo di pensieri troppo grandi per un uomo solo, rivolti, proviamo ad immaginarlo, alle foreste dell’Amazzonia, al buco nell’ozono o al debito pubblico dei Paesi in via di (sotto)sviluppo. Ma in questo, ne siamo sicuri, avrebbe trovato qualche valido alleato, tanto da farci egoisticamente pensare che, in fondo, forse è andata meglio come è andata. E, con la stessa probabilità, tale Eddie Vedder, ancora in preda al più sconfortante anonimato, sotterrati definitivamente i sogni di gloria che ne avevano animato le notti imberbi, sarebbe alle prese con lo stesso autolavaggio o la stessa bottega di hot dog nella quale lo colse il destino, sempre in quel fatidico marzo del 1990, per una partita a dadi dalla quale, almeno lui, è uscito vincitore. E se è vero che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, e che la vita è piena di occasioni mancate o di treni presi per un soffio, di incredibili coincidenze o tragici scherzi del destino, proviamo per un attimo ad immaginare come andrebbero riscritte le enciclopedie del rock se i Pearl Jam, che da quella inaspettata fine ebbero inizio, non fossero mai nati, e se i Mother Love Bone, con un cantante un pochino più furbo, avessero sfruttato la Polygram fino all’ultimo dollaro grazie a quel contratto per sette album che avevano già in mano…</p>
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		<title>Forever Young</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2011/07/01/forever-young/</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 07:14:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Juke Box all'Idrogeno]]></category>
		<category><![CDATA[The Smiths]]></category>

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		<description><![CDATA[
Forse il mondo non è il posto migliore per vivere, ma va anche detto che non ne conosciamo altri&#8230;
L&#8217;Inghilterra thatcheriana dei mid-eighties era probabilmente anche peggio, ed in molti, fra i ragazzi più sensibili, preferivano il buio della prigione dorata della propria cameretta alla luce artificiale di un sole che sembrava spento, e sceglievano di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/eHvbbJ0Sspc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Forse il mondo non è il posto migliore per vivere, ma va anche detto che non ne conosciamo altri&#8230;<br />
L&#8217;Inghilterra thatcheriana dei mid-eighties era probabilmente anche peggio, ed in molti, fra i ragazzi più sensibili, preferivano il buio della prigione dorata della propria cameretta alla luce artificiale di un sole che sembrava spento, e sceglievano di aprire le finestre il meno possibile per lasciare fuori tutta l&#8217;aria viziata&#8230;<br />
Gli anni delle rivolte in mezzo alla strada, degli scontri con la polizia,  della Londra che brucia, del punk disordinato e battagliero, erano irrimediabilmente finiti e le loro macerie fumanti rendevano il clima più torrido e l&#8217;atmosfera ancora più irrespirabile.<br />
Con le loro facce da bravi ragazzi, con la loro musica mai aspra e mai sdolcinata, con la loro malinconica poetica post-adolescenziale ed il  profondo senso di impotenza di fronte alle brutture del mondo &#8220;fuori&#8221;, gli Smiths di Morrisey e Johnny Marr seppero prendere per mano questo disagio per accompagnarlo verso l&#8217;alba di una nuova decade, con il carico di sogni e di speranze che ogni ripartenza si porta irridimediabilmente dietro&#8230;<br />
&#8220;How Soon Is Now?&#8221;, qui nella versione &#8220;extended&#8221; di oltre sei minuti, rimane, in ogni caso, una delle canzoni più belle ed ispirate degli anni ottanta. Alzate il volume.   </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Blues in Cartellone</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2011/06/21/blues-in-cartellone/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 20:33:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Treves Blues Band]]></category>

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		<description><![CDATA[



 
TREVES BLUES BAND &#8211; Blues in Teatro, 2011

di  Giuseppe Ciarallo
 
Il Blues, la musica del diavolo, quella nata nelle infuocate piantagioni di cotone del sud, e cresciuta nei localacci, nelle chiese dei ghetti ma anche nei bordelli galleggianti delle chiatte sul Mississippi, per una volta indossa l’abito buono e fa il suo ingresso, da protagonista, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER.jpg"></a></div>
<div><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER.jpg"></a></div>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER.jpg"></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2486" title="TBB BLUES IN TEATRO COVER" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER-300x269.jpg" alt="TBB BLUES IN TEATRO COVER" width="300" height="269" /></p>
<p> </p>
<p><strong>TREVES BLUES BAND</strong> &#8211; Blues in Teatro, 2011</p>
<p></a></p>
<p>di  Giuseppe Ciarallo</p>
<p> </p>
<p>Il Blues, la musica del diavolo, quella nata nelle infuocate piantagioni di cotone del sud, e cresciuta nei localacci, nelle chiese dei ghetti ma anche nei bordelli galleggianti delle chiatte sul Mississippi, per una volta indossa l’abito buono e fa il suo ingresso, da protagonista, a teatro.</p>
<p>Ma, si badi bene, non c’è alcuna intenzione di spacciare per musica “alta” quella che è ed è bene che resti voce viva ed espressione vera della strada, degli <em>slum</em>, del luogo di lavoro o della malandata catapecchia. Forse, è più corretto dire che è il teatro che scende in strada e si apre al blues per accogliere le sue note e le storie struggenti che parlano di fatica e d’inedia, di dollari e di tasche desolatamente vuote, di alcool, polizia e gattabuia, ma soprattutto, e con frequenza quasi ossessiva, di erotismo e sentimento, di donne e di amore in tutte le sue sfaccettature.</p>
<p>Fabio Treves, decano dei bluesmen italiani, dopo quarant’anni di coerente bluesmilitanza lancia una nuova sfida portando nelle austere sale dei teatri la sua musica potente, la voce chiara e riconoscibile del suo strumento, sfruttando appieno le potenzialità del luogo, senz’altro più adatto di una vivace e chiassosa birreria o di un palco all’aperto, per determinati tipi di sonorità, come ad esempio i fraseggi di armonica appena sussurrati, nudi e limpidi senza amplificazione.</p>
<p>E dunque, è proprio dal palco di un teatro che il Puma lancia il suo nuovo ruggito, un disco live fresco, pulito nei suoni, nel quale si alternano ballate note e meno conosciute dei maestri del blues a brani originali firmati insieme al suo giovane chitarrista, l’ottimo Alex “Kid” Gariazzo. Brani di Snooky Pryor, Robert Johnson, Sonny Terry e Brownie McGhee, ballate tradizionali e cascate di paradisiache (anzi demoniache, visto il genere) note si susseguono nel lettore nella magistrale interpretazione di una pimpante Treves Blues Band.</p>
<p>“Un CD da ascoltare tranquilli in poltrona… come foste a teatro” suggerisce lo stesso Treves.</p>
<p>Per una volta non dategli retta! Approfittando del fatto di essere a casa vostra, saltate su dalla poltrona, battete piedi e mani e lasciatevi andare al ritmo della sua armonica fino all’ultima goccia di energia. Perché il blues a teatro va bene… ma non dimentichiamo le origini!  </p>
<p> </p>
<p><strong> </strong><strong> </strong></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Elegia del grigio</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2011/05/30/elegia-del-grigio/</link>
		<comments>http://www.lateforthesky.org/2011/05/30/elegia-del-grigio/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 May 2011 21:51:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Juke Box all'Idrogeno]]></category>
		<category><![CDATA[The Cure]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lateforthesky.org/?p=2439</guid>
		<description><![CDATA[
Non avevo mai pensato che mi sarei trovato
A letto tra le pietre
Le colonne sono tutti uomini
Che vogliono solo schiacciarmi
Nessuna forma si muove sui laghi scuri e profondi
E non ci sono bandiere che mi riportino a casa
Nelle grotte
Tutti i gatti sono grigi
Nelle grotte
Le trame mi ricoprono la pelle
Nella cella della morte
Una sola nota
Risuona ancora ed ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/hpgNx89B8Y4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>Non avevo mai pensato che mi sarei trovato<br />
A letto tra le pietre<br />
Le colonne sono tutti uomini<br />
Che vogliono solo schiacciarmi<br />
Nessuna forma si muove sui laghi scuri e profondi<br />
E non ci sono bandiere che mi riportino a casa</em></p>
<p><em>Nelle grotte<br />
Tutti i gatti sono grigi<br />
Nelle grotte<br />
Le trame mi ricoprono la pelle<br />
Nella cella della morte<br />
Una sola nota<br />
Risuona ancora ed ancora ed ancora&#8230;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/0113.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2445" title="Teo" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/0113-150x150.jpg" alt="Teo" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Prima del nero di ordinanza, prima dei colori ritrovati di un tramonto lungo e sereno del quale forse avremmo preferito non essere testimoni, ci fu un tempo in cui gli incubi e le visioni di Robert Smith si tinsero irrimediabilmente di grigio, come i gatti che affollavano quella cella in cui lo imprigionavano i propri fantasmi, nelle profondità abissali di una malinconia che era anche orgoglioso e  compiaciuto distacco da una vita normale, da un mondo normale. I confetti wave appena sporcati da una lacrima di malessere adolescenziale di &#8220;Three Imaginary Boys&#8221; (1979) virarono ben presto nelle tinte seppia di &#8220;Seventeen Seconds&#8221; (1980), ma il suo grigio chiaro era ancora attraversato, qua e là, da una spruzzata di colore. </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/0171.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2449" title="Teo" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/0171-150x150.jpg" alt="Teo" width="150" height="150" /></a></p>
<p>L&#8217;immagine sfocata, quasi astratta, che compare sulla copertina di &#8220;Faith&#8221; (1981), sprofonda il mondo di Robert Smith in una nebbia fittissima ed impenetrabile: un grigio totale che copre tutto, nasconde ogni cosa e deforma qualsiasi immagine modificandone i contorni. Così le rovine della Bolton Abbey, una vecchia abbazia dello Yorkshire che popolava gli incubi notturni del piccolo Robert, viene trasfigurata in un soggetto irriconoscibile, e la pianta in primo piano assume le sembianze di un groviglio di rami scheletrici, quasi fosse l&#8217;artiglio di una  strana creatura mostruosa della quale si può solo immaginare il resto del corpo. La realtà, insomma, non viene più rappresentata come quello che appare agli occhi, ma viene costantemente filtrata, trasformata, deformata dal mondo del sogno o, più spesso, da quello dell&#8217;incubo. </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/007.jpg"><img src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/007-150x150.jpg" alt="Teo" title="Teo" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-2456" /></a></p>
<p>Sulle note lente e solenni di questa splendida marcia funebre, sui suoi bassi cavernosi, sulle tastiere eteree e maestose, sulla voce di Robert Smith che entra in sordina, quasi senza disturbare, e se ne va poco dopo trascinata dal lento fluire dello strano corteo per sparire in fondo ad esso senza quasi lasciare traccia, in tanti abbiamo costruito una  dimensione parallela, intima, assolutamente personale; abbiamo scovato un malessere al quale non abbiamo più permesso di abbandonarci perchè, in fondo, rappresenta sempre un rifugio sicuro. Uno dei pochi. La malinconia nella quale, ogni tanto, è bello sprofondarsi, al riparo da tutto e da tutti, in compagnia dei propri pensieri e di quei bilanci che chiudono sempre in perdita.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Faith.jpg"><img src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Faith-300x300.jpg" alt="Faith" title="Faith" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-2464" /></a> </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Bolton-Abbey-21.jpg"><img src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Bolton-Abbey-21-300x212.jpg" alt="Bolton Abbey 2" title="Bolton Abbey 2" width="300" height="212" class="aligncenter size-medium wp-image-2465" /></a></p>
<p>Special Guest: Teo</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/13</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2011/05/27/rock-pop-le-recensioni-di-lfts13/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 22:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Copernicus]]></category>
		<category><![CDATA[Drive By Truckers]]></category>
		<category><![CDATA[Garth Hudson]]></category>
		<category><![CDATA[Israel Nash Gripka]]></category>
		<category><![CDATA[Jesse McReynolds & Friends]]></category>
		<category><![CDATA[Kenny Wayne Shepherd Band]]></category>
		<category><![CDATA[Marbin]]></category>
		<category><![CDATA[North Mississippi All Stars]]></category>
		<category><![CDATA[Pendragon]]></category>
		<category><![CDATA[The Decemberists]]></category>
		<category><![CDATA[The Duke and The King]]></category>
		<category><![CDATA[The Nighthawks]]></category>
		<category><![CDATA[The Wheel]]></category>

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		<description><![CDATA[
THE DUKE AND THE KING 
Long Live The Duke And The King 
2010 Silva Oak/ Loose LP/CD
 
Sono mesi che ascolto questo disco. Sempre con l’intenzione di mettermi a scrivere qualcosa in proposito. Uno dei migliori dischi “nuovi” in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e per nuovi intendo attribuiti ad artisti giovani e con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/a_canadian_celebration_of_the_band_ds1.jpg"></a><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/kw-shepherd.jpg"></a><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/1291847677_618g2kuaxrl._sl500_aa500_1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2418" title="The Duke and The King" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/1291847677_618g2kuaxrl._sl500_aa500_1-150x150.jpg" alt="The Duke and The King" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>THE DUKE AND THE KING </strong></p>
<p><strong>Long Live The Duke And The King </strong></p>
<p><strong>2010 Silva Oak/ Loose LP/CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Sono mesi che ascolto questo disco. Sempre con l’intenzione di mettermi a scrivere qualcosa in proposito. Uno dei migliori dischi “nuovi” in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e per nuovi intendo attribuiti ad artisti giovani e con una proposta musicale fresca, per quanto con le radici ben piantate in tutto quanto è stato prodotto nei quattro decenni precedenti. Si tratta del secondo disco per questa formazione dello stato di New York (Catskill Mountains per la precisione), ma rispetto al debutto la formazione ha raddoppiato il numero dei propri componenti, aggiungendo alla propria musica più punti di forza. Risulta difficile dire chi faccia cosa all’interno del combo il cui nome rimanda a due personaggi truffaldini creati da Mark Twain per il suo <em>Huckleberry Finn</em>, ma è evidente che la voce principale sia quella di Simone Felice, uno dei Felice Brothers di cui avrete senz’altro sentito parlare. Ma anche gli altri (Bobby Bird Burke, cofondatore, Simi Stone e il Nowell Haskins) ci mettono del proprio e la magia del risultato è proprio nello strano melange di voci che si impastano molto bene in questo disco, dando vita a dieci composizioni ben prodotte, con chitarre mai debordanti, sezione ritmica d’impianto folk rock, qualche intromissione fiatistica, armonica e accordeon sparsi qua e là. E che dire della confezione, un bell’album sullo stile dei vecchi vinili (il disco è naturalmente edito anche nel vecchio caro supporto), con libretto contenente i testi e il CD inserito in una busta nera proprio come i vecchi trentatré giri. Ma ciò che vince sono davvero le canzoni: dall’opening di <em>O’ Gloria</em> alla convincente e ben strutturata <em>Shine On You</em> a <em>Right Now </em>giocata sull’amalgama e sull’alternarsi delle voci. <em>Hudson River</em> è una soul ballad che si regge sul cantato davvero black e su una melodia che entra facilmente in testa. <em>No Easy Way Out</em> è invece una canzone folk rock dominata dalla cantante Simi Stone<em> </em>ed è un altro dei punti forti del disco, che come si usava un tempo dura poco meno di quaranta minuti, ma tutti allo stesso livello (personalmente sono sempre stato convinto che i compact disc di più di cinquanta minuti vadano bene per le antologie e per le retrospettive con bonus track, salvo qualche raro caso). E ancora, <em>Children Of The Sun</em> e <em>Have You Seen It?</em>, un brano in cui le influenze younghiane (il gruppo dal vivo esegue spesso brani come <em>Helpless </em>e <em>Long May You Run</em>, ma non fatevi fuorviare da questo, la loro è una proposta originale e non derivativa!) emergono qua e là. In Gran Bretagna le riviste musicali li hanno incensati e anche il “Rolling Stone” tedesco ha speso grandi parole per loro. In Italia sono ancora sconosciuti o quasi. Loro si definiscono folk-soul-glam (quest’ultima definizione soprattutto per ciò che riguarda il look) ma la loro musica va davvero oltre le classificazioni di routine. Provare per credere.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/marbin.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2419" title="marbin" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/marbin-150x150.jpg" alt="marbin" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>MARBIN </strong></p>
<p><strong>Breaking The Cycle </strong></p>
<p><strong>2011 Moonjune CD</strong></p>
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<p>Proprio un bel disco questo <em>Breaking The Cycle</em>, intestato alla formazione israeliana che fa capo a Danny Markovitch (sassofonista) e Dani Rabin (chitarrista), tanto che il nome del gruppo è il risultato di una crasi fra i due cognomi: un disco di musica strumentale che, pur essendo i due leader indirizzati nel filone jazz rock, va oltre le definizioni inventandosi un genere tutto suo che pur facendo trasparire (soprattutto nella prima traccia) la matrice jazzistica, si apre poi verso orizzonti molto diversi dove di volta in volta gli strumenti di Rabin e Markovitch dettano legge creando sublimi atmosfere (<em>Western Sky</em>, <em>Outdoor Revolution</em>, <em>Burning Match</em>, la coinvolgente<em> Old Silhouette </em>tanto per fare qualche titolo) a volte cullate dal sax, altre sferzate dalla chitarra tagliente.  Virate più d’impronta rock si innestano sapientemente su atmosfere più pop che non mancano di fondersi, senza strafare, con la matrice yiddish che fa immancabilmente parte del DNA dei due musicisti. A rinforzare il gruppo ci sono poi il batterista Paul Wertico (con una lunga militanza nella band di Pat Metheny) e il percussionista Jamey Haddad (dalla corte di Paul Simon). A suggellare questo brillante prodotto c’è l’intensità della conclusiva <em>Winds Of Grace</em>, unico brano cantato affidato sia nelle liriche che per quanto riguarda le corde vocali a Daniel White.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/a_canadian_celebration_of_the_band_ds11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2421" title="Garth Hudson" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/a_canadian_celebration_of_the_band_ds11-150x150.jpg" alt="Garth Hudson" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>GARTH HUDSON </strong></p>
<p><strong>A Canadian Tribute To The Band </strong></p>
<p><strong>2011 Curve Music/Sony CD</strong></p>
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<p>Non proprio un’occasione sprecata, ma un’operazione riuscita a metà. Certo, al grande Garth Hudson vanno il plauso e il riconoscimento per aver prodotto un disco tutto canadese dedicato alla musica del suo vecchio gruppo, un disco peraltro caratterizzato, e questo è proprio uno dei suoi pregi, dalle sue tastiere inconfondibili che danno all’opera un senso di continuità che solitamente non si respira nei tribute album tradizionali. Attingendo poi dal repertorio meno scontato di The Band. Il disco inizia alla grande con quattro brani di rilievo: Danny Brooks propone la poco nota e ben realizzata <em>Forbidden Fruit</em>, per non dire del graditissimo e ispirato ritorno di una delle canadesi più interessanti, Mary Margareth O’Hara, che offre subito una delle perle del disco, <em>Out Of The Blue</em>, avvolgente ballata che figurava sulla parte in studio dell’Ultimo Valzer. <em>Acadian Driftwood</em>, brano tutt’altro che facile è invece affidato a Peter Katz che si dimostra molto all’altezza della situazione, come del resto fa Neil Young affiancato dai giovani Sadies nella rilettura di <em>This Wheel’s On Fire</em>, dove la sua chitarra inconfondibile duetta con l’organo di Hudson. Da qui in poi però le cose cambiano e le sorti del disco si fanno alterne: qualche scelta poco oculata nel repertorio, o forse negli esecutori mettono in pericolo il tributo. <em>Ain’t Got No Home</em>, <em>You Ain’t Goin’ Nowhere</em>, <em>I Loved you Too Much</em>, <em>Move to Japan</em> abbassano il livello del disco in maniera irreparabile. Per fortuna, qua e là si aprono altri spiragli notevoli, come in <em>The Shape I’m In </em>(ancora i Sadies, senza Young però), o la brillante <em>Clothes Line Saga </em>dei Cowboy Junkies (anche se il brano è tutto a firma di Dylan), con una Margo Timmins ispirata e Hudson a stendere tappeti di tastiere di cui nessun altro è più capace. Buone anche le due rivisitazioni in cui compare Bruce Cockburn, <em>Sleeping</em> (accompagnato dai Blue Rodeo) e <em>Chest Fever </em>in cui è lui ad accompagnare Ian Thornley. La versione di <em>Yazoo Street Scandal</em> passa invece abbastanza anonimamente. Meglio <em>Tears Of Rage</em> affidata alle corde vocali di Chantal Kreviazuk. Da segnalare, in positive, anche <em>The Moon Struck One</em>, <em>Knockin’ Lost John</em> in chiave irish e <em>King Harvest</em>. Ecco: questo è quanto. Forse è il problema dei CD che hanno più capienza di un trentatre giri, così si tende a riempirli troppo. Questo tributo a The Band dura intorno ai settanta minuti, quarantacinque sarebbero forse bastati e ne avrebbero fatto un ottimo disco, che purtroppo invece non è.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/copernicus-2011.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2422" title="copernicus " src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/copernicus-2011-150x150.jpg" alt="copernicus " width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>COPERNICUS </strong></p>
<p><strong>Cipher And Decipher </strong></p>
<p><strong>2011 Nevermore Inc.- distribuzione Moonjune</strong></p>
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<p>Un nuovo disco di Copernicus, un performer e un poeta soprattutto, prima che un musicista. Questo artista newyorchese, sulla scena fin dagli anni ‘80, dopo aver provveduto tramite la sua etichetta a rendere disponibili i suoi vecchi lavori e a distribuire quelli più recenti in più lingue, è tornato recentemente con un nuovo disco, un lavoro attraversato dal lirismo e dalla nervosità: <em>Cipher And Decipeher</em> è la nuova testimonianza dello smalto che pervade la poetica di questo cantore della grande mela, e del cosmo intero con tutti i suoi mali. Un disco di dieci tracce, per una durata di ben settanta minuti, con Copernicus intento a declamare i suoi versi, accompagnato da un fedele gruppo di collaboratori, alcuni al suo fianco fin dalla prima ora, alcuni titolari di carriere discografiche in proprio a un certo livello, come Larry Kirwan, Thomas Hamlin e Fred Parcells, noti al pubblico per le loro imprese nei Black 47. Il disco, non facile, regge bene anche nella parte finale dominata dal quarto d’ora di <em>The Cauldron</em>, ma le cose migliori sono senza dubbio i brani iniziali <em>Into The Subatomic</em> e <em>Free At Last</em> e le centrali <em>Where No One Can Win</em> e <em>Infinite Streght</em>, forse la traccia più interessante, pervasa dall’inizio alla fine dal sax nervosissimo e tutto newyorchese di Matty Fillou, con la voce di Copernicus che (per fare un paragone) ricorda certe intonazioni tipiche di Moni Ovadia.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nma.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2423" title="nma" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nma-150x150.jpg" alt="nma" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS</strong></p>
<p><strong>Keys To The Kingdom</strong></p>
<p><strong>2011 Songs Of The South CD</strong></p>
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<p>Giunti al sesto disco in studio a tre anni di distanza da Hernando, i NMA pubblicano il loro album più personale, fortemente influenzato dalla morte del musicista e produttore Jim Dickinson, padre di Luther (voce e chitarra) e Cody (batteria) che compongono il trio con Chris Chew (basso). Inciso nello studio di famiglia Zebra Ranch, Keys To The Kingdom ha un suono meno duro che in passato, permeato di blues e gospel, incentrato sulle canzoni più che sulla chitarra di Luther, presente ma non dominante. Detto questo non è che manchino brani potenti o ritmati, come l&#8217;aspro rock di <em>This A&#8217; Way</em> che apre il disco, il successivo trascinante blues <em>Jumpercable Blues</em> nel quale la slide di Luther è affiancata dall&#8217;amico Gordie Johnson o la grintosa <em>Hear The Hills</em>. Ma gli episodi migliori mi sembrano quelli più riflessivi e personali: il gospel blues di stampo sudista <em>The Meeting</em>, cantato con il cuore da Luther aiutato dall&#8217;inconfondibile voce di Mavis Staples, la deliziosa <em>How I Wish My Train Would Come</em>, il gospel <em>Let It Roll</em> (già presente nel disco solo di Luther Onward &amp; Upward) e la splendida <em>Ain&#8217;t No Grave</em>, con un testo dedicato al padre, arricchita dalla slide di Ry Cooder. Da non trascurare l&#8217;originale versione di <em>Stuck Inside Of Mobile</em> di Bob Dylan con un arrangiamento suggerito da Jim Dickinson ai figli pochi giorni prima di morire. Dopo un paio di brani meno riusciti, <em>Jellyrollin&#8217; All Over Heaven</em> chiude il disco celebrando la vita eterna con leggerezza e serenità.  </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/israel-nash.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2424" title="israel nash" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/israel-nash-150x150.jpg" alt="israel nash" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>ISRAEL NASH GRIPKA</strong></p>
<p><strong>Barn Doors And Concrete Floors</strong></p>
<p><strong>2011 Israel Nash Gripka CD</strong></p>
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<p>Dopo l&#8217;interessante esordio <em>New York Town</em> di due anni fa, Israel ha lasciato la grande mela rifugiandosi in un vecchio granaio nelle Catskill Mountains con il produttore Steve Shelley e un gruppo di amici per registrare il secondo album. L&#8217;ambiente rilassato e l&#8217;assenza di pressioni hanno sicuramente contribuito alla riuscita di <em>Barn Doors And Concrete Floors</em>, un disco eccellente che ha già ricevuto recensioni molto positive sia negli Stati Uniti che in Europa. Figlio di un pastore battista, Israel Nash ha avuto un&#8217;adolescenza complicata tra alcool e carcere, con quei contrasti di positività e negatività che hanno caratterizzato grandi artisti. Influenzato dai cantatutori rock classici (in primis Neil Young e Ryan Adams), ma anche dal gospel, dal country, dal folk e dalla roots music, Gripka dimostra soprattutto una capacità compositiva non comune a partire da <em>Fool&#8217;s Gold </em>un mid-tempo accattivante di presa immediata che può anche richiamare gli Stones di <em>Exile On Main Street</em>. L&#8217;ambiente bucolico sembra incidere sul country malinconico di <em>Drown</em> e sulla riflessiva ballata <em>Sunset, Regret</em>. Non ci sono tracce deboli in questo disco, ogni brano meriterebbe una citazione, dall&#8217;irresistibile melodia di <em>Four Winds</em> con la pedal steel di Rich Hinman al grintoso rock di <em>Louisiana</em> che precede la splendida <em>Baltimore</em> nella quale la voce di Gripka ricorda il maestro Young e la chitarra solista si lascia andare in un brillante assolo affiancata dall&#8217;armonica. Ma si possono dimenticare il country rock di <em>Red Dress</em> o la sofferta ballata acustica <em>Bellwether Ballad</em>? Quando si spengono le note di <em>Antebellum</em> (inzio lento, chitarra elettrica distorta e finale in crescendo) viene voglia di schiacciare nuovamente il tasto play per riascoltare un disco che sicuramente finirà nella mia top ten dell&#8217;anno.  </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/pendragon.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2425" title="pendragon" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/pendragon-150x150.jpg" alt="pendragon" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>PENDRAGON </strong></p>
<p><strong>Passion</strong></p>
<p><strong>2011 Toff Records/ Snapper CD</strong></p>
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<p>In attività dagli anni ’80, sempre guidati dal leader Nick Barrett (voce, chitarra, compositore e produttore con Karl Groom), i Pendragon tengono alto con gli I.Q. il nome del progressive britannico. Con <em>Passion</em> proseguono nel cammino intrapreso con il precedente <em>Pure</em> (Toff 2008), che aveva evidenziato un indurimento del suono con alcune sperimentazioni. Un disco aspro e oscuro, almeno nell&#8217;iniziale title track e in <em>Empathy</em>, caratterizzata da una chitarra insinuante e da un drumming potente, accostabili al prog metal. Anche <em>Feeding Frenzy</em>, pur non priva di melodia, segue lo stesso schema, mentre il suono si apre alla melodia in <em>The Green And Pleasant Land</em>, uno splendido brano prog con un testo nostalgico sugli aspetti positivi della Gran Bretagna del passato, contrapposti ai difetti odierni. <em>It&#8217;s Just A Matter Of Not Getting Caught</em> ha una struttura complessa con una ritmica hard che contrasta la voce melodica, <em>Skara Brae</em> alterna toni diversi con un inserimento di voce rappata, una ritmica ripetitiva e una confusione di fondo. Si chiude con <em>Your Black Heart</em>, un brano evocativo improntato sull&#8217;uso del pianoforte, con una chitarra floydiana, caratteristica dello stile melodico di Barrett. Un disco controverso che lascia qualche dubbio, con meno chitarra solista del solito, un approccio più vicino al rock, una presenza quasi di contorno delle tastiere di Clive Nolan e una qualità compositiva inferiore ai momenti migliori della band. Oltre all&#8217;edizione normale è reperibile un&#8217;edizione limitata con un DVD nel quale Barrett racconta la genesi dell&#8217;album.     </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/kw-shepherd1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2427" title="kw shepherd" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/kw-shepherd1-150x150.jpg" alt="kw shepherd" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>KENNY WAYNE SHEPHERD BAND</strong></p>
<p><strong>Live! In Chicago</strong></p>
<p><strong>2010 Roadrunner CD           </strong></p>
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<p>Quando esordì a diciassette anni nel 1995 con Leadbetter Heights, Shepherd sembrava destinato a una carriera folgorante. Le promesse sono state mantenute solo in parte; come per altri talenti della chitarra blues più o meno recenti (Joe Bonamassa, Jonny Lang e Jeff Healey i casi più eclatanti) le capacità tecniche indiscutibili non hanno sempre trovato materiale o produttori all&#8217;altezza. Così Kenny ha alternato album poco convincenti fino al brillante <em>10 Days Out</em>, un omaggio ai vecchi bluesmen del Sud diventato un documentario e un album di grande qualità nel 2007. Questo recente live si ricollega al precedente progetto, essendo stato registrato nel corso del tour di <em>10 Days Out</em> alla House of Blues di Chicago con ospiti due grandi veterani come Hubert Sumlin (ex chitarrista di Howlin&#8217; Wolf) e Willie “Big Eyes” Smith (ex batterista di Muddy Waters) e due chitarristi che hanno aiutato Kenny a inizio carriera, Bryan Lee (che lo invitò on stage a New Orleans a tredici anni) e Buddy Flett. E non si può dire che si tratti di un disco poco riuscito! Shepherd dimostra le sue qualità fin dai primi brani <em>Somehow, Somewhere, Someway</em> e <em>King&#8217;s Highway</em>, fortemente influenzati dallo stile di Stevie Ray Vaughan e nella swingata <em>Deja Voodoo</em>, esplosiva nella coda chitarristica. Il concerto sale ulteriormente di tono con gli ospiti; Buddy Flett è protagonista della sua <em>Dance For Me Girl</em>, un blues tosto profumato di Louisiana, mentre Willie Smith svetta alla voce e all&#8217;armonica in <em>Baby Don&#8217;t Say That No More</em> e nello slow <em>Eye To Eye</em>, classico blues di Chicago. Notevoli le versioni di <em>How Many More Years</em> e di <em>Sick And Tired</em>, entrambe con Sumlin alla chitarra e voce solista. La qualità resta alta fino alla cadenzata <em>Blue On Black</em>, nella quale spiccano la voce di Noah Hunt, cantante del gruppo di Kenny e la chitarra del leader che si distende in un assolo in crescendo molto efficace, seguita dalla conclusiva <em>I&#8217;m A King Bee</em>, grintosa e tagliente al punto giusto.</p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/drive-by.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2428" title="drive by" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/drive-by-150x150.jpg" alt="drive by" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>DRIVE BY TRUCKERS</strong></p>
<p><strong>Go-Go Boots </strong></p>
<p><strong>Sometimes Late At Night</strong></p>
<p><strong>2011 Ato Records     </strong></p>
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<p>Che la band di Athens sia una delle più interessanti prodotte dal Sud degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni è indubbio. Riuscendo a miscelare con notevoli capacità influenze diverse (punk, rock sudista e alternative country) creando un suono riconoscibile e personale, la band di Patterson Hood (figlio di David Hood, celebrato bassista degli studi Muscle Shoals) ha avuto una prima fase underground culminata nel brillante doppio <em>Southern Rock Opera</em>, seguita da un periodo con la New West che ha prodotto album di ottima qualità come <em>Dirty South</em> e <em>A Blessing And A Curse</em>. La separazione con il chitarrista e cantante Jason Isbell, che aveva contribuito a questi ultimi dischi e   qualche incertezza di Hood e dell&#8217;altro compositore Mike Cooley hanno inciso sulla riuscita di <em>The Big To Do</em>, uscito l&#8217;anno scorso, e di questo <em>Go-Go Boots</em>, un disco strano (e troppo lungo) rispetto alla produzione precedente in quanto giocato quasi interamente su brani mid-tempo, a volte privi di incisività, troppo simili tra loro e con un suono un po&#8217; piatto e compresso. Il livello medio è discreto con poche vette: la ritmata e insinuante <em>I Used To Be A Cop</em>, la conclusiva <em>Mercy Buckets</em> e le due cover di Eddie Hinton, <em>Everybody Needs Love</em> e <em>Where&#8217;s Eddie</em>. L&#8217;edizione inglese è uscita con un interessante Bonus EP in omaggio (reperibile su <a href="http://www.roughtrade.com/">www.roughtrade.com</a>) comprendente una inedita cover di <em>When I Ran Off And Left Her</em> di Vic Chestnutt, intensa ballata intimista venata di country e cinque brani registrati dal vivo ad Atlanta e Madison: <em>I Used To Be A Cop</em> e <em>Mercy Buckets</em>, più intense e grintose rispetto alle versioni in studio, una suadente <em>Everybody Needs Love</em><strong>,</strong> la trascinante <em>Get Downtown</em> e un medley aspro e dissonante di <em>Buttholeville</em> (tratto dall&#8217;esordio <em>Gangstabilly</em>) con <em>State Trooper</em> di Bruce Springsteen. Dal vivo i Drive By Truckers si confermano eccellenti, mentre in studio forse è il momento di concedersi un attimo di pausa dopo anni di attività frenetica. </p>
<p><em>Paolo Baiotti         </em></p>
<p><em> </em></p>
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<p><em>       <a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/decemberists1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2430" title="decemberists" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/decemberists1-150x150.jpg" alt="decemberists" width="150" height="150" /></a></em></p>
<p><strong>THE DECEMBERISTS</strong></p>
<p><strong>Live At The Bull Moose</strong></p>
<p><strong>2011 Capitol CD</strong></p>
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<p><em>The King Is Dead</em>, il recente album della band della costa ovest, è considerato uno dei migliori dischi di questi primi sei mesi. Colin Meloy e compagni hanno lasciato da parte le influenze prog presenti in passato (ad esempio nell&#8217;eccellente <em>The Crane Wife</em>), privilegiando una scrittura aderente al formato della canzone breve tra folk, country e pop. L&#8217;innato gusto per la melodia e la qualità dei brani hanno contribuito alla riuscita di un disco tanto piacevole da ascoltare quanto lontano dalla banalità spesso accostata al pop rock. Questo mini album di sette brani, registrato a gennaio in un negozio di dischi di Scarborough in Maine, e uscito in occasione del Record Store Day in edizione limitata di 2500 copie, conferma i pregi della recente produzione della band. Sette brani dei quali sei tratti da <em>The</em> <em>King Is Dead</em> che, anche dal vivo, non perdono nulla della loro naturale fluidità, guadagnando in carattere e calore. Il singolo <em>Down By The Water</em> (chiaramente ispirato dai REM&#8230;non a caso Peter Buck è ospite nella versione in studio) e <em>This Is Why We Fight</em> sono due brani trascinanti dalla melodia irresistibile, <em>Rox In The Box</em> riprende con sapienza la lezione folk-rock dei Fairport Convention, <em>June Hymn</em> è riflessiva e intimista, mentre <em>All Arise!</em> è allegra e coinvolgente e <em>Rise To Me</em> evidenzia le qualità vocali di Meloy e i raffinati arrangiamenti dei compagni (deliziosi la pedal steel di Chris Funk e l&#8217;armonica di Colin). Si chiude con la preziosa cover della ballata country <em>If I Could Win Your Love</em> dei Louvin Brothers. Peccato che l’album duri solo mezz&#8217;ora!  </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/mcreynolds.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2431" title="mcreynolds" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/mcreynolds-150x150.jpg" alt="mcreynolds" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>JESSE McREYNOLDS &amp; FRIENDS</strong></p>
<p><strong>Songs Of The Grateful Dead</strong></p>
<p><strong>2010 Woodstock Records CD</strong></p>
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<p><strong>THE WHEEL<a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/the_wheel1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2435" title="the_wheel" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/the_wheel1-150x150.jpg" alt="the_wheel" width="150" height="150" /></a></strong></p>
<p><strong> A Musical Celebration Of Jerry Garcia</strong></p>
<p><strong>2011 Nugs.net CD</strong>    </p>
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<p>L&#8217;anno scorso, sviluppando un&#8217;idea di Sandy Rothman (musicista di bluegrass e compagno di Jerry Garcia nei Black Mountain Boys e nella Acoustic Band), il grande cantante e mandolinista bluegrass Jesse McReynolds ha pubblicato un eccellente tributo alla musica del leader dei Grateful Dead. Nato nel 1929 in Virginia, McReynolds ha formato con il fratello Jim nel 1947 il duo Jim &amp; Jesse ed è considerato un musicista innovativo e influente in ambito bluegrass. Ed è stato uno degli artisti preferiti di Garcia negli anni dell&#8217;adolescenza, come racconta Rothman nel booklet del dischetto. McReynolds ha chiamato i componenti del suo gruppo Virginia Boys e alcuni amici che in passato hanno collaborato con Garcia in ambito acustico come Stu Allen e David Nelson, scegliendo dodici tracce (quasi tutte scritte da Jerry con Robert Hunter) riarrangiate tra country e bluegrass con ottimi risultati. In particolare la dolente <em>Black Muddy River</em>, la raffinata <em>Ripple</em>, l&#8217;improvvisata <em>Bird Song</em> (che mantiene un sapore psichedelico di fondo), la melanconica <em>Loser </em>(ottima prestazione vocale di McReynolds) e la ballata <em>Standing On the Moon</em> spiccano in un dischetto che si ascolta con grande piacere, chiuso da <em>Day By Day</em>, unico brano composto da McReynolds con Robert Hunter. Di pari livello il concerto organizzato dalla Rex Foundation (l&#8217;organizzazione benefica fondata dai Grateful Dead) il 4 dicembre del 2010 al Fillmore di San Francisco che ha riunito McReynolds con David Nelson, Peter Rowan, Barry Sless e altri musicisti presenti nel disco o comunque legati a Garcia. I brani migliori sono stati raccolti in un compact disc reperibile sul sito <a href="http://www.nugs.net/">www.nugs.net</a> che dimostra per l&#8217;ennesima volta la valenza universale del songwriting di Jerry. Dodici tracce tra le quali una liquida <em>Ripple</em> con Nelson (uno dei fondatori dei New Riders Of Purple Sage) alla voce solista e Steve Thomas al violino, la ballata <em>Peggy-O</em> (un tradizionale interpretato più volte da Garcia sia da solo che con i Grateful Dead) sempre con Nelson alla voce e un prezioso Mookie Siegel alla fisarmonica, una deliziosa <em>Standing On The Moon</em> con intreccio di violino, mandolino, fisarmonica e pedal steel nella coda strumentale, <em>Franklin&#8217;s Tower</em> trascinante anche in veste prevalentemente acustica, il tradizionale <em>Dark Hollow</em> con Peter Rowan (compagno di Garcia nella seminale band di bluegrass Old And In The Way) e la trascinante <em>The Wheel</em>, improvvisata in grande scioltezza.</p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nighthawks-live.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2433" title="nighthawks live" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nighthawks-live-150x150.jpg" alt="nighthawks live" width="150" height="150" /></a></p>
<p> <strong>THE NIGHTHAWKS</strong></p>
<p><strong>Last Train To Bluesville</strong></p>
<p><strong>2010 Rip Bang CD</strong></p>
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<p>Gli inossidabili Nighthawks proseguono nel loro cammino iniziato nel 1972 quando l&#8217;armonicista Mark Wenner formò la band a Washington D.C. con il chitarrista Jimmy Thackery (che ha avviato una carriera solista nel 1986). In questo disco acustico, registrato dal vivo negli studi della radio Sirius/XM, la formazione comprende due membri originali, Wenner e Pete Ragusa (batteria) che si è ritirato proprio dopo questa incisione sostituito da Mark Stutso (che curiosamente proviene dalla band di Thackery), oltre a Paul Bell (chitarra) e Johnny Castle (basso). Anche in veste acustica il quartetto non delude, muovendosi con scioltezza e naturalezza tra blues e roots music, guidato da Wenner principale voce solista a proprio agio sia nello swingato rock and roll <em>The Chicken And The Hawk</em> (famosa la versione di Big Joe Turner) che nello slow blues di Muddy Waters <em>Ninenteen Years Old</em> e nella raffinata <em>Rainin&#8217; In My Heart</em>. Ragusa canta il divertente doo-wop <em>I&#8217;ll Go Crazy</em> di James Brown, mentre Johnny Castle è protagonista in <em>You Don&#8217;t Love Me</em> e nel classico di Chuck Berry <em>Thirty Days</em>. Il blues jazzato di <em>High Temperature</em> e le note inconfondibili di una ritmata <em>Rollin&#8217; And Tumblin&#8217;</em> chiudono un disco fresco e incisivo che non sfigura nel corposo catalogo di una band che ha dato molto alla musica tradizionale americana.                             </p>
<p> <em>Paolo  Baiotti</em></p>
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