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Verso il centro del mirino…

di Marco Tagliabue

20 luglio 2010

Mi alzo in volo presto nella nebbia del primo mattino/in un drago di metallo imprigionato nel tempo/Accarezzo le onde di un mare sotterraneo/nella strana fantasia di un mondo da sogno. Il sole descrive un cerchio di fuoco come una volta nel cielo/il 25 è un’ombra velocissima sul verde mare lucente/Oltre la macchia pallida di una terra aliena/abbiamo solo tempo di rifugiarci nelle mani di qualche strano dio. I ragni neri della contraerea esplodono nel cielo/raggiunti su ogni lato da strani artigli contorti/Non c’è tempo per scappare, non c’è modo di nascondersi/Non si può fermare questa corsa suicida. Le strade di una città giocattolo si moltiplicano sotto i miei occhi/germogliano come grappoli di funghi in un mondo surreale/Questo incubo sembra proprio non finire/e il tempo scorre lento come se non fosse mai cominciato. 30 secondi in una corsa a senso unico/30 secondi e nessuna possibilità di nascondersi/30 secondi per Tokyo.

Un riff di chitarra asciutto e circolare, una linea di basso che incalza su un frusciante tappeto sintetico, la voce di Thomas che narra dal profondo. Una tensione che sale attimo dopo attimo e che trova solo una piccola valvola di sfogo nelle aperture strumentali che spezzano il brano, piccole esplosioni di psichedelia free form con gli strumenti in caduta libera. Ma il solito riff ipnotico reintroduce nel vortice ed una nuova strofa getta altra benzina sul fuoco. Disperazione, angoscia e claustrofobia aumentano la loro pressione, diventano quasi palpabili; la tensione emotiva giunge a livelli insostenibili fino alla liberazione finale, con la voce allucinata di Thomas che ripete all’infinito il suo tragico refrain mentre gli strumenti esplodono ed il synth di Ravenstime sfregia la tela a colpi di lametta. Nessuno è mai andato oltre, nessuno è riuscito a rappresentare il senso apocalittico della fine e della sua ineluttabilità, a dargli un impatto visivo oltre che strumentale, come i Pere Ubu attraverso la tragica epopea del pilota che conduce se stesso ed il proprio carico di morte verso il centro del mirino. 30 Seconds Over Tokyo/Heart Of Darkness, primo singolo della band autoprodotto per la minuscola Hearthan Records vede la luce nel settembre del 1975 e per passare alla Storia, proprio quella con la esse maiuscola, David Thomas e soci davvero non avrebbero avuto bisogno di altro.

Pere Ubu “Long Live Père Ubu!”

di Marco Tagliabue

27 ottobre 2009

…in appendice alla retrospettiva pubblicata sul n.97 di Late For The Sky…

 

Long Live Père Ubu!

 

Pere Ubu: LONG LIVE PERE UBU!  2009 Cooking Vinyl  CD   

Lo avevamo preannunciato che qualcosa stava bollendo in pentola e, puntuale, pochi giorni dopo aver chiuso l’articolo, arriva la notizia che il 15 settembre uscirà il nuovo album dei Pere Ubu. “Long Live Père Ubu!” presenta gli Ubu nella stessa formazione di “Why I Hate Women” con un paio d’ospiti d’eccezione: la celebre cantante soul-jazz Sarah Jane Morris, che affianca David Thomas alla voce, ed il manipolatore elettronico Gagarin in un ruolo piuttosto difficile da inquadrare, ma certo non di primissimo piano. Cominciamo subito con il dire che “Long Live Père Ubu!” non è il “solito” disco dei Pere Ubu. Purtroppo.

Trentacinque anni fa David Thomas battezzò la propria band Pere Ubu ispirandosi al personaggio principale della pièce teatrale “Ubu Roi” di Alfred Jarry, padre della Patafisica e fra i precursori del Teatro dell’Assurdo. Il legame fra le astrazioni musicali intorno alle quali il cantante andava modellando la propria creatura, e quelle di cui si serviva il teatro-non teatro di Jarry per prendere a pugni lo spettatore, era evidentemente tale da giustificare una delle ragioni sociali più bizzarre ed anti-comunicative di sempre per una rock band. Una vera e propria corrispondenza di amorosi sensi sulla cui natura Thomas ha scantonato per molti anni, senza mai dare una spiegazione esatta riguardo al suo vero significato. Fino a quando, il 24 e 25 aprile 2008 alla Queen Elizabeth Hall di Londra, ha finalmente deciso di confrontarsi con la propria storia, e fors’anche con il proprio destino, portando in scena “Bring Me The Head Of Ubu Roi”, un adattamento teatrale del testo di Alfred Jarry che aveva ispirato il nome della band. Più che un adattamento si tratta, in effetti, di una vera e propria riscrittura dell’opera, che è stata “attualizzata” ed in un certo senso anche proiettata nel futuro dalla vigorosa penna di Thomas. Sul palco tocca al corpulento leader, naturalmente, il ruolo di Père Ubu, personaggio abbietto e meschino costretto dall’odiosissima moglie (Mere Ubu, Sarah Jane Morris), manovrata da un’assurda volontà di riscatto, ad uccidere il proprio re per dare a tutti dimostrazione di forza e di potere. Non ce la farà, naturalmente, e passerà il resto dei suoi giorni nascosto in una squallida caverna a rimuginare sugli errori commessi.

Più musical che opera rock, “Long Live Père Ubu!” è un album che deve necessariamente allineare alla propria dimensione musicale quella più prettamente teatrale, in un legame per forza di cose indissolubile, così come la voce di Thomas è costantemente affiancata a quella della Jane-Morris, formando un’accoppiata strana all’idea della quale, quantomeno, non siamo mai stati abituati dalle produzioni precedenti dei Pere Ubu. Ma, oltre che l’ispirazione, sono anche i contenuti che fanno di “Long Live Père Ubu!” un album diverso dai “soliti” album dei Pere Ubu e, considerando che negli ultimi anni/lustri lo standard era rappresentato da capolavori o poco meno, il lettore accorto forse ha già capito dove vogliamo andare a parare. Siamo probabilmente alle prese con un’opera di transizione, con un album che viaggia parallelo rispetto alla discografia principale degli Ubu, anche se le dichiarazioni di Thomas il quale, forse per la prima volta, si dichiara completamente soddisfatto del proprio lavoro, lasciano presagire il peggio o, nella migliore delle ipotesi, un’accorta strategia promozionale. Diciamo che, quasi sicuramente, “Long Live Père Ubu!” chiude un ciclo, o allo stesso modo ne apre un altro, tracciando comunque, se non la quadratura del cerchio, un punto di approdo abbastanza importante nella storia degli Ubu. E, speriamo, di (veloce) ripartenza. Il suo referente più diretto, almeno in termini musicali, potrebbe essere il Tom Waits di “Frank’s Wild Years”, anche se in quel progetto le canzoni avevano un autonomia maggiore rispetto alla loro dimensione teatrale. “Long Live Père Ubu!”, invece, non può essere letto disgiuntamente da essa e, questo, a parere di chi scrive, più ancora della qualità non sempre ispirata delle tracce che lo compongono, ne rappresenta il limite maggiore. E’ altrettanto chiaro poi che dai Pere Ubu ci si aspetta sempre il meglio, complici le meraviglie a cui hanno abituato i propri ascoltatori, e anche una piccola sensazione di amaro in bocca ha lo stesso effetto di un semplice cerchio al capo per chi non sa nemmeno cosa sia il mal di testa.

Eppure l’inizio, nel segno di una Ubu Overture tutta chitarre e grugniti, ritmi meccanici e furiose folate di theremin, è in perfetto stile Ubu, ma già con Song Of The Grocery Police, Banquet Of The Butchers e March Of Greed siamo in una nefasta atmosfera da musical con brani semplici e diretti cantati a due voci. Less Said The Better, tutta rutti ed elettronica scarnificata, è francamente imbarazzante, mentre Big Sombrero (Love Theme), Bring Me The Head e Slowly I Turn sembrano rivisitare un po’ troppo da vicino l’universo di Tom Waits. Road To Reason e Watching The Pigeons sono gli unici due brani dalla struttura più marcatamente rock, mentre The Story So Far è un lungo jazz noir recitato a due voci su una base molto lenta e scarna tormentata da una selva di effetti. Snowy Livonia dura poco più di un minuto ma è perfetta sul piano strumentale, e l’altro minuto e mezzo di Elsinore & Beyond altro non è che uno smilzo dialogo di chiusura, magari già da dietro il sipario. Che, speriamo, si rialzi in fretta e bene, perché quando anche le certezze cominciano a scricchiolare…non rimane che buttarsi in politica.

Marco Tagliabue