Archivio di aprile 2018

Voglia di vinile, elogio delle Fiere del Disco.

di Roberto Anghinoni

18 aprile 2018

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Dopo la pausa (quasi) di gennaio sono tornate prepotentemente alla ribalta le Fiere del Disco, un appuntamento ormai quasi settimanale, sulla scia del consolidato e fortemente tradizionale mercato anglosassone, dove di fiere del disco ce n’è a bizzeffe, ogni week-end, un po’ ovunque.

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Pubblichiamo qualche foto, estremamente esemplificative, che testimoniano come il fenomeno stia attirando un sacco di gente, di tutte le età. La magia del vinile (ma anche del CD e dei DVD) è sempre viva, anzi di più, perché se è vero che molte persone le visitano per curiosità, è altrettanto vero che poi questa curiosità si trasforma in ricerca, e la ricerca in acquisti. Chi non ha più il giradischi, se lo compra (anche in queste fiere), i giovani girano fra gli stand con il telefonino in una mano e i dischi nell’altra, nel nome di una convivenza possibile, nonostante l’incubo del digitale.

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E con ormai frequente regolarità si annunciano nuove date, stanno partendo anche i week-end itineranti (per esempio , il 28 aprile a Somma Lombardo (VA) e il 29 aprile a S.Vittore Olona (MI), e sempre il 29 aprile c’è anche Mariano Comense.

san vittore olona 29 aprile

Il 14 e 15 aprile c’è stata la due giorni a Varese, una Fiera che possiamo considerare storica, visto che ha festeggiato la sua edizione numero 37. Cardano al Campo/ Malpensa (VA) sarà il 20 maggio. Questi ovviamente sono solo alcuni degli appuntamenti. Grandi città come Torino, Bologna, Genova e Verona, anche Bergamo, Brescia e Alessandria hanno le loro tradizionali Fiere del Disco, e poi chissà quante altre un po’ in tutta Italia.

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L’importante è che il vinile continui a girare, e un po’ di merito va anche alle Fiere del Disco. Le foto che vedete sono state scattate a Busto Arsizio e a Varese.

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MOJO MONKEYS – Swerve On

di Paolo Crazy Carnevale

17 aprile 2018

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MOJO MONKEYS – Swerve On (Medikull/Hemifran 2017)

Ecco qui un dischetto di rock ‘n’roll da terzo millennio, senza pretese ma godibile, nulla di nuovo, ma tanta voglia – da parte del trio titolare – di divertirsi suonando una musica che fa parte del suo DNA.

I Mojo Monkeys, di base a Los Angeles dove i tre componenti del gruppo hanno inanellato una serie di collaborazioni così altisonanti da mettere paura, hanno registrato questo loro terzo disco presso lo studio Honky Abbey, sotto la supervisione del batterista e cantante della formazione David Raven, il cui pedigree da paura include Lucinda Williams, Meat Puppets, Beth Hart, Bobby Womack e Delaney Bramlett (tanto per dire bruscolini).

È un disco, questo Swerve On, di rock’n’roll/blues notturno, a tratti punk, a tratti swingante (i brani d’apertura intitolato Tuscaloosa Maybe e Two Shots su tutti), musica per divertirsi in definitiva, sia suonandola che ascoltandola.

Con Raven ci sono il chitarrista Billy Watts che ha suonato con John Trudell e il bassista Taras Prodaniuk che ha lavorato molto con Lucinda Williams, Richard Thompson, Dwight Yoakam e (con Raven) ha fatto parte della house band di un bel tributo a Gram Parsons pubblicato in DVD una quindicina d’anni fa.

Sono undici le tracce che compongono il disco e, tralasciando le iniziali composizioni swing, la parte più divertente è quella rock’n’roll venata di blues che domina dalla terza traccia in poi, About To Get Gone ad esempio strizza l’occhio a John Hiatt ma anche a certe sonorità più sotterranee quali quelle di Tito Larriva, Beat Bus Driver ha una parte strumentale centrale assai contagiosa.

Music for fun, senza dubbio: come già osservato credo che nessuno di questi Mojo Monkeys abbia mai pensato di realizzare un capolavoro musicale, quanto al divertimento direi che l’obiettivo è raggiunto in pieno, sia con brani crepuscolari come If I Were Gone o Argyle & Selma, o con la cover della Ride Your Pony di Allen Toussaint, che con la robusta ballad che intitola il disco.

Come ospiti nel disco suonano Gregg Sutton (altro veterano della città degli angeli) e Marty Rifkin (che ha suonato con Springsteen, Tom Petty, Jewel…).

JOHN GORKA – True In Time

di Paolo Crazy Carnevale

12 aprile 2018

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JOHN GORKA – True In Time (Red House/IRD 2018)

C’è qualcosa di nuovo che ci si possa aspettare dal cantautorato americano classico? La risposta probabilmente è no. Certo, ci sono le eccezioni, e ci sono le varie scuole cantautorali: ci sono i rudi texani, ci sono i californiani, ci sono quelli del midwest e ci sono naturalmente quelli metropolitani, quasi tutti sono riconducibili ora a quel genere che viene definito “americana”.
John Gorka è uno dei pionieri, uno di quelli più legati a questa denominazione, uno dei primi, sono trent’anni che porta in giro le sue canzoni e da almeno venti è legato stabilmente (anche se vi aveva esordito nel 1987) alla Red House, la label che fa capo a Greg Brown, un altro della stessa scuola musicale.

Posto, come si diceva in apertura, che è difficile attendersi qualcosa di nuovo, questo recente CD di Gorka è un disco piacevole, magari non entusiasmante e senza vibrazioni particolari: una manciata di buone – non eccelse – composizioni, qualcuna più interessante, altre più sonnacchiose (complice anche la voce del titolare), o anche tediose (la title track, che non aiuta molto essendo posta in apertura del disco e ripresa anche in chiusura in versione più lunga).
Il disco è stato registrato in pochi giorni a Minneapolis, con un ristretto gruppo di amici fidati con cui Gorka ha messo insieme una base molto fluida per le proprie composizioni, il tutto sotto la produzione di Rob Genadek, altro frequentatore abituale del nostro.
Al lavoro poi sono state aggiunte varie parti vocali registrate da altri amici/amiche di Gorka in differenti studi e stati americani: c’è Lucy Kaplanski che canta in Nazarene Guitar mentre Don Richmond e Jim Bradley sono ospiti nella border ballad Arroyo Seco, una delle cose più riuscite del disco. Tattoed è un brano dalla bella amalgama sonora, con le tastiere di Tommy Barbarella in particolare evidenza. Crowded Heart è invece una delicata ballata acustica senza particolari picchi, come la dolente Fallen For You, contrappuntata dalla pedal steel di Joe Savage. Più briose la spiritosa The Body Parts Medley, piacevole canzoncina in controtempo, The Ballad Of Iris And Pearl con la voce ospite di Eliza Gilkynson, sicuramente tra le cose più riuscite del disco.

Gregg Stewart: un anno, due dischi.

di Paolo Baiotti

8 aprile 2018

Cresciuto nel New Jersey, Gregg si trasferisce in California a sedici anni per completare gli studi e cercare di emergere nel mondo dell’arte, ma si ritrova a lavorare in Ontario come manovratore di carrelli elevatori. In questo periodo inizia a suonare in una band di punk e a 22 anni firma un contratto come autore per la Emi, inserendosi nella scena di Los Angeles. Partecipa alla formazione di una band di pop/rock che firma per la Elektra, poi forma una label indipendente e incide nel ‘99 il primo disco della band Stewboss, Wanted A Girl nel quale compone, canta e suona la chitarra. Cinque brani sono inseriti in film e serie tv, compresa Let’s Go For A Ride nella colonna sonora di 3.000 Miles To Graceland (con Kevin Costner e Kurt Russell). Stewboss pubblicano altri tre dischi tra il 2002 e il 2006, senza ottenere visibilità in un ambiente competitivo come quello californiano. In seguito Gregg compone per numerosi film e documentari indipendenti, scrive per altri artisti e partecipa più recentemente al nuovo album dei Dead Rock West con tre canzoni. Finalmente a marzo pubblica il suo primo album solista, seguito sei mesi dopo da un disco di covers ispirato dagli artisti deceduti nel 2016.

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GREGG STEWART (Stewsongs 2017)
Ispirato dalla musica del 1978, che per Gregg non è l’anno della disco-music, ma quello di This Year’s Model, Powerage, One Nation Under A Groove, Some Girls, Easter e Darkness On The Edge Of Town, nonché dell’esordio di Tom Petty, Blondie, Cars e Van Halen, un anno pieno di diversità in campo musicale per merito di artisti di personalità, Gregg ha cercato di incidere un disco che traesse ispirazione da questa diversità e da questi musicisti, con un pizzico di modernità in più. Un’idea difficile da realizzare nel 2017 e che, in effetti, riesce in parte. Le intenzioni sono lodevoli, il risultato un po’ anonimo. Gregg ha una bella voce, è un cantautore pop-rock con influenze di Americana, è accompagnato da una band pregevole nella quale spiccano la batteria di Kevin Jarvis, il basso di Bob Glaub e le tastiere di Carl Byron, ma il materiale non ha la necessaria personalità e originalità per emergere. L’opener R Is For Rockstar è un pop-rock esuberante debitore dei Cars, Let’s Go Find A Night è un discreto up-tempo scanzonato, You’re The One è una canzone pop trascinante, ma You’re The One e Nobody Like You non brillano per originalità e Stone Cold Fox sembra una b-side di Joan Jett. In When The Work Is Done sembra aleggiare il fantasma di Johnny Cash, in Hey Doncha si respira un’aria da American Graffiti, mentre la conclusiva Mystery è un’intima ballata cantautorale interpretata con sentimento.

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TWENTYSIXTEEN (Stewsongs 2017)
La voglia di continuare a incidere e l’intenzione di ricordare gli artisti morti nel 2016 (o almeno alcuni di loro), hanno convinto Gregg a lavorare per mesi alla ricerca del materiale più adatto e vicino alla sua sensibilità, aiutato dal produttore e batterista Kevin Jarvis, dal tastierista Carl Byron e dal bassista Kurtis Keber che lo hanno coadiuvato nelle scelte e negli arrangiamenti. Il risultato è un disco tendenzialmente intimo, interpretato con essenzialità, da cantautore indie con influenze roots e pop. I brani scelti non sono scontati, anzi in alcuni casi sono spiazzanti, a partire da You Spin Me Round (Dead Or Alive), brano disco di Pete Burns rallentato e trasformato in un roots rock bluesato, proseguendo con A Different Corner di George Michael, ballata asciugata e ridotta al suo nucleo con piano e chitarra acustica in primo piano e con Rapsberry Beret, scatenato funky-soul di Prince che subisce lo stesso tipo di trattamento, diventando una ballata intima e delicata. Daisies è una ballata dei Viola Beach, sfortunata band indie scomparsa in un incidente stradale in Svezia, interpretata con delicatezza, come Sing A Song degli Earth Wind & Fire di Maurice White che, seppur meno impetuosa, mantiene un ritmo trascinante. Ogni brano è tendenzialmente arrangiato allo stesso modo da cantautore indie: rallentato, intimo, un po’ piatto e questo è un limite del disco, che però riesce in alcuni casi a far emergere la purezza delle canzoni, nascosta tra le righe. Come in One More Love Song di Leon Russell che diventa una ballata roots con un organo che ricorda The Band o in If I Could Only Fly di Blaze Foley, scelta per la versione di Merle Haggard o anche in High Flying Bird dei Jefferson Airplane, cantata dalla prima cantante Signe Anderson, mancata lo stesso giorno di Paul Kantner. Questi tre brani sono più vicini alla sensibilità di Stewart, ma anche la versione di Pure Imagination di Gene Wider, attore molto amato dall’artista, del quale interpreta questa sognante canzone tratta dalla colonna sonora di Willy Wonka, si lascia ascoltare. Nella parte finale emergono una rispettosa esecuzione di I Found Somebody di Glenn Frey, la sommessa Out In The Parking Lot del grande Guy Clark, una nostalgica Leaving The Table di Leonard Cohen dall’ultimo album dell’artista canadese e un’avvolgente Starman di David Bowie che chiude un album meno monocorde di quanto non appaia al primo ascolto.

A Varese la XXXVII edizione della Fiera del disco.

di admin

5 aprile 2018

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Si svolgerà nelle giornate del 14 e 15 aprile la 37° edizione della Fiera del Disco di Varese, un appuntamento più che storico per tutti gli appassionati vinilici.
come sempre, ingresso GRATUITO e parcheggio anche.
sabato e domenica dalle 10 alle 18
LATE PRESENTE!

per maggiori informazioni: darius.maffioli@gmail.com
cell.: 3461832254

MATTHEW O’NEILL – Trophic Cascade

di Paolo Crazy Carnevale

3 aprile 2018

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MATTHEW O’NEILL – Trophic Cascade (Underwater Panther Coalition/Hemifran 2017)

La copertina, bruttina, mi aveva fuorviato del tutto: pensavo di ritrovarmi ad ascoltare uno dei molti dischi di Americana o pseudo tale distribuiti dalla svedese Hemifran. E invece, sorpresa ( manco fosse pasqua!), Matthew O’Neill, canadese di stanza sulle Catskill Mountains, è un cantautore in bilico tra sonorità ardite e ritmi riconducibili alle tradizioni dei nativi americani.

Come a dire una sorta di Jonathan Wilson – con le debite proporzioni – che invece di fare riferimento a certo rock inglese (ma anche americano) degli anni settanta, prende un po’ dello space-rock byrdsiano (ascoltare, per credere, la traccia iniziale del disco, Bridge Builder) e del Neil Young (non sarà mica canadese per niente questo O’Neill) degli esordi (Buffalo Springfield e il primo disco), che fanno capolino in Golden Boy e Ain’t No Way, con cori femminili e voce grave.

Su tessuti musicali così fortemente dichiarati si innestano in parecchie composizioni percussioni e ritmi nativi che hanno come antenati di riferimento gli esperimenti di Robbie Robertson (non a caso un altro canadese?) o anche della Buffy Sainte-Marie meno datata.

In definitiva il risultato è abbastanza difficile da inquadrare, senza dubbio interessante, e a tratti entusiasmante, più rock in brani come Poisoning The Well, affascinante in composizioni come in Stand Tall (sarà un altro caso che qualche mese dopo l’uscita di questo disco, Neil Young abbia pubblicato un brano dal medesimo titolo?), nella torrenziale 1000 Years e in Louisiana, scelta come brano trainante del disco, fino alla particolare e fiatistica e nervosa Alzaheimer’s Blues.

Per mettere assieme il suo affresco sonoro, O’Neill non ha lesinato certo nelle collaborazioni, così oltre al produttore Diko Shoturma (Bjork, Nada Surf, Snarky Puppy e altri) ci sono le chitarre di Ryan Scott, il sax di Stuart Bogie (Arcade Fire, Iron & Wine, Paul Simon), il violoncello di David Egger (con Patti Smith) e il basso di Jacob Silver (Lauren Hill, Lucinda Williams).

AJAY MATHUR – Little Boat

di Paolo Crazy Carnevale

1 aprile 2018

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AJAY MATHUR – Little Boat (Yakketyyak Records/Hemifran 2018)

Curioso personaggio questo chitarrista nativo della lontana India, trapiantato in Svizzera e dedito alla produzione di una musica lontana anni luce dal suo paese natale quanto da quello adottivo.

Appassionato di musica americana ma con un rimando abbastanza vistoso anche ai Beatles, complice l’uso del sitar, strumento tipico del suo paese d’origine, Mathur è essenzialmente un chitarrista in bilico tra un pop aggraziato e godibile e riff di chitarra robusti che non nascondono il suo approccio zeppeliniano alla musica.

Al suo attivo ha ormai alcuni dischi e con quello che precede questo Little Boat, l’indiano si è persino guadagnato una nomination ai Grammy Awards del 2016.

Il nuovo disco, dalla grafica tutt’altro che appetitosa, è stato registrato e prodotto nella Confederazione Elvetica, con l’aiuto di musicisti del luogo, forse non particolarmente adatti – al di là della bravura – a conferire un po’ d’anima al disco… d’altronde si è sempre parlato di precisione svizzera, ma alla precisione non sempre corrisponde il sentimento.

Il disco è buono, per carità, forse un po’ indeciso sulla direzione da seguire: Ordinary Memory col sitar di Thomas Niggli è l’esempio calzante di quanto si diceva poc’anzi riguardo all’influenza harrisonaiana, se non proprio beatlesiana; My Wallet Is A House Of Cards invece è un robusto brano elettrico con chitarra arrabbiata, Who’s Sorry Now è forse il contributo in cui il rimando al paese natale di Mathur si fa più evidente grazie all’uso di strumenti come tabla, oud e sarangy, stavolta suonati da connazionali del titolare. All Your Thoughts è invece un country blues in cui armonica, pedal steel e slide sono gli strumenti principali. In Time For Deliverance viene giocata ila carta del soul blues con tanto di sax e cori, ma nel disco c’è ovviamente molto altro.

Godibile e curioso, non indispensabile.