Archivio di ottobre 2019

BILLY BRANCH & THE SONS OF BLUES – Roots And Branches

di Paolo Crazy Carnevale

30 ottobre 2019

billy branch

BILLY BRANCH & THE SONS OF BLUES – Roots And Branches (Alligator/IRD 2019)

Ecco qui, fresca di produzione, una delle migliori proposte di casa Alligator degli ultimi tempi, un altro disco di armonica blues, ma stavolta la classe è eccelsa e lo strumento armonica è suonato con feeling anziché come sfoggio di tecnica e bravura. E il blues si sa è tutto fuorché sfoggio di tecnica e bravura, che, se poi ci sono non guastano, ma sono di secondaria importanza rispetto all’anima.

E in questo disco di Billy Branch l’anima straborda da ogni nota, sia soffiata nell’armonica, sia prodotta dai suoi accompagnatori.

E non poteva essere diversamente in un disco che omaggia la musica di uno dei grandi protagonisti dell’armonica blues, un autentico monumento del Chicago sound, quel Little Walter che fu uno dei tanti artisti prodotti da casa Chess.

D’altra parte con casa Chess il buon Billy ha un rapporto privilegiato, essendo stato per alcuni anni nella band di Willie Dixon, non solo bassista di studio della Chess Records per i dischi di quasi tutti coloro che vi incidevano, ma anche autore di un’infinità di classici (in questo disco ne troviamo un paio, composti appositamente per Little Walter).

Se Branch con l’armonica è un drago di bravura e riesce perfettamente a replicare il suono e lo stile dell’illustre collega, il gruppo lo segue davvero eccellentemente, suonando in maniera molto moderna, con grande conoscenza della materia.

Ascoltate la versione di Blue And Lonesome, Branch canta con inflessione soul fantastica mentre il pianista Sumito Aryoshi fa volare le dita sulla tastiera con sopraffina leggerezza e Giles Corey ordisce spunti struggenti sul manico della sei corde. E il brano finisce col non aver nulla da invidiare alla versione che solo un paio d’anni fa ci hanno regalato i Rolling Stones su quell’eccellente disco che proprio da questa canzone prendeva il titolo.

E che dire della versione dello strumentale Roller Coaster di Bo Diddley, proposto qui in un arrangiamento che richiama il sound chick-a-boom di Johnny Cash su cui l’armonica detta legge, meno interessante l’altro strumentale, Juke, seguito invece da una bella resa dello shuffle Last Night. D’effetto anche il boogie Hate To See You Go, robusto e deciso; dalla penna di Dixon ci sono Mellow Down Easy e una convincente My Babe con grande lavoro del pianista Aryoshi (che è co-produttore del disco insieme al titolare), cambi di tempo, atmosfere latine che incredibilmente non stonano e un break di armonica da urlo.

Molto bello anche il medley Just Your Fool/Key To The Highway, con un lavoro molto interessante del chitarrista che lavora finemente in sottofondo, e poi Nobody But You, Boom Boom Out Go The Lights, One More Chance With You, con Branch che si trasforma in blues crooner, via via fino alla conclusiva e cadenzata Blues With A Feeling, all’insegna del blues più classico e sincopato seguita da un breve ricordo di Little Walter da parte della figlia Marion che suggella un riuscito ed originale tributo.

TIM GRIMM & THE FAMILY BAND – Heart Land Again

di Paolo Crazy Carnevale

30 ottobre 2019

Tim Grimm Heart Land Again[1582]

TIM GRIMM & THE FAMILY BAND – Heart Land Again (Appaloosa/Cavalier 2019)

Nuovo disco per il cantautore Tim Grimm, sulla breccia ormai da oltre un ventennio. Accasatosi presso la Cavalier Records ma con esclusiva italiana dell’Appaloosa, Grimm è infatti stato spesso ospite nel nostro Paese, e proprio per l’etichetta lombarda ha deciso di dare alle stampe questa sua rivisitazione del suo disco del 1999 Heart Land, originariamente su Vault records,il disco che per sua stessa ammissione era nato dalla scelta di andare a vivere nel Mid West, innamorandosi dell’atmosfera rurale e della gente che ne è parte e che gli ha ispirato le canzoni.

In quel periodo Grimm e sua moglie Jan avevano acquistato una fattoria di 80 acri nell’Indiana e da questa scelta erano appunto scaturite le canzoni che costituivano il disco e che Grimm sostiene siano arrivate come una sorta di dono.
Ora, a vent’anni di distanza, continuando ad altalenarsi tra musica, teatro e vita rurale, in quella fattoria dove lui e Jan hanno tirato su i loro figli Jackson e Connor, è tornato a rivivere quel vecchio disco, le cui canzoni sono state riprese in Heart Land Again. E la Family Band è composta tutta dai componenti del nucleo familiare dei Grimm, Tim canta e suona la chitarra, Connor si occupa di basso elettrico ed acustico, Jackson di chitarre, mandolino, harmonium e banjo, Jan dell’armonica.
Il risultato è una brillante e godibilissima rivisitazione quasi totale (con un paio di brani nuovi) di un disco costruito su storie rurali, molto riuscite, incentrate sui ritmi stagionali della fattoria, sui personaggi che le orbitano attorno, storie pregnanti, piccoli racconti, scenette di vita quotidiana, intimità rurale, deliziosi arrangiamenti che mettono in risalto il cantato di Tim e il suo songwriting, con gran parte del merito da attribuire a Jackson Grimm che ne sottolinea molto azzeccatamente le sfumature sia tra le mani sue mani sia stretta una chitarra elettrica, un’acustica, un mandolino, mentre tutta la famiglia provvede alle armonie vocali.

Dall’iniziale Staying In Love al ritmo ossessivo del traditional Sowin’ On The Mountain, al talkin’ folk di Perfect Getaway che racconta del tentativo di fuga di tre ragazzi decisi a sfuggire alla noia della provincia, diretti verso la California, ma mai arrivati.

80 Acres, prende evidentemente le mosse proprio da quella fattoria acquistata dai Grimm, That Old Man ha un delizioso supporto strumentale ed è dettata dall’amore per la terra che Grimm ha mutuato dal nonno.

Oltre ai Grimm, nel disco si ascoltano il piano di Dan Lodge-Rigal (che è l’unico musicista della conclusiva Pumpkin The Cat) e le percussioni di Ben Lumsdaine, mentre la produzione è affidata a David Weber che si era preoccupato di registrare anche l’Heart Land originario.

BLIND LEMON JAZZ – After Hours

di Paolo Baiotti

29 ottobre 2019

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BLIND LEMON JAZZ
AFTER HOURS
Ofeh Records 2019

Blind Lemon Jazz è uno dei progetti di James Bayfield, conosciuto con lo pseudonimo Blind Lemon Pledge, cantautore blues/roots americano che in passato ha lavorato in altri settori audiovisivi. Per questa operazione l’artista ha chiamato un quartetto di musicisti jazz: la cantante Marisa Malvino dotata di una voce calda, espressiva e languida, l’eccellente pianista Ben Flint, il bassista Peter Grenell e il batterista Joe Kelner. Dal canto suo James ha composto, arrangiato (con Flint) e prodotto tutti i brani, ricavandosi uno spazio limitato come strumentista.
Se nei precedenti sette album incisi in carriera aveva alternano blues elettrico e acustico, folk/roots, blues-rock e New Orleans jazz, con questo nuovo quartetto di artisti della Bay Area siamo in puro ambito jazz, con atmosfere da piano bar, rilassate e raffinate che ricalcano il suono della Harlem degli anni trenta e quaranta, pur trattandosi di brani autografi. After Hours è un disco sofisticato e bluesato che comprende 13 brani da night club fumoso (se ancora ne esistono), eseguiti da musicisti preparati e competenti.
Piano e voce sono in primo piano nel soul-jazz How Can I Still Love You, nella swingata Rich People In Love, nel blues If Beale Street Was A Woman che ricalca Black Coffee (hit di Sarah Vaughan e Ella Fitzgerald), nella raffinata title track, in You Can’t Get There From Here spruzzata di umori gospel, nella ballata Moon Over Memphis, in Lights Out dedicata a San Francisco. La sezione ritmica mantiene un profilo discreto, pur fornendo una base essenziale al suono, mentre James organizza dietro le quinte, lasciando spazio alla sua voce e chitarra in Blue Heartbreak che chiude il disco.
After Hours è un tentativo, tutto sommato riuscito, di ricordare un periodo e un’atmosfera, con nuove composizioni che non possono che suonare derivative.

DOUG COLLINS & THE RECEPTIONISTS – Good Sad News

di Paolo Baiotti

29 ottobre 2019

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DOUG COLLINS & THE RECEPTIONISTS
GOOD SAD NEWS
Doug Collins Music 2018

Considerato uno degli autori più interessanti di Minneapolis, Collins ha già pubblicato tre dischi, esordendo nel 2013 con Those Are The Breaks, seguito da due mini album, Davemport, Iowa e Complicated Compliments. Accompagnato da Charlie Varley al basso e Billy Dankert alla batteria (The Receptionists), giunge al secondo album di lunga durata registrato e prodotto con Rob Genadek. Le canzoni di Doug sono semplici, melodiche, esempi di pop di matrice beatlesiana mischiato con influenze anni cinquanta (ricorda un po’ Buddy Holly) e country, con echi di Hank Williams, Nick Love e Roy Orbison. Un mix “old fashioned” che scorre veloce, ballabile, rilassato, con la voce rotonda e ben modulata di Doug in primo piano, coadiuvata da una sezione ritmica brillante e scattante al punto giusto. Il beat dell’opener Conversation With My Heart potrebbe interessare le radio di mezzo mondo, se ci fosse ancora la voglia di andare a spulciare tra le pubblicazioni di nicchia. All’atmosfera allegra e ritmata del suono si contrappongono dei testi intimi e curati, incentrati soprattutto sulla difficoltà delle relazioni personali che contribuiscono alla riuscita del disco, che nel titolo riflette proprio questo contrasto tra il positivo e il negativo. Please Don’t Make Me Leave You è una ballata che avrebbe reso felice Roy Orbison con il delizioso piano di Jeff Victor, Tomorrow un mid-tempo raffinato con dei cori avvolgenti. Le influenze country sono evidenti nella ritmata Little House, nei profumi latini della ballata I Saw You Dancin’ e in Halfway Thru, tracce nelle quali ha un ruolo importante la pedal steel di Joe Savage, mentre la romantica Hey Mary con la fisarmonica di Dan Newton e il rock and roll Top On The Watertower evocano atmosfere dello scorso secolo. Non è un caso che Doug sia stato definito un uomo d’altri tempi; la sua musica è fortemente ancorata al passato, ma suona fresca e contemporanea, anche se non sarà facile trovare un pubblico e, soprattutto, delle radio disposte a supportarla.

KHAT CHAPMAN BAND – Ep

di Paolo Baiotti

27 ottobre 2019

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KAT CHAPMAN BAND
EP
Kat Chapman Band 2018

Cantante, autrice e chitarrista, sia da sola in acustico che con la band, Kat ha girato gli Stati Uniti e l’Europa condividendo il palco con artisti come Boz Scaggs, Joan Armatrading, John Sebastian e Chris Isaak. Ha alle spalle tre dischi e un Ep a nome Katrin tra il 2004 e il 2014, inframmezzati da una pausa per creare una famiglia e crescere due bimbi piccoli. Cresciuta a Newton in Massachusetts, ha iniziato alternando i clubs e la strada come busker, rafforzando la sua convinzione di insistere con la musica. Dotata di una voce chiara e appassionata, è accompagnata da musicisti di nome come il batterista Jerry Marotta (Peter Gabriel, Indigo Girls) e i chitarristi Bill Dillon (Cowboy Junkies, Barenaked Ladies, Joni Mitchell, Sarah McLachlan) e Duke Levine (Shawn Colvin, Peter Wolf, J.Geils Band).
Il mandolino di Chris Leadbetter introduce la melodica You che apre il disco e lo chiude con una versione più breve “radio edit”. Farewell To The Farm è un mid-tempo un po’ banale con la batteria in primo piano unitamente alla voce espressiva della cantante che, nella successiva bluesata e raffinata Baby To Hold, racconta le sensazioni provate come madre. La quarta traccia è la morbida River Of The Souls, un folk accattivante arrangiato con chitarra acustica e mandolino.

SISTER SPEAK – The Stand EP

di Paolo Baiotti

27 ottobre 2019

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SISTER SPEAK
THE STAND EP
Resonation 2018

La canadese Sheri Anne (voce e chitarra acustica) è il fulcro di Sister Speak, formazione di indie pop che ha esordito nel 2014 con Rise Up For Love. Da allora il gruppo ha supportato Xavier Rudd, Air Supply, Mike Love, Chris Isaak, partecipato a numerosi festival e girato nei principali clubs californiani (dove risiede Sheri) e canadesi. Questo nuovo Ep di sei canzoni è stato prodotto da Avli Avliav, che suona anche le tastiere e ha scritto due brani con Sheri, nel suo studio di Los Angeles. Gli altri collaboratori sono Sarvent Marguiant alla chitarra e un paio di session man alla batteria, mentre dal vivo si alternano altri musicisti. A novembre è previsto un tour europeo che toccherà Germania, Ungheria e Francia. Il dischetto è aperto da New York Sunrise, emozionante ballata pianistica che cresce gradualmente con garbo e gusto della melodia, con un ritornello che resta in testa. Fighter conferma la prevalenza di brani d’atmosfera che partono lentamente crescendo in intensità e ritmo. Do You Believe è un mid-tempo pop nel quale spicca la voce pulita e melodica di Sheri, dettato da una batteria cadenzata e un po‘ invadente, mentre la title track è un brano intimista, ritmato dalla chitarra acustica con qualche intervento di note programmate. Il piano torna in primo piano in Walls, altra ballata con tocchi di chitarra e avvolgenti tastiere, seguita dalla bonus track Catch Me As I Fall, delicato duetto con il cantautore e polistrumentista californiano Tolan Shaw, residente a Nashville.

NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS–GOSPEL BOOK REVISITED/Milano, Spazio Teatro 89, 18.10.2019

di Paolo Baiotti

23 ottobre 2019

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E’ stata una serata di rara bellezza quella organizzata da A-Z Blues con la rivista Il Blues nell’accogliente Spazio Teatro 89. Non solo hanno riportato a Milano un gruppo di qualità come i North Mississippi Allstars dei fratelli Luther e Cody Dickinson, ma hanno scelto con perspicacia il supporto da parte dei giovani torinesi Gospel Book Revisited, che hanno aperto la serata con un set di otto canzoni molto apprezzato dal pubblico che ha lentamente riempito il locale.

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Guidato dal chitarrista Umberto Poli che alterna elettrica, cigar box e weissenborn con maestria creando atmosfere oscure e ricercate, accompagnato dall’efficace sezione ritmica di Gianfranco Nasso (basso) e Samuel Napoli (batteria) e dalla voce di Camilla Maina in grado di alternare tonalità morbide e più grintose, il quartetto è stato affiancato dalle tastiere dell’ospite Maurizio Spandre nella presentazione del nuovo album Morning Songs & Midnight Lullabies del quale sono stati eseguiti cinque brani, tra i quali ho particolarmente apprezzato There Comes My Time e la sussurrata Dreamtime Lullaby, che chiude il disco, introdotta dalla viola di Camilla. Certo quando Luther si è unito ai ragazzi per accompagnarli con la slide su Mine, come in studio, il livello di attenzione è ulteriormente cresciuto, ma si è notata l’approvazione del grande chitarrista nei confronti di questa band per la quale si prospetta un futuro molto promettente.

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Dopo una breve pausa il trio dei North Mississipi Allstars è salito sul palco accolto da un’ovazione con l’esperto bassista di Boston Jesse Williams (Rodney Cromwell, Duke Robillard, Al Kooper, Ronnie Earl…) che ha sostituito in tour Carl Dufrene. I fratelli sono abituati a cambiare partner al basso e anche a farne a meno, come in precedenti tour europei…sono sufficientemente duttili da adattarsi a ogni situazione con la stessa agilità che dimostrano nello scambiarsi gli strumenti. Il nuovo album Up And Rolling rappresenta un ritorno alle origini, al suono del North Mississippi Hill Country Blues che hanno imparato da R.L. Burnside, Junior Kimbrought e Othar Turner e che portano avanti con i figli e nipoti dei suddetti artisti.

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Se l’apertura del set è stata affidata alle collaudate Shimmy (She Wobble) e Going Down South che ci hanno catapultato nell’atmosfera dei juke joint del Mississippi rurale, non sono state trascurate tracce dal nuovo album come l’ondeggiante Up And Rolling e What You Gonna Do? che si è risolta in una jam con un estratto del gospel Lord Have Mercy e un primo intermezzo solista alla batteria unito all’eccellente Mean Old World. Cody non ha rinunciato ad un lungo e scatenato assolo di washboard (l’asse per lavare) elettrificato, confluito in Mississippi Bowevil di Charlie Patton, altra jam esemplare guidata da Luther, uno dei migliori chitarristi contemporanei con il grande pregio di non avere manie di protagonismo. Il momento più caldo della serata è stato probabilmente il formidabile medley Deep Elem Blues/Going Down The Road Feeling Bad, due tradizionali resi immortali dalle versioni dei Grateful Dead, in cui Cody si è spostato al centro del palco alla voce e chitarra solista, lasciando Luther alla batteria al fianco di Williams.

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Tra sorrisi e sguardi divertiti il trio si è scatenato fino a quando Luther è tornato alla chitarra affiancando Cody mentre alla batteria si è seduto Samuel Napoli in un’atmosfera allegra e informale, ma non per questo meno professionale. Dopo un omaggio del chitarrista a R.L. Burnside, la ritmata Shake Ya Mama ha chiuso il set, ma la pausa è stata breve. Richiamato a gran voce, il gruppo è tornato per gli inevitabili bis, che hanno ricompreso Up Over Yonder unito al gospel Down By The Riverside e un medley tra le paludose Po Black Maddie e Skinny Woman.

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Grande serata, tanti applausi, ampi sorrisi e disponibilità da parte dei fratelli Dickinson anche nel post-concerto nei confronti di un pubblico uscito più che soddisfatto dopo un evento difficile da dimenticare.

GUARINO-SAVOLDELLI QUINTET – Core ‘ngrato

di Paolo Crazy Carnevale

22 ottobre 2019

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GUARINO-SAVOLDELLI QUINTET – Core ‘ngrato (Data Zero/Moonjune 2019)

Boris Savoldelli è un apprezzato vocalist che negli ultimi anni, parallelamente a i propri progetti solisti di assoluto interesse (che spesso lo vedono sul palco in solitudine col solo accompagnamento di una loop machine con cui genera letteralmente a voce gli strumenti d’accompagnamento), si è fatto coinvolgere in progetti di notevole spessore, sia che si sia trattato della musica de-costruita dei S.A.D.O., delle collaborazioni con musicisti americani, che dell’arguta rilettura in trio del The Dark Side Of The Moon di pinkfloydiana memoria.

Stavolta Savoldelli ha unito le forze al quartetto jazz di Corrado Guarino per mettere in piedi una performance dedicata alla canzone napoletana, rivisitata – come suggerisce il sottotitolo del CD – in modo eccentrico. Il disco è pubblicato da Data Zero, etichetta nata dalla passione di Alberto Mondinelli, da anni seguace e sostenitore della musica di Savoldelli, in collaborazione con Moonjune Records, l’etichetta di New York per cui Boris ha pubblicato già diversi dischi, cosa che garantisce la distribuzione del disco “worldwide”.

Non è sicuramente la prima volta che qualcuno si avvicina alla canzone partenopea in chiave jazz, d’altronde il jazz si è ormai accostato un po’ a tutto, la vera novità sta proprio nella rilettura molto lirica ed al tempo stesso avventurosa del quartetto di Guarino (oltre al titolare, pianista, abbiamo Guido Bombardieri, sax e clarinetto, Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso e Stefano Bertoli alla batteria) e nell’approccio vocale inimitabile di Savoldelli che invece di avvicinarsi al repertorio popolare napoletano con intonazione classica, cosa che avrebbe reso il prodotto scontatamente mainstream, ha preferito metterci del suo, dimostrando particolare intelligenza ed attenzione nel non confezionare un prodotto di troppo facile fruizione.

Ecco così sfilare classici assoluti del genere, canzoni popolari e anche un paio di brani firmati dai due leader, in linea col progetto “eccentrico”.

Scalinatella è proposta in una versione molto interessante, con rimandi mai esagerati anche a quella corrente jazz-rock tutta mediterranea degli anni settanta che aveva nei Napoli Centrale uno dei suoi baluardi. Particolarmente interessante So’ le sorbe e le nespole amare, una composizione che si apre con un’intro dal sapore rinascimentale che sfocia poi in atmosfere orientali assolutamente in tema. La versione di Tammuriata nera è una delle cose migliori del disco, un autentico viatico per la voce di Savoldelli su cui il quartetto strumentale fa scintille. Da applausi anche l’accostamento intimo a La nova gelosia; delle due canzoni originali, Cicerenella nordica contemporanea sembra quasi una dichiarazione d’intenti del quintetto, mentre Assaje assaje risulta più divertente e riuscita. Sto core mio si dipana per oltre sette minuti introdotti da un lungo intervento del contrabbasso, concedendo a Savoldelli di sbizzarrirsi con i suoi vocalizzi. C’è anche una versione quasi a la Buscaglione di Malafemmena, poi il disco, dopo un’incalzante rilettura di Cicerenella con gli strumenti che si rincorrono e la voce che fa la sua bella parte, si chiude con un breve accenno a Te voglio bene assaje.

E a questo punto, calzano a pennello le note del booklet firmato da Vincenzo Martorella: “Per slalomeggiare tra Totò, e (un presunto) Donizetti, Orlando di Lasso e la misteriosa anima popolare napoletana, tra miseria e nobiltà, amori lascivi e nascite inattese, finestre malandrine e lievi espressioni grevi, ci vuole un lessico moderno e apocrifo. E grandi idee.”

THE CASH BOX KINGS – Hail To The Kings

di Paolo Crazy Carnevale

22 ottobre 2019

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THE CASH BOX KINGS – Hail To The Kings (Alligator 2019)

Sulla breccia da una quindicina d’anni, questa formazione guidata da Joe Nosek, armonicista e cantante, rappresenta la faccia più classica del blues di casa Alligator. Il gruppo, che comprende anche Oscar Wilson (voce principale del gruppo), Billy Flynn (chitarrista solista), Kenny Smith, (batterista) e John W. Lauther (bassista), è dedito soprattutto al rhythm and blues delle origini, quello che si sviluppò a Chicago a cavallo e dopo la seconda guerra mondiale, quello legato alle origini della leggendaria Chess Records.

Per questo loro nuovo disco i Cash Box Kings non cambiano ricetta, il sound è quello, ci si aggiungano un paio di ospiti a condire il tutto, in particolare Queen Lee Kanehira alle tastiere e Shemekiah Coplenad a duettare con Wilson e il gioco è fatto: un prodotto godibile, allegro, leggero.

Musica festosa, la voce nera di Wilson ha la meglio su quella di Nosek, che pur si ritaglia qualche spazio come voce solista o duettando col cantante principale, ma preferisce comunque soffiare nell’armonica. La chitarra di Flynn è solida, forse è il marchio che contraddistingue il sound del gruppo, pur non trattandosi del chitarrista originale, quello che imprime al prodotto un po’ di modernità. Nel brano The Wine Talkin’ c’è il duetto con la Coplenad, ma è poca cosa rispetto a quello che la black singer potrebbe fare e che ben sappiamo dai suoi dischi da titolare, in Joe You Ain’t From Chicago e John Burge Blues c’è invece Alex Hall alle percussioni ad irrobustire il sound.

Per il resto ogni tanto fa capolino del blues più torrido e torrenziale, come nel caso della languida Sugar Daddy con la chitarra di Flynn particolarmente ispirata.

Se vi piace il blues chicagoano degli anni cinquanta, il disco vi piacerà, va da sé che comunque rivolgersi ai vecchi lavori di Muddy Waters, Howlin’ Wolf e soci darà più soddisfazioni.

RICK ESTRIN & THE NIGHTCATS – Contemporary

di Paolo Crazy Carnevale

20 ottobre 2019

Ricks Estrin And The Nichtcats - Contemporary[1561]

RICK ESTRIN & THE NIGHTCATS – Contemporary (Alligator 2019)

Nuovo nonché quinto disco per questa formazione blues della Bay Area guidata dall’armonicista e cantante Rick Estrin, di nuovo su etichetta Alligator e all’insegna di un blues talvolta, forse, troppo moderno.

Estrin, sulla breccia da diverso tempo e vincitore di premi per il suo strumento e per il suo genere musicale non è forse il migliore tra i cavalli della scuderia Alligator, che ultimamente ha dato il meglio di sé con altri artisti come Kingfish, Tommy Castro, Curtis Salgado o Shemekiah Copeland, tanto per citare quelli più entusiasmanti usciti negli ultimi tempi; si tratta comunque di un professionista apprezzabile e il suo gruppo può contare sulla chitarra del produttore Kid Andersen (un po’ prezzemolo nelle produzioni della blues label per eccellenza), sulle tastiere di Lorenzo Farrell e sulla batteria di Derrick D’mar Martin.

Il sound è un blues nervoso, vibrante, che può contare soprattutto sulle prestazioni di Farrell che quando si dedica all’organo riesce a caratterizzare molto bene il sound del quartetto. Per il resto, se Estrin con l’armonica è assolutamente indiscutibile, come cantante pare piuttosto qualunque, spesso i brani sono quasi dei talking, soprattutto quando attaccano, anche quando lo stile vira verso certe atmosfere funky in cui gran parte hanno il drumming di Martin e il bassista ospite Quantae Johnson, o addirittura jazzate (con tanto di batteria spazzolata come in the Main Event).

Particolarmente riuscite sembrano Resentment File, New Shape, con un bel piano elettrico e una base ritmica intrigante, o la title track, con la moglie del chitarrista che ci mette un po’ di voce in più.

House of Grease, brano strumentale firmato da Andersen è la dimostrazione che questa band potrebbe provare ad abbandonare le canzoni in quanto tali e dedicarsi appunto alla musica strumentale: qui infatti lo sviluppo della composizione e i gran lavori della sezione ritmica e delle tastiere emergono più che bene, e lo stesso Andersen riesce a ritagliarsi più spazio rispetto ad altri momenti del disco. Va da sé che il leader del gruppo è però l’armonicista/vocalist e quindi non farlo cantare lo relegherebbe ad un ruolo da comprimario, anche se la successiva Root Of All Evil torna a confermare i limiti della sua voce e dello scombinato coro ad opera dei compagni di viaggio.

A testimonianza di quanto detto poc’anzi arriva la composizione di Farrell Cupcakin’, di nuovo senza la voce, e con bei guizzi intriganti di tutti gli strumenti, armonica inclusa. Poi via via il CD scivola verso la fine con un altro paio di trascurabili brani cantati ed un conclusivo boogie strumentale al di sotto dei tre minuti tutto ad appannaggio dell’armonica.

Il disco comunque ha già avuto un’ottima accoglienza, a dimostrazione che il popolo del blues sa andare oltre, piazzandosi in buone posizioni di classifica all’indomani della pubblicazione, sia in classifiche radiofoniche che in quelle più specializzate, come testimonia la decima posizione nella sezione blues di Billboard.

CHARLIE CINELLI – Nüd e crüd

di Paolo Crazy Carnevale

15 ottobre 2019

JoshuaStorm-DGpack

Dopo l’acclamato Rio Mella, sempre su etichetta Appaloosa e orientato verso una rilettura in chiave padana della musica d’Olteroceano, con tanto di partecipazioni di autentici specialisti del genere, il poliedrico Cinelli torna a colpire con un prodotto più spartano in cui se vogliamo, il progetto di fondo del disco precedente viene ribaltato, stavolta il verbo è adattare al folk blues ruvido e rurale da basso Mississippi quel dialetto bresciano che Cinelli ha sempre usato nella sua musica.

Forte di un curriculum vitae altisonante che lo ha visto collaborare col fior fiore della scena musicale nazionale, Cinelli può qui permettersi di dominare perfettamente un genere tradizionale, avvalendosi dell’aiuto del solo Dan Martinazzi: chitarre acustiche, chitarre resofoniche, chitarre artigianali a quattro corde note come cigar box, una spolverata di percussioni e contrabbasso, ma tutto eseguito in solitudine da Cinelli e Martinazzi.

La dozzina di canzoni messe insieme per questo disco sono assolutamente godibili, e se tutto è cantato in dialetto bresciano, non è difficile pensare a certi personaggi qui raccontati trasposti in una realtà più americana, un po’ quasi a dire che tutto il mondo è paese e certe situazioni che qui sembrano proprie della provincia lombarda non sono difficili da immaginare nella profonda provincia americana, come quella cantata spesso dolentemente da Michael McDermott (compagno di scuderia di Cinelli).

E allora ecco sfilare l’invasivo cugino Piero Costù, l’arzillo nonno che occupa l’osteria per festeggiare i novant’anni, l’infermiera amorosa, Bortolo con un occhio solo e Maria la Unta, il pascolatore di capre Robinson o il vecchio capitano protagonista di un contagioso country folk. Ma c’è anche l’inattesa e riuscita trasposizione dialettale della poesia di Carducci San Martino (!) resa qui come un lento blues. E che dire di Bèla Cità che non può non ricordare il De André di Volta la carta. In Stambaladù invece, su una base jazz da cantina si raccontano le stramberie di una serie di personaggi legati invece a diverse località della provincia bresciana. El büs ha un testo surreale, per contro la seguente El mort en guèra suona giustamente come una marcia funebre in dialetto strettissimo.

Zo’ dè corda è un blues, più che nella forma musica nei contenuti, con la storia di un valligiano migrante, a chiudere il disco c’è invece Skiamatsi rilettura di un fatto di cronaca di metà ottocento, riletto in chiave a metà tra stornello e talking blues.

THE NICK MOSS BAND – Lucky Guy

di Paolo Crazy Carnevale

10 ottobre 2019

Lucky Guy! by The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling

THE NICK MOSS BAND – Lucky Guy! (Alligator/IRD 2019)

Ad un anno di distanza dal precedente disco, ecco di nuovo in pista il gruppo capitanato dal chitarrista Nick Moss. Fedele al motto “squadra vincente non si cambia”, il corpulento bluesman di Chicago si presenta con l’apporto dell’armonicista e cantante Dennis Gruenling, che nel disco precedente era indicato a mo’ di ospite speciale, e con la produzione di Kid Andersen che fa capolino qua e là anche come chitarrista in seconda e mandolinista.

E ovviamente anche il contenuto non si discosta dalla produzione precedente, The High Cost of Low Living, una manciata di composizioni originali all’insegna del più classico sound chicagoano, quasi tutte autografe, con l’eccezione delle due composizioni di Gruenling e di un brano Johnny O’Neal Johnson.

Questo quattordicesimo disco del chitarrista parte in quarta con 312 Blood, bel tiro, gran chitarra e ritmo giusto, in Ugly Woman i fiati si fanno sentire con determinatezza e sugli stessi binari viaggia anche la title track. Poi Moss e compagni rallentano e si lanciano nel torrido blues lento Sanctified, Holy And Hateful, che piace subito e si candida ad essere una delle cose migliori del disco. Movin’ On My Way è uno dei brani dell’armonicista, meno interessante, più risaputo col suo andamento shuffle, anche un po’ troppo lungo, pregevole però per lo scambio di assoli tra Moss e Andersen.

Meglio la canzone seguente, Tell Me There’s Nothing Wrong, swingata, con ottimo intervento di Gruenling e con la chitarra elettrica baciata dall’ispirazione. L’armonica fa una bella figura anche in Full Moon Ache, poi tocca a Me And My Friends, con i fiati di nuovo in evidenza a dialogare con Gruenling su un giro però meno originale, lo strumentale Hot Zucchini, che si contende la palma d’oro con Sanctified, Holy And Hateful, è finalmente una bella vetrina per il tastierista Taylor Streiff, fin qui confinato al pianoforte ed ora invece impegnato a scatenare le sue scorribande con l’Hammond in un dialogo con la chitarra del leader.

L’armonica apre il blues lento Simple Minded, Streiff fa volare le mani su un pianoforte da barrelhouse, Andersen fa un grande lavoro al mandolino mentre lo spirito irrequieto di Michael Bloomfield sembra svolazzare sopra il capo di Moss benedicendo il tutto.

Wait And See non è l’omonimo brano dei Byrds, bensì il secondo contributo compositivo di Gruenling, decisamente molto meglio del primo, As Good As It Gets mostra un po’ la corda, per fortuna poi c’è spazio per la breve e strumentale Cutting The Monkey’s Tail, quasi garage blues, che prelude al finale altrettanto pregevole di The Comet, oltre cinque minuti in cui a quella di Moss si aggiunge la chitarra di Mike Welch, dodici battute classiche, tutte giocate sull’interplay tra elettrica e acustica, uniche protagoniste del brano insieme alla voce del titolare, qui in odor di John Lee Hooker.

A Busto Arsizio la 4° Fiera del Disco

di admin

1 ottobre 2019

locandina Busto

Domenica 6 Ottobre 2019 appuntamento presso le “Sale Gemelle” del Museo del Tessile a Busto Arsizio con la 4a Edizione della fiera del Disco.

Se vuoi partecipare come espositore o avere ulteriori informazioni contattaci.
Tel./SMS/WhatsApp: +39 388 826 2495
EMail:info@fieradeldisco.com
Ecco il collegamento all’evento per ulteriori dettagli:
https://www.facebook.com/events/343152059877560/

ingresso libero
orario: dalle 10,00 alle 19,00