Archivio di agosto 2017

SCOTT SMITH – Down To Memphis

di Paolo Baiotti

13 agosto 2017

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SCOTT SMITH
DOWN TO MEMPHIS
Scott Smith 2016

Originario della Bay Area, Scott Smith è cresciuto ascoltando Grateful Dead, Jefferson Airplane, Byrds, prima di scoprire Bob Dylan e i Rolling Stones. Il suo primo insegnante di chitarra è stato David Nelson dei New Riders Of Purple Sage, ma il suo strumento preferito è il violino che suona in un gruppo di Old Time Music.

Esordisce come cantautore con questo mini album di cinque brani che anticipa l’album The Sum Of Life, pubblicato recentemente. Down To Memphis, che è anche il singolo tratto dall’Ep, è stato inciso nello studio di Jeff Martin, che ha avuto anche il ruolo di produttore e di bassista. La title track è un omaggio alla nascita del rock and roll e al ruolo avuto da Memphis (da Elvis a Jerry Lee Lewis, da Johnny Cash alla stazione radio WDIA), una traccia ritmata con chitarra twangy, Just Another Saturday Night un mid tempo con l’hammond di Spencer Burrows che accompagna la voce melodica di Scott, Hour Glass una traccia pianistica tra jazz e blues molto accattivante.

Il titolo Skeleton & Roses richiama i Grateful Dead…non a caso, perché l’omonimo brano è un tributo alla band di Jerry Garcia, con l’azzeccato intervento del mandolino di David Grisman (coinvolto mentre stava registrando nello stesso studio), che richiama nel suo break strumentale melodie dei Dead (soprattutto Uncle John’s Band). In chiusura Top Of The World rallenta il ritmo aggiungendo un tocco di intimità a un ep di indubbio interesse.

THE FURIOUS SEASONS – Look West

di Paolo Baiotti

13 agosto 2017

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THE FURIOUS SEASONS
LOOK WEST
Stonegarded Records 2017

David Steinhart è un autore, cantante e chitarrista di Los Angeles con alle spalle una carrriera trentennale di un certo spessore nell’area indie. Nell’84 ha fondato i Pop Art con i fratelli Jeff e Richard, incidendo cinque albums in sei anni. Successivamente ha realizzato due dischi solisti, ha formato gli Smart Brown Handbag sempre con Jeff, attivi per più di dieci anni nei quali hanno pubblicato altrettanti albums.

Nel 2008 ha creato i Furious Seasons realizzandone altri quattro elettrici prima di decidere di sfrondare la formazione rimanendo in trio con Jeff al basso e contrabbasso e P.A. Nelson alla chitarra acustica ed elettrica e seconda voce, sterzando verso un folk prevalentemente acustico.

Look West è il risultato di questa svolta, un disco acustico, raffinato, a tratti etereo, suonato con gusto da musicisti esperti, cresciuti ascoltando i grandi cantautori come Bob Dylan, Cat Stevens e Paul Simon, avvicinabili anche a nomi più recenti come i Milk Carton Kids o David Gray. Non a caso dopo Look West il trio ha suonato come supporto di John Hiatt, Donovan e A.J. Croce.

David è un autore che conosce bene la materia, scrive melodie dolci di matrice folk nelle quali affiora talvolta il gusto pop che lo ha sempre caratterizzato, forse un po’ monocordi e prevedibili, adatte alla sua voce ben impostata e naturalmente gradevole, con dei testi personali e riflessivi e arrangiamenti spartani basati sugli intrecci tra le due chitarre.

Nel singolo Long Shot che apre il disco spunta il violino di Ray Chang, in The Tape e So Glad It’s Mine si inserisce il piano di Tim Boland (che ha inciso e mixato il disco nei White Light Studios di North Hollywood), ma oltre alle melodie di David spicca il grande lavoro di Nelson specialmente in A Thing To Behold, nell’intensa Best Plans e in Simple And Clean.

Un disco autunnale, sereno e nostalgico, sulle perdite e sull’invecchiare, senza sbalzi e quindi, almeno a tratti, eccessivamente uniforme.

BARTOLINO’S – I sigari fanno male

di Paolo Crazy Carnevale

13 agosto 2017

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BARTOLINO’S – I sigari fanno male (Cromo Music/ Best-U 2017)

Avevamo perso le tracce dei Bartolino’s dopo la pubblicazione di Arthemisia Absitium, godibile album risalente ormai al 2008 che era però accreditato al cantante Alessandro Ducoli con i Bartolino’s alla stregua di backing band. Con questa nuova uscita risalente alla scorsa primavera i Bartolino’s sono invece una banda a tutto tondo.

Nella fattispecie si è ricomposto l’asse autorale Ducoli/Stivala, col secondo personaggio impegnato insieme al cantautore camuno nella scrittura di tutte le canzoni qui incluse, co-titolare a tutti gli effetti.

Il risultato è un disco altrettanto godibile, un disco in cui il Ducoli può lasciarsi andare a quelle vocazioni istrioniche che la presenza di uno sparring partner come Stivala (impegnato tra chitarra e piano elettrico Rhodes) gli concede di lasciar libere e galoppanti.

Una decina di composizioni suonate come si deve da un quintetto base che oltre ai suddetti soggetti vede la presenza della fisarmonica di Roberto Angelico, la batteria di Arcangelo “Arki” Buelli e il basso di Max Saviola (questi ultimi due già apprezzatissima sezione ritmica della Banda del Ducoli all’inizio del terzo millennio) a cui si aggiungono piano e tastiere. Il disco ondeggia così fra canzoni solide e divagazioni malinconiche a base di milonghe, tanghi e similsambe.

Con la title track fatta di autoironie e doppi sensi è già trionfo, Ducoli e Stivala conducono il gruppo attraverso una composizione senza dubbio vincente e la successiva Frivola non è da meno; segue poi Prunella modularis che al pari del brano che aveva titolato il disco precedente rispolvera gli studi botanici del Ducoli presso l’ateneo patavino, ma, soprattutto è un altro brano che conquista.

Il disco si snoda quindi tra Le donne sono fatte per giocare, la riuscita Piccoli furti estivi e la samba di Recidivo inframmezzata da un break strumentale quasi acidjazz. Ingenuo è una soffusa composizione che ricorda da vicino altre composizioni del Ducoli e lascia spazio a Stivala a funamboliche escursioni chitarristiche.

Stella di fiume è una robusta canzone d’amore, resa particolarmente solida da un gran lavoro di basso e batteria dominata ancora le inflessioni “tanguere” inferte dalla fisarmonica. Il lato più istrionico del Ducoli emerge poi con l’irrinunciabile Quante passerine che prelude alla conclusiva (autocensurata nel booklet per quanto riguarda il testo) e colossale Adorata, quasi una rock ballad irriverente che nella struttura musicale richiama l’indimenticata Amico fragile di Fabrizio De Andrè, ma nel testo si viaggia verso altri lidi, è quasi un brano recitato con Alessandro Ducoli impegnato a far uscire tutte le tinte e le sfumature di cui è capace, passando da tonalità profonde a passaggi lirici: il tutto mentre la chitarra di Stivala, sorretta da basso e batteria si divincola su un tappetto ordito da un organo insinuante.

TOM MANK AND SERA SMOLEN – Unlock The Sky

di Paolo Baiotti

6 agosto 2017

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TOM MANK AND SERA SMOLEN
UNLOCK THE SKY
Ithaca Records 2017

Tom Mank e Sera Smolen, compagni anche nella vita, collaborano dal ’94. Un cantautore e una violoncellista diplomata al conservatorio, hanno cercato di miscelare i reciproci stili usando principalmente la voce di Tom, chitarra acustica e violoncello, con un aiuto piuttosto ridotto e minimale di altri strumenti e di voci femminili. Questo è il settimo cd del duo, inciso quasi interamente a Bearsville, NY con qualche aggiunta a Ithaca e in Belgio, con notevoli difficoltà dipendenti dai problemi cardiaci di Tom che lo hanno costretto ad operarsi durante le registrazioni. Mank è in pista da venticinque anni come cantautore indipendente, ha collaborato con altri compositori, congruppi di folk e bluegrass, mentre Sera si è cimentata con la musica classica, ha insegnato all’università di Mansfield e all’Ithaca College e ha contribuito all’organizzazione di alcuni festivals di violoncello. Unlock The Sky non è un disco di facile assimilazione: la malinconia naturale del violoncello (che ha maggiore spazio rispetto al passato) e la voce piuttosto monocorde di Tom lasciano un’impressione di uniformità di fondo che non favorisce l’ascolto, pur riconoscendo le doti non comuni di Sera, manifestate pienamente nella title track strumentale nella quale è unica protagonista. Il folk è la base, alimentato da suggestioni classiche con qualche incursione in atmosfere jazzate. Alcune tracce hanno una certa complessità, come l’eterea Amsterdam con l’inserimento del violino di Amy Merrill, My Thunder And Lightning con l’armonica dell’olandese Gait Klein Kromhof (il duo suona spesso in Europa, specialmente in Germania, Belgio e Olanda) e la jazzata Harpers Ferry nella quale si registrano il felice inserimento del piano honky tonk di Ron Kristy e della voce di Jenny Burns. Un disco originale e sofisticato che richiede un’attenzione non comune e che cresce con gli ascolti.

J. HARDIN – The Piasa Bird

di Paolo Baiotti

6 agosto 2017

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J.HARDIN
THE PIASA BIRD
Piasa Recordings 2016

E’ una strana storia quella di John Everett Hardin, ragazzo di Alton, Illinois, situata sulla riva del fiume Mississippi. Nel primo decennio del nuovo millennio ha inciso due dischi come Everett Thomas che sembravano aprirgli le porte a una discreta carriera, avendo anche supportato dal vivo nomi come Over The Rhine e Sara Watkins. Invece intorno al 2011 John molla tutto, cambia vita, diventa portiere di notte e si dedica alla famiglia, incapace di reggere le tensioni dell’ambiente musicale, con il fisico e la mente danneggiati da un uso esagerato di droghe e alcool. Per quattro anni resta ai margini, ma forse proprio la mancanza di pressioni lo aiuta a comporre una manciata di canzoni. Alla fine gli ritorna la voglia di incidere, ma è disposto a farlo solo con l’aiuto di Hayward Williams, cantautore e polistrumentista di Milwaukee oltreché bassista della band di Jeffrey Foucault. I due registrano a Rockford, Illinois con una band ridotta comprendente Hayward al basso, Daniel McMahon (proprietario dello studio Midwest Sound) alla chitarra e tastiere e Darren Garvey alla batteria il disco del ritorno, The Piasa Bird, comprendente otto canzoni per una mezz’ora di musica quieta e raffinata, dolce e melodica, con un tocco di atmosfere gotiche in alcune tracce come la dolente ballata Shot My Baby Down. Talvolta le melodie e la voce sono un po’ impersonali, richiamando il passato come in Oh Sophia pt.1 e 2 clonate da Paul Simon o nell’opener Drifter che richiama Townes Van Zandt, mentre risultano meno prevedibili il piano ritmato di Run Jackie Run o la mossa Calypso con una chitarra incisiva. Disco rilassante, ma un po’ esile e derivativo, di un musicista che sembra ancora incerto sul proprio futuro.