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WILLIE NILE – World War Willie

di Ronald Stancanelli

27 maggio 2016

NILE War [75360]

WILLIE NILE
WORLD WAR WILLIE
BLUE ROSE 2016

Willie Nile è recentemente passato dalle parti di Verona, precisamente al Giardino di Lugagnano, dove ormai è di casa e dove lo abbiamo in una splendida e sfolgorante serata ammirato ed applaudito fino allo sfinimento. Ha colà presentato lo splendido If I was a River, album piano oriented nel quale l’artista newyorkese ha rasentato la perfezione con un nugolo di splendidi pezzi che hanno entusiasmato il numerosissimo pubblico che ancora una volta ha applaudito e osannato questo straordinario artista che ha fatto dei suoi show una vetrina splendidamente sfolgorante e di indubbia passione. Adesso un po’ a sorpresa riceviamo questo WORLD WAR WILLIE che a onta del titolo forse esageratamente roboante lo fa tornare su lidi rock chitarristici che lo hanno prevalentemente caratterizzato pur ricordando che i pezzi suoi al pianoforte sono tra le cose più belle della sua notevole discografia, ricordiamo volentieri appunto la recentissima If I was a River che possiamo accomunare tranquillamente ai capolavori pianistici come Streets of New York, Back Home, On the Road to Calvary ed Across the River che formano un ossatura imperitura e solidamente granitica del suo percorso storico musicale.

Qua il piano resta messo da parte mentre l’amico Willie si riappropria della chitarra e saltellando come un grillo, immaginiamo, si rimette come novello giullare nelle vesti dell’affabulatore rock che ben conosciamo e ci regala ancora altri dodici frammenti da aggiungere alla sua discografia di grandissimo rocker che da anni ci affascina ed elettrizza. Magari non siamo dalla parte di capolavori passati che tanto sono stati importanti e decisivi nella storia di certo rock urbano ma il dischetto che adesso abbiamo nel lettore ci porta letteralmente tra le spire del rock più sfavillante e piacevole mentre ci fa un immenso piacere notare che la sua voce a onta degli anni che passano, passano purtroppo per tutti, non è minimamente cambiata e graffia ed incide come una volta.

Forewer Wild è affascinante intro che ci introduce ad un altro album pregno di emozioni che solitamente Willie Nile è bravissimo regalare mentre a seguire Let’s All comes together è pura miscela di ballata e rock attorcigliate assieme in un crescendo musicale di indubbio effetto e partecipazione. Si evince ancora una volta che la simmetria unità alla grande allegra solarità di questo artista ci stanno regalando nuovamente un disco di elevata conformazione e di piacevole fattura. Grandpa Rocks è riempitivo di ragguardevole stazza che attendiamo nelle prove dal vivo dove sicuramente si esalterà ulteriormente. Per Runaway Girl, soffusa e sospirata ballata già il titolo dice tutto e la successiva World War Willie, la title track, si fa apprezzare subito al primo ascolto. Molto significativa ed accattivante la marcia imponente di Bad Boy, invece velocissimo rockandroll e ritmo indiavolato per Hell Yeah.

Beautiful You e When Levon sings sono due ballate solari di leggerezza e delicatezza senza pari, ovviamente omaggio alla Band e a Levon Helm la seconda, mentre Trouble down in Diamond Town è un rock urbano dal passo cadenzato e martellante che colpisce al primo ascolto e sicuramente pezzo perfetto per le sue performance dal vivo ove acquisterà una verve ancor più evidente, splendida e perfetta la voce che in eccellente simbiosi ne accompagna il ritmo. Citybank Nile è solido e caustico blues dal profondo sapore di negritudine che lancia strali verso le solite ingiustizie che non solo non sono diminuite nel corso degli anni ma che negli ultimi tempi stanno aumentando a dismisura. Chiude Sweet Jane, omaggio all’amico Lou Reed, brano che abbiamo avuto il piacere di sentire dal vivo nel suo concerto veronese in quel di Lugagnano di cui sopra e del quale ringraziamo l’artefice, quel Giamprimo Zorzan che settimanalmente porta in questo piccolissimo paesino dell’ovest veronese miriadi di artisti che fanno la gioia di tutti coloro che hanno il piacere e la fortuna di riempire con calore e amore detto locale che regala emozioni a non finire sia nell’ambito cantautorale, come nel blues, nel rock e nel prog. Cercate in rete Il Giardino a Lugagnano e vi scoprirete una marea di musica dal vivo che potrà riempire superbamente molte delle vostre serate.

Prodotto dallo stesso Willie assieme a Stewart Lerman e suonato da Matt Hogan, chitarre; John Pisano al basso; Alex Alexander alla batteria e con tra i vari ospiti James Maddock abbiamo un eccellente album che ci farà compagnia per tutto l’anno e che si avvale di una particolare ma significativa copertina ove una scheletrica città quasi rasa al suolo dai bombardamenti è sovrastata in primo piano dalla figura di Willie Rocker senza tempo e senza paura che sembra voler con la forza della musica mascherare le vergogne che da tempo immemorabile le guerre portano con loro. Le foto come sempre di Cristina Arrigoni. Tornando a Willie, ancora una volta con semplicità e dedizione ci regala un album che trasuda buone intenzioni, grandi speranze e ritmi per riempire favorevolmente le nostre giornate. Un artista vero che assieme a Bruce Springsteen ed Elliott Murphy compone il nostro grande trittico cantautorale preferito di sempre.

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/26

di Paolo Baiotti

16 luglio 2013

earle

STEVE EARLE

THE LOW HIGHWAY

2013   New West

 

Steve Earle ha alle spalle una carriera lunga, gloriosa e contrastata con sette matrimoni e un anno di carcere. Esploso negli anni ottanta come uno dei più promettenti artisti country con Guitar Town e Copperhead Road, nei primi anni novanta è stato condizionato da gravi problemi di droga fino all’arresto per uso e detenzione di stupefacenti e armi. La sua carriera si è praticamente bloccata e la ripresa è stata difficile, ma dopo la disintossicazione Steve è riemerso più forte di prima con il cantautorale Train A Coming seguito da una serie formidabile di dischi: I Feel Alright, El Corazon, The Mountain e Transcendental Blues che lo hanno visto avvicinarsi ad uno stile più intimo e personale tra roots music, rock e country, sicuramente meno digeribile per le radio americane. Il successo è diminuito, ma la stima nei suoi confronti è aumentata e si è creato uno zoccolo fedele di appassionati. Questo mutamento si è visto anche nei testi, sempre più politicizzati e polemici nei confronti delle scelte del governo. E questo gli è costato, specialmente con i successivi Jerusalem e The Revolution Starts Now, dischi meno ispirati musicalmente e con testi troppo duri per l’ascoltatore medio americano su temi come il terrorismo o la pena di morte. Earle non è arretrato di un millimetro e non è sceso a compromessi, pagando di persona. Dopo il tributo al suo mentore Townes Van Zandt di due anni fa, riuscito solo in parte, questo The Low Highway lo riporta a livelli che non toccava da anni. Accompagnato dai fedeli The Dukes, con l’aiuto dell’ultima moglie Alison Moorer e della violinista Eleanor Whitmore, Steve ritrova l’ispirazione migliore in tracce incisive come la ballata After Mardi Gras con un violino struggente e That’s All You Got cantata con la Moorer, percorsa da una fisarmonica zydeco, entrambe utilizzate nella serie televisiva Treme ambientata a New Orleans dopo l’uragano Katrina, il country jazzato di Love’s Gonna Blow Me Away, la classica ballata acustica The Low Highway (Steve ha ancora una voce magnifica e personale), la ballata country Burnin’ It Down, la drammatica Invisible, il rock energico di 21st Century Blues e l’accorata ballata Remember Me. L’edizione deluxe aggiunge un dvd con il making of del disco, il video di Invisible e l’audio in alta risoluzione. Il miglior disco di Steve del nuovo millennio.  

 

fogerty

JOHN FOGERTY

WROTE A SONG FOR EVERYONE

2013    Vanguard

 

L’idea di registrare i classici della carriera con ospiti di prestigio non è certo nuova e forse sorprende che un musicista del calibro di Fogerty abbia deciso di incidere un disco di questo genere, che non si può definire fondamentale nella propria discografia. Come per altri grandi vecchi del rock i giorni di gloria sono lontani. John resterà sempre legato ai sei dischi in tre anni tra il ’68 e il ’70 con i Creedence Clearwater Revival, che comprendono una lunga serie di canzoni entrate nella storia e hanno influenzato generazioni di musicisti. Il seguito è stato meno brillante, condizionato dalle diatribe legali con il boss della Fantasy; Centerfield dell’85 è l’unico album veramente da ricordare, poi ci sono stati buoni dischi come Blue Moon Swamp o il live Premonition (dal vivo è sempre stato un grande performer) e altri meno validi, ma sempre dignitosi. A quattro anni di distanza dal gradevole The Blue Ridge Rangers Rides Again, il cantante torna con questo tributo a sé stesso. A differenza di altri, in molti casi ha utilizzato anche le band degli ospiti, adeguando le canzoni al tipo di suono degli invitati, un modo di lavorare che ha funzionato poco con Dave Grohl in una Fortunate Son troppo forzata, con la Zac Brown Band in una Bad Moon Rising poco significativa o con Kid Rock in Born On The Bayou, meglio con i My Morning Jacket in Long As I Can See The Light, con gli emergenti Dowes in una morbida Someday Never Comes e con la star del country Alan Jackson in Have You Ever Seen The Rain. Tra i brani incisi con la band di Fogerty spiccano la versione di Who’ll Stop The Rain con la voce ancora splendida di Bob Seger e i due inediti Mystic Highway, accattivante e coinvolgente cavalcata sudista che ricorda i Creedence e il cadenzato rock blues Train Of Fools. Un buon disco pur non essendo indispensabile, perfetto per un viaggio nelle highways americane (se ne avete la possibilità).    

 

great white

 

GREAT WHITE

30 YEARS – LIVE FROM THE SUNSET STRIP

2013    Frontiers

 

Fondati nell’83 a Los Angeles, i Great White festeggiano il trentennale con un disco registrato dal vivo in un club locale con una formazione che comprende ancora tre membri originali o quasi: il chitarrista Mark Kendall, il tastierista Michael Lardie e il batterista Audie Desbrow, ai quali si sono aggiunti il bassista Scott Snyder dal ‘08 e il cantante Terry Ilous che due anni fa ha sostituito lo storico vocalist Jack Russell il quale, a sua volta, ha formato una nuova band con il nome di Jack Russell’s Great White. Uno dei tanti eventi rocamboleschi che hanno caratterizzato la storia di una band che si è sciolta più volte, perdendo e ritrovando lungo la strada vari musicisti. Ma, purtroppo per loro, i Great White verranno sempre ricordati per quel tragico evento del 20 febbraio ‘03, quando a Warwick, Rhode Island, nel corso di un concerto al locale The Station, degli effetti pirotecnici all’inizio della loro esibizione provocarono un incendio che causò la morte di un centinaio di persone, compreso uno dei componenti del gruppo. Da allora quando si parla di loro si torna inevitabilmente a quella notte, dimenticando il successo, i milioni di dischi venduti in precedenza e la capacità di scrivere brani di hard rock melodico che li ha caratterizzati. Dal ’03 il cammino è stato difficile; Russell ha ripreso a bere senza limiti, è stato più volte in riabilitazione e i dissidi con gli altri musicisti si sono radicalizzati, finchè è stato sostituito dal semisconosciuto Ilous, cantante degli XYZ, con il quale è stato registrato Elation seguito da questo disco dal vivo. Russell aveva una voce piena, potente, lievemente arrocchita, adatta all’hard rock bluesato della band. Terry è un po’ meno personale, ma riesce a non sfigurare anche nei classici degli anni ottanta e dei primi anni novanta. 30 Years comprende undici tracce, nessuna da Elation, una sola (Back To The Rhythm) successiva al ’94. Si può quindi considerare un riassunto dei brani migliori del quintetto a partire dalla ritmata Desert Moon, tratta da Hooked del ’91 come Can’t Shake It, energica cover degli australiani Angels, mentre Face The Day, altro brano degli Angels, proviene da Shot In The Dark dell’86. Tre brani erano sul successivo Once Bitten, il mid tempo Lady Red Light, l’eccellente ballata Save Your Love e l’anthemica Rock Me, mentre da Twice Shy, doppio platino nell’89, sono state scelte la ballata bluesata House Of Broken Love, la trascinante Mista Bone e la brillante cover di Once Bitten Twice Shy di Ian Hunter. Le esecuzioni sono potenti e precise e Ilous se la cava egregiamente, ma la voce di Russell più caratteristica e bluesata resta legata ai momenti migliori della band, per cui se dovessi consigliare un loro disco dal vivo sceglierei Thank You…Goodnight del ‘02 o il vecchio Live In London. 

 

hart bonamassa

BETH HART JOE BONAMASSA

SEESAW

2013    Provogue   

 

Secondo capitolo della collaborazione tra la cantante di Los Angeles e il vulcanico chitarrista di Utica. Il precedente Don’t Explain (Provogue ’11) aveva ottenuto un grande successo di critica e di pubblico, diventando uno dei più apprezzati per entrambi gli artisti. Un seguito era inevitabile, sempre con la produzione dell’esperto Kevin Shirley (da anni con Bonamassa) e con la stessa formazione comprendente Anton Fig (batteria), Carmine Rojas (basso), Blondie Chaplin (chitarra) e Arlan Shierbaum (tastiere), abituali collaboratori del chitarrista, con l’aggiunta di una sezione fiati. Manca l’effetto sorpresa dell’esordio, ma anche questa volta le undici covers sono scelte e arrangiate con cura, facendo emergere le doti vocali di Beth, dotata di una notevole potenza e duttilità, affiancata da un Bonamassa che resta in secondo piano, attento a non sovrastarla con assoli composti e precisi. Tra le canzoni spiccano il fantastico slow blues I Love You More Than You’ll Ever Know di Al Kooper, nel quale non so se preferire la prestazione vocale di Beth o lo strepitoso assolo di Joe, la sofisticata e swingata versione di Them There Eyes, un hit di Billie Holiday nel ’39 e due tracce famose nella versione di Etta James, il ritmato soul Rhymes e la ballata jazzata A Sunday Kind Of Love con un discreto accompagnamento di archi. E come non citare l’intensa ripresa di Nutbush City Limits, dove Beth non teme il confronto con Tina Turner oppure la raffinata If I Tell You I Love You di Melody Gardot? Alla fine non tralascerei neanche un brano, visto che il finale propone See Saw di Don Covay e Steve Cropper (incisa nel ’68 da Aretha Franklin) con un’esuberante sezione fiati, seguita da una drammatica Strange Fruit, brano simbolo della lotta contro il razzismo e la schiavitù con il quale si sono confrontate grandi cantanti del passato come Nina Simone e Billie Holiday, punti di riferimento della Hart che non sfigura affatto nel confronto. Il disco è uscito anche in un’edizione limitata che aggiunge un dvd con immagini delle registrazioni e tre brani completi filmati in studio. La coppia questa volta ha organizzato un breve tour europeo, riuscendo a trovare uno spazio nell’agenda fittissima di Bonamassa, sempre impegnato nella sua carriera solista e in vari altri progetti, forse troppi, per cui non è da escludere che la prossima uscita sia un cd o dvd dal vivo, considerata l’ottima riuscita di questi concerti, nei quali sono stati eseguiti quasi integralmente i due dischi con l’aggiunta di altre covers di blues e soul.   

 

whitesnake

WHITESNAKE

MADE IN JAPAN

2013    Frontiers (2cd+dvd)

 

La scarsa fantasia del titolo di questo live dei Whitesnake è rispecchiata parzialmente anche nelle scelte musicali, ma la presenza di un secondo dischetto “bonus” lo rende meno scontato. Nulla da dire sulla qualità sonora o su quella delle immagini del dvd che comprende gli stessi brani del primo cd, registrato alla Saitama Super Arena di Tokyo l’11 ottobre del ‘11 in occasione del Festival Loudpark, ma da anni la band è un semplice veicolo del leader e cantante David Coverdale che ha costruito la sua carriera negli anni settanta con i Deep Purple di Burn e Stormbringer, formando poi i Whitesnake nel ’77. Il primo periodo della band è stato vivo e interessante, anche per la presenza di musicisti di qualità come gli ex compagni dei Purple Jon Lord e Ian Paice, Cozy Powell, Neil Murray e la coppia di chitarristi rock blues formata da Bernie Marsden e Micky Moody. Dopo il trasferimento di David negli Stati Uniti e l’abbandono di Lord e Paice, il cantante ha cambiato quasi interamente la formazione, inserendo progressivamente John Sykes, Vivian Campbell, Adrian Vandenberg e Steve Vai, chitarristi emergenti amanti della velocità che hanno contribuito ad avvicinare il suono all’hair metal degli anni ottanta testimoniato da 1987, l’album che in America ha ottenuto otto dischi di platino trasformando Coverdale in una star planetaria. In seguito il fenomeno si è ridimensionato ma il gruppo, pur cambiando vari elementi, ha mantenuto un suono hard rock americano, potente ed esteriore, poco bluesato e fantasioso. Negli ultimi anni, trovando una stabilità con Doug Aldrich (Dio) e Rob Beach (Winger) alle chitarre, i Whitesnake hanno pubblicato due dischi in studio di buon livello (Good To Be Bad e Forevermore) ritrovando credibilità anche in Europa, dove la svolta metal era stata meno apprezzata. Questo live, inciso nel corso del tour di Forevermore, comprende tre brani dal disco: la potente Steal Your Heart Away, l’eccellente ballata Forevermore, forse il brano migliore della serata e la cadenzata Love Will Set You Free. Best Years era su Good To Be Bad, mentre gli altre sei brani sono inevitabili classici degli anni ottanta. Da 1987 provengono la ballatona Is This Love, la zeppeliniana Still Of The Night, l’altro singolo Here I Go Again e la ritmata Give Me All Your Love Tonight, mentre Fool For You Loving ci riporta al primo periodo (ma è stata poi reincisa su Slip Of The Tongue nell’89). Peccato che i lunghi assoli di batteria e chitarra tolgano spazio ad altre canzoni. Il secondo cd è interessante ed inconsueto, comprendendo otto brani dalle prove del tour: tra le quattro tracce acustiche, molto piacevoli e diverse dal suono abituale della band, spiccano la delicata ballata Fare Thee Well e la bluesata Tell Me How, mentre le quattro tracce elettriche comprendono la granitica Lay Down Your Love con una slide incisiva e Evil Ways.          

 

willie-nile_american-ride

WILLIE NILE

AMERICAN RIDE

2013                Loud & Proud

 

La carriera di Nile ha avuto un andamento strano e sfortunato. Emerso nell’80 con l’omonimo album d’esordio dopo anni di frequentazione del Greenwich Village, è stato subito considerato una delle speranze del cantautorato americano folk-rock. Il seguito è stato più difficile e controverso: il secondo album Golden Down ha venduto poco provocando problemi legali con la Arista che, accoppiati a problemi personali di salute hanno interrotto il suo cammino per alcuni anni. Il terzo disco è uscito nel ‘91 per la Columbia, quando il suo nome era già stato dimenticato e la ripresa è stata molto difficile. Dopo altri anni duri che non hanno scalfito il suo ottimismo, Willie è riemerso definitivamente nel ’06 con lo splendido Streets Of New York seguito da un energico disco dal vivo. I successivi House Of A Thousand Guitar e Innocent Ones hanno consolidato il suo ritorno, pur non raggiungendo il livello del disco precedente. Con American Ride l’artista di Buffalo pubblica un altro disco incisivo e convincente, uno dei migliori della sua carriera. Willie non è mai stato un cantautore tradizionale, miscelando le influenze del Village con una grande passione per il punk (Ramones e Clash sono tra i suoi gruppi preferiti). Stimato da critici e colleghi molto più famosi come Bono, Bruce Springsteen e Pete Townshend, non ha raggiunto la popolarità meritata pur essendo amato da uno zoccolo duro di appassionati, specialmente in Europa. Come sempre American Ride ha dei testi importanti, riprendendo l’amata tematica del viaggio nella title track che rappresenta un omaggio alla diversità degli stati americani, ricordando gli anni vissuti a New York in Life On Bleeker Street, cercando di dare una visione umanizzata di un Dio impegnato in azioni giornaliere in God Laughs e criticando duramente le crociate nel nome della religione in Holy War. L’energica cover di People Who Died del poeta e cantante newyorkese Jam Carroll, eseguita da anni in concerto, è un omaggio all’autore morto alcuni anni fa, mentre la conclusiva There’s No Place Like Home è una ballata che celebra le radici e il piacere di tornare a casa dopo un lungo viaggio. L’edizione americana comprende tre bonus tracks che riaffermano l’influenza dei Clash in Occupy che sembra uscita da Sandinista e nella nuova grintosa versione di One Guitar, già incisa su The Innocent Ones. Nile è accompagnato da Johnny Pisano (basso), Matt Hogan (chitarra) e Alex Alexander (batteria), con l’aiuto di alcuni amici tra i quali il cantautore James Maddock e Steuart Smith. Un grande disco di un piccolo (di statura) grande artista.