Archivio di marzo 2019

THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE – 3 X 4

di Paolo Baiotti

15 marzo 2019

3x4[1143]

THE BANGLES/THE THREE O’CLOCK/THE DREAM SYNDICATE/RAIN PARADE
3 X 4
Yep Roc 2019

Nel dicembre 2013 vengono organizzati al Fillmore di San Francisco e al Fonda Theatre di Los Angeles due concerti che riuniscono quattro gruppi fondamentali del cosiddetto Paisley Underground, un movimento musicale nato agli albori degli anni ottanta nella zona di Los Angeles. Da questo ritrovo nasce l’idea di un disco in comune in cui ognuno dei quattro gruppi esegua tre brani dei colleghi, portata avanti soprattutto da Steve Wynn, Vicki Peterson e Danny Benair. Nel corso degli anni ci sono stati cambiamenti, scioglimenti, reunion, qualche litigio, ma anche un grande rispetto e forti rapporti di amicizia. I Dream Syndicate si sono sciolti nell’89 e riformati nel 2012 con tre membri della formazione classica; stanno per pubblicare il secondo album in studio post reunion e godono di ottima salute. The Bangles (originariamente The Bangs), il quartetto femminile che ha venduto milioni di dischi negli anni ottanta, si sono sciolte alla fine della decade, ma sono tornate insieme nel ’98, incidendo due dischi nel nuovo millennio e suonando con una certa regolarità. La formazione attuale è quella originale, con la bassista Annette Zilinskas tornata recentemente nei ranghi. I Rain Parade si sono separati nell’86 e riformati nel 2012, proseguendo pur senza incidere nulla di nuovo. The Three O’Clock, nati come The Salvation Army, si sono lasciati nell’89 e ritrovati nel 2013; proseguono con l’attività live concentrata soprattutto in California.
Pubblicato in edizione limitata in doppio vinile viola psichedelico per il Black Friday del 2018 con le covers di ogni band nella stessa facciata e in cd con una sequenza diversa, 3×4 è uscito ufficialmente a febbraio anche in versione liquida. E’ un disco brillante, divertente e scorrevole che ripropone le caratteristiche del Paisley, un incrocio tra il garage rock e il pop dei sixties con elementi psichedelici, rivisitati alla luce del punk, con un predominio delle chitarre che suonano divinamente bene. Come scrive Steve Wynn nelle puntuali note del booklet, i gruppi erano formati da grandi appassionati di musica che condividevano la passione per i Velvet Underground, le band della compilation Nuggets e i Pink Floyd di Syd Barrett, ai quali aggiungerei gruppi californiani come Byrds e Buffalo Springfield. La raccolta non ha punti deboli, semmai si possono criticare un paio di versioni molto aderenti agli originali, ma nel complesso i gruppi si dimostrano ancora in ottima forma. In particolare i Rain Parade emergono con la loro morbida e raffinata psichedelia, con gli intrecci delle chitarre e le voci soliste di Matt Piucci e Steven Roback, nella sognante As Real As Real (arricchita da un tocco orientaleggiante), in una avvolgente When You Smile con un break strumentale da applausi e in Real World, sixties pop rallentato con un tocco lisergico in più rispetto all’originale delle Bangles. E proprio le Bangles sorprendono per duttilità sia nell’uso di tre voci diverse (come a inizio carriera) che caratterizzano le loro proposte, sia nell’incisività della chitarra solista di Vicki Peterson in una brillante That’s What You Always Say, mentre la voce pop di Susanna Hoffs è rimasta inalterata rispetto agli anni ottanta nella deliziosa Talking in My Sleep. I Dream Syndicate induriscono appena You’re My Friend, aggiungendo un tocco malinconico dato dalla voce di Wynn e omaggiano le Bangles con una bruciante Hero Takes A Fall, un brano con un testo beffardo relativo allo stesso Steve. I Three O’Clock, da sempre più vicini al pop, caratterizzati dalla voce sottile di Michael Quercio (che in un’intervista al LA Weekly inventò il nome Paisley Underground), accentuano il lato pop-soul di Getting Out Of Hand e vivacizzano la byrdsiana What She’s Done To Your Mind con la Hoffs ai cori, non convincendo del tutto in Tell Me When It’s Over.
Bella idea e disco riuscito…magari contribuirà a un rilancio del Paisley, visto che anche i Long Ryders nel frattempo si sono riuniti, hanno pubblicato l’eccellente Psychedelic Country Soul e prossimamente gireranno l’Europa, mentre il 2 maggio uscirà These Times dei Dream Syndicate.

LOW LILY – 10.000 Days Like These

di Paolo Baiotti

7 marzo 2019

low

LOW LILY
10.000 DAYS LIKE THESE
Mad River 2018

Low Lily è un trio di folk tradizionale e bluegrass originario del Vermont formato dai coniugi Liz Simmons (voce da soprano e chitarra) e Flynn Cohen (voce da tenore, chitarra e mandolino) e da Lissa Schneckenburger (voce da alto e violino). Proprio la fusione nelle melodie vocali di queste tre tonalità differenti è la loro caratteristica principale, oltre alla tecnica di Lissa al violino e di Flynn al mandolino. In questo esordio sulla lunga distanza (tre anni fa hanno pubblicato l’omonimo Ep) sono accompagnati da Corey DiMario (componente dei Crooked Still) al contrabbasso e saltuariamente da Stefan Amidon alla batteria. Il disco miscela le influenze dei tre musicisti, che comprendono bluegrass, folk tradizionale irlandese e scozzese, old time music degli Appalachi, con qualche spruzzata di rock. L’interscambio vocale è davvero pregevole e si nota particolarmente in Hope Lingers On in cui le voci sono sostenute dal solo battito di mani (sul video si notano ancora di più i contributi dei tre artisti) e nella morbida ballata 10.000 Days Like These. Voci e strumenti si completano in altre tracce come In The Grumblinoby One (violino e mandolino) e The Good Part in cui si aggiunge il banjo di Greg Liszt, mentre Dark Stars Again è un delicato duetto tra le voci femminili. Spiccano anche due cover: Rock Of Ages di Gillian Welch e David Rowling, tratta dal secondo disco solista di Gillian del ’98 in cui si alternano come soliste Lissa e Liz con Flynn alla chitarra e Brothers In Arms, iconica title track dell’album dei Dire Straits dell’85, in cui viene accentuato il lato malinconico e riflessivo, con l’aggiunta del violoncello di Duncan Wickel.
Questo album dei Low Lily, pur essendo rivolto soprattutto a un pubblico appassionato di folk tradizionale, potrebbe risultare accessibile e attraente anche per chi è meno abituato all’ascolto di musica tradizionale, avendo un approccio moderno, una pulizia di suono indiscutibile e un impasto tra le voci e gli strumenti difficilmente riscontrabile.