Archivio di settembre 2017

JIMMY RAGAZZON – Songbag

di Paolo Baiotti

17 settembre 2017

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JIMMY RAGAZZON
SONGBAG
Ultrasound Records 2016

Fondatore e leader dei pavesi Mandolin’ Brothers, uno dei tesori (putroppo) nascosti della musica roots italiana dalla fine degli anni settanta, bibliotecario nella vita, appassionato cultore di musica, letteratura e cultura in generale, Jimmy Ragazzon è finalmente riuscito a pubblicare il suo primo album solista, un altro sogno impossibile diventato realtà (come scrive nelle note del booklet).

Questo disco lo aveva in testa da molto tempo ed è il frutto di una serie di canzoni scritte nel corso degli anni e messe da parte in una borsa virtuale (la songbag) che finalmente è stata svuotata negli studi della Ultra Sound di Belgioioso (PV) con la produzione di Stefano Bertolotti e il mixaggio negli Usa da parte dell’amico Jono Manson. A un primo sguardo non ci sono molte differenze dai dischi dei Mandolin’ Brothers.

Il principale collaboratore è il chitarrista della band Marco Rovino che ha scritto due brani con Jimmy; inoltre partecipano altri due membri del gruppo, Joe Barreca e Riccardo Maccabruni. Tuttavia il cuore della band (The Rebels) che accompagna Ragazzon (voce, armonica e chitarra acustica) è formato da Rino Garzia (basso), Paolo Ercoli (dobro), Luca Bartolini (chitarra acustica) e da Rovino. Songbag è un disco acustico, senza batteria (e in questo differisce dai Mandolin’ Brothers), prevalentemente folk con accenti bluegrass, country e roots, un disco intimo, personale, con dei testi significativi parzialmente autobiografici che conferma la bravura e l’integrità del suo autore. Dieci brani, nessun riempitivo, un suono pulito nel quale si sente quasi il legno degli strumenti (fotografato anche all’interno della copertina).

Otto brani autografi e due covers che rappresentano due influenze decisive per Jimmy: un’eccellente Spanish Is The Loving Tongue (Bob Dylan) nella quale brillano l’armonica e il violino di Chiara Giacobbe e una The Cape (Guy Clark) fedele all’originale. Tra le altre tracce spiccano l’opener D Tox Song con un suono che mi ha ricordato David Grisman e riusciti intrecci vocali, l’intima Old Blues Man con un testo sofferto e coinvolgente, Dirty Dark Hands sul problema dell’immigrazione, la dura Sold, accusa a un mondo nel quale tutto è in vendita arrangiata con morbida malinconia (e l’apporto della lap steel di Roberto Diana) e la scorrevole Evening Rain, un altro brano in cui ad un accompagnamento musicale rilassato si contrappone un testo di denuncia, in questo caso sulla povertà e sull’emarginazione. Niente male anche il blues Going Down con la chitarra di Maurizio “Gnola” Gliemo, mentre la conclusiva ballata In A Better Life, soffusa e sofferta, è nobilitata da un’armonica preziosa.

A Varedo la prima edizione della Fiera del Disco

di admin

13 settembre 2017

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Si svolgerà il prossimo 1 ottobre la prima edizione della Fiera del Disco, del CD e del DVD di Varedo (MB).
La location è l’Oratorio della chiesa “Maria Regina” di Varedo (Fraz. Valera), in Via Friuli, 18.
Ingresso e parcheggio liberi, orario: dalle 10 alle 19
per maggiori informazioni: 338 4273051
Facebook: Rock Paradise Fiere del Disco

WALTER TROUT – We’re All In This Together

di Paolo Baiotti

13 settembre 2017

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WALTER TROUT
WE’RE ALL IN THIS TOGETHER
Mascot/Provogue 2017

Walter Trout è un miracolato, un uomo al quale è stata concessa una seconda occasione dalla sorte, dalla bravura dei medici o da un’entità superiore. Nel giugno del 2013 mentre è in tour in Germania si sveglia di notte con le gambe gonfie di liquido. Gli viene diagnosticata una cirrosi epatica, causata da anni di stravizi. Si cura con fatica, ma il fisico deperisce finchè nel marzo del 2014 crolla. Ricoverato nel centro specialistico della Ucla, apprende che l’unica possibilità di salvezza è un trapianto di fegato entro 90 giorni. Raccoglie i 125.000 dollari necessari con un crowfunding (la mancanza di coperture sanitarie in Usa non è una novità…) e il 26 maggio viene operato. Il recupero è durissimo, come abbiamo raccontato in LFTS n. 120, ma con grande tenacia si riprende, aiutato dalla moglie Marie e dai figli. Pubblica The Blues Come Callin’, iniziato prima della malattia e finito dopo tra mille ostacoli e Battle Scars, che racconta nei testi le sue paure, le sofferenze e la battaglia per sopravvivere. Sono due dischi faticosi, tosti, drammatici, nei quali musicalmente Walter si affida al rock-blues muscolare che lo ha sempre contraddistinto. Battle Scars vince un Blues Music Award come miglior album rock-blues del 2016 e viene seguito dal doppio dal vivo Alive In Amsterdam che celebra il ritorno sul palco, testimoniando un tour emozionante e di grande successo, anche se non è il suo disco dal vivo più riuscito.

Superata l’emozione del ritorno, è giunto il momento di pubblicare un disco più positivo ed eccitante. Walter ha richiamato un gruppo di amici, anche per ringraziarli del supporto, incidendo un seguito di Full Circle (Ruf 2006), nel quale era accompagnato da ospiti come John Mayall, Jeff Healey, Eric Sardinas, Coco Montoya e Joe Bonamassa. Questa volta la maggior parte delle registrazioni sono state fatte separatamente, utilizzando i mezzi offerti dalla tecnologia, ma l’impressione è che siano tutti nello stesso studio, tanto è il calore emanato dal disco, nettamente superiore a quello del 2006. Prodotto da Eric Corne e suonato da una band formata da Sammy Avila (tastiere, con Trout dal 2001), Mike Leasure (batteria, con Trout dal 2008) e Johnny Griparic (basso) è un disco entusiasmante, con dei brani e degli arrangiamenti studiati per mettere a proprio agio gli ospiti.

La partenza è esplosiva con l’energetico rock-blues Gonna Hurt Like Hell nel quale si incrociano le chitarre di Walter e Kenny Wayne Shepherd, il boogie Ain’t Going Back, un duetto con la voce e la raffinata slide di Sonny Landreth, lo splendido slow The Other Side Of The Pillow, un duetto da antologia con l’armonica e la voce di Charlie Musselwhite e la scorrevole She Listens To The Blackbird Sing con Mike Zito, che ci riporta al suono sudista dei seventies di Allman Brothers e Marshall Tucker Band. Dopo lo strumentale Mr. Davis nel quale si confrontano lo stile ruvido di Trout e quello più raffinato di Robben Ford, si prosegue con la superba riedizione di The Sky Is Crying dove Walter duetta alla grande con Warren Haynes.

La parte centrale del disco registra un paio di episodi minori con Eric Gales e Joe Louis Walker, ma anche il pregevole soul She Steals My Heart Away con il sax di Edgar Winter e l’energico up-tempo Too Much To Carry con l’armonica di John Nemeth. Nel finale spiccano Blues For Jimmy T., duetto acustico con John Mayall (Trout è un ex componente dei Bluesbreakers) e la title track, nella quale il musicista di Ocean City ingaggia un duello con la chitarra di Joe Bonamassa. Trout ha dichiarato: “ho 66 anni, ma mi sento nel periodo migliore della mia vita. Fisicamente mi sembra di avere molta più energia rispetto al passato. Inoltre apprezzo molto di più il fatto di essere vivo, il mio mondo, la mia famiglia, la mia carriera”. Questo disco ne è la dimostrazione: pieno di gioia, entusiasmo e voglia di vivere e, soprattutto, di rock-blues energico e coinvolgente.

MICHAEL TOMLINSON – House Of Sky

di Paolo Crazy Carnevale

13 settembre 2017

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MICHAEL TOMLINSON – House Of Sky (Desert Rain Records 2016)

Un attacco accattivante, ritmo moderato con tastiere giustamente insinuanti. Michael Tomlinson questo disco lo inizia gran bene, l’andatura del brano che lo apre, Boulevard Rain, ricorda alcune di quelle belle canzoni che Van Morrison ha disseminato nei suoi dischi a cavallo tra anni ottanta e anni novanta. La direzione del cantato però va in tutt’altra direzione: Tomlinson sembra figlio o fratello minore di quella scuola di songwriting tanto in voga negli anni d’oro della west coast, quando la west coast music più tranquilla, quella che odiava la frenesia delle grandi città, aveva trovato riparo sulle alture del Colorado, tra rocce, nevi e boschi.

Il disco di Tomlinson – che non è un novellino alla luce di una considerevole produzione comprendente ormai una dozzina di album disseminati tra la metà degli anni ottanta ed oggi – è stato realizzato grazie ad un crowdfunding che ha garantito al cantautore di origine texana il capitale per chiudersi in studio a Seattle e mettere insieme le sedici tracce del CD contando su un discreto parterre di musicisti impegnati tra strumenti a corde tipici della musica di base folk rock qui inclusa, fiati e molto altro (suonato dal coproduttore del disco Kay Kenney impegnato alle tastiere, alla fisarmonica, basso, percussioni, synth): il risultato è un disco piacevole, tranquillo molto rilassato che va a pescare – a livello d’ispirazione – in quella scuola cantautorale raffinata e perfettina, in bilico equilibrato tra folk rock e pop facente capo a gente come Dan Fogelberg e Kenny Loggins. Alla buona traccia d’apertura segue un’altra bella composizione, Wyoming Wind, che tradisce leggermente l’origine texana di Tomlinson, e sul percorso si incappa in altre pregevoli canzoni come All This Water.

Diciamolo subito, non c’è davvero nulla di nuovo in questo artista, ma credo che chi cerca qualcosa di nuovo sappia da che parte cercare senza indugiare nel mondo dei cantautori. Piuttosto, quello che può dar da pensare è quale futuro possa avere questa musica (il pubblico, è evidente, è quello del crowdfunding): pensate al menzionato Fogelberg, amato alla follia nei suoi anni d’esordio, benedetto dalla presenza di titolati ospiti nei solchi dei primi dischi e premiato da notevoli vendite. Con gli anni, pochi, è finito nel dimenticatoio (pur continuando a fare dischi) la fortuna è cessata, i fan si sono persi: un paio d’anni fa girando il Texas con Daniele Lopresto, nei numerosi negozi di vinile usato che abbiamo visitato siamo incappati in un numero elevatissimo, quasi montagne, di dischi di Fogelberg venduti (per non dire tirati dietro) nei reparti delle offerte da un dollaro, segno che quei dischi li avevano comprati in molti ma che anche che quei molti se ne sono anche sbarazzati.

Artisti di questo genere non vendono certo più le centinaia di migliaia di vinili d’un tempo ma forse autori come Tomlinson tra vent’anni potranno ancora contare su una fetta di pubblico, affezionato quanto limitato, che metterà nel lettore CD i loro dischi facendosi cullare dolcemente da melodie zuccherine e voci malinconiche.

KENNY WAYNE SHEPHERD BAND – Lay It On Down

di Paolo Baiotti

7 settembre 2017

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KENNY WAYNE SHEPHERD BAND
LAY IT ON DOWN
Mascot/Provogue 2017

Considerato un talento prodigioso ai tempi dell’esordio di Leadbetter Heights, pubblicato nel ‘95 quando aveva compiuto 17 anni, Kenny Wayne Shepherd, nato a Shreveport in Louisiana nel ’77, ha vissuto un avvio di carriera esaltante con due dischi di platino e un disco d’oro (oltre al citato esordio, Trouble Is e Live On) e un successivo periodo di assestamento (o di crisi), comune ad altri giovani talenti della chitarra usciti nello stesso periodo (Jonny Lang, Jeff Healey, Joe Bonamassa).

Per ritrovare un equilibrio è dovuto tornare alle radici, ovvero al blues, con il pregevole progetto 10 Days Out (cd e dvd usciti nel 2007), un documentario nel quale ha incontrato e collaborato con alcuni veterani del genere come Etta Baker, B.B. King, Hubert Sumlin, Lazy Lester e Pinetop Perkins, approcciati da Kenny con umiltà e modestia, culminato in un concerto con alcuni ex membri delle band di Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Da allora ha ripreso la sua strada nell’ambito del rock-blues con una convinzione e una serenità che gli hanno consentito di pubblicare l’ottimo Live In Chicago nel 2010 seguito da due validi dischi in studio, Here I Go e Goin’ Home. Se quest’ultimo era un nuovo omaggio al blues attraverso dodici covers di artisti che lo hanno influenzato, il nuovo Lay It On Down è un ritorno al rock-blues più ortodosso. Inoltre dal 2013 Kenny è un membro di The Rides, l’eccellente band formata con Stephen Stills e Barry Goldberg.

Uno dei punti di forza di Shepherd è l’eccellente band che lo accompagna, da anni comprendente il potente cantante Noah Hunt, uno dei migliori in questo genere e, l’esperto batterista Chris Layton (già con Stevie Ray Vaughan), ai quali si aggiungono i nuovi Kevin McCormick al basso e Jimmy McGorman alle tastiere, recentemente sostituito da Joe Krown (già con Clarence Gatemouth Brown).

Lay It On Down è un disco di blues moderno, robusto, intenso e vario, nel quale Kenny dimostra la sua personalità pur non nascondendo le sue influenze, in primis Stevie Ray Vaughan (basta ascoltare Down For Love e Ride Of Your Life). Tra i brani spiccano la title track, una brillante ballata presentata in due versioni, una elettrica e una acustica (bonus track dell’edizione in digipack), lo slow Hard Lesson Learned profumato di country, l’errebi irrorato dai fiati Diamonds & Golds, composto con il produttore Marshall Altman, il ruvido opener Baby Got Gone e la scorrevole Nothing But The Night. L’edizione limitata in digipack ha un booklet di 56 pagine con i testi, un’intervista e foto sulle due passioni di Kenny (chitarre a automobili).

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AMILIA K. SPICER – Wow & Flutter

di Paolo Crazy Carnevale

6 settembre 2017

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Amilia K. Spicer – Wow & Flutter (Free Range Records 2017)

Si apre come un signor disco questa nuova fatica di Amilia K. Spicer, talentosa cantautrice di stanza sulla West Coast ma di fatto autentico concentrato di sonorità “americana” per via dei suoi vari spostamenti e delle sue frequentazioni di certi giri texani che con questa definizione vanno a nozze. Wow & Flutter è la più recente delle produzioni firmate da Steve McCormick ed è forse quella più eccellente, per quanto anche le altre siano riuscitissime, in costante e misurato equilibrio tra il lirismo di Emmylou Harris e la drammaticità di Lucinda Williams. Lui stesso non ha esitato nel definire il disco una gemma ed è difficile dargli torto.

La Spicer, per quanto assai poco nota alle nostre latitudini, dopo alcuni altri dischi da cantautrice e la partecipazione ad alcuni tribute album in cui ha reinterpretato Neil Young, Peter Case e Brian Wilson, mette sul piatto una dozzina di belle, a volte eccelse composizioni e lo spessore del disco viene subito tutto fuori fin dalla prima traccia, la convincente Fill Me Up in cui McCormick oltre a produrre infila anche un’azzeccata chitarra acustica e porta in dote il suo parterre di amici e collaboratori che in questo brano sono Michael Jerome, Eric Lynn e Joe Karnes. La titolare dal canto suo si alterna tra elettrica, banjo e organo Hammond C3. Bella anche la successiva Harlan, con ospiti la batteria di Andy Kamman (Phil Cody Band) e il basso di Tom Freund (cantautore in proprio e titolare di un rarissimo vinile condiviso insieme all’amico di sempre, tale Ben Harper, col quale si esibisce ancor oggi appena se ne presenti l’occasione). This Town è forse il brano più elaborato del disco, col maggior dispiego di strumenti, intenti a costruire una specie di riuscito wall of sound. McCormick si alterna tra elettriche ed acustiche mentre la Spicer si occupa della lap steel, ma ci imbattiamo anche nel mandolino di Matt Cartsonis (sempre del giro Cody, ma anche collaboratore di Warren Zevon e recentemente di John McEuen), ci sono i sassofoni del Blues Baron e le percussioni di Wally Ingram, mentre alla batteria ed al piano c’è nientemeno che Malcolm Burn che è responsabile del mixaggio dell’intero disco. Con la delicata Shotgun Amilia costruisce una serie di grandi armonie vocali che richiamano i lavori “pellerossa” di Robbie Robertson e certe frequentazioni africane del Paul Simon anni ottanta: si tratta di un brano riuscitissimo su cui lei mette l’acustica e lascia McCormick a far duettare l’elettrica e la slide con la mandola di Cartsonis. Tanto di cappello, davvero! Lightning sposta invece l’asse verso un suono più percussivo, ci sono ben quattro persone che si occupano di batteria e percussioni varie, tra cui lo stesso Steeve McCormick che lascia ad occuparsi delle chitarre l’illustre Gurf Morlix, grande amico della Spicer e titolato chitarrista che i frequentatori della scena texana di certo conoscono.

Con Train Wreck, brano in punta di piedi che ospita Tony Gilkyson alla chitarra, Mc Cormick porta alla corte della Spicer (impegnata oltre alle chitarre anche al piano e alla melodica) un altro dei suoi collaboratori preferiti, il bassista Daryl Johnson, che nel brano successivo, Shake It Off offre anche una bella prestazione vocale degna della sua militanza nella band dei fratelli Neville; ma non è tutto, nel brano – dallo sviluppo dannatamente intrigante – c’è un altro ospite da urlo, seduto dietro al suo Hammond B3 c’è infatti Mike Finnigan, titolare di alcuni buoni dischi come solista, tastierista live e in studio sia di Stephen Stills che di CSN, ma soprattutto autentico pezzo di storia del rock che ha messo le sue tastiere in un album fondamentale come l’Electric Ladyland di hendrixiana memoria! In Windchill Amilia e McCormick fan tutto da soli, alle prese con una canzone in odor di Emmylou Harris, quella della storia più recente, non solo quella prodotta da Lanois e suonata da Buddy Miller, quanto piuttosto quella di Red Dirt Girl in cui si rivelava insospettabilmente dotata autrice oltre che interprete, con la produzione di Malcolm Burn e la presenza in studio di Daryl Johnson ed Ethan Johns. Down To The Bone è ricca di suggestioni portate dall’uso di strumenti meno rock come il violino e il banjo o totalmente inusuali come le campane tibetane. In Wild Horses troviamo anche la pedal steel di Eric Heywood, altro musicista del giro McCormick mentre con Waht I’m Saying il ritmo si fa più sostenuto grazie alla ritmica efficace di Johnson e Jerome che regge il cantato della titolare impegnata ad intrecciare la sua lap steel con i suoni delle elettriche di McCormick e con l’Hammond stavolta affidato ad un’altra divinità dello strumento, quel Rami Jaffe che abbiamo imparato a conoscere attraverso i dischi dei Wallflowers e dei Foo Fighters. Ancora un brano da applausi.

Il finale, lento, soffuso, con le chitarre di Heywood e Gurff Morlix, è affidato a Shine in cui a duettare dolentemente con Amilia c’è nientemeno che Jimmy Lafave, probabilmente in una delle sue ultime apparizioni.

ERIK LUNDGREN – Doordwellers

di Paolo Baiotti

3 settembre 2017

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ERIK LUNDGREN
DOORDWELLERS
Misty Music 2016

Svedese da tempo trasferitosi a Copenhagen in Danimarca dopo un’esperienza in Giappone, attivo dalla prima metà degli anni novanta, Erik è stato coinvolto in molti progetti con formazioni diverse incidendo più di venti albums. Alcune bands non sono più attive come Sink, Ballroom Bastards, i Knivfisk o i Depleted, altre invece risultano tuttora in attività come Kebe Music (si occupano soprattutto di colonne sonore), Abetabeat e Druids. Ma in questo momento la priorità di Erik è la sua carriera solista che dopo Journey del 2014, prosegue con questo DoorDwellers. Lundgren ha una voce da cantautore indie-folk con un fondo di malinconia, qualche venatura pop e un forte senso della melodia. Negli arrangiamenti prevalgono le chitarre acustiche e le tastiere suonate da Jimmy Nolsoe e Kaare Graesboll, con l’aggiunta di un pizzico di batteria elettronica, creando un suono avvolgente, a tratti fiabesco e romantico, morbido e pacato, influenzato dai grandi e quieti paesaggi del nord (d’altronde Erik è cresciuto in una cittadina circondata da foreste ed ha sempre ammesso di ispirarsi alla natura del suo paese). Taken By The Fog, la folkeggiante The Passing e In Your Eyes che richiamano le melodie di Paul Simon, la melodica e sognante What Follows, l’evocativo pop-folk Ease e l’intensa pianistica My Demise mi sembrano le tracce più significative di un disco ideale per un ascolto notturno, pubblicato anche in vinile.
Per informazioni il sito dell’artista è www.eriklundgrenmusic.com.