Archivio di febbraio 2017

RAMI AND THE WHALE – Rami And The Whale

di Paolo Baiotti

22 febbraio 2017

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RAMI AND THE WHALE
RAMI AND THE WHALE
Wooden Shrine 2016

Rami And The Whale è il progetto solista di Rasmus Blomqvist, cantautore svedese già membro dei Ginger Trees e del duo Holy Farmers, comprendente dodici brani scritti nell’arco di dieci anni e incisi in vari studi locali tra il 2015 e il 2016. Affiancato principalmente da Kristin Freidlitz al violino in quattro brani, Erik Lundin al flauto e Henri Gylander (autore della copertina) alla chitarra solista in due brani e da alcuni batteristi, Rasmus si occupa di tutti gli strumenti prevalentemente acustici e viene aiutato saltuariamente nelle armonie vocali.

Influenzato dall’indie-folk con una sfumatura di pigrizia e di calma che richiama i paesaggi della sua terra e completato da testi con un fondo di misticismo e di riflessioni sulla complessità della vita, Rasmus predilige arrangiamenti acustici essenziali e minimalisti, perfetti per avvolgere l’eccellente ballata The Unfinished Song, impreziosita sullo sfondo da un malinconico violino e Autumn Song, dove spiccano gli arpeggi della chitarra acustica e l’inserimento di un flauto bucolico, due brani caratterizzati da melodie immediate e accattivanti. Nell’eterea River e nella raffinata I Am Rami, valorizzata anche dalla seconda voce di Jonte Johansson, si rispecchia il lato più riflessivo del disco, mentre un discreto arrangiamento elettrico interviene nel più convenzionale mid-tempo Poorhouse. Un po’ di tedio affiora tra Echoes Of The Matter e Alien, anche per l’interpretazione vocale teatrale, ma nella parte finale l’oscura Shipwreck, la ballata elettrica Waiting, la diafana Kitchen Song e l’acustica Tiny Seed fanno propendere per un giudizio complessivamente positivo, a condizione di avere la calma e la pazienza per assorbire un disco placido e posato.

JIM WURSTER – No Joke

di Paolo Baiotti

12 febbraio 2017

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JIM WURSTER
NO JOKE
Black Janet Music 2016

Le strade della musica sono misteriose, specialmente in un periodo confuso come questo. Così capita di parlare di personaggi come Jim Wurster, insegnante e musicista della Florida del Sud che, giunto al termine della carriera scolastica, sta pensando di dedicarsi a tempo pieno alla musica dopo 33 anni trascorsi in classe. Non che in questo periodo abbia rinunciato alla sua passione: prima con i Black Janet, poi con gli Atomic Cowboys e infine da solo ha portato avanti la sua idea di Americana con dignità e convinzione.

L’idea di No Joke è nata da un’intuizione di Vinnie Fontana, esperto musicista e produttore in passato associato con Sly Stone, Betty Wright e Timmy Thomas, che gli ha suggerito un remake di Love Thirsty, un brano dei Black Janet. Da qui si è sviluppato un progetto finanziato da Fontana che ha selezionato anche i musicisti tra i session man della zona, suggerendo a Jim di affiancarsi ad alcune voci femminili e richiamando Frank Binger (batteria) e Bob Wlos (pedal steel) degli Atomic Cowboys, anche se la house band è formata da Jimi Fiano alla chitarra, Guido Marciano alla batteria, Dean Sire e Phil Bithell alle tastiere. No Joke è il sedicesimo disco di Wurster, a due anni dal precedente Raw, che ha ottenuto buoni riscontri in Europa.

Jim è un compositore di roots-rock, influenzato da Bob Dylan e Neil Young, del quale esegue una morbida e bluesata cover di Down By The River quietamente psichedelica, accompagnato dalla voce di Daphna Rose, mentre in Yes They Did, cantata in duetto con Karen Feldner, è evidente il debito con il recente premio Nobel. Psychedelic Hindu Guru rispecchia il titolo con le sue influenze lisergiche, Into The Night ha un sapore notturno e tonalità vocali alla Simple Minds, Love Thirsty è un rock dalla melodia epica con una batteria troppo uniforme ed echi di new-wave britannica. Questo brano chiude il disco con un’atmosfera opposta a quella dell’opener No Joke, duetto country-rock con Trish Sheldon, cantante dei Blue Sky Drive, band di Miami, illuminato dalla pedal steel di Bob Wlos. Jim Wurster è discreto sia come compositore che come cantante…il problema è che come lui ce ne sono tanti, magari più giovani, affamati e appoggiati dalle case discografiche. Ricavarsi uno spazio non è facile, vedremo se Jim riuscirà ad allargare la sua nicchia.

SHARON GOLDMAN – KOL ISHA (A Woman’s Voice)

di Paolo Baiotti

12 febbraio 2017

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SHARON GOLDMAN
KOL ISHA (A Woman’s Voice)
sharongoldmanmusic 2016

Cantautrice newyorkese di estrazione ebraica, Sharon ha già pubblicato Shake The Stars (2006), Sleepless Lullaby (Ep 2010) e Silent Lessons (2014) prima di questo Kol Isha, realizzato con l’aiuto di una campagna su Pledge Music. Nativa di Long Island, è cresciuto tra balletti, libri e la musica di Billy Joel. Dopo essersi allontanata dall’ambiente religioso ortodosso, è vissuta a New York lavorando come giornalista e redattrice e si è sposata. Nel 2000 ha scoperto la scena degli “open mike” (microfoni aperti) dove artisti sconosciuti hanno tuttora l’opportunità di esibirsi, tre anni dopo ha divorziato, ha venduto il suo appartamento e si è dedicata alla musica trovando un discreto riscontro negli ambienti indie, dei college e delle radio pubbliche, ricavandosi una nicchia non irrilevante. Kol Isha rappresenta un cambiamento di direzione, basato su una profonda rivisitazione della sua fanciullezza vissuta nell’ortodossia ebraica e sul viaggio di crescita che l’ha portata ad allontanarsi da queste radici senza rinnegarle. Lo stesso titolo si fonda sulla tradizione di alcune comunità ebraiche tradizionali dove non è permesso alle donne di cantare in pubblico in presenza di uomini. Invece Sharon non solo ha deciso di farlo, ma è impegnata in varie associazioni di artisti e compositori, scrive un blog piuttosto conosciuto e cura una rassegna di autori.

In Kol Isha i testi assumono un’importanza primaria, ma Sharon non trascura l’aspetto musicale, basato principalmente sulla sua voce limpida e quieta, affiancata da un accompagnamento moderatamente elettrico fornito dalla chitarra di Stephen Murphy, coproduttore del disco, che spesso intreccia l’acustica o il piano della Goldman, dal basso di Craig Akin e dalla batteria di Dan Hickey, con qualche incursione delle tastiere e del violino di Laura Wolfe e dell’oud (strumento a corde di origine persiana) di Brian Prunka. Gli accenti bluesati di In My Bones, Song Of Songs e della mossa The Sabbath Queen, le influenze di Americana in Lilith e quelle tradizionali di The Bride, dove il matrimonio è visto non come l’inizio di un viaggio ma come l’inizio della fine, oltre alla pianistica ballata Land Of Milk And Honey cantata parzialmente in ebraico, mi sembrano le tracce più interessanti di un lavoro pacato nel quale primeggiano i toni morbidi e riflessivi.

SIMON HUDSON BAND – Earthman

di Paolo Baiotti

8 febbraio 2017

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SIMON HUDSON BAND
Earthman
Songs And Whispers 2016

Cantautore australiano di Melbourne, Simon ha una discreta fama in patria dove ha spesso portato in tour la sua musica, con un paio di puntate europee focalizzate soprattutto sulla Germania. Influenzato dai Crowded House del neozelandese Neil Finn e da Paul Simon, legato a un formato di canzone tra pop, folk e roots, con una passione per le percussioni africane e i ritmi brasiliani e una preferenza per atmosfere acustiche o moderatamente ballabili, ha esordito con l’Ep Time And Space nel 2012, seguito da tre singoli che fanno parte del primo album Earthman, finanziato anche con un crowfunding sulla piattaforma Pozible La band è formata da Simon (voce e chitarra) Oscar Poncell (chitarra), Andrew Arnold (tastiere), Tom Krieg (basso) e Geoffrey Worsnop (batteria), ma in studio hanno un ruolo importante anche il sax di Omid Shayan, il trombone di Paris Gadsden e la tromba di Tristan Ludowyk.
Gli undici brani del disco alternano i ritmi latineggianti di New Religion e Something Real dove i fiati hanno uno spazio importante, a ballate intime come I Know You’ll Be Alright, a tracce pop più ritmate come Mobile Phone Love spruzzata di reggae, l’opener Do Me A Favour (primo singolo già uscito nel 2014) e Rolling, a momenti influenzati dalla musica brasiliana come Gone A Long Time che viene anche ripresa in un trionfo di percussioni, per finire con la riflessiva Song About Us, costruita e arrangiata con cura. Nulla di rivoluzionario o di geniale…un disco vario e gradevole che evidenzia un nuovo autore con discrete prospettive.

U.S. RAILS – Ivy

di Paolo Crazy Carnevale

8 febbraio 2017

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U.S. Rails – Ivy (Blue Rose 2016)

Sono sulla breccia da qualche anno questi “binari americani”, distribuiti in maniera indipendente in patria e accasati presso la germanica Blue Rose per quanto riguarda il mercato europeo, dove si presentano pretenziosamente come alfieri di un suono che si rifà abbondantemente alla west coast più gloriosa. In realtà sono dei rockettari che provengono da diverse esperienze e amano autodefinirsi supergruppo, proprio come era di moda chiamare certe band negli anni settanta.

In realtà nessuno di loro ha un pedigree abbastanza altisonante da potersi considerare star in proprio, nemmeno quel Joseph Parsons che di questi U.S. Rail è stato membro in anni passati (e che aveva fatto parte di un altro supergruppo fittizio di casa Blue Rose negli anni novanta, quegli Hardpan finiti presto e giustamente nel dimenticatoio).

Illazioni a parte, che siano star o meno, questi U.S. Rails non sono male, il disco si ascolta piacevolmente anche se tutto sa di già sentito: nelle comunicazioni ufficiali si annunciano come ispirati da CSN o Eagles: sinceramente dei primi si avvertono echi vagamente stillsiani solo in Way Of Love, seconda canzone del disco (ma nel loro disco d’esordio i “binari” avevano inciso Suite: Judy Blue Eyes). Tracce di Eagles ce ne sono ovunque, ma anche di The Band, sarà per la voce di Tom Gillam che vira abbastanza verso le tonalità di Rick Danko. Il suono è robusto, con la giusta miscela tra strumenti elettrici ed intromissioni di chitarre acustiche e pedal steel che benissimo si innestano nel sound del gruppo (il super, va là, lasciamolo a casa).

Se il brano d’apertura, Everywhere I Go, è trascurabile, forse il meno interessante, troppo notturno rispetto al resto delle produzioni incluse nel disco, brilla invece in modo particolare la terza traccia, Colorado (il cui titolo ricalca venerabili composizioni omonime di Rick Roberts e Stephen Stills), caratterizzata proprio dai suddetti innesti di strumenti acustici. Gonna Come Sunshine è cantata e composta invece da Ben Arnold, molto easy listening, radiofonica, buon pezzo; I’m A Lucky Man invece è introdotta dal dobro e riporta direttamente alle autostrade assolate del Golden State, tanto da poter sembrare benissimo uno scarto degli Eagles. Inizio stradaiolo con slide a manetta, cori ispirati per l’altrettanto eaglesiana Hes’s Still In Love With You, che con Colorado è una delle cose migliori di questo disco.

Not Enough è invece di nuovo The Band-oriented, forse anche troppo, ma si eleva per l’assolo di chitarra. Trouble Gonna Be vira addirittura verso sonorità byrdsiane, senza distinguersi più di tanto, molto di maniera Declaration, quasi in stile Doobie Brothers ultima maniera, e finale in linea con I’ve Got Dreams, solida composizione ben sostenuta da chitarre e cori.

ETERNAL IDOL – The Unrevealed Secret

di Ronald Stancanelli

5 febbraio 2017

ETERNAL iDOL

ETERNAL IDOL
The Unrevealed Secret
Frontiers 2016

Gli Eternal Idol provengono da una precedente band chiamata Hollow Haze formatasi nel 2003 per mano del chitarrista Nick Savio e del batterista Camillo Colleluori. Nel 2013 si unisce al gruppo Fabio Lione, ex cantante dei Rhapsody, gruppo metal sinfonico triestino foriero di un successo specialmente all’estero notevolissimo, iniziando con loro una nutrita collaborazione. Viene ingaggiata come cantante femminile la figlia di Colleluori, Giorgia, voce piacevolissima, seguita poi dal bassista Andrea Buratto ed esordiscono con l’album The Unrevealed Secret ma col nome di Eternal Idol lasciando non si sa se momentaneamente o definitivamente da parte il moniker di Hollow Haze . Il dischetto uscito a dicembre è una miscela di sinfonic-rock- metal diremmo soft oppure easy ove la peculiarità è data dall’unione decisamente riuscita delle due voci, quella della Collecuori e quella del Lione. Il nome del gruppo è tratto dall’omonimo album dei Black Sabbath dei quali sia Fabio Lione che Camillo Colleluori sona fan di vecchia data.

Per gli Eternal Idol si tratta di un esordio non solo molto positivo ma pregno di sonorità anche molto orecchiabili e quindi fruibili in primissima istanza e che fa si che detti dodici brani costituiscano un viatico di rilevante importanza per il loro percorso. Sicuramente la presenza di Lione ha dato risalto e grande visibilità al neo gruppo ma ascoltandoli si evince che ogni tassello è perfettamente al suo posto con in primis la voce di Giorgia e poi l’eccellente lavoro dei musicisti coinvolti ove tastiere, basso e batteria esplodono in un turbinio di suoni che senza essere esageratamente esasperati come a volte può accadere lasciandosi prendere la mano, danno un senso di rotondità roboante al tutto e mantenendo una linea ed una classe perfettamente bilanciata. Decisamente un gran delizioso e solido disco che non ci stanchiamo mai di ascoltare e riascoltare e che tra le righe fa confluire rock, metal e prog in modo che si uniscano in un matrimonio inappuntabile.

Il talento di tali musicisti con esperienze alle spalle importanti crea brani come Evil Tears, pezzo iniziale di sinuosa prestanza e vitalità, l’immediatezza di Another Night Comes denso di un importante e coinvolgente ensemble di voci, la fantasiosa Evidia dalle trame cinematografiche che crea visioni in celluloide come uno appassionante film fantasy, la forza bellica di una straordinaria Hall of Sing e la dolcissima ballatona di A Song in the Wind, che lambisce onde istantanee di perfezione, brano decisamente sfavillante ed appassionante. Il resto è in egual misura magnifico. Per entrare in modo semplice nell’ottica di questo gruppo si consiglia la visione su youtube del video, molto bello, di Another Night Comes ove si può assaporare tutta la beltà di questa band nostrana che poco ha da invidiare ad altre straniere più note e gettonate. Testi e musiche a cura di Savio, Lione e della Colleluori e produzione fatta da Savio stesso. Buona anche la copertina e altrettanto la foto del retro del libretto con una bella immagine con i quattro musicisti in vestigia nere mentre in risalto la fanciulla in uno splendido e ridondante bianco, eccellente foto che perfettamente fotografa il senso del gruppo evidenziando l’importanza del tocco femminile in tutta l’opera. Gran cd e superbo esordio.

BAP KENNEDY – Reckless Heart

di Paolo Baiotti

5 febbraio 2017

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BAP KENNEDY
RECKLESS HEART
Last Chanche/Lonely Street 2016

E’ triste ascoltare Reckless Heart sapendo che il suo autore si è spento il 1° novembre 2016 dopo una battaglia di alcuni mesi contro un cancro aggressivo che è stato scoperto a metà anno, troppo tardi per agire se non cercando di alleviare il dolore degli ultimi mesi. Per ricordare Bap la moglie Brenda, bassista della sua band e i collaboratori più stretti hanno pubblicato questo album che l’artista aveva quasi ultimato prima di non essere più in grado di suonare e cantare. Un atto d’amore nei suoi confronti, tanto più meritevole per l’ottimo livello del disco.
Dieci canzoni, poco più di trenta minuti, arrangiate in modo semplice ed essenziale, sufficienti a ricordarci l’approccio umile e gentile di un artista sensibile che in rare occasioni ha ottenuto i riscontri di popolarità che avrebbe meritato.

Martin Christopher Kennedy, nato a Belfast il 17 giugno del ’62, dopo qualche esperienza in locali gruppi di punk si è spostato a Londra dove ha formato gli Energy Orchard, ricoprendo il ruolo di voce solista, chitarrista ritmico e principale autore. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta hanno pubblicato dischi interessanti tra i quali l’omonimo esordio e l’ottimo Shinola, chiudendo nel ’96 con il live Orchardville registrato in occasione del loro ultimo concerto. Influenzati da Van Morrison e dal rhythm and blues miscelati con tracce di folk irlandese e di rock, hanno supportato Van, Steve Earle (che li ha aveva fatti firmare per la Mca) e altri artisti, rimanendo in secondo piano rispetto a band di minor valore. Nel ’98 Bap ha registrato Domestic Blues, esordio solista inciso a Nashville e prodotto da Steve Earle con Ray Kennedy, nel quale è emersa la sua passione per la musica americana, riaffermata da un successivo disco di covers di Hank Williams. Lonely Street del 2000 comprendeva il singolo Moonlight Kiss, il suo brano di maggior successo, inserito nella colonna sonora di Serendipity. In seguito Bap ha collaborato con Van Morrison, Shane Mc Gowan e Mark Knopfler che ha prodotto l’eccellente The Sailor’s Revenge del 2012, un disco che ha segnato il ritorno ad atmosfere impregnate di folk celtico miscelato con il rock e il country di matrice americana. Let’s Start Again, pubblicato due anni dopo, ha confermato le impressioni positive, ritornando a un suono roots-rock, con un pizzico di ispirazione in meno.

Reckless Heart prosegue nella stessa direzione. Inciso con l’aiuto di Gordy McAllister alla chitarra, Nicky Scott al basso e Rod McVey alle tastiere e fisarmonica e Brenda Kennedy alle percussioni.
Le canzoni sono tutte di qualità. Dai sapori celtici della ritmata Nothing Can Stand In The Way Of Love, dove emergono una fisarmonica malinconica, un piano bluesato, una chitarra knopfleriana e la voce accattivante dell’artista alla swingata Good As Gold, traccia raffinata e delicata, dalla ballata intimista I Should Have Said profumata di Americana e caratterizzata dal testo evocativo di un amore perduto alla ritmata Help Me Roll It che testimonia l’amore di Bap per la Memphis degli anni cinquanta, dai sapori roots mischiati alle influenze latine di Henry Antrim al mid-tempo country-blues di Reckless Heart, si arriva velocemente alla dolente ballata The Universe And Me e alla robusta It’s Not Me It’s You che chiudono il disco lasciando una grande malinconia, ma anche la consapevolezza che Bap ci ha lasciato con un pugno di canzoni degne di una artista che ha sviluppato una carriera basata sui toni bassi, sobria ed educata come lui.

AL VIA IL 6° APPUNTAMENTO CON LA FIERA DEL DISCO DI MARIANO COMENSE

di admin

1 febbraio 2017

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Sarà Villa Sormani, in Via Palestro 2, a ospitare la sesta edizione della Fiera del Disco di Mariano Comense.
Come sempre ingresso libero, parcheggio gratuito in prossimità della location e dischi a volontà.
Domenica 5 febbraio 2017, dalle 10 alle 18,30.
NON MANCATE!