Archivio di febbraio 2018

Il vinile va al Castello…

di admin

10 febbraio 2018

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Si svolgerà i prossimi 17 e 18 febbraio la prima edizione della Fiera del Disco di Vigevano, in provincia di Pavia, in una location particolarmente ammaliante: La Cavalleria del Castello Sforzesco.
orari:

sabato 17, dalle 14 alle 19
domenica 18, dalle 10 alle 18
come sempre, ingresso libero.
tutte le altre informazioni, nella locandina!

CURTIS SALGADO AND ALAN HAGER – Rough Cut

di Paolo Crazy Carnevale

10 febbraio 2018

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CURTIS SALGADO AND ALAN HAGER – Rough Cut (Alligator/IRD 2018)

Il disco dello scorso anno inciso da Keb Mo’ e Taj Mahal si era rivelato come una delle più interessanti proposte blues mainstream degli ultimi tempi, e per mainstream intendo un prodotto di gran classe ma rivolto non solo agli estimatori del genere. Questa recentissima proposta di casa Alligator (la casa del blues per eccellenza) rischia di esserne un illuminato epigono. Un altro duo, un altro modo di rileggere il verbo musicale del diavolo, in realtà neppure troppo distante da certe cose racchiuse nel disco di Mo’ e Mahal.

Stavolta la voce è una sola, quella unica e notevole di Curtis Salgado, vocalist e armonicista dello stato di Washington ma di stanza in Oregon che ha prestato le sue corde vocali a gruppi come Santana e Steve Miller Band, poi ha cominciato a fare il solista infilando una decina di dischi sparpagliati in un arco di tempo quasi trentennale, senza per altro smettere di collaborare con gente strafamosa.

Al suo fianco c’è il chitarrista Alan Hager, nativo dell’Oregon, il cui curriculum è meno blasonato, ma non per questo le sue doti tecniche sono meno valide; i due hanno messo insieme un gioiellino in cui le atmosfere vanno dal blues rurale ed acustico delle origini a quello leggermente elettrificato di Chicago, proposto però sempre con delicatezza quasi filologica.
Il risultato è un disco che ricorda molto l’approccio alla musica nera del Cooder degli esordi. Quelle sonorità, sia con la chitarra acustica che con quella elettrica, che trasudavano da Boomer’s Story e Into The Purple Valley per intenderci; si inizia con un brano originale intitolato I Will No Surrender, che potrebbe essere una dichiarazione di Salgado nei confronti del cancro che lo aveva colpito qualche anno fa e sembra ricondurci direttamente ai campi del Mississippi da cui arrivava John Lee Hooker, fin dalle prime note. È solo l’inizio, il disco procede esattamente su questi binari, la voce di Salgado è quella giusta, quella che ci piacerebbe trovare in ogni disco di blues, l’armonica vibra e la chitarra di Hager non è mai fuori posto; le tre canzoni successive, tutte originali, non sono da meno, in One Night Only ci sono persino un pianoforte ed una batteria, ma in I Want My Dog To Live Longer, una delle canzoni di punta, si ritorna all’acustico totale. Poi il duo affronta, in veste elettrica, I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, con rispetto totale dell’arrangiamento originale; Too Young To Die è di Sonny Boy Williamson e giustamente si apre con una bella introduzione di armonica, mentre Depot Blues di Son House sembra pagare ancora debito allo stile chitarristico di Cooder confermando l’ottimo stato di grazia della voce di Salgado e concedendo all’acustica di Hager lo spazio per una lunga parte centrale da solista. Midnight Train è un traditional e come ogni canzone sui treni che si rispetti ha in risalto la slide, ma c’è anche la voce di Larhonda Steele a fare il paio con quella di Curtis Salgado. Il sound torna elettrico con You Got To Move, poi, inattesa arriva Hell In A Handbasket, Salgado passa al piano e sfodera un brano autografo che rimanda alla visione del blues di Dr. John, è un flash, con Long Train Blues il suono è di nuovo dominato da armonica e chitarre. The Gift Of Robert Charles è una composizione strumentale di Hager, un blues lento che sembra un omaggio totale al Cooder di cui sopra: intensa, sofferta e bellissima.

Per suggellare un disco davvero riuscito, il duo prende in prestito un brano classico da un maestro del genere, I Want You By My Side di Big Bill Broonzy è la degna conclusione di un disco fatto davvero con amore.

CURTIS SALGADO AND ALAN HAGER – Rough Cut

di Paolo Crazy Carnevale

7 febbraio 2018

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CURTIS SALGADO AND ALAN HAGER – Rough Cut (Alligator/IRD 2018)

Il disco dello scorso anno inciso da Keb Mo’ e Taj Mahal si era rivelato come una delle più interessanti proposte blues mainstream degli ultimi tempi, e per mainstream intendo un prodotto di gran classe ma rivolto non solo agli estimatori del genere. Questa recentissima proposta di casa Alligator (la casa del blues per eccellenza) rischia di esserne un illuminato epigono. Un altro duo, un altro modo di rileggere il verbo musicale del diavolo, in realtà neppure troppo distante da certe cose racchiuse nel disco di Mo’ e Mahal.

Stavolta la voce è una sola, quella unica e notevole di Curtis Salgado, vocalist e armonicista dello stato di Washington ma di stanza in Oregon che ha prestato le sue corde vocali a gruppi come Santana e Steve Miller Band, poi ha cominciato a fare il solista infilando una decina di dischi sparpagliati in un arco di tempo quasi trentennale, senza per altro smettere di collaborare con gente strafamosa.

Al suo fianco c’è il chitarrista Alan Hager, nativo dell’Oregon, il cui curriculum è meno blasonato, ma non per questo le sue doti tecniche sono meno valide; i due hanno messo insieme un gioiellino in cui le atmosfere vanno dal blues rurale ed acustico delle origini a quello leggermente elettrificato di Chicago, proposto però sempre con delicatezza quasi filologica.

Il risultato è un disco che ricorda molto l’approccio alla musica nera del Cooder degli esordi. Quelle sonorità, sia con la chitarra acustica che con quella elettrica, che trasudavano da Boomer’s Story e Into The Purple Valley per intenderci; si inizia con un brano originale intitolato I Will No Surrender, che potrebbe essere una dichiarazione di Salgado nei confronti del cancro che lo aveva colpito qualche anno fa e sembra ricondurci direttamente ai campi del Mississippi da cui arrivava John Lee Hooker, fin dalle prime note. È solo l’inizio, il disco procede esattamente su questi binari, la voce di Salgado è quella giusta, quella che ci piacerebbe trovare in ogni disco di blues, l’armonica vibra e la chitarra di Hager non è mai fuori posto; le tre canzoni successive, tutte originali, non sono da meno, in One Night Only ci sono persino un pianoforte ed una batteria, ma in I Want My Dog To Live Longer, una delle canzoni di punta, si ritorna all’acustico totale. Poi il duo affronta, in veste elettrica, I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, con rispetto totale dell’arrangiamento originale; Too Young To Die è di Sonny Boy Williamson e giustamente si apre con una bella introduzione di armonica, mentre Depot Blues di Son House sembra pagare ancora debito allo stile chitarristico di Cooder confermando l’ottimo stato di grazia della voce di Salgado e concedendo all’acustica di Hager lo spazio per una lunga parte centrale da solista. Midnight Train è un traditional e come ogni canzone sui treni che si rispetti ha in risalto la slide, ma c’è anche la voce di Larhonda Steele a fare il paio con quella di Curtis Salgado. Il sound torna elettrico con You Got To Move, poi, inattesa arriva Hell In A Handbasket, Salgado passa al piano e sfodera un brano autografo che rimanda alla visione del blues di Dr. John, è un flash, con Long Train Blues il suono è di nuovo dominato da armonica e chitarre. The Gift Of Robert Charles è una composizione strumentale di Hager, un blues lento che sembra un omaggio totale al Cooder di cui sopra: intensa, sofferta e bellissima.

Per suggellare un disco davvero riuscito, il duo prende in prestito un brano classico da un maestro del genere, I Want You By My Side di Big Bill Broonzy è la degna conclusione di un disco fatto davvero con amore.

AMANDA ABIZAID – Walking In Twos

di Paolo Baiotti

7 febbraio 2018

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AMANDA ABIZAID
WALKING IN TWOS
Abizaid/IDC 2017

Cantante e autrice nata a Beirut da madre americana e padre messicano/libanese, si è mossa con la famiglia tra Europa e Medio Oriente prima di stabilirsi con la madre e il fratello negli Stati Uniti. Nell’adolescenza ha formato una band con le sue quattro sorelle sviluppando un talento per le armonie vocali, mischiando le influenze orientali con quelle occidentali di Alice Cooper, Elton John, CSNY e Beatles. Ha studiato musica e drammaturgia, poi si è dedicata all’attività di modella, viaggiando in tutto il mondo. Alla fine degli anni novanta è tornata alla musica, formando a Miami la band Blue con alcuni esperti turnisti, ma il gruppo è durato un paio d’anni sciogliendosi prima di incidere un album. Lavorando come corista di Jennifer Stills ha conosciuto il padre Stephen, che ha collaborato a questo progetto benefico. Ha ottenuto riconoscimenti importanti scrivendo e interpretando canzoni per serie tv come The 4400 e Devious Beings. Nell’ultimo decennio ha pubblicato un album (This Life) e un paio di Ep, muovendosi prevalentemente nell’area di Los Angeles.

Venendo a contatto con l’organizzazione di volontariato HelpPhilippinesSchool.org che cerca di migliorare l’educazione dei bambini non abbienti, ha deciso di incidere un Ep di sette brani ispirato dall’esperienza di volontariato nelle Filippine. Un progetto che si è sviluppato per un paio d’anni e nel quale è stato coinvolto Stephen Stills, presente con la sua chitarra nella title track, una ballata corale che può ricordare We Are The World, eseguita anche in una versione rimixata senza Stills posta in chiusura. Musicalmente Amanda si muove tra soul e world music, con accenni di reggae, trip-hop e elettronica. Un mix divertente e ballabile, come si evince dal raffinato mid-tempo pop Lion’s Den, con un flauto insinuante (suonato dalla cantante) nel break strumentale e un finale accelerato di stampo dance, da Set It Up tra dub, elettronica e influssi orientali, dall’arabeggiante Release Me, traccia sensuale cantata con voce filtrata e dalla bilingue One Love, mid-tempo reggato. L’ultimo brano è Promises Of Love, una ballata avvolgente con un curato arrangiamento corale.

MOTHER ISLAND – Wet Moon

di Paolo Crazy Carnevale

5 febbraio 2018

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MOTHER ISLAND – Wet Moon (Go Down Records 2016)

Non avrei mai scoperto questo gruppo se non avessi assistito ad una loro performance in qualità di spalla dei Pretty Things lo scorso dicembre. E mai avrei immaginato che dalle nostre parti ci fosse qualcuno che avesse assimilato tanto bene il verbo psichedelico da realizzare un disco (e tenere concerti) come se si trovasse in un locale della Swingin’ London post beat o nella San Francisco del 1966 (con una cura incredibile anche del look).

Soprattutto trattandosi di ragazzi di provincia, perché questi Mother Island (il nome è la storpiatura del nome di un fungo allucinogeno) non vengono da un’area metropolitana, vengono dal veneto subalpino, dalla provincia di Vicenza, ma se non ve lo dicessero pensereste direttamente all’Oltremanica o ancor più all’Oltreoceano.

Wet Moon è il loro secondo disco e proprio in questo periodo sono al lavoro per dargli un seguito: è un signor disco dominato da tutte quelle caratteristiche che ci si aspetterebbe di trovare in un disco che appunto si rifà dichiaratamente ad un’era musicale ben precisa, anni luce da un presente in cui i suoni tendono sempre più ad essere uguali a sé stessi.

Dieci i brani del disco, non ci sono le lunghe jam strumentali che dal 1967 in poi sarebbero divenute di rigore nell’acid rock, bei tappeti sonori e grande voce, quella di Anita Formilan, magnetica e carismatica front woman dei Mother Island.

I brani sono frutto della collaborazione tra tutti i componenti del gruppo e in tutti si fa sentire il suono della chitarra di Nicolò De Franceschi, così vintage che più vintage non si può, come vintage è il suono delle tastiere, molto Farfisa, tastiere che però non ho visto in azione sul palco, dove erano invece presenti due chitarre.

Se l’apertura con il brano To The Wet Moon fa già comprendere la buona stoffa di cui i Mother Island sono fatti, la successiva On Days Like These è già un passo oltre, effetti fuzz, melodia e ritornello facilmente assimilabili, una voce che ricorda la grande Grace Slick, senza voler esserne una mera replica: la Formilan canta bene, tocca tonalità alte senza fatica e lavora la voce con una duttilità davvero impressionante, mentre i suoi soci – tutti formidabili – le costruiscono sotto un’architettura sonora coinvolgente, come nella desertica Twentynine Palms (presumo ispirata dall’omonima località ai bordi del deserto di Joshua Tree).

In The Meantime We Will Dance conferma la felicità di scrittura della formazione, mentre a chiudere il lato A del vinile c’è la spaziale Le Danse Macabre, molto suggestiva e cupa, dominata da tastiere effettate che rimandano di colpo alla psichedelia britannica dei primi Pink Floyd, non a caso indicati dal gruppo tra i propri mentori (insieme ad una serie di altri nomi).

Il lato B si apre sontuosamente con Normal Love, qui le tastiere sono più in sordina e sono le chitarre a venir fuori meglio, Easter Memories, guidata dal basso potrebbe provenire dai titoli di testa di un film di James Bond, ma la sorpresa è Heroin Sunrise quasi un blues, uno di quei blues cadenzati come la Summertime di Big Brother & The Holding Company, la Formilan però lo canta come la Slick di White Rabbit, cosa che conferisce particolare fascino alla composizione che finisce per svilupparsi in un bell’assolo di chitarra. The Heap, ha di nuovo il Farfisa dominante e un sound garagistico galoppante che sfocia in un finale da urlo in crescendo. La parola fine su questo disco da scoprire è la lenta Midnight Sun, ancora col basso guida e le tastiere insinuanti che forniscono alla cantante un terreno su cui muoversi con sicurezza e ispirazione.

JAMES MADDOCK – Insanity vs. Humanity

di Paolo Crazy Carnevale

4 febbraio 2018

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JAMES MADDOCK – Insanity vs. Humanity (Appaloosa/ Songs Of Avenue C 2017)

Non è un novellino James Maddock, la sua vita artistica è cominciata però quando era già – per così dire – in età matura. Dalla natia Leicester si è trasferito da tempo negli Stati Uniti dove la sua musica si è incanalata in una corrente cantautorale di stampo springsteeniano. Questo nuovo prodotto è l’ultimo di una decina di dischi usciti per lo più in maniera indipendente.

Maddock si fa accompagnare da una band essenziale in cui lui suona tutte le chitarre e Ben Stivers suona tutte le tastiere, con l’aggiunta di Drew Mortali al basso e Aaron Comes alla batteria: il sound è solido, robusto, anche se per la verità non riesco a digerire certe soluzioni sonore del tastierista, drammaticamente anni ottanta. D’altra parte Maddock è un mio coetaneo, negli anni ottanta ci è cresciuto ed evidentemente ne ha assorbito i gusti musicali, ed è un peccato perché proprio certa effettistica delle tastiere è il limite del disco, in particolare proprio nelle tracce iniziali, già un po’ deprimenti per via delle liriche. E non bastano le background vocals di Garland Jeffreys ed il piglio garibaldino di Watch It Burn ad indorarle. Questo per quanto riguarda l’inizio. Ma il disco, va ascoltato da cima a fondo per essere obiettivi nel giudizio e, magia, proprio dalla quarta traccia in poi le cose cambiano, spariscono i testi d’ispirazione personale e il sound si fa più interessante, What The Elephants Know, dal testo curioso e dall’outro chitarristico in vena di psichedelia fanno capire che è stato un bene non togliere il disco dal lettore dopo le prime tracce, e Kick In The Can è anche meglio con un crescendo interessante sottolineato dal piano e preludendo ad una perla intitolata November Tale. Una canzone decisamente vincente, una storia, come anticipa il titolo. E che in qualche modo ricorda i Waterboys: così vado a leggermi le note di copertina e scopro che è stata scritta in tandem con Mike Scott, non si sa se abbia messo il suo impegno nel testo o nella musica, però mi piace pensare che i due autori abbiano fatto tutto insieme.

Bisogna dire che le confezioni di questi dischi Appaloosa sono davvero sempre fantastiche, con i booklet contenenti i testi con tanto di traduzione, e anche in questo caso, come nelle recenti usciti riguardanti Thom Chacon e Grayson Capps, la cosa aiuta ad entrare meglio nella dinamica e nella poetica degli autori, quando questi hanno qualcosa di rilevante da dire.

E Maddock, pur se non in ogni brano, qualcosa da comunicare d’importante ce l’ha. The Old Rocker è uno scanzonato ritratto di quei rockettari di una volta, quei personaggi di contorno di un mondo che va sparendo purtroppo rapidamente, e per rendere ancor più credibile il brano, l’autore ci piazza nel finale un assolo di chitarra da rockettaro vecchio stile, diciamo a metà tra Ron Wood e Keith Richards. La title track è un brano da stupore, da applausi, con le tastiere al posto giusto e un testo da non sottovalutare, e ancor meglio è The Mathematician, col mandolino di David Immergluck (in passato frequentatore accanito di Maddock e della sua musica). Da entrambe queste canzoni si capisce quanto Maddock sia britannico, per il coraggio con cui parla di temi come quello dei rifugiati e profughi o delle bugie che ci rifilano i politici: raramente i cantautori americani d’oggigiorno hanno il coraggio di schierarsi così spudoratamente (a parte Chacon). Fucked Up World è nella stessa scia mentre il brano di chiusura, The Flame, torna sui contenuti più personali delle prime canzoni.

Attenzione però, ci sono due belle bonus track, Nearest Thing To Hip è di nuovo co-firmata con Scott e parla di nostalgia per posti scomparsi, Fairytales Of Love è invece una dolce canzone d’amore meno tragica delle altre incluse nel disco.

AA.VV. – Won’t Be Home For Christmas

di Paolo Baiotti

3 febbraio 2018

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AUTORI VARI
WON’T BE HOME FOR CHRISTMAS
Hemifram/Paraply 2017

Prodotto dall’agenzia indipendente svedese Hemifram di Peter Holmstedt, specializzata nel pubblicizzare in Europa autori poco conosciuti di roots music/Americana (e non solo…), questo album è stato pubblicato a novembre, giusto in tempo per le feste di fine anno, ma per le tematiche intime e riflessive è adatto a tutte le stagioni, perfetto per le serate invernali, magari in una baita circondata dalla neve. Diciotto brani inediti di autori che possiamo definire “minori” almeno dal punto di vista della popolarità, scritti su un tema specifico, soffermandosi non tanto sugli aspetti festaioli e consumisti, ma sulla tristezza che può emergere in questo periodo dell’anno per problemi di solitudine, difficoltà economiche o dissidi famigliari.

Così se Five Days Of Christmas di Elliot Murphy, l’autore più conosciuto tra i partecipanti, apre il disco con una nota ironica, Christmas On The Train di Annie Gallup richiama un Natale di qualche anno fa trascorso tra una registrazione e un viaggio solitario in treno, mentre Kenny White ricorda con delicatezza un rapporto personale interrotto nel periodo di festa. Spiccano le voci femminili di Jude Johnstone e di Janni Littlepage in due ballate pianistiche, mentre Kaurna Cronin tratteggia il particolare Natale australiano.

La malinconica Where Are You Going Tonight di Paul Kamm, molto curata nelle parti vocali e il folk acustico Wee Lanterns In The Snow di Nicholas Heron sono due contributi particolarmente riusciti. Non convince la sdolcinata Miracle Mabel del duo My Darling Clementine, a differenza del country nelsoniano del texano Bob Cheevers. Se la cavano egregiamente alcuni autori nordici: Mudfish con la maestosa Winter’s Come To Life, MIkael Persson che racconta la sua preferenza per un festeggiamento solitario in This December Night con toni bowiani e Citizen K. che chiude il dischetto con il pop californiano della title track.

Un po’ di elettricità è assicurata dal divertente rockabilly Christmas Ain’t Christmas dei Fayssoux e da This Christmas del trio femminile delle Refugees, nonché dal melodico mid-tempo Winter’s Light di Barry Ollman, cantautore del Wisconsin. Manca all’appello Jack Tempchin, autore per gli Eagles, George Jones e Glen Campbell, che si cimenta nella notturna Christmas All Year Round, una ballata pianistica jazzata di classe.

In conclusione Won’t Be Home For Christmas è un disco natalizio atipico e curioso, che ci permette di apprezzare una visione inconsueta della festa da parte di autori e cantanti poco pubblicizzati.

VANTOMME – Vegir

di Paolo Crazy Carnevale

3 febbraio 2018

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VANTOMME – Vegir (Moonjune Records 2018)

Leonardo Pavcovich, patròn della Moonjune Records, non è soltanto un discografico e produttore esecutivo: soprattutto è un entusiasta ed un appassionato dalla musica che la sua label pubblica, e con questo nuovo CD siamo arrivati ad una novantina di uscite che hanno visto coinvolti artisti di ogni parte dell’orbe terracqueo, nonché grossi nomi della scena jazz-prog-rock.

Pavcovich non è solo dietro le sue produzioni, c’è dentro in tutto e per tutto, perché da vero appassionato gli piace far collaborare gli artisti della sua scuderia, gli piace farli incontrare e far sì che dai loro incontri scaturiscano progetti, gruppi, idee a trecentosessanta gradi.

È il caso di questo lungo disco di space rock strumentale accreditato al tastierista belga Dominique Vantomme, musicista dotato e poliedrico, con un solido background nel jazz e nel blues (ha fatto parte delle band di Ana Popovich, Viktor Lazlo, dei Vaya Con Dios ed ha collaborato con Louisiana Red). Nel 2016 Pavcovich e Vantomme si sono recati assieme ad Amsterdam per assistere ad un concerto degli Stick Men di Tony Levin ed è questa la genesi di Vegir: essendo anche Levin un artista accasato presso la Moonjune ed essendo Vantomme un suo fan, l’incontro dei due era praticamente cosa annunciata e si trattava solo di una questione di tempo.

La session che ha dato forma al disco è arrivata subito dopo, complice il coinvolgimento del chitarrista Michel Delville (già con Machine Mass, douBt e Wrong Object: tutti prodotti dalla Moonjune) e del batterista Maxime Lenssens.

Naturalmente Vegir viaggia su binari distanti da quello che sono le frequentazioni abituali di Vantomme e Levin: qui siamo al cospetto di un lungo disco composto da otto tracce strumentali la cui durata media è intorno ai dieci minuti, quasi una suite in più parti che si aggira tra progressive e musica spaziale, complice l’uso delle tastiere: Vantomme oltre a vari tipi di pianoforte ci da dentro molto con mellotron e moog, Delville impazza con la chitarra e Levin tra basso e stick imprime al ritmo una serie di soluzioni melodiche e al tempo stesso sincopate. Molto seventies sono Double Down e Sizzurp, mentre Equal Minds è pervasa da feedback elettronici al limite del rumoristico. Sicuramente le tracce più interessanti sono Playing Chess With Barney Rubble, dall’interessante intro pianistica su cui poi la chitarra e la sezione ritmica divagano alla grande, The Self Licking Ice-cream Cone, un titolo quasi zappiano per la traccia apiù lunga del disco, e le conclusive Agent Orange e Emmetropia.

In veste di tecnico della masterizzazione, troviamo un altro recente acquisto della Moonjune, il chitarrista inglese Mark Wingfield.

STILLS & COLLINS – Everybody Knows

di Paolo Crazy Carnevale

1 febbraio 2018

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STILLS & COLLINS – Everybody Knows (Cleopatra 2017)

Sono alcuni mesi che ascolto questo disco inaspettato (sì era stato annunciato ad inizio estate scorsa, ma nessuno si sarebbe mai atteso un duo del genere dopo tanti anni) e, ascolto dopo ascolto devo dire che sono sempre più convinto che si tratti di una delle più belle sorprese del 2017. Un disco di sano, morbido ed ispirato folk-rock come non se ne facevano da troppi anni. Non starò a dirvi della liaison tra il biondo chitarrista e la melodiosa folksinger, relazione celebrata in una delle più belle canzoni che Stephen abbia mai fatto uscire dalla sua sei corde, è storia risaputa. Quello che non è affatto risaputo sono i quaranta minuti di musica registrati freschi freschi per questo disco, certo, mancano i brani nuovi, ma è un dettaglio trascurabile data l’abbondanza di belle canzoni già nel repertorio dei due a cui si aggiungono poche cover di amici dotati.

Quello della Collins è un gradito ritorno, anche se per la verità è sempre rimasta in circolazione, la conferma importante, per quanto mi riguarda, è lo stato di buona salute di Stills invece. Stato di salute già anticipato l’ultima volta che lo si era visto sui palchi europei insieme a Crosby e a Nash, il texano aveva dato segnali di rinnovamento, apparendo particolarmente ispirato e motivato, poi c’erano stati i due dischi di rock/blues con i Rides, ma lo Stills di questo disco va ancora oltre, rispolvera suoni quasi perduti, quelli della Gretsch White Falcon, la chitarra con cui ha definito il suono di un’era, salvo metterla poi in naftalina per troppo tempo a beneficio della Fender Stratocaster, suonata sempre eccellentemente, ma mai così calda come la Gretch quanto a sonorità.

Diciamo subito che Everybody Knows non è un disco di duetti, ognuno dei due canta la sua parte e l’altro fornisce i cori e le armonie vocali (stiamo parlando di maestri del genere), salvo in qualche caso in cui la cosa diventa più corale, come nella title track, un brano di Leonard Cohen che i due cantano all’unisono ed hanno scelto come brano guida del progetto, rendendo un sentito omaggio al canadese appena scomparso e arrangiando il brano da par loro, con break strumentali in cui Stills infila i suoi assoli misuratamente sfruttando il tappeto di tastiere ordito da Russell Walden, abituale collaboratore della Collins.

Gli altri soci sono Kevin McCormick, bassista di casa Stills e il batterista Tony Beard, di nuovo della scuderia Collins. Arrangiamenti semplici, senza fronzoli, belli, toccanti, riusciti.

Il disco si apre con Handle It With Care, in cui, come la title track , nessuno dei due si fa predominante, una canzone nota ai frequentatori dell’ambiente, difficile dire se sia meglio dell’originale, anche se mi piace il modo in cui Judy Collins affronta la parte vocale che fu di Roy Orbison. Personalmente preferisco la successiva So Begin The Task, un classico di Stills che la eseguiva già con CSNY, prima di inciderla con i Manassas: perfetta e struggente nella sua perfezione, con la Gretsch protagonista. River Of Gold è un nuovo brano di Judy, e rispetto alle canzoni ad appannaggio del chitarrista, qui, nell’arrangiamento, predominano il piano e l’organo di Walden. Judy è una composizione risalente ai tempi in cui i due erano una coppia d’altro genere, una bella canzone apparsa solo in forma demo su quel disco d’archivio intitolato Just Roll Tape, qui diventa un brano fatto e finito, suonato e cantato come se Stills e Collins fossero ancora nel 1968. Della title track ho già detto, Houses è di nuovo un brano della cantante, originariamente inciso nel 1975, che fa da preludio a tre cover altisonanti, brani molto noti di autori altrettanto blasonati: il duo li affronta in modo spettacolare e gli applausi ideali esplodono da soli. Reason To Believe e Girl Form The North Country potrebbero far parte di quel pugno di canzoni scelte da CSN per l’abortito disco che avrebbero dovuto registrare sotto l’egida di Rick Rubin, comunque il risultato è da brivido: il brano di Tim Hardin segue il sentiero collaudato del sound costruito sulla Gretsch e sull’hammond, per il classico dylaniano l’opzione è più acustica ma ugualmente riuscita. La terza cover è un brano dell’epoca d’oro del folk rock, un brano che la Collins aveva già fatto suo in un disco in cui Stills l’accompagnava solo alla chitarra e che s’intitolava proprio come la canzone, si tratta di Who Knows Where The Time Goes, quella di Sandy Denny. Qui la voce della Collins è davvero unica, ricordiamoci che è alle soglie dei 78 anni, il piano fa la parte del leone, ma Stills infila qualche rispettosa zampata di chitarra senza rubare la scena.

Il finale è invece tutto suo, un ripescaggio di Questions, una composizione che non aveva mai trovato la sua giusta collocazione, era apparsa sull’ultimo posticcio disco dei Buffalo Springfield, passando quasi inosservata tanto che poi era diventata il finale di Carry On su Deja Vu di CSNY, tornata a fare capolino nelle setlist dei concerti degli ultimi, eccola qui, sontuosa e baciata dall’arrangiamento che le compete, con belle chitarre – direi sia la Gretch che la Strato in questo caso – l’organo e le voci che la rendono nella sua versione definitiva.