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Rock & Pop, le recensioni di LFTS/23

di Paolo Baiotti

20 marzo 2013

aerosmith

AEROSMITH

Music From Another Dimension

Columbia        2012 

 

Riepiloghiamo il nuovo millennio degli Aerosmith: un mediocre disco in studio (Just Push Play ’01), un discreto disco di covers (Honkin’ On Bobo ’04), un live appena decente (Rockin’ The Joint ’05), tante raccolte più o meno inutili, un po’ di concerti e soprattutto tante parole e tanto gossip. Protagonista assoluto il cantante Steven Tyler: tra ricadute in vecchi vizi e periodi di riabilitazione, cadute dal palco, partecipazione da giudice a talent shows e dichiarazioni avventate non si è privato di nulla. In questi anni si è più volte parlato di scioglimento, il chitarrista Joe Perry ha pubblicato due dischi solisti non indimenticabili mentre Tyler si è limitato ad un singolo, ma alla fine la band è tornata in studio con l’esperto Jack Douglas alla produzione. Nella scrittura si nota la presenza di molti coautori esterni, più vicini al rock radiofonico che all’hard rock, circostanza che mi ha fatto dubitare: in fondo dopo più di dieci anni qualche buon brano pronto Tyler e Perry avrebbero dovuto averlo. Dubbi confermati dall’ascolto del disco, troppo lungo e con alcuni brani che potevano essere tralasciati. Ma il problema di fondo è la sensazione che si tratti di un album forzato, quasi di una caricatura degli Aerosmith che cercano di riprodurre il loro suono senza avere particolari stimoli e creatività. Alla fine sono pochi i brani hard rock convincenti: la stonesiana Oh Yeah, classico rock di Joe Perry, Out Go The Lights tra rock e funky con un bel riffone e la trascinante Lover Alot. Meno brillanti l’opener Luv XXX, la rappata Beautiful, la dura e veloce Street Jesus confusa nel suo sviluppo, la stradaiola Freedom Fighter scritta e cantata da Perry senza fantasia, il singolo Legendary Child e Something, un pasticcio tra blues e Beatles. E poi ovviamente ci sono le ballate che non guastano, anche perché Tyler le interpreta molto bene, ma hanno un sapore di già sentito, come Another Last Goodbye con voce e piano in primo piano, Tell Me che profuma di anni novanta e We All Fall Down composta dall’esperta Diane Warren, mentre Can’t Stop Lovin’ You, duetto con la cantante country-pop Carrie Underwood, è troppo zuccherosa. L’edizione deluxe aggiunge un secondo cd con tre brani non certo indispensabili (erano già troppi gli altri quindici) e un dvd molto carino con quattro tracce registrate dal vivo e interviste ai musicisti della band. Spero che non sia l’ultimo disco in studio degli Aerosmith, non sarebbe una conclusione degna di una carriera formidabile.       

 

 

daniele tenca

DANIELE TENCA

Wake Up Nation

Route 61 Music   2013

 

Se la crescita del roots rock italiano è sotto gli occhi di tutti, Daniele Tenca è sicuramente uno degli artefici di questa ondata di artisti e bands che comprende Lowlands, W.I.N.D., Mojo Filter, Cheap Wine, Francesco Piu, Nerves & Muscles  e tanti altri. Autore e chitarrista milanese inizialmente ispirato da Bruce Springsteen e dal blues, ha gradualmente ampliato il suo raggio d’azione con  Blues From The Working Class seguito dall’eccellente Live From The Working Class ed ora da questo Wake Up Nation, un disco che cerca davvero di svegliare un paese (il nostro) cloroformizzato da vent’anni di false promesse, di politica ridotta a scambio di favori, di veline promosse ad altri ruoli, mentre una crisi sempre più forte massacra la maggior parte della popolazione. Per Tenca i testi sono importanti quanto la musica, influenzano il suono e l’atmosfera delle canzoni, sono veramente imprescindibili. In Wake Up Nation testi crudi e taglienti parlano di immigrazione, paparini che creano a loro piacimento nuove regole, persone che non si riconoscono più in una nazione alla quale sono stati rubati il cuore e l’anima e che devono risvegliarsi facendo qualcosa invece di lamentarsi sul social network. E le musiche rispecchiamo questa durezza con un rock blues aspro nel suono della slide, dei boogie incalzanti e un tosto roots rock venato di folk che richiama Mellencamp e lo Springsteen acustico. Accompagnato da una band solida ed affiatata formata da Leo Ghiringhelli alla chitarra, Pablo Leoni alla batteria, Luca Tonani al basso e Heggy Vezzano alla batteria, Tenca canta in modo caldo e appassionato suonando slide ed elettrica con bravura indiscussa ed appare sempre più consapevole della forza della sua musica. Tra i brani di un disco uniforme nella sua compattezza citerei l’opener acustica Dead And Gone che ci riporta al blues prebellico, il fluido roots rock di Big Daddy, il blues di What Ain’t Got con l’armonica di Andy J. Forest e la morbida Silver Dress. In questo contesto si inseriscono alla perfezione le tre covers: il blues Last Po’ Man di Seasick Steve, la ritmata It’s All Good del maestro Dylan e l’acustica Society già interpretata da Eddie Vedder nella colonna sonora di Into The Wild. Un disco di denuncia forte e rigoroso che cresce con gli ascolti.   

 

 

better world

LOWLANDS

Better World Coming

Gypsy Child Records  2012

Beyond

Gypsy Child Records  2012

 

Nati a Pavia e guidati da Ed Abbiati (italo-inglese con varie esperienze all’estero), in pochi anni i Lowlands sono diventati una delle band italiane di roots rock più apprezzate. Ispirati da gruppi come Wilco, Whiskeytown, Green On Red e Waterboys, hanno esordito con The Last Call, seguito da Gypsy Child. L’anno scorso hanno pubblicato ben due dischi: il primo è un interessante omaggio a Woody Guthrie, registrato quasi per divertimento con l’aiuto di altri musicisti della scena locale, il secondo è il duro e trascinante Beyond. Partiamo da Better World Coming, un album fresco e godibile che ha il merito di riproporre non solo i brani più famosi, ma anche tracce meno conosciute del grande cantautore folk americano, registrato prevalentemente con strumenti acustici dal nucleo della band formato dal leader Ed Abbiati (voce e chitarra), Francesco Bonfiglio (piano, organo, accordion) e Roberto Diana (chitarra, dobro) con partecipazioni sempre funzionali al progetto. Tra le undici tracce spiccano un’intensa e drammatica This Train Is Bound For Glory, una dolente I Ain’t Got No Home, la meno conosciuta More Pretty Girls resa come un’outtake di Tom Waits, la delicata ballata Better World Coming, Two Good Men venata di sapori irlandesi e la corale Deportee. Gli arrangiamenti sono semplici ed efficaci, con un utilizzo sobrio di dobro, fisarmonica e chitarra acustica, mentre la voce roca di Abbiati dimostra sufficiente duttilità e sensibilità nell’interpretare il repertorio di un’icona della musica americana.

beyond

Beyond è il vero terzo album in studio prodotto da Joey Huffman, amico della band ed ex tastierista di Soul Asylum, Matchbox Twenty e Drivin ‘n’ Cryin,  session man ed esperto ingegnere del suono che contribuisce a dare un suono degno di una produzione internazionale. Accompagnati da una sezione ritmica esperta e affiatata formata da Robby Pellati alla batteria e Rigo Righetti al basso (entrambi ex Rocking Chairs e Ligabue) i Lowlands dimostrano ulteriori progressi, pubblicando un disco compatto, energico, pieno di grinta e rabbia. Un roots rock di matrice americana con venature folk e irish, pieno di melodie corali che restano in testa, ma con la rabbia del punk (l’opener Angel Visions è puro punk). Abbiati è un songwriter in grado di colpire sia con brani ritmati come le intense e trascinanti Keep On Flowing e Lovers And Thieves profumate di irlanda e con la springsteeniana Hail Hail, sia con ballate folk come Ashes e l’acustica Homeward Bound. Ma anche il complesso e drammatico mid-tempo Waltz In Time e il crescendo irresistibile di Down On New Street sono interpretati con bravura e sensibilità. Da citare anche la title track Beyond, riflessiva e notturna anche nel testo e la sofferta Fragile Man, quasi sussurrata da Ed, arrangiata con un impasto di fisarmonica e violino di rara efficacia.

 

nerves and muscles

NERVES & MUSCLES

New Mind Revolution

Holdout‘n’Bad  2012

 

Sono convinto che ascoltando questo album senza conoscere i musicisti nessuno immaginerebbe che dietro alla sigla Nerves & Muscles non si nascondono dei bluesmen del Mississippi o dell’Alabama, ma un gruppo di esperti musicisti italiani. Questa è la realtà! Max Prandi (batteria e voce), Angelo “Leadbelly” Rossi (chitarra e voce), Tiziano Galli (chitarra), Milena Piazzoli (voce), Marcus Tondo (armonica) e Joy Allucinante (basso) con l’aiuto di Paolo Cagnoni (ideatore, produttore e coautore di numerosi brani) hanno inciso un disco di blues sudista formidabile, come se ne ascoltano pochi di questi tempi. Blues acustico ed elettrico che sembra uscito dagli Zebra Ranch Studios dei fratelli Dickinson, con forti richiami al gospel e alle contaminazioni africane, con testi significativi da leggere con attenzione, un suono che non ha niente da invidiare a produzioni milionarie e una confezione in digipack molto curata. Il livello dei brani è elevato, non ci sono momenti di stanca o riempitivi. Ma una citazione la meritano Nerves & Muscles, un blues memore della lezione di R.L. Burnside, l’aspro boogie hookeriano Ask The Dusk, la deliziosa filastrocca Frankie And Isabel che si trasforma in un gospel percorso dalla voce di Milena Piazzoli, Black Line con una chitarra cooderiana, la title track aspra nel suono e nel testo che racconta la situazione drammatica della nostra società, l’esemplare blues White Flowers On Your Dress, la sofferta Over My Poor Bones interpretata ottimamente dalla voce di Prandi e dalle chitarre di Galli e Rossi e il gospel Searching My Salvation. Un disco sorprendente anche per chi conosce la qualità dei musicisti coinvolti, a dimostrazione che un lavoro di squadra può raggiungere risultati superiori alla somma delle individualità.     

 

 

skynyrd last 

 

LYNYRD SKYNYRD

Last Of A Dyin’ Breed

Roadrunner 2012

 

Giunti al settimo album in studio dopo la reunion dell’87, da aggiungere ai cinque della formazione originale degli anni ’70 prima dell’incidente aereo dell’ottobre ’77, non contando le innumerevoli compilations, ristampe più o meno deluxe e i dischi dal vivo, tutte testimonianze di un popolarità leggendaria, gli Skynyrd proseguono imperterriti nella loro carriera, funestata da tragedie pari o superiori al grande successo ottenuto. Ma oggi bisogna porsi una domanda che, a dire il vero, già da qualche anno aleggia sul gruppo: ha senso continuare, soprattutto con dischi inediti, mantenendo il nome quando della formazione originale è rimasto il solo chitarrista Gary Rossington (anche lui con problemi di cuore)? Dopo Gods & Guns del ‘09, disco ancora accettabile con alcuni spunti notevoli, ci hanno lasciato il tastierista originale Billy Powell (un tassello indispensabile della formazione) e il giovane bassista Ean Evans che a sua volta aveva sostituito il deceduto bassista originale Leon Wilkeson. Oggi lo zoccolo duro oltre a Rossington comprende il cantante Johnny Van Zant, fratello di Ronnie, presente dalla reunion e il chitarrista Rickey Medloke, ex leader dei Blackfoot che ha fatto parte per un breve periodo della formazione originale ed è tornato nel ’97. Gli altri sono il batterista Michael Cartellone, il chitarrista Mark Matejka, il tastierista Peter Keys e il bassista Johnny Colt (ex Black Crowes). Il problema è che questi musicisti, a parte Colt, sono più adatti ad un hard rock radiofonico che al southern rock venato di blues e di country degli Skynyrd. Se aggiungiamo l’aiuto di musicisti esterni che di southern hanno poco (dai produttori Bob Marlette e Tom Hombridge ai chitarristi John 5 e Marlon Young) il risultato è un inevitabile appesantimento del suono e un avvicinamento ad un rock spersonalizzato che non rende onore alla storia della band.  Intendiamoci, se fosse un gruppo qualunque a pubblicare questo disco, si potrebbe essere soddisfatti, ma dai Lynyrd Skynyrd mi attendo qualcosa di diverso da brani scontati come Good Teacher, la title track Last Of A Dyin’ Breed, la cadenzata Nothing Comes Easy o la dura Homegrown. Qualcosa di meglio c’è come Mississippi Blood, la potente Honey Hole, le ballate Something To Live For e Ready To Fly (composta con Audley Freed) nelle quali spicca l’ottima voce di Van Zant e la conclusiva Start Livin’ Life Again. Sono disponibili anche una deluxe edition con quattro brani aggiunti e un’edizione speciale inglese unita alla rivista Classic Rock con un paio di tracce live inedite. Ma la sostanza non cambia; purtroppo Last Of A Dyin’ Breed è un disco fondamentalmente inutile.    

 

 

johnny neel

 

  

 

JOHNNY NEEL

Every Kinda’ Blues

Silverwolf   2012

 

Nato a Wilmington in Delaware, cieco dalla nascita, Neel ha esordito con un singolo a dodici anni; qualche anno dopo ha formato la Johnny Neel Band, spostandosi a Nashville nell’84. Session man molto conosciuto, entra nella Dickey Betts Band e poi negli Allman Brothers, partecipando come secondo tastierista, armonicista e compositore a Seven Turns, l’album della reunion ed al successivo tour. Tornato alla carriera solista scrive per John Mayall, Montgomery Gentry e Delbert McClinton, registra alcuni dischi, partecipa alla formazione dei Blue Floyd con Marc Ford, Allen Woody e Matt Abts ed agli X2 con Abts (batterista dei Gov’Mule). Negli ultimi anni ha collaborato in studio e dal vivo con l’eccellente band friulana dei W.I.N.D.  Every Kinda’ Blues è l’ottavo disco in studio del tastierista ed è anche uno dei migliori. Registrato a Nashville con l’aiuto, tra gli altri, di Jack Pearson alla chitarra, Daryl Burgess alla batteria e Shawn Murphy (Little Feat) ai backing vocals, è un album impregnato di blues, soul e gospel, con ballate convincenti e qualche up-tempo di buona qualità, che evidenziano la voce piena di anima di Neel e il suono caldo del suo hammond. Non mancano un paio di tracce meno ispirate come la title track, il soul-rock alla Delaney & Bonnie di Right Out The Window e la molle I Wanna Know The Way, riscattate dalla jazzata I’m Gonna Love You, dalla superba ballata sudista Sunday Morning Rain (ottima voce, organo perfetto e slide suadente di Jack Pearson), dallo slow How To Play The Blues e dal rabbioso swamp-blues Mighty Mississippi, con un testo sulle tragedie che hanno colpito le regioni del sud. Ma il vertice del dischetto sono i due brani registrati dal vivo ad Udine con i W.I.N.D., il superbo blues spruzzato di gospel Won’t Lay Me Down interpretato con adeguata sofferenza da Neel specialmente nella lenta introduzione, nel quale Anthony Basso construisce un assolo in crescendo da urlo e il lungo soul-blues Murdered By Love, introdotto da piano ed armonica, altro esempio mirabile di brano non solo suonato ma sentito profondamente. La dolente ballata pianistica My Kinda’ People chiude brillantemente un disco superiore alle attese.        

 

 

nelson marsalis

 

WILLIE NELSON & WYNTON MARSALIS (featuring Norah Jones)

Here We Go Again

Blue Note        2011

 

Se il nostro piatto principale prevede un’icona del country come Willie Nelson e uno dei migliori trombettisti jazz come Wynton Marsalis con l’aggiunta di Norah Jones alla voce in sei brani il risultato difficilmente sarà da ristorantino di basso livello. Se poi l’occasione è la celebrazione del repertorio di Ray Charles, in due serate registrate dal vivo nel febbraio del ’09 al Lincoln Center di Manhattan, allora si può andare sul sicuro. La classe dei musicisti e del repertorio garantisce un’ora di ottima musica, sicuramente più vicina al jazz che al country (il gruppo di accompagnamento è quello di Marsalis, responsabile anche degli arrangiamenti). Peraltro si tratta di artisti eclettici che hanno sempre amato accostare altri generi e che quindi si divertono anche in ambito blues, rhythm and blues e gospel (generi toccati dalla musica di Charles) e che già avevano collaborato due anni prima nell’eccellente Two Men With The Blues. Il disco scorre che è un piacere pur non offrendo nulla di eclatante, con qualche limite in un paio di occasioni per la voce di Nelson, un po’ flebile ed affaticata. Note di merito per Unchain My Heart con spazi solisti di tromba e chitarra acustica, Come Rain Or Come Shine cantata con voce languida dalla Jones, il raffinato country Cryin’ Time cantato a due voci, il blues Losing Hand interpretato con sagacia da Nelson, accompagnato dalla tromba di Marsalis, dal sax di Walter Blanding e dal piano di Dan Nimmer e la lunga Hit The Road Jack, specialmente per la parte strumentale nella quale si inserisce alla perfezione l’armonica di Mickey Raphael, collaboratore di lunga data di Nelson. La Jones spicca nel duetto country Here We Go Again e nella jazzata Makin’ Whoopee, mentre sembra meno adatta alle inflessioni soul blues del conclusivo classico What’D I Say che si giova di una lunga introduzione strumentale. Ecco, in questo brano manca inevitabilmente la voce di Ray Charles che avrebbe comunque apprezzato questo concerto a lui dedicato.    

 

 

damn good time

 

 

 

 

 

THE NIGHTHAWKS

Damn Good Time

Severn 2012

 

La Severn è un’ambiziosa etichetta indipendente di Annapolis che recentemente ha pubblicato i dischi di due leggende del roots/blues Americano, Fabulous Thunderbirds e Nighthawks. Ma se per i primi la delusione è stata grande, in quanto On The Verge è un disco impersonale e di scarso interesse, Damn Good Time conferma i Nighthawks come una delle migliori “hard working bar band” americane. Della formazione originale che incise Rock‘n’Roll nel ’74 rimane il solo Mark Wenner (voce e armonica), accompagnato dai veterani Paul Bell (chitarra) e Johnny Castle (basso), con lui da una decina d’anni e dall’ultimo arrivato Mark Stutso, esperto batterista e vocalist per anni compagno di Jimmy Thackery (che era il chitarrista dei Nighthawks originali) e poi di Tab Benoit. Il gruppo ha superato i venti dischi in studio, con i live e le raccolte supera la trentina, ma ha ancora una freschezza e una voglia di suonare incredibile. Nella loro carriera hanno suonato tra gli altri con John Hammond, Muddy Waters e Hubert Sumlin, accompagnando Elvin Bishop, John Lee Hooker e Pinetop Perkins con modestia umiltà e passione. La miscela è sempre la stessa: roots music americana composta da una base di blues con aggiunte di soul, rock, un pizzico di rockabilly e di country, ma non stancano mai, alternando brani originali a covers più o meno conosciute. Se il precedente Last Train To Bluesville era un live acustico, Damn Good Time è un disco elettrico registrato negli studi della Severn con il coproduttore David Earl. Tra le dodici tracce  spiccano la brillante title track, un country soul delizioso con l’armonica di Wenner in primo piano, l’incalzante Bring Your Sister scritta e cantata da Castle con in mente il pop rock di Nick Lowe, la cover swingata di Send For Me, la divertente Georgia Slop di Jimmy McCracklin e l’ennesima Let’s Work Together (Canned Heat) che non sfigura pur non aggiungendo nulla a mille altre versioni. E poi ci sono tre brani scritti da Stutso con l’amico di lunga data Norman Nardini, rock and roller di Pittsburgh che confermano il rapido inserimento del batterista. Uno dei dischi più solidi, compatti, vari e divertenti della loro copiosa produzione.

 

 

 

Rock & Pop, le recensioni di LFTS/13

di admin

27 maggio 2011

The Duke and The King

THE DUKE AND THE KING

Long Live The Duke And The King

2010 Silva Oak/ Loose LP/CD

 

Sono mesi che ascolto questo disco. Sempre con l’intenzione di mettermi a scrivere qualcosa in proposito. Uno dei migliori dischi “nuovi” in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e per nuovi intendo attribuiti ad artisti giovani e con una proposta musicale fresca, per quanto con le radici ben piantate in tutto quanto è stato prodotto nei quattro decenni precedenti. Si tratta del secondo disco per questa formazione dello stato di New York (Catskill Mountains per la precisione), ma rispetto al debutto la formazione ha raddoppiato il numero dei propri componenti, aggiungendo alla propria musica più punti di forza. Risulta difficile dire chi faccia cosa all’interno del combo il cui nome rimanda a due personaggi truffaldini creati da Mark Twain per il suo Huckleberry Finn, ma è evidente che la voce principale sia quella di Simone Felice, uno dei Felice Brothers di cui avrete senz’altro sentito parlare. Ma anche gli altri (Bobby Bird Burke, cofondatore, Simi Stone e il Nowell Haskins) ci mettono del proprio e la magia del risultato è proprio nello strano melange di voci che si impastano molto bene in questo disco, dando vita a dieci composizioni ben prodotte, con chitarre mai debordanti, sezione ritmica d’impianto folk rock, qualche intromissione fiatistica, armonica e accordeon sparsi qua e là. E che dire della confezione, un bell’album sullo stile dei vecchi vinili (il disco è naturalmente edito anche nel vecchio caro supporto), con libretto contenente i testi e il CD inserito in una busta nera proprio come i vecchi trentatré giri. Ma ciò che vince sono davvero le canzoni: dall’opening di O’ Gloria alla convincente e ben strutturata Shine On You a Right Now giocata sull’amalgama e sull’alternarsi delle voci. Hudson River è una soul ballad che si regge sul cantato davvero black e su una melodia che entra facilmente in testa. No Easy Way Out è invece una canzone folk rock dominata dalla cantante Simi Stone ed è un altro dei punti forti del disco, che come si usava un tempo dura poco meno di quaranta minuti, ma tutti allo stesso livello (personalmente sono sempre stato convinto che i compact disc di più di cinquanta minuti vadano bene per le antologie e per le retrospettive con bonus track, salvo qualche raro caso). E ancora, Children Of The Sun e Have You Seen It?, un brano in cui le influenze younghiane (il gruppo dal vivo esegue spesso brani come Helpless e Long May You Run, ma non fatevi fuorviare da questo, la loro è una proposta originale e non derivativa!) emergono qua e là. In Gran Bretagna le riviste musicali li hanno incensati e anche il “Rolling Stone” tedesco ha speso grandi parole per loro. In Italia sono ancora sconosciuti o quasi. Loro si definiscono folk-soul-glam (quest’ultima definizione soprattutto per ciò che riguarda il look) ma la loro musica va davvero oltre le classificazioni di routine. Provare per credere.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

marbin

MARBIN

Breaking The Cycle

2011 Moonjune CD

 

Proprio un bel disco questo Breaking The Cycle, intestato alla formazione israeliana che fa capo a Danny Markovitch (sassofonista) e Dani Rabin (chitarrista), tanto che il nome del gruppo è il risultato di una crasi fra i due cognomi: un disco di musica strumentale che, pur essendo i due leader indirizzati nel filone jazz rock, va oltre le definizioni inventandosi un genere tutto suo che pur facendo trasparire (soprattutto nella prima traccia) la matrice jazzistica, si apre poi verso orizzonti molto diversi dove di volta in volta gli strumenti di Rabin e Markovitch dettano legge creando sublimi atmosfere (Western Sky, Outdoor Revolution, Burning Match, la coinvolgente Old Silhouette tanto per fare qualche titolo) a volte cullate dal sax, altre sferzate dalla chitarra tagliente.  Virate più d’impronta rock si innestano sapientemente su atmosfere più pop che non mancano di fondersi, senza strafare, con la matrice yiddish che fa immancabilmente parte del DNA dei due musicisti. A rinforzare il gruppo ci sono poi il batterista Paul Wertico (con una lunga militanza nella band di Pat Metheny) e il percussionista Jamey Haddad (dalla corte di Paul Simon). A suggellare questo brillante prodotto c’è l’intensità della conclusiva Winds Of Grace, unico brano cantato affidato sia nelle liriche che per quanto riguarda le corde vocali a Daniel White.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

Garth Hudson

GARTH HUDSON

A Canadian Tribute To The Band

2011 Curve Music/Sony CD

 

Non proprio un’occasione sprecata, ma un’operazione riuscita a metà. Certo, al grande Garth Hudson vanno il plauso e il riconoscimento per aver prodotto un disco tutto canadese dedicato alla musica del suo vecchio gruppo, un disco peraltro caratterizzato, e questo è proprio uno dei suoi pregi, dalle sue tastiere inconfondibili che danno all’opera un senso di continuità che solitamente non si respira nei tribute album tradizionali. Attingendo poi dal repertorio meno scontato di The Band. Il disco inizia alla grande con quattro brani di rilievo: Danny Brooks propone la poco nota e ben realizzata Forbidden Fruit, per non dire del graditissimo e ispirato ritorno di una delle canadesi più interessanti, Mary Margareth O’Hara, che offre subito una delle perle del disco, Out Of The Blue, avvolgente ballata che figurava sulla parte in studio dell’Ultimo Valzer. Acadian Driftwood, brano tutt’altro che facile è invece affidato a Peter Katz che si dimostra molto all’altezza della situazione, come del resto fa Neil Young affiancato dai giovani Sadies nella rilettura di This Wheel’s On Fire, dove la sua chitarra inconfondibile duetta con l’organo di Hudson. Da qui in poi però le cose cambiano e le sorti del disco si fanno alterne: qualche scelta poco oculata nel repertorio, o forse negli esecutori mettono in pericolo il tributo. Ain’t Got No Home, You Ain’t Goin’ Nowhere, I Loved you Too Much, Move to Japan abbassano il livello del disco in maniera irreparabile. Per fortuna, qua e là si aprono altri spiragli notevoli, come in The Shape I’m In (ancora i Sadies, senza Young però), o la brillante Clothes Line Saga dei Cowboy Junkies (anche se il brano è tutto a firma di Dylan), con una Margo Timmins ispirata e Hudson a stendere tappeti di tastiere di cui nessun altro è più capace. Buone anche le due rivisitazioni in cui compare Bruce Cockburn, Sleeping (accompagnato dai Blue Rodeo) e Chest Fever in cui è lui ad accompagnare Ian Thornley. La versione di Yazoo Street Scandal passa invece abbastanza anonimamente. Meglio Tears Of Rage affidata alle corde vocali di Chantal Kreviazuk. Da segnalare, in positive, anche The Moon Struck One, Knockin’ Lost John in chiave irish e King Harvest. Ecco: questo è quanto. Forse è il problema dei CD che hanno più capienza di un trentatre giri, così si tende a riempirli troppo. Questo tributo a The Band dura intorno ai settanta minuti, quarantacinque sarebbero forse bastati e ne avrebbero fatto un ottimo disco, che purtroppo invece non è.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

copernicus

COPERNICUS

Cipher And Decipher

2011 Nevermore Inc.- distribuzione Moonjune

 

Un nuovo disco di Copernicus, un performer e un poeta soprattutto, prima che un musicista. Questo artista newyorchese, sulla scena fin dagli anni ‘80, dopo aver provveduto tramite la sua etichetta a rendere disponibili i suoi vecchi lavori e a distribuire quelli più recenti in più lingue, è tornato recentemente con un nuovo disco, un lavoro attraversato dal lirismo e dalla nervosità: Cipher And Decipeher è la nuova testimonianza dello smalto che pervade la poetica di questo cantore della grande mela, e del cosmo intero con tutti i suoi mali. Un disco di dieci tracce, per una durata di ben settanta minuti, con Copernicus intento a declamare i suoi versi, accompagnato da un fedele gruppo di collaboratori, alcuni al suo fianco fin dalla prima ora, alcuni titolari di carriere discografiche in proprio a un certo livello, come Larry Kirwan, Thomas Hamlin e Fred Parcells, noti al pubblico per le loro imprese nei Black 47. Il disco, non facile, regge bene anche nella parte finale dominata dal quarto d’ora di The Cauldron, ma le cose migliori sono senza dubbio i brani iniziali Into The Subatomic e Free At Last e le centrali Where No One Can Win e Infinite Streght, forse la traccia più interessante, pervasa dall’inizio alla fine dal sax nervosissimo e tutto newyorchese di Matty Fillou, con la voce di Copernicus che (per fare un paragone) ricorda certe intonazioni tipiche di Moni Ovadia.

 Paolo Crazy Carnevale

 

 

nma

NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS

Keys To The Kingdom

2011 Songs Of The South CD

 

Giunti al sesto disco in studio a tre anni di distanza da Hernando, i NMA pubblicano il loro album più personale, fortemente influenzato dalla morte del musicista e produttore Jim Dickinson, padre di Luther (voce e chitarra) e Cody (batteria) che compongono il trio con Chris Chew (basso). Inciso nello studio di famiglia Zebra Ranch, Keys To The Kingdom ha un suono meno duro che in passato, permeato di blues e gospel, incentrato sulle canzoni più che sulla chitarra di Luther, presente ma non dominante. Detto questo non è che manchino brani potenti o ritmati, come l’aspro rock di This A’ Way che apre il disco, il successivo trascinante blues Jumpercable Blues nel quale la slide di Luther è affiancata dall’amico Gordie Johnson o la grintosa Hear The Hills. Ma gli episodi migliori mi sembrano quelli più riflessivi e personali: il gospel blues di stampo sudista The Meeting, cantato con il cuore da Luther aiutato dall’inconfondibile voce di Mavis Staples, la deliziosa How I Wish My Train Would Come, il gospel Let It Roll (già presente nel disco solo di Luther Onward & Upward) e la splendida Ain’t No Grave, con un testo dedicato al padre, arricchita dalla slide di Ry Cooder. Da non trascurare l’originale versione di Stuck Inside Of Mobile di Bob Dylan con un arrangiamento suggerito da Jim Dickinson ai figli pochi giorni prima di morire. Dopo un paio di brani meno riusciti, Jellyrollin’ All Over Heaven chiude il disco celebrando la vita eterna con leggerezza e serenità.  

Paolo Baiotti

 

 

israel nash

ISRAEL NASH GRIPKA

Barn Doors And Concrete Floors

2011 Israel Nash Gripka CD

 

Dopo l’interessante esordio New York Town di due anni fa, Israel ha lasciato la grande mela rifugiandosi in un vecchio granaio nelle Catskill Mountains con il produttore Steve Shelley e un gruppo di amici per registrare il secondo album. L’ambiente rilassato e l’assenza di pressioni hanno sicuramente contribuito alla riuscita di Barn Doors And Concrete Floors, un disco eccellente che ha già ricevuto recensioni molto positive sia negli Stati Uniti che in Europa. Figlio di un pastore battista, Israel Nash ha avuto un’adolescenza complicata tra alcool e carcere, con quei contrasti di positività e negatività che hanno caratterizzato grandi artisti. Influenzato dai cantatutori rock classici (in primis Neil Young e Ryan Adams), ma anche dal gospel, dal country, dal folk e dalla roots music, Gripka dimostra soprattutto una capacità compositiva non comune a partire da Fool’s Gold un mid-tempo accattivante di presa immediata che può anche richiamare gli Stones di Exile On Main Street. L’ambiente bucolico sembra incidere sul country malinconico di Drown e sulla riflessiva ballata Sunset, Regret. Non ci sono tracce deboli in questo disco, ogni brano meriterebbe una citazione, dall’irresistibile melodia di Four Winds con la pedal steel di Rich Hinman al grintoso rock di Louisiana che precede la splendida Baltimore nella quale la voce di Gripka ricorda il maestro Young e la chitarra solista si lascia andare in un brillante assolo affiancata dall’armonica. Ma si possono dimenticare il country rock di Red Dress o la sofferta ballata acustica Bellwether Ballad? Quando si spengono le note di Antebellum (inzio lento, chitarra elettrica distorta e finale in crescendo) viene voglia di schiacciare nuovamente il tasto play per riascoltare un disco che sicuramente finirà nella mia top ten dell’anno.  

Paolo Baiotti

 

 

pendragon

PENDRAGON

Passion

2011 Toff Records/ Snapper CD

 

In attività dagli anni ’80, sempre guidati dal leader Nick Barrett (voce, chitarra, compositore e produttore con Karl Groom), i Pendragon tengono alto con gli I.Q. il nome del progressive britannico. Con Passion proseguono nel cammino intrapreso con il precedente Pure (Toff 2008), che aveva evidenziato un indurimento del suono con alcune sperimentazioni. Un disco aspro e oscuro, almeno nell’iniziale title track e in Empathy, caratterizzata da una chitarra insinuante e da un drumming potente, accostabili al prog metal. Anche Feeding Frenzy, pur non priva di melodia, segue lo stesso schema, mentre il suono si apre alla melodia in The Green And Pleasant Land, uno splendido brano prog con un testo nostalgico sugli aspetti positivi della Gran Bretagna del passato, contrapposti ai difetti odierni. It’s Just A Matter Of Not Getting Caught ha una struttura complessa con una ritmica hard che contrasta la voce melodica, Skara Brae alterna toni diversi con un inserimento di voce rappata, una ritmica ripetitiva e una confusione di fondo. Si chiude con Your Black Heart, un brano evocativo improntato sull’uso del pianoforte, con una chitarra floydiana, caratteristica dello stile melodico di Barrett. Un disco controverso che lascia qualche dubbio, con meno chitarra solista del solito, un approccio più vicino al rock, una presenza quasi di contorno delle tastiere di Clive Nolan e una qualità compositiva inferiore ai momenti migliori della band. Oltre all’edizione normale è reperibile un’edizione limitata con un DVD nel quale Barrett racconta la genesi dell’album.     

Paolo Baiotti

 

 

kw shepherd

KENNY WAYNE SHEPHERD BAND

Live! In Chicago

2010 Roadrunner CD          

 

Quando esordì a diciassette anni nel 1995 con Leadbetter Heights, Shepherd sembrava destinato a una carriera folgorante. Le promesse sono state mantenute solo in parte; come per altri talenti della chitarra blues più o meno recenti (Joe Bonamassa, Jonny Lang e Jeff Healey i casi più eclatanti) le capacità tecniche indiscutibili non hanno sempre trovato materiale o produttori all’altezza. Così Kenny ha alternato album poco convincenti fino al brillante 10 Days Out, un omaggio ai vecchi bluesmen del Sud diventato un documentario e un album di grande qualità nel 2007. Questo recente live si ricollega al precedente progetto, essendo stato registrato nel corso del tour di 10 Days Out alla House of Blues di Chicago con ospiti due grandi veterani come Hubert Sumlin (ex chitarrista di Howlin’ Wolf) e Willie “Big Eyes” Smith (ex batterista di Muddy Waters) e due chitarristi che hanno aiutato Kenny a inizio carriera, Bryan Lee (che lo invitò on stage a New Orleans a tredici anni) e Buddy Flett. E non si può dire che si tratti di un disco poco riuscito! Shepherd dimostra le sue qualità fin dai primi brani Somehow, Somewhere, Someway e King’s Highway, fortemente influenzati dallo stile di Stevie Ray Vaughan e nella swingata Deja Voodoo, esplosiva nella coda chitarristica. Il concerto sale ulteriormente di tono con gli ospiti; Buddy Flett è protagonista della sua Dance For Me Girl, un blues tosto profumato di Louisiana, mentre Willie Smith svetta alla voce e all’armonica in Baby Don’t Say That No More e nello slow Eye To Eye, classico blues di Chicago. Notevoli le versioni di How Many More Years e di Sick And Tired, entrambe con Sumlin alla chitarra e voce solista. La qualità resta alta fino alla cadenzata Blue On Black, nella quale spiccano la voce di Noah Hunt, cantante del gruppo di Kenny e la chitarra del leader che si distende in un assolo in crescendo molto efficace, seguita dalla conclusiva I’m A King Bee, grintosa e tagliente al punto giusto.

Paolo Baiotti

 

 

drive by

DRIVE BY TRUCKERS

Go-Go Boots

Sometimes Late At Night

2011 Ato Records    

 

Che la band di Athens sia una delle più interessanti prodotte dal Sud degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni è indubbio. Riuscendo a miscelare con notevoli capacità influenze diverse (punk, rock sudista e alternative country) creando un suono riconoscibile e personale, la band di Patterson Hood (figlio di David Hood, celebrato bassista degli studi Muscle Shoals) ha avuto una prima fase underground culminata nel brillante doppio Southern Rock Opera, seguita da un periodo con la New West che ha prodotto album di ottima qualità come Dirty South e A Blessing And A Curse. La separazione con il chitarrista e cantante Jason Isbell, che aveva contribuito a questi ultimi dischi e   qualche incertezza di Hood e dell’altro compositore Mike Cooley hanno inciso sulla riuscita di The Big To Do, uscito l’anno scorso, e di questo Go-Go Boots, un disco strano (e troppo lungo) rispetto alla produzione precedente in quanto giocato quasi interamente su brani mid-tempo, a volte privi di incisività, troppo simili tra loro e con un suono un po’ piatto e compresso. Il livello medio è discreto con poche vette: la ritmata e insinuante I Used To Be A Cop, la conclusiva Mercy Buckets e le due cover di Eddie Hinton, Everybody Needs Love e Where’s Eddie. L’edizione inglese è uscita con un interessante Bonus EP in omaggio (reperibile su www.roughtrade.com) comprendente una inedita cover di When I Ran Off And Left Her di Vic Chestnutt, intensa ballata intimista venata di country e cinque brani registrati dal vivo ad Atlanta e Madison: I Used To Be A Cop e Mercy Buckets, più intense e grintose rispetto alle versioni in studio, una suadente Everybody Needs Love, la trascinante Get Downtown e un medley aspro e dissonante di Buttholeville (tratto dall’esordio Gangstabilly) con State Trooper di Bruce Springsteen. Dal vivo i Drive By Truckers si confermano eccellenti, mentre in studio forse è il momento di concedersi un attimo di pausa dopo anni di attività frenetica. 

Paolo Baiotti         

 

 

       decemberists

THE DECEMBERISTS

Live At The Bull Moose

2011 Capitol CD

 

The King Is Dead, il recente album della band della costa ovest, è considerato uno dei migliori dischi di questi primi sei mesi. Colin Meloy e compagni hanno lasciato da parte le influenze prog presenti in passato (ad esempio nell’eccellente The Crane Wife), privilegiando una scrittura aderente al formato della canzone breve tra folk, country e pop. L’innato gusto per la melodia e la qualità dei brani hanno contribuito alla riuscita di un disco tanto piacevole da ascoltare quanto lontano dalla banalità spesso accostata al pop rock. Questo mini album di sette brani, registrato a gennaio in un negozio di dischi di Scarborough in Maine, e uscito in occasione del Record Store Day in edizione limitata di 2500 copie, conferma i pregi della recente produzione della band. Sette brani dei quali sei tratti da The King Is Dead che, anche dal vivo, non perdono nulla della loro naturale fluidità, guadagnando in carattere e calore. Il singolo Down By The Water (chiaramente ispirato dai REM…non a caso Peter Buck è ospite nella versione in studio) e This Is Why We Fight sono due brani trascinanti dalla melodia irresistibile, Rox In The Box riprende con sapienza la lezione folk-rock dei Fairport Convention, June Hymn è riflessiva e intimista, mentre All Arise! è allegra e coinvolgente e Rise To Me evidenzia le qualità vocali di Meloy e i raffinati arrangiamenti dei compagni (deliziosi la pedal steel di Chris Funk e l’armonica di Colin). Si chiude con la preziosa cover della ballata country If I Could Win Your Love dei Louvin Brothers. Peccato che l’album duri solo mezz’ora!  

Paolo Baiotti

 

 

mcreynolds

JESSE McREYNOLDS & FRIENDS

Songs Of The Grateful Dead

2010 Woodstock Records CD

 

 

 

THE WHEELthe_wheel

 A Musical Celebration Of Jerry Garcia

2011 Nugs.net CD    

 

 

L’anno scorso, sviluppando un’idea di Sandy Rothman (musicista di bluegrass e compagno di Jerry Garcia nei Black Mountain Boys e nella Acoustic Band), il grande cantante e mandolinista bluegrass Jesse McReynolds ha pubblicato un eccellente tributo alla musica del leader dei Grateful Dead. Nato nel 1929 in Virginia, McReynolds ha formato con il fratello Jim nel 1947 il duo Jim & Jesse ed è considerato un musicista innovativo e influente in ambito bluegrass. Ed è stato uno degli artisti preferiti di Garcia negli anni dell’adolescenza, come racconta Rothman nel booklet del dischetto. McReynolds ha chiamato i componenti del suo gruppo Virginia Boys e alcuni amici che in passato hanno collaborato con Garcia in ambito acustico come Stu Allen e David Nelson, scegliendo dodici tracce (quasi tutte scritte da Jerry con Robert Hunter) riarrangiate tra country e bluegrass con ottimi risultati. In particolare la dolente Black Muddy River, la raffinata Ripple, l’improvvisata Bird Song (che mantiene un sapore psichedelico di fondo), la melanconica Loser (ottima prestazione vocale di McReynolds) e la ballata Standing On the Moon spiccano in un dischetto che si ascolta con grande piacere, chiuso da Day By Day, unico brano composto da McReynolds con Robert Hunter. Di pari livello il concerto organizzato dalla Rex Foundation (l’organizzazione benefica fondata dai Grateful Dead) il 4 dicembre del 2010 al Fillmore di San Francisco che ha riunito McReynolds con David Nelson, Peter Rowan, Barry Sless e altri musicisti presenti nel disco o comunque legati a Garcia. I brani migliori sono stati raccolti in un compact disc reperibile sul sito www.nugs.net che dimostra per l’ennesima volta la valenza universale del songwriting di Jerry. Dodici tracce tra le quali una liquida Ripple con Nelson (uno dei fondatori dei New Riders Of Purple Sage) alla voce solista e Steve Thomas al violino, la ballata Peggy-O (un tradizionale interpretato più volte da Garcia sia da solo che con i Grateful Dead) sempre con Nelson alla voce e un prezioso Mookie Siegel alla fisarmonica, una deliziosa Standing On The Moon con intreccio di violino, mandolino, fisarmonica e pedal steel nella coda strumentale, Franklin’s Tower trascinante anche in veste prevalentemente acustica, il tradizionale Dark Hollow con Peter Rowan (compagno di Garcia nella seminale band di bluegrass Old And In The Way) e la trascinante The Wheel, improvvisata in grande scioltezza.

Paolo Baiotti

 

 

nighthawks live

 THE NIGHTHAWKS

Last Train To Bluesville

2010 Rip Bang CD

 

Gli inossidabili Nighthawks proseguono nel loro cammino iniziato nel 1972 quando l’armonicista Mark Wenner formò la band a Washington D.C. con il chitarrista Jimmy Thackery (che ha avviato una carriera solista nel 1986). In questo disco acustico, registrato dal vivo negli studi della radio Sirius/XM, la formazione comprende due membri originali, Wenner e Pete Ragusa (batteria) che si è ritirato proprio dopo questa incisione sostituito da Mark Stutso (che curiosamente proviene dalla band di Thackery), oltre a Paul Bell (chitarra) e Johnny Castle (basso). Anche in veste acustica il quartetto non delude, muovendosi con scioltezza e naturalezza tra blues e roots music, guidato da Wenner principale voce solista a proprio agio sia nello swingato rock and roll The Chicken And The Hawk (famosa la versione di Big Joe Turner) che nello slow blues di Muddy Waters Ninenteen Years Old e nella raffinata Rainin’ In My Heart. Ragusa canta il divertente doo-wop I’ll Go Crazy di James Brown, mentre Johnny Castle è protagonista in You Don’t Love Me e nel classico di Chuck Berry Thirty Days. Il blues jazzato di High Temperature e le note inconfondibili di una ritmata Rollin’ And Tumblin’ chiudono un disco fresco e incisivo che non sfigura nel corposo catalogo di una band che ha dato molto alla musica tradizionale americana.                             

 Paolo  Baiotti