Archivio articoli per la categoria ‘Juke Box all'Idrogeno’

Jeff & Anna

di Marco Tagliabue

16 gennaio 2012

Dopo la pubblicazione di “On Avery Island” il nome dei Neutral Milk Hotel comincia a girare con una certa insistenza nei circuiti legati al mercato indipendente e Jeff Mangum, improvvisamente al centro di una marginale ma insistente attenzione, a mostrare i primi segni di insofferenza verso quel music business che già gli appare come una bestia famelica. La reazione è una chiusura in sé stesso, un senso di prigionia che, nei temi dei brani ai quali sta mettendo mano, troverà un parallelo con Anna Frank e, più in generale, la seconda guerra mondiale; un ritorno all’infanzia ed alla sicurezza della famiglia che si fa scudo dalle brutture del mondo. E’ un generale e doloroso senso di impotenza ad emergere, una sorta di arrendevolezza verso l’ineluttabilità delle umane vicende e di quel destino che le governa senza troppa fantasia. Un sentimento di fragilità e di insicurezza che dalle viscere di un io tormentato si estende all’universo tutto, che diventa paura e rifiuto del mondo ed il cui unico rimedio è il rifugio nella gabbia dorata della propria fanciullezza, al riparo da ogni pericolo ed in compagnia di quelle poche cose o di quei ricordi che, sicuramente, non tradiranno mai.

Nel ricordo di Anna, uno splendido viaggio sulle note di “In The Aeroplane Over The Sea”, la title track di uno degli album più belli degli anni novanta.

Dedicated to you, but you weren’t listening

di admin

26 ottobre 2011

Questo è per te, vecchio Blek…ma aspetta sempre un tuo commento…

Stelle cadenti e Astri nascenti

di Marco Tagliabue

5 settembre 2011

Molto probabilmente, se Andrew Wood non fosse stato così idiota da giocare a poker con la propria vita alzando ogni giorno la posta in palio, fino a perdere anche le mutande in quel fatidico marzo del 1990 grazie alla solita overdose di eroina, adesso rischierebbe di essere una rockstar di prima grandezza. Una stella, probabilmente, ormai un po’ offuscata dagli anni e da un physique sempre meno du role, alle prese con un passato ingombrante ed un conto in banca rassicurante, con una serie di album via via più insignificanti ed un manipolo di pensieri troppo grandi per un uomo solo, rivolti, proviamo ad immaginarlo, alle foreste dell’Amazzonia, al buco nell’ozono o al debito pubblico dei Paesi in via di (sotto)sviluppo. Ma in questo, ne siamo sicuri, avrebbe trovato qualche valido alleato, tanto da farci egoisticamente pensare che, in fondo, forse è andata meglio come è andata. E, con la stessa probabilità, tale Eddie Vedder, ancora in preda al più sconfortante anonimato, sotterrati definitivamente i sogni di gloria che ne avevano animato le notti imberbi, sarebbe alle prese con lo stesso autolavaggio o la stessa bottega di hot dog nella quale lo colse il destino, sempre in quel fatidico marzo del 1990, per una partita a dadi dalla quale, almeno lui, è uscito vincitore. E se è vero che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, e che la vita è piena di occasioni mancate o di treni presi per un soffio, di incredibili coincidenze o tragici scherzi del destino, proviamo per un attimo ad immaginare come andrebbero riscritte le enciclopedie del rock se i Pearl Jam, che da quella inaspettata fine ebbero inizio, non fossero mai nati, e se i Mother Love Bone, con un cantante un pochino più furbo, avessero sfruttato la Polygram fino all’ultimo dollaro grazie a quel contratto per sette album che avevano già in mano…

Forever Young

di Marco Tagliabue

1 luglio 2011

Forse il mondo non è il posto migliore per vivere, ma va anche detto che non ne conosciamo altri…
L’Inghilterra thatcheriana dei mid-eighties era probabilmente anche peggio, ed in molti, fra i ragazzi più sensibili, preferivano il buio della prigione dorata della propria cameretta alla luce artificiale di un sole che sembrava spento, e sceglievano di aprire le finestre il meno possibile per lasciare fuori tutta l’aria viziata…
Gli anni delle rivolte in mezzo alla strada, degli scontri con la polizia, della Londra che brucia, del punk disordinato e battagliero, erano irrimediabilmente finiti e le loro macerie fumanti rendevano il clima più torrido e l’atmosfera ancora più irrespirabile.
Con le loro facce da bravi ragazzi, con la loro musica mai aspra e mai sdolcinata, con la loro malinconica poetica post-adolescenziale ed il profondo senso di impotenza di fronte alle brutture del mondo “fuori”, gli Smiths di Morrisey e Johnny Marr seppero prendere per mano questo disagio per accompagnarlo verso l’alba di una nuova decade, con il carico di sogni e di speranze che ogni ripartenza si porta irridimediabilmente dietro…
“How Soon Is Now?”, qui nella versione “extended” di oltre sei minuti, rimane, in ogni caso, una delle canzoni più belle ed ispirate degli anni ottanta. Alzate il volume.

Elegia del grigio

di Marco Tagliabue

30 maggio 2011

Non avevo mai pensato che mi sarei trovato
A letto tra le pietre
Le colonne sono tutti uomini
Che vogliono solo schiacciarmi
Nessuna forma si muove sui laghi scuri e profondi
E non ci sono bandiere che mi riportino a casa

Nelle grotte
Tutti i gatti sono grigi
Nelle grotte
Le trame mi ricoprono la pelle
Nella cella della morte
Una sola nota
Risuona ancora ed ancora ed ancora…

 

Teo

Prima del nero di ordinanza, prima dei colori ritrovati di un tramonto lungo e sereno del quale forse avremmo preferito non essere testimoni, ci fu un tempo in cui gli incubi e le visioni di Robert Smith si tinsero irrimediabilmente di grigio, come i gatti che affollavano quella cella in cui lo imprigionavano i propri fantasmi, nelle profondità abissali di una malinconia che era anche orgoglioso e  compiaciuto distacco da una vita normale, da un mondo normale. I confetti wave appena sporcati da una lacrima di malessere adolescenziale di “Three Imaginary Boys” (1979) virarono ben presto nelle tinte seppia di “Seventeen Seconds” (1980), ma il suo grigio chiaro era ancora attraversato, qua e là, da una spruzzata di colore. 

Teo

L’immagine sfocata, quasi astratta, che compare sulla copertina di “Faith” (1981), sprofonda il mondo di Robert Smith in una nebbia fittissima ed impenetrabile: un grigio totale che copre tutto, nasconde ogni cosa e deforma qualsiasi immagine modificandone i contorni. Così le rovine della Bolton Abbey, una vecchia abbazia dello Yorkshire che popolava gli incubi notturni del piccolo Robert, viene trasfigurata in un soggetto irriconoscibile, e la pianta in primo piano assume le sembianze di un groviglio di rami scheletrici, quasi fosse l’artiglio di una strana creatura mostruosa della quale si può solo immaginare il resto del corpo. La realtà, insomma, non viene più rappresentata come quello che appare agli occhi, ma viene costantemente filtrata, trasformata, deformata dal mondo del sogno o, più spesso, da quello dell’incubo.

Teo

Sulle note lente e solenni di questa splendida marcia funebre, sui suoi bassi cavernosi, sulle tastiere eteree e maestose, sulla voce di Robert Smith che entra in sordina, quasi senza disturbare, e se ne va poco dopo trascinata dal lento fluire dello strano corteo per sparire in fondo ad esso senza quasi lasciare traccia, in tanti abbiamo costruito una dimensione parallela, intima, assolutamente personale; abbiamo scovato un malessere al quale non abbiamo più permesso di abbandonarci perchè, in fondo, rappresenta sempre un rifugio sicuro. Uno dei pochi. La malinconia nella quale, ogni tanto, è bello sprofondarsi, al riparo da tutto e da tutti, in compagnia dei propri pensieri e di quei bilanci che chiudono sempre in perdita.

Faith

Bolton Abbey 2

Special Guest: Teo

Our band could be your life…

di Marco Tagliabue

24 maggio 2011

Quarantacinque canzoni per una ottantina di minuti di musica e parole: una media inferiore ai centoventi secondi per ciascun brano. Non schegge impazzite di furore nichilista, non pillole di barbiturici ad effetto deformante e dissonante ma piccole meraviglie che concentrano in una manciata di secondi l’essenza stessa della forma canzone; il fine ultimo di una ricerca dell’assoluto che attraverso la scarnificazione, la riduzione al sostanziale, conduce ogni singolo pezzo ad una dimensione pressochè perfetta e immodificabile.
La voce e la Fender frenetica di D. Boon, le incredibili scale di basso di Mike Watt, ben deciso a detronizzare la chitarra dalla sua presunta centralità della musica rock, i tempi dispari della batteria di George Hurley: gemme scintillanti del sottobosco hardcore-punk californiano, i Minutemen, con i loro pazzeschi cocktails sonori, appaiono subito “oltre” tutto ciò che li circonda.
Double Nickels On The Dime, anno di grazia 1984, è il loro capolavoro, il capolavoro di un’epoca e uno dei capolavori di sempre: rock, punk, jazz, folk, finanche qualche briciola di pop, country e psichedelia e, soprattutto, tanto funk: in questi solchi scorre una eccezionale summa di tutto ciò che è stato e, nel contempo, con raro spirito anticipatore, di buona parte di ciò che sarà: il miglior indie-rock e specialmente il crossover (Red Hot Chilli Peppers e Primus in testa) che avrebbe spopolato negli anni a cavallo con la decade successiva, sono già tutti qui.
Impossibile fare citazioni data la mole impressionante di illuminazioni che riempiono questi frammenti sonori, ma sarebbe parimenti inaudito non ricordare almeno History Lesson Pt. 2, la canzone che più di ogni altra racchiude il senso di un’epoca e di tante esistenze che, assediate dal nulla, hanno trovato nel punk rock la linfa per crescere e per scaldare altre vite: “La nostra band potrebbe essere la tua vita/…/Io e D. Boon abbiamo suonato per anni, ma il punk-rock ha cambiato la nostra vita/Lo imparammo a Hollywood, giungevamo da Pedro/Eravamo degli stronzetti, ci andammo solo per bere e pogare/Il narratore è Bob Dylan per me, la mia storia potrebbe essere una sua canzone ed io il suo soldatino/Noi siamo scienziati del rock, ero E. Bloom, poi Joe Strummer, John Doe/Eravamo io e D. Boon e suonavo la chitarra…”

In loving memory of D. Boon 1958-1985

For all the fucked up children of the world…

di Marco Tagliabue

17 aprile 2011

…we give to you SPACEMEN 3…

-Dacci una definizione chiara, precisa, inequivocabile di “Psichedelia”.
-La psichedelia è qualcosa che colpisce la mente favorendone l’apertura a tutto ciò che la circonda. E’ soprattutto attraverso l’assunzione di droghe che è possibile capire quale sia realmente il suo significato.(da un’intervista a Sonic Boom/Rockerilla luglio1989)

…have a nice trip…

When the Buffalo roam free…

di Marco Tagliabue

27 febbraio 2011

Registrato ai Brillant Studios di San Francisco, che hanno ritagliato le proprie sale all’interno di una fonderia secolare, Fuzzy, opera prima dei Grant Lee Buffalo targata 1993, cattura in pieno il fascino di quell’atmosfera grave e solenne, di quelle pareti che grondano di storia e che sembrano vomitare le fatiche di decenni sulla fredda tecnologia del presente. E lo fa attraverso il lirismo disperato di sonorità placide e maestose, ora stemperate sulle sei corde di una chitarra acustica ora forgiate nel metallo della strumentazione elettrica, attraverso linee melodiche semplici, solenni e accattivanti, leggermente imbevute di acido lisergico, che sembrano recuperare almeno trent’anni di canzone popolare americana, da Bob Dylan alle Violent Femmes, da Lou Reed agli American Music Club attraverso Dream Syndicate, Green On Red e Gun Club.

Ecstatic Peace

di Marco Tagliabue

30 gennaio 2011

 

Per una volta, non servono troppe parole. Per la precisione ne servono solo tre: Pura Delizia Psichica.
I Loop alle prese con la classica Mother Sky dei teutonici Can, da un lato rinsaldano il legame verso il passato con una delle loro principali influenze artistiche, il Krautrock, dall’altro si propongono di costruire un ponte direttamente verso il futuro, lanciando segnali precisi nello Spazio -l’universo e il labirinto inestricabile della mente umana sono in fondo la stessa cosa- che potranno essere raccolti oggi o fra cento anni suscitando il medesimo terremoto emozionale.

Uno splendido mostriciattolo…

di Marco Tagliabue

11 gennaio 2011

Quando, nel 1996, spunta nei negozi di dischi di mezza America la strana immagine di una bimba accovacciata con un fiore fra le mani, e due occhi enormi, troppo enormi per essere normali, che fissano il vuoto davanti a loro ispirando un sentimento di tenerezza e disagio al tempo stesso, le cronache più o meno rockettare di mezzo mondo vengono improvvisamente scosse da un piccolo terremoto editoriale. Trascinato dalla provocatoria bellezza del singolo Novocaine For The Soul, brano dal fascino acerbo e d’impatto immediato degno di un’ideale top ten degli anni novanta, l’album “Beautiful Freak”, opera prima degli Eels, il trio guidato dal misterioso mister E, al secolo Mark Everett, insieme al batterista Butch ed al bassista Tommy Walters, ottiene un successo insperato ed immediato. Mentre l’universo della musica indipendente si agita fra le derive del post-rock da una parte e le nuove suggestioni elettroniche di casa Warp dall’altra, quelle perfette melodie beatlesiane, appena sporcate dai suoni della tradizione americana del blues, del country e della psichedelia, oltre a rivelare le eccezionali doti di songwriter del fantomatico Mr. E, segnano il ritorno a quella comunicazione semplice, diretta, efficace e senza fronzoli che troppo spesso, nel mondo del rock più o meno alternativo, viene sopraffatta da istinti suicidi e autolesionisti.