Archivio articoli per la categoria ‘Rock'n'Pop’

STEVE POSTELL – Walking Through These Blues

di Paolo Baiotti

28 gennaio 2026

steve p.

STEVE POSTELL
WALKING THROUGH THESE BLUES
Quarto Valley 2025

Cantante, autore, chitarrista e produttore con una prolifica carriera alle spalle, seppure spesso svolta dietro le quinte, ma in contatto con musicisti di livello eccelso, Steve ha studiato al Mannes College Of Music di New York. In seguito, è passato dal collaborare con i Pure Prairie League ad esibirsi in musical teatrali come Evita, dal guidare gruppi noti nell’area di New York (Chains Of Fools e Little Blue) a comporre per cinema e televisione, dallo scrivere jingle pubblicitari a suonare nel Tonight Show, dal comporre la musica per il documentario Dying To Know su Timothy Leary e Ram Dass narrato da Robert Redford a suonare sull’album Sky Trails di David Crosby con il quale ha scritto un brano di For Free. Da tempo si è spostato a Los Angelse dove recentemente ha realizzato questo cd a 16 anni di distanza da Time Still Knocking, con una serie di ospiti veramente incredibili: Crosby, Iain Matthews, Stevie Distanislao, Steve Ferrone, Bekka Bramlett, Jeff Pevar, Greg Leisz, Bob Glaub e Alphonso Johnson, per non parlare dei musicisti della band che ha formato da qualche anno, The Immediate Family, che comprende i leggendari session men Danny Kortchmar, Leland Sklar, Waddy Watchel e Russ Kunkel (noti come The Section), tutti presenti sul disco.
Qualche mese fa ha condiviso il palco in alcuni concerti benefici con Shawn Colvin, Stephen Stills, Neil Young, Joe Walsh, John Fogerty e Alan Parsons. Steve stava provando per un tour con David Crosby quando l’artista è deceduto improvvisamente nel 2023.
Tra i brani di un disco di stampo californiano fluido e ascoltabile (tra James Taylor e gli Eagles) con venature rock e country, spiccano nella prima parte l’apertura paludosa western-country di Bad Weather con Tony Furtado al banjo e dobro, la raffinata ballata roots-rock How Far We’ve Come con ospite alla voce Glen Phillips (Toad The Wet Sprocket), la scorrevole title track con Jeff Young e Iain Matthews, la funkeggiante Buried Stone con la voce di Bekka Bramlett e When The Lights Go Out, ballata eterea in cui svetta infondibile la voce di David Crosby. Nella seconda parte si notano la morbida Wait Until You Get Here, con un testo che riflette sulla saggezza portata dall’invecchiamento e sulle aspirazioni della giovinezza bilanciate dalla consapevolezza di vivere il presente, la bluesata In The Presence Of The King scritta con Danny Kortchmar, Pipestone Lake con la pedal steel di Greg Leisz e la conclusiva Wicked Wind che riflette sulla realtà della perdita e sulla speranza di vivere giorni migliori.

Paolo Baiotti

SLOWMAN – The Invisible Son

di Paolo Baiotti

22 gennaio 2026

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SLOWMAN
THE INVISIBLE SON
Slow Records/Paraply 2024

Chitarrista, cantante e compositore, Svante Torngren (conosciuto come Slowman) ha esordito nel 2008, dopo anni di silenzio dovuti all’abbandono dell’ambiente musicale negli anni ottanta. Ovviamente stiamo parlando di un artista maturo, che per anni ha suonato dal vivo soprattutto nei locali rock-blues dell’area di Stoccolma, conosciuto come adepto di Jimi Hendrix. Lentamente sono cresciute le sue composizioni originali che alla fine ha raccolto nel disco The Best Of Slowman, seguito due anni dopo da I’m Back e da un tributo a Hendrix a 40 anni dalla sua morte. Nel 2014 ha pubblicato un EP di tre canzoni in svedese, che non ha avuto seguito fino a un album del 2020. Dopo la pandemia ha rimesso in piedo la Slowman Band con nuovi musicisti, con i quali è stato registrato The Invisible Son, un album che sembra diviso a metà tra le canzoni della prima parte che hanno come oggetto frustrazione, relazioni difficili e rotture mal digerite e quelle della seconda che invece parlano di speranza, libertà, piacere della vita in comunità. In questo disco emerge la gioia di fare musica in gruppo, forse per l’alchimia che si è creata con i nuovi collaboratori della band, Owe Eriksson al basso e Thomas Bjorklund alla batteria, con l’aggiunta in alcune tracce di Thomas Wihlborg all’organo e fisarmonica e Ola Cronholm alla chitarra acustica ed elettrica.
Muovendosi tra rock bluesato e roots-rock Slowman ha inciso un disco pieno di energia e di chitarre ruggenti, che ricorda gruppi come i Georgia Satellites, i Del Lords o i Fabolous Thunderbirds. Convincono maggiormente le tracce ritmate come l’iniziale dinamica title track (anche se la voce non è un po’ anonima), la ruvida Restless, la bluesata Big Fat Ciy Blues con tocchi di armonica del cantante e una chitarra vibrante, On/Off irrorata dalla slide, la funkeggiante Let it Out (ma con una chitarra hendrixiana) e Best Years Yet To Come che potrebbe provenire dal Sud degli States.
Quanto alle ballate Crying In The Rain e Walking Down Our Streets e al mid-tempo Coffee & Perfume sembrano avere meno personalità e sfiorare il manierismo, limitandosi ad essere gradevoli mentre in Harvest Home, un caloroso tributo a un locale dove la comunità locale si riunisce per celebrare la vita, si nota il tocco roots della fisarmonica.

Paolo Baiotti

THE BRAINS BEHIND PA – Beggars Belief

di Paolo Baiotti

19 gennaio 2026

brains

THE BRAINS BEHIND PA.
BEGGARS BELIEF
Grass Magoops 2025

Bill Price è un cantautore di Indianapolis da sempre attratto dall’aspetto compositivo della musica. In un’intervista ha dichiarato: “Non so se è stata la consapevolezza che sarei sempre diventato un chitarrista mediocre o il fatto che ho sempre un’opinione che mi ha portato nella direzione di scrivere canzoni, ma per qualche motivo, ho avuto quel fuoco. Sono stato ispirato da certa musica per provare a fare una cosa simile, ma quando sono cresciuto, ciò che mi ispira altrettanto sono le idee e le esperienze non musicali”.
Price ha pubblicato fino ad oggi cinque album completi, tre EP e due CD singoli. Il suo progetto più ambizioso è I Can’t Stop Looking at the Sky, che, oltre a due album completi, include un diario personale e un libro di racconti, poesie e saggi. Tutti sono ospitati in un elaborato pacchetto progettato da Price, che è anche un graphic designer. Il suo disco più recente è L’Ep Kicking Angels del 2022.
Ma in questo nuovo Beggars Belief, Bill ha ripreso a collaborare con il side-project The Brains Behind Pa, nato come cover-band di Bob Dylan, registrando le cosiddette “The Pony Expressions Recording Sessions” a partire dall’aprile del 2019. Dopo la lunga interruzione dovita al Covid, le sessioni sono state completate incidendo 40 canzoni, in parte pubblicate adesso, in parte pronte per altri due dischi.
Le canzoni di Beggars Belief guardano al crollo della moralità, della decenza e della verità. Bill, che ha scritto oggni brano, spiega: “In termini di testi, questo album è piuttosto cinico. È un riflesso della ‘bruttezza dell’uomo’, come mi piace chiamarlo”. Anche se l’atmosfera dell’album è musicalmente cupa in alcuni punti, non è priva di umorismo. Pur essendo stati esplorati una varietà di stili musicali, il disco rientra nei generi Americana e Indie Rock ed è stato prodotto con Tyler Watkins in uno studio di Indianapolis. In vari momenti dell’album sono inseriti frammenti di piano suonati dal tastierista Garry Bole, trattati come registrazioni old-time che vorrebbero unificarne il tragitto. La sezione ritmica è formata da Jeff Stone al basso e da diversi batteristi, mentre la chitarra solista è nelle mani di Gordon Bonham, rispettato bluesman del midwest che suona abitualmente con la Gordon Bonham Blues Band, affiancato da Price alla chitarra ritmica e voce.
Curato nel suono e negli arrangiamenti e dotato di una grafica inusualmente ricca per un disco indipendente, Beggars Belief è aperto dal gospel-rock di Strike The Rock che ricorda il Dylan del periodo religioso con le coriste in primo piano e un fluido piano elettrico. Nel susseguirsi della scaletta si impongono l’inquietante Tangerine Guillotine, la raffinata Whistling Liars (peccato per la voce filtrata), la jazzata Apples To Oranges, la lunga e improvvisata Most Men profumata di sixties con gli assoli di Bonham e Bole, il rock di Maybe, Maybe Not #2 che si muove in un territorio tra Tom Petty e Steve Wynn, la malinconica ballata Strong, Silent And Sad e il mid-tempo The Wooden Horsemen posto in chiusura con un apporto notevole di hammond e piano.
Pur essendo a tratti limitato dalla voce un po’ grezza e dall’estensione ridotta di Bill e dall’eccessiva lunghezza, Beggars Belief è un disco meritevole di un attento ascolto.

Paolo Baiotti

BORN 53 – Turnpike

di Paolo Baiotti

30 dicembre 2025

Born_53_CD

BORN 53
TURNPIKE
Paraply/Hemifran 2025

Turnpike è il sesto album dei Born 53 dagli esordi nei primi anni 2000. Quest’ultimo disco, prodotto da Alar Suurna, avrebbe potuto essere sottotitolato “Half-American Blues”. Gran parte del suo stile e del suo cuore sono americani, con contenuti di attualità e impressioni di eventi dell’ultimo decennio che scorrono, canzone dopo canzone. La produzione del percussionista Alar Suurna porta il gruppo a un nuovo livello, dando una spinta sonora artistica e commerciale assente in precedenza.
I Born 53 sono una band svedese di Stoccolma nata nel 2005; da allora hanno pubblicato 5 album tra i quali uno interamente dedicato alle canzoni di Bob Dylan. Dal 2018 la formazione è composta da Anders Lindh alla voce e chitarra, Hans Birkholz alle chitarre e altri strumenti a corda, Åsa Källén-Lindh alla voce solista e di supporto e mandolino, Lars-Gunnar Larsson al basso e Alar Suurna alla batteria, percussioni e arrangiamento di archi. Nel nuovo album si è aggiunto anche Robert Fekete alle tastiere. Il gruppo è radicato sin dalle origini sia nella scena folk inglese degli anni ‘60 che nella tradizione della canzone d’autore americana cercando di fornire una chiave attuale, con Lindh e Birkholz autori del materiale originale che mostra una discreta varietà di argomenti e stili musicali. Tuttavia, nel loro percorso hanno flirtato con la musica di altre parti del mondo, dalla Finlandia alla Bolivia fino al blues africano.
In Turnpike l’anima roots è rappresentata dai brani cantati da Anders tra i quali la title track, Trying To Look Good che ricalca la ritmica di Not Fade Away, il mid-tempo Half-American Blues #2 in cui spicca il banjo di Birkholz e la scanzonata Short Movie con una deliziosa lap-steel, quella folk dai brani cantati da Asa con tonalità limpide e pure che non sono molti, ma emergono nello sviluppo del disco. In particolare, The Line e Walking The Lawn (con un arrangiamento prevalentemente acustico) ci riportano alla stagione d’oro del genere di matrice britannica, Song Of Hope è una folk song con tocchi di bluegrass. Tracce di pop affiorano nella scorrevole Nowhere con qualche richiamo ai californiani Long Ryders mentre in Running For My Life la ritmica accarezza il reggae.

Paolo Baiotti

NELSON WRIGHT – Ghosts On The Water

di Paolo Baiotti

26 dicembre 2025

ghost

NELSON WRIGHT
GHOSTS ON THE WATER
Fetching Grace Music 2025

Cresciuto nelle aree rurali intorno a New York dove la musica roots gli è entrata nella pelle, ma da anni cittadino di Seattle, è stato ispirato dalla prima generazione di musicisti folk locali come Dave Van Ronk, Mississippi John Hart e il giovane Bob Dylan che si faceva notare nei caffè del Greenwich Village. Ha fatto parte di gruppi roots, rock e bluegrass, finchè ha iniziato la carriera solista nel 2012 con Still Burning, un album di dieci canzoni originali che ricordavano il folk della sua gioventù. Ha proseguito nel 2014 con Orphans & Relics attingendo da vari generi: blues, rockabilly, jazz tradizionale, folk revival e blues elettrico. Passano dieci anni senza ulteriori pubblicazioni fino a Ghosts On The Water in cui, fin dalla copertina, ha voluto esprimere la sua idea di America, un mix del presente e della vecchia America mitica dell’epoca pionieristica in cui si sono svolte innumerevoli storie che hanno lasciato il segno. E proprio di alcune di queste storie parlano le nove canzoni del disco prodotto da Wes Weddell, Alicia Healey & Michael Thomas Connolly in tre studi della zona di Seattle.
Il roots rock di Alcatraz sulla fuga dal celebre penitenziario del ‘60, le influenze irish di Stony Ground e quelle di John Prine nella ballata The Natchez Trace che racconta la storia di persone allontanate dalla loro terra che cercano di tornare a casa, con un raffinato uso di piano e chitarra, danno un quadro della traiettoria seguita dal disco. L’intima The Night The Love Ran Out inquadra il momento in cui una donna prende la difficile decisione di lasciare il compagno, stufa delle frustrazioni provocate dagli inutili tentativi di mantenere accesa la fiamma dell’amore, mentre la melanconica Mobile Boy torna sul tema carcerario, questa volta raccontando le sensazioni di un detenuto in una prigione dell’Alabama che pensa alla libertà che si trova a poche centinaia di miglia attraverso il Golfo del Messico.
Ghosts On The Water è un disco che privilegia le tonalità tenui con un apprezzabile risultato finale.

Paolo Baiotti

NATHAN McEUEN – My One And Only

di Paolo Baiotti

22 dicembre 2025

NathanMcEuen

NATHAN McEUEN
MY ONE AND ONLY
Mesa/Blue Moon 2025

Cresciuto circondato da musica e musicisti di alto livello, Nathan ha iniziato ad esibirsi da bambino con il padre John McEuen (Nitty Gritty Dirt Band). Dedicarsi alla musica è sembrato inevitabile. Il ragazzo ha inciso diversi album acclamati attraverso la sua etichetta indipendente Lint Records, tra cui Grand Design, Festival, Scrapbook, McEuen Sessions e Side by Side, condividendo il palco con musicisti del calibro di Bon Jovi, Steve Martin, Kris Kristofferson, Willie Nelson, Kenny Loggins, Leon Russell, Vassar Clements, Jay Leno, Billy Bob Thornton, John Carter Cash e Brad Paisley.
Più recentemente, Nathan ha collaborato alla scrittura e alla composizione di musica con leggende come Mason Williams (Classical Gas, Smothers Brothers, SNL) e Chris Caswell (Daft Punk, Tron, The Muppets).
L’idea di My One And Only nasce dall’omonima canzone scritta con Williams e Caswell nel 2017, alla quale è stato aggiunto il testo da McEuen nel 2023, dopo avere incontrato e sposato la moglie Tracy alla quale la canzone è dedicata. Il pubblico l’ha subito apprezzata in concerto e ha chiesto a Nathan di registrarla in studio. Da qui l’omonimo Ep che è stato completato da nuove versioni di due brani e da versioni rimixate di altre due tracce, in modo da formare una mini-raccolta dell’artista che era discograficamente fermo al già citato Side By Side del 2014.
Oltre alla love song che apre il disco in cui la voce melodica è accompagnata da chitarra acustica e piano, si apprezzano la dolce Lately (scritta nel 2009) con il piano di Jimmy Calire, la bluesata Up To No Good, il rock melodico di Sticks & Stones e Beautiful Night, influenzata dalla musica brasiliana, in cui suonano anche il padre John al mandolino e Phil Salazar al violino.
Siamo in ambito pop di scorrevole ascolto, accessibile anche per le radio, con qualche tenue traccia di rock melodico, interpretato con voce calda e testi emotivi.

Paolo Baiotti

CHRIS ST JOHN – Never Where I Am

di Paolo Baiotti

18 dicembre 2025

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CHRIS ST JOHN
NEVER WHERE I AM
Halo Records 2025

Dall’inizio del nuovo decennio Chris St John è sembrato colto da un’urgenza creativa che lo ha portato a incidere numerosi dischi. Il suo primo album I’m Dreaming uscito nel 2021 ha ottenuto il plauso della critica e un discreto successo commerciale raggiungendo quattro primi posti nelle classifiche World Indie Music Charts e Euro Indie Music Network, compreso il brano I Called You Rose che ha raggiunto il terzo posto. Successivamente si è trasferito a Nashville, dove ha lavorato con il leggendario produttore Stephen Wrench e con alcuni dei migliori turnisti di Music City, per registrare Fly Away uscito nel 2022. In entrambi i dischi la diversità dei brani rende difficile inquadrare la musica di Chris in un genere specifico. La sua voce è morbida e melodica nelle ballate, più energica nei brani ritmati. La sua carriera è proseguita con When Dreams End pubblicato alla fine del 2022 con il singolo Lost Without Love nominato per un Grammy come miglior brano pop, con The Sinner And The Saint del 2023, nominato come album dell’anno dalla Americana Music Association e con il mini-album With You del 2024. Nella sua vita Chris ha esercitato la professione legale e si è occupato di meritevoli iniziative benefiche con l’associazione Halo Mission.
Never Where I Am, prodotto e arrangiato da Michael Spriggs (Elton John, LeAnn Rimes) che ha suonato chitarra acustica ed elettrica affiancato da Pat Bergeson (Chet Atkins, Lyle Lovett) e James Mitchell, conferma la passione di Chris per un misto di pop, soft rock e folk con un pizzico di country. La sua voce e la sua musica si possono paragonare ad artisti come James Taylor, Jeff Larson o Christopher Cross. Da segnalare la sezione ritmica presente con discrezione formata da Alison Prestwood al basso (Faith Hill, Peter Frampton) e Steve Brewster alla batteria (Jewel, Dierks Bentley) con gli archi arrangiati da Molly CherryHolmes e la pedal steel di Steve Hinson (George Jones, Dolly Parton).
Tra i brani è doveroso segnalare la ballata Maryanne avvolta dagli archi, The End Of The Road che profuma di country melodico con la pedal steel di Hinson, An Irish Goodbye influenzata dall’isola di smeraldo anche nel testo, l’animata The Little Things e le emozionanti ballate Used To You e You’ve Got To Be Good To Be Great.
Never Where I Am è un disco gradevole indirizzato soprattutto a chi apprezza il lato più melodico dell’Americana.

Paolo Baiotti

PATRICK RYDMAN & MARK DAVIS – You Plus One

di Paolo Baiotti

18 dicembre 2025

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PATRICK RYDMAN & MARK DAVIS
YOU PLUS ONE
Moonscape Music 2025

Lo svedese di Goteborg Patrick Rydman e il californiano Mark Davis si sono conosciuti in California nel 2011. La loro amicizia si è sviluppata negli anni finchè, dopo il trasferimento di Mark in Danimarca nel 2021, è venuto il momento di collaborare artisticamente. Nel frattempo, Patrick ha composto per artisti indipendenti, per opere teatrali, radio e film, pubblicando diversi album da solista. Dal canto suo Mark ha pubblicato cinque album, il più recente nel 2023 e ha collaborato con l’artista danese Karoline Hausted in varie occasioni.
Una prima sessione sull’isola svedese di Gotland seguita da altri momenti a casa di Mark nello Jutland hanno portato al completamento delle sei canzoni incise su questo EP di circa 25’, registrate tra Svezia e Danimarca. Da subito la loro intenzione è stata quella di cantare armonie d’impronta californiana, con testi di Patrick ispirati dall’irrequietezza personale e globale che sembra dominare questo periodo storico. La title track, un pop-rock melodico molto curato nella corale parte vocale che approfondisce il concetto della ricerca umana della realizzazione e di come raggiunto il risultato spesso ci sia comunque una sensazione di delusione, è anche il primo brano scritto in coppia. Nel prosieguo si passa dal rock ritmato di Sailing Time che ricorda i Travelling Wilburys alla ballata sognante Who’s Got The Time, dalla riflessiva The Box che cresce lenta all’emotiva ballata pianistica Ghosts, per chiudere con l’ottimistica To Be Home, ammorbidita dai fiati che accompagnano le deliziose armonie vocali, indubbiamente la parte più convincente del disco.

Paolo Baiotti

JIM STANARD – Magical

di Paolo Baiotti

8 dicembre 2025

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JIM STANARD
MAGICAL
Manatee Records 2025

Jim Stanard ha una storia particolare: ha iniziato a suonare negli anni Sessanta, proseguendo nei primi anni Settanta da solo nelle caffetterie dei college, senza incidere nulla. Poi ha smesso di esibirsi pur mantenendo la passione per la musica, limitandosi all’ascolto mentre, d’altra parte, si impegnava in una carriera di successo nel mondo della finanza. Solo nel 2018 ha inciso il suo esordio da solista Bucket List, aiutato e spronato da Kip Winger, ex bassista di Alice Cooper e dei Winger, ora solista e produttore, supportato anche da Peter Yarrow, nome di notevole prestigio in ambito folk essendo uno dei fondatori del trio Peter, Paul & Mary. Quindi si è creato una seconda vita che è proseguita con Color Outside The Line del 2020 e con l’Ep digitale The Soultrain Sessions con cinque covers. Dopo una pausa coincidente con la pandemia è il momento di Magical, in cui si avvale nuovamente della collaborazione di Kip Winger alla produzione e al basso, della chitarra dell’esperto Jon Skibic (The Afghan Whigs), della batteria di Aaron Sterling, del violino, dobro e mandolino di Wanda Vick. Il disco comprende dieci tracce autografe che si muovono in ambito cantautorale con influenze rock e country. Gli arrangiamenti sono puliti come la voce di Jim che però, rispetto al passato, in un paio di brani sporca un pochino il suono dando un pizzico di mordente che mancava.
A proposito della sua tardiva carriera Jim ha dichiarato: “nel mondo degli affari ho imparato il valore di avere i giusti insegnanti, i giusti mentori. Così, quando ho iniziato a scrivere canzoni, ho cercato le persone giuste per farmi guidare e ho ascoltato quello che avevano da dire, pur essendo disposto a correre qualche rischio”.
La qualità delle composizioni è discreta, nulla di clamoroso come la voce, solida e rilassata, che si dimostra particolarmente adatta a brani country-folk come The Minotaur, alla ballata Hard To Keep in cui ricorda Johnny Cash, al western swing di You Turned Red arrangiata in modo corale e alla dolente ballata country Kansas, storia di un rapinatore di banche. C’è anche un brano avvolto dagli archi, Waking Up Dead, un esperimento che sembra un po’ fuori contesto. In chiusura spicca la malinconica ballata When The West Was Won in cui Jim descrive la sofferenza delle persone sfollate senza un posto in cui scappare quando l’ovest fu conquistato, affiancando al testo le giuste venature country & western.

Paolo Baiotti

MARK SEBASTIAN – A Trick Of The Light

di Paolo Baiotti

8 dicembre 2025

Mark-Sebastian

MARK SEBASTIAN
A TRICK OF THE LIGHT
Blck Sheep 2025

Cresciuto nel Greenwich Village circondato da un mix di influenze musicali dal blues al bluegrass, dalla bossa nova ai ritmi latini, da adolescente Mark ha scritto insieme al fratello maggiore John una canzone sulla vita cittadina in agosto, Summer In The City, diventata una hit dei Lovin’ Spoonful, la band in cui militava il fratello e premiata anni fa da Billboard come la migliore canzone estiva di tutti i tempi. Dopo questo successo Mark ha proseguito in ambito musicale sia con alcune band sia da solista, aprendo per Dave Van Ronk, Tim Hardin e altri grandi del folk e del blues. In seguito, ha viaggiato in Inghilterra e Italia dedicandosi alla musica elettronica. Al rientro negli Stati Uniti si è spostato a ovest dove ha collaborato con Brian Wilson e Van Dyke Parks, registrando dei demos. Si è anche dedicato alla recitazione d’avanguardia, ma la sua principale attività è rimasta quella di compositore per la casa editrice degli Earth Wind & Fire; tuttavia, ha continuato a suonare nei locali aprendo per Parks, Beach Boys e Laura Nyro, tra gli altri.
In sostanza è rimasto dietro le quinte, acquisendo amicizie e collaborazioni importanti finchè nel 2001 ha esordito da solista con Bleeker Street, un amalgama di blues e suono californiano. Nel 2008 ha pubblicato The Real Story, infine dopo una lunga pausa è uscito A Trick Of The Light, registrato sulla costa occidentale con musicisti molto conosciuti tra i quali il batterista James Gadson (Herp Albert, Freddie King, Beck, Ray Charles), il bassista Bob Glaub (Dave Mason, Journey, Steve Miller Band, John Fogerty, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Neil Diamond) e il chitarrista Wah Wah Watson (Funk Brothers), con Van Dyke Parks che ha arrangiato gli archi della title track, mentre i fiati sono stati affidati a Joe Sublett e Mark Pender. Sull’errebi jazzato You Made A Monkey Outta Me il piano è suonato da Bill Payne (Little Feat). Due brani sono stati prodotti da Mark con Joe Wissert (Boz Scaggs, Lovin’ Spoonful, Gordon Lightfoot). 
Riguardo alle nove canzoni dell’album, ci sono tutte le influenze del cantautore e chitarrista, dall’urban jazz al pop, dal rhythm and blues al folk-rock, interpretate con garbo e tonalità vocali soffuse, considerando che Mark non ha una grande estensione vocale. Roll With Me e Beneath The Sheets hanno un tocco sixties che ricorda i Lovin’ Spoonful, mentre Riverrun può richiamare le armonie vocali dei Beach Boys. Peccato che il funky-disco di Get Up And Move con synth e vocoder non sembri appropriato per chiudere un disco che si muove in altre direzioni.

Paolo Baiotti

RACHEL GOODRICH – Once Before

di Paolo Baiotti

27 novembre 2025

Untitled Artwork

RACHEL GOODRICH
ONCE BEFORE
Soul Selects 2025

Nativa di Miami ma da tempo residente a Los Angeles, acclamata polistrumentista, Rachel ha costruito una carriera ridefinendo i confini musicali con un approccio giocoso ed eclettico dopo la partenza indie-rock di Tinker Toys del 2008. Sono seguiti un paio di Ep e di album (notevole Baby, Now We’re Even del 2014), finchè si è fatta notare per il guitar-pop di Broken Record del 2023 pubblicato solo in vinile.
Il recente Once Before conferma le sue qualità vocali spostandosi un po’ a sorpresa in ambito jazzistico, anche se in passato la sua musica è stata definita un mix di indie pop, swing jazz e country folk. Nel nuvo disco ci sono otto canzoni per circa 20’, un mini-album sofisticato, ricercato, molto melodico e notturno in cui è accompagnata da Joe Russo alla batteria e Jon Shaw al basso, una sezione ritmica pulita e morbida al punto giusto, con il piano di Rose Droll che si inserisce con ammirevole puntualità. L’apertura è affidata al sentimentale singolo Why Do We Fall In Love? elegante e affascinante, con un pizzico di nostalgia per le atmosfere del jazz di altri tempi che si riaffacciano anche nelle altre tracce, come la swingata You Don’t Own Your Swing interpretata con grazia e vulnerabilità, in cui interviene la tromba di Joe Gullace, la mossa Art Deco Town e la ballata notturna The Moon, proseguendo con le stesse modalità fino alla raffinata e sofisticata chiusura di Dreamland.

Paolo Baiotti

JIM PATTON & SHERRY BROKUS – Two True Loves

di Paolo Baiotti

27 novembre 2025

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JIM PATTON & SHERRY BROKUS
TWO TRUE LOVES
Berkalin Records 2025

Il duo formato dai coniugi Jim Patton & Shelly Brokus è ospite fisso del nostro sito. Nel 2018 ci siamo occupati di The Hard Part Of Flying, il quarto disco inciso in compagnia di Ron Flynt, polistrumentista già con i 20/20 e The Bluehearts che ha prodotto e registrato nei suoi studi di Austin, nel gennaio 2020 della raccolta The Collection 2008-2018, nel 2022 di Going The Distance, qualche mese fa dei due album successivi, Big Red Gibson e Harbortowne. La loro collaborazione dura da più di 40 anni, dapprima con il gruppo folk/rock Edge City di Baltimora, poi dopo lo spostamento in Texas ad Austin con una serie di dischi in coppia, tra i quali quelli sopra citati.
In Big Red Gibson i due sono tornati ad un suono più rock, sempre elettroacustico, mentre Harbortowne ne ha rappresentato il lato più folk e cantautorale. In Two True Loves viene ricalcata l’atmosfera di Big Red Gibson, un rock leggero con venature country e folk in cui la voce solista di Patton è affiancata da Sherry ai cori. Flynt si occupa di basso, tastiere, chitarra acustica e produzione, l’amica Bettysoo dei cori, mentre la batteria è affidata a John Chipman e la chitarra solista a Jud Newcomb. Come spesso succede nei loro dischi il livello medio è discreto, ma non ci sono delle punte (e neppure delle cadute), anche perché la voce di Jim è piuttosto uniforme. Il titolo vuole significare che in alcuni momenti è necessario scegliere tra qualcosa che ami e la persona che ami. Ci sono anche altri temi che attraversano l’album: la solitudine e la paura della solitudine, così come le conseguenze che derivano dalla pura avidità. Two True Loves, concepito come un seguito di Big Red Gibson, è una combinazione di alcune vecchie canzoni degli anni ‘80 registrate in una nuova veste e di altre scritte più recentemente.
Tra i brani si fanno preferire la partenza energica di I Want It All (”I want a job that I care about/A club nearby where we can twist and shout/And a few good songs on the radio/And someone to hold me when I feel alone.”), True Two Loves profumata di anni sessanta con un suono byrdsiano, la mossa Leave Me Alone, il morbido country Why Did You Leave me For Him?, la ballata Local Yokels e She Doesn’t Want To See You Anymore scritta da Jim con Mookie Siegel (David Nelson Band, New Riders of Purple Sage).

Paolo Baiotti

SU ANDERSSON – Postcards

di Paolo Baiotti

27 novembre 2025

Cover-Postcards

SU ANDERSSON
POSTCARDS
Firma Su 2025

È un personaggio particolare Su Andersson: nata a Goteborg, ha esordito tardivamente dopo 35 anni da architetto di successo e amministratore delegato di una società. In età matura, avendone anche le possibilità, Su riscopre la passione per la musica soffocata per anni e si dedica a questa nuova avventura, confortata da una voce di un certo spessore, facendosi aiutare da un gruppo di validi collaboratori guidati dal produttore Henning Sernhede che la segue dall’inizio anche strumentamente suonando basso, chitarra e armonica. Se l’esordio Train Stories era basato sulle sensazioni derivanti da un viaggio in treno coast to coast negli Usa, con un’atmosfera tra folk, pop-rock e country, il successivo Brave è stato influenzato dalla pandemia che ha costretto all’isolamento facendo riflettere la Andersson su questa situazione e sulla necessità di interagire con le persone.
Il recente Postcards torna sul tema del viaggio, in quanto Su, come spiega nelle note di copertina, ha voluto mandare i suoi saluti con delle simboliche cartoline da dieci località visitate durante un viaggio affrontato da sola che, nell’autunno del 2021, l’ha portata in alcuni paesi europei tra Germania, Francia e Spagna, celebrando il ritorno della speranza e della comunicazione superato il periodo peggiore della pandemia. Ogni canzone intende catturare sensazioni e sentimenti provati in una delle città del viaggio. Oltre a Henning e alla Andersson (voce, armonica, piano elettrico e chitarre) hanno partecipato alle registrazioni Malin Almgren alle percussioni e Axel Olsson alle tastiere e ai cori. Al roots-rock grintoso di Voices From The Future seguono l’atmosfera mitteleuropea di Vertigo, l’intenso mid-tempo Transit in cui si nota il sax di Axel Cronè, la ballata pianistica Pink Shelter e l’intima Reunion con tocchi di armonica e piano. Nella seconda parte dell’album spiccano la bluesata Based On A True Story con una chitarra espressiva, il folk sognante di Sunset Unlimited, l’eterea e intensa allo stesso tempo Oh La La ambientata a Parigi e la chiusura elegante di Voices From The Past che ci riporta ad Amburgo dove è iniziato il viaggio.
Da segnalare la cura posta nella grafica del cd, confezionato in digipack rigido con i testi e un disegno per ogni canzone della disegnatrice spagnola Xema Fuertes.

Paolo Baiotti

MIKE FARRIS – The Sound Of Muscle Shoals

di Paolo Baiotti

20 novembre 2025

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MIKE FARRIS
THE SOUND OF MUSCLE SHOALS
FAME/MALACO 2025

La voce di Mike Farris è una delle migliori su piazza, che si tratti di esibirla tra hard rock e blues come negli Screamin’ Cheetah Wheelies, band nella quale ha militato nei turbolenti anni novanta, sia che si districhi abilmente tra soul, gospel e rhythm and blues come è avvenuto nella successiva carriera solista che ha avuto uno sviluppo molto positivo dopo che l’artista si è liberato dalla dipendenza di alcool e droga abbracciando la fede con la pubblicazione di Salvation In Lughts nel 2007, un disco eccellente tra rock, soul e gospel. Questo momento fondamentale è proseguito con la formazione della Roseland Rhythm Revue, l’uscita dell’esuberante live Shout! e del brioso e spumeggiante Shine For All The People (Compass 2014), rinascita dopo una ricaduta nelle dipendenze che gli ha fruttato un Grammy come miglior album gospel-roots. Successivamente il cantante di Winchester, Tennessee, ha pubblicato Silver & Stone nel 2018, un disco appena più raffinato, sempre imbevuto di soul tra brani autografi e riletture di classe. Superato lo tsunami della pandemia si è riunito con i vecchi compagni degli SCW per una serie di date americane; quindi, ha deciso di fare quello che per una voce come la sua era inevitabile, un pellegrinaggio ai Fame Studios di Muscle Shoals in Alabama dove ha collaborato con membri della leggendaria sezione ritmica degli studi e con altri session men di lusso tra i quali Clayton Ivey (tastiere), Will McFarlane, Kelvin Holly e Wes Sheffield (chitarra), Jimbo Hart (basso) e Justin Holder (batteria). Con loro ha registrato un disco che si può considerare la vetta della sua produzione solista, coadiuvato dall’attenta supervisione di Rodney Hall, figlio del produttore Rick Hall, mettendo in luce quella che una rivista ha definito “una voce sovradimensionata piena dell’elettricità del sabato sera e della grazia divina della domenica mattina”.
The Sound Of Muscle Shoals comprende undici brani senza un riempitivo: la partenza travolgente con l’errebi di Ease On in cui Mike racconta la sua giovinezza in Franklin County, doppiata da Heavy On The Humble che parte acustica e si sviluppa maestosa tra soul e rock (che bel suono hanno le chitarre in questo disco!), la notevole ripresa dello slow Swingin’ di Tom Petty (era su Echo) venato di gospel nei cori e lo swamp-rock di Bird In The Rain ne caratterizzano la prima parte. La seconda non è da meno con il gospel Slow Train dal repertorio degli Staple Singers, le venature country della scorrevole Bright Lights, l’intensa ballata soul Before There Was You & I che non può non ricordare Otis Redding, per finire degnamente con Sunset Road, un rhythm and blues in cui si apprezza ancora una volta l’apporto delle coriste.
The Sound Of Muscle Shoals è la celebrazione di una delle voci migliori dell’ultimo trentennio, sicuramente meno conosciuta e acclamata di quanto meriterebbe.

Paolo Baiotti

ANGELO DE NEGRI & ALDO PEDRON – Live Aid

di Raffaele Galli

11 novembre 2025

LIBRO LIVE AID- copertina

ANGELO DE NEGRI & ALDO PEDRON

Live Aid

Arcana, pp. 550 € 25

Chi non ricorda il Live Aid, il più grande spettacolo televisivo benefico mai realizzato? Senza essere dei particolari appassionati di musica la memoria corre subito a quell’evento, tenutosi ormai più di quarant’anni fa, il 13 luglio 1985, che ha coinvolto molte rock stars su due palchi diversi, al di qua e al di là dell’Atlantico, a Filadelfia da una parte e a Londra dall’altra, in una maratona televisiva di diciassette ore tenutasi per raccogliere fondi per combattere la fame in Africa, vista da oltre un miliardo e mezzo di spettatori in tutto il mondo. Ebbene è uscito oggi un libro totalmente dedicato all’avvenimento a cura di Angelo De Negri, cofondatore dell’associazione MusicArTeam nonchè autore di diversi libri di carattere musicale e Aldo Pedron, nostra vecchia e ormai abituale conoscenza che scrive di musica ormai a tutto campo. Si tratta di un’opera omnia che descrive l’evento nei suoi minimi dettagli, minuto per minuto, presentando la scaletta di tutti i brani eseguiti dagli artisti coinvolti, che dà anche un giudizio su ciascuna performance eseguita, senza risparmiare critiche, se del caso. Superfluo sarebbe elencare tutti i presenti perchè sottrarrebbe spazio alla descrizione del volume e del suo contenuto. È importante sottolineare che l’evento viene presentato nel contesto storico e musicale del tempo, una sorta di seguito dopo le esperienze dei grandi dischi solidali dell’epoca, da Do They Know It’s Christmas ? del Band Aid a We Are The World degli USA for Africa. Minuzioso il racconto dei retroscena relativi all’organizzazione, un lavoro immane che ha richiesto sforzi notevolissimi, della ‘tattica’ usata da Bob Geldof, il cantante e attivista irlandese deus ex machina dell’organizzazione, usata per convincere gli artisti a farsi coinvolgere. Interessante il saggio di Giovanni Fabbi sui cambiamenti culturali, politici ed economici che hanno riguardato Gran Bretagna e Stati Uniti, le nazioni ospitanti il Live Aid, che si sono sviluppati tra il 1980 e il 1985 che hanno contribuito a creare i presupposti per un avvenimento di portata epocale. E’ intrigante leggere come due colossi concorrenti dell’alimentazione quali Coca Cola e Pepsi Cola si siano prestati a dare il loro contributo all’iniziativa senza pestarsi i piedi e di come siano stati i figli a convincere Paul Mc Carthy ad essere della partita. Sono saliti sul palco i Led Zeppelin ? Sì, anche se non con il loro nome ma come Plant, Page e Jones, con Phil Collins ospite alla batteria, perchè dopo la morte di John Bonham i tre rimasti del gruppo avevano deciso di non usare più il loro nome divenuto leggendario. La loro apparizione non è stata delle migliori, ma quel che conta è che abbiano deciso di esserci per la causa e per la gioia dei loro moltissimo fans. Niente Stones ma sì Mick Jagger, accompagnato dalla Hall & Oates Band e dall’esuberante Tina Turner, mentre Bob Dylan ha avuto come ospiti alla chitarra sia Keith Richards che Ron Wood. Tanta gloria per gli U2 di Bono, autori di una travolgente e straordinaria prestazione che ha dato la svolta definitiva alla loro carriera artistica. Insieme ai Queen sono stati ritenuti trionfatori dell’evento. Un tomo che sarebbe un peccato non leggere perchè ha qualcosa da raccontare a ciascuno di noi.

Raffaele Galli

ALICE HOWE & FREEBO – Live

di Paolo Baiotti

11 novembre 2025

alice live 2

ALICE HOWE & FREEBO
LIVE
Know Howe 2025

Cresciuta in Massachusetts, Alice si appassiona alla musica folk, blues e rock ascoltando i dischi dei genitori. Si trasferisce a Seattle per il college, lavora in un negozio di dischi e suona nei club. Esordisce con un Ep seguito dall’album Visions inciso in California, confermando le influenze folk e blues. La collaborazione con Freebo (Daniel Freedberg), bassista e autore di Los Angeles del ‘44, inizia in questo periodo. Già con Bonnie Raitt negli anni Settanta, poi con Maria Muldaur, Jackson Browne, Ringo Starr e John Mayall, è un musicista esperto che ha anche pubblicato alcuni album da solista. Il secondo disco Circumstance viene inciso nei leggendari Fame Studios di Muscle Shoals in Alabama, denotando notevoli progressi sia nell’uso della voce soul profonda e matura, sia nella scrittura in parte solitaria in parte con Freebo, produttore fin dall’esordio. Ed ora Alice pubblica un album dal vivo registrato a Port Townsend nel giugno del 2024 in coppia con Freebo, con una formazione in trio che aggiunge il prezioso chitarrista Jeff Fielder (Mark Lanegan, Amy Ray) già presente in studio, creando un suono elettroacustico efficace e scorrevole che si adatta alla voce melodica della cantante e a quella più ruvida del bassista. Cinque tracce sono estratte da Circumstance, cinque da If Not Now When, l’album più recente di Freebo; l’iniziale ballata cantautorale Twilight proviene dall’esordio di Alice, gli altri tre brani sono cover.
Tra i brani della Howe, dotata di una voce veramente notevole, calda ed emozionante, spiccano la fluida Somebody’s New Lover Now, la morbida You’ve Been Away So Long e l’intima Something Calls To Me in cui si inserisce la slide con tocchi raffinati. Le tracce del bassista, tra le quali la ritmata Sometimes It’s For Nothin’ con un assolo brillante di Fielder e la ballata Standing Ovation, sono arricchite dai controcanti di Alice, oscillando tra influenze blues e cantautorali, ma colpiscono meno rispetto ai brani della Howe.
Quanto alle cover, i sapori sudisti di Sailing Shoes (Little Feat) sono accentuati dalla slide di Fielder, con la voce soul di Alice che accompagna quella di Freebo, una delicata A Case Of You denota l’influenza della sua autrice Joni Mitchell sulla ragazza, mentre la ballata Angel From Montgomery (John Prine) cantata a strofe alterne è la degna chiusura di una serata riuscita.

Paolo Baiotti

THE BURRITO BROTHERS – The Magic Time Machine Of Love

di Paolo Crazy Carnevale

17 ottobre 2025

Cover

THE BURRITO BROTHERS – The Magic Time Machine Of Love (2025)

La perseveranza con cui Chris P. James sta continuando a far musica sfruttando la fama di un gruppo con cui non c’entra nulla e il cui nome dovrebbe essere stato riposto in naftalina a fine anni settanta, sta rasentando l’indecenza. I Flying Burrito Brothers non andrebbero toccati per rispetto. Certo il Flying non c’è più nella denominazione, e ci mancherebbe, qui infatti non vola proprio nessuno, e considerato il fatto che l’unico membro fondatore ancora in vita, Chris Hillman, non vuole saperne, la sua volontà andrebbe rispettata.

Ma Chris James continua a marciarci. Ed è un peccato, perché è un buon musicista, e l’ostinazione con cui continua ad accampare diritti su un nome che suo non è mai stato rimane un mistero. Soprattutto considerando il fatto che i FBB successo non ne hanno mai avuto troppo e quindi seguitare a rispolverarne le gesta e le poche glorie, non porta certo tante più vendite di quelle legate a quei nostalgici irriducibili come i galli di Asterix, che gridano al miracolo e si entusiasmano ogni volta che il nome del gruppo viene rispolverato anche se in maniera tronca.

Questo è il quinto disco di studio che James registra sotto questa sigla, ma ci sono quelli usciti come Burrito Deluxe (che sono ben peggio di quelli dei Burrito Brothers)! Ed è un peccato ulteriore perché il secondo del lotto, Notorious Burrito Brothers che avevamo recensito con entusiasmo su queste colonne, meritava decisamente.

Ma in questo nuovo disco, si tocca il fondo. Peccato per i suoni azzeccati della pedal steel di Tony Paoletta e dell’ospite Al Perkins (un ex FBB ma non fondatore), ma la copertina che inserisce a tradimento i titoli di un paio di brani dei FBB primordiali e gli estratti parlati con la voce di gram Parsons sono un trucco accalappiavendite di bassa lega.

Il repertorio? Boh! Che dire qualche colpo di coda c’è, tipo More And More (il brano con Perkins, guarda caso), ma c’è troppa roba che non c’entra nulla, dalla citazione di Give Peace A Chance, l’iniziale A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum e la Pride of Man che fu cavallo di battaglia dei Quicksilver. Tutta roba lontanissima dal sound country rock. Time Machine sarebbe anche unbel brano, arioso, elaborato con bei suoni, ma è un altro genere! Whiskey Woman è invece ciofeca a tutto tondo, suoni FM o AOR che speravamo fossero caduti nel dimenticatoio e che invece tornano impenitenti e legati – ahinoi! – a un nome che abbiamo amato e che vorremmo non venisse sfruttato così biecamente.

Paolo Crazy Carnevale

SIMONE GALASSI – Simone Galassi

di Paolo Baiotti

17 ottobre 2025

Simone-Galassi_Cover-album

SIMONE GALASSI
SIMONE GALASSI
Autoprodotto 2025

Se avete voglia di fare un tuffo nel passato, tra gli anni Sessanta e Settanta in cui il rock-blues forgiato dalle chitarre di Jimi Hendrix, Rory Gallagher o Jimmy Page sveva un ruolo primario nel mondo del rock, potete rivolgervi con fiducia all’esordio del chitarrista e cantante modenese Simone Galassi, un disco registrato e prodotto in collaborazione con Carlo Poddighe, che ha dato un contributo essenziale suonando batteria, basso, pianoforte, organo Hammond, piano Wurtlizer e Clavinet. Simone è un uomo e un musicista di altri tempi che sembra catapultato per caso nell’attuale secolo; non a caso l’album è stato registrato con strumentazione analogica e vintage, così come la copertina si ricollega all’epoca psichedelica.
Si tratta di un esordio studiato a lungo, in coda ad un percorso iniziato negli anni Novanta che lo ha portato nel corso di un trentennio a suonare in Italia e all’estero, soprattutto in Germania, Gran Bretagna e Olanda, con una particolare attenzione alle esibizioni con la band Irish Fire in onore di Rory Gallagher, il grande chitarrista del quale ha studiato con passione musica e testi, fino alla richiesta di partecipare ai festival di Ballyshannon e Striegistal nati per celebrare il musicista irlandese. Simone ha vari progetti e suona anche nella band della cantautrice Ellen River, oltre a concentrarsi sulla promozione del progetto solista.
Venendo al contenuto del disco, pubblicato in vinile colorato, cd e cassetta, si tratta di dieci tracce autografe che vedono al centro la chitarra e la voce ruvida di Galassi, tra rock, blues e funky con un tocco di psichedelia, mentre i testi parlano della vita di ogni giorno, con riferimenti personali. Dall’intenso e potente rock-blues di These Chains con un suono debitore di Stevie Ray Vaughan al mid-tempo aspro e incisivo di I Have To Tell You, dall’incalzante zeppeliniana I’ll Never dove la voce ricorda anche il canadese Frank Marino al funky di 95 l’album si sviluppa senza momenti di stanca, seppur con qualche calo di creatività (In Your Eyes) compensato dal calore delle esecuzioni. La sulfurea ballata hendrixiana Since You’re Gone è una delle tracce più convincenti, con l’Hammond e il Wurtlizer che affiancano una chitarra sofferente, insieme all’altra ballata Shooting Stars e alla pesante e distorta Hazy Nights, la traccia più lunga e “moderna” del disco, con evidenti richiami al grunge mischiato con Hendrix.
Questo è un album che sembra paracadutato dal periodo d’oro del rock-blues, con un suono e una grafica adeguati.

Paolo Baiotti

LOLLY LEE – Lolly Lee

di Paolo Baiotti

10 ottobre 2025

Lolly_Lee_Album_Cover

LOLLY LEE
LOLLY LEE
Admiral Bean 2024

Lolly Lee non è solo una cantante, ma una polistrumentista di Birmingham, Alabama, che ha alle spalle un lungo cammino in ambito musicale. All’età di 63 anni ha pubblicato il suo primo album solista dopo una serie di esperienze, concerti, bambini, matrimonio, cadute e risalite, alti e bassi. Negli anni ottanta ha fatto parte della rock band The Mortals come cantante solista, prendendo qualcosa dalle sue artiste preferite: Stevie Nicks, Lucinda Williams e Joni Mitchell. In seguito, è diventata chitarrista ritmica e cantante degli Split The Dark, attivi nel sud est, lasciando per diventare madre. Dopo una lunga pausa nella quale ha lavorato dietro le quinte come compositrice vivendo nell’Alabama rurale, nel 2022 ha perso il marito per malattia, il padre e il cane, riversando il suo dolore in nuove canzoni e preparando finalmente l’esordio da solista, convinta anche dall’appoggio dei quattro figli. In questa attività è stata coadiuvata dal vecchio amico Anthony Crawford, non proprio l’ultimo arrivato, collaboratore di Neil Young negli anni Ottanta in Everybody’s Rockin’, Old Ways e A Treasure (era membro degli Shocking Pinks e degli International Harvesters) e più recentemente in Prairie Wind e Fork On The Road, nonché di altri artisti tra i quali Vince Gill, Steve Winwood e Dwight Yoakam, oltre che compositore, artista solista e in coppia con la moglie Savana Lee nel duo Sugarcane Jane. Nel disco in esame Anthony, oltre a produrre insieme a Lolly Lee nello studio di proprietà Admiral Bean, ha suonato basso, batteria, chitarra, mandolino, lap steel e tastiere, mentre ai cori è stato affiancato dalla moglie, lasciando a Lolly la chitarra e la voce solista.
Mischiando elementi di rock, country e americana l’artista dimostra di avere l’energia di una giovane esordiente, una voce caratteristica, testi intelligenti e una discreta capacità di scrittura. Il rock solido di Satellite con un coro che resta in testa, il singolo Great Crusade in cui la tonalità vocale ricorda Marianne Faithfull, potente e toccante nel catturare l’essenza dell’amore, della perdita e delle difficoltà della vita quotidiana nell’Alabama rurale, l’oscura e inquietante melodia di Shot At The Devil, il country morbido di Free State Of Winston, l’animata e nostalgica Sweet Alabama Home e la rilassata I Used To Live Here emergono in un album ben costruito e prodotto con cura.

Paolo Baiotti

THE BOBBY TENDERLOIN UNIVERSE – Satan Is A Woman

di Paolo Baiotti

8 ottobre 2025

bobby

THE BOBBY TENDERLOIN UNIVERSE
SATAN IS A WOMAN
CMR 2024

Quando ho ascoltato per la prima volta la title track che apre il nuovo album di questa formazione canadese di Edmonton, ho pensato che il fantasma di Johnny Cash fosse tornato tra noi. Bobby ha una voce profonda che ricorda l’inimitabile Cash e anche la musica del brano, che nel testo propone l’ipotesi di una protagonista diabolica che entra nel mondo di Tenderloin travestita come una moderna femme fatale, il tipo di persona che cattura all’istante il cuore di un uomo, ma allo stesso tempo minaccia di distruggerlo nel processo, richiama il country classico. Un’impressione ribadita da What Do I Do che rivisita il “boom chicka boom” dei Tennesse Three, con l’aggiunta della pedal steel di Nathan Grey che interviene in tutto il disco e, in questo caso, della voce di Cayley Thomas, giovane cantante di Edmonton.
Quando tocca le tonalità più profonde come in Bad Boys Of Redemption Ranch, Bobby aggiunge un tocco oscuro pur nell’ambito di melodie country/pop di presa immediata debitrici di Lee Hazelwood. Prodotto con cura da Paul Arnusch che suona basso, percussioni e chitarra elettrica, il disco profuma di pop anni sessanta nella pianistica ballata Marigold in cui hanno un ruolo di primo piano i cori di Rhonda Chinchilla, Emma Frazier e Kayla Enns e il violino di Nathanial Wong, mentre la chiusura del primo lato è affidata ad un’altra ballata, la melanconica I Will Onfollow You supportata dagli archi.
Il gruppo, che ha supportato dal vivo artisti del calibro di Charley Crockett e Orville Peck, ha esordito nel 2019 su lunga durata, aspettando cinque anni per incidere il secondo album. Quest’anno ha pubblicato uno strano Ep, A Fistful Of Metal, in cui riarrangia in chiave country & western brani di gruppi metal come Iron Maiden (Fear Of The Dark) e Judas Priest (Breaking The Law).
Tornando a Satan Is A Woman, il secondo lato del vinile (è uscito anche il cd) è aperto da un altro duetto, Take Me As I Am con Emma Frazier, a dire il vero un po’ banale, proseguendo con altri brani fedeli alla tradizione come When The Bullet Hits The Bull o la pianistica Rollin’ Back To You, trasmettendo alla fine l’impressione di un ascolto piacevole che resta in superficie senza lasciare un segno profondo.

Paolo Baiotti