Archivio di settembre 2026

EMILY NENNI – Movin’ Shoes

di Paolo Baiotti

30 settembre 2026

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EMILY NENNI MOVIN’ SHOES New West 2026
Nata a San Jose in California, Emily è cresciuta nella cittadina costiera di Orinda, dove i genitori l’hanno avvicinata alla musica sin da piccola. Si è appassionata ad icone country come Patsy Cline, Willie Nelson ed Emmylou Harris, ma anche a Bruce Springsteen, Aretha Franklin, Stevie Wonder, alla Motown e al pop dei sixties. Da adolescente ha cominciato a scrivere e ad esibirsi, a 21 anni si è trasferita a Nashville dove ha fatto parte della scena locale suonando in serate amatoriali, mentre lavorava per mantenersi come cameriera. Ha esordito nel 2018 con Hell Of A Woman, quindi ha firmato per la New West pubblicando nel 2022 On The Ranch e nel 2024 Drive & Cry che ha confermato la sua adesione ad un country di stampo tradizionale, mettendo in luce la passione per gli anni sessanta e per il soul. Quando sale sul palco Emily invita tutti a scendere in pista e a partecipare: ama l’honky-tonk, rilassare il suo pubblico, farlo evadere e divertire in libertà. Il nuovo album Movin’ Shoes, inciso e mixato da Matt Ross-Spang negli studi Southern Grooves di Memphis è stato prodotto da John James Tourville (Deslondes). A proposito dei temi del disco, la cantante ha dichiarato: “mentre scrivevo queste canzoni, riflettevo su quanto sia difficile vivere in questo mondo. Che segno stiamo lasciando? Come interagiamo con gli altri e con noi stessi? Il dolore fa parte dell’esperienza umana. Il mondo fa paura, ma racchiude anche tanta bellezza. E gran parte di quella bellezza nasce dal modo in cui trattiamo gli altri e noi stessi. È questo il messaggio centrale dell’album”. Movin’ Shoes va oltre il mondo del country e dell’honky-tonk, pur conservando queste influenze. La Nenni ha scritto quasi tutte le canzoni in isolamento, durante i mesi invernali per mantenere la concentrazione. In studio hanno collaborato musicisti del calibro del batterista Steve Potts (Gregg Allman, Booker T., Neil Young), del tastierista Al Gamble (St. Paul & The Broken Bones) e del bassista Alex Lyon (Whitey Morgan and the 78s). In scaletta ha uno spazio importante il southern soul come nella ballata What I Have Done Wrong, nella ballabile Yes It Hurt animata dai fiati e nella morbida Talk To Me in stile Stax, con un pizzico di southern rock e di outlaw country e qualche languore notturno bluesato nella cover di Tenderness di Paul Simon. Se il rock dell’energica Livin’ In Shame con la pedal steel di James Woodall esplora nel testo il rapporto con il proprio corpo, la title track mischia una pedal steel country con una ritmica funky, la ripresa di Honky Tonkin’ (Rodney Crowell), Take My Money e Good Ma’am aderiscono alla tradizione contribuendo alla vivacità di un disco chiuso dalla malinconica ballata You Only Said It To Hurt Me.

Paolo Baiotti

JOHNNY DELAWARE – On God’s Time

di Paolo Baiotti

28 settembre 2026

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JOHNNY DELAWARE
ON GOD’S TIME
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È complicato seguire gli spostamenti di Johnny Delaware, una sorta di nomade originario del Sud Dakota che nella sua avventurosa vita, dopo avere abbandonato il college, si è spostato a Nashville, Albuquerque e Austin trovando lavori occasionali e suonando ove possibile. Nel 2013 si è stabilito a Charleston in Sud Carolina dove ha iniziato la carriera musicale con l’aiuto del produttore e batterista Wolfgang Zimmerman, pubblicando Secret Wave accolto positivamente dalla critica. Prima di proseguire da solista ha incontrato Justin Osborne con il quale ha fondato i Susto, una band di indie-roots che ha pubblicato quattro album e girato in supporto a Band Of Horses, Lumineers e The Head And The Heart. Sempre disponibile a nuove collaborazioni, in questo periodo ha anche inciso due album con The Artisanals, finchè la pandemia lo ha convinto a spostarsi a Città del Messico dove ha ripreso il percorso solista nel 2022 con Energy Of Light, seguito nel 2024 da Para Llevar, considerato un mix riuscito di indie rock, Americana e folk psichedelico. In seguito, è tornato nel nativo Sud Dakota dove ha intrapreso un lavoro part-time mentre scriveva nuove canzoni, che ha parzialmente inciso in zona prima di tornare in Messico dove ha completato il nuovo lavoro On God’t Time, nuovamente aiutato da Zimmermann, che consideriamo il suo lavoro più maturo e soddisfacente.
In parte riflessione sulla mortalità o meglio sulla natura transitoria della vita, il disco scorre veloce tra roots rock, richiami alla west coast e influenze country. Johnny ha dichiarato: “La vita è meravigliosa e allo stesso tempo dolorosa e spesso non è facile, ma non è pensata per essere facile. Siamo tutti qui con una missione: realizzare ciò che abbiamo nel cuore prima che smetta di battere”. L’apertura dolente e malinconica di Sue Lee Of Bigsky desta notevole interesse con il violino di Joel Nelson e il maestoso coro del ritornello. Heaven’s Town profumata di California si lascia ascoltare come il roots-rock di Less Fear, More Soul, sostenuta dal violino e colorata dal mandolino di Ben Somerville. Il pop-rock venato di psichedelia di Crystal Ball, il folk-rock di Mistery Man percorsa dall’armonica di Johnny e il country festoso di Entertaining For Fantasy mantengono un livello di scrittura e interpretazione soddisfacente, confermato anche dalla seconda parte del disco con titoli come la briosa Regret Town e l’agrodolce New Orleans.

Paolo Baiotti

WENDY GREGSON & RENEE McLACHLAN – Mother Tree

di Paolo Baiotti

26 settembre 2026

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WENDY GREGSON & RENEE McLACHLAN
MOTHER TREE
Autoprodotto 2025

Wendy Gregson e Renee McLachlan, madre e figlia, compongono un duo originario di Edmondon nello stato canadese dell’Alberta. Note per le loro armonie straordinarie e i testi capaci di toccare l’anima, hanno un approccio fresco e sentito al folk contemporaneo, aggiornando la tradizione con un pizzico di modernità. Il loro suono fonde chitarra acustica, guitalele (un ibrido di chitarra classica e ukulele), piano, violino e violoncello in un’esperienza musicale gentile, eterea e raffinata capace di emozionare e di connettersi con il pubblico. Sul palco condividono le gioie e le sfide del loro legame, suscitando un senso di umanità che può tradursi in risate o in lacrime a seconda dei momenti. Wendy, originaria della Columbia Britannica, scrive ed interpreta musica sin dall’adolescenza. La figlia Renee è cresciuta ispirata dalla madre, ma non ha mai pensato di affiancarla sul palco fino al 2013, quando una serie di eventi le hanno convinte a fare musica insieme. Nel 2018 hanno pubblicato il loro EP di debutto e iniziato ad esibirsi in diverse regioni canadesi. Nel 2025 hanno ottenuto un finanziamento dalla benemerita Alberta Foundation For The Arts per registrare Mother Tree, un album personale di sette canzoni originali composte da Wendy per complessivi 30’ con l’aiuto del produttore Stew Kirkwood (che suona basso, piano, mandolino e dobro), di Jeremiah McDade al violino e flauto e di alcuni cellisti.
Tra i brani dell’album meritano sicuramente una citazione la ritmata The Long Way che inserisce elementi roots, la delicata Mother Tree in cui si distinguono pregevoli armonie vocali, Side By Side già incisa in una diversa versione nel primo EP e A Voice Not Withstood con un testo scritto dalla nonna di Wendy nel 1945, musicato da Wendy qualche anno fa ed eseguito dal duo insieme ai nipoti Isabella e Ruby, coprendo un arco di cinque generazioni.

Paolo Baiotti

JEFFREY HALFORD & THE HEALERS – Used Parts

di Paolo Baiotti

18 settembre 2026

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JEFFREY HALFORD & THE HEALERS
USED PARTS
Shoeless Records 2026

Mentre si appresta ad affrontare il suo nono tour europeo (Italia esclusa ovviamente) il texano Jeffrey Halford, da tempo redidente in California, pubblica Used Parts che, pur ribadendo le sue radici nell’Americana, accentua le influenze soul. Come ha dichiarato l’artista riguardo alla title track “la lotta ci mette tutti a dura prova; cerchiamo solo di uscirne vincitori. È un filo conduttore che attraversa tutto l’album e rispecchia molto da vicino i tempi che stiamo vivendo”. Nella loro essenza i testi parlano di ricostruzione. Non di ricominciare da capo, ma di ripartire con ciò che resta, facendo i conti con i danni, le storie e le cicatrici, per costruirci sopra qualcosa di autentico. Accompagnato da musicisti del calibro di Tom Heyman (Alejandro Escovedo, Chuck Prophet) e Myron Dove (Santana) che si affiancano al collaboratore di lunga data e coproduttore Adam Rossi (tastiere e batteria) e a Mike Anderson (basso), con l’aiuto dei figli Aaron e Hannah, Jeffrey ha registrato un album calibrato in cui riesce a trovare un equilibrio tra intimità ed energia. Se la title track e il country-rock di Living Worthwhile richiamano il roots-rock, la ritmata Turn Out The Lights e High Mountain Soul evidenziano gli influssi soul, mentre Rhythm Of The Rails accentua allegramente il ritmo, poi rallentato dagli influssi tex-mex di Corazon. Nel finale il ruvido roots-rock di Mississippi Flyer in cui si incrociano elettrica e slide e l’intima ballata pianistica True North confermano il giudizio positivo su un disco che dovrebbe consolidare la popolarità di Halford nel nostro continente.

Paolo Baiotti

BOBBO BYRNES – Too Many Miles

di Paolo Baiotti

18 settembre 2026

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BOBBO BYRNES
TOO MANY MILES
Autoprodotto 2026

Seguiamo da tempo con attenzione la carriera del cantautore di Anaheim Bobbo Byrnes a partire da The Red Wheelbarrow, registrato a Nashville con Ken Coomer (Wilco), proseguendo con SeeGreenNumber5 e Two Days In October, inciso in solitudine in due studi di Berlino durante un tour europeo nel 2022. In seguito abbiamo recensito l’omonimo album del 2024 in cui Bobbo è tornato a una dimensione elettrica tra rock e country con il trio The Fallen Stars che comprende la moglie Tracy al basso e voce e il batterista Matt Froehlich.
Con Too Many Miles, titolo che riprende quello di una canzone dell’album precedente, Byrnes presenta il suo progetto più ambizioso, fondato sul libro “Too Many Miles: On the Road with an unofficial Rock & Roll Goodwill Ambassador” tratto da oltre 3000 pagine di appunti, che si può definire un racconto delle sue esperienze musicali nei locali di provincia, riportando sia i momenti piacevoli che quelli difficili o imbarazzanti, con aneddoti su appassionati, musicisti, baristi e conoscenze più o meno casuali fatte sulla strada. Un percorso in cui l’artista ha sempre cercato di costruire relazioni e di abbattere le diverse forme di pregiudizio che incombono sulla vita di ciascuno di noi. A questo testo è affiancata la parte audio, molto ricca e soddisfacente, che richiama le scelte musicali di una vita (in complesso l’artista ha già pubblicato una ventina di dischi), con ballate elettroacustiche e qualche traccia più ritmata. Si può anche considerare come una raccolta delle canzoni preferite di Bobbo (scherzosamente le ha definite “Greatest Non-Hits”) legate al tema della musica e del viaggiare, con un paio di tracce inedite e testi pieni di speranza e di messaggi positivi.
La title track, presentata sia in versione elettrica che acustica (è la traccia nascosta in fondo al disco), il rock scorrevole di Heart Like Mine, la robusta Never Learned To Fly, la trascinante Chasing Rock & Roll che racconta la vita sulla strada di una giovane band, le ballate Every Sound That Crashes e Stronger Than Steel in cui spicca la voce della moglie Tracy, una presenza importante come bassista e corista in diversi momenti del disco, sono alcune delle tracce significative di una raccolta che merita un attento ascolto, specialmente per chi non conosce ancora questo musicista di nicchia.

Paolo Baiotti

BILL BAKER – Such etc. & What

di Paolo Baiotti

16 settembre 2026

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BILL BAKER
SUCH etc. & WHAT
Autoprodotto 2026

Il nome di Bill Baker è abbastanza conosciuto nella scena musicale di Washington D.C. in quanto le sue canzoni sono state premiate e acclamate dalla critica. Si è esibito in diversi stati, calcando palchi prestigiosi come quelli del Kerrville Folk Festival, del MerleFest e del Kennedy Center, oltre ad avere attraversato l’oceano per suonare in Europa. Attualmente si muove preferibilmente con la sua band proponendo una musica che cerca di miscelare influenze folk, blues e country, una sorta di Americana in cui sono evidenti la passione per la musica di J.J. Cale e Mark Knopfler, anche per assonanze vocali. Il nuovo album, dallo strano titolo Such etc. & What, richiama queste influenze risultando scorrevole e tendenzialmente morbido, senza forzature di ritmo e vocali. Un rock che non cerca di conquistare con il volume e la potenza, preferendo insinuarsi con raffinatezza, una luminosità soffusa e ritmi quietamente ondulati come nella disinvolta Going To Louisiana in cui spicca la fisarmonica di Brian Simms venata di cajun o nella jazzata If It Wasn’t For Love in cui la voce ricorda alla lontana Willie Nelson. Se Ask The Blindman richiama inevitabilmente le tonalità di J.J. Cale, Dig A Hole denota leggere e rilassanti note caraibiche mentre la bluesata Uncloudy Day aggiunge una nota di ottimismo. Baker (voce, chitarra elettrica e slide) è accompagnato adeguatamente dai suoi musicisti Derek Brock (voce e chitarra), Scott Giambusso (basso) e Steve Bloom (batteria) in un disco breve (otto canzoni per poco più di 30’) ed essenziale, che viene voglia di riascoltare più volte.

Paolo Baiotti