Archivio di luglio 2026

WEST OF EDEN – Lighthousekeeping

di Paolo Baiotti

24 luglio 2026

woe

WEST OF EDEN
LIGHTHOUSEKEEPING
West of Music 2026

Seguiamo da qualche anno con attenzione le pubblicazioni di questa band svedese di Goteborg attiva da un trentennio con parecchi album in archivio. Con la parentesi di Taube del 2021 hanno sempre cantato in inglese, fedeli ad una matrice folk celtica che ci riporta ai migliori momenti del folk-rock britannico di band come Fairport Convention, Fotheringay e Pentangle. Dopo l’album natalizio Next Stop Christmas, nel 2024 hanno inciso Whitechapel, concept album in cui le canzoni avevano come soggetto le storie delle donne vittime di Jack lo Squartatore. Punti di forza del sestetto sono indubbiamente la voce chiara e solare di Jenny Shaub (flauto e fisarmonica) e quella del marito Martin Shaub (chitarra, mandolino, tastiere, fisarmonica). I due sono affiancati da Lars Broman al violino, Martin Holmlund al basso, Ola Karlevo alla batteria e bodhran e dall’innesto più recente datato 2016, Henning Sernhede alla voce, chitarra, banjo, lap steel e mandolino. Una formazione solida che cura molto le armonie vocali e il suono, nonché la grafica.
In questo nuovo disco, che sembra veramente di un’altra epoca e che è stato registrato in uno studio svedese situato in un faro, sono aiutati nuovamente da John McCusker al violino e flauto, noto musicista folk scozzese già con la Battlefield Band e Kate Rusby e da Michael McGoldrick, virtuoso della cornamusa dei Capercaillie. Per la prima volta la band si immerge totalmente nella tradizione celtica, tornando nella casa del guardiano del faro sita nella costa occidentale della Svezia dove tennero il loro primo concerto tanti anni fa, il giorno del matrimonio tra Jenny e Martin. Per l’occasione hanno scelto i loro brani tradizionali preferiti, fondendo strumenti tradizionali ed elettrici come avveniva nella scena folk-rock britannica e irlandese. Tra i brani emergono l’iniziale tradizionale scozzese Sir Patrick Spence, l’angelica Song From Molom che si fonde con la trascinante giga irlandese Cooley’s Reel guidata dal violino, la ballata irlandese P Stands For Paddy (Planxty), la celebre The Rocky Road To Dublin (Dubliners, Pogues, Chieftains) e due brani di derivazione americana, Little Ball Of Yarn e la delicata ballata Willie And Mary.
Disco pregevole anche nel suono e negli arrangiamenti vocali e strumentali che conferma i West Of Eden come una delle formazioni tradizionali nordiche più interessanti.

Paolo Baiotti

JOSHUA SINGLETON – The Promised Land

di Paolo Baiotti

21 luglio 2026

JoshuaSingleton

JOSHUA SINGLETON – THE PROMISED LAND Autoprodotto 2025

Joshua Singleton è un cantautore e chitarrista originario di Asheville, Carolina del Nord, capace di fondere diverse influenze che caratterizzano la sua musica, passando dal rock al funky, da ruvide tracce elettriche a momenti acustici, quindi amalgamando roots rock, blues, country e soul, ma sempre con un’attenzione particolare alla melodia, una naturale scorrevolezza e un gusto pop che rende alcune canzoni perfette per le radio rock. Figlio di un predicatore e di una cantautrice, ha iniziato a cantare in chiesa da ragazzino. A soli 12 anni suonava già in una band rockabilly, negli anni dell’università era spesso in tour. Ha girato non solo negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, Francia e Svezia, con la sua formazione oppure collaborando con altri artisti. Nel 2017 si è trasferito a Nashville dove ha firmato un contratto editoriale; di conseguenza ha scritto brani incisi da artisti country tra i quali Bree Doster e Jason Nix. Questo periodo ha contribuito alla sua maturazione, anche se il country rimane sullo sfondo come un’influenza giovanile. The Promised Land è il suo terzo album, pubblicato 15 anni dopo King Of Hearts che risale al 2010. Il rock radiofonico di Joshua può trovare un riferimento in Bryan Adams sia per l’aspetto vocale, avendo un timbro rauco non eccessivo che lo avvicina al cantante canadese, sia per l’aspetto musicale che ha una fluidità e una leggerezza pop che rende le canzoni appetibili anche per un pubblico generalista, ovviamente se oggi le radio avessero la curiosità di cercare musica da trasmettere anche in artisti di nicchia. Esempi di questo tipo di suono sono Heart With An Arrow Tattoo che apre il disco con venature country-rock, la trascinante Still Yours e la ballata She’s On Fire. L’influenza pop è evidente in Kiss Me Back, un po’ banale e in Now And Then, mentre l’elettroacustica Southern Child sembra veramente scritta per essere un hit. Why Lie è molto scorrevole, The Promised Land una ballata di pura americana, mentre nel finale Wish I Was Lying è ammantata di suggestioni gospel che la differenziano dalle canzoni che la precedono. Il disco è stato prodotto da Joshua con David Duncan (che ha suonato tastiere e chitarra) e Thom McHugh, con Williams Coats alla batteria, Andy Dixon al basso e Al Gamble (St. Paul And The Broken Bones) alle tastiere.

Paolo Baiotti

STEFANO DYLAN – Lost In The Green And Blue

di Paolo Baiotti

18 luglio 2026

stefano

STEFANO DYLAN
LOST IN THE GREEN AND BLUE
Autoprodotto 2026

In una terra nella quale la musica ha ancora importanza, in cui c’è rispetto per la tradizione e non mancano i locali per suonare, Stefano Dylan ha trovato la sua dimensione ideale. Torinese di nascita e di formazione, ma ormai irlandese d’adozione vivendo da parecchi anni nei dintorni di Limerick per motivi di lavoro e di famiglia, il cantautore e chitarrista continua a suonare con regolarità dal vivo, essendosi inserito con successo nella vivace comunità locale e a incidere in studio alternano brani tradizionali o comunque di matrice folk a tracce autografe. Questa attività gli ha consentito di crescere con costanza, affinando il suo stile di strumentista, specialmente il fingerpicking e le sue capacità vocali. Dal punto di vista discografico dopo Ouroboros e Ballads From Home del 2022, ha pubblicato The Rare Auld Times nel 2024 in cui ha alternato brani autografi a cover e brani tradizionali. Ora è il momento di Lost In The Green And Blue che, a parte la title track posta in apertura e l’ultima traccia, è composto interamente da cover interpretate con sensibilità e buon gusto.
Stefano ha suonato un po’ di tutto in questo disco: chitarra acustica, synth e percussioni, accompagnato saltuariamente da musicisti locali, con l’eccezione dell’apporto continuo alla voce della compagna Karla Segade. Il brano Lost In The Green And Blue esprime la sorpresa di trovarsi a questo punto della vita nella terra d’Irlanda, perduto nel verde della terra e nel blu del cielo, ripresi anche nella foto di copertina. Nel prosieguo si distinguono il tradizionale The Bonnie Banks Of Lock Lomond, canzone tradizionale scozzese del 1700 interpretata con grazia da Karla e arrangiata con la cornamusa di Mickey Dunne, If You Could Read My Mind, celebre ballata del cantautore canadese Gordon Lightfoot del ’70, una reinterpretazione jazzata del tradizionale Wayfaring Stranger con il flauto e il sax, il tradizionale scozzese (molto amato anche in Irlanda) The Parting Glass in cui si inserisce il violino di River McGann e Diamonds And Rust di Joan Baez in cui torna protagonista la voce di Karla affiancata dalla raffinata chitarra acustica di Stefano. Nel finale meritano sicuramente il gospel/folk Down To The River To Pray arrangiato e cantato dalla Segade, la dolente e raffinata When The Spirit Walks In The Room di Bruce Cockburn, uno dei riferimenti di Stefano e Ashokan Farewell, brano strumentale dell’82 del folksinger J. Ungar utilizzato nel ’90 nella serie documentaristica americana The Civil War di Ken Burns.
La bonus track A Christmas Lullaby, duetto vocale tra Stefano e Karla con una melodia avvolgente, chiude un disco che conferma le qualità interpretative del cantautore torinese.

Paolo Baiotti

RACHAEL SAGE & THE SEQUINS – Canopy

di Paolo Baiotti

15 luglio 2026

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RACHAEL SAGE & THE SEQUINS
CANOPY
MPress Records 2025

Nativa di Porchester nello stato di New York Rachael Sage, nome d’arte di Karen Rachael Weitzman, è un’artista multimendiale statunitense fondatrice dell’etichetta indipendente Mpress Records: nel suo percorso musicale ha pubblicato una quindicina di album da solista che le hanno procurato notevoli attenzioni. Considerata una delle migliori artist indipendenti emerse nel nuovo millennio, molto impegnata sul versante dei diritti civili e in particolare del movimento LGBT, figlia del famoso designer Stuart Weitzman e della scrittrice Jane Weitzman, ha studiato teatro e balletto, scrive, dipinge, ha scritto temi pubblicitari e per spettacoli televisivi prima di esordire su disco nel ’96 con Morbid Romantic. Dopo l’ambizioso album The Other Side seguito dalla versione “stripped” Another Side, ha registrato Canopy con la sua band The Sequins, che verrà doppiato come il precedente da Under The Canopy, una versione reinventata e più intima del disco.
Canopy viaggia tra Americana, pop e folk con arrangiamenti orchestrali molto curati e testi impegnati che toccano temi come la non violenza, l’eguaglianza e l’inclusività. Prodotto dalla Sage con Mikhail Pivovarov presente anche come bassista, l’album è suonato da Rachael (voce, chitarra, tastiere, percussioni) con Andy Mac e Doug Yowell alla batteria, Kelly Halloran (Lainey Wilson) al violino, Dave Eggar (Paul Simon) al violoncello, Trina Hamlin all’armonica e voce, Jack Petruzzelli (Joan Osborne) e James Mastro alla chitarra, con la partecipazione di altri musicisti in alcune tracce. Dopo avere vissuto il timore di un cancro, la musica della Sage appare oggi più limpida e positiva, fondata sulla speranza che le canzoni possano ancora unire le persone, seppur in un mondo frammentato e problematico. Riguardo a Canopy, Rachael ha dichiarato: “è stato uno degli album che più di ogni altro mi ha permesso di creare un legame con gli altri.”
Tra i brani emergono il pop-rock di Just Enough, la delicata Canopy, il singolo Nexus che racconta con notevole empatia la tragica storia di un ragazzo morto dopo essere stato ripetutamente colpito a scuola a causa della sua sessualità, la ballata pop sussurrata The Best Version, un’accettivante e raffinata ripresa di Everyday di Buddy Holly (il cd aggiunge anche una seconda versione orchestrale) e la dinamica Live It Up arrangiata con dei fiati gioiosi. Tra pochi giorni Rachael inizierà un tour che attraverserà la costa est prima di approdare a ottobre in Gran Bretagna.

Paolo Baiotti

ISABEL RUMBLE – Hold Everything Lightly

di Paolo Baiotti

15 luglio 2026

Isabel-Rumble

ISABEL RUMBLE
HOLD EVERYTHING LIGHTLY
Autoprodotto 2026

Cantautrice indie-folk, Isabel Rumble è originaria di una piantagione di noci nelle valli meridionali del Nuovo Galles del Sud (Australia). Molto legata alla sua terra, che influenza canzoni intime e delicate nelle quali si intrecciano calde sonorità acustiche, una narrazione poetica e una voce definita “dolce come il miele”, ha trascorso l’infanzia in una vivace comunità folk. Ha esordito nel 2023 con Bird Be Brave, seguito dall’EP Water Wings, che le hanno consentito di girare Australia ed Europa compresi alcuni importanti festival. Hold Everything Lightly è uscito ad ottobre del 2025, ottenendo un’ampia diffusione radiofonica non solo in patria e recensioni positive. In questo momento sta promuovendo il disco in Europa, dove tornerà a settembre. Nelle intenzioni dell’autrice l’album rappresenta una riflessione sul cambiamento, sull’accettazione e sulla forza insita nella vulnerabilità. La produzione è stata affidata al cantautore australiano Heath Cullen, che ha registrato al Windsong Pavilion di Four Winds sulla costa del New South Wales e suonato chitarra, batteria e tastiere, con Robyn Martin al basso e contrabbasso.
Isabel ha descritto così la nascita del disco: “Le canzoni che lo compongono sono nate nell’arco di qualche anno e colgono un periodo di grande cambiamento e transizione della mia vita. Stavo intraprendendo questa carriera musicale e lasciandomi alle spalle una relazione lunga e bellissima: ci sono state molte conclusioni naturali e nuovi inizi”.
L’apertura di Soften è basata sulla voce introspettiva ed eterea di Isabel accompagnata da delicati arpeggi di chitarra, fino all’entrata del piano e delle percussioni e al rafforzamento di una chitarra country spruzzata di psichedelia. Nel disco si alternano passaggi acustici e momenti strumentalmente più ricchi e corposi che si mantengono scorrevoli, crescendo lentamente e spegnendosi nel finale delle canzoni. Così tracce come la notevole Better Half Of Me e Lonely Hunter mostrano questa dualità, con l’intimità che si intreccia a sprazzi più aperti e impulsivi. Archi, percussioni e la pedal steel di matrice country di Ben Franz caratterizzano questi brani che si avvalgono di testi sui sentimenti e in particolare sull’amore. Talvolta vengono privilegiati il minimalismo e l’essenzialità come in Born Again e Room To Glow, mentre I Danced accentua appena il ritmo. Posta in chiusura la title track, traccia più lunga del disco, racchiude al meglio l’introspezione venata di speranza e di tenerezza che caratterizza la musica di Isabel, con gli schizzi di tastiere e pedal steel che danno all’arrangiamento una forza quieta e paziente.

Paolo Baiotti

RODNEY CROWELL – Then Again

di Paolo Baiotti

9 luglio 2026

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RODNEY CROWELL
THEN AGAIN
New West 2026

All’inizio del nuovo millennio il texano Rodney Crowell, già chitarrista di Emmylou Harris negli anni Settanta prima di avviare nel ’78 una carriera solista di notevole successo, ha pubblicato in successione tra il 2001 e il 2005 tre album di spessore: The Houston Kid, Fate’s Right Hand e The Outsider. Questi dischi, caratterizzati da testi di una certa profondità sociale e politica, avevano interrotto una pausa di cinque anni dopo due uscite per la MCA poco considerate. Allo stesso tempo alcuni suoi brani erano stati interpretati con grande successo da artisti popolari come Alan Jackson, Keith Urban e Tim McGraw. Qualche mese dopo l’uscita di The Outsider Crowell è tornato in studio a Nashville, ha registrato alcune tracce con Steuart Smith alla chitarra e produzione e Benmont Tench al piano elettrico, ma non ne ha fatto nulla perché non gli erano sembrate all’altezza della trilogia precedente. Perdute e dimenticate, sono state riscoperte e rivalutate dall’artista che si è deciso a pubblicarle come nucleo centrale di Then Again. Non mancano ospiti illustri, Rodney appare in ottima forma vocale e anche dal punto di vista compositivo le otto canzoni ripescate sembrano degne di essere proposte.
Crowell ha dichiarato: “Si potrebbe definire un album perduto. Mi sono imbattuto nei nastri frugando nel mio archivio privato a casa; me ne ero completamente dimenticato. Sono felice di averlo messo da parte, perché adesso è il momento giusto per farlo uscire. Magari non sarà il momento ideale per il resto del mondo, ma lo è per me. Ecco perché ho voluto intitolarlo Then Again. Mi sembrava un modo intelligente per dire che ciò che accadeva allora sta accadendo anche adesso”.
Dal lento crescendo dell’apertura di I Won’t Lie To You ai sapori latini e vivaci di Bring It Home To Memphis, dalla ballata sognante Sing Your Heart Out alla ritmata e scorrevole Are You One Of Us, duetto con l’amico Guy Clark, proseguendo con The Ballad Of Artemis And Orion impreziosita dal violino di Tammy Rogers e dal mandolino di John Jorgenson e con la sperimentale e oscura Whacha Gonna Do Now #2 con Lyle Lovett, Crowell ripercorre i temi che hanno caratterizzato il suo percorso.
Alle tracce riscoperte si sono aggiunte due canzoni nuove, If I Could Speak To Leonard, delicato omaggio a Leonard Cohen scritto poco prima della sua morte, in cui immagina un incontro con il grande cantautore e la recente Go Light A Candle, composta dopo la rielezione di Trump in cui Rodney si avvale dell’aiuto dell’amica Emmylou Harris.
Then Again non è un capolavoro, ma è sicuramente un album degno di essere pubblicato e ascoltato, anche vent’anni dopo.

Paolo Baiotti