JOSEPH J. THOMPSON – I Don’t Belong Here
JOSEPH J. THOMPSON I DON’T BELONG HERE New West 2026
I Don’t Belong Here è il primo album solista del cantautore Joseph G. Thompson, neozelandese di nascita ma ora di base in Germania, in passato parte del duo indie-folk Joseph & Maia con l’attuale moglie. Si tratta di un lavoro nato dall’esigenza profonda di raccontare un’inquietudine costante e quella radicata sensazione di non sentirsi mai del tutto a casa. Sentimenti questi che hanno spinto l’artista a compiere la scelta radicale di vendere la pizzeria che lui e sua moglie Maia avevano avviato e gestito con fatica e dedizione in Nuova Zelanda, per imbarcarsi in una vera e propria sfida: la coppia e le due figlie sono infatti partite alla volta dell’Europa senza un piano preciso se non quello di seguire il proprio istinto e la propria musica. È evidente che una scelta di questo tipo (in genere oggi si abbandona la musica per aprire un ristorante, non il contrario) testimonia la necessità ‘fisica’ dell’autore di cambiare vita e di dedicarsi alla musica, pur avendo una famiglia. Registrato in cinque giorni appena prima di partire ai Parachute Studios di Auckland, l’album ha visto la partecipazione di alcuni tra i migliori musicisti della scena neozelandese, tra cui Nic Manders, Aaron Clarke, Matt Short, Adam Tobeck, Si Moore, Luke Thompson e Maia Thompson. Il risultato è un disco cantatutorale autentico, caratterizzato da un suono poco costruito, ma arrangiato con la giusta attenzione. Le influenze di Thompson sono quelle degli storici songwriters folk-rock americani, maestri indiscutibli come Bob Dylan, John Prine e Paul Simon. Come detto in questo disco c’è molto del vissuto di Joseph: basta ascoltare l’autobiografico brano di apertura Belong Here, un mid-tempo fluido e agile con intrecci di armonica, chitarra elettrica e slide o la morbida ballata Old Habits sul richiamo che hanno le distrazioni sulla nostra vita fino alle dipendenze più pericolose. In alcune tracce come Cowboy o Somebody New affiorano scelte un po’ manieristiche, mentre emergono influenze country-gospel in Sleep Train e di classic rock in Better Worse. La delicata e intima Wonder e la pianistica Til We Die chiudono sommessamente un album da ascoltare con calma e senza distrazioni.
Paolo Baiotti
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