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PETER GALLWAY – Feels Like Religion

di Ronald Stancanelli

20 marzo 2018

Peter Gallway Feels Religion[688]

PETER GALLWAY
FEELS LIKE RELIGION
2017 Bay Music

Peter Gallway, personaggio col viso in parte Waits e in parte Cohen, potrebbe tranquillamente fare la loro controfigura se non fosse che non faccia parte del mondo cinematografico ma bensì sia lui stesso un cantautore musicista che, come gli illustri colleghi suona e canta e questo Feels like Home giuntoci oggi per recensione caratterizzato da una back cover impressionante per la sua somiglianza con Cohen è il suo ultimo lavoro in ordine di tempo. Album profondamente dedicato a Laura Nyro e al suo capolavoro, forse ancora un po’ misconosciuto New York Tendaberry si avvale della prestazione bonaria ma fortemente incisiva del grande Jerry Marotta e della bravissima Annie Gallup. La voce pur un po’ gutturale e profonda fa molto effetto e la sua dizione incisiva e penetrante aiuta moltissimo. Mettiamoci poi che le canzoni, tutte scritte da lui meno una con la Gallup, sono molto piacevoli e rilassanti ed abbiamo un quadro decisamente positivo. Gallway suona le chitarre, il basso, e le tastiere mentre ovviamente Marotta è ottimamente sul pezzo con batteria e percussioni. La dolce e gradevole voce della Gallup si affianca nella intensa title track mentre suona la lap steel in Maria Makes, swingata ballata. Molto bella la suadente cavalcata di Women’s House in D mentre aguzza e penetrante la ritmìa delle percussioni in Dark Matter che par pezzo arrangiato da Daniel Lanois tanto è particolare mentre la voce del songwriter splendidamente accattivante. Gran bella canzone. Un ottimo album di categoria superiore nell’ambito di certo cantautorato sicuramente meno noto ma non per questo non meritevole. Gallway è personaggio molto prolifico in materia di album, ne abbiamo scoperto in rete ben sedici ed il suo percorso inizia addirittura dai settanta con due dischi licenziati dalla Reprise ed è anche noto agli addetti per aver formato il gruppo della Fifth Avenue Band. Da segnalare in precedenza, si era nel 2016 un interessante album, sempre con la Gallup dal titolo Two sides to evey Story uscito col moniker di Hat Check Girl pregno e denso di atmosfere texane con interessanti striature di desert tunes, recensito enfaticamente e positivamente all’epoca su questo sito. A questo punto anche da non scordare Six Bucks Shy, altro album con Jerry Marotta che ricordiamo musicista a volte prestato a certo prog rock e la stessa Gallup anche questto accreditato come Hat Check Girl; detto lavoro nonostante fosse carico di intense canzoni dal sapido sapore che ti lascia un gusto retrodolce in bocca purtroppo non mi pare abbia mai raggiunto livelli o notorietà elevate, non parliamo poi da noi. Insomma nonostante una discografia diremmo quasi sterminata Artista di culto per pochissimi, anche se artista con la A maiuscola. Chissà che questo suo ultimo cd denso di bellissime ballate non compia il miracolo, ci farebbe tanto piacere ma ci crediamo poco, anche se un brano della gradevolezza di Roller Coaster meriterebbe un’ampia ed attenta platea.

PETER GALLWAY – Muscle & Bone

di Paolo Crazy Carnevale

27 novembre 2016

Gallway-Muscle&Bone-Cover[33]

PETER GALLWAY
Muscle & Bone
(Gallway Bay Music/Hemifran 2015)

Ammetto la mia ignoranza, prima di ricevere questo CD non avevo bene in mente chi fosse questo Gallway, e le note di copertina facevano intuire che si trattasse di un cantautore di quelli per cui la poesia è una cosa molto importante, dalle menzioni a Leonard Cohen, Peter Gabriel, James Taylor, Laura Nyro e una decina d’altri, incluso Marvin Gaye, a quella di Garcia Lorca come ispiratore del brano The Distance Of My Fall.

Facendo qualche ricerca ho scoperto che Gallway è un tizio con una ventina di dischi alle spalle, qualcuno anche per una major come la Warner, che è un produttore e che è un poeta. Troppa carne al fuoco forse – per giocare col titolo – ma senza muscoli. Forse per via delle citazioni di musicisti nei ringraziamenti di copertina mi aspettavo qualcosa di davvero diverso. Sicuramente i testi di questo disco devono essere piuttosto interessanti, peccato non ci sia un booklet che li accluda, e soprattutto peccato che la musica suoni brutta e di plastica. L’assenza di credits ulteriori in copertina fa supporre anche che Gallway abbia suonato tutto da solo, o, ancor peggio che abbia fatto suonare tutto ad una macchina: i suoni di batteria sono orrendi e datati, e tutto il resto non mi piace per nulla, a partire dalla voce monocorde, senza espressione ed estensione del titolare. I brani sono lunghissimi per dare chiaramente risalto alle liriche, che denotano un notevole impegno politico. Ma non bastano dei testi per fare delle canzoni, ci vogliono anche le musiche, magari stupide, ma possibilmente suonate e non affidate ad una macchina senza cuore, soprattutto se – come in questo caso – i testi di cuore sono pervasi.

Della serie vorrei essere Leonard Cohen (RIP), ma non posso (nonostante il tentativo di copiarne anche il look come si evince da una foto che appare nel sito web di Gallway).