MIAMI SHOWBAND – Il giorno in cui morì la musica

MIAMI SHOWBAND
Il giorno in cui morì la musica
La strage della Miami Showband, una pagina oscura del conflitto anglo-irlandese

Di Donata Ricci

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Scusate il preambolo

“The day that music died” (il giorno in cui morì la musica) è un’espressione entrata nella cultura popolare per indicare l’incidente aereo avvenuto nello Iowa il 3 febbraio 1959, in cui persero la vita Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper. Riccardo Michelucci – giornalista e saggista, collaboratore di “Repubblica” e “Avvenire”, di Radio Popolare e RAI Radio 3, esperto di politica internazionale e di cultura irlandese – utilizza questa locuzione per raccontare, in un volume pubblicato lo scorso anno da Milieu Edizioni (Il giorno in cui morì la musica. La strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos, 200 scorrevoli pagine corredate di fonti bibliografiche, audiovisive e persino di una colonna sonora consigliata) per raccontare, dicevo, la tragica vicenda della Miami Showband, evento cruciale nella storia dei troubles nordirlandesi e cavallo di Troia di cui l’autore si serve per penetrare nel cuore nero del conflitto anglo-irlandese. Un libro che fonde magistralmente narrazione e giornalismo investigativo e che possiede il respiro del legal thriller pur muovendo da una vicenda purtroppo veramente accaduta. Torniamo dunque in Irlanda del Nord laddove, si direbbe, tutto accade. E per tutto intendo anche l’espressione musicale, giacché quella di cui vado a riferirvi è la storia di un gruppo musicale. Terminata la lettura del libro, ho voluto subito scrivere di questa vicenda, che l’autore ha deciso di riportare in superficie a cinquant’anni esatti dai fatti. E non ho esitato a contattare lo stesso autore per ottenere una sua preziosa riflessione che nobilitasse questo articolo e che infatti potete leggere nell’apposito box. (*)

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Christy Moore meets Bobby Sands

Il testo di Michelucci non è un romanzo né un libro di storia, bensì un’opera narrativa basata su documenti ufficiali, verbali d’inchiesta, fonti bibliografiche e interviste ai protagonisti della vicenda narrata. Vicenda che scorre come un torrente impetuoso nel cui letto sento gorgogliare tanta musica irlandese. Sento per esempio il vocione assertivo di Christy Moore interpretare Back Home In Derry, canzone scritta da Bobby Sands per esprimere il desiderio di casa ma anche per vergare un’invettiva contro la prigionia e le ingiustizie causate dalla guerra. E sentite un po’ come le biografie talvolta s’incrociano. Moore, che sappiamo essere un musicista monumentale, originario della contea di Kildare, è già attratto dalla musica tradizionale quando è ancora un giovane e poco convinto impiegato di banca. Approfitta di uno sciopero dei bancari durato ben tre mesi per mollare estratti conto e mutui ipotecari e dedicarsi definitivamente alla sua autentica passione che è la musica. Dapprima fonda i Planxty e successivamente i Moving Hearts, formazioni che non abbisognano di presentazioni sulle pagine di “Late”. Impegnato politicamente, Moore appoggia i detenuti repubblicani nel carcere di Long Kesh tra i quali figura Bobby Sands, membro dell’Irish Republican Army, conosciuta con l’acronimo IRA. Nel maggio 1981 Bobby Sands muore in una cella di Long Kesh in seguito a uno sciopero della fame condotto a oltranza insieme ad altri detenuti politici – i cosiddetti hunger strikers – come forma di protesta contro il regime carcerario cui sono sottoposti i prigionieri repubblicani. I famigerati H-Blocks designano gli edifici del carcere in cui sono reclusi Sands e i suoi compagni e H-Block nel 1980 diventa il titolo di un album solista di Christy Moore. Col passare del tempo il musicista di Newbridge rivedrà la sua posizione e sospenderà il suo supporto alle attività militari dell’IRA quando a Enniskillen (e siamo nel 1987) una bomba rivendicata dalla stessa organizzazione (o meglio dalla frangia più violenta denominata Provisional IRA), uccide undici civili ferendone altri sessanta. Un’azione che crea scompiglio all’interno della stessa organizzazione e segna una svolta nei troubles.

I Beatles irlandesi

In un contesto così aspro e di estrema complessità s’innesta la vicenda dei musicisti della Miami Showband. Definiti con una certa enfasi “i Beatles irlandesi”, la band è composta da sei elementi di cui – va sottolineato – due provengono dalla Repubblica d’Irlanda e quattro dall’Ulster. Rappresentano dunque un fenomeno interconfessionale dimostrando che è possibile suonare insieme e divertirsi in assoluta armonia, in altre parole convivere pacificamente, nonostante il conflitto in corso tra cattolici e protestanti, ovvero tra repubblicani indipendentisti e unionisti fedeli al trono di Elisabetta. Portano nomi da ragazzi comuni: Fran, Brian, Tony, Stephen, Des, Ray. Eppure niente di ciò basta a salvarli da un destino di violenza inaudita. Ci avvicineremo a piccoli passi, la materia è incandescente. Nel frattempo il fenomeno delle showband sta dominando la scena musicale giovanile in quegli anni tra i ‘60 e i 70. Azzardo un parallelo con il movimento sottoculturale Northern Soul, emerso nell’Inghilterra settentrionale e nelle Midlands sul finire dei ‘60 ed esploso nei ‘70. Entrambi propongono musica come evasione: ballare, trascorrere del tempo buono in compagnia dei propri coetanei, concedersi qualche ora di spensieratezza dopo una settimana di duro lavoro in fabbrica (nel caso dei giovani inglesi) oppure nel tentativo di dimenticare le bombe sotto casa (nel caso dei ragazzi irlandesi). Le prime showband si adattano a esibirsi nei locali messi a disposizione dalle parrocchie, ma in breve vengono inaugurate ovunque sale da ballo dove i gruppi si lanciano in un’irresistibile mescolanza di rock’n’roll, rhythm & blues, skiffle e country. Tutte le principali città dell’isola hanno il loro gruppo: quella di Dublino è la nostra Miami Showband, che propone canzoni pop e divertenti come Clap Your Hands And Stamp Your Feet e già si sente sprizzare l’euforia. Sono pezzi orecchiabili come questo, rimasto in classifica oltre due mesi, che la Miami Showband porta in lungo e in largo per l’isola nei suoi fitti tour di almeno cinque concerti a settimana, viaggiando su un furgone color crema con una palma disegnata su una fiancata. Il 31 luglio 1975 tengono un concerto a Banbridge, piccola cittadina della contea di Down in Irlanda del Nord. È un bel sabato estivo, le strade sono affollate di giovani arrivati da località vicine per ascoltare il gruppo rock più famoso dell’isola. Alle nove di sera la sala da ballo del centro è affollata all’inverosimile. Il concerto si conferma l’ennesimo trionfo e dopo tre ore di musica, balli e risa, il pubblico si dilegua ancora avvolto nell’estasi. I membri della band lasciano il locale uscendo da una pesante porta metallica sul retro e si avviano al furgoncino parcheggiato nel cortile. Ed è qui che ci avviciniamo alla tragedia.

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L’eroismo di un bassista

Rivado con la mente a un testo di Bap Kennedy, belfastiano doc e frontman degli Energy Orchard (un poker di buoni album nella prima metà degli anni ‘90), successivamente titolare di un’apprezzata carriera solista, interrotta una decina di anni or sono dalla sua prematura morte. Rivado al povero Bap il quale nella languida ballata The Shankill And The Falls (dal suo album d’esordio Domestic Blues, 1998) esprime un forte desiderio di armonia e di convivenza pacifica, dato che Shankill e Falls sono i nomi di due strade di Belfast, di pertinenza l’una protestante e l’altra cattolica. Stephen Travers è il bassista della Miami Showband. È arrivato da poco nel gruppo ma si è già perfettamente inserito ed è entusiasta, quasi incredulo, dell’avventura inaspettata che sta vivendo con la band, nonché della svolta imprevedibile che la musica sta imprimendo alla sua stessa esistenza. Ne “Il giorno in cui morì la musica” Michelucci decide con efficace intuizione di narrare i fatti dal punto di osservazione di Stephen Travers. E qui entriamo nel cuore della strage. Fate un salto al Box 1 per apprendere cosa succede direttamente da un estratto del libro. Poi vi aspetto di nuovo qui.
I Clannad invece sono una band mista di maschi e femmine, chi più chi meno imparentati fra loro e tutti originari di un piccolo villaggio del Donegal. Moya Brennan, voce e arpista del gruppo nonché sorella della celeberrima Enya, ci ha purtroppo lasciati il 13 aprile scorso. Ebbene, dei Clannad esiste una canzone celestiale, A Bridge (That Carries Us Over) che recita così: “C’è un ponte che ci conduce tutti oltre e la nostra forza è venirci incontro, rimanere uniti”. Un messaggio di concordia che in fondo è assimilabile a quello veicolato dalla Miami Showband. Ora vi invito a visitare il Box 2 per conoscere l’epilogo della vicenda, con le prime terrificanti intuizioni dai sotterranei della politica.
All’inizio degli anni ‘70 – il periodo in cui viene perpetrato il massacro della Miami Showband – Belfast è una città grigia, triste, anche pericolosa, secondo la descrizione che ne fa Michelucci: “Aveva cantieri navali, fabbriche tessili, manifatture di tabacchi e quartieri operai costellati di casette a schiera tutte uguali. Ogni giorno esplodevano bombe e c’erano attentati con morti e feriti”. Lo conferma nuovamente Bap Kennedy, questa volta accompagnato dagli Energy Orchard nella canzone che ha come titolo il nome della capitale nordirlandese. È lapidario: “Belfast, sei il paradiso e sei l’inferno”. Ma si va oltre. Nel suo intervento che potete leggere nel riquadro NOTE DELL’AUTORE, Riccardo Michelucci pronuncia una parola chiave: collusione. Un sospetto a lungo covato, ma sdoganato soltanto molti anni più tardi grazie al lavoro di Henry Barron, un giudice appena andato in pensione, già magistrato della Corte Suprema. Grazie a lui trova conferma il dubbio che, nella strage della Miami Showband, membri dello stato britannico (nella sua espressione colonialista) e paramilitari lealisti fossero segretamente alleati.

U2 e John Lennon fanno rotta su Derry

Ma cosa succede immediatamente dopo il massacro? E in generale qual è la reazione del mondo musicale agli efferati attentati di quegli anni? Come avviene spesso nei contesti politici particolarmente repressivi e soffocanti, la musica reagisce. Si mobilita. Lo abbiamo visto nei mesi scorsi con le canzoni di protesta di Bruce Springsteen, Billy Bragg e altri ancora, vere e proprie instant songs scaturite di getto dall’indignazione per gli accadimenti socio-politici della nostra aberrante contemporaneità; parimenti lo si era visto in Irlanda negli anni esacerbati dai troubles, con canzoni che arrivavano a lambire l’innodia civile come la Sunday Bloody Sunday degli U2. Sappiamo che anche John Lennon (con accredito esteso a Yoko Ono e alla Plastic Ono Band) scrive un’invettiva dallo stesso titolo e dal testo ancor più rabbioso sulla strage di Derry, consumata nella maledetta domenica del 30 gennaio 1972. E, per restare a Derry, la ricerca di canzoni dedicate alla città simbolo del martirio cattolico ci conduce all’inizio dei ‘70 quando i semisconosciuti Trees – gruppo folk rock britannico recentemente riscoperto grazie alla pubblicazione di un cofanetto quadruplo da parte della Earth Records – incidono The Streets Of Derry: “C’è un giovane bello come il sole, ma non so come salvarlo perché su di lui pende una condanna di impiccagione mentre marcia per le strade di Derry”. Ma esiste qualcun altro di gran lunga più famoso il quale, pur servendosi di una melodia solare, veicola un testo dalla lingua glabra: “Gran Bretagna, cosa stai facendo? Ma davvero, cosa stai facendo nella terra oltre il mare? Restituisci l’Irlanda agli irlandesi. Restituiscigliela subito, oggi”. È ovviamente Paul McCartney e il titolo, ammesso che occorra precisarlo, è Give Ireland Back To The Irish. Di fatto, con la strage della Miami Showband in quel funesto luglio del 1975, inizia il tramonto del fenomeno delle showband. Ulteriori uccisioni e attentati si registrano soprattutto nel cosiddetto “triangolo della morte” al confine tra il nord e il sud dell’isola, dove può capitare di venire ammazzati a sangue freddo all’ora di cena, oppure in camera da letto, da killer senza volto che seminano il terrore nelle case o nelle fattorie di campagna.

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L’hip-hop raccoglie il testimone

Comincia dunque il declino di quella esaltante esperienza che aveva toccato il suo apice alla fine degli anni ‘60 con circa settecento gruppi professionistici in attività e un circuito capillare di dancehall diffuse in tutta l’isola. Dappertutto le sale da ballo si svuotano in men che non si dica e chiudono una dopo l’altra. Un peccato, per quello che avevano rappresentato. Quanto agli sfortunati musicisti della Miami, verrà scoperto il tentativo dei carnefici di trasformarli da vittime in presunti terroristi, mediante la costruzione di scenari inventati secondo cui quei poveri ragazzi, la notte della strage, stavano trasportando esplosivo oltreconfine. Come finirà la vicenda, anche dal punto di vista giudiziario, lo lascio scoprire a voi se leggerete “Il giorno in cui morì la musica”. Il bassista Stephen Travers dovrà compiere sforzi sovrumani per raddrizzare la propria esistenza dopo il trauma subito e la perdita violenta dei suoi amici. Oggi è un signore dai capelli grigi e dagli occhi liquidi e buoni, in fondo ai quali continua a campeggiare una domanda gigantesca: perché tanta violenza? Per darsi una risposta scrive persino un libro: “The bass player. Surviving the Miami Showband massacre” (New Island Books 2025) da cui risulta evidente che il sopravvissuto Stephen è titolare di due vite: una precedente e l’altra successiva al massacro. E non si dà ancora per vinto, non smette di cercare la verità. Né mai potrà dimenticare i giorni luminosi in cui lui e i compagni della band squarciavano la cupezza dei ragazzi irlandesi con fiotti di luce e canzoni amorevoli come Love Is, un titolo che spiega tutto. Su Netflix è disponibile un interessante documentario sulla vicenda della Miami Showband girato da Stuart Sender nel 2019 (“ReMastered: The Miami Showband Massacre”), nel corso del quale vengono intervistati due dei tre membri sopravvissuti. In definitiva, una storia paradigmatica quella della Miami, come la definisce lo stesso Riccardo Michelucci, il quale proprio in questi giorni sta accompagnando una scolaresca in Irlanda del Nord, perché anche le nuove generazioni possano conoscere una delle pagine belliche più cruente della storia europea, pagina che peraltro non può ancora dirsi definitivamente chiusa. Resta una ferita aperta, resta l’urlo dei murales dipinti sui caseggiati di Derry, restano le commemorazioni che ogni anno rinnovano il ricordo della Bloody Sunday. La toccai personalmente, quella ferita, il 30 gennaio 2011 quando volai a Derry per partecipare alla marcia commemorativa che proprio quell’anno veniva attraversata da una nuova consolazione: il governo britannico aveva riconosciuto la propria colpevolezza e pertanto il participio passato VINDICATED, che i cittadini di Derry aspettavano di pronunciare da trentanove anni, poteva finalmente armonizzarsi con la sintassi della giustizia e gonfiarsi di significato sugli striscioni stretti da familiari e amici delle vittime, mentre abbracci e commozione riempivano le strade di Derry. Ma anche nella sfera musicale i giochi restano aperti e se prestiamo orecchio ad alcune produzioni della Generazione Z avremo la misura di quanto i fantasmi dei troubles siano tuttora in circolazione. Ho scoperto da poco una band dal curioso nome da manuale di anatomia ortopedica: Kneecap (rotula). I ragazzi sono tre dissidenti di West Belfast (area a prevalenza cattolica) dove nei negozi dello Sinn Fein non si è mai smesso di vendere le t-shirt con stampato “I still hate Thatcher”; un trio stravagante che fa political hip-hop miscelato a punk miscelato a grime in salsa gaelica. Insomma, un frullato forse un po’ indigesto, che tuttavia tiene viva l’utopia di un’Irlanda svincolata dal Regno Unito. Con l’impulso di farsi paladini dei diseredati, abbracciano anche la causa palestinese tanto da beccarsi, un paio di anni fa, una denuncia per avere sventolato la bandiera di Hezbollah durante un concerto. Contenzioso archiviato. Loro però restano assai arrabbiati tanto da abbracciare il fenianismo, movimento rivoluzionario nazionalista e repubblicano irlandese del XIX secolo che attraverso la lotta armata rivendicava la completa indipendenza dal Regno Unito. Bisogna ascoltarli i Kneecap, con il loro rap declamato in idioma celtico. Una sottocultura da studiare. Peraltro l’affermazione della lingua madre è simbolicamente al centro anche del film “Kneecap” diretto da Rich Peppiatt nel 2024 e Premio BAFTA 2025 quale miglior esordio britannico. Protagonisti sono gli stessi tre musicisti intenti a raccontare la formazione del gruppo sotto forma di action comedy. Divertente, grottesco, decisamente tarantiniano. Ma allo stesso tempo istruttivo perché sulla trama principale irrompono flesciate della sanguinosa storia irlandese. Disponibile su Prime Video.

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Aspettando una targa su Buskill Road

Nella parte conclusiva del libro di Riccardo Michelucci. – che riporto di seguito perché miglior chiusa a questo articolo non riesco a immaginare – l’autore consegna queste toccanti riflessioni: “Anch’io mi fermo sempre lì quando salgo in auto da Dublino a Belfast. È un luogo dove ci si sente terribilmente soli, quasi vulnerabili, di fronte al silenzio spettrale che lo circonda. Un angolo di campagna solcato soltanto dal rumore dei veicoli che corrono sulla strada a lunga percorrenza che unisce le due parti dell’Irlanda. Ogni tanto qualcuno si ferma, lascia un fiore, recita una preghiera. Colpisce che anche a distanza di molti anni da allora, e nonostante la pace che da tempo regna sull’intera isola, qua non ci sia ancora un monumento, un cippo o una targa commemorativa. Talvolta compare qualche foglietto contenente pensieri e ricordi in memoria di quei tre poveri ragazzi che non invecchieranno mai. Ma ancora oggi tutto ciò che viene lasciato sul posto non dura più di qualche giorno, prima di essere rimosso. Il veleno del risentimento e dell’odio continua a inquinare la vita quotidiana di questa terra come dimostrano gli atti vandalici che si sono verificati nel corso del tempo e finora hanno sempre sconsigliato di erigere un memoriale. C’è soltanto una minuscola fioriera che indica il punto esatto dove avvenne il massacro. A curarla è un anziano amico di Stephen che si ferma qui spesso e ogni volta cambia i fiori assicurandosi che sia tutto a posto. Ancora oggi questa è una zona profondamente lealista e chi abita nelle vicinanze preferisce dimenticare l’orrore che venne perpetrato in suo nome. Vuole cancellarne il ricordo come se non fosse mai accaduto. Da queste parti non esiste ancora una memoria condivisa e, anche se non si manifesta più con la violenza, quell’odio cieco che segnò gli anni del conflitto non è ancora sopito del tutto. Forse soltanto il giorno in cui sarà possibile collocare sulla Buskhill Road una targa o un monumento per la strage della Miami Showband avremo la certezza che quell’odio, finalmente, non esiste più. E che la guerra è davvero finita”.

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BOX 1

“L’autoradio del furgone dove viaggiavano Stephen e gli altri trasmetteva a tutto volume le note jazz e rock di Roadwork di Edgard Winter quando fuori dai finestrini una luce segnaletica rossa comparve in lontananza. Divise, fucili e mitragliatrici a tracolla sbucarono dal nulla. In quegli anni essere fermati in piena notte dai soldati di pattuglia nelle strade era un fatto assolutamente normale e non c’era quindi niente di cui preoccuparsi. Sarebbe stato il solito controllo di routine che non li avrebbe fatti tardare più di tanto. Brian rallentò e accostò il furgone sul lato della strada. Spense il motore. Non si scomposero neanche quando dissero loro di scendere per l’identificazione perché molte altre volte si erano imbattuti in un check point nei pressi del confine. La strada intorno a loro era deserta, la campagna silenziosa e la vegetazione avvolta dall’oscurità ma l’atmosfera che percepirono era la stessa di sempre. Li fecero allineare sul bordo di un fossato mentre uno dei soldati raccoglieva le generalità annotandole su un taccuino. Poi accadde un fatto che era destinato a dare una svolta inaspettata a quella notte. All’improvviso un’auto si fermò accanto al furgone e Stephen ricorda di aver intravisto al suo interno un uomo che indossava un’uniforme e un berretto diversi da quelli degli altri. Lo sentì pronunciare poche parole con un chiaro accento inglese ed ebbe la sensazione che fosse come un segnale, un via libera a ciò che sarebbe accaduto poco dopo. Fu allora che due degli uomini armati si diressero verso il furgone e aprirono il bagagliaio. I brevi istanti che seguirono erano destinati a dilatarsi all’inverosimile nella memoria dei sopravvissuti.

I due stavano frugando nel retro del furgone già da un po’, quando una violenta esplosione squassò all’improvviso la quiete della campagna. La bomba che stavano piazzando sotto i sedili del veicolo li fece a pezzi con una detonazione che distrusse il veicolo riducendolo a un ammasso di ferraglia informe. L’onda d’urto colse i musicisti alle spalle e li scaraventò nel campo al di là del fossato. Con un riflesso condizionato gli altri soldati cominciarono a sparare contro di loro mentre le fiamme del furgone illuminavano la strada deserta. Una pioggia di pallottole cominciò a schizzare in tutte le direzioni. Alcune si conficcarono negli alberi e si infransero sul selciato, altre si infilarono nelle carni e nelle ossa di quei poveri ragazzi lasciando per terra un tappeto di bossoli. Fran, Tony, Stephen, Des e Brian tentarono di rialzarsi e scappare nell’oscurità. Implorarono di essere risparmiati ma le loro grida disperate furono coperte dalle raffiche che li raggiusero alla schiena, alle gambe e al volto. Infine i colpi cessarono lasciando spazio a un silenzio surreale, rotto soltanto dal crepitio delle fiamme che stavano divorando i rottami del furgone.

Stephen era stato colpito con i famigerati dum-dum, i micidiali proiettili a espansione che si frammentano al momento dell’impatto. Infliggevano ferite così gravi e mutilanti che da tempo erano stati vietati dalle convenzioni internazionali, eppure facevano ancora parte degli arsenali dell’esercito britannico. Uno di quei proiettili gli penetrò sul fianco destro e gli attraversò la schiena, lacerandogli la carne, distruggendogli organi e arterie, prima di fuoriuscirgli dal fianco sinistro. Gli attentatori non si accanirono su di lui perché erano certi che fosse morto. Invece non aveva neanche perso i sensi ed ebbe la freddezza di restare immobile, convinto che ogni tentativo di fuga sarebbe stato inutile. Mentre l’erba fredda gli premeva sulla guancia sinistra sentì in lontananza la voce di uno degli attentatori. “Possiamo andarcene, sono morti tutti, li ho colpiti con i dum-dum”. Trascorsero minuti interminabili che gli parvero ore, mentre il buio oscurava ogni cosa intorno a lui. Quando tornò il silenzio, controllò prima di tutto le sue mani, per vedere se le dita c’erano tutte. Poi sbattè i piedi tra loro per accertarsi di avere ancora le gambe. Infine cercò di mettersi seduto e realizzò con sollievo di non avere la schiena spezzata. Respirava a fatica perché un proiettile gli aveva perforato un polmone ma riuscì comunque a fare qualche passo, prima di crollare di nuovo sulle ginocchia. Intorno a lui si dilatavano all’infinito gli echi di una spaventosa carneficina”.

(Estratto da Il giorno in cui morì la musica)

BOX 2

“Quando si rese conto che erano finalmente arrivati i soccorsi Stephen si alzò in piedi e iniziò a gridare aiuto. Era sotto choc, aveva gli occhi sbarrati e lo sguardo perso nel vuoto. Lo caricarono in tutta fretta su un’ambulanza cercando di rincuorarlo: “Non preoccuparti, presto i tuoi amici ti raggiungeranno in ospedale”. Ovviamente stavano mentendo nel tentativo di calmarlo. Riversi sull’erba, a qualche decina di metri dal fossato, erano già stati rivenuti i cadaveri di Tony e Brian. Giacevano a poca distanza l’uno dall’altro. Avevano entrambi ferite multiple da arma da fuoco al torace, all’addome, alla testa e alle braccia. Identificare il terzo cadavere rinvenuto nel campo fu assai più difficile, perché aveva il volto sfigurato dai proiettili ed era quindi completamente irriconoscibile. Alcune ore dopo, all’obitorio dell’ospedale di Newry, l’ingrato compito di riconoscerlo sarebbe toccato a Tony Bogan, il produttore della band arrivato di corsa da Dublino. Bogan non ebbe alcun dubbio: si trattava del povero Fran, sul quale gli attentatori si erano accaniti con una violenza inaudita, sparandogli in faccia più volte da distanza ravvicinata.

I resti dei due attentatori saltati in aria erano invece disseminati sull’asfalto, in mezzo ai resti carbonizzati del furgone della band. Mentre le prime luci dell’alba illuminavano quella scena spettrale, gli agenti cominciarono a raccogliere gli elementi di prova dal selciato inserendo ciascun reperto in buste di plastica sigillate. Sul ciglio della strada, insieme al piantone dello sterzo del furgone e a decine di bossoli, c’erano resti di vestiti, stivali di scena, mazzi di chiavi, pezzi di strumenti musicali tra cui la cassa di una chitarra e un paio di occhiali dalla grossa montatura nera. Un oggetto che si sarebbe rivelato decisivo per risalire a uno degli attentatori. Nello spartitraffico che separava le due corsie della strada la polizia ritrovò anche un mitragliatore Sterling di quelli in dotazione all’Ulster Defence Regiment. Dai successivi riscontri emerse che recava il numero di serie KR 97933 ed era la stessa arma usata dal gruppo di Glenanne in altri attentati. Tra i brandelli di corpi umani che gli agenti dovettero raccogliere in quello sfacelo di detriti c’erano anche i macabri resti di un avambraccio sul quale spiccavano due tatuaggi: “Harris” e “UVF”. Infine, dietro una siepe a circa duecento metri dal luogo del massacro, fu rivenuta una Ford Escort bianca che risultò rubata. Al suo interno c’erano due pistole, munizioni e un paio di berretti verdi dell’Ulster Defence Regiment”.

(Estratto da Il giorno in cui morì la musica)

Riccardo Michelucci foto da mettere nel box nota dell'autore

Note dell’Autore

Seguo il conflitto anglo-irlandese come giornalista ormai da circa trent’anni e mi sono imbattuto in varie storie significative relative a quel trentennio, dalla fine degli anni ‘60 alla fine degli anni ‘90, in cui si svolse l’ultima fase del conflitto anglo-irlandese nel cuore dell’Irlanda del Nord. Conoscevo la storia della Miami Showband ma nel 2017 ebbi l’occasione di incontrare per la prima volta Stephen Travers, il bassista sopravvissuto alla strage del 31 luglio 1975 e rimasi molto colpito dalla sua storia. Lo intervistai e rimasi poi in contatto con lui e continuai poi per alcuni anni ad approfondire quella storia, finché non mi resi conto che quella storia era in realtà una sorta di matrioska perché dentro quella storia ce n’era un’altra, poi un’altra ancora, poi un’altra ancora… Era, diciamo, un contenitore di storie laddove alla strage di quei poveri musicisti uccisi sul ciglio di una strada di campagna da un chekpoint militare britannico, c’era dietro qualcosa di molto più ampio: c’era la storia di una banda di serial killer che agì in quegli anni a ridosso del confine sensibile tra Irlanda e Irlanda del Nord, prendendo di mira civili innocenti, tra cui appunto i poveri musicisti della Miami Showband. C’era dietro una storia grande, una storia di collusione tra, appunto, membri dello Stato britannico e paramilitari lealisti dell’Irlanda del Nord. Da questo si capisce come la storia della Miami Showband sia estremamente paradigmatica, estremamente esplicativa di quello che accadde non soltanto in quegli anni, ma anche in seguito, in Irlanda del Nord e che è assolutamente capace di spiegare molto bene che quello non fu un conflitto di religione, non fu neanche una guerra civile in senso stretto, bensì fu sostanzialmente un’insurrezione anticoloniale laddove all’oppressione e al colonialismo britannico si contrappose una forma di reazione, prima disarmata attraverso il movimento per i diritti civili negli anni ‘60 e poi armata attraverso l’IRA e altri gruppi armati, indipendentisti e clandestini. Ma il ruolo dello Stato britannico – quindi dell’esercito e dei servizi segreti e anche della polizia dell’Irlanda del Nord – non fu affatto, come ci è stato fatto credere a lungo dai nostri mezzi di informazione in Italia e non solo, un ruolo di interposizione; non fu affatto un ruolo di peacekeeping, ma fu una parte attiva e letale di un conflitto che non si configurò mai semplicemente come un conflitto tra cattolici e protestanti, bensì come un conflitto tra Stato britannico – espressione coloniale di quelli che erano i discendenti dei coloni protestanti arrivati molti secoli prima e che adesso è la comunità unionista protestante – e la comunità che era stata invece discriminata per secoli e poi fino ai giorni nostri, ossia la comunità cattolica. Quindi quella della Miami Showband è una storia che, a mio avviso, spiega molto bene quello che è accaduto in quegli anni ma anche in seguito in Irlanda del Nord.

(Riccardo Michelucci)

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