Archivio articoli per la categoria ‘Attualità’

Cover come Copertina

di admin

30 luglio 2010

Dagli archivi di “Dispenser”, un programma di Rai Radio Due, un ringraziamento ad Angela Bucella per le note che seguono.

TOUCHABLE SOUND: LE MIGLIORI COPERTINE DELLA STORIA MUSICALE

Ne esistono di colorati, dal trasparente, al giallo, passando per il rosa, il maculato, l’ocra e il nero.
Ma si possono trovare anche profumati al gelsomino, basilico, cioccolato e ciliegia.
Stiamo parlando dei dischi in vinile, ufficialmente introdotti nel 1948 negli Stati Uniti come evoluzione dei precedenti 78 giri che erano in gommalacca.

Nel 2002, l’artista britannico Roger Dean, conosciuto per aver realizzato le copertine di alcuni dei più grandi album della storia, ha pubblicato 45 RPM: Visual History of the Seven-Inch Record, una raccolta delle più belle copertine di 45 giri, in ordine cronologico.

Adesso, anche il Sound Screen Design, uno studio fotografico di New York, ha deciso di realizzare un libro simile: Touchable Sound: Twenty Years Of 7” Record Design, che rispetto al precedente analizza soltanto le copertine dei dischi usciti a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘90.

Il volume è stato realizzato coinvolgendo numerosi collezionisti.

Nel libro sono presenti più di 200 copertine di cui viene indicato anno di uscita e nome della band.
L’ultima parte invece è dedicata alle venti cover più belle, delle quali viene raccontata la storia.

Si parte dalla Butcher Cover , copertina del macellaio, di “Yesterday and Today”, raccolta dei Beatles pubblicata esclusivamente negli Stati Uniti nel 1966.
L’immagine rappresenta i membri della band con in mano dei coltelli, circondati da numerose bambole fatte a pezzi e abbondanti macchie di sangue.
La particolarità sta nel fatto che la copertina, ritenuta troppo splatter, venne rifatta.

Al secondo posto si trova invece invece “Part One”, disco della West Coast Pop Art Experimental Band, gruppo psichedelico losangelino, pubblicato inizialmente in sole 100 copie: un’immagine astratta dai colori fluo con scritte in tipico carattere anni ’70.

Segue l’album “An Anthology”, dello statunitense Duane Allman, realizzato un anno dopo la morte dell’artista.
La copertina mostra una foto del musicista, ritenuto uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, in jeans e petto nudo mentre pesca in un lago.

Nella raccolta non mancano classici come “Destroyers” dei Kiss, “Never Mind The Bollocks” dei Sex Pistols e “The Velvet Underground & Nico”, album d’esordio dell’omonima band pubblicato nel 1967 dalla Verve Records.
La copertina di quest’ultimo, sul quale compare una banana disegnata da Andy Warhol, ha fatto sì che il disco fosse anche conosciuto come “banana album”, riferimento esplicito al sesso maschile.
Sulla cover non compare né il nome del gruppo né quello della casa discografica, ma solo la firma del famoso artista.
Nella prima stampa, la banana era coperta da un adesivo con scritto peel slowly and see, sbucciate lentamente e guardate.

Insomma, come dichiara il team di Sound Screen Design, la musica è importante, ma l’immagine, a volte, lo è molto di più.

Angela Bucella

Una Giornata a 33 Giri

di Roberto Anghinoni

28 aprile 2010

È uscito anche il sole, lo scorso 18 aprile, per dare uno sguardo alle 400 copertine di dischi esposte presso la Biblioteca San Polo, in via Tiziano a Brescia, per la prima edizione di “Il Discobolo” (quando un LP è più di un semplice disco) organizzata da Sergio Zappavigna con la collaborazione di Luigi Carimando, responsabile della Biblioteca, di Franco Ghigini, e di un manipolo di eroi vinilici.

La Vinyl Legacy Association era presente con un suo banchetto, mai saremmo potuti mancare a un simile appuntamento, troppo gustoso passare le copertine una per una e, come si faceva una volta con le figurine, mormorare i fatidici “celo/ manca”. È stato insomma un pomeriggio simpatico e divertente, così come assolutamente interessante per la presenza di personaggi importanti della storia musicale italiana.

Sono infatti interventi Pilli Cossa e Mauro Gnecchi della prima, leggendaria formazione del Biglietto per l’Inferno; Paolo Siani, batterista della Nuova Idea, e altri ospiti ancora. Ma non si è parlato solo di musica: Mimmo Franzinelli, storico (della Storia, ma anche della musica folk e rock) ha presentato il suo ultimo libro “Rock e servizi segreti”.

Poi, bruschetta per tutti, insieme alla notizia in tempo reale della liberazione dei tre collaboratori di Emergency, presente anche lei con un suo banchetto. Si poteva chiedere di più?

I cinque vinilomani nella foto sono, da sinistra a destra, Sergio Zappavigna, Rinaldo Capra, Franco Ghigini, Pierre Combini e Fabio Bonazzoli

Record Store Day 2010

di Marco_Tagliabue

9 aprile 2010

Record Store Day

Sabato 17 aprile 2010 si terrà in tutto il mondo l’ormai consueto appuntamento annuale con il  Record Store Day, la festa dei piccoli negozi di dischi la vita dei quali negli ultimi anni è stata messa in seria difficoltà tanto dalla diffusione dei formati digitali che dal dilagare delle grandi catene di distribuzione.

Per l’occasione, i Metallica e i Black Sabbath daranno alle stampe uno speciale 45 giri che conterrà su un lato “Frantic” del gruppo californiano e sull’altro una versione alternativa della celebre “Paranoid” cantata da Ozzy Osbourne. Il disco sarà tirato in sole 1000 copie.

Ma l’evento clou del Record Store Day 2010 sarà il ritorno su vinile dei Blur con due brani inediti, i primi dal 2003 a questa parte, con un 7″ in edizione limitata a 1.000 copie che sarà venduto il 17 aprile nei circuito dei negozi indipendenti aderenti al Record Store Day. ”Vogliamo che i negozi di dischi indipendenti sopravvivano, sono una parte importante della nostra cultura musicale“  ha riferito il frontman dei Blur Damon Albarn al Sun, “la musica è un modo semplice per i Blur di mostrare il loro supporto e speriamo che il pubblico lo gradisca“. A questo punto, dopo la reunion live all’Hyde Park di Londra ed in alcuni festival estivi nello scorso anno, l’attesa per un ritorno “totale” dei Blur si fa sempre più pressante. 

Le due iniziative che vi abbiamo illustrato rientrano in una più vasta serie di pubblicazioni di 7″ limitati a 1.000 copie che il gruppo EMI/Parlophone dedicherà al Record Store Day 2010. “La Parlophone ed i suoi artisti riconoscono l’importanza dei negozi di dischi indipendenti non solo per la diffusione dei nomi nuovi, ma anche per quella dell’intero catalogo. Mostrare la disponibilità di supportare questa campagna con alcune interessanti uscite a 7″, dai Beatles ai Bat For Lashes, è il nostro modo di ringraziarli per il loro continuo supporto” ha riferito in un comunicato il presidente della Parlophone Miles Leonard.

Il singolo dei Beatles comprenderà “Paperback Writer” e “Rain”, mentre è prevista la partecipazione, fra gli altri artisti, di Lily Allen, Chiddy Bang, Tinie Tempah, gli Hot Chip ed i Pet Shop Boys. Neil Tennant dei Pet Shop Boys ha aggiunto: “I negozi di dischi indipendenti giocano un ruolo vitale nella diffusione della musica dai margini al mainstream. Siamo onorati di contribuire con un singolo disponibile soltanto nei negozi indipendenti in occasione del Record Store Day”.

Che la festa, dunque, cominci…             

IL DISCOBOLO – Protagoniste le copertine dei dischi

di Roberto Anghinoni

8 aprile 2010

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Domenica 18 aprile a Brescia, in Via Tiziano, 246, presso la Biblioteca San Polo, oltre 400 copertine di LP della storia della nostra musica tornano alla luce in una rassegna a loro dedicata e organizzata da Sergio Zappavigna. La Vinyl Legacy Association sarà presente per un doveroso atto d’amore e di riconoscenza. Saranno presenti, fra gli altri, Mimmo Franzinelli, autore di numerosi libri che, per l’occasione, presenterà il suo nuovo volume “Rock e servizi segreti” per Bollati Boringhieri, Mauro Gnecchi dell’indimenticabile Biglietto per l’Inferno, Enrico Maria Papes, leggendario batterista dei Giganti, eccetera, eccetera, eccetera.
La manifestazione inizia alle ore 15, il programma è folto e nutrito: musica (Daniele Ardemagni e Raindrops), chiacchiere e anche un aperitivo. L’ingresso è libero. Uscita Brescia Centro. Accorrete numerosi!

Radio 3 Vinile Day

di admin

11 marzo 2010

Martedì 23 marzo tutta la musica di Radio 3 (FM 99.4/99.9 per Milano e dintorni) andrà in onda rigorosamente da dischi in vinile.

Per tutta la giornata, dalle 6 di mattina all’una di notte, il “Radio 3 Vinile Day” vedrà sfilare la migliore classica, etnica, jazz, rock, elettronica e quant’altro di ieri e di oggi “inseguendo il culto del vinile in tutte le sue declinazioni” , come recita il comunicato stampa. Speciali dedicati agli aspetti tecnici del vinile, ai libri sul vinile, alle pubblicazioni curiose ed eccentriche.

Sul sito di Radio 3 sarà allestita una fotogallery che racconterà le passioni “viniliche” degli ascoltatori, siano esse musicali e/o grafiche per gli indimenticabili artwork delle copertine. Per essere presenti basterà inviare una foto accompagnata da una breve didascalia all’indirizzo mail radio3web@rai.it con soggetto “Vinile Day”, indicando nome cognome e città. 

Ci vediamo da quelle parti, allora…

Milano hi-end 2010

di admin

26 febbraio 2010

Sabato 27 e Domenica 28 Febbraio 2010 dalle ore 9,00 alle ore 18,00 si terrà presso il Centro Congressi NH Jolly Hotel di MilanoFiori Assago (MI) ”Milano hi-end 2010“, 11° edizione della “rassegna della sola alta fedeltà a due canali”.

L’analogico è più logico

di Roberto Anghinoni

23 febbraio 2010

In un articolo apparso sul sito del Corriere della Sera dello scorso 17 febbraio, a firma Federico Cella, l’autore fornisce le cifre del mercato della musica, numeri dichiarati da Deloitte e da Nielsen Soundscan, oltre che da Fimi – Confindustria. Forse può risultare noioso tornarci anche una volta ogni tanto su questi argomenti, ma credo che qualche spunto di riflessione, magari di condivisione così come di sana critica, sia opportuno. Noi siamo qui per salvaguardare e chissà forse anche rilanciare (se basta parlarne) il supporto fonografico vinilico, ma ragazzi viviamo in un mondo che ha perso la speranza. Intanto qualche numero: il fatturato della musica digitale, quella che viene ovviamente scaricata legalmente, i dati riguardano il periodo 2009 rispetto al 2008, ha avuto un incremento del 27% che permette di raggiungere i 21 milioni di Euro di fatturato. Per contro, i supporti tradizionali (LP e CD) hanno fatturato nel 2009 144 milioni di Euro, mentre nel 2008 i milioni erano 178, con quindi una flessione del 19%. Questi i dati ufficiali di Confindustria. Per Deloitte, la perdita dei supporti tradizionali è del 24%, una percentuale che è finita pari pari nel mercato digitale. La per noi tragica notizia è che, secondo Nielsen Soundscan, il vinile, dopo due anni di crescita, ha fatto registrare una flessione del 7%, fermando il fatturato a 1,4 milioni di Euro. Un dato che ovviamente non tiene conto (e non potrebbe) del mercato del vinile usato, che credo sia almeno cinque o sei volte superiore a quello dei dischi nuovi, non foss’altro che per la quantità di dischi esistenti nel globo.

SI SALVI CHI PUÒ

Sarà la crisi strutturale e generale che ha colpito e continua a infierire un po’ in tutti i settori merceologici della nostra economia, sarà che i dischi sono troppo cari e non c’è stato uno straccio di governo capace di abbassare almeno l’aliquota Iva, ma secondo me il problema è un altro. L’ho già scritto, lo ripeto. Oggi la musica è in ostaggio della mediocrità del mondo che la ospita. Si scarica un disco come l’orario dei treni, come una ricetta, o come una qualsiasi cosa senza valore. Stessa cosa per i film, e così via. Siamo un popolo di sprovveduti e non ce ne rendiamo conto, anzi, ogni furbata, ogni insulto al rispetto per le cose e per la gente, per l’arte nel nostro caso, è diventato un motivo di vanto, di orgoglio e del relativo apprezzamento del pubblico (non pagante). Con questa premessa è difficile che il mercato discografico possa in tempi brevi (o lunghi) ritrovare il segno + nei suoi fatturati. Non abbiamo la cultura della musica, non siamo in grado di discernere il buono dall’ignobile, ci beviamo tutte le porcate che il mercato discografico, più ignorante di noi, ci propina. E ci appassioniamo anche. Per un eccesso di snobismo mi sono sorbito in questi giorni il Festival di Sanremo. Comunico ufficialmente che il livello della nostra cultura musicale è esattamente quello di tutti coloro che, con il loro voto (ma sarà vero? Non saranno forse le case discografiche che con lauti assegni mandano avanti questa o quella canzone?) hanno mandato in finale Pupo e la sua cricca. A parte un paio di canzoni, devo dire che siamo veramente alla frutta, anzi, al caffè e, ovviamente, il paio di canzoni a mio avviso apprezzabili in finale non ci è arrivato.

CHI HA VOGLIA DI FARE QUALCOSA?
Se il trend delle vendite dei dischi, in generale, dovesse essere confermato, fra cinque o sei anni (alla media del -20%) nessuno produrrà più musica. Oppure finiremo tutti a ricoglionirci davanti al computer a scaricare a destra e manca come degli alieni. Ovviamente, in Italia e anche in altri paesi l’amore per la musica e il prodotto musicale di qualità esiste. La nicchia è sempre più piccola ma c’è. Premesso che i responsabili delle grandi case discografiche sarebbero da internare, perché sono solo dei faccendieri al servizio delle società finanziarie e non degli editori musicali e sono loro la causa del massacro del mercato discografico, a me piacerebbe molto che il nucleo sano della nostra società imprenditoriale e intellettuale trovasse la forza di unirsi. Non so in che modo, o in che forma, ma finché uno rimane piccolo non ce la farà mai. Io credo che sia una questione di sopravvivenza, la loro e quella dei prodotti che certamente con fatica e sacrifici confezionano. Qui siamo in piena “resistenza” non è difficile da capire. E sono tempi così grami che ho cominciato a guardare i CD con tenerezza. Se il 99% della gente ha deciso di abbruttirsi, non è per forza detto che il rimanente 1% debba fare altrettanto. L’obiettivo è diventare il 2% e iniziare a ricostruire, tutti insieme, una nuova sensibilità verso quello che ascoltiamo, partendo magari dal “come” lo ascoltiamo, o anche dal “perché”. Non sto facendo un discorso di generi musicali, ognuno ama la musica e gli artisti che ama, massimo rispetto sempre. Mi piacerebbe però che l’oggetto della mia passione, una passione che credo sia condivisa da moltissime persone, vivesse in un ambiente un po’ più dignitoso e rispettoso. Ma siccome dignità e rispetto difficilmente generano utili, mi sa tanto che ho scritto ancora una volta un sacco di parole per niente, e mi sa anche che fra non so quanto lo rifarò.

White Lies in Concerto – Alcatraz, 17 febbraio 2010

di admin

20 febbraio 2010

Articolo scritto da Anna Almanza

Bugie innocenti EPPURE emozionanti verità.

La critica musicale ci aveva avvertiti: un gruppo di veri emulatori, abilmente costruiti sulla falsa riga di Joy Division & Co.

EPPURE non ci avevano avvisato che questi ragazzi sanno esattamente chi sono, interpretando una musica e uno stile che loro stessi amano. Ascoltare una band dal vivo forse ha questo vantaggio: respirarne l’affiatamento, notarne l’abilità, la flessibilità, l’impegno e la consapevolezza di non essere superiori a nessuno, ma probabilmente solo secondi, terzi, (ma anche quarti…), insieme a molti altri.

Così, non mi stupisco di trovarli vestiti in camicia nera (ad eccezione del bassista che di nero aveva una maglietta…) come ci hanno abituato gli Interpol, o di notare una certa somiglianza del leader allo stile del miglior Ian Curtis, sguardo cupo e animo dannato.

EPPURE, il set è divertente, potente, compatto, coinvolgente e quasi genuino. Dopo i primi brani (la setlist si apre con l’energica “Farewell to the fairground”, cui seguono “Taxidermy” e la cupa “The price of love”) Harry Mc Veigh (voce e chitarra) ringrazia il suo pubblico dal quale non si aspettava probabilmente tanta accoglienza e ribadisce: “Noi siamo solo i White Lies…” quasi una dichiarazione di umiltà al cospetto dei predecessori che emulano con garbo e senza pretese, con franchezza e trasparenza, con trasporto e moltissima concentrazione.

La platea si scalda con l’incalzante singolo che li ha lanciati in tutto il mondo “To lose my life”, ma a cui dedicano giustamente poco spazio, (visto il consenso già fuori dal palco) e nonostante faccia ballare tutti indistintamente (anche la sicurezza batteva il tempo!).

Reinterpretando tutte le canzoni del loro unico album (“To lose my life”, uscito proprio a gennaio dell’anno scorso), i White Lies ci regalano la loro più personale “E.S.T., anche se probabilmente la meno coinvolgente tra il pubblico e “A place to hide” che scorre un po’ senza lasciar traccia, ma ci emozionano con “Unfinished Business” (vedi alla voce Joy Division) che preannuncia, in realtà, la fine della serata.

Una breve pausa fa da sponda tra uno stupendo successo del passato dei Talking Heads (“Heaven”) e un più ritmato presente che chiude con “Death”: il culmine di una perfetta sinergia tra una chitarra tagliente, intrecciata ad un basso mai banale e sintetizzatori e organi in perfetto stile anni 80.

Probabilmente anche questa volta la critica non esalterà le grazie di un’originalissima band; parlando di 12 tracce più o meno patinate, che omaggiano i Joy Division, passando per l’energia degli Editors e il carisma degli Interpol, saranno intitolati i “sopravvalutati” o qualcosa del genere.

EPPURE, mercoledì, all’Alcatraz, ci sono piaciuti davvero.

Un eroe dei nostri giorni…

di Marco_Tagliabue

1 febbraio 2010

Questo articolo è tratto dal sito web della Fondazione Premio Napoli e risale al 2008…

…sono passati quasi due anni e tante cose possono essere cambiate, ma spero ardentemente che Tattoo Records sia ancora al suo posto, a resistere sprezzante a tutte le intemperie con il suo fiero Nostromo sul ponte di comando…

…in ogni caso è una storia, forse di altri tempi, che merita di essere conosciuta e condivisa, perchè è grazie a quelli come Enzo che tante cose hanno ancora un senso…

 

 

 

TATTOO RECORDS
In direzione ostinata e contraria
 
 di Athos Zontini
 

Oggi Enzo ha un’aria triste, quando entro mi saluta senza sforzarsi di sorridere e mi racconta che un’ora fa sono passate in negozio tre ragazze di Avellino a prendere un’antologia di Murolo degli anni settanta, sei vinili piuttosto rari che aveva in negozio ancora nuovi. Mi devi credere, insiste Enzo, non avranno avuto più di vent’anni, le gambe più dritte che abbia mai visto.
Mentre rimpiango di non essere arrivato un’ora prima, mi dice che queste tre lo hanno appena richiamato. Sono state scippate, gli hanno preso anche una delle buste con i dischi, speravano ne avesse altre copie. Enzo non se ne fa capace, tre ragazze come quelle che invece di andare a spendere soldi per negozi a via Roma sono venute in treno da Avellino a comprare dischi d’epoca. Con tanti imbecilli che camminano in mezzo alla strada potevano scippare qualcun altro.

Prima di vendere dischi Enzo Pone faceva il ferroviere a Milano. Per anni ha gestito gli scambi dei binari con un registratore in tasca e le cuffie all’orecchie, ne parla come una malattia della musica mentre lo immagino che cammina sulle rotaie ascoltando Coltraine e guardandosi intorno vede la vita di un altro.
All’inizio degli anni ottanta ha lasciato tutto e se n’è tornato a vivere a Napoli. La musica era l’unica cosa a cui andava dietro da sempre ma non lo sapeva bene neanche lui cosa avrebbe fatto per vivere, finché dopo qualche mese ha visto un locale all’angolo di piazzetta Nilo col cartello “cedesi” sulle saracinesche, un posto ideale per un negozio di dischi.

Tattoo Records ha aperto nell’82. Quando gli ho chiesto perché lo ha chiamato così, Enzo ha accennato a un negozio di New York, pieno di picture disc appesi alle pareti, dove una ragazza lo ha portato una sera. I disegni sulle facciate dei vinili sembravano tatuaggi, ha detto senza dargli troppa importanza.
Tattoo è stato il primo negozio a Napoli di dischi d’importazione. Enzo si rivolgeva a dei piccoli distributori indipendenti, come l’IRD, che facevano ricerca in tutto il mondo e riuscivano a procurargli titoli ignorati dai cataloghi dei grossi importatori italiani. I dischi se li faceva mandare da Milano, a spese sue, con un corriere espresso che consegnava in ventiquattr’ore. Anche due, tre volte alla settimana. Lo stesso ricambio di una salumeria. I giorni di consegna, ricorda, c’erano ragazzi ad aspettare fuori al negozio l’arrivo del camion per aprire i pacchi insieme a lui e sentire subito cos’era arrivato di nuovo. Erano gli anni ottanta, c’era ancora fame di musica.

Tattoo andava così bene che nel ‘91 Enzo ha aperto un altro negozio a piazza Bellini, dove adesso c’è il caffè arabo. “Il sole anche di notte” faceva orario continuato dalla mattina fino a notte tardi, sette giorni su sette, anche di domenica. L’idea era di arrivare a tenerlo sempre aperto, un negozio di dischi dove poter andare dopo cena o all’alba, che non chiudesse mai.
A farlo fallire dice che è stata la guerra del golfo. Quando è scoppiata la gente ha smesso di uscire. Fino all’anno prima a Napoli c’era più vita di notte che di giorno, poi all’improvviso stavano tutti davanti alla televisione.

Nel giro di pochi anni le cose hanno cominciato a mettersi male per tutti i piccoli negozi di dischi, si vendeva sempre meno, anche Tattoo era sull’orlo del fallimento. Enzo è riuscito a tenerlo aperto anche in perdita solo grazie ad un’altra attività che aveva cominciato da poco. Dall’89 al 94 ha organizzato la maggior parte dei concerti jazz in Campania, portando per la prima volta a Napoli Charlie Haden, John Abercrombie, Paul Motian, Joe Lovano, Bill Frisell, Cassandra Wilson e molti altri. Per guadagnarci era costretto a comprare quattro, cinque date alla volta. Prenderne solo una sarebbe stato antieconomico. La maggior parte dei concerti venivano fissati tra Milano e Bologna e già pagando il viaggio ai musicisti fino a Napoli non rientrava nelle spese, dopodichè c’erano vitto e alloggio per il gruppo, trasporto e scarico materiali, tutto a spese sue fino all’attacchinaggio dei manifesti che si faceva da solo. Di quegli anni si ricorda quanto dormiva poco, tutto il giorno al negozio e la notte avanti e indietro in autostrada su un furgone.

L’unica cosa che mi importa, ripete spesso Enzo, è che Tattoo resti aperto. Da quasi trent’anni passa più tempo lì dentro che a casa sua, e non per modo di dire, fa orario continuato dalla mattina alle otto di sera, compresa la domenica fino a ora di pranzo. Da quando lo conosco questo posto è sempre lo stesso, la musica alta tutto il giorno, scatole a terra da aprire, dappertutto dischi ancora da sistemare negli scaffali e fogli sparsi sul bancone dove segna gli ordini dei clienti con una grafia illeggibile.

Negli ultimi anni quasi tutti i piccoli negozi di dischi hanno dovuto chiudere o si sono trasformati in qualcos’altro, costretti dalla famigerata crisi delle vendite ma soprattutto dalla presenza troppo ingombrante dei megastore, che tra Vomero e Chiaia sembra si siano spartiti definitivamente la città. Tattoo è uno degli ultimi sopravvissuti, continua ad andare ostinatamente per la sua strada con una politica irriverente, a cominciare dal costo dei dischi.
Per tenere i prezzi sempre più bassi possibile, anche sulle nuove uscite, Enzo compra dalle major solo nei mesi di promozione, quando dal catalogo vengono messi in offerta gli album che stentano a vendere. Ne prende due, tremila copie alla volta, così gli durano tutto l’anno sempre a dieci euro e novanta. I dischi che ancora vendono bene e non vanno mai in promozione si rifiuta di prenderli, tanto per fare un esempio da lui non si trovano i Genesis. La stessa cosa vale anche per il vinile. Oltre all’usato, che si fa arrivare da mezzo mondo in condizioni perfette, da un po’ di tempo sta anche comprando in America edizioni nuove di vecchi album, appena ristampati, che gli costano un terzo di quanto li pagherebbe in Italia.

Ma non è per questo, almeno non solo, che Tattoo riesce a resistere, a rimanere ancora aperto. A fare la differenza è il modo in cui Enzo fa il suo mestiere. Oltre ad avere una cultura musicale raffinata e vastissima, passa ore a parlare di musica e far sentire dischi ai clienti. Da lui si trovano rarità come vinili di Ida Cox degli anni trenta, album fuori produzione come Mistery Lady di Etta James che reinterpreta Billy Holiday o Famous Blue Raincoat di Jennifer Warnes, cover di Leonard Cohen arrangiate dallo stesso Cohen, fino a roba d’importazione che difficilmente si vede in Italia, come Lagrimas Negras di Bebo Valdés e Diego “el cigala” o El Carretero di Guillermo Portabales, un disco di salsa campesina, la salsa malinconica dei montanari, tutto suonato con una chitarra preparata che sembra un sitar.

Anche oggi come al solito sono uscito da Tattoo con molti più dischi di quanti me ne posso permettere. C’era una copia ancora nuova di Anidride solforosa di Dalla che cercavo di ritrovare da anni, If I Could Only Remember my Name di David Crosby, non si sa come solo a otto euro visto che lo hanno appena ristampato, Gospel Train di Sister Rosetta Harp, A Woman Alone with the Blues di Maria Muldaur e Le Nuvole di De Andrè, tutti a prezzo speciale, i soliti dieci euro e novanta. Le Nuvole è un disco che avevo e che ho perso, tornato a casa è il primo che ho riascoltato. C’è una citazione nel libretto che non ricordavo più. Mi ha fatto pensare a Enzo e al suo negozio di dischi, alla sua resistenza appassionata. È una frase di Samuel Bellamy, pirata delle Antille del XIII secolo, che dice “…io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo quanto colui che ha cento navi in mare”.

Il Sole 24 Ore…a 33 giri

di Marco_Tagliabue

14 gennaio 2010

Alcune informazioni tratte dall’articolo “Il vinile continua a sedurre”, di Fabrizio Patti, da “Il Sole 24 Ore” di lunedì 11 gennaio 2010.

Dopo la vera e propria esplosione del 2008 (+220% in termini di volume rispetto al 2007, ovvero 112mila dischi contro i 35mila dell’anno precedente, e +232% in termini di fatturato, ovvero 1,515 milioni di euro invece di 457mila euro), il mercato del vinile ha registrato nel corso del 2009 un’ulteriore crescita del 16%.  Anche negli Stati Uniti il 2009 ha visto il segmento in crescita, con un +35%. Continua invece il bagno di sangue che vede le vendite dei CD in ulteriore calo del 22%. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno bisogna però ricordare che, complessivamente, l’incidenza che ha il mercato dei 33 giri sul fatturato totale dell’industria discografica è pari all’1%. Un misero 1% che, comunque, l’industria mostra di non voler certo disprezzare, soprattutto attraverso il mercato delle ristampe.

Qualche altro numero che farà sorridere…ma tant’è. Il vinile più venduto in Italia nel corso del 2009 è risultato “Il Mondo Che Vorrei” di Vasco Rossi, ma non ci è dato di sapere in quante copie si misuri il suo successo. In compenso possiamo svelarvi che il best seller 2009 alla Fnac Italiana, una delle catene della grande distribuzione più attente al fenomeno, è stato l’immarcescibile “Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, con un totale di 174 copie vendute (!). A seguire “Working On A Dream” di Springsteen. In un negozio medio della catena francese sono presenti circa 500 dischi, prevelentemente di musica rock, corrispondenti a 300-350 titoli. Il fatturato del segmento è comunque superiore alla media del mercato, con un 1,5% contro l’1%.

E per finire l’identikit dell’appassionato. In base ai dati dell’osservatorio  Fimi, l’acquirente medio ha un’età compresa tra i 30 ed i 45 anni, con una concentrazione maggiore sui 40 anni. Sono però in aumento anche i giovani, che per contro sono quelli che stanno maggiormente abbandonando il CD. Le motivazioni sono diverse. Da una parte i “sofisticati”, ovvero coloro che sono convinti che il disco abbia un suono migliore del CD, dall’altra un ruolo chiave nella tendenza lo gioca l’effetto combinato del gusto per il vintage e della voglia di materialità. E poi, ma questo lo dico io, ci sono i “drogati” come noi…che sono quelli che non muoiono mai!