ALICE COOPER: Torino, Pala Alpitour 10/9/2019

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Dopo parecchi anni di assenza il circo di Alice Cooper è ripassato da Torino per l’unica data italiana del “Ol’ Black Eyes Tour”. Nato a Detroit nel ’48, Vincent Damon Furnier, scoperto alla fine degli anni sessanta da Frank Zappa, ha avuto il suo periodo di maggiore creatività e popolarità negli anni settanta con la Alice Cooper Band, un quintetto completato dalla sezione ritmica di Neal Smith e Dennis Dunaway e dalla doppia chitarra di Glen Buxton e Michael Bruce. School’s Out e Billion Dollar Babies, pubblicati dalla Warner Bros nel ’72 e ’73 i dischi migliori, ma anche Killer, Love It To Death e Muscle Of Love non sono da trascurare. Dopo la separazione dai compagni, Alice ha pubblicato Welcome To My Nightmare, l’ultimo grande successo, prima di un calo progressivo dovuto anche a problemi di droga e alcool. Ma alla fine degli anni ottanta è tornato in vetta con Raise Your Fist And Yell, Trash e Hey Stoopid, adeguandosi all’hard rock di stampo californiano che imperava in quel periodo. Oggi, superati i settanta, è un’icona della musica e del rock teatrale, nonché dell’horror in generale, vista la partecipazione a parecchi film e l’influenza che ha avuto anche in questo settore.

Il suo set è stato preceduto dal valido supporto dei Black Stone Cherry, quartetto del Kentucky guidato dalla voce e chitarra solista di Chris Robertson. In attività dal 2001, hanno pubblicato sei album in studio e cinque Ep (è appena uscito Back To Blues Vol. 2, secondo Ep di covers di blues), accolti con interesse più in Europa che negli Usa. Si sono presentati in sei con l’aggiunta di un percussionista e di un tastierista che si è sentito poco, sommerso dalle chitarre e dalla potente batteria di John Fred Young (figlio di Richard dei Kentucky Headhunters), privilegiando i brani più muscolari del loro repertorio tra i quali Burnin’, Cheaper To Drink Alone (in cui hanno inserito un segmento di Foxey Lady) e la conclusiva Family Tree.

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Un tendone con due occhi minacciosi ha nascosto la preparazione del palco, svelato quando Cooper ha iniziato lo show puntualissimo alle 21. Costruito su due piani come un castello con una serie di oggetti da film horror (bara, teschi, candelabri…) è stato l’adeguata ambientazione per lo spettacolo. L’attuale band comprende ben tre chitarristi che si dividono in modo calibrato le parti soliste: Ryan Roxie con Alice dal ’96 (ha suonato anche con Slash) che rappresenta il suono californiano degli anni ottanta, Tommy Henriksen, esperto produttore e ingegnere del suono che ha lavorato con artisti come Meat Loaf e Lady Gaga e l’esplosiva Nina Strauss, musicista emergente di Los Angeles dal fisico statuario, emula di Ed Van Halen, da cinque anni nel gruppo. La sezione ritmica è formata dal bassista Chuck Garric (ex RJ Dio) in formazione dal 2007 e dall’estroso batterista Glen Sobel, che con Henriksen affianca Cooper anche negli Hollywood Vampires, il supergruppo formato con Joe Perry degli Aerosmith e l’attore Johnny Depp.

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Feed My Frankenstein ha fatto temere per la voce di Alice, ma era solo un problema tecnico risolto già con No More Mr. Nice Guy, uno dei classici di Billion Dollar Babies. Il cantante si è spesso cambiato, tra pantaloni da pirata, camicie sporche di sangue, camicia di forza, frac, spade, coltelli, accette…non si è fatto mancare niente. Il repertorio ha toccato i momenti migliori della carriera, tra i quali Bed Of Nails e Poison da Trash, I’m Eighteen, Muscle Of Love e Fallen In Love dal recente Paranormal, con tanto di armonica. L’assolo metallico e iperveloce di Nina ha introdotto Roses On White Lace in cui è salita sul palco la moglie Sheryl Goddard che lo accompagna sempre dal vivo, vestita da sposa. L’aspetto teatrale ha avuto maggiore impatto da questo momento, specialmente dopo gli strumentali Devil’s Food e Black Widow Jam, nei quali ogni musicista ha avuto uno spazio solista, con la trilogia Steven, Dead Babies (efficaci le proiezioni di neonati) e I Love The Death, con l’entrata della ghigliottina e il taglio della testa di Cooper mostrata al pubblico dalla bambinaia Sheryl (sempre con toni ironici). Escape e Teenage Frankenstein, con tanto di mostro sul palco, hanno chiuso il set ma, dopo una breve pausa, Alice è tornato vestito con la maglia della nazionale di calcio italiana (numero 18 ovviamente) per una travolgente Under My Wheels, seguita dall’inevitabile inno School’s Out, cantato da tutto il pubblico e accompagnato da lanci di coriandoli e palloncini. Preciso, professionale, divertente…non si può chiedere di più a un musicista che il meglio lo ha dato da tempo, ma si mantiene su livelli più che decorosi.

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