Gregg Stewart: un anno, due dischi.

Cresciuto nel New Jersey, Gregg si trasferisce in California a sedici anni per completare gli studi e cercare di emergere nel mondo dell’arte, ma si ritrova a lavorare in Ontario come manovratore di carrelli elevatori. In questo periodo inizia a suonare in una band di punk e a 22 anni firma un contratto come autore per la Emi, inserendosi nella scena di Los Angeles. Partecipa alla formazione di una band di pop/rock che firma per la Elektra, poi forma una label indipendente e incide nel ‘99 il primo disco della band Stewboss, Wanted A Girl nel quale compone, canta e suona la chitarra. Cinque brani sono inseriti in film e serie tv, compresa Let’s Go For A Ride nella colonna sonora di 3.000 Miles To Graceland (con Kevin Costner e Kurt Russell). Stewboss pubblicano altri tre dischi tra il 2002 e il 2006, senza ottenere visibilità in un ambiente competitivo come quello californiano. In seguito Gregg compone per numerosi film e documentari indipendenti, scrive per altri artisti e partecipa più recentemente al nuovo album dei Dead Rock West con tre canzoni. Finalmente a marzo pubblica il suo primo album solista, seguito sei mesi dopo da un disco di covers ispirato dagli artisti deceduti nel 2016.

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GREGG STEWART (Stewsongs 2017)
Ispirato dalla musica del 1978, che per Gregg non è l’anno della disco-music, ma quello di This Year’s Model, Powerage, One Nation Under A Groove, Some Girls, Easter e Darkness On The Edge Of Town, nonché dell’esordio di Tom Petty, Blondie, Cars e Van Halen, un anno pieno di diversità in campo musicale per merito di artisti di personalità, Gregg ha cercato di incidere un disco che traesse ispirazione da questa diversità e da questi musicisti, con un pizzico di modernità in più. Un’idea difficile da realizzare nel 2017 e che, in effetti, riesce in parte. Le intenzioni sono lodevoli, il risultato un po’ anonimo. Gregg ha una bella voce, è un cantautore pop-rock con influenze di Americana, è accompagnato da una band pregevole nella quale spiccano la batteria di Kevin Jarvis, il basso di Bob Glaub e le tastiere di Carl Byron, ma il materiale non ha la necessaria personalità e originalità per emergere. L’opener R Is For Rockstar è un pop-rock esuberante debitore dei Cars, Let’s Go Find A Night è un discreto up-tempo scanzonato, You’re The One è una canzone pop trascinante, ma You’re The One e Nobody Like You non brillano per originalità e Stone Cold Fox sembra una b-side di Joan Jett. In When The Work Is Done sembra aleggiare il fantasma di Johnny Cash, in Hey Doncha si respira un’aria da American Graffiti, mentre la conclusiva Mystery è un’intima ballata cantautorale interpretata con sentimento.

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TWENTYSIXTEEN (Stewsongs 2017)
La voglia di continuare a incidere e l’intenzione di ricordare gli artisti morti nel 2016 (o almeno alcuni di loro), hanno convinto Gregg a lavorare per mesi alla ricerca del materiale più adatto e vicino alla sua sensibilità, aiutato dal produttore e batterista Kevin Jarvis, dal tastierista Carl Byron e dal bassista Kurtis Keber che lo hanno coadiuvato nelle scelte e negli arrangiamenti. Il risultato è un disco tendenzialmente intimo, interpretato con essenzialità, da cantautore indie con influenze roots e pop. I brani scelti non sono scontati, anzi in alcuni casi sono spiazzanti, a partire da You Spin Me Round (Dead Or Alive), brano disco di Pete Burns rallentato e trasformato in un roots rock bluesato, proseguendo con A Different Corner di George Michael, ballata asciugata e ridotta al suo nucleo con piano e chitarra acustica in primo piano e con Rapsberry Beret, scatenato funky-soul di Prince che subisce lo stesso tipo di trattamento, diventando una ballata intima e delicata. Daisies è una ballata dei Viola Beach, sfortunata band indie scomparsa in un incidente stradale in Svezia, interpretata con delicatezza, come Sing A Song degli Earth Wind & Fire di Maurice White che, seppur meno impetuosa, mantiene un ritmo trascinante. Ogni brano è tendenzialmente arrangiato allo stesso modo da cantautore indie: rallentato, intimo, un po’ piatto e questo è un limite del disco, che però riesce in alcuni casi a far emergere la purezza delle canzoni, nascosta tra le righe. Come in One More Love Song di Leon Russell che diventa una ballata roots con un organo che ricorda The Band o in If I Could Only Fly di Blaze Foley, scelta per la versione di Merle Haggard o anche in High Flying Bird dei Jefferson Airplane, cantata dalla prima cantante Signe Anderson, mancata lo stesso giorno di Paul Kantner. Questi tre brani sono più vicini alla sensibilità di Stewart, ma anche la versione di Pure Imagination di Gene Wider, attore molto amato dall’artista, del quale interpreta questa sognante canzone tratta dalla colonna sonora di Willy Wonka, si lascia ascoltare. Nella parte finale emergono una rispettosa esecuzione di I Found Somebody di Glenn Frey, la sommessa Out In The Parking Lot del grande Guy Clark, una nostalgica Leaving The Table di Leonard Cohen dall’ultimo album dell’artista canadese e un’avvolgente Starman di David Bowie che chiude un album meno monocorde di quanto non appaia al primo ascolto.

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