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MOTHER ISLAND – Wet Moon

di Paolo Crazy Carnevale

5 febbraio 2018

Mother Island 05[637]

MOTHER ISLAND – Wet Moon (Go Down Records 2016)

Non avrei mai scoperto questo gruppo se non avessi assistito ad una loro performance in qualità di spalla dei Pretty Things lo scorso dicembre. E mai avrei immaginato che dalle nostre parti ci fosse qualcuno che avesse assimilato tanto bene il verbo psichedelico da realizzare un disco (e tenere concerti) come se si trovasse in un locale della Swingin’ London post beat o nella San Francisco del 1966 (con una cura incredibile anche del look).

Soprattutto trattandosi di ragazzi di provincia, perché questi Mother Island (il nome è la storpiatura del nome di un fungo allucinogeno) non vengono da un’area metropolitana, vengono dal veneto subalpino, dalla provincia di Vicenza, ma se non ve lo dicessero pensereste direttamente all’Oltremanica o ancor più all’Oltreoceano.

Wet Moon è il loro secondo disco e proprio in questo periodo sono al lavoro per dargli un seguito: è un signor disco dominato da tutte quelle caratteristiche che ci si aspetterebbe di trovare in un disco che appunto si rifà dichiaratamente ad un’era musicale ben precisa, anni luce da un presente in cui i suoni tendono sempre più ad essere uguali a sé stessi.

Dieci i brani del disco, non ci sono le lunghe jam strumentali che dal 1967 in poi sarebbero divenute di rigore nell’acid rock, bei tappeti sonori e grande voce, quella di Anita Formilan, magnetica e carismatica front woman dei Mother Island.

I brani sono frutto della collaborazione tra tutti i componenti del gruppo e in tutti si fa sentire il suono della chitarra di Nicolò De Franceschi, così vintage che più vintage non si può, come vintage è il suono delle tastiere, molto Farfisa, tastiere che però non ho visto in azione sul palco, dove erano invece presenti due chitarre.

Se l’apertura con il brano To The Wet Moon fa già comprendere la buona stoffa di cui i Mother Island sono fatti, la successiva On Days Like These è già un passo oltre, effetti fuzz, melodia e ritornello facilmente assimilabili, una voce che ricorda la grande Grace Slick, senza voler esserne una mera replica: la Formilan canta bene, tocca tonalità alte senza fatica e lavora la voce con una duttilità davvero impressionante, mentre i suoi soci – tutti formidabili – le costruiscono sotto un’architettura sonora coinvolgente, come nella desertica Twentynine Palms (presumo ispirata dall’omonima località ai bordi del deserto di Joshua Tree).

In The Meantime We Will Dance conferma la felicità di scrittura della formazione, mentre a chiudere il lato A del vinile c’è la spaziale Le Danse Macabre, molto suggestiva e cupa, dominata da tastiere effettate che rimandano di colpo alla psichedelia britannica dei primi Pink Floyd, non a caso indicati dal gruppo tra i propri mentori (insieme ad una serie di altri nomi).

Il lato B si apre sontuosamente con Normal Love, qui le tastiere sono più in sordina e sono le chitarre a venir fuori meglio, Easter Memories, guidata dal basso potrebbe provenire dai titoli di testa di un film di James Bond, ma la sorpresa è Heroin Sunrise quasi un blues, uno di quei blues cadenzati come la Summertime di Big Brother & The Holding Company, la Formilan però lo canta come la Slick di White Rabbit, cosa che conferisce particolare fascino alla composizione che finisce per svilupparsi in un bell’assolo di chitarra. The Heap, ha di nuovo il Farfisa dominante e un sound garagistico galoppante che sfocia in un finale da urlo in crescendo. La parola fine su questo disco da scoprire è la lenta Midnight Sun, ancora col basso guida e le tastiere insinuanti che forniscono alla cantante un terreno su cui muoversi con sicurezza e ispirazione.