AMILIA K. SPICER – Wow & Flutter

Amilia

Amilia K. Spicer – Wow & Flutter (Free Range Records 2017)

Si apre come un signor disco questa nuova fatica di Amilia K. Spicer, talentosa cantautrice di stanza sulla West Coast ma di fatto autentico concentrato di sonorità “americana” per via dei suoi vari spostamenti e delle sue frequentazioni di certi giri texani che con questa definizione vanno a nozze. Wow & Flutter è la più recente delle produzioni firmate da Steve McCormick ed è forse quella più eccellente, per quanto anche le altre siano riuscitissime, in costante e misurato equilibrio tra il lirismo di Emmylou Harris e la drammaticità di Lucinda Williams. Lui stesso non ha esitato nel definire il disco una gemma ed è difficile dargli torto.

La Spicer, per quanto assai poco nota alle nostre latitudini, dopo alcuni altri dischi da cantautrice e la partecipazione ad alcuni tribute album in cui ha reinterpretato Neil Young, Peter Case e Brian Wilson, mette sul piatto una dozzina di belle, a volte eccelse composizioni e lo spessore del disco viene subito tutto fuori fin dalla prima traccia, la convincente Fill Me Up in cui McCormick oltre a produrre infila anche un’azzeccata chitarra acustica e porta in dote il suo parterre di amici e collaboratori che in questo brano sono Michael Jerome, Eric Lynn e Joe Karnes. La titolare dal canto suo si alterna tra elettrica, banjo e organo Hammond C3. Bella anche la successiva Harlan, con ospiti la batteria di Andy Kamman (Phil Cody Band) e il basso di Tom Freund (cantautore in proprio e titolare di un rarissimo vinile condiviso insieme all’amico di sempre, tale Ben Harper, col quale si esibisce ancor oggi appena se ne presenti l’occasione). This Town è forse il brano più elaborato del disco, col maggior dispiego di strumenti, intenti a costruire una specie di riuscito wall of sound. McCormick si alterna tra elettriche ed acustiche mentre la Spicer si occupa della lap steel, ma ci imbattiamo anche nel mandolino di Matt Cartsonis (sempre del giro Cody, ma anche collaboratore di Warren Zevon e recentemente di John McEuen), ci sono i sassofoni del Blues Baron e le percussioni di Wally Ingram, mentre alla batteria ed al piano c’è nientemeno che Malcolm Burn che è responsabile del mixaggio dell’intero disco. Con la delicata Shotgun Amilia costruisce una serie di grandi armonie vocali che richiamano i lavori “pellerossa” di Robbie Robertson e certe frequentazioni africane del Paul Simon anni ottanta: si tratta di un brano riuscitissimo su cui lei mette l’acustica e lascia McCormick a far duettare l’elettrica e la slide con la mandola di Cartsonis. Tanto di cappello, davvero! Lightning sposta invece l’asse verso un suono più percussivo, ci sono ben quattro persone che si occupano di batteria e percussioni varie, tra cui lo stesso Steeve McCormick che lascia ad occuparsi delle chitarre l’illustre Gurf Morlix, grande amico della Spicer e titolato chitarrista che i frequentatori della scena texana di certo conoscono.

Con Train Wreck, brano in punta di piedi che ospita Tony Gilkyson alla chitarra, Mc Cormick porta alla corte della Spicer (impegnata oltre alle chitarre anche al piano e alla melodica) un altro dei suoi collaboratori preferiti, il bassista Daryl Johnson, che nel brano successivo, Shake It Off offre anche una bella prestazione vocale degna della sua militanza nella band dei fratelli Neville; ma non è tutto, nel brano – dallo sviluppo dannatamente intrigante – c’è un altro ospite da urlo, seduto dietro al suo Hammond B3 c’è infatti Mike Finnigan, titolare di alcuni buoni dischi come solista, tastierista live e in studio sia di Stephen Stills che di CSN, ma soprattutto autentico pezzo di storia del rock che ha messo le sue tastiere in un album fondamentale come l’Electric Ladyland di hendrixiana memoria! In Windchill Amilia e McCormick fan tutto da soli, alle prese con una canzone in odor di Emmylou Harris, quella della storia più recente, non solo quella prodotta da Lanois e suonata da Buddy Miller, quanto piuttosto quella di Red Dirt Girl in cui si rivelava insospettabilmente dotata autrice oltre che interprete, con la produzione di Malcolm Burn e la presenza in studio di Daryl Johnson ed Ethan Johns. Down To The Bone è ricca di suggestioni portate dall’uso di strumenti meno rock come il violino e il banjo o totalmente inusuali come le campane tibetane. In Wild Horses troviamo anche la pedal steel di Eric Heywood, altro musicista del giro McCormick mentre con Waht I’m Saying il ritmo si fa più sostenuto grazie alla ritmica efficace di Johnson e Jerome che regge il cantato della titolare impegnata ad intrecciare la sua lap steel con i suoni delle elettriche di McCormick e con l’Hammond stavolta affidato ad un’altra divinità dello strumento, quel Rami Jaffe che abbiamo imparato a conoscere attraverso i dischi dei Wallflowers e dei Foo Fighters. Ancora un brano da applausi.

Il finale, lento, soffuso, con le chitarre di Heywood e Gurff Morlix, è affidato a Shine in cui a duettare dolentemente con Amilia c’è nientemeno che Jimmy Lafave, probabilmente in una delle sue ultime apparizioni.

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