BARD EDRINGTON V – Two Days In Terlingua

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BARD EDRINGTON V
TWO DAYS IN TERLINGUA
Autoprodotto 2021

Nato in Alabama e cresciuto in Tennessee, Bard è stato influenzato dalla musica ascoltata nel corso di una vita caratterizzata da molti spostamenti e in particolare dalla Old Time Music dei Monti Appalachi e dal blues del Delta. Per un anno ha vissuto in Messico, quindi si è stabilito a Santa Fe in New Mexico. Ha esordito con la band The Palm In The Cypress pubblicando nel 2016 l’omonimo mini album seguito da The Great Emancipation; nel 2019 è il turno di Espadin, il suo primo disco da solista in cui le influenze sopra citate si fondono con la cultura messicana, ma anche della formazione degli Hoth Brothers con Boris McCutcheon e Sarah Ferrell che pubblicano Workin’ And Dreamin’ seguito pochi mesi fa da Tell Me How You Feel.
Ed eccoci finalmente a Two Days In Terlingua, secondo sforzo solista, registrato in due giorni nella Santa Inez Church di Terlingua in Texas nel marzo 2020, vicino al Rio Grande e al confine con il Messico, con una formazione elettroacustica che, oltre a Bard alla chitarra e voce, comprende Karina Wilson alla viola, violino e voce, Bull Palmer al basso, Jim Palmer alla batteria, Zoe Wilcox alla voce e Alex McMahon alla pedal steel, chitarra e banjo. Un disco arrangiato in modo spoglio e minimale, prevalentemente acustico, con i brani pubblicati nell’ordine in cui sono stati eseguiti senza sovraincisioni, come un disco dal vivo senza pubblico.
Il mid-tempo country Ramblin’ Kind funge da apertura mettendo in luce la voce chiara e puntuale di Bard e raccontando le vicende di un anziano che vive in fuga come un vagabondo, con il violino in primo piano tra Steve Earle e Guy Clark, seguito da Property Lines, traccia dalle tonalità western drammatica e intensa con un’elettrica aspra e pungente e il violino sempre protagonista. Shut The Screen Door è una ballata accorata cantata con calore, mentre A New Day On The Farm è un country-bluegrass un po’ scontato. Prevalgono ballate polverose come la dolente Bard And The Bears che richiama Townes Van Zandt con la chitarra elettrica che vivacizza il finale, la drammatica e springsteeniana Strange Balloon, il country-folk Masterpiece Of St. Mark ‘s Square o Black Coat Lung sulla vita dei minatori con un dialogo tra l’acustica e il violino, ma ogni tanto si cambia registro come in Ma Cherie vivacizzata da una chitarra twangy, nell’animato mid-tempo Athena’s Gaze percorso dal violino di Karina o nel folk degli Appalachi di Dog Tags 1942 che si avvale di un testo poetico della nonna di Bard sul ritorno dalla guerra del nonno del musicista. In chiusura No Reason in cui Bard riflette sulla crescita di un figlio e sul suo allontanamento dai genitori in un brano che ha un avvio acustico lento, ma che si sviluppa con un crescendo strumentale e corale in cui, ancora una volta, il violino assume un ruolo primario.

Paolo Baiotti

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