RICK ESTRIN & THE NIGHTCATS – Contemporary

Ricks Estrin And The Nichtcats - Contemporary[1561]

RICK ESTRIN & THE NIGHTCATS – Contemporary (Alligator 2019)

Nuovo nonché quinto disco per questa formazione blues della Bay Area guidata dall’armonicista e cantante Rick Estrin, di nuovo su etichetta Alligator e all’insegna di un blues talvolta, forse, troppo moderno.

Estrin, sulla breccia da diverso tempo e vincitore di premi per il suo strumento e per il suo genere musicale non è forse il migliore tra i cavalli della scuderia Alligator, che ultimamente ha dato il meglio di sé con altri artisti come Kingfish, Tommy Castro, Curtis Salgado o Shemekiah Copeland, tanto per citare quelli più entusiasmanti usciti negli ultimi tempi; si tratta comunque di un professionista apprezzabile e il suo gruppo può contare sulla chitarra del produttore Kid Andersen (un po’ prezzemolo nelle produzioni della blues label per eccellenza), sulle tastiere di Lorenzo Farrell e sulla batteria di Derrick D’mar Martin.

Il sound è un blues nervoso, vibrante, che può contare soprattutto sulle prestazioni di Farrell che quando si dedica all’organo riesce a caratterizzare molto bene il sound del quartetto. Per il resto, se Estrin con l’armonica è assolutamente indiscutibile, come cantante pare piuttosto qualunque, spesso i brani sono quasi dei talking, soprattutto quando attaccano, anche quando lo stile vira verso certe atmosfere funky in cui gran parte hanno il drumming di Martin e il bassista ospite Quantae Johnson, o addirittura jazzate (con tanto di batteria spazzolata come in the Main Event).

Particolarmente riuscite sembrano Resentment File, New Shape, con un bel piano elettrico e una base ritmica intrigante, o la title track, con la moglie del chitarrista che ci mette un po’ di voce in più.

House of Grease, brano strumentale firmato da Andersen è la dimostrazione che questa band potrebbe provare ad abbandonare le canzoni in quanto tali e dedicarsi appunto alla musica strumentale: qui infatti lo sviluppo della composizione e i gran lavori della sezione ritmica e delle tastiere emergono più che bene, e lo stesso Andersen riesce a ritagliarsi più spazio rispetto ad altri momenti del disco. Va da sé che il leader del gruppo è però l’armonicista/vocalist e quindi non farlo cantare lo relegherebbe ad un ruolo da comprimario, anche se la successiva Root Of All Evil torna a confermare i limiti della sua voce e dello scombinato coro ad opera dei compagni di viaggio.

A testimonianza di quanto detto poc’anzi arriva la composizione di Farrell Cupcakin’, di nuovo senza la voce, e con bei guizzi intriganti di tutti gli strumenti, armonica inclusa. Poi via via il CD scivola verso la fine con un altro paio di trascurabili brani cantati ed un conclusivo boogie strumentale al di sotto dei tre minuti tutto ad appannaggio dell’armonica.

Il disco comunque ha già avuto un’ottima accoglienza, a dimostrazione che il popolo del blues sa andare oltre, piazzandosi in buone posizioni di classifica all’indomani della pubblicazione, sia in classifiche radiofoniche che in quelle più specializzate, come testimonia la decima posizione nella sezione blues di Billboard.

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