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TOMMY CASTRO AND THE PAINKILLERS – Stompin’ Ground

di Paolo Crazy Carnevale

18 ottobre 2017

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TOMMY CASTRO AND THE PAINKILLERS – Stompin’ Ground (Alligator 2017)

Nativo della Bay Area, Tommy Castro calca le scene del blues elettrico da oltre venticinque anni: è partito dalla gavetta, secondo le migliori tradizioni, suonando in locali storici e costruendosi poco a poco una fama che lo ha portato dalle sconnesse assi del palco del Saloon – un angusto quanto imprescindibile tempio del blues di San Francisco – agli onori del S.F. Blues Festival che gli hanno spalancato l’accesso ad un seguito più diffuso a livello nazionale e successivamente mondiale.
Il primo disco era stato pubblicato a nome Tommy Castro Band proprio con l’aiuto della piccola label del Saloon, poi Castro era approdato in casa Blind Pig pubblicando diversi dischi, ora a pubblicare le sue produzioni è la titolatissima Alligator, una delle case principali per quanto riguarda il blues.

Questo nuovo, recentissimo Stompin’ Ground è l’ennesimo tassello di una lunga e gloriosa storia, ed è anche un signor disco: ne sono passati davvero tanti di anni da quel disco su Saloon Records in cui l’influenza principale era la scuola di Chicago. Ora Castro è un maturo bluesman dalla voce fortemente soul e molto dotato alla chitarra, al suo fianco c’è ancora il bassista Randy McDonald come sul disco d’esordio, ma la band è irrobustita anche dalla batteria di Bowen Brown e in particolare dalle tastiere sapienti di Michael Emerson che infila organo e piano elettrico in ogni brano. A dare una mano un po’ dappertutto c’è poi il produttore Kid Emerson.

Diviso più o meno equamente tra buone composizioni originali e azzeccatissime cover ripescate in particolare nel repertorio blues dei primi anni settanta, Castro e soci ci consegnano un bellissimo disco di soul blues piacevolissimo, confezionato con cura e con l’aiuto anche da parte di un paio di amici titolatissimi che ci infilano autentiche zampate di classe.
Possiamo dire di essere lontani da quel blues bastardo tipico della San Francisco di fine anni sessanta, quando i chicagoani Gravenites, Bloomfield e Bishop vi avevano cercato asilo e ispirazione, provenendo insieme o separatamente dall’illustre gavetta nella Butterfield Blues Band.

Ottimo, per carità, il classico Frisco Blues di quell’epoca, ma senza dubbio datato: cosa che non è quello suonato dai Painkillers di Tommy Castro.

Dopo una tripletta apprezzabile composta da Nonchalant, Blues Around Me e dalla robusta Fear is The Enemy, arriva la prima perla del disco, una lenta e penetrante soul ballad cantata con gran convinzione e altrettanto ben suonata (bella la parte della sezione fiati) My Old Neighborhood che si candida subito tra le più belle tracce di questo disco. L’asse si sposta più verso il blues texano o comunque sudista con il boogie di Enough Is Enough, con un bel lavoro di slide, e diventa poi blues muscolare con Love Is sostenuta dal lavoro della sezione ritmica in cui si intrufolano chitarra e tastiere.

Rock Bottom è un pezzo di Elvin Bishop, un rock blues di stampo sudista con il pianoforte in bella mostra e un lavoro di chitarra solista del titolare che convince in modo particolare e che duetta con la sei corde di Mike Zito; ancor meglio il brano seguente, Soul Shakes ripescato dal repertorio di Delaney & Bonnie (stava su To Bonnie From Delaney del 1971), composizione dal ritmo e dal refrain contagiosi, decisamente convincente con la voce grintosa di Danielle Nicole a duettare con quella di Castro come Bonnie faceva col consorte Delaney. Further On Down The Road è il celebre brano di Taj Mahal, perfettamente inserito nel contesto, con un’ulteriore grande prova della voce di Castro che su un brano del genere si trova totalmente a proprio agio, abilmente supportato dal tappeto d’organo di Emerson. Them Changes, a firma Buddy Miles è un altro gran brano d’ispirazione soul che proviene nientemeno che dal Band Of Gypsies hendrixiano, Castro, che non è uno stupido si guarda bene dal voler strafare come spesso accade a coloro che si cimentano con Hendrix e la sua versione del brano – che può contare su un gran bel duetto con la chitarra e la voce di David Hidalgo dei Los Lobos – diventa così preziosa ed essenziale, non scontata.

Stick And Stones, già sentita da Ray Charles e da Joe Cocker, è forse più interlocutoria, meglio il finale, con Charlie Musselwhite all’armonica e alla voce: una composizione originale lenta e penetrante intitolata Live Every Day, autentico omaggio a quel blues di Chicago che è stato il primo amore di Castro.