SLASH – Orgy Of The Damned

slash

SLASH
ORGY OF THE DAMNED
Snakepit/Gibson 2024

Non lasciatevi fuorviare dall’immagine da teppistello di Slash, dal suo percorso con i Guns N’ Roses, dal titolo o dalla copertina più appropriati per un disco di trash metal! Orgy Of The Damned è un eccellente disco di rock-blues come ne ascolterete pochi quest’anno. Nato a Londra, ma residente da sempre a Los Angeles, Saul Hudson non è più un ragazzino (classe 1965). Dopo gli anni turbolenti e di successo planetario con i Guns N’ Roses, il periodo con i Velvet Revolver, la carriera solista con i Conspirators e il ritorno con i Guns nel 2016, è riuscito a trovare lo spazio per un progetto che aveva da tempo voglia di completare, un disco di blues e rhythm and blues con ospiti cantanti di diversa provenienza. Già nel ’96 aveva formato gli Slash’s Blues Ball, attivi per un paio di anni, che comprendevano il bassista Johnny Griparic e il tastierista Teddy Andreadis, recuperati per le incisioni di questo album. D’altronde nella sua carriera Slash ha collaborato con artisti come Michael Jackson, Bob Dylan, Lenny Kravitz, Carole King, Alice Cooper e Rihanna, per citare i più famosi ed è molto più versatile di quanto si possa pensare. Con l’amico Mile Clink alla produzione, il batterista Michael Jerome (Richard Thompson, John Cale, Charlie Musselwhite) e il cantante/chitarrista Tash Neal a completare il gruppo in studio, il chitarrista ha scelto una decina di brani storici di blues e soul incidendo principalmente a Los Angeles nel suo studio e negli East West Studios. Il suono è in equilibrio tra rock e blues, senza esagerazioni a parte un paio di occasioni e le voci sono state scelte con cura. Partiamo con le presenze inevitabili o quasi: Paul Rodgers fa il suo dovere in scioltezza in Born Under A Bad Sign e non c’erano dubbi al riguardo, come Beth Hart in una sofferta e potente Stormy Monday e Gary Clark Jr. in una Crossroads esplosiva e rallentata nel break strumentale in cui oltre alla voce aggiunge la sua chitarra. Nulla da dire sulla voce rugosa e sulla chitarra del maestro Billy Gibbons in una ruvida Hoochie Coochie Man e su Chris Robison che interpreta alla grande The Pusher di Hoyt Axton, una canzone sulla droga famosa nella versione degli Steppenwolf datata 1968. Le sorprese positive iniziano con Chris Stapleton che mette la sua voce potente e ruvida al servizio di Oh Well di Peter Green, proseguono con la giovane cantante Dorothy Martin alla quale viene affidata Key To The Highway, con Iggy Pop in veste di crooner nella morbida ed elettroacustica Awful Dream di Lightnin’ Hopkins scelta dall’iguana, con Demi Lovato in un’indiavolata Papa Was A Rolling Stone (The Temptations) e Brian Johnson che dimentica gli sforzi vocali ai quali è costretto con gli Ac/Dc, rilassandosi in una notevole Killing Floor in cui spunta anche l’armonica di Steven Tyler. Mancano all’appello Living For The City (Stevie Wonder) affidata alla voce soul di Tash Neal e lo strumentale Metal Chestnut scritto dal chitarrista, che chiude egregiamente un disco decisamente riuscito.
Slash ha organizzato anche il S.E.R.P.E.N.T. Blues Festival che girerà negli Stati Uniti questa estate con fini benefici; parteciperanno tra gli altri la Warren Haynes Band, Keb’ ‘Mo, Kingfish Ingram, Robert Randolph, Samantha Fish e le Larkin’ Poe.

Paolo Baiotti

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