Il Ritorno dell’EP: THE BEAUTIFUL ART OF DECAY/BORTA PA VINDEN

IL RITORNO DELL’EP.

In questo mercato discografico estremamente frammentato è tornato di moda anche il formato del mini-album o EP, forse per il costo minore al quale si aggiunge la tendenza favorevole nei confronti della canzone singola o comunque di un prodotto breve che non implichi tempi lunghi per l’ascolto. In ogni modo qui ne segnaliamo due provenienti dalla Svezia.

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THE BEAUTIFUL ART OF DECAY:SOUNDS OF A PROMISING FUTURE (Paraply 2021)
Questa formazione svedese si è formata a Stoccolma nel 2015, suonando soprattutto in patria con qualche apparizione inglese. Si tratta di cinque musicisti esperti, provenienti da gruppi di area punk e post-punk, con influenze che si riallacciano a nomi storici. Dopo avere realizzato un paio di singoli li raggruppano in questo EP di quattro canzoni che anticipa un album previsto per il prossimo anno. La ritmata Stories ha indubbi richiami a David Bowie, anche nel modo di cantare, mentre Enemies ricorda i Simple Minds e in generale il suono degli anni ottanta. Ma il brano migliore è forse il primo singolo Americans, un up-tempo trascinante con reminiscenze punk cantato con voce filtrata da Pelle Strandberg, seguito dalla ballata Happiness Even After in cui spicca il suono secco ed incisivo delle chitarre nella coda strumentale.

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BORTA PA VINDEN: CD EP (Rundare/Paraply 2021)
Questo EP raccoglie sei brani del 1980-1981 di una formazione svedese che si muoveva tra punk, rock e reggae, utilizzando la lingua locale, nella quale ha militato anche il noto produttore Peter Holmstedt. In attività tra il ’79 e ’82, dopo tanti anni hanno deciso di mettere mano al materiale inedito rimasto nei cassetti.
Si parte con Ingemar Aker Stortlopp, un reggae-rock dedicato allo sciatore Ingemar Stenmark che risente delle influenze delle formazioni inglesi del periodo come i Ruts o i Clash, seguito da Kaj Dimmornas Bror, un reggae con una chitarra che si insinua in modo incisivo e da AT Reggae, un reggae-rock più leggero in cui viene lasciato ampio spazio alla chitarra solista. Le altre tracce sono John Wayne, un brano rock rilassato e melodico ben costruito, il punk secco e rabbioso di Hatets Sang e Juice Blues, un blues raffinato con intrecci elettroacustici di ottima fattura che dimostra la capacità del gruppo di spostarsi dalle coordinate sonore di riferimento. Niente male per una formazione che ha inciso pochissimo nel periodo in cui è rimasta in attività.

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