JAMES MADDOCK – Little Bird In The Neighbourhood

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James Maddock – Little Bird In The Neighbourhood (Appaloosa/IRD 2021)

James Maddock torna a colpire dopo la pausa coatta dovuta alla chiusura di tutto il globo a cui siamo sottoposti negli ultimi tempi, il nostro nell’ultimo lustro non ha mai mancato l’appuntamento annuale col disco, anche se a ben vedere questa assidua presenza nei negozi (virtuali o tangibili che siano) non è sempre foriera di uguale ed eccelsa ispirazione.

La clausura ha portato Maddock a maturare la manciata di canzoni che compongono questa sua nuova fatica che un po’ come quelle che l’avevano preceduta sta in bilico tra cose di pregio ed altre che non convincono a fondo.

Sicuramente la pandemia e la situazione generale in cui il mondo naviga, e non solo a livello sanitario, hanno contribuito all’introspezione che caratterizza il lavoro, ma delle undici tracce (dieci più una ghost track) che compongono questo Little Bird In The Neighborhood alcune sono proprio appena soddisfacenti, un po’ come quando i nostri genitori andavano a udienza e gli insegnanti dicevano: “suo figlio non s’impegna”.

Ecco, l’impressione generale è che James la stoffa ce l’abbia (ripeschiamo il suo disco del 2017, Insanity Vs. Humanity sempre su Appaloosa, ad esempio), ma non sempre la usi tutta.

Il disco si dipana tra brani ostici o misteriosi e storie sonore (le cose che gli riescono meglio).

Il Maddock migliore emerge quando tira fuori i suoi maestri e quando nelle sue canzoni racconta delle storie (anche senza raggiungere le punte del compagno di scuderia Michael McDermott): bene quindi l’apertura affidata alle atmosfere irish di The Pride Of Ashby De La Zouch, col violino di Steve Wickham che – via Waterboys – ci ricongiunge con Van Morrison, ispiratore dichiarato sia di James che dei Waterboys. Under The Milky Wood beneficia nell’arrangiamento del fondamentale flauto di Craig Dreyer, ma rispetto al brano precedente manca di sostanza nel testo. La title track è sorretta da un suono robusto, che è il biglietto da visita della successiva e più interessante Cry Jesus, sorretta da un organo possente in odore della migliore E-Street Band (sappiamo tutti chi sia l’altro eroe di Maddock, oltre al citato Belfast Cowboy). Convince meno la ripetitiva Coming Sorrow che precede la ballata Prairie Grave, pregevolmente arricchita da una bella slide (Scott Sharrad) che ricorda il Rod Stewart degli esordi in solitudine con a fianco il fido Ronnie Wood.

Il mandolino di David Immergluck è il marchio di fabbrica (presente un po’ in tutto il disco) della discorsiva Another Chance che ricorda il suono di Blonde On Blonde, senza brillare più di tanto, come This New Thing’s Getting Old e No Dancing.
Fuochi d’artificio invece per il brano finale Crystal Night, un brano springsteeniano fino al midollo, sin dall’apertura strumentale, un brano bello e importante anche nel contenuto lirico che sembrerebbe molto attuale visto che i riferimenti fanno pensare all’assalto al Campidoglio americano dello scorso gennaio, con ampi riferimenti alla Germania nazista.

C’è poi una ghost track dedicata a Diego Maradona, un brano con forti elementi di musica latina, che riporta alla mente i trascorsi cubani di Stephen Stills nei suoi dischi del 1975 e del 1976; probabile omaggio postumo al calciatore composto in extremis a disco già ultimato.

Una nota alla copertina, Maddock dovrebbe affidarsi ad altre immagini perché davvero la grafica scelta per i suoi album è tra le peggiori che si ricordino, e la colpa non è ovviamente dell’etichetta visto che è lui stesso a provvedere alle immagini da mettere davanti.

Paolo Crazy Carnevale

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