JUSTINE VANDERGRIFT – Stay

Justine-Vandergrift[1644]

JUSTINE VANDERGRIFT
STAY
JustineVandergrift.com 2019

Giovane cantautrice canadese residente a Calgary di origine olandese, Justine ha pubblicato tre albums prima di questo Stay, avendo esordito con Yes Alright Ok, seguito da So Far…e Sailor. Ha avuto i primi approcci con la musica in chiesa, partecipando a un coro e poi imparando a suonare il piano. Dopo il periodo universitario, dal 2011 si è dedicata completamente alla sua passione. La voce ricorda cantautrici come Tracy Chapman, Patty Griffin e Susanne Vega, il suono ha una base folk con influenze soul e country, puntando decisamente sulla melodia, lasciando un’impressione di sincerità e purezza non ancora compromessa dall’industria musicale. Justine non cerca soluzioni particolarmente complesse; le sue canzoni sono semplici e lineari, prevalentemente elettriche, con le chitarre di Russell Broom e Joey Landreth, la pedal steel e il dobro di Mitch Jay, le tastiere di Brendan Waters e la sezione ritmica di Corbett Frasz e Chris Byrne che danno il giusto supporto, senza l’intenzione di primeggiare. Nei concerti alterna composizioni originali a covers che fanno capire le sue influenze, da Wild World di Cat Stevens (che ha anche inciso in studio su So Far…) a Country Roads di John Denver, da I Still Miss Someone (Johnny Cash) a Cold Cold Heart (Hank Williams), da Our Town (Iris Dement) a varie canzoni di Patsy Cline.
Stay, sostenuto da una campagna di crowfunding su Kickstarter e inciso negli studi OCL di Calgary con la produzione di Josh Rob Gwilliam, è un disco breve (nove canzoni per circa trenta minuti) aperto dall’omonimo primo singolo, una canzone sciolta e orecchiabile di presa immediata, seguita da American Dream, un country-pop un po’ scontato ingentilito dalla presenza della pedal steel, dalla ballata elettroacustica Anymore e dal riuscito mid-tempo country-blues Crazy Enough che mi ha ricordato Bring It On Home To Me, con il piano di Jenie Thai in evidenza. Nella parte centrale dell’album le acustiche You Need Time e Under Your Shell (appena sfiorata dalla pedal steel) rafforzano l’indirizzo cantautorale di Justine, mentre Oh, Sister paga il debito con Bob Dylan, risultando l’unica cover in duetto con il cantautore canadese Joey Landreth (già componente dei Bros.Landreth e ora solista). Nel finale l’elegante Hold Your Head High e la mossa You’re Already There confermano le discrete doti di scrittura e di interpretazione della giovane cantautrice.

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