ALEX LOPEZ – Slowdown

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ALEX LOPEZ – Slowdown (MarEmil Records 2017)

Ascoltando l’inizio di questo disco del chitarrista di Cleveland la prima cosa che viene in mente sono certe rimembranze zeppeliniane, sarà che il suo modo di cantare è debitore in qualche modo al vecchio Plant, sarà che tra i suoi numi tutelari, oltre a Herndrix e Clapton lui stesso non esita a citare anche Page.

In realtà il disco (inciso con i suoi Xpress, solida band che almeno in questo disco si completa di Gary Dowell, Steve Pagano e Michael Maxim) prosegue poi su rotaie differenti in parte differenti, talvolta molto solide ed orientate verso un rock blues attuale e moderno in cui la chitarra è supportata da una sezione ritmica consistente e da tastiere vecchio stile, tal altra molto più rilassate.

Nella mente del titolare l’idea dietro a questo Slowdown è quella di una storia che racconta la storia di una persona e del suo percorso che la porta attraverso una tortuosa esperienza minata da dipendenze con la conseguente lotta per superarle, fino all’agognato ritorno alla normalità.

Tra rock’n’roll e blues-rock si dipanano così i vari capitoli della storia, dall’iniziale e contagiosa Dangerous, passando per The Wildlife, per la title track caratterizzata da un corposo solo di chitarra di Lopez e da fiati sintetizzati (peccato), per l’ottima Words Of Wisdom.

Enough Of It tutta riff e solisti incisivi, ha invece il suono delle tastiere più in sintonia col genere intrapreso dagli XPress. Mano a mano che il disco va avanti però la sensazione è che la fantasia venga meno progressivamente e I Don’t Know comincia a mostrare un po’ la corda nella sua ripetitività, tanto che da qui in poi Lopez e soci sembrano voler volutamente virare verso altri suoni: Exodus/Long Long Time, dalla lunga intro chitarrista in cui Lopez si doppia con l’acustica e l’elettrica, si snoda in forma di ballata ed è cantata con intensità, lasciando a casa le influenze plantiane che si erano fatte sentire soprattutto nelle prime tracce del disco. Blues torrido e lento è invece Stolen col suono trainante delle tastiere su cui si innesta un sofferto solo di elettrica. Stessa ricetta anche per Redeem Me mentre I Love You Blues è leggermente in odore di jazz, senza particolari sprazzi, con pianoforte, chitarra spazzolata, e con una voce che sembra non aver nulla in comune con quella di inizio disco. Trascurabile.

Ancor diversa e spiazzante è Alive, il brano che sembra voler indicare la rinascita del protagonista dopo il suo periodo oscuro: con suoni datati e una produzione troppo in disaccordo col resto del disco. Dopo una breve ripresa, inutile della title track troviamo un bonus, una lenta ballata pianistica che ricorda un po’ Elton John. Non se ne sentiva la mancanza.

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