ISMAEL – Quattro

ISMAEL[953]

ISMAEL
QUATTRO
Macramè Dischi 2018

Sandro Campani, artista multiforme dell’area appenninica tosco-emiliana, ha già al suo attivo quattro libri tra il quali il più recente è Il Giro Del Miele (Einaudi 2017). Alla passione per la scrittura affianca quella per la musica, non solo come autore dei testi, ma anche come cantante e chitarrista degli Ismael, quintetto di indie-rock nato intorno al 2006 dalle ceneri dei Sycamore Trees, che tra il 1997 e il 2002 avevano pubblicato tre cd autoprodotti, in quanto nella ultima formazione della band militavano come chitarristi Campani e Giulia Manenti. Gli Ismael aggiungono Barbara Morini al basso, e Claudio Congliocchiali ai campionamenti, affiancando new wave elettronica e riff bluesati. Il primo cd esce nel 2008, ma la formazione si assesta in seguito con l’inserimento di Piwy Del Villano al sax e clarinetto e del cugino Luigi Del Villano alla batteria, con Andrea Fontanesi come sesto uomo alle tastiere e al missaggio. Dopo Due (2010) e Tre (2014) eccoci arrivati a Quattro, inciso nel reggiano con il fido Fontanesi. Un disco aspro, amaro, a tratti cupo, con dei testi che, come anticipato da Campani, cercano di raccontare lo sradicamento dal territorio, la scomparsa di un’Emilia da cartolina, una terra in cui la gente vive o meglio sopravvive dimenticandosi delle proprie radici, come se fosse morta dentro.

L’intenso rock ammorbidito dal sax di E Dove Andrai, Luchino? cantato con inflessioni che possono richiamare i cantautori degli anni settanta (De Gregori e De André) apre il dischetto, seguito da Canzone del Melo, mid-tempo cadenzato con un testo dolente sullo stato di un vecchio che gradatamente dimentica cose e persone. Tra i dodici brani emergono il rock robusto de Il Nocciolo della Questione che affianca un testo acre sulla morte e sul disfacimento del corpo (non necessariamente di un morto), il ritmo lento di Quante Case Spente sullo spopolamento, la dura e inquietante Canzone della Vedova, la morbida Canzone dello Specchio, amara fotografia di un’etica del lavoro che ha perso ogni valore e Canzone dei Salici, introdotta da un’armonica incisiva.

Nel finale del disco il punk rabbioso di La Gente Che Vive e la vigorosa Barbaj confermano la vitalità della band, che si può vedere come un rifugio e una reazione alla drammaticità della situazione raccontata dai testi.

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