JAMES MADDOCK – Insanity vs. Humanity

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JAMES MADDOCK – Insanity vs. Humanity (Appaloosa/ Songs Of Avenue C 2017)

Non è un novellino James Maddock, la sua vita artistica è cominciata però quando era già – per così dire – in età matura. Dalla natia Leicester si è trasferito da tempo negli Stati Uniti dove la sua musica si è incanalata in una corrente cantautorale di stampo springsteeniano. Questo nuovo prodotto è l’ultimo di una decina di dischi usciti per lo più in maniera indipendente.

Maddock si fa accompagnare da una band essenziale in cui lui suona tutte le chitarre e Ben Stivers suona tutte le tastiere, con l’aggiunta di Drew Mortali al basso e Aaron Comes alla batteria: il sound è solido, robusto, anche se per la verità non riesco a digerire certe soluzioni sonore del tastierista, drammaticamente anni ottanta. D’altra parte Maddock è un mio coetaneo, negli anni ottanta ci è cresciuto ed evidentemente ne ha assorbito i gusti musicali, ed è un peccato perché proprio certa effettistica delle tastiere è il limite del disco, in particolare proprio nelle tracce iniziali, già un po’ deprimenti per via delle liriche. E non bastano le background vocals di Garland Jeffreys ed il piglio garibaldino di Watch It Burn ad indorarle. Questo per quanto riguarda l’inizio. Ma il disco, va ascoltato da cima a fondo per essere obiettivi nel giudizio e, magia, proprio dalla quarta traccia in poi le cose cambiano, spariscono i testi d’ispirazione personale e il sound si fa più interessante, What The Elephants Know, dal testo curioso e dall’outro chitarristico in vena di psichedelia fanno capire che è stato un bene non togliere il disco dal lettore dopo le prime tracce, e Kick In The Can è anche meglio con un crescendo interessante sottolineato dal piano e preludendo ad una perla intitolata November Tale. Una canzone decisamente vincente, una storia, come anticipa il titolo. E che in qualche modo ricorda i Waterboys: così vado a leggermi le note di copertina e scopro che è stata scritta in tandem con Mike Scott, non si sa se abbia messo il suo impegno nel testo o nella musica, però mi piace pensare che i due autori abbiano fatto tutto insieme.

Bisogna dire che le confezioni di questi dischi Appaloosa sono davvero sempre fantastiche, con i booklet contenenti i testi con tanto di traduzione, e anche in questo caso, come nelle recenti usciti riguardanti Thom Chacon e Grayson Capps, la cosa aiuta ad entrare meglio nella dinamica e nella poetica degli autori, quando questi hanno qualcosa di rilevante da dire.

E Maddock, pur se non in ogni brano, qualcosa da comunicare d’importante ce l’ha. The Old Rocker è uno scanzonato ritratto di quei rockettari di una volta, quei personaggi di contorno di un mondo che va sparendo purtroppo rapidamente, e per rendere ancor più credibile il brano, l’autore ci piazza nel finale un assolo di chitarra da rockettaro vecchio stile, diciamo a metà tra Ron Wood e Keith Richards. La title track è un brano da stupore, da applausi, con le tastiere al posto giusto e un testo da non sottovalutare, e ancor meglio è The Mathematician, col mandolino di David Immergluck (in passato frequentatore accanito di Maddock e della sua musica). Da entrambe queste canzoni si capisce quanto Maddock sia britannico, per il coraggio con cui parla di temi come quello dei rifugiati e profughi o delle bugie che ci rifilano i politici: raramente i cantautori americani d’oggigiorno hanno il coraggio di schierarsi così spudoratamente (a parte Chacon). Fucked Up World è nella stessa scia mentre il brano di chiusura, The Flame, torna sui contenuti più personali delle prime canzoni.

Attenzione però, ci sono due belle bonus track, Nearest Thing To Hip è di nuovo co-firmata con Scott e parla di nostalgia per posti scomparsi, Fairytales Of Love è invece una dolce canzone d’amore meno tragica delle altre incluse nel disco.

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