ANI DI FRANCO – Binary

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ANI DI FRANCO
BINARY
Righteous Babe 2017

Nel corso di una carriera iniziata con l’omonimo album del 1990 e proseguita attraverso una ventina di dischi in studio e una serie altrettanto corposa di album dal vivo (molti bootleg ufficiali), Ani Di Franco è stata un esempio di coerenza e serietà, nonché l’archetipo dell’artista indipendente, avendo sempre inciso sulla sua etichetta Righteous Babe, orgogliosamente al di fuori del circuito delle multinazionali discografiche. Cantante dotata di una voce capace di variare i toni con naturalezza, chitarrista acustica e polistrumentista, poeta, autrice, attivista, icona femminista militante, riot girl, impegnata contro il razzismo e l’omofobia, è uno dei personaggi di punta del cantautorato femminile, stimata e rispettata da un pubblico di nicchia, ma non solo.

Dopo la seconda maternità nel 2013 e il trasferimento a New Orleans, Ani ha affrontato altre innovazioni, chiamando per la prima volta un produttore esterno al mixing, l’esperto Tchad Blacke, cambiando manager dopo venticinque anni e aggiungendo alcuni amici ai tradizionali collaboratori Todd Sickafoose (basso) e Terence Higgins (batteria). Mi riferisco a Justin Vernon (Bon Iver), alla violinista Jenny Scheiman, al tastierista Ivan Neville, al sassofonista Maceo Parker e alla bassista Gail Ann Dorsey. Se Allergic To Water (2014) era un album intimista e riflessivo influenzato dalla maternità, Binary è aperto al mondo esterno, sia nei testi politici che in quelli personali.

E’ anche un disco molto vario, più morbido rispetto ad altri della sua carriera, meno diretto e più saggio, musicalmente influenzato dal funky e dal jazz che si respirano a New Orleans. Il folk è in sottofondo, non è scomparso, ma è circondato dal funky di Binary, dal brillante soul carezzevole di Pacifist’s Lament, dagli esperimenti dell’eterea Zigging e di Sasquatch, dal jazz di Telepathic, dal robusto indie-rock di Spider, dal ritmo spezzato di Dear God (accompagnata da un pregevole video) e dal funky jazzato di Even More. Un disco intrigante da parte di un’artista che merita sempre di essere ascoltata.

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