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	<title>Late For The Sky &#187; White Lies</title>
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	<description>Il blog della Vinyl Legacy Association</description>
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		<title>White Lies in Concerto &#8211; Alcatraz, 17 febbraio 2010</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 14:17:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Editors]]></category>
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		<description><![CDATA[Articolo scritto da Anna Almanza
Bugie innocenti EPPURE emozionanti verità.
La critica musicale ci aveva avvertiti: un gruppo di veri emulatori, abilmente costruiti sulla falsa riga di Joy Division &#38; Co.
EPPURE non ci avevano avvisato che questi ragazzi sanno esattamente chi sono, interpretando una musica e uno stile che loro stessi amano. Ascoltare una band dal vivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo scritto da Anna Almanza</p>
<p>Bugie innocenti EPPURE emozionanti verità.</p>
<p>La critica musicale ci aveva avvertiti: un gruppo di veri emulatori, abilmente costruiti sulla falsa riga di Joy Division &amp; Co.</p>
<p>EPPURE non ci avevano avvisato che questi ragazzi sanno esattamente chi sono, interpretando una musica e uno stile che loro stessi amano. Ascoltare una band dal vivo forse ha questo vantaggio: respirarne l’affiatamento, notarne l’abilità, la flessibilità, l’impegno e la consapevolezza di non essere superiori a nessuno, ma probabilmente solo secondi, terzi, (ma anche quarti…), insieme a molti altri.</p>
<p>Così, non mi stupisco di trovarli vestiti in camicia nera (ad eccezione del bassista che di nero aveva una maglietta…) come ci hanno abituato gli Interpol, o di notare una certa somiglianza del leader allo stile del miglior Ian Curtis, sguardo cupo e animo dannato.</p>
<p>EPPURE, il set è divertente, potente, compatto, coinvolgente e quasi genuino. Dopo i primi brani (la setlist si apre con l’energica “Farewell to the fairground”, cui seguono “Taxidermy” e la cupa “The price of love”) Harry Mc Veigh (voce e chitarra) ringrazia il suo pubblico dal quale non si aspettava probabilmente tanta accoglienza e ribadisce: “Noi siamo solo i White Lies…” quasi una dichiarazione di umiltà al cospetto dei predecessori che emulano con garbo e senza pretese, con franchezza e trasparenza, con trasporto e moltissima concentrazione.</p>
<p>La platea si scalda con l’incalzante singolo che li ha lanciati in tutto il mondo “To lose my life”, ma a cui dedicano giustamente poco spazio, (visto il consenso già fuori dal palco) e nonostante faccia ballare tutti indistintamente (anche la sicurezza batteva il tempo!).</p>
<p>Reinterpretando tutte le canzoni del loro unico album (“To lose my life”, uscito proprio a gennaio dell’anno scorso), i White Lies ci regalano la loro più personale “E.S.T., anche se probabilmente la meno coinvolgente tra il pubblico e “A place to hide” che scorre un po’ senza lasciar traccia, ma ci emozionano con “Unfinished Business” (vedi alla voce Joy Division) che preannuncia, in realtà, la fine della serata.</p>
<p>Una breve pausa fa da sponda tra uno stupendo successo del passato dei Talking Heads (“Heaven”) e un più ritmato presente che chiude con “Death”: il culmine di una perfetta sinergia tra una chitarra tagliente, intrecciata ad un basso mai banale e sintetizzatori e organi in perfetto stile anni 80.</p>
<p>Probabilmente anche questa volta la critica non esalterà le grazie di un’originalissima band; parlando di 12 tracce più o meno patinate, che omaggiano i Joy Division, passando per l’energia degli Editors e il carisma degli Interpol, saranno intitolati i “sopravvalutati” o qualcosa del genere.</p>
<p>EPPURE, mercoledì, all’Alcatraz, ci sono piaciuti davvero.</p>
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