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	<title>Late For The Sky &#187; Rock&#8217;n&#039;Pop</title>
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	<description>Il blog della Vinyl Legacy Association</description>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/14</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 23:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
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BLACK COUNTRY
Black Country Communion
2010 J &#38; R Adventures Records  CD + DVD
 
Si tratta dell’album d’esordio di questo supergruppo! Nel novembre del 2009 al chitarrista   Joe Bonamassa, che si stava esibendo al Guitar Center di Los Angeles, fu proposto di suonare con alcuni ospiti. Bonamassa, poco più che trentenne, è oggi uno dei migliori e acclamati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/black-country.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2560" title="Black Country" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/black-country-150x150.jpg" alt="Black Country" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>BLACK COUNTRY</strong></p>
<p>Black Country Communion</p>
<p>2010 <em>J &amp; R Adventures Records</em>  CD + DVD</p>
<p> </p>
<p>Si tratta dell’album d’esordio di questo supergruppo! Nel novembre del 2009 al chitarrista   Joe Bonamassa, che si stava esibendo al Guitar Center di Los Angeles, fu proposto di suonare con alcuni ospiti. Bonamassa, poco più che trentenne, è oggi uno dei migliori e acclamati virtuosi della chitarra blues di questo secolo: nato come chitarrista classico si innamora del blues ed esordisce a solo dodici anni suonando in tour con B.B. King, poi ha suonato con Eric Clapton e partecipato a tutti i più importanti Festivals di blues del mondo. Finora ha pubblicato quattordici album solisti. Fra gli ospiti c’erano Glenn Hughes, ex Trapeze e Deep Purple, stupendo bassista e solista e una delle più belle voci della scena rock britannica. Eseguirono dal vivo alcune canzoni, registrate da Kevin Shirley, produttore di Bonamassa. Visto il successo, Kevin propose di formare una band per alcuni tour e per incidere un album, invitando a unirsi loro alla batteria Jason Bohnam (figlio di John, batterista dei mitici Led Zeppelin) e alle tastiere Derek Sheridan, ex Dream Theathre ed ex  Billy Idol band. Hughes chiamò la band Black Country ed entrarono negli Shangri La Studios di Los Angeles nel gennaio del 2010, con la collaborazione di Patrick D’Arey, uillean pipes e tin whistle, terminando le session in aprile e incidendo dodici brani che sarebbero stati pubblicati nell’omonimo album nel settembre dello stesso anno dalla J &amp; R Adventures negli USA e dalla Mascot in GB, e prodotto dallo stesso Shirley con il trainante singolo Black Country. Tutte le song sono composte da Hughes, alcune con la collaborazione di Bonamassa, Shirley e Sheridan, tranne la stupenda e immortale <em>Medusa</em>, scritta da Hughes nel 1970 e pubblicata dai Trapeze, band della quale vi ho già parlato e che vi consiglio caldamente di conoscere. Ci sono brani di notevole impatto con un rock blues duro e aggressivo come <em>Black Country</em>, <em>Down Again</em>, <em>The Revolution In Me</em> e la chitarristica <em>Too Late For The Sun</em>. Poi, ballate intense e sofferte come <em>Stand (At The Burning Tree)</em>, <em>One Last Sound</em> e <em>Sista Jane</em>, <em>The Great Divide</em>, ma tutte le song sono di ottimo livello e l’impatto strumentale e la voce di Hughes sono incredibili. Ho trovato una edizione a prezzo modico con allegato un DVD contenente le session in studio dei brani, interviste ai musicisti e al produttore su come è nata questa grande band, e una versione spettacolare di <em>The Great Divide</em>, registrata alla Riverside Arena nel tour promozionale del marzo 2010. Imperdibile!  Recentemente è uscito il secondo album, <strong>Black Coutry Communion 2</strong>, altrettanto eccellente.</p>
<p align="right"><em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
<p align="right"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/joe-lynn-turner.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2561" title="joe lynn turner" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/joe-lynn-turner-150x150.jpg" alt="joe lynn turner" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>JOE LYNN TURNER</strong></p>
<p>Second Hand Life</p>
<p>2007 <em>Frontier Records</em> CD USA</p>
<p> </p>
<p>Stupendo cantante rock statunitense, ricordato da noi, purtroppo, solo per essere stato il vocalist di Rainbow e  Deep Purple, ma ha avuto una carriera incredibile come singer in altre grandi band, con innumerevoli partecipazioni come sessioman, autore, attore, ma soprattutto come solista di notevole vaglia, e ora vi racconterò la sua storia. Joseph Arthur Mark Liquito nasce il 2 Agosto del 1951 nel New Jersey da una famiglia di origini Italiane; alle scuole superiori forma gruppi con i quali esegue cover di artisti che andavano per la maggiore. Gli Ezra furono la sua prima band importante che lo fece conoscere al grande pubblico, poi arrivarono i Fandango, con il sound dei Deep Purple nel sangue e con due album stupendi, <strong>One Night Stand </strong>e <strong>Cadillac</strong> che vi consiglio di cercare. Dopo tour di successo come  supporto a band come The Marshall Tucker Band, Allman Brothers e Beach Boys, la band si sciolse per lo scarso riscontro commerciale dei dischi. Joe (che aveva cambiato il nome) ricevette una sera del febbraio del 1981 una telefonata da Ritchie Blackmore che gli chiese di raggiungerlo nei Rainbow per sostituire Graham Bonnett. Con la band più famosa e amata del periodo Joe incide tre ottimi albums: <strong>Difficult To Cure</strong>, <strong>Straight Between The Eyes</strong> e <strong>Bent Out Of Shape</strong>, fino allo scioglimento del gruppo nel 1984 per la reunion dei Deep Purple. Inizia una carriera solista di buon livello con l’album <strong>Rescue You</strong> e con l’hit single<em> Endlessly</em>, nel 1988 incide<strong> Odyssey</strong> e <strong>Trial By Fire </strong>con Yngwie J .Malmsteon, ottimo chitarrista svedese. Poi l’anno seguente Blackmore lo vuole nei Deep Purple per sostituire Ian Gillan, e con la band inciderà, non per colpa sua, l’appena discreto<strong> Slaves &amp; Masters</strong>. Col ritorno di Gillan, Turner torna on the road e la sua attività diventa  frenetica: incide alcuni album solisti di buon livello come <strong>Undercover</strong>, <strong>Slam</strong> e <strong>The Usual Suspects</strong>; collabora e incide con Mothers Army (con Jeff Watson, Bob Daisley e Carmine Appice), i finlandesi Brazen Abbot, Michael Men Project, Sunstorm (gruppo tedesco davvero interessante con l’omonimo album). Forma gli Hughes Turner Project con un altro grande ex Deep Purple, Glenn Hughes, con tre album spettacolari che vi consiglio spassionatamente:<strong> HTP1</strong>, <strong>HTP2</strong> e <strong>Live In Tokyo</strong>. Innumerevoli le sue partecipazioni a tribute album, colonne sonore televisive, sessionman nei dischi di Michael Bolton, Jimmy Barnes, Bonnie Tyler, Mick Jones, Leslie West, Riot e Billie Joel, solo citarne alcuni. Oggi gira con una nuova band, i Big Noize, col vecchio amico Vinnie Appice. Questo è il suo ultimo album ed è attorniato da ottimi strumentisti: Karl Cochran , guitars e bass, Michael Cartellone, drums, Bob Held, bass e Gary Colbett, keys. Con la coproduzione di Bob Held , incide dieci brani di sua composizione, molti dei quali in collaborazione con i musicisti che lo hanno accompagnato nella sua carriera.<em> Love Is Life</em> è una ballata hard rock molto intensa, <em>Got Me Where You Want Me</em> è molto più sofferta, <em>Second Hand Life</em> è uno dei gioielli dell’album, con la voce di Joe che ti entra nel cuore. <em>In Your Eyes</em> ha atmosfere soffuse, sensuali e intriganti. Un’altra chicca è <em>Stroke Of Midnight</em>, scritta con Blackmore e Glover ai tempi dei Deep Purple. Notevoli anche le ballate hard rock di<em> Over The Top</em>, <em>Cruel </em>e <em>Sweet Obsession</em>, mentre sono coinvolgenti<em> Love Is On Our Side</em> e <em>Two Lights</em>, quest’ultima come bonus. Un grande artista da conoscere e non vi ho mai deluso, cari coniglietti.</p>
<p> <em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/cozmic-mojo1.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2564" title="cozmic mojo" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/cozmic-mojo1.bmp" alt="cozmic mojo" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>COZMIC MOJO</strong></p>
<p>Southern Frequency Club</p>
<p>2011 <em>Cozmic Mojo</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Una formazione curiosa quella dei Cozmic Mojo, un quartetto italo-texano che ruota attorno alla cantante di Austin Elizabeth Lee e al chitarrista bresciano Luca Gallina, giunti con questo lavoro alla loro terza prova discografica. A questo si aggiunga il fatto che il gruppo ha un notevole seguito in Germania ed ecco che avremo il ritratto di una formazione davvero senza frontiere. Rispetto al precedente lavoro, più orientato verso un sound texano più classico, questo nuovo CD dei Cozmic Mojo sembra aprire la strada, temerariamente e con successo, verso una musica più densa di contaminazioni, anche elettroniche, che ricordano certi esperimenti prodotti in casa Fat Possum, con la differenza che qui la tecnologia è applicata a un ambito country rock approcciato con spirito punk anziché al blues. La musica (quattordici tracce in tutto) sembra aver spostato l’asse dal Texas all’Arizona, più precisamente verso Tucson, pescando certe sonorità dai Green On Red (ascoltate l’apertura della traccia numero uno, <em>Soundtrack</em>)<em> </em>e certe altre dai Calexico (nel brano <em>Yes</em> ad esempio), fermo restando che quello dei Cozmic Mojo è soprattutto un progetto originale.  Gran chitarre, suonate da Gallina e da Luca Manenti, col solido drumming di Federica Zanotti e naturalmente la voce di Elizabeth Lee. Ai puristi dirò subito che l’uso di certi campionamenti elettronici non guasta assolutamente, rende anzi molto attuale e fresco il suono del gruppo, che si arricchisce qua e là di partecipazioni da parte di amici al di qua e al di là dell’Atlantico, perché, trattandosi di una formazione cosmopolita, il CD è stato registrato in Italia e in Texas. La voce della Lee è molto calda e duttile, si adatta molto bene alle composizioni che lei stessa firma con Luca Gallina, che si tratti dell’ipnotica <em>Box Song</em>, con momenti quasi hendrixiani, o della jazzata <em>The Clown</em>. <em>Blue Happiness</em> pare celare echi zappiani in una struttura che con Zappa non ha nulla a che vedere, <em>Longhing</em> è sostenuta da un intreccio tra slide e chitarra effettata, <em>Lupin</em>, come ci si può attendere dal titolo, è cantata in parte in francese e aggiunge nell’arrangiamento atmosfere parigine che vengono regolarmente riportate in linea col resto del disco da break di chitarra acustica di tutt’altra natura. Il tutto a testimoniare quanta buona musica in sordina si produca in giro per il mondo.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/journey-web.bmp"><img class="alignright size-full wp-image-2565" title="journey web" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/journey-web.bmp" alt="journey web" /></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>JOURNEY </strong>   </p>
<p>Revelation                </p>
<p>2008 <em>Frontiers Records</em> 2CD</p>
<p> </p>
<p>In molti all’annuncio del nuovo cantante dei Journey hanno ironizzato sulla provenienza e le modalità di assunzione. Le battute sul fatto che il leader, il chitarrista Neal Schon (un passato, ormai molto remoto, nella band di Carlos Santana) si fosse trovato un nuovo cameriere, si sono sprecate. In effetti però il fatto che il gruppo, dopo le apparizioni di Steve Augeri e Jeff Scott Soto, avesse trovato nel filippino Arnel Pineda il sostituto del grande Steve Perry, attraverso YouTube dove il nostro aveva postato alcuni video con il suo gruppo, cover band dei Journey, The Zoo, poteva suscitare non poche perplessità.  Invece, incredibile, Arnel sembra proprio un clone di Perry, capace di arrivare a tonalità incredibili. E <strong>Revelations</strong> è un disco niente male, beninteso per gli appassionati di un genere, l’AOR, che in Italia non ha mai goduto di troppi estimatori. Per costoro, i Journey non hanno bisogno di grandi presentazioni, gruppo che dalla metà degli anni ‘70 ha venduto quasi ottanta milioni di copie in tutto il mondo. Molti i brani da citare in questo lavoro, dall’iniziale, radio friendly <em>Never Walk Away</em>, nel classico stile del gruppo, a <em>Faith In The Heartland</em>, che già appariva in versione leggermente diversa nel precedente album, <strong>Generations</strong>. Oltre ai due musicisti già citati il gruppo è formato dal bassista storico Ross Valory, il tastierista Jonathan Cain (un passato nei Babys come peccato di gioventù) e il batterista Dean Castronovo, e chissà quanti dei fan di Vasco Rossi conoscono i Journey. Non mancano la classica ballatona strappacuore, nel loro classico stile, come <em>After All These Years</em> o i brani più ariosi come <em>Like a Sunshower</em>. Altri pezzi da novanta le trascinanti<em> Where Did I Lose Your Love</em> (che farà un figurone in versione live) e<em> What It Takes To Win</em> dall’ottima apertura pianistica, l’intensa<em> What I Needed</em> e la romantica, potenziale hit single, <em>Turn Down The World Tonight</em>. In allegato anche un secondo CD, nel quale vengono riproposti, con il nuovo singer, molti classici del gruppo, da <em>Don’t Stop Believin’ </em>a <em>Open Arms</em>, per enfatizzare la bravura di Arnel Pineta ed i parallelismi con Steve Perry. Ci rende orgogliosi il fatto che (piccola nota patriottica) il disco in questione, come il successivo, appena pubblicato <strong>Eclipse</strong>, veda la luce sotto il marchio Frontiers, label napoletana che annovera nel suo carnet anche gruppi come Whitesnake, Def Leppard e Yes. Promossi quindi i Journey, a patto che il prossimo cantante non vadano a cercarselo ad Amici.</p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><span><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/magenta.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2566" title="magenta" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/magenta.bmp" alt="magenta" /></a></span></p>
<p><strong>MAGENTA </strong> </p>
<p>Home</p>
<p>2006  <em>F2 Music</em> CD + EP</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>I Magenta sono un gruppo gallese, di Cardiff. Questo <strong>Home </strong>è il loro terzo album in studio, pubblicato nel 2006. <strong>Home </strong>è un concept che narra la storia, ambientata negli anni ‘70, di una donna inglese, di Liverpool, che, stanca della routinaria vita nella città natale, matura il concetto che “casa” è ovunque ci si trovi. Affascinata dalla grande metropoli vola quindi negli States dove finisce invischiata in storie di droga, alcool e prostituzione. Dopo un incidente stradale, con conseguente ricovero in ospedale, trova la redenzione con un viaggio attraverso gli States, alla ricerca soprattutto di sé stessa, dove incontra una specie di sciamano nativo americano, Joe, che, portandola con se nella sua riserva, le fa capire che la vera vita, tutto ciò di cui abbiamo bisogno, è a casa (home). Joe le fa ritrovare la retta via e sconfiggere i propri demoni, con il desiderio finale del ritorno al punto di partenza, là dove potrà sentirsi finalmente bene e in pace con sé stessa, in Inghilterra. L’itinerario del viaggio è dettagliatamente documentato nella piantina che occupa le due pagine centrali del libretto del CD. Quello dei Magenta è un prog moderno, con echi di Genesis, Pink Floyd, Yes e anche Rush, il tutto visto con una sensibilità femminile dovuta alla bravissima cantante Christina Booth. Il leader del gruppo, autore delle canzoni, è Rob Reed (basso, chitarra e tastiere). Gli altri componenti il gruppo, all’epoca dell’uscita di questo lavoro, erano i chitarristi Chris Fry e Martin Rosser, il bassista Dan Fry e il batterista Allan Mason-Jones. I testi sono del fratello di Reed, Steve. Su tutto comunque spicca la magnifica voce, personale e carezzevole, calda e piena di passione di Christina. Un vero angelo. Ascoltatela nell’iniziale <em>This Life, in Moving On</em> o nel gioiello spezzacuori <em>Towers Of Hope</em>, ripresa anche nella conclusiva<em> Home</em>. Ve ne innamorerete perdutamente. Le canzoni sono tutte belle. Le lunghe<em> Journey</em> e <em>Joe</em> sono le più canonicamente progressive. <em>Hurt</em> e <em>Demons</em> sono assolutamente floydiane (la prima mi ricorda anche i Rush), mentre in <em>The Dream</em> e <em>Journey’s End</em> oltre ai Floyd trovo echi addirittura dei Massive Attack, quelli più soft, quando si avvalgono di una voce femminile, oppure degli Archive di<strong> You All Look The Same To Me</strong>, se avessero come cantante Kate Bush. <em>Morning Sunlight</em>, che invece c’entra poco con il prog, potrebbe essere stata scritta da qualche cantautore americano, ed è impreziosita da delle armonie vocali quasi alla Eagles.<em> Home Town</em> è una ballata molto sentita e struggente.  Una nota anche per la bella copertina che ritrae Christina vista attraverso i finestrini bagnati di pioggia di un taxi; un’immagine colma di malinconia che fa capire la situazione in cui si trova la protagonista del racconto (in musica). Da questo <strong>Home</strong>, che dura quasi settanta minuti, sono rimasti fuori cinque brani, per oltre quaranta minuti di musica, inclusi quindi nell’EP <strong>New York Suite</strong>, lavoro ancora più legato al prog e imprescindibile compendio all’album principale. I due CD sono infatti acquistabili separatamente oppure assieme, in cofanetto; ed è così che vi consiglio di procurarveli, in quanto inscindibili per apprezzare appieno il filo conduttore della storia. È infatti nell’EP che si narra della discesa della protagonista agli inferi degli aspetti più negativi dell’esistenza. Lavoro molto intenso, personale e intimo questo<strong> Home</strong>. Bello, bello, bello, da avere assolutamente. Attenzione però, potreste non poterne più fare a meno.</p>
<p><em> Gianfranco Vialetto    </em></p>
<p> </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/piedimont-bros.2.bmp"></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>THE PIEDMONT BROTHERS PROJECT</strong></p>
<p>Lights Of Your Party</p>
<p>2011 <em>Flyin’ Cloud</em> CD</p>
<p> Un bel passo avanti rispetto al disco d’esordio per la band/ progetto di Marco Zanzi e Ron Martin, due appassionati di musica, uno italiano, di Varese, e l’altro di quelle Blue Ridge Mountain, Carolina per la precisione, cantate nel disco in un riuscito medley tra <em>Blue Ridge Mountain Blues </em>e <em>Flint Hill Special</em>. A dispetto del fatto che si tratta di un disco realizzato giocoforza usando molto le tecniche di studio, visto che i due leader vivono su sponde opposte dell’Oceano, <em>Lights Of Your Party</em> brilla per una coesione un affiatamento davvero pregevoli. I suoni acustici e gli impasti vocali sono la sua forza d’urto che fa subito breccia nell’ascoltatore. Ondeggiando tra brani originali che nulla hanno da invidiare alle cover, e riproposte (scelte con oculatezza e motivazione) di brani altrui (<em>Carolina On My Mind</em>, <em>A Child Claim To Fame </em>dei Buffalo Springfield, <em>One More Night </em>di Dylan tra le altre), la raccolta propone una miscela musicale che brilla per spontaneità, passando dal traditional alla canzone d’autore americana, con belle iniezioni di musica irlandese e impasti vocali molto curati. Alle voci dei due ideatori del progetto (che deve il suo nome al fatto che entrambi vengono da zone pedemontane) si aggiungono quelle di Cecilia Zanzi (che si occupa del brano di Dylan), Rosella Cellamaro (alle prese col classico di James Taylor), Doug Rorrer (che affianca Ron Martin nel brano sulle Blue Ridge Mountains). L’amalgama è totale e più che del disco di un duo, come quello d’esordio, si può davvero parlare di progetto, con strumenti a corda suonati con in mente la lezione di gente come Earl Scruggs e Clarence White, organo Hammond B3 (nella bella <em>Big Grey</em>), fisarmonica, violino, piano e, scusate se mi ripeto, le voci! Tra le canzoni autografe, oltre alla citata <em>Big Grey</em>, spiccano lo strumentale <em>Acousticharmonies</em>, <em>My Brother</em>, <em>Springtime Flowers</em> e la title track. Menzione d’onore per il gospel conclusivo <em>Down In Ther River To Pray</em>.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2570" title="untitled" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled.bmp" alt="untitled" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>UNITOPIA  </strong>   </p>
<p>The Garden      </p>
<p>2008 <em>Inside Out</em> 2CD</p>
<p> </p>
<p>Gli Unitopia sono un gruppo progressive australiano fondato alla fine del 1996 dal cantante Mark Trueack e dal tastierista Sean Timms. Il loro debutto discografico vede la luce però solo nove anni più tardi con il titolo<em> </em><strong>More Than A Dream</strong>, ma il vero botto arriva con il successivo<strong> The Garden</strong> del 2008. Lavoro doppio con richiami, oltre ai soliti Genesis/Marillion (evidenti le affinità vocali di Mark sia con Peter Gabriel che soprattutto con Fish), anche ai King Crimson, ai Van Der Graaf Generator e ai più attuali Flower Kings, Spock’s Beard, Kaipa e Tangent. Ma ci troviamo anche accenni di jazz e world music con l’utilizzo di strumenti atipici per il genere come la lap steel guitar e percussioni tribali di ogni sorta, a carico di Tim Irrgang. Gli altri componenti il gruppo sono il chitarrista Matt Williams, la bassista Shireen Khemiani e il batterista Monty Ruggiero. Una caratteristica degli Unitopia, nome che significa, come da loro spiegato nel libretto del CD, vivere insieme in armonia in un mondo idealmente perfetto, soprattutto nelle leggi e nelle condizioni sociali, è quello di avere uno spiccato gusto per le soluzioni melodiche. Già con l’iniziale breve e intimista <em>One Day</em> ci si rende conto di essere di fronte a un disco fuori dall’ordinario. Dopo la splendida introduzione ecco il brano cardine dell’album, i ventidue minuti del pezzo omonimo si aprono con richiami tribali e proseguono con tali e tante variazioni da lasciare a bocca aperta, in una suite dove prog, hard, jazz, pop, world, fusion, funky e perfino musica classica si fondono in un insieme strabiliante. A completare un trittico iniziale da urlo, da stendere chiunque, ecco la magnifica <em>Angeliqua,</em> anche qui inizio etno, con voce femminile (della brava ospite Kiki Celarik), percussioni e fiati, per poi passare a uno stacco hard rock che si evolve nella dolcezza del cantato (alla Fish), che esplode nella piacevolezza pop del magnifico ritornello. Uno spettacolo! Gli altri brani del primo dischetto, tutti belli, tutti da citare, sono la dolce, inizialmente pianistica, ma con uno splendido crescendo <em>Here I Am</em>, la strumentale<em> Amelia’s Dream</em> che sfocia nella sognante<em> I Wish I Could Fly</em> e, a chiudere il tutto, la più spigliata e ritmata <em>Inside The Power</em>. Molti i pezzi memorabili anche nel secondo CD. Anche<em> Journey’s Friend</em>, l’altra suite e brano di lungo minutaggio, passa con disinvoltura dal progressive al jazz fino all’hard rock, dove la voce di Mark Trueack arriva a somigliare a quella del conterraneo Brian Johnson degli AC/DC. <em>Give And Take</em> potrebbe uscire da un disco del Peter Gabriel solista, con in più un ritornello piacevolmente pop che non guasta affatto. Dopo una bella ballata come <em>Love Never Ends</em>, con la splendida voce dell’ospite Kiki Celarik, e la breve, pianistica e classicheggiante <em>So Far Away</em>, il finale è per il crescendo della coinvolgente <em>321</em>, brano che mi ricorda alcune cose del Fish solista. Una nota di merito all’etichetta Inside Out, che vanta nel suo carnet parecchi gruppi molto interessanti, per l’abilità nello scovare splendidi prodotti in ogni angolo del pianeta. Prog fans, fate assolutamente vostro quest’album, mi ringrazierete.</p>
<p> <em>Gianfranco Vialetto</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/hot_tuna1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2571" title="hot tuna" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/hot_tuna1-150x150.jpg" alt="hot tuna" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>HOT TUNA</strong></p>
<p>Steady As She Goes</p>
<p>2011 <em>Red House</em> CD</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Se pensiamo che l&#8217;ultimo album in studio degli Hot Tuna è stato <strong>Pair A Dice Found</strong> del &#8216;90, preceduto da <strong>Hoppkorv</strong> del 1976, si può ritenere un evento l&#8217;uscita di <strong>Steady As She Goes</strong>. D&#8217;altra parte, bisogna ammettere che i due album citati non sono delle pietre miliari del rock californiano e che <strong>Burgers </strong>del 1972 resta il miglior disco in studio della band creata da Jorma Kaukonen e Jack Casady. In effetti, il duo proveniente dai Jefferson Airplane ha sempre dato il meglio dal vivo, a partire dal seminale omonimo esordio acustico del 1970, citando doverosamente almeno il doppio elettrico <strong>Double Dose</strong>, i due volumi <strong>Live At Sweetwater</strong> e <strong>Live In Japan</strong> del 1998. Cosa possiamo attenderci da un album in studio elettrico degli Hot Tuna? Non certo novità sconvolgenti e neppure la grinta di trent&#8217;anni fa, perchè gli anni passano e Kaukonen da tempo preferisce suonare acustico. Ma<strong> Steady As She Goes</strong> scorre veloce, ha qualche buona canzone nuova (nessuna memorabile) e cover arrangiate come sempre con gusto ed esperienza, è prodotto da un musicista di qualità come Larry Campbell negli studi di Levon Helm a Woodstock con un suono più roots che rock e conferma l&#8217;ottimo inserimento di Barry Mitterhoff (mandolino), da anni terzo membro della formazione completata dal nuovo batterista Skoota Warner. La chitarra di Jorma è meno aggressiva e psichedelica e il basso di Casady meno personale che in passato, ma l&#8217;alchimia tra i due musicisti è sempre notevole. Tra i brani spiccano la ballata <em>Second Chances</em>, un rock melodico con un riuscito impasto elettroacustico, l&#8217;energica<em> A Little Faster</em>, la grintosa <em>Mourning Interrupted</em> con un&#8217;elettrica pulsante, la delicata <em>Smokerise Journey</em>, il country-folk di <em>Things That Might Have Been</em> (un brano nelle corde del Kaukonen solista) e il conclusivo strumentale country-blues <em>Vicksburg Stomp </em>con il violino di Campbell. Da ricordare anche le due cover del Rev. Gary Davis, grande influenza del chitarrista, il rock-blues<em> Children Of Zion </em>e <em>Mama Let Me Lay On You,</em> profumata di roots country vicino al suono di The Band (sempre con il violino di Campbell). Peccato per un paio di tracce più banali<em>, </em>come<em> Goodbye To The Blues e</em> <em>If This Is Love</em>, che appesantiscono l&#8217;ascolto, abbassando la valutazione complessiva del disco.</p>
<p> <em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/mayall_howlin1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2572" title="mayall" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/mayall_howlin1-150x150.jpg" alt="mayall" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>JOHN MAYALL</strong></p>
<p>Howlin&#8217; At The Moon</p>
<p>2011 <em>Secret Records</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Questo ennesimo disco dal vivo del padre del blues elettrico inglese comprende registrazioni dei primi anni ‘80 già apparse qualche anno fa nel doppio <strong>Rolling With The Blues</strong> di difficile reperibilità. Nel 1980 Mayall è in una fase non brillante della sua carriera: dopo alcuni album per la Abc la sua popolarità negli Usa, dove si era stabilito dieci anni prima, è declinata e anche musicalmente è in un momento di riflessione, lontano dalla creatività di dischi innovativi come<strong> Blues From Laurel Canyon</strong> o <strong>The Turning Point</strong>. I primi quattro brani sono tratti da un concerto a Huntington Beach del maggio &#8216;80 con James Quill Smith alla chitarra, Red Holloway al sax e una sezione ritmica formata da Kevin Mc Cormick e Soko Richardson, una band in grado di improvvisare con sapienza tra rock, blues e jazz. Si possono apprezzare versioni esplorative di <em>Mexico City</em> e <em>Caught In The Middle</em> decisamente interessanti e l&#8217;incisivo John Lee Boogie ispirato ovviamente dal suono di John Lee Hooker. Dopo lo scioglimento di questa band, nel 1982 Mayall decide di riformare i Bluesbreakers per un tour mondiale, richiamando alcuni musicisti con i quali aveva suonato negli anni ‘60. Rispondono all&#8217;appello il grande Mick Taylor (chitarra), John McVie (basso) poi sostituito da Steve Thompson e Colin Allen (batteria). Le altre sei tracce riguardano questo tour; quattro sono registrate negli States e due in Italia, a Roma e Lugo di Romagna. <em>Emergency Boogie</em> è guidata dall&#8217;armonica e dal piano del leader, con l&#8217;aggiunta degli arpeggi preziosi della  slide di Taylor prima dell&#8217;entrata della sezione ritmica, mentre <em>Rolling With The Blues</em> è uno slow di ottima qualità nel quale spiccano gli assoli del piano elettrico e della slide, indispensabili anche nel punteggiare il mid-tempo blues di <em>Howlin&#8217; Moon</em>. Ed è ancora Taylor il protagonista assoluto di<em> Sitting Here Alone</em>, registrato a Roma, formidabile slow blues caratterizzato dalle grintose acrobazie della slide, affiancata dall&#8217;armonica di Mayall e della conclusiva <em>The Stumble</em>, strumentale di Freddie King perfetto per esibire le qualità di solista dell&#8217;ex chitarrista dei Rolling Stones. </p>
<p align="right"><em>Paolo Baiotti      </em></p>
<p align="right"><em>     </em></p>
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<p align="right"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/early_seger1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2573" title="early_seger[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/early_seger1-150x150.jpg" alt="early_seger[1]" width="150" height="150" /></a>             </p>
<p><strong>BOB SEGER</strong></p>
<p>Early Seger vol. 1</p>
<p>2009 <em>Hideout Records</em> CD</p>
<p> </p>
<p>Tra i cataloghi dei grandi artisti degli anni ‘70/ ‘80, nessuno è stato sfruttato meno di quello di Bob Seger. Una gestione assurda e inesistente, che ha avuto come conseguenza l&#8217;impossibilità di trovare (se non bootlegati) i dischi ante 1976, cioè precedenti a<strong> Beautiful</strong> Loser (e in questa scelta c&#8217;è sicuramente lo zampino dell&#8217;artista che non ha mai amato quei dischi e in parte li ha disconosciuti) e l&#8217;assenza di versioni rimasterizzate e potenziate di quelli successivi. Ora qualcosa si sta muovendo:<strong> Live Bullet</strong>, il mitico doppio che lo lanciò e <strong>Nine Tonight</strong>, altro doppio live, stanno uscendo in una nuova veste grafica con una bonus track ciascuno (che sforzo&#8230; brani già editi come b-side di singoli), mentre Seger un paio di anni fa ha pubblicato sul suo sito questa raccolta che sottointende ulteriori volumi&#8230; anche se per ora non ha avuto seguito. Ma anche qui le scelte sono piuttosto discutibili: dieci brani di cui cinque tratti dai primi album, registrati tra il 1971 e il 1973, un altro brano degli anni ‘70 con overdub recenti e quattro inediti degli anni ‘80 ritoccati in studio prima della pubblicazione. Quindi <strong>Early Seger </strong>è titolo in parte fuorviante e non riesco a capire la scelta di mischiare materiale di epoche diverse e in parte riregistrato. Per certi aspetti la parsimonia di Seger nel pubblicare estratti dall&#8217;archivio mi ricorda Bruce Springsteen di qualche anno fa. Detto questo, il contenuto musicale del dischetto è di ottima qualità. Le tracce già edite sono la cover di<em> Midnight Rider</em> degli Allman Brothers, più ritmata e incalzante, una splendida <em>If I Were A Carpenter</em> di Tim Hardin dall&#8217;intonazione gospel, una trascinante <em>Get Out Of Denver</em> di Chuck Berry (che diventerà un classico nella versione di Live Bullet), la ballata<em> Someday</em> (una delle prime grandi ballate dell&#8217;artista) e l&#8217;eccellente errebi<em> U.M.C.<strong> </strong>(Upper Middle Class)</em>, mentre<em> Long Time Comin&#8217;</em>, tratta da <strong>Seven,</strong> è il brano modificato in studio con l&#8217;aggiunta di fiati e di una chitarra che lo rendono meno grezzo. Le tracce inedite sono la melanconica ballata <em>Star Tonight</em> registrata con la band dei Muscle Shoals Studios, la trascinante<em> Wildfire</em> (molto simile all&#8217;edita Roll Me Away) con Bill Payne al piano e la ballatona <em>Days When The Rain Would Come</em>, tratte dalle sessions di <strong>Like A Rock</strong> del 1984 (non avrebbero sfigurato sul disco) e l&#8217;incalzante errebi <em>Gets Ya Pumpin&#8217;</em> del 1977, interpretato con voce negroide, con i fiati in primo piano. Brani interessanti che mettono in risalto la splendida voce dell&#8217;artista di Detroit, probabilmente non le sole outtake presenti nei suoi archivi, per non parlare del materiale live sicuramente disponibile. Speriamo che se ne accorgano e agiscano di conseguenza!     </p>
<p><em> Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/marble_son1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2574" title="marble_son[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/marble_son1-150x150.jpg" alt="marble_son[1]" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>JESSE SYKES &amp; THE SWEET HEREAFTER</strong></p>
<p>Marble Son</p>
<p>2011<em> Fargo Records</em> CD</p>
<p> </p>
<p>L&#8217;ombra dei Quicksilver Messenger Service aleggia sul recente quarto album di questa band americana. Il gruppo è stato formato intorno al 2000 dalla cantante e chitarrista Jesse Sykes (proveniente dagli Homini) e dal chitarrista Phil Wandscher (ex Whiskeytown). The Sweet Hereafter oggi comprendono anche il bassista Bill Herzog e il batterista Eric Eagle  L&#8217;esordio del 2002 con <strong>Reckless Burning</strong> è stato seguito da due altri dischi che hanno consentito al gruppo di crearsi un certo spazio nel circuito dell&#8217;alternative country con una musica intimista e rarefatta, caratterizzata dalla voce di Jesse, paragonata da qualche critico a Margo Timmins dei Cowboy Junkies. Il terzo album<strong> Like, Love, Lust &amp; The Open Halls Of The Soul</strong> aveva mostrato una certa evoluzione verso un suono meno scarno, con una voce più aspra e una band più aggressiva, con arrangiamenti complessi e la presenza di fiati e altri strumenti, pur rimanendo in ambito folk-rock. Ma il recente<strong> Marble Son</strong>, pubblicato dopo una pausa di quattro anni, denota un deciso salto in avanti&#8230; anzi indietro, vista la forte influenza psichedelica che a tratti ci riporta alla San Francisco degli anni ‘60, quelli dei Quicksilver di John Cipollina e dei Grateful Dead del maestro Jerry Garcia, pur non ripudiando l&#8217;atmosfera e l&#8217;eleganza dei dischi precedenti e riuscendo a mantenere un ottimo equilibrio tra country, folk, chitarre distorte e riverberi, amalgamati dalla voce fascinosa della Sykes, registrata quasi in sottofondo rispetto agli strumenti. All&#8217;evoluzione del suono non è sicuramente estranea la crescente influenza di Wandscher che firma con Jesse i brani più psichedelici a partire dall&#8217;opener<em> Hushed By Devotion</em>, percorsa dagli abrasivi interventi del chitarrista, con fraseggi lisergici che si alternano alle parti vocali, cambi di ritmo e un finale strumentale da sballo.<em> Marble Son</em> è un esempio di psichedelia bucolica che rimanda ai primi Pink Floyd, mentre<em> Ceiling&#8217;s High</em> è una traccia quicksilveriana con un incisivo crescendo finale. <em>Pleasuring The Divine</em> ha una chitarra quasi heavy e fortemente lisergica che ci riporta alla Bay Area più creativa, come il formidabile strumentale <em>Weight Of Cancer</em>, che alterna una sezione più rilassata a un crescendo impetuoso. Infine, <em>Your Own Kind</em> amalgama alla perfezione la morbidezza inquietante del cantato con gli arpeggi incisivi della sezione strumentale che sboccia in una coda jammata. Gli altri brani si riallacciano al suono folk rock dei dischi precedenti, confermando tuttavia la coesione sorprendente del dischetto. <em>Come To Mary</em> è una ballata morbida e sognante, <em>Servant Of Your Vision</em> ha un cantato sussurrato e una chitarra essenziale, <em>Birds Of Passerine</em> è un elegante folk d&#8217;atmosfera e Wooden Roses un esempio riuscito di folk venato di psichedelia, come la morbida <em>Be It Me Or Be It None</em>, già pubblicata su un precedente EP. Uno degli album più interessanti di questo 2011.</p>
<p align="right"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p align="right"><em> </em></p>
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<p><em><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/nametex011.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2575" title="nametex011" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/nametex011-150x150.jpg" alt="nametex011" width="150" height="150" /></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>GRAZIANO ROMANI</strong></p>
<p>My Name Is Tex</p>
<p>2011 <em>Panini Comics</em> CD</p>
<p> </p>
<p>A un paio d’anni di distanza dall’esperimento con cui ha messo in musica le avventure dello Spirito con la scure, il mitico Zagor, Graziano Romani ci riprova cimentandosi con un altro protagonista incontrastato degli albi a fumetti di casa Bonelli. E stavolta le sue attenzioni si sono indirizzate a Tex Willer, il re delle nuvole parlanti Made in Italy. Il disco che ne è uscito, <em>My Name Is Tex</em>, pubblicato dalla Panini (quella delle figurine, non la mitica casa discografica hawaiiana), è un vero e proprio attestato d’affetto al ranger Tex Willer, una dozzina di canzoni ben assortite tra brani originali firmati da Romani e alcuni ripescaggi dalla tradizione, con un occhio di riguardo per certe cose che erano finite in colonne sonore di film che il vecchio Bonelli aveva sicuramente visto e rivisto, e teneva in considerazione mentre scriveva le sue storie. L’unico appunto che si può fare è che il piglio musicale che ha sempre caratterizzato le composizioni di Graziano Romani non mi sembra sposarsi troppo con il mondo di Tex, lo dico da consumato fruitore di musica e di fumetti di casa Bonelli, a parte forse la bella resa del classico <em>Red River Valley</em>, frutto di una bella ricerca filologica. Per il resto, c’è la certezza che il musicista emiliano abbia messo la propria vena creativa al servizio di testi ispirati a Tex e soci: con una dedizione davvero encomiabile, i suoni del disco sono quelli giusti, la tradizione musicale nordamericana è rivisitata con gusto, le chitarre dominano, siano esse dobro, acustiche, slide. Qua e là emergono, violini, mandolini, fisarmoniche, il tutto senza mai esagerare o sbavare. E alcuni brani sono riusciti davvero bene, grazie anche all’interpretazione vocale dell’autore, al solito grintosa e sempre, come gli si riconosce praticamente da sempre, nella scia di Springsteen. Tra le cose che emergono c’è di certo la title track, ma ancor meglio sono <em>Mephisto</em> dominata da una tastiera insinuante, la tristissima e intensa <em>So Long Lilyth</em>, una ballatona dedicata alla moglie navajo di Tex, la latineggiante (con accenni al miglior Willy De Ville e al Dylan di <em>Romance In Durango</em>) <em>Showdown With El Muerto</em>. E tra le cose eccelse del disco ci sono, in chiusura <em>Four Brave Riders </em>e <em>Quien Sabe Hombre</em>, altri due brani di notevole fattura.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/young-web.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2581" title="young web" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/young-web.bmp" alt="young web" /></a></p>
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<p><strong>NEIL YOUNG &amp; INTERNATIONAL HARVESTERS</strong></p>
<p>A Treasure</p>
<p>2011 <em>Reprise </em>2011/ 2009 NYA PS</p>
<p> Probabilmente, se Neil Young avesse consegnato un disco così a David Geffen, quando costui lo accusava di non fare dischi “alla Neil Young”, le cose sarebbero andate diversamente. <em>A Treasure</em> è il classico disco che Geffen e il pubblico si aspettavano dal loner canadese quando questo si alternava tra follie elettroniche, rockabilly e brutti dischi. Ma a Neil Young non si comanda, bisogna prenderlo così com’è, anche quando fa dischi poco ispirati, come gli ultimi di studio o come quelli degli anni ‘80. Questo ennesimo capitolo delle sue produzioni d’archivio non è male, non un tesoro come recita il titolo, ma almeno un tesoretto… Si tratta di incisioni dal vivo della metà degli anni ‘80, col gruppo con cui si esibì al Live Aid, quando il suo spettacolo oscillava tra un country addomesticato che avrebbe visto la propria risoluzione in <em>Old Ways</em>, reminiscenze dei fasti di <em>Comes A Time</em> (country meno addomesticato, per quanto inciso a Nashville) e sciabolate elettriche a cui Young non ha mai rinunciato. Con abbondanza di brani inediti, a partire dall’ottima <em>Amber Jean</em> dedicata alla figlia più piccola e dominata da un pianoforte ispiratissimo suonato dal grande Spooner Oldham. <em>It Might Have Been </em>proviene dal repertorio di Hank Williams e <em>Flying On The Ground Is Wrong</em> è un ripescaggio dai trascorsi di Young con i Buffalo Springfield. Suoni piacevoli, con l’immancabile armonica, la pedal steel di Ben Keith (scomparso lo scorso anno e produttore insieme a Young del materiale qui presentato) a dialogare con le varie chitarre del leader, sia che si tratti di Martin acustiche che della mitica Old Black. Trovano qui posto anche un paio di canzoni del trascurabile <em>Re-Ac-Tor</em>, che suonate dal vivo acquistano in spessore: <em>Motor City</em> e <em>Southern Pacific</em>. Tra gli inediti ci sono poi <em>Your Fingers Do The Walking</em>, il blues <em>Soul Of A Woman</em>, <em>Nothing is Perfect</em> (nota al pubblico per essere stata eseguita al Live Aid e trasmessa in mondovisione) e la finale ed elettrica <em>Grey Ghosts</em> che permette a Young di scatenarsi adeguatamente. Un disco forse non indispensabile, ma certamente piacevole. In attesa di altri “veri” tesori dagli archivi segreti del canadese.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p align="right"><span> </span></p>
<p><span><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled1.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2582" title="untitled" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/untitled1.bmp" alt="untitled" /></a></span></p>
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<p><strong>THE STRANGLERS    </strong></p>
<p>Suite XVI      </p>
<p>2006<em> Liberty/Emi</em> CD</p>
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<p>Gli Stranglers sono stati uno dei gruppi di punta del punk/new wave inglese storico. I loro primi album sono imprescindibili in qualsiasi discoteca degna di tal nome. Poi, diciamo da<strong> Dreamtime</strong> in avanti, una serie di dischi tra l’inutile e l’imbarazzante ne ha un tantino minato la reputazione. Nel 1990 arriva la defezione del chitarrista e cantante Hugh Cornwell, sostituito da John Ellis alla chitarra e da Paul Roberts al microfono, con i quali vengono incisi alcuni discreti lavori. Nel 2000 se ne va anche John Ellis, rimpiazzato da Baz Warne e nel 2006 esce anche Paul Roberts, così il gruppo torna alla sua classica formazione a quattro con, oltre all’ultimo arrivato Warne, i tre membri fondatori Jean Jacques Burnel al basso, Dave Greenfield alle tastiere e l’anziano batterista Jet Black. Baz Wourne, oltre a essere un ottimo vocalist, sembra aver portato una ventata d’aria fresca al gruppo e, nel 2006, vede la luce questo lavoro, l’ultimo a tutt’oggi, intitolato <strong>Suite XVI</strong>, gioco di parole con sweet sixteen, loro sedicesimo album in studio che, diciamolo subito, è un prodotto di tutto rispetto. Il basso pulsante di Burnel (leader con Greenfield) è in primo piano fin dall’iniziale<em> Unbroken</em>, che ci riporta ai fasti degli esordi. Molto bella anche la successiva <em>Spectre Of Love</em>, brano contrappuntato dalle fantastiche tastiere di Greenfield, che mi ricorda nel ritornello (avrò bevuto una pinta di troppo?) la meravigliosa e inarrivabile <em>Under The Milky Way</em> dei Church (una delle più belle canzoni di tutti gli anni ‘80), solo suonata al triplo della velocità e con attitudine punk.<em> She’s Slipping Away </em>rimanda dritti all’esordio <strong>Rattus Norvegicus</strong>, con le tastiere che copiano leggermente la loro<em> Sometimes</em>, il tutto riletto ovviamente in chiave moderna. Ascoltate anche il lavoro al basso in chiusura, bellissimo! E sempre con il quattro corde  in evidenza parte <em>Summat Outanowt</em>, new wave tra <strong>No More Heroes</strong> e <strong>Black &amp; White</strong>. Si prosegue con un altro brano fantastico, la ballata <em>Anything Can Happen</em>,dove voce e keys mi ricordano alcune cose del Nick Cave di<strong> The Good Son</strong>, registrato in Brasile, con anche influenze di bossanova. <em>See Me Coming</em> mixa il punk del 1977 con la Madchester di Stone Roses e Inspiral Carpets e già nel 2004 aveva fatto da colonna sonora a un cartone animato giapponese ispirato al romanzo Il Conte di Montecristo. <em>Bless You</em> è l’altra ballata dell’album, autentico capolavoro un po’ fuori dai consueti canoni degli Stranglers, con un finale quasi blues e un Baz Warne ispiratissimo, proprio l’uomo giusto per il ruolo lasciato vacante da Cornwell. <em>A Soldier’s Diary</em> è puro punk alla Stranglers (ah! Grande Greenfield), mentre con <em>Barbara </em>si sconfina nel pop, con una canzoncina piacevolissima e per niente banale. E a questo punto arriva una sorpresa, una cosa che non ci si sarebbe proprio aspettati. I nostri uomini in nero (dal titolo The Men In Black, vecchio album del 1981) se ne escono con<em> I Hate You</em>, un country che potrebbe essere stato interpretato benissimo dall’Uomo in Nero per eccellenza, Johnny Cash. La chiusura è affidata a<em> Relentless,</em> epica cavalcata con chitarra western su una ritmica e un cantato decisamente berlinesi. Grande congedo. Vabbè, le ho citate proprio tutte in una specie di lista della spesa ma, se non si fosse capito, la band è proprio in forma e non c’è un solo brano da scartare. Una gradita sorpresa; bravi davvero, anche perché  pensavo di averli persi per sempre. Invece, gli Stranglers sono tornati con un ottimo album, e non conceder loro una possibilità di ascolto, solo perché considerati ormai sorpassati o bolliti, sarebbe oltremodo sciocco e ingeneroso.</p>
<p><em>Gianfranco Vialetto</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/bridge-school-benefit-25th-362x289.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2584" title="bridge-school-benefit-25th-362x289" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/12/bridge-school-benefit-25th-362x289-150x150.jpg" alt="bridge-school-benefit-25th-362x289" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>VARIOUS ARTISTS</strong></p>
<p>Bridge School Benefit 25th Anniversary Edition</p>
<p>2011 <em>Reprise </em>2CD/3DVD</p>
<p> </p>
<p>Bravo Mr. Young. Dopo averci tenuti col fiato sospeso per anni e con la voglia di ascoltare qualcosa di consistente dai concerti di beneficenza che annualmente organizza per sostenere il progetto benefico che lui e la moglie hanno fondato, finalmente ci concede qualcosa. Certo c’era stato un CD negli anni ‘90, e poi aveva messo su i-tunes una lunga serie di brani, ma per chi ama il supporto e lo preferisce alla musica virtuale, questo è il primo prodotto realmente soddisfacente.  Con copertina totalmente identica, con prezzi davvero ottimi, la Reprise ha pubblicato un doppio compact disc e un triplo DVD, con una bella selezione di brani che devono la propria unicità al formato quasi unplugged messo in scena per l’occasione. I due prodotti non coincidono quanto a contenuto, o meglio, coincidono solo in parte. Per quanto riguarda l’audio è sempre notevole, bei suoni acustici, performer per lo più degni di nota, dai vecchi dinosauri alle nuove leve, nessuno escluso. Qualcuno si adatta meno al formato acustico (i Metallica, ad esempio) altri si scoprono invece notevoli in questa veste (Who e Sonic Youth), ma tutti fanno la loro parte, qualcuno è decisamente fuori contesto (il vecchio Tony Bennett nella versione CD oppure il vituperabile Billy Idol in quella video) ma nell’insieme saltano fuori delle belle cose. Neil Young, padrone di casa è presente con due brani per conto proprio, una spettacolare <em>Love And Only Love</em> sul compact e <em>Crime In The City </em>sul DVD, nella versione audio è anche con CSNY alle prese con una memorabile <em>Deja Vu</em> e su tutti e due i formati accompagna i REM nel pezzo forte del disco, una <em>Country Feedback</em> da urlo, e si fa vedere con Brian Wilson nell’esecuzione di <em>Surfin’ USA</em>. Bruce Springsteen apre in tutti e due i supporti con una solitaria <em>Born In The USA</em>, ci sono poi Pearl Jam, Dave Matthews Band, No Doubt, Gillian Welch, Sarah MacLachlan, Thom Yorke dei Radiohead che omaggia Young con una intensa <em>After The Goldrush.</em> Tra le cose migliori abbiamo una Patti Smith da antologia con <em>People Have The Power</em>, una versione acustica di <em>Heroes</em> con un insolito David Bowie, Nils Lofgren, un Dylan d’annata con <em>Girl From The North Country</em> accompagnato da G.E. Smith, Devendra Banhart con Bert Jansch come ospite (ma lo si vede appena), Paul McCartney, l’immensa Bonnie Raitt, i Pretenders con quartetto d’archi, James Taylor in formato musica da camera, uno spettacolare Tom Waits e molti altri. Le riprese video non sono forse il top, ma probabilmente erano state effettuate per uso non commerciale, in alcuni casi comunque sono più che apprezzabili. Nella confezione DVD, il terzo dischetto è occupato da un documentario sul Bridge Benefit.</p>
<p><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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		<title>Blues in Cartellone</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 20:33:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Treves Blues Band]]></category>

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TREVES BLUES BAND &#8211; Blues in Teatro, 2011

di  Giuseppe Ciarallo
 
Il Blues, la musica del diavolo, quella nata nelle infuocate piantagioni di cotone del sud, e cresciuta nei localacci, nelle chiese dei ghetti ma anche nei bordelli galleggianti delle chiatte sul Mississippi, per una volta indossa l’abito buono e fa il suo ingresso, da protagonista, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER.jpg"></a></div>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER.jpg"></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2486" title="TBB BLUES IN TEATRO COVER" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/06/TBB-BLUES-IN-TEATRO-COVER-300x269.jpg" alt="TBB BLUES IN TEATRO COVER" width="300" height="269" /></p>
<p> </p>
<p><strong>TREVES BLUES BAND</strong> &#8211; Blues in Teatro, 2011</p>
<p></a></p>
<p>di  Giuseppe Ciarallo</p>
<p> </p>
<p>Il Blues, la musica del diavolo, quella nata nelle infuocate piantagioni di cotone del sud, e cresciuta nei localacci, nelle chiese dei ghetti ma anche nei bordelli galleggianti delle chiatte sul Mississippi, per una volta indossa l’abito buono e fa il suo ingresso, da protagonista, a teatro.</p>
<p>Ma, si badi bene, non c’è alcuna intenzione di spacciare per musica “alta” quella che è ed è bene che resti voce viva ed espressione vera della strada, degli <em>slum</em>, del luogo di lavoro o della malandata catapecchia. Forse, è più corretto dire che è il teatro che scende in strada e si apre al blues per accogliere le sue note e le storie struggenti che parlano di fatica e d’inedia, di dollari e di tasche desolatamente vuote, di alcool, polizia e gattabuia, ma soprattutto, e con frequenza quasi ossessiva, di erotismo e sentimento, di donne e di amore in tutte le sue sfaccettature.</p>
<p>Fabio Treves, decano dei bluesmen italiani, dopo quarant’anni di coerente bluesmilitanza lancia una nuova sfida portando nelle austere sale dei teatri la sua musica potente, la voce chiara e riconoscibile del suo strumento, sfruttando appieno le potenzialità del luogo, senz’altro più adatto di una vivace e chiassosa birreria o di un palco all’aperto, per determinati tipi di sonorità, come ad esempio i fraseggi di armonica appena sussurrati, nudi e limpidi senza amplificazione.</p>
<p>E dunque, è proprio dal palco di un teatro che il Puma lancia il suo nuovo ruggito, un disco live fresco, pulito nei suoni, nel quale si alternano ballate note e meno conosciute dei maestri del blues a brani originali firmati insieme al suo giovane chitarrista, l’ottimo Alex “Kid” Gariazzo. Brani di Snooky Pryor, Robert Johnson, Sonny Terry e Brownie McGhee, ballate tradizionali e cascate di paradisiache (anzi demoniache, visto il genere) note si susseguono nel lettore nella magistrale interpretazione di una pimpante Treves Blues Band.</p>
<p>“Un CD da ascoltare tranquilli in poltrona… come foste a teatro” suggerisce lo stesso Treves.</p>
<p>Per una volta non dategli retta! Approfittando del fatto di essere a casa vostra, saltate su dalla poltrona, battete piedi e mani e lasciatevi andare al ritmo della sua armonica fino all’ultima goccia di energia. Perché il blues a teatro va bene… ma non dimentichiamo le origini!  </p>
<p> </p>
<p><strong> </strong><strong> </strong></p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/13</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 22:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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THE DUKE AND THE KING 
Long Live The Duke And The King 
2010 Silva Oak/ Loose LP/CD
 
Sono mesi che ascolto questo disco. Sempre con l’intenzione di mettermi a scrivere qualcosa in proposito. Uno dei migliori dischi “nuovi” in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e per nuovi intendo attribuiti ad artisti giovani e con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/a_canadian_celebration_of_the_band_ds1.jpg"></a><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/kw-shepherd.jpg"></a><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/1291847677_618g2kuaxrl._sl500_aa500_1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2418" title="The Duke and The King" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/1291847677_618g2kuaxrl._sl500_aa500_1-150x150.jpg" alt="The Duke and The King" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>THE DUKE AND THE KING </strong></p>
<p><strong>Long Live The Duke And The King </strong></p>
<p><strong>2010 Silva Oak/ Loose LP/CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Sono mesi che ascolto questo disco. Sempre con l’intenzione di mettermi a scrivere qualcosa in proposito. Uno dei migliori dischi “nuovi” in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi, e per nuovi intendo attribuiti ad artisti giovani e con una proposta musicale fresca, per quanto con le radici ben piantate in tutto quanto è stato prodotto nei quattro decenni precedenti. Si tratta del secondo disco per questa formazione dello stato di New York (Catskill Mountains per la precisione), ma rispetto al debutto la formazione ha raddoppiato il numero dei propri componenti, aggiungendo alla propria musica più punti di forza. Risulta difficile dire chi faccia cosa all’interno del combo il cui nome rimanda a due personaggi truffaldini creati da Mark Twain per il suo <em>Huckleberry Finn</em>, ma è evidente che la voce principale sia quella di Simone Felice, uno dei Felice Brothers di cui avrete senz’altro sentito parlare. Ma anche gli altri (Bobby Bird Burke, cofondatore, Simi Stone e il Nowell Haskins) ci mettono del proprio e la magia del risultato è proprio nello strano melange di voci che si impastano molto bene in questo disco, dando vita a dieci composizioni ben prodotte, con chitarre mai debordanti, sezione ritmica d’impianto folk rock, qualche intromissione fiatistica, armonica e accordeon sparsi qua e là. E che dire della confezione, un bell’album sullo stile dei vecchi vinili (il disco è naturalmente edito anche nel vecchio caro supporto), con libretto contenente i testi e il CD inserito in una busta nera proprio come i vecchi trentatré giri. Ma ciò che vince sono davvero le canzoni: dall’opening di <em>O’ Gloria</em> alla convincente e ben strutturata <em>Shine On You</em> a <em>Right Now </em>giocata sull’amalgama e sull’alternarsi delle voci. <em>Hudson River</em> è una soul ballad che si regge sul cantato davvero black e su una melodia che entra facilmente in testa. <em>No Easy Way Out</em> è invece una canzone folk rock dominata dalla cantante Simi Stone<em> </em>ed è un altro dei punti forti del disco, che come si usava un tempo dura poco meno di quaranta minuti, ma tutti allo stesso livello (personalmente sono sempre stato convinto che i compact disc di più di cinquanta minuti vadano bene per le antologie e per le retrospettive con bonus track, salvo qualche raro caso). E ancora, <em>Children Of The Sun</em> e <em>Have You Seen It?</em>, un brano in cui le influenze younghiane (il gruppo dal vivo esegue spesso brani come <em>Helpless </em>e <em>Long May You Run</em>, ma non fatevi fuorviare da questo, la loro è una proposta originale e non derivativa!) emergono qua e là. In Gran Bretagna le riviste musicali li hanno incensati e anche il “Rolling Stone” tedesco ha speso grandi parole per loro. In Italia sono ancora sconosciuti o quasi. Loro si definiscono folk-soul-glam (quest’ultima definizione soprattutto per ciò che riguarda il look) ma la loro musica va davvero oltre le classificazioni di routine. Provare per credere.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/marbin.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2419" title="marbin" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/marbin-150x150.jpg" alt="marbin" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>MARBIN </strong></p>
<p><strong>Breaking The Cycle </strong></p>
<p><strong>2011 Moonjune CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Proprio un bel disco questo <em>Breaking The Cycle</em>, intestato alla formazione israeliana che fa capo a Danny Markovitch (sassofonista) e Dani Rabin (chitarrista), tanto che il nome del gruppo è il risultato di una crasi fra i due cognomi: un disco di musica strumentale che, pur essendo i due leader indirizzati nel filone jazz rock, va oltre le definizioni inventandosi un genere tutto suo che pur facendo trasparire (soprattutto nella prima traccia) la matrice jazzistica, si apre poi verso orizzonti molto diversi dove di volta in volta gli strumenti di Rabin e Markovitch dettano legge creando sublimi atmosfere (<em>Western Sky</em>, <em>Outdoor Revolution</em>, <em>Burning Match</em>, la coinvolgente<em> Old Silhouette </em>tanto per fare qualche titolo) a volte cullate dal sax, altre sferzate dalla chitarra tagliente.  Virate più d’impronta rock si innestano sapientemente su atmosfere più pop che non mancano di fondersi, senza strafare, con la matrice yiddish che fa immancabilmente parte del DNA dei due musicisti. A rinforzare il gruppo ci sono poi il batterista Paul Wertico (con una lunga militanza nella band di Pat Metheny) e il percussionista Jamey Haddad (dalla corte di Paul Simon). A suggellare questo brillante prodotto c’è l’intensità della conclusiva <em>Winds Of Grace</em>, unico brano cantato affidato sia nelle liriche che per quanto riguarda le corde vocali a Daniel White.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/a_canadian_celebration_of_the_band_ds11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2421" title="Garth Hudson" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/a_canadian_celebration_of_the_band_ds11-150x150.jpg" alt="Garth Hudson" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>GARTH HUDSON </strong></p>
<p><strong>A Canadian Tribute To The Band </strong></p>
<p><strong>2011 Curve Music/Sony CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Non proprio un’occasione sprecata, ma un’operazione riuscita a metà. Certo, al grande Garth Hudson vanno il plauso e il riconoscimento per aver prodotto un disco tutto canadese dedicato alla musica del suo vecchio gruppo, un disco peraltro caratterizzato, e questo è proprio uno dei suoi pregi, dalle sue tastiere inconfondibili che danno all’opera un senso di continuità che solitamente non si respira nei tribute album tradizionali. Attingendo poi dal repertorio meno scontato di The Band. Il disco inizia alla grande con quattro brani di rilievo: Danny Brooks propone la poco nota e ben realizzata <em>Forbidden Fruit</em>, per non dire del graditissimo e ispirato ritorno di una delle canadesi più interessanti, Mary Margareth O’Hara, che offre subito una delle perle del disco, <em>Out Of The Blue</em>, avvolgente ballata che figurava sulla parte in studio dell’Ultimo Valzer. <em>Acadian Driftwood</em>, brano tutt’altro che facile è invece affidato a Peter Katz che si dimostra molto all’altezza della situazione, come del resto fa Neil Young affiancato dai giovani Sadies nella rilettura di <em>This Wheel’s On Fire</em>, dove la sua chitarra inconfondibile duetta con l’organo di Hudson. Da qui in poi però le cose cambiano e le sorti del disco si fanno alterne: qualche scelta poco oculata nel repertorio, o forse negli esecutori mettono in pericolo il tributo. <em>Ain’t Got No Home</em>, <em>You Ain’t Goin’ Nowhere</em>, <em>I Loved you Too Much</em>, <em>Move to Japan</em> abbassano il livello del disco in maniera irreparabile. Per fortuna, qua e là si aprono altri spiragli notevoli, come in <em>The Shape I’m In </em>(ancora i Sadies, senza Young però), o la brillante <em>Clothes Line Saga </em>dei Cowboy Junkies (anche se il brano è tutto a firma di Dylan), con una Margo Timmins ispirata e Hudson a stendere tappeti di tastiere di cui nessun altro è più capace. Buone anche le due rivisitazioni in cui compare Bruce Cockburn, <em>Sleeping</em> (accompagnato dai Blue Rodeo) e <em>Chest Fever </em>in cui è lui ad accompagnare Ian Thornley. La versione di <em>Yazoo Street Scandal</em> passa invece abbastanza anonimamente. Meglio <em>Tears Of Rage</em> affidata alle corde vocali di Chantal Kreviazuk. Da segnalare, in positive, anche <em>The Moon Struck One</em>, <em>Knockin’ Lost John</em> in chiave irish e <em>King Harvest</em>. Ecco: questo è quanto. Forse è il problema dei CD che hanno più capienza di un trentatre giri, così si tende a riempirli troppo. Questo tributo a The Band dura intorno ai settanta minuti, quarantacinque sarebbero forse bastati e ne avrebbero fatto un ottimo disco, che purtroppo invece non è.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/copernicus-2011.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2422" title="copernicus " src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/copernicus-2011-150x150.jpg" alt="copernicus " width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>COPERNICUS </strong></p>
<p><strong>Cipher And Decipher </strong></p>
<p><strong>2011 Nevermore Inc.- distribuzione Moonjune</strong></p>
<p> </p>
<p>Un nuovo disco di Copernicus, un performer e un poeta soprattutto, prima che un musicista. Questo artista newyorchese, sulla scena fin dagli anni ‘80, dopo aver provveduto tramite la sua etichetta a rendere disponibili i suoi vecchi lavori e a distribuire quelli più recenti in più lingue, è tornato recentemente con un nuovo disco, un lavoro attraversato dal lirismo e dalla nervosità: <em>Cipher And Decipeher</em> è la nuova testimonianza dello smalto che pervade la poetica di questo cantore della grande mela, e del cosmo intero con tutti i suoi mali. Un disco di dieci tracce, per una durata di ben settanta minuti, con Copernicus intento a declamare i suoi versi, accompagnato da un fedele gruppo di collaboratori, alcuni al suo fianco fin dalla prima ora, alcuni titolari di carriere discografiche in proprio a un certo livello, come Larry Kirwan, Thomas Hamlin e Fred Parcells, noti al pubblico per le loro imprese nei Black 47. Il disco, non facile, regge bene anche nella parte finale dominata dal quarto d’ora di <em>The Cauldron</em>, ma le cose migliori sono senza dubbio i brani iniziali <em>Into The Subatomic</em> e <em>Free At Last</em> e le centrali <em>Where No One Can Win</em> e <em>Infinite Streght</em>, forse la traccia più interessante, pervasa dall’inizio alla fine dal sax nervosissimo e tutto newyorchese di Matty Fillou, con la voce di Copernicus che (per fare un paragone) ricorda certe intonazioni tipiche di Moni Ovadia.</p>
<p> <em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nma.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2423" title="nma" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nma-150x150.jpg" alt="nma" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS</strong></p>
<p><strong>Keys To The Kingdom</strong></p>
<p><strong>2011 Songs Of The South CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Giunti al sesto disco in studio a tre anni di distanza da Hernando, i NMA pubblicano il loro album più personale, fortemente influenzato dalla morte del musicista e produttore Jim Dickinson, padre di Luther (voce e chitarra) e Cody (batteria) che compongono il trio con Chris Chew (basso). Inciso nello studio di famiglia Zebra Ranch, Keys To The Kingdom ha un suono meno duro che in passato, permeato di blues e gospel, incentrato sulle canzoni più che sulla chitarra di Luther, presente ma non dominante. Detto questo non è che manchino brani potenti o ritmati, come l&#8217;aspro rock di <em>This A&#8217; Way</em> che apre il disco, il successivo trascinante blues <em>Jumpercable Blues</em> nel quale la slide di Luther è affiancata dall&#8217;amico Gordie Johnson o la grintosa <em>Hear The Hills</em>. Ma gli episodi migliori mi sembrano quelli più riflessivi e personali: il gospel blues di stampo sudista <em>The Meeting</em>, cantato con il cuore da Luther aiutato dall&#8217;inconfondibile voce di Mavis Staples, la deliziosa <em>How I Wish My Train Would Come</em>, il gospel <em>Let It Roll</em> (già presente nel disco solo di Luther Onward &amp; Upward) e la splendida <em>Ain&#8217;t No Grave</em>, con un testo dedicato al padre, arricchita dalla slide di Ry Cooder. Da non trascurare l&#8217;originale versione di <em>Stuck Inside Of Mobile</em> di Bob Dylan con un arrangiamento suggerito da Jim Dickinson ai figli pochi giorni prima di morire. Dopo un paio di brani meno riusciti, <em>Jellyrollin&#8217; All Over Heaven</em> chiude il disco celebrando la vita eterna con leggerezza e serenità.  </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/israel-nash.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2424" title="israel nash" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/israel-nash-150x150.jpg" alt="israel nash" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>ISRAEL NASH GRIPKA</strong></p>
<p><strong>Barn Doors And Concrete Floors</strong></p>
<p><strong>2011 Israel Nash Gripka CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Dopo l&#8217;interessante esordio <em>New York Town</em> di due anni fa, Israel ha lasciato la grande mela rifugiandosi in un vecchio granaio nelle Catskill Mountains con il produttore Steve Shelley e un gruppo di amici per registrare il secondo album. L&#8217;ambiente rilassato e l&#8217;assenza di pressioni hanno sicuramente contribuito alla riuscita di <em>Barn Doors And Concrete Floors</em>, un disco eccellente che ha già ricevuto recensioni molto positive sia negli Stati Uniti che in Europa. Figlio di un pastore battista, Israel Nash ha avuto un&#8217;adolescenza complicata tra alcool e carcere, con quei contrasti di positività e negatività che hanno caratterizzato grandi artisti. Influenzato dai cantatutori rock classici (in primis Neil Young e Ryan Adams), ma anche dal gospel, dal country, dal folk e dalla roots music, Gripka dimostra soprattutto una capacità compositiva non comune a partire da <em>Fool&#8217;s Gold </em>un mid-tempo accattivante di presa immediata che può anche richiamare gli Stones di <em>Exile On Main Street</em>. L&#8217;ambiente bucolico sembra incidere sul country malinconico di <em>Drown</em> e sulla riflessiva ballata <em>Sunset, Regret</em>. Non ci sono tracce deboli in questo disco, ogni brano meriterebbe una citazione, dall&#8217;irresistibile melodia di <em>Four Winds</em> con la pedal steel di Rich Hinman al grintoso rock di <em>Louisiana</em> che precede la splendida <em>Baltimore</em> nella quale la voce di Gripka ricorda il maestro Young e la chitarra solista si lascia andare in un brillante assolo affiancata dall&#8217;armonica. Ma si possono dimenticare il country rock di <em>Red Dress</em> o la sofferta ballata acustica <em>Bellwether Ballad</em>? Quando si spengono le note di <em>Antebellum</em> (inzio lento, chitarra elettrica distorta e finale in crescendo) viene voglia di schiacciare nuovamente il tasto play per riascoltare un disco che sicuramente finirà nella mia top ten dell&#8217;anno.  </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/pendragon.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2425" title="pendragon" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/pendragon-150x150.jpg" alt="pendragon" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>PENDRAGON </strong></p>
<p><strong>Passion</strong></p>
<p><strong>2011 Toff Records/ Snapper CD</strong></p>
<p> </p>
<p>In attività dagli anni ’80, sempre guidati dal leader Nick Barrett (voce, chitarra, compositore e produttore con Karl Groom), i Pendragon tengono alto con gli I.Q. il nome del progressive britannico. Con <em>Passion</em> proseguono nel cammino intrapreso con il precedente <em>Pure</em> (Toff 2008), che aveva evidenziato un indurimento del suono con alcune sperimentazioni. Un disco aspro e oscuro, almeno nell&#8217;iniziale title track e in <em>Empathy</em>, caratterizzata da una chitarra insinuante e da un drumming potente, accostabili al prog metal. Anche <em>Feeding Frenzy</em>, pur non priva di melodia, segue lo stesso schema, mentre il suono si apre alla melodia in <em>The Green And Pleasant Land</em>, uno splendido brano prog con un testo nostalgico sugli aspetti positivi della Gran Bretagna del passato, contrapposti ai difetti odierni. <em>It&#8217;s Just A Matter Of Not Getting Caught</em> ha una struttura complessa con una ritmica hard che contrasta la voce melodica, <em>Skara Brae</em> alterna toni diversi con un inserimento di voce rappata, una ritmica ripetitiva e una confusione di fondo. Si chiude con <em>Your Black Heart</em>, un brano evocativo improntato sull&#8217;uso del pianoforte, con una chitarra floydiana, caratteristica dello stile melodico di Barrett. Un disco controverso che lascia qualche dubbio, con meno chitarra solista del solito, un approccio più vicino al rock, una presenza quasi di contorno delle tastiere di Clive Nolan e una qualità compositiva inferiore ai momenti migliori della band. Oltre all&#8217;edizione normale è reperibile un&#8217;edizione limitata con un DVD nel quale Barrett racconta la genesi dell&#8217;album.     </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/kw-shepherd1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2427" title="kw shepherd" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/kw-shepherd1-150x150.jpg" alt="kw shepherd" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>KENNY WAYNE SHEPHERD BAND</strong></p>
<p><strong>Live! In Chicago</strong></p>
<p><strong>2010 Roadrunner CD           </strong></p>
<p> </p>
<p>Quando esordì a diciassette anni nel 1995 con Leadbetter Heights, Shepherd sembrava destinato a una carriera folgorante. Le promesse sono state mantenute solo in parte; come per altri talenti della chitarra blues più o meno recenti (Joe Bonamassa, Jonny Lang e Jeff Healey i casi più eclatanti) le capacità tecniche indiscutibili non hanno sempre trovato materiale o produttori all&#8217;altezza. Così Kenny ha alternato album poco convincenti fino al brillante <em>10 Days Out</em>, un omaggio ai vecchi bluesmen del Sud diventato un documentario e un album di grande qualità nel 2007. Questo recente live si ricollega al precedente progetto, essendo stato registrato nel corso del tour di <em>10 Days Out</em> alla House of Blues di Chicago con ospiti due grandi veterani come Hubert Sumlin (ex chitarrista di Howlin&#8217; Wolf) e Willie “Big Eyes” Smith (ex batterista di Muddy Waters) e due chitarristi che hanno aiutato Kenny a inizio carriera, Bryan Lee (che lo invitò on stage a New Orleans a tredici anni) e Buddy Flett. E non si può dire che si tratti di un disco poco riuscito! Shepherd dimostra le sue qualità fin dai primi brani <em>Somehow, Somewhere, Someway</em> e <em>King&#8217;s Highway</em>, fortemente influenzati dallo stile di Stevie Ray Vaughan e nella swingata <em>Deja Voodoo</em>, esplosiva nella coda chitarristica. Il concerto sale ulteriormente di tono con gli ospiti; Buddy Flett è protagonista della sua <em>Dance For Me Girl</em>, un blues tosto profumato di Louisiana, mentre Willie Smith svetta alla voce e all&#8217;armonica in <em>Baby Don&#8217;t Say That No More</em> e nello slow <em>Eye To Eye</em>, classico blues di Chicago. Notevoli le versioni di <em>How Many More Years</em> e di <em>Sick And Tired</em>, entrambe con Sumlin alla chitarra e voce solista. La qualità resta alta fino alla cadenzata <em>Blue On Black</em>, nella quale spiccano la voce di Noah Hunt, cantante del gruppo di Kenny e la chitarra del leader che si distende in un assolo in crescendo molto efficace, seguita dalla conclusiva <em>I&#8217;m A King Bee</em>, grintosa e tagliente al punto giusto.</p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/drive-by.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2428" title="drive by" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/drive-by-150x150.jpg" alt="drive by" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>DRIVE BY TRUCKERS</strong></p>
<p><strong>Go-Go Boots </strong></p>
<p><strong>Sometimes Late At Night</strong></p>
<p><strong>2011 Ato Records     </strong></p>
<p> </p>
<p>Che la band di Athens sia una delle più interessanti prodotte dal Sud degli Stati Uniti negli ultimi quindici anni è indubbio. Riuscendo a miscelare con notevoli capacità influenze diverse (punk, rock sudista e alternative country) creando un suono riconoscibile e personale, la band di Patterson Hood (figlio di David Hood, celebrato bassista degli studi Muscle Shoals) ha avuto una prima fase underground culminata nel brillante doppio <em>Southern Rock Opera</em>, seguita da un periodo con la New West che ha prodotto album di ottima qualità come <em>Dirty South</em> e <em>A Blessing And A Curse</em>. La separazione con il chitarrista e cantante Jason Isbell, che aveva contribuito a questi ultimi dischi e   qualche incertezza di Hood e dell&#8217;altro compositore Mike Cooley hanno inciso sulla riuscita di <em>The Big To Do</em>, uscito l&#8217;anno scorso, e di questo <em>Go-Go Boots</em>, un disco strano (e troppo lungo) rispetto alla produzione precedente in quanto giocato quasi interamente su brani mid-tempo, a volte privi di incisività, troppo simili tra loro e con un suono un po&#8217; piatto e compresso. Il livello medio è discreto con poche vette: la ritmata e insinuante <em>I Used To Be A Cop</em>, la conclusiva <em>Mercy Buckets</em> e le due cover di Eddie Hinton, <em>Everybody Needs Love</em> e <em>Where&#8217;s Eddie</em>. L&#8217;edizione inglese è uscita con un interessante Bonus EP in omaggio (reperibile su <a href="http://www.roughtrade.com/">www.roughtrade.com</a>) comprendente una inedita cover di <em>When I Ran Off And Left Her</em> di Vic Chestnutt, intensa ballata intimista venata di country e cinque brani registrati dal vivo ad Atlanta e Madison: <em>I Used To Be A Cop</em> e <em>Mercy Buckets</em>, più intense e grintose rispetto alle versioni in studio, una suadente <em>Everybody Needs Love</em><strong>,</strong> la trascinante <em>Get Downtown</em> e un medley aspro e dissonante di <em>Buttholeville</em> (tratto dall&#8217;esordio <em>Gangstabilly</em>) con <em>State Trooper</em> di Bruce Springsteen. Dal vivo i Drive By Truckers si confermano eccellenti, mentre in studio forse è il momento di concedersi un attimo di pausa dopo anni di attività frenetica. </p>
<p><em>Paolo Baiotti         </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>       <a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/decemberists1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2430" title="decemberists" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/decemberists1-150x150.jpg" alt="decemberists" width="150" height="150" /></a></em></p>
<p><strong>THE DECEMBERISTS</strong></p>
<p><strong>Live At The Bull Moose</strong></p>
<p><strong>2011 Capitol CD</strong></p>
<p> </p>
<p><em>The King Is Dead</em>, il recente album della band della costa ovest, è considerato uno dei migliori dischi di questi primi sei mesi. Colin Meloy e compagni hanno lasciato da parte le influenze prog presenti in passato (ad esempio nell&#8217;eccellente <em>The Crane Wife</em>), privilegiando una scrittura aderente al formato della canzone breve tra folk, country e pop. L&#8217;innato gusto per la melodia e la qualità dei brani hanno contribuito alla riuscita di un disco tanto piacevole da ascoltare quanto lontano dalla banalità spesso accostata al pop rock. Questo mini album di sette brani, registrato a gennaio in un negozio di dischi di Scarborough in Maine, e uscito in occasione del Record Store Day in edizione limitata di 2500 copie, conferma i pregi della recente produzione della band. Sette brani dei quali sei tratti da <em>The</em> <em>King Is Dead</em> che, anche dal vivo, non perdono nulla della loro naturale fluidità, guadagnando in carattere e calore. Il singolo <em>Down By The Water</em> (chiaramente ispirato dai REM&#8230;non a caso Peter Buck è ospite nella versione in studio) e <em>This Is Why We Fight</em> sono due brani trascinanti dalla melodia irresistibile, <em>Rox In The Box</em> riprende con sapienza la lezione folk-rock dei Fairport Convention, <em>June Hymn</em> è riflessiva e intimista, mentre <em>All Arise!</em> è allegra e coinvolgente e <em>Rise To Me</em> evidenzia le qualità vocali di Meloy e i raffinati arrangiamenti dei compagni (deliziosi la pedal steel di Chris Funk e l&#8217;armonica di Colin). Si chiude con la preziosa cover della ballata country <em>If I Could Win Your Love</em> dei Louvin Brothers. Peccato che l’album duri solo mezz&#8217;ora!  </p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/mcreynolds.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2431" title="mcreynolds" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/mcreynolds-150x150.jpg" alt="mcreynolds" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>JESSE McREYNOLDS &amp; FRIENDS</strong></p>
<p><strong>Songs Of The Grateful Dead</strong></p>
<p><strong>2010 Woodstock Records CD</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>THE WHEEL<a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/the_wheel1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2435" title="the_wheel" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/the_wheel1-150x150.jpg" alt="the_wheel" width="150" height="150" /></a></strong></p>
<p><strong> A Musical Celebration Of Jerry Garcia</strong></p>
<p><strong>2011 Nugs.net CD</strong>    </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>L&#8217;anno scorso, sviluppando un&#8217;idea di Sandy Rothman (musicista di bluegrass e compagno di Jerry Garcia nei Black Mountain Boys e nella Acoustic Band), il grande cantante e mandolinista bluegrass Jesse McReynolds ha pubblicato un eccellente tributo alla musica del leader dei Grateful Dead. Nato nel 1929 in Virginia, McReynolds ha formato con il fratello Jim nel 1947 il duo Jim &amp; Jesse ed è considerato un musicista innovativo e influente in ambito bluegrass. Ed è stato uno degli artisti preferiti di Garcia negli anni dell&#8217;adolescenza, come racconta Rothman nel booklet del dischetto. McReynolds ha chiamato i componenti del suo gruppo Virginia Boys e alcuni amici che in passato hanno collaborato con Garcia in ambito acustico come Stu Allen e David Nelson, scegliendo dodici tracce (quasi tutte scritte da Jerry con Robert Hunter) riarrangiate tra country e bluegrass con ottimi risultati. In particolare la dolente <em>Black Muddy River</em>, la raffinata <em>Ripple</em>, l&#8217;improvvisata <em>Bird Song</em> (che mantiene un sapore psichedelico di fondo), la melanconica <em>Loser </em>(ottima prestazione vocale di McReynolds) e la ballata <em>Standing On the Moon</em> spiccano in un dischetto che si ascolta con grande piacere, chiuso da <em>Day By Day</em>, unico brano composto da McReynolds con Robert Hunter. Di pari livello il concerto organizzato dalla Rex Foundation (l&#8217;organizzazione benefica fondata dai Grateful Dead) il 4 dicembre del 2010 al Fillmore di San Francisco che ha riunito McReynolds con David Nelson, Peter Rowan, Barry Sless e altri musicisti presenti nel disco o comunque legati a Garcia. I brani migliori sono stati raccolti in un compact disc reperibile sul sito <a href="http://www.nugs.net/">www.nugs.net</a> che dimostra per l&#8217;ennesima volta la valenza universale del songwriting di Jerry. Dodici tracce tra le quali una liquida <em>Ripple</em> con Nelson (uno dei fondatori dei New Riders Of Purple Sage) alla voce solista e Steve Thomas al violino, la ballata <em>Peggy-O</em> (un tradizionale interpretato più volte da Garcia sia da solo che con i Grateful Dead) sempre con Nelson alla voce e un prezioso Mookie Siegel alla fisarmonica, una deliziosa <em>Standing On The Moon</em> con intreccio di violino, mandolino, fisarmonica e pedal steel nella coda strumentale, <em>Franklin&#8217;s Tower</em> trascinante anche in veste prevalentemente acustica, il tradizionale <em>Dark Hollow</em> con Peter Rowan (compagno di Garcia nella seminale band di bluegrass Old And In The Way) e la trascinante <em>The Wheel</em>, improvvisata in grande scioltezza.</p>
<p><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nighthawks-live.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2433" title="nighthawks live" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/nighthawks-live-150x150.jpg" alt="nighthawks live" width="150" height="150" /></a></p>
<p> <strong>THE NIGHTHAWKS</strong></p>
<p><strong>Last Train To Bluesville</strong></p>
<p><strong>2010 Rip Bang CD</strong></p>
<p> </p>
<p>Gli inossidabili Nighthawks proseguono nel loro cammino iniziato nel 1972 quando l&#8217;armonicista Mark Wenner formò la band a Washington D.C. con il chitarrista Jimmy Thackery (che ha avviato una carriera solista nel 1986). In questo disco acustico, registrato dal vivo negli studi della radio Sirius/XM, la formazione comprende due membri originali, Wenner e Pete Ragusa (batteria) che si è ritirato proprio dopo questa incisione sostituito da Mark Stutso (che curiosamente proviene dalla band di Thackery), oltre a Paul Bell (chitarra) e Johnny Castle (basso). Anche in veste acustica il quartetto non delude, muovendosi con scioltezza e naturalezza tra blues e roots music, guidato da Wenner principale voce solista a proprio agio sia nello swingato rock and roll <em>The Chicken And The Hawk</em> (famosa la versione di Big Joe Turner) che nello slow blues di Muddy Waters <em>Ninenteen Years Old</em> e nella raffinata <em>Rainin&#8217; In My Heart</em>. Ragusa canta il divertente doo-wop <em>I&#8217;ll Go Crazy</em> di James Brown, mentre Johnny Castle è protagonista in <em>You Don&#8217;t Love Me</em> e nel classico di Chuck Berry <em>Thirty Days</em>. Il blues jazzato di <em>High Temperature</em> e le note inconfondibili di una ritmata <em>Rollin&#8217; And Tumblin&#8217;</em> chiudono un disco fresco e incisivo che non sfigura nel corposo catalogo di una band che ha dato molto alla musica tradizionale americana.                             </p>
<p> <em>Paolo  Baiotti</em></p>
<p> </p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Qualche (disordinato) appunto di viaggio</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 22:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Calvi]]></category>
		<category><![CDATA[Gang Of Four]]></category>
		<category><![CDATA[J. Mascis]]></category>
		<category><![CDATA[Josh T. Pearson]]></category>
		<category><![CDATA[JoyCut]]></category>
		<category><![CDATA[Wire]]></category>

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		<description><![CDATA[ A rovistare fra le novità, qualche mese fa, sembrava di essere tornati indietro di trent&#8217;anni. I nuovi album di Wire e Gang Of Four contemporaneamente sul mercato? Se per la band di Colin Newman la sorpresa era decisamente mitigata da un ritorno a grandissimi livelli che negli ultimi anni aveva già espresso ottimi lavori del calibro di &#8220;Send&#8221; (2003) e &#8220;Object [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/several-shades-of-why.jpg"></a><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Content.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2359" title="Content" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Content-150x150.jpg" alt="Content" width="150" height="150" /></a> A rovistare fra le novità, qualche mese fa, sembrava di essere tornati indietro di trent&#8217;anni. I nuovi album di <strong>Wire</strong> e <strong>Gang Of Four</strong> contemporaneamente sul mercato? Se per la band di Colin Newman la sorpresa era decisamente mitigata da un ritorno a grandissimi livelli che negli ultimi anni aveva già espresso ottimi lavori del calibro di &#8220;Send&#8221; (2003) e &#8220;Object 47&#8243; (2008), il lungo silenzio dal quale uscivano i Gang Of Four ed il tenore delle loro precedenti e ormai lontane prove in studio, potevano dare adito a qualche ragionevole dubbio. Non paghi di averci lasciato come ultima testimonianza inedita una brodaglia in salsa electro/dance come &#8220;Shrinkwrapped&#8221; del 1995, Andy Gill &amp; Co. esattamente dieci anni dopo, nel 2005,  si erano permessi di fare anche peggio, assemblando con il doppio &#8220;Return The Gift&#8221; un&#8217; inutile raccolta di vecchi classici rivisitati a fini di lucro, non foss&#8217;altro per celebrare in prima persona un sound, il loro, che in quegli anni di riflusso aveva elargito gloria e pecunia a cani e porci. Alla luce di quello che ascoltiamo oggi, dobbiamo però ammettere che ritrovare quelle sonorità, rimettere le mani su quei brani, non può che aver fatto bene ai Gang Of Four ed al loro amor proprio, spingendoli a reiterare nella direzione giusta.<strong> &#8220;Content&#8221; </strong>(2011) è davvero un ottimo disco, ispido, frenetico,  pulsante, schizofrenico, quadrato e soprattutto rock, sulla scia dei lavori<a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Red-Barked-Tree1.jpg"></a> migliori del periodo storico, &#8220;Entertainment&#8221; (1979) e &#8220;Solid Gold&#8221; (1981), immediatamente dietro ai quali si pone per contenuti e rilevanza artistica.  Unico cruccio rimane quello di non averli potuti ascoltare dal vivo dalle nostre parti, causa annullamento dell&#8217;intera tournee italiana.  <strong>&#8220;Red Barked Tree&#8221; </strong>(2011) ci restituisce invece gli Wire in una dimensione prossima a quel<a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Red-Barked-Tree.jpg"></a> pop sofisticato che era stato anche il tratto domimante del precedente &#8220;Object 47&#8243;.  Anche se non mancano le impennate ritmiche ed i momenti in cui la piena sembra travolgere gli argini, alla fine il fiume ritorna sempre nel proprio letto e scorre sereno il suo corso fino alla foce naturale. Le bottiglie in copertina a volte paiono traballare un po&#8217;, ma non rischiano mai di finire a pezzi. Canzoni e melodie sembrano sbocciare <a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Red-Barked-Tree3.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2378" title="Red Barked Tree" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Red-Barked-Tree3-150x150.jpg" alt="Red Barked Tree" width="150" height="150" /></a>dalla penna di Colin Newman e compagni con disarmante semplicità, tanto che<a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Red-Barked-Tree2.jpg"></a> alla fine affiora il sospetto che cominci a subentrare un po&#8217; di mestiere. In ogni caso, tanto di cappello. La recente tournee nel nostro Paese ci ha confermato che questi terribili vecchietti paiono divertirsi ancora molto, e noi almeno quanto loro. </p>
<p style="text-align: justify;">Per coloro che volessero continuare a bearsi di queste sonorità, un passaggio  ideale è quello  verso <strong>&#8220;Ghost </strong><strong> Trees Where To Disappear&#8221;</strong> (2011), secondo album dei bolognesi <strong>JoyCut</strong>: un disco che nel 1981 avrebbe fatto sfracelli&#8230; Al di là della fin troppo facile ironia, va detto che non di sola musica derivativa si tratta: se l&#8217;inevitabile collocazione è <a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/JoyCut1.jpg"></a>quella, appunto, dell&#8217;Inghilterra dei primi anni ottanta e dei suoi eroi crepuscolari, Cure e Joy Division in testa, ai giovani emiliani va riconosciuta la capacità di scrivere belle canzoni con estrema facilità e di confezionarle in maniera tale da affiancare un originale tocco personale all&#8217;ABC del perfetto post-punker. Il risultato è un album godibilissimo, scuro quanto basta, che ha tutte le potenzialità per andare oltre il pubblico di stretta osservanza&#8230; Per una volta ci piacerebbe credere alle favole&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/JoyCut3.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2391" title="JoyCut" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/JoyCut3-150x150.jpg" alt="JoyCut" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso che all&#8217;inizio ho tentato di resistere, di rimanerne fuori.  Alla naturale ritrosia verso quello che molta stampa vuole far passare come l&#8217;hype del momento, come il disco irrinunciabile di questo scorcio d&#8217;anno e fors&#8217;anche di millennio, si era aggiunta l&#8217;avversione per una copertina a mio giudizio piuttosto orribile, un concentrato di kitsch e cattivo gusto che, per fortuna, non riflette nemmeno lontanamente il contenuto dell&#8217;album. Ma di tutto ciò, naturalmente, te ne puoi rendere conto solo quando l&#8217;hai ascoltato, questo benedetto album. Per un po&#8217; ho provato ad evitarlo, insomma.  Poi mi è bastato incrociarne una bella copia in vinile ed avere la possibilità di ascoltarne qualche brano in cuffia dal rivenditore, per <a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Anna-Calvi1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2395" title="Anna Calvi" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Anna-Calvi1-150x150.jpg" alt="Anna Calvi" width="150" height="150" /></a>cambiare immediatamente idea e portarmelo subito a casa, questo maledetto album. Copertina a parte,<strong> &#8221;Anna Calvi&#8221;</strong> (2011)  è davvero un disco molto bello, proprio a cominciare dallo splendido strumentale che lo inaugura e che costituisce, di fatto, lo Stargate per il suo piccolo mondo affatto dorato. Chitarrine twang portate allo spasimo fra luci (poche) e (tante) ombre, fra pause e ripartenze, in un crescendo ritmico ed emozionale che non lascia scampo. Spaghetti western allo scoccare della mezzanotte in un cimitero sconsacrato. E poi una serie di ballate scheletriche dalle tinte decisamente fosche, protagoniste sempre le stesse chitarre piangenti ed i toni spesso disperati della voce dell&#8217;inglesissima Anna, che hanno innanzitutto il pregio di essere grandi canzoni e poi quello di rivelare al mondo un&#8217;artista vera, che non sappiamo se sarà destinata al successo od a tornare in quell&#8217;oscurità dalla quale ha appena messo fuori la testa, ma che, in ogni caso, ci ha regalato un disco praticamente perfetto. Cosa che ormai non capita proprio tutti i giorni. I fan di Nick Cave e PJ Harvey potrebbero gridare al miracolo&#8230; </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Last-of-the-country-gentlemen.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2400" title="Last of the country gentlemen" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/Last-of-the-country-gentlemen-150x150.jpg" alt="Last of the country gentlemen" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un altro artista che è riuscito a mettersi a nudo con una sincerità disarmante, a scavare nella propria anima senza ritegno alcuno, è <strong>Josh T.Pearson</strong>, recentemente tornato alla luce dopo anni di esilio nel labirinto dei propri fantasmi con un disco per il quale si sono già sprecati aggettivi piuttosto inconsueti. I pochi che lo ricordavano alla guida dei Lift To Experience di &#8220;The Texas Jerusalem Crossroads&#8221;, dovranno cambiare completamente tiro. Dopo quelle divagazioni noise/psycho/shoegaze , Josh torna alla propria voce, alla chitarra acustica, ad un violino e poco più. <strong>&#8220;Last Of The Country Gentlemen&#8221;</strong> (2011) è decisamente un disco d&#8217;altri tempi, che richiede impegno, partecipazione ed un ascolto &#8220;attivo&#8221; al quale non siamo abituati. Una costanza che sarà sicuramente ben ricompensata: coloro che riusciranno a passare dalla prima fuorviante sensazione di noia alla consapevolezza di avere fra le mani uno di quei dischi che non escono tutti gli anni, difficilmente riusciranno a staccarsi dal suo fatale abbraccio nei mesi che seguiranno. Canzoni mediamente lunghe caratterizzate da melodie spesso contorte, che si abbarbicano negli anfratti di quelle note slegate, che si adagiano su un letto di vetri sottili con una leggerezza che ha un che di miracoloso. Fa quasi paura pensarci, ma le affinità più prossime sono quelle con il Tim Buckley interstellare di &#8220;Happy Sad&#8221; o &#8220;Starsailor&#8221;. </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/several-shades-of-why1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2402" title="several shades of why" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/05/several-shades-of-why1-150x150.jpg" alt="several shades of why" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"> E, in un certo senso, anche <strong>J. Mascis</strong> si è messo a nudo. O, meglio, con <strong>&#8220;Several Shades Of Why&#8221;</strong> che, a voler essere puntigliosi, è il suo primo album solista (per le altre prove in solitaria aveva adottato degli pseudonimi), ha messo a nudo le proprie canzoni.   Se riuscite ad immaginarvi i Dinosaur Jr. in versione unplugged, non dovreste andare lontani dalla dimensione di questo lavoro. Che J. Mascis sapesse scrivere grandi canzoni era cosa nota da almeno vent&#8217;anni, che le stesse funzionassero ottimamente anche senza il consueto carico di elettricità è un fatto che ormai non può sfuggire a nessuno. Il fantasma di Neil Young assume contorni sempre più precisi in questo pugno di canzoni acustiche, scarne, strascicate e sofferte che, tuttavia, non rinunciano mai a quella melodia sghemba, semplice ed immediata,  che è il vero marchio di fabbrica del Nostro. Che, quando proprio non ce la fa più, riesce anche a lasciarsi andare con la sua amata Fender in un paio di brani per mettere il sigillo, quello vero, su un disco che gli appartiene come pochi altri.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/12</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 21:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Hillman & Herb Pedersen]]></category>
		<category><![CDATA[Dire Straits]]></category>
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CHRIS HILLMAN &#38; HERB PEDERSEN
At Edward’s Barn
2010 Rounder CD
 
Incredibile! Un disco dal vivo di Chris Hillman. Incredibile perché, nella sua eccezionalmente lunga e prolifica carriera, è uno dei rari dischi live di questo artista, se non sbaglio solo il secondo pubblicato in tempo reale (e comunque anche i live d’archivio sono solo un paio). Nessun [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/soft-machine-legacy.jpg"></a><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/hillman-pedersen1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2318" title="hillman pedersen" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/hillman-pedersen1-150x150.jpg" alt="hillman pedersen" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>CHRIS HILLMAN &amp; HERB PEDERSEN</strong></p>
<p>At Edward’s Barn</p>
<p>2010 Rounder CD</p>
<p> </p>
<p>Incredibile! Un disco dal vivo di Chris Hillman. Incredibile perché, nella sua eccezionalmente lunga e prolifica carriera, è uno dei rari dischi live di questo artista, se non sbaglio solo il secondo pubblicato in tempo reale (e comunque anche i live d’archivio sono solo un paio). Nessun disco dal vivo con i Byrds, nessuno con i Manassas, la SHF Band, la Desert Rose Band o come solista assoluto. A conti fatti c’è solo il mitico <em>Last Of The Red Hot Burritos</em> a far compagnia a questo scintillante, bellissimo concerto acustico realizzato col fido pard Herb Pedersen. Il disco è stato registrato verso la fine del 2009 in un fienile dove con cadenza regolare i nostri si esibiscono per beneficenza. L’acustica particolare della sede scelta, l’informalità e l’intimità della performance ne fanno una perla di rara bellezza, sia per chi ama le atmosfere acustiche che per chi apprezza la formidabile miscela vocale che Herb e Chris sanno allestire quando le loro ugole si uniscono (e ormai sono decenni che la cosa accade). Come se non bastasse, hanno scelto per farsi accompagnare un gruppo di musicisti molto dotati che creano un sound ricco e grondante di umori unici. Ci sono infatti il violino di David Mansfield (già al fianco di Hillman negli anni ‘80 per una serie di registrazioni country- gospel), il bassista Bill Bryson (a lungo collaboratore del duo) e il chitarrista Larry Park. I due compadres oltre alle voci ci mettono il banjo (Herb) e il mandolino (Chris), con un risultato che le parole stentano a definire. Il concerto è un viaggio piacevolissimo attraverso tanti anni di musica e di gruppi e concede anche un paio di brani nuovi che in questi frangenti non guastano mai, come a dire che i nostri non sono solo due pezzi da museo. E difatti, la particolare ritrosia di Hillman verso il materiale d’archivio conferma questa dichiarazione. Chris Hillman sembra, con questo disco, essere ritornato definitivamente al mandolino, il suo strumento originario, quello con cui dalle parti di San Diego suonava in timidi gruppi bluegrass prima di imbracciare il basso e cominciare a volare con i Byrds. Il disco si apre con il gospel di <em>Going Up Home</em> per poi citare la Desert Rose Band attraverso <em>Love Reunited</em>. La versione di <em>Turn Turn Turn</em> è puro spettacolo così come gli altri brani byrdsiani, <em>Have You Seen Her Face</em> (il primo firmato da Chris per supplire alla fuoriuscita di Gene Clark dal gruppo) e l’incredibile versione acustica di <em>Eight Miles High</em>, che dal vivo è anche meglio di quella già spettacolare incisa in studio qualche anno fa. Dal repertorio dei Burritos ci sono <em>Together Again</em>, <em>Sin City</em> e un’azzeccata <em>Wheels</em>. Tra gli inediti si fa apprezzare particolarmente <em>Tu Cancion</em> una canzone di ispirazione tex-mex ma senza fisarmoniche composta da Hillman, probabilmente con in testa il Dylan di <em>To Ramona</em>. La conclusione del disco (quindici brani in tutto) è affidata a <em>Wait A Minute</em> cantata da Pedersen, e alla struggente <em>Heaven’s Lullabye</em>.</p>
<p> Paolo Crazy Carnevale</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/Johnnie-Selfish-and-the-Worried-Men-Band.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2320" title="Johnnie Selfish and the Worried Men Band" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/Johnnie-Selfish-and-the-Worried-Men-Band-150x150.jpg" alt="Johnnie Selfish and the Worried Men Band" width="150" height="150" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>JOHNNIE SELFISH AND THE WORRIED MEN BAND</strong></p>
<p>Committed</p>
<p>2010 Autoproduzione CD</p>
<p><em> </em></p>
<p>Un disco realizzato da veri amanti della musica americana. Dagli strumenti, alle sonorità, Johnnie Selfish e i suoi propongono un ritratto del folk americano appassionato, ma molto, forse troppo tecnico,  puntuale nell&#8217;esecuzione e senza una nota in più o in meno di quanto sia richiesto. Questo è certo un pregio quando si suona un genere popolare, il saper essere allo stesso tempo buoni strumentisti e arrangiatori oculati. Tuttavia alcune pecche sono difficilmente perdonabili a dei musicisti di livello: voler fare una canzone d&#8217;autore, nel senso in cui è intesa in Italia, rifacendosi al mondo del folk americano può essere pericoloso e dare luogo a fraintendimenti non sempre risolvibili. C&#8217;è qualcosa di sbagliato nell&#8217;immaginarsi Woody Guthrie cantare una <em>Song For The Working Class </em>come quella che compare in apertura del disco, è un accostamento che va al di là dei limiti del folk americano, per sorvolare poi su svarioni linguistici propri dell&#8217;italiano come l&#8217;allitterazione <em>&#8220;lines and lanes&#8221; </em>che sono quasi cacofonici in altre lingue. Certo, è già una buona prova saper addentare con originalità un genere rigido e chiuso nei suoi schemi fissi, nelle sue armonie ricorrenti, e veramente il lato strumentistico non delude mai; molto pregevole anche lo strumentale <em>Self Portrait</em>. Tuttavia ciò che il disco non trasmette è il lato, per così dire, ruspante della musica, quell&#8217;eterna, ossessiva ripetitività dei folk singer, nonostante la quale sono nati brani di struggente poesia, soppiantati qui da immagini altamente prosastiche, poco più di una pallida imitazione. A volte si ha l&#8217;impressione che il testo non sia che un mero riempitivo per una musica che suoni il più americano possibile, quasi un esercizio di stile.</p>
<p>Eugenio Goria</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/neil_young_le_noise_cd_cover1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2322" title="neil_young_le_noise_cd_cover" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/neil_young_le_noise_cd_cover1-150x150.jpg" alt="neil_young_le_noise_cd_cover" width="150" height="150" /></a> </p>
<p><strong>NEIL YOUNG</strong></p>
<p>Le Noise</p>
<p>2010 Repris CD</p>
<p> </p>
<p>Della serie dischi inutili. Dispiace dirlo di uno dei propri beniamini, ma questo ennesimo CD firmato dal canadese per eccellenza mi ha deluso. Così come mi avevano deluso i suoi predecessori. Non so se sia perché Young sta riversando tutte le energie nei suoi archivi o se sia proprio perché la vena creativa si è momentaneamente impoverita, ma non mi erano piaciuti né <em>Chrome Dreams II</em>, né <em>Fork In The Road</em>. Per carità qualche brano buono lo si trovava anche, così come lo si trova in questo nuovo CD, ma la sensazione era, ed è, che la bontà fosse dovuta al fatto che tutto il resto era davvero brutto. A partire dalla grafica, ma Young ha spesso avuto il gusto dell’orrido in questo senso, questi dischi non fanno davvero onore a buona parte del passato discografico di Neil Young. E sì che l’attesa era davvero spropositata, da quando si era saputo che a produrre il tutto c’era nientepopodimenoche il signor Lanois, un altro canadese. Più che di suoni in questo disco sentiamo dei feedback, ma non occorreva scomodare il già produttore di U2, Bob Dylan, Robbie Robertson: Young di feedback chitarristici ce ne aveva già regalati molti in passato, senza dover propinarci questa nuova creazione. Quello che emerge dagli ascolti, ripetuti, è la totale mancanza d’ispirazione, di buone canzoni. C’è anche la ripresa di un vecchio brano, pare risalente al 1976, ma sicuramente eseguito più volte nel tour del 1992, intitolato <em>Hitchhiker</em>, una buona canzone, ma vestita con un arrangiamento che non va giù. Un paio di brani acustici o semiacustici sembrano eccellere tra gli altri, otto in tutto per meno di quaranta minuti, <em>Someone’s Gonna Rescue You</em> e <em>Peaceful Valley Boulevard </em>dove si cerca di rifare il verso a certe cose di <em>On The Beach</em> (senza riuscirci), ma, lo ripeto è un’eccellenza fatua, che emerge per colpa della pochezza del resto. Quantomeno, stavolta ci è stata risparmiata l’edizione col DVD allegato (che ultimamente Young non aveva mai fatto mancare ai suoi fan) anche se per la verità, su Youtube c’è un video dedicato alla realizzazione di questo <em>Le Noise.</em></p>
<p> Paolo Crazy Carnevale</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/rufus-party.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2323" title="rufus party" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/rufus-party-150x150.jpg" alt="rufus party" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>RUFUS PARTY</strong></p>
<p>Civilization &amp; Wilderness</p>
<p>2007 Bluebout CD</p>
<p><em> </em></p>
<p> </p>
<p>Un bel lavoro come non se ne vedono spesso.  I Rufus Party sono una band di Reggio Emilia che ha scelto per il proprio lavoro, prodotto nel 2007, una veste semplice e casalinga: una grafica essenziale, una registrazione su bobinone analogico: roba d&#8217;altri tempi. Tuttavia, anche se in certi ambienti questo entusiasmo tutto amatoriale può non essere ben visto, il prodotto musicale è sicuramente di alta qualità, e merita il rispetto che si deve a un bel disco. <em>Civilization &amp; Wilderness</em> è, come lo definisce il chitarrista Parmiggiani, &#8220;una specie di <em>concept album</em> registrato con amore, come si faceva una volta&#8221;, e rappresenta un&#8217;originale rielaborazione del rock blues britannico e americano. Forte è in molti brani l&#8217;influenza di Jagger e Richards, e a volte lo spirito di emulazione prevale sulla creatività, ma non mancano momenti anche di grande personalità che fanno presto dimenticare le piccole sbavature che si incontrano qua e là. Ad esempio le due parti in cui è divisa <em>Walk Of Fame </em>rappresentano un tentativo di sperimentazione davvero azzeccato e significativo, che mescola un riff blues suonato dall&#8217;armonica con sonorità innovative, a metà strada tra l&#8217;indie e il rock. Quanto alla voce, sono necessarie due parole in più: quasi sempre il cantante è in buona sintonia con l&#8217;accompagnamento e con la natura delle canzoni che interpreta, è perfetto in un brano come la poderosa e travolgente <em>Mr. Shuffle</em>, lascia però a bocca asciutta su un lento come <em>Girl On A Pedestal, </em>e l&#8217;ascoltatore forse vorrebbe un po&#8217;di più in un pezzo peraltro molto bello. L&#8217;ascolto prosegue tra suggestioni che vanno dagli anni Sessanta americani al rock contemporaneo, attraverso riff quasi sempre puntuali e incisivi, con una ricchezza di timbriche e di strumenti che rende il disco estremamente particolare: non ci sono molti gruppi che sanno utilizzare a ragion veduta un organo hammond.  Un bel lavoro dunque, con pregi e difetti, ma piacevole all&#8217;ascolto e ricco di buone idee.</p>
<p>Eugenio Goria</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/soft-machine-legacy2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2326" title="soft machine legacy" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/soft-machine-legacy2-150x150.jpg" alt="soft machine legacy" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>SOFT MACHINE LEGACY</strong></p>
<p>Live Adventures</p>
<p>2010 Moonjune CD</p>
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<p>Nonostante Hugh Hopper ed Elton Dean siano passati recentemente a miglior vita, la spinoff band che si dedica a proseguire i fasti dei Soft Machine continua la propria strada con onore e perseveranza. Questo live, fresco di stampa, ci propone il sunto di due serate tenute nell’ottobre dello scorso anno in Austria e Germania. Il gruppo, va detto per i puristi e i pignoli, non comprende alcun membro originale del gruppo, ma ha sempre avuto l’imprimatur degli ex, e il buon gusto di non farsi chiamare semplicemente Soft Machine è cosa non da poco. Per sostituire Hopper la formazione britannica ha seguito una logica inappuntabile ed ecco che ora le vibranti note di basso elettrico sono a discrezione di Roy Babbington, che negli anni ‘70 aveva militato nel gruppo per un breve periodo. Così sono sempre tre i componenti del quartetto attuale che hanno nel DNA la musica dei Soft Machine: Babbington, il batterista John Marshall e il chitarrista John Etheridge, che è un po’ il leader del gruppo odierno. Il quarto membro è il giovane Theo Travis, oboe e sassofono, che vanta un pedigree stellare, annoverando collaborazioni con Dick Heckstall-Smith, Gong, i fratelli Sinclair e Robert Fripp. Il disco è molto ben registrato e ci mostra un gruppo ben lontano dal fare della semplice musica per nostalgici, proponendo a fianco di qualche titolo firmato dai vecchi Soft Machine (<em>Gesolreut</em> di Ratledge e <em>Facelift</em> di Hopper) nuove composizioni di Etheridge, Travis e di Karl Jenkins, altro personaggio legato alle due formazioni. Si va dalle atmosfere molto progressive di <em>Song Of Aeolus</em> (con la chitarra ispirata di Etheridge a dominare) e <em>The Nodder</em> agli sperimentalismi dell’iniziale <em>Has Riff II</em> (rielaborazione di gruppo di un tema originale di Mike Ratledge), passando per il jazz rock di <em>Grapehound </em>e <em>In The Back Room</em> (con gran lavoro del sassofonista) e il free del medley <em>The Relegation Of Pluto/Transit</em>.</p>
<p> Paolo Crazy Carnevale</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/thee-jones-bones.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2327" title="thee jones bones" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/thee-jones-bones-150x150.jpg" alt="thee jones bones" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>THEE JONES BONES</strong></p>
<p>Electric Babyland</p>
<p>2010 Il verso del cinghiale CD</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Nella scia dei gruppi a base di sola chitarra e batteria (White Stripes, Black Keys tanto per dire i più affermati) si inserisce questa curiosa formazione bresciana. Per la verità ci sono altri strumenti in questo disco, ma il gruppo resta comunque un duo, formato da Luca Ducoli e Michele Federici. Se la copertina e il titolo (entrambi da premio!) fanno pensare immancabilmente a Hendrix, l’ascolto ci porta decisamente altrove, le nove tracce di questo CD sono tutto tranne un riferimento al mancino di Seattle. Una parola può riassumere quello che i Thee Jones Bones suonano: rock’n’roll. Scontato? No, direi anzi molto fruibile, grezzo, ribelle, simpatico, in tutte le sue sfaccettature, il rockabilly delle origini, con tanto di riferimenti country e bluegrass, una buona dose di punk, passando, distrattamente, per Lou Reed con il brano <em>Nico’s Banana</em>. Il tutto shakerato col risultato di un prodotto fresco e originale: banjo, chitarre slide, ritmica incalzante: oltre al brano citato si fanno apprezzare particolarmente <em>Cowbaby</em>, <em>Teachin’ Nurse</em> e l’iniziale <em>Holly Holly</em>.</p>
<p>Paolo Crazy Carnevale</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/dire-straits.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2328" title="dire straits" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/dire-straits-150x150.jpg" alt="dire straits" width="150" height="150" /></a></p>
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<p><strong>DIRE STRAITS</strong></p>
<p>Sultans Of Swing The Very Best</p>
<p>2010 Vertigo 2CD + DVD</p>
<p> </p>
<p>La band si forma a Newcastle nel 1977 e poi si trasferisce a Londra, con David  Knopfler, il fratello  Mark, e gli amici John Illsey, basso e Pick Withers, drums. In piena era punk i Dire Straits  (letteralmente terribili ristrettezze) riuscirono a creare una sonorità unica, unendo il classico rock &amp; roll a influenze country, jazz, swing e blues, grazie anche alla loro notevole capacità strumentale e compositiva che li fece diventare in poco tempo famosi in tutto il mondo con i due primi albums, <em>Dire Straits</em> e <em>Communiquè</em>, piccoli gioielli del genere e con singoli che ormai fanno parte della storia della musica rock, da Tunnel Of Love a Romeo And Juliet, da Local Hero a Sultan Of Swing, solo per citarne alcuni. Questa raccolta fu pubblicata dalla Vertigo nel 1998 come album singolo con sedici brani, ovviamente i più famosi della band oltre a due tracce live, Your Latest Trick e Local Hero/ Wild Theme. Visto il successo fu ripubblicata in doppio CD, con il disco originale sul primo CD e sul secondo un concerto inedito registrato a Londra nel 1996 durante il Golden Heart Tour, contenente sette brani e con versioni strepitose di Romeo And Juliet, Sultan Of Swing e Brothers In Arms. La ultimissima versione è questo lussuoso cofanetto con booklet allegato, a prezzo veramente contenuto, con i due CD già citati e uno stupendo DVD contenente sedici canzoni  dal vivo tratte da vari concerti con brani lunghi e dilatati, con grande spazio ai solismo dei musicisti e con Mark in grande spolvero con la sua chitarra e con la sua voce roca e personalissima:Sultan Of Swing, Romeo And Juliet, Tunnel Of Love, Calling Elvis, Love Over Gold e Heavy Fuel ci faranno sempre sognare.</p>
<p>Daniele Ghisoni</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/john-hammond.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2329" title="john hammond" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/john-hammond-150x150.jpg" alt="john hammond" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>JOHN HAMMOND</strong></p>
<p>Rough &amp; Tough</p>
<p>2009 Chesky Records CD</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Quasi cinquant’anni di carriera, forse il più grande interprete ed esecutore bianco della musica blues di tutti i tempi, riesce ancora a stupirci con un nuovo album, grazie a una voce calda e coinvolgente, un tocco chitarristico unico unito alle sonorità stupende che riesce a trarre dalla sua armonica. Con un Palmares di un Grammy Award e un WH. Handy Award, oltre a diverse nomination, il 26  giugno di quest’anno ha suonato il suo concerto numero 4.000. Una produzione discografica enorme, oltre trenta album, iniziata nel 1962 ma con pochissimi lavori non all’altezza. Soprattutto interprete, perché John ha scritto pochissimo, delle canzoni di tutti i grandi del blues, da Muddy Waters , Chuck Berry, Jimmy Reed, Son House, Sonny Boy Williamson, fino a Howlin’ Wolf ,  solo per citarne alcuni, ma anche un brano già ascoltato migliaia di volte nella sua esecuzione riesce a dare ancora nuove sensazioni che ti coinvolgono in modo unico. Quindici brani, classici senza tempo, prodotti da G.Love , nei quali John si fa aiutare da Stephen Hodges, drums, Marty Baloou, bass e Bruce Katz, keys e suona acoustic and 12 strings guitar  National steel e armonica. Il disco è stato registrato  nel novembre del 2008 in NYC, alla St. Peter Episcopal Church. Le canzoni, quasi tutte già interpretate da John, si susseguono senza sosta, una più bella dell’altra:My Mind Is Ramblin del suo idolo Howlin’ Wolf, She’s Though, Chattanuga  Choo Choo, il classico di Glen Miller davvero stupendo, Statesboro Blues di Willie McTell, I Can Tell di Bo Diddley, No Place To Go, It Hurts Me Too di Elmore James, I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, solo per citarne alcune. Notevole il booklett allegato con notizie e foto per un disco da non perdere.</p>
<p>Daniele Ghisoni</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/kiss.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2330" title="kiss" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/kiss-150x150.jpg" alt="kiss" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>KISS</strong></p>
<p>Ikons &#8211; 2009 Mercury Box 4CD</p>
<p>Sonic Boom &#8211; 2009 Mercury Box 2CD + DVD</p>
<p> </p>
<p>Ace Frehley, il chitarrista storico dei Kiss, ha appena pubblicato <em>Anomaly</em>, un disco in gestazione dagli anni ’90, poi rimandato per le sue vicissitudini personali, l’abbandono e il rientro nella band  in varie riprese, con alcuni brani scritti e incisi recentemente, veramente un bel dischetto degno di un grande musicista. Ma ai fan della band consiglio soprattutto  queste due chicche: <em>Ikons</em> è un cofanetto con oltre sessanta brani, in una bellissima confezione con un libretto con la storia della band, foto inedite e altre delizie. Le note si aprono con “<em>Sono quattro, quattro volti, quattro eroi, quattro Icone</em>”. Ogni CD è dedicato a un componente del gruppo e raccoglie le canzoni più belle e famose dallo stesso scritte e cantate. Di Gene Simmons, “The Demon”, troviamo tra le altre <em>Deuce, Lager Than Life</em> e <em>Radioactive</em>. Di Paul Stanley, “The Star Child” ricordo <em>Detroit Rock City, Rock Bottom , Strutter</em> e <em>Mr. Speed</em>. Di Ace Frehely, “Spaceman” possiamo ascoltare <em>Talk To Me, Dark Light</em> e <em>Snow Blind</em>. Infine, Peter Criss “The Cat Man” ci offre le stupende <em>Beth, Black Diamond</em> e <em>Getaway</em>.  Consigliato anche per il prezzo contenutissimo.  <em>Sonic Boom</em> è invece il nuovo album della band pubblicato in concomitanza col nuovo tour che porterà i Kiss in tutto il mondo, il primo in studio dal 1998. L’ascolto ha tolto ogni dubbio sulla utilità della operazione: un buon album di rock and roll, undici brani nuovi composti da Simmons e Stanley, alcuni col chitarrista Tommy Thayer. I mie preferiti sono <em>Russian Roulette, Say Yeah</em> e <em>Hot And Cold</em>,  ma anche gli altri non sono  davvero male. Questo box è una edizione limitata, in confezione deluxe in ogni senso, contenente anche un CD antologico e un DVD con un concerto inedito registrato al River Plate Stadium di Buenos Aires, il 9 Aprile del 2010.</p>
<p>Daniele Ghisoni</p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/ozzy.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2331" title="ozzy" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/ozzy-150x150.jpg" alt="ozzy" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>OZZY OSBOURNE</strong></p>
<p>Scream</p>
<p>2010 Sony Music CD</p>
<p> </p>
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<p>Decimo album in studio per l’ex leader dei Black Sabbath che a sessant’anni compiuti continua a stupire dandoci  lavori di ottima fattura, come il precedente <em>Black Rain</em>, che ha ottenuto ottimi riscontri di vendite, supportati da tour mondiali che confermano lo stato di grazia del “Prince Of Darkness”, sempre vivo e vegeto malgrado decenni di abusi in ogni senso. Si tratta anche del primo album senza il grande chitarrista Zakk Wylde, con lui dalla incisione di <em>No Rest Of The Wicked</em> nel  1998. Il disco è uscito in Europa l’11 Giugno 2010, con la produzione del fido Kevin Churko e con i trainanti singoli <em>Let Me Hear Your Scream</em> e <em>Let It Die</em> ha subito raggiunto tutte le top ten mondiali, grazie a concerti che hanno confermato l’incredibile carisma dal vivo del Mad Man e della sua band. Inciso ai Bunker Sudios di Los Angeles, ci offre undici nuovi brani composti da Ozzy e Churko, e quattro col tastierista Adam Wakeman.  Il resto della band è formato dal batterista di origine greca Tommy Clufetos (ex Alice Cooper e Ted Nugent) , dal bassista Rob Nicholson e dal chitarrista Gus G, ex Firewind, non geniale come Zakk (un vero mito) ma graffiante e con un suono potente e aggressivo. <em>Let It Die</em> e <em>Let Me Hear Your Scream</em> sono stupende, suono grintoso e coinvolgente, ma non sono da meno le durissime <em>Soul Sucker</em> e <em>Crucify</em>, o le ballate elettro/ acustiche <em>Time</em> e <em>Life Won‘t Wait</em>, con la voce di Ozzy sempre stupenda e accattivante. Grande e basta , mai nostalgico! Al recente Ozz Festival di Boston ha avuto una interminabile standing ovation dai suoi fan.</p>
<p> Daniele Ghisoni </p>
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<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/davies.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2332" title="davies" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/davies-150x150.jpg" alt="davies" width="150" height="150" /></a></p>
<p><strong>RAY DAVIES</strong> <strong>&amp; The Coral Crouch End Festival Chorus</strong></p>
<p>The Kinks Choral</p>
<p>2009 Decca CD</p>
<p> </p>
<p>Solo un genio come Ray Davies poteva pensare a riproporre le più famose canzoni dei Kinks facendosi accompagnare da un coro liturgico, riuscendo in modo eccellente ad amalgamare brani seminali con sonorità così diverse, unendo il sacro al profano in modo unico.Il risultato è un disco davvero unico per la sua bellezza nel quale Ray canta facendosi accompagnare da una rock band composta da Billy Shamely e Milton McDonald, guitars, Dick Nolan, bass, Toby Baron, drums e Gunnar Frick e Ian Gibbons, keys. Il coro è originario di Crouch End, un sobborgo vicino a quello di Mushwell Hill, dove Ray è cresciuto, ed è diretto da David Temple. Ray li aveva già usati nella   incisione di <em>Other People‘s Lives</em> e in alcune sue esibizioni dal vivo. Dieci brani stupendi , alcuni  tratti da <em>Village Green Preservation Society</em> (disco stupendo  recentemente ristampato come triplo CD in edizione deluxe) ma tutti in questa versione col coro, che si amalgama perfettamente alla strumentazione elettrica, assumono una prospettiva musicale diversa, mantenendo intatto il nucleo originale della melodia. Le eterne <em>You Really Go Me</em> e <em>All Day And All Of The Night</em>, dal riff chitarristico unico e irripetibile, con il coro assumono un alone di magia, come le melodiche <em>Days,   See My Friend, Shangri -La</em> e <em>Celluloid Heroes</em> (queste ultime due  sono tra le composizioni di Davies quelle che adoro) che continuano sempre a incantare. Anche le famosissime <em>Waterloo Sunset</em> e <em>Victoria</em> con questo arrangiamento sembrano avere una immediatezza nuova e avvolgente.  Notevole anche <em>Working Man Cafè</em>, tratta dal suo ultimo, omonimo album, che fa la sua bella figura in mezzo a tanti classici. Un cenno a parte merita il medley di <em>Villane Green</em>, con <em>Big Sky, Picture Book, Johnny Thunder, Do You Remember Walter?</em> e ovviamente la title track che coinvolgono in modo sorprendente . Un grande disco che non mi stanco mai di riascoltare! Una volta i dischi preferiti che riascoltavi in continuazione si consumavano, succederà anche per questo CD ? </p>
<p>Daniele Ghisoni</p>
<p> </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2011/04/A_bigger_bang.jpg"></a></p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/11</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 15:57:28 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
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		<description><![CDATA[BUTTERED BACON BISCUITS
From The Solitary Wood
2009 Black Widow CD
 
Buttered Bacon Biscuits chi sono costoro? Forse un nuovo psichedelic breakfast di recente fattura? No, solamente un intrigante gruppo di musicisti che arrivano dalla Romagna e assemblatisi in questa avventura dopo aver suonato in varie band locali. Una per tutte la citazione va ai Goldrust dei quali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2253" title="BBB COVER" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/BBB-COVER-150x150.jpg" alt="BBB COVER" width="150" height="150" />BUTTERED BACON BISCUITS<br />
From The Solitary Wood<br />
2009 Black Widow CD</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Buttered Bacon Biscuits chi sono costoro? Forse un nuovo psichedelic breakfast di recente fattura? No, solamente un intrigante gruppo di musicisti che arrivano dalla Romagna e assemblatisi in questa avventura dopo aver suonato in varie band locali. Una per tutte la citazione va ai Goldrust dei quali abbiamo parlato precedente su queste pagine. La loro è una ricerca tesa a ricreare sonorità tipiche degli anni ‘70 che miscelano nello spazio di poco più di cinquanta minuti rock, prog, metal, southern e psichedelia occulta. La sua principale prerogativa è quella di essere molto ben suonato e di rendere l’anima al diavolo sotto forma di suoni a tutto tondo, esattamente al loro posto e assolutamente ben delineati. Perfettamente azzeccata la voce che si unisce in modo mirabile alla notevole ritmica strumentale con tastiere e chitarre di eccellente livello. In attività dal 2008, i BBB ci regalano decisamente un ottimo gioiellino che recensiamo sul nostro sitoblog grazie al consiglio dell’amico Eufrosini che ben gliene incolse quando ebbe l’illuminazione di illuminarci e alle sempre attiva Black Widow che ne cura la distribuzione e alla quale abbiamo chiesto e ottenuto il dischetto. Suona come le migliori cose di tranta/ quaranta anni fa ma come detto arriva dai giorni nostri per questo crediamo che Ricky, Aro, Alex, Pera e Steve, pur disdegnando nelle note del libretto i loro cognomi, possano considerarsi decisamente promossi e data la loro forza, bravura ed energia attesi al prossimo esame con immenso piacere. Il problema a volte è sempre quello della provenienza, ovvero che se detti personaggi con tutto il loro dischetto arrivassero che ne sappiamo dall’Ohio o da qualche sperduta cittadina dell’Ontario o da Abilene allora forse susciterebbero maggior interesse. Ma visto che arrivano da lidi nostrani rischiano di passar inosservati. Ci fa piacere comunque di aver trovato recensione del loro lavoro su una nota testata musicale di qualche mese fa, questo ci conforta e ci stimola ad andar avanti, sempre avanti, abbiamo superato anche il fatidico numero 100. Eccellente la copertina che ci trasporta indietro magicamente nel tempo, peccato sia penalizzata dalle misure del CD, un cartonato formato vinile sarebbe stato straordinario. Per concludere cercate su www.myspace.com/butteredbaconbiscuits quando e dove ci sarà un loro concerto e non fatevelo scappare.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
<p><strong>BODEANS<br />
Still<br />
2008 Shy Songs CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2254" title="bodeansstill_cov" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/bodeansstill_cov-150x150.jpg" alt="bodeansstill_cov" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><br />
Carriera altalenante quella più che ventennale dei Bodeans di Kurt Neumann e Sam Llanas, con almeno due lavori da avere assolutamente: l’esordio <em>Love &amp; Hope &amp; Sex &amp; Dreams </em>del 1986 e lo splendido doppio dal vivo <em>Homebrewed</em> del 2005. L’ultimo capitolo, <em>Mr. Sad Clown</em>, uscito quest’anno, francamente non è un gran che, quindi vi parlo del disco precedente, datato 2008 e intitolato <em>Still</em>. Album sicuramente da ascoltare, molto ispirato e ricco di belle canzoni, prodotto da “Re Mida” T-Bone Burnett. Belle canzoni come l’iniziale scheletrica <em>Pretty Ghost </em>o la splendida <em>The First Time </em>che ci riporta ai monumentali Del Fuegos di <em>Smokin’ In The Fields </em>(disco da recuperare e rivalutare assolutamente) e che ti si appiccica addosso senza staccarsi più. <em>Willin’</em> (non quella) è springsteeniana fino al midollo, <em>Lucile</em> invece l’abbiamo già sentita molte volte, con altri titoli, negli ultimi quarant’anni, ma è destinata comunque a fare faville dal vivo. Mi piacciono molto anche la più tirata <em>Waste A Lifetime </em>(via di mezzo fra Gin Blossoms e Jesse Malin), la ballata <em>Everyday</em> e l’autunnale e malinconica <em>Hearing</em>; anche se in realtà tutti i pezzi sarebbero degni di menzione perché, pur senza la pretesa di cambiare la storia del rock, e ce ne vuole, non ce n’è uno di brutto. Ad accompagnare i due leader ,chitarre e voci, un gruppo di tutto rispetto, con quell’autentico mantice di Kenny Aronoff alla batteria, sempre alla batteria e percussioni in un paio di brani troviamo Jay Bellerose e Noah Levy. Bukka Allen (figlio d’arte) alle tastiere e alla fisa, Michael Ramos al B3 più Eric Holden al basso. Una piccola nota di demerito invece per il libretto interno, con i testi scritti a caratteri microscopici, a toglierci per lo sforzo anche le ultime diottrie rimasteci. Un po’ più grandi non si poteva proprio? Non inventano niente i Bodeans, ma si lasciano ascoltare veramente con molto piacere, fatelo anche voi.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianfranco Vialetto </em></p>
<p><strong>MARILLION<br />
Marbles<br />
2004 Intact Recordings CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2255" title="marillionmarblescop" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/marillionmarblescop-150x150.jpg" alt="marillionmarblescop" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><br />
I Marillion sono un nome storico del prog; storico perché hanno, nel 1983, quando nessuno o quasi si filava più questo genere musicale, rivitalizzato la scena con un album meraviglioso come <em>Script For A Jester’s Tear </em>e dato il “la” a un movimento che ha tra i suoi protagonisti altri gruppi validissimi come Pallas, Pendragon, Jadis, It Bites, IQ e molti altri. Perso per strada il cantante e frontman Fish, si sono dovuti ricostruire una nuova immagine e verginità, ma hanno avuto la fortuna di incontrare il validissimo Steve Hogarth, per tutti semplicemente H. Molto diverso, sia come personaggio che musicalmente, dal suo predecessore, H ha saputo dare un nuovo sound, molto più moderno, al gruppo e ha vinto le naturali e comprensibili perplessità dei fan, riuscendo a entrare nel cuore di tutti con una evoluzione (e come potrebbe essere altrimenti) che tiene conto delle sonorità del nuovo millennio (Radiohead?) album dopo album. Qui ci occupiamo di <em>Marbles</em>, pubblicato nel 2005, tredicesimo prodotto della loro discografia e registrato grazie al finanziamento dei fan tramite prenotazione anticipata del lavoro finito (quasi tredicimila adesioni). Molti i momenti memorabili in questo <em>Marbles</em>. Ascoltate l’evolversi delle tastiere in <em>The Invisibile Man</em>, quattordici minuti di prog assolutamente moderno e adatto al XXI° Secolo, con un pizzico di psichedelica che non guasta; oppure il crescendo di <em>You’re Gone</em>, potenziale hit single, vagamente U2, ritmata, orecchiabile e bellissima. Se Bono avesse deciso di entrare in un gruppo progressive, avrebbe cantato così. I componenti storici del gruppo, Steve Rothery alla chitarra, Pete Trevawas al basso, Ian Mosley alla batteria e Mark Kelly tastiere, sono sempre in grandissima forma e si dimostrano eccellenti strumentisti. Ascoltateli nella stupenda <em>Angelina</em>, che da soffuso pezzo quasi blues, si trasforma in un brano dolcissimo con delle chitarre e tastiere quasi pinkfloydiane, ma con un senso del pop che fu dei primi 10cc. Come resistere all’intro di <em>Don’t Hurt Yourself</em>, altro brano che farebbe un figurone in qualsiasi scaletta radiofonica degna di tal nome, con un ritornello di quelli che “acchiappano” al primo ascolto. Affascinante poi il crescendo di <em>Fantastic Place</em>, che da un inizio molto d’atmosfera, si eleva fino a coinvolgere e trasportare chi ascolta fin lassù, fra le nuvole. Provate ad ascoltarla a occhi chiusi. Concettualmente, come trasporto emotivo, sembra di essere tornati ai tempi dei migliori U2, anche se si tratta di generi musicalmente abbastanza diversi. <em>Drilling Holes </em>è un ideale punto d’incontro fra Beatles, XTC (citati anche nel testo) e i Porcupine Tree, il cui tastierista, ex Japan, Richard Barbieri, è amico di H e suona nei dischi solisti di quest’ultimo. Degna chiusura di uno splendido album, la pianistica <em>Neverland</em>, anche questa, come tutte, molto coinvolgente e con uno splendido lavoro alla chitarra da parte del solito, sempre più bravo, Steve Rothery. Undici minuti che passano veramente in un batter di ciglia, e vorresti non finissero mai. Bello anche il concepì di copertina con la foto del bimbo che sovrappone agli occhi delle colorate biglie di vetro, <em>Marbles</em> appunto, come quelle con cui giocavamo da piccoli, e che sono un po’ il filo conduttore dell’intero lavoro. Se il senso del prog letteralmente deve essere quello di progredire costantemente, e musicalmente è soprattutto uno stato della mente, bene, i Marillion sono ancora fra i suoi esponenti migliori. Album fantastico questo <em>Marbles</em>, di cui mi sono letteralmente innamorato. Procuratevelo nella versione in doppio CD con quattro brani in più (fra i quali i diciotto strepitosi minuti di <em>Ocean Cloud</em>, prog allo stato puro, e la meravigliosa <em>Genie</em>, canzone che ti ritrovi a canticchiare quasi senza accorgertene) o, meglio ancora, in quella lussuosissima in vinile. Entrambi sono rintracciabili solo sul sito del gruppo. Grandi Marillion!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianfranco Vialetto</em></p>
<p><strong>THE PINEAPPLE THIEF<br />
Somenone Here Is Missing<br />
2010 Skope153 CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2256" title="PINEAPPLE" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/PINEAPPLE-150x150.jpg" alt="PINEAPPLE" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">The Pineaaple Thief. Ma chi li conosceva sino a un paio di mesi fa! Poi al festival prog di Veruno un volantino ne pubblicizzava il concerto nell’interland milanese da li a pochi giorni. Data la straordinaria suggestione della copertina del loro disco che troneggiava sul volantino ne sono restato notevolmente colpito e interessato. Più tardi, in uno dei vari banchetti che contornavano la famosa Piazzetta della Musica ove era collocato il palco, trovavo in una bellissima confezione cartonata a mo’ di libro rilegato il loro CD e, a dispetto di un prezzo non certamente a buon mercato, ma sulla fiducia della copertina che mi aveva magicamente stregato, acquistavo questo sconosciuto CD. È un disco strano ma che al primo ascolto ti colpisce per la sua disarticolata peregrinazione musicale, parte e va e non si riesce a capire dove voglia arrivare. Non ricorda praticamente altri gruppi per fare paragoni o esempi. O, forse, in alcuni frangenti sembra di trovarsi in un deja vu senza però venire a capo della radice della questione. Un amico mi dice rammentino i Muse. Boh, sarà ma io sinceramente non li ho mai ascoltati! Ormai l’ho sentito oltre una decina di volte e ogni ascolto mi colpisce positivamente in maniera maggiormente preponderante alla precedente. I suoni passano veloci, sincopati, si rincorrono e vari crescendo esaltano l’ascoltatore dandogli la sensazione di scoprire qualcosa di nuovo a ogni ascolto. Mi ero ripromesso di andare a vederli, poi, non avendo trovato alcuna anima pia disposta ad accompagnarmi ho desistito mangiandomi però le dita ora che i miei ascolti mi hanno portato a considerare questo CD uno dei più interessanti dell’ultimo periodo, ma ahimè il concerto è passato la festa andata e il santo gabbato e chissà quando ci sarà una successiva occasione. Della particolare e fantasiosa copertina si è già detto come del fatto che sia stata la stessa a incuriosirmi e così complice anche un adesivo che li bollava come prog-rock adesso detto CD gira nel mio lettore. Ho al momento Internet non attivo e non posso quindi documentarmi in questo momento su di loro. Scartabellando la messe di innumerevoli libri che ho sull’argomento nessuno li cita o ne parla. L’unico tomo, plauso agli autori, è “Prog40” da noi recensito nei numeri scorsi che così ci erudisce: trattasi di band britannica nata inizialmente come progetto spin off dei Vulgar Unicorn. Il gruppo si appoggia totalmente alla figura del cantante chitarrista Bruce Sord, infatti testi e musiche di tutti i brani sono a sua firma. Gli altri componenti sono Jon Skykes ai bassi, Steve Kitch alle tastiere e Keith Harrison alla batteria. Secondo “Prog 40” la loro musica potrebbe far pensare a qualcosa che in ambito di space rock (!) erano soliti proporre i Pink Floyd nel primissimo loro periodo. Sinceramente a me non hanno dato questa impressione! Diciamo che la loro caratteristica, che è poi quella che mi ha colpito nei vari ascolti, è la capacità di attuare inizialmente suoni soffusamente pacati ed eterei per portarli con sistematica bravura a crescendi che focalizzano in toto l’attenzione dell’ascoltatore. Queste sospensioni psichedeliche in maniera decisamente garbata, pulita ed elegante, ne fanno decisamente un gruppo da prendere in seria considerazione. Esiste un loro precedente lavoro del 2007 dal titolo <em>What We Have Sown</em>. Per quanto concerne invece questo abbiamo nove splendidi momenti musicali con uno decisamente stratosferico dal titolo <em>So We Row</em>, ma ribadiamo che è tutta l’opera nella sua interezza che colpisce in modo diretto e preciso verso un risultato che alla fine non può non appagare. Le tematiche musicali sono alquanto simili come se si trattasse di un&#8217;unica suite cementata con notevole soluzione di continuità. I musicisti suonano con imperitura maestria col risultato finale di proporre un disco di grande interesse e un supporto dai suoni puliti, decisamente precisi e delineati come quelle giornate in cui la visione sino all’orizzonte è nettamente chiara e incisiva. Questa versione cartonata, comprendente ottime e curiose fotografie nell’interno del libretto, contiene due bonus track di cui una totalmente inedita e l’altra che è versione acustica di un pezzo facente parte dell’ossatura dell’album. Sicuramente un CD e un gruppo su quale gettare un occhio e un orecchio.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
<p><strong>DARK QUARTERER<br />
Symbols<br />
2008 My Graveyard Prod. CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2257" title="darkquarterercov_" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/darkquarterercov_-150x150.jpg" alt="darkquarterercov_" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">È proprio vero che nascere in un luogo anziché in un altro ti modifica l’esistenza. Se i Dark Quarterer provenissero infatti da qualche città industriale inglese, tipo Sheffield o Birmingham, anziché dalla Toscana, sarebbero delle stelle di prima grandezza del firmamento heavy metal. Sono più di trent’anni che il gruppo di Gianni Nepi, voce e basso, Paolo “Nipa” Ninci, batteria, Francesco Sozzi, chitarre, e Francesco Longhi, tastiere si sbatte per farsi un nome nell’ambito del panorama metal internazionale. E alla luce di questo <em>Symbols</em> sarebbe un vero peccato non ci riuscisse. Sì, perché questa loro quinta prova sulla lunga distanza è davvero un monolite di incredibile potenza e bellezza, e il fatto che arrivi da un gruppo italiano riempie di orgoglio. Sessantotto minuti per solo sei brani, il più corto dei quali ne dura nove, il più lungo quasi quindici. Non un solo secondo è però da buttare, tutti i passaggi, raffinati e tecnicissimi sono essenziali allo svolgersi del pezzo. Il comun denominatore fra i brani dell’album è che sono tutti ispirati e dedicati a famosi personaggi storici. Il giovane faraone egizio Tutankhamen parla di sé in <em>Wandering In The Dark </em>(grandissimo l’assolo di chitarra di Francesco Sozzi). <em>Ides Of March </em>è ovviamente dedicata a Caio Giulio Cesare. Parte con delle tastiere molto evocative e cresce davvero potente con intervalli più soffusi quasi progressive e un’ottima prova interpretativa del cantante e autore (anche se in comproprietà) di tutti i brani Gianni Nepi. Una dovuta menzione va anche ai testi, molto curati nel descrivere e ripercorrere la vita del protagonista del brano. <em>Pyramids Of Skulls </em>parla di Gengis Khan, e sembra davvero di trovarsi nel bel mezzo delle scorrerie della cavalleria dell’esercito mongolo. Nella voce e nel canto di Gianni Nepi si sente tutta la potenza, la cattiveria e la ferocia del condottiero. Maestosa nel suo incedere, <em>The Blind Church </em>racconta di Giovanna D’Arco e descrive fin dal tono nel canto la fede della pulzella d’Orleans. Un brano bellissimo con una chitarra elettrica che mi ricorda a tratti il ritornello di <em>Child In Time </em>dei Deep Purple. Bravissimi. Tutti. Il senso del titolo, <em>Symbols</em>, sta nel fatto che, come spiegato nelle note di copertina, ogni sentimento umano può essere simbolicamente identificato nei soggetti protagonisti dell’album, che, come simbolo per la copertina ha scelto L’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, in quanto rappresentazione della perfezione del corpo e della spiritualità. Ultimi due brani <em>Shadows Of Night</em>, molto ritmato e con accenni quasi jazz, con protagonista lo schiavo Kunta Kinte e la sua fuga per la libertà, e <em>Crazy White Race</em>, che inizia sulle note di una inconfondibile marcetta dell’esercito confederato all’epoca della guerra di secessione, dove siamo trasportati nel tepee del capo Apache Chiricaua Geronimo che, nel momento della caduta, chiede aiuto per sé ed il suo popolo a Manitou. Veramente grandioso. Forse ai nostri per sfondare davvero manca un po’ il cosiddetto physique du role, ma noi, che del look ce ne fregiamo, dischi come questo li vorremmo sempre in cima alle classifiche. Lasciate perdere l’ultimo lavoro degli Iron Maiden e prestate invece attenzione ai Dark Quarterer. Nel suo genere questo disco è un capolavoro. Credetemi.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianfranco Vialetto </em></p>
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<p><strong>THE SADIES<br />
Darker Circles<br />
2010 YepRoc Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2258" title="sadiescov_" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/sadiescov_-150x150.jpg" alt="sadiescov_" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I canadesi Sadies sono come il buon vino, invecchiando migliorano. Dopo una serie di album (sette prima di questo) disseminati in dodici anni di carriera, ma mai andati oltre un vago interesse solo per pochi e informati appassionati, e alcune collaborazioni, più (Neko Case) o meno (John Doe) riuscite, giungono a questo <em>Darker Circles </em>che, prodotto dall’ex Jayhawks Gary Louris, inconfondibile il suo tocco, è senz’altro il loro parto più riuscito. Piacciono i Sadies, sia quando giocano a modernizzare i Byrds, quelli degli inizi come in <em>Violet And Jeffrey Lee </em>o nell’iniziale, strepitosa e leggermente più garage <em>Another Year Again</em>, e quelli più country in <em>Postcards</em>, sia in brani come <em>Whispering Circles</em>, dove giocano invece a fare i R.E.M. che giocano a fare i Byrds. Quelli di <em>Reckoning</em>, forse i miei preferiti. Bellissima anche <em>Cut Corners</em>, con la sua epicità da frontiera americana, piacerà sicuramente a Sid Griffin. Solo trentasei minuti, che passano in un lampo, tra il garage/ fuzz con richiami anche a Link Wray di <em>Another Day Again </em>e una ballata come <em>Tell Her What I Said</em>, a metà strada fra il primo Neil Young e i Green On Red più rilassati e tradizionalisti. Sono molti i riferimenti rintracciabili in questo disco, oltre ai già citati Byrds e, per ovvie ragioni, ai mai troppo rimpianti Jayhawks. Si va dal Paisley Underground al country rock californiano di <em>Idle Tomorrows</em>; da una ballata come <em>The Quiet One</em>, che avrebbe fatto un figurone in un qualsiasi disco delle più titolate band degli anni ’80 e mi ricorda un po’ anche i monumentali Church di <em>The Blurred Crusade</em>, al country/ punk di <em>Choosing To Fly </em>col suo tripudio di fidale e banjo fino alla strumentale conclusiva <em>10 More Songs</em>, dove si possono trovare anche richiami alle colonne sonore di Ennio Morricone e perfino alcune cose degli Shadows. Un ultimo gruppo che viene in mente, attivo una decina di anni fa, sono i Cosmic Rough Riders, britannici, che ormai forse non se li ricorda più nessuno. Davvero bravi Sean Dean, Mike Belitsky, Dallas e Travis Good. Si fossero formati trenta o quarant’anni fa adesso sarebbero un gruppo di culto. Ma non è mai troppo tardi, i bei dischi non hanno data di scadenza, e noi di “Late For The Sky”, che di sterili questioni cronologico/ anagrafiche ce ne freghiamo, non possiamo assolutamente perderci questo gioiellino senza tempo. Grande Disco.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianfranco Vialetto </em></p>
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<p><strong>CHEAP WINE<br />
Stay Alive<br />
2010 Cheap Wine Records 2CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2259" title="Stay_ALive[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Stay_ALive1-150x150.jpg" alt="Stay_ALive[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><br />
Da tempo non ascoltavo un disco come questo nuovo doppio dal vivo dei Cheap Wine, registrato nell&#8217;aprile del 2010. La band marchigiana è maturata incredibilmente, specialmente negli arrangiamenti e nella qualità delle composizioni, ponendosi ormai ai vertici della scena rock europea. Non sto scherzando! Il primo dischetto, incentrato sulla produzione più recente, è semplicemente perfetto. La voce calda e insinuante di Marco Diamantini e la raffinata chitarra del fratello Michele guidano l&#8217;opener <em>Just Like Animals</em>; poi il suono si inasprisce nello splendido boogie <em>The Sea Is Down</em>, nel quale emergono il prezioso piano dell&#8217;ospite Alessio Raffaelli (dei riminesi Miami &amp; The Groovers), una slide paludosa e l&#8217;armonica di Marco. La ballata <em>Circus Of Fools </em>e le atmosfere da frontiera americana dell&#8217;evocativa <em>A Pig On A Lead </em>(la chitarra acustica di Michele e il piano si completano alla perfezione) completano il poker di brani tratti da <em>Spirits</em>, il recente indispensabile disco in studio della band. Ma ogni brano merita una citazione: l&#8217;intensa <em>Murdered Song</em>, la cantautorale <em>Nothing Left To Say </em>(quell&#8217;inizio di armonica e piano è un evidente richiamo a Springsteen, anche se la voce ricorda Steve Wynn), la gloriosa <em>Among The Stones </em>tratta dall&#8217;esordio del 1998, l&#8217;evocativa e malinconica <em>Evil Ghost </em>con un emozionante crescendo strumentale di slide e piano, una bella cover di <em>Youngstown</em>, lenta nella parte cantata, trascinante nella lunga coda strumentale e la ritmata <em>Shakin&#8217; The Cage</em>. Il secondo dischetto è più elettrico e trascinante, con tracce provenienti in prevalenza da <em>Moving</em> del 2004 e <em>Freak Show </em>del 2007 che evidenziano ancora di più le qualità prorompenti della chitarra di Michele. Il cambiamento di clima si percepisce in <em>Dance Over Troubles </em>che parte con un riff potente, accoppiato con il piano rock &#8216;n roll di Raffaelli, l&#8217;armonica e la voce di Marco e un assolo di chitarra distorto il giusto; un&#8217;impressione confermata nella sparata <em>Reckless</em>, un rock punk tiratissimo. Il resto si mantiene su ottimi livelli, ma una citazione è inevitabile per il fulcro del dischetto, il tour de force della strepitosa <em>Loom And Vanish</em>, un brano epico con un inizio acustico che si sviluppa con un progressivo crescendo, raggiungendo l&#8217;apice nel magnifico assolo di Michele. Un doppio live degno dei classici degli anni ‘70; il riassunto glorioso della storia di una band che, se prevenisse da Seattle o da Birmingham, godrebbe di ben altra considerazione e popolarità.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti </em></p>
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<p><strong> </strong></p>
<p><strong>BLUE COUPE<br />
Tornado On The Tracks<br />
2010 Blue Coupe CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2260" title="blue_coupe[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/blue_coupe1-150x150.jpg" alt="blue_coupe[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
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<p style="text-align: justify;">I tre componenti dei Blue Coupe hanno un passato glorioso. I fratelli Albert e Joe Bouchard sono stati la sezione ritmica dei Blue Oyster Cult nel periodo d&#8217;oro della band americana, il primo alla batteria e il secondo al basso; entrambi sono ottimi compositori e cantanti discreti. Dennis Dunaway è stato il bassista di Alice Cooper sino al 1976, poi ha collaborato con Joe nel trio Bouchard Dunaway &amp; Smith, mentre Albert ha formato i Brain Surgeons con i quali ha inciso numerosi dischi. Ovviamente, il suono è ispirato principalmente dall&#8217;hard rock classico degli anni &#8216;70, ma non solo. Joe in questi anni ha ripreso a suonare la chitarra, ha insegnato musica e ha affinato le sue capacità di compositore e cantante, mentre Albert ha mantenuto le caratteristiche di mistero e inquietudine presenti nei suoi brani migliori. E il disco è impregnato di questo particolare tipo di atmosfera che ha reso grandi i BOC, non a caso definiti le menti pensanti dell&#8217;hard rock americano. I Blue Coupe hanno iniziato a suonare insieme tre anni fa; qualche concerto e numerose prove sono sfociati nella registrazione di <em>Tornado On The Tracks</em>. L&#8217;inquietante opener <em>You (Like Vampires)</em> è stata nominata per i Grammy nella categoria di migliore canzone rock e se lo merita appieno, mantenendosi in equilibrio tra rock e gusto per la melodia. L&#8217;aspra <em>Angel&#8217;s Well </em>ha un testo del poeta Jim Carroll e la partecipazione di Robbie Krieger alla chitarra, mentre <em>Deep End </em>è una tipica composizione di Albert (anche voce solista). La melanconica ballata <em>God I Need You Tonight </em>scritta da Dunaway completa l&#8217;ottimo poker iniziale dell&#8217;album. I brani successivi sono più alterni; interessante la cover di <em>Dolphin&#8217;s Smile</em>, una traccia minore dei Byrds nella quale il trio evidenzia impasti vocali inattesi, ottima <em>Untamed Youth </em>che riesce a mantenere un clima di mistero con una melodia pop, dura e cadenzata <em>Waiting For My Ship </em>composta e cantata da Dennis nello stile dell&#8217;Alice Cooper Band. Un esordio promettente da parte di tre professionisti che non si accontentano di riproporre solo i brani classici del loro repertorio. Il sito della band è <a href="http://www.bluecoupeband.com">www.bluecoupeband.com</a>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
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<p><strong>IQ<br />
The Wake Live At De Boerderij<br />
2010 Gep/Spv CD+DVD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2261" title="iq_live[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/iq_live1-150x150.jpg" alt="iq_live[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
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La new wave del progressive britannico dei primi anni &#8216;80 ha prodotto alla fine una sola band di successo, i Marillion almeno fino a quando il cantante Fish è rimasto nella formazione e tante band rimaste confinate in una nicchia, tra le quali Twelfth Night, Pendragon, Pallas, IQ. Questi ultimi si sono sempre caratterizzati per una coerenza di fondo e la testardaggine nel restare fedeli ai dettami del prog (con una sbandata alla fine degli anni ‘80). Sono ancora sulla breccia faticando come tutte le band indipendenti, ma hanno mantenuto uno zoccolo duro di fan che hanno apprezzato la loro coerenza. Il secondo album <em>The Wake </em>è uno dei più amati dalla band; per celebrarne il venticinquennale ne hanno pubblicato un&#8217;edizione limitata quadrupla con demos, outtakes, qualche inedito e un DVD (di qualità video modesta) seguita da un tour nel corso del quale per la prima volta l&#8217;album è stato eseguito interamente. Dalla data olandese di Zoetermeer è stato pubblicato un doppio, con un CD che ripropone <em>The Wake</em> e un DVD che aggiunge i bis del concerto.<em> The Wake </em>è un disco emozionante, sicuramente debitore del prog dei Genesis, ma la band non è puramente derivativa, ha personalità forti nel cantante Peter Nicholls e nel chitarrista Mike Holmes, mentre il nuovo tastierista Mark Westworth non fa rimpiangere Martin Orford che ha lasciato il quintetto tre anni fa. Ogni traccia meriterebbe una citazione; la cadenzata title track, la complessa <em>The Magic Roundabout </em>con cambi di ritmo e atmosfera che dimostrano il gusto per la melodia, le capacità strumentali dei musicisti e la teatralità del cantante (che si apprezza maggiormente nel DVD) con un epico crescendo finale della chitarra di Holmes, la drammatica <em>Widow&#8217;s Peak,</em> uno dei classici del progressive degli anni ‘80 e la conclusiva, melodica <em>Headlong</em> che si apre in un finale splendido, prima cantato e poi strumentale. Il concerto è piacevole da vedere sul DVD con le proiezioni di immagini e video che accompagnano le canzoni e l&#8217;aggiunta di tre brani,<em> Infernal Chorus </em>(con una drammatica interpretazione di Nicholls) e <em>Failsafe</em> dall&#8217;ambizioso doppio concept <em>Subterranea </em>e l&#8217;intricata suite<em> The Darkest Hour,</em> fluida nonostante i molteplici cambi di ritmo, dal non dimenticato <em>Ever,</em> un altro album che meriterebbe di essere eseguito interamente.</p>
<p style="text-align: right;"><em><em><br />
<em>Paolo Baiotti</em></em></em></p>
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<p><strong>FLYNNVILLE TRAIN<br />
Redemption<br />
2010 Next Evolution CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2262" title="flynnville[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/flynnville1-150x150.jpg" alt="flynnville[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vengono da Middletown, una cittadina dell&#8217;Indiana nel mezzo del Midwest, i quattro componenti dei Flynnville Train, il cantante Brian Flynn (dotato di una bella voce potente e profonda che a tratti ricorda Ronnie Van Zant), il chitarrista Brent Flynn, il bassista Damon Michael e il batterista Tommy Bales. Hanno esordito nel 2007 con l&#8217;omonimo album per l&#8217;etichetta del country singer Toby Keith, ma non sono riusciti a emergere; ci riprovano con <em>Redemption</em>, decisamente più spostato verso il rock rispetto all&#8217;esordio. Le radici sudiste si sentono eccome e non solo nella voce di Brian, ma è evidente anche l&#8217;influenza dell&#8217;hard rock classico e del country più ruspante, non quello industriale di Nashville. L&#8217;opener <em>Home</em> e la grintosa <em>Preachin&#8217; To The Choir </em>evidenziano con orgoglio la matrice southern del quartetto, anche nei testi vicini alle tematiche della working class. <em>On Our Way</em> è un up-tempo country che resta in testa, <em>33 Steps </em>una ballata che nelle parti vocali ricorda CSN, <em>Alright</em> un rock energico con richiami agli Aerosmith degli anni ‘70. Notevole <em>Friend Of Sinners</em>, un brano ben costruito con cambi di ritmo e un testo di carattere religioso. Più scontati lo slow country <em>The One You Love </em>e l&#8217;honky-tonk di <em>Tip A Can</em>. Molto piacevole il southern country <em>Turn Left </em>con un riuscito intreccio di chitarra elettrica, slide e violino, trascinante il boogie blues <em>Scratch Me Where I&#8217;m Itchin&#8217; </em>(non particolarmente originale). Si chiude con una cover di <em>Sandman</em> degli America, con intrecci vocali degni della versione originale nella prima parte e una coda accelerata in puro stile sudista. Undici brani abbastanza brevi e serrati per una band interessante anche in prospettiva. Reperibile sul sito <a href="http://www.flynnvilletrain.com">www.flynnvilletrain.com</a>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>PREACHIN STONE<br />
Uncle Buck&#8217;s Vittles<br />
2010 Preacher Stone CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2263" title="preacher[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/preacher1-150x150.jpg" alt="preacher[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono ancora band che suonano southern rock. Certo, contaminato dal country e da qualche schitarrata hard rock, ma fondamentalmente il buon vecchio rock sudista dei Lynyrd Skynyrd e degli Outlaws. Una di queste è formata da quattro ragazzi del Nord Carolina giunti al secondo album. I Preacher Stone aderiscono alle parole d&#8217;ordine dei bravi redneck (Dio, patria, famiglia, rispetto per la natura, amore per le armi). Inoltre sono talmente attaccati al locale che è diventato quasi la loro seconda casa da dedicargli il titolo del disco: <em>Uncle Buck&#8217;s All American Grill </em>è il pub di Salisbury, NC. nel quale suonano ogni fine settimana e che li ha sostenuti a inizio carriera. E di strada ne hanno già fatta! Curato nella confezione e nel suono, il disco ribadisce con forza le radici e le intenzioni di Ronnie Riddle (voce) e Marty Hill (chitarra), leader e principali compositori del quartetto che comprende Josh Sanders al basso e Brent Enman alla batteria. Tra i brani spiccano la granitica <em>Can&#8217;t Keep A Good Man Down</em>, la ballata <em>Carved In Stone </em>con un testo dedicato ai veterani, il morbido country rock <em>Come On In</em>, la classica ballatona sudista <em>Hand On The Bible </em>(il testo riguarda il legame indissolubile tra genitori e figli) nella quale emergono la voce potente di Riddle e una chitarra raffinata. A tratti (<em>Nuff Said </em>ad esempio) siamo ai confini con l&#8217;hard rock o con il country pop (lo slow <em>Don&#8217;t Take Me With You</em>), ma la strada maestra non viene smarrita e <em>Save My Soul </em>ci riporta in piena atmosfera sudista nel testo relativo a un condannato all&#8217;impiccagione e nel suono skynyrdiano con un ottimo assolo di Hill. Nel finale due brani atipici: <em>Judge Me Not</em>, un rock vicino al suono grunge composto e cantato da Sanders e una cover di <em>Come Together </em>tosta e ruvida, forse un po&#8217; greve. Per informazioni il sito della band è <a href="http://www.preacherstone.com">www.preacherstone.com</a>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>TOM GILLAM &amp; TRACTOR PULL<br />
Play Loud&#8230; Dig Deep<br />
2009 Blue Rose CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2264" title="tom_gillam[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/tom_gillam1-150x150.jpg" alt="tom_gillam[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tom Gillam è un compositore, cantante e chitarrista cresciuto tra il New Jersey e Philadelphia che da anni si è trasferito ad Austin. Con i suoi Tractor Pull ha inciso quattro album in studio, questo live e una raccolta con inediti pubblicata solo in Europa dalla preziosa label tedesca Blue Rose. È uno dei tanti musicisti di roots rock ai confini con il country che macinano chilometri faticando il giusto (e anche di più) per riuscire a emergere. Commesso in un negozio di dischi ha iniziato tardi a incidere, ha avuto gravi problemi di dipendenza dall&#8217;alcool e dalle droghe sfociato in una serie di infarti più o meno gravi che lo hanno portato a un passo dalla morte nel 2006. A quel punto è riuscito a ripulirsi e a cambiare vita, quasi un nuovo inizio coinciso con lo spostamento in Texas. Ha una voce che nelle canzoni più morbide ricorda Don Henley e in quelle più veloci e grintose Joe Walsh. La qualità delle composizioni non è straordinaria e questo è un suo limite; ma non mancano passione, energia e carattere, specialmente dal vivo. Registrato tra il 2007 e il 2008 nel corso del tour di <em>Never Look Back</em>, il dischetto offre un riassunto significativo della carriera di Gillam. La grintosa <em>Outside The Lines</em>, la melodica <em>Disappearing Act</em>, il roots rock trascinante di <em>Dallas </em>con il prezioso apporto della solista di Craig Simon e la jammata <em>Shake My Hand </em>con le chitarre che si inseguono senza paura mi sembrano le tracce più convincenti. Interessante la cover della pop song <em>The Girl I Knew Somewhere </em>dei Monkees (una delle band preferite di Tom) in medley con l&#8217;inedito strumentale <em>Nova&#8217;s Journey</em>. Un live energico e ruspante con versioni allungate e improvvisate senza strafare, che ha il pregio di evidenziare i meriti di Gillam e della sua band più di quanto non avvenga negli album in studio.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong>RAY WILSON<br />
Propaganda Man<br />
2008 xxx CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2265" title="wilson prop man" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/wilson-prop-man-150x150.jpg" alt="wilson prop man" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di Ray Wilson si può dire, oltre al fatto di essere un ottimo cantante e un bravo autore di canzoni, di avere un gran limite. Ovvero di continuare perseverando oltre ogni misura a confrontarsi in modo ormai quasi irritante coi Genesis. Ci eravamo già permessi precedentemente sulle pagine di “Late” di far notare come nei suoi concerti i pezzi da lui proposti dei Genesis erano ben la metà se non oltre rispetto a quelli a sua firma, anche se nell’ambito di un live show ci può stare, considerando anche che alcuni brani erano decisamente di piacevole ascolto, ricordiamo per fare un esempio tangibile <em>Dancin’ With The Monnlight Knight </em>che pur potendo soffrire un confronto con la voce di Peter Gabriel era da Wilson proposta con notevole spessore. Ma il fatto che a volte ci disorienta è che Ray Wilson è autore di brani non solo piacevoli ma decisamente belli e potremmo qui citare <em>Change, Another Try, Lemon Yellow Sun, She, Sarah, Show Me The Way, Goodbye Baby Blue, The Airport Song, Bless Me, Propaganda Man, On the Other Side, Not About Us </em>con Banks e Rutheford e ci fermiamo qui, essendocene molti altri. Di conseguenza, una accusa rivolta al buon artista scozzese, e non solo da noi, era quella di essersi da un po’ di tempo un attimino fossilizzato sul versante Genesis, pur avendo spiccate doti personali (ovviamente come cantante ma soprattutto come autore di testi) e, infine, il che non guasta, aver fisique du role e notevoli doti di performer sul palco. Questa peculiarità espressa dal vivo che rasentava un certo rischio da un lato era controbilanciata dal fatto che i brani targati Genesis avevano una valenza e un impatto decisamente superiori sul pubblico di quanto non potessero fare canzoni a lui ascritte. Il che potrebbe anche essere vero, ma il vostro cronista le varie volte che lo ha visto dal vivo ha sempre apprezzato e atteso i suoi pezzi più che le varie cover anche se è indubbio che un brano molto noto vive di una sua palese efficacia. Pur ribadendo che tutto questo discorso è riferito al versante live del nostro amico musicista. Quello su cui adesso ci sentiamo di dissentire in toto è il suo nuovo album dal titolo <em>Genesis Klassic </em>nel quale ripropone, questa volta in studio, dopo averle fatte dal vivo in salse varie, ovvero elettriche o acustiche, dette canzoni con una band supportata da un quartetto d’archi. Piacevole o meno, bello o non bello pensiamo che questo sia solamente un disco di cui non si sentiva il bisogno e la riprova è nel fatto acclarato e assodato che il pezzo migliore ovvero <em>Constantly Reminded</em>, peraltro già proposta dal vivo nel CD <em>Live With The Stiltskin</em>, è brano suo! Pur ammettendo che il disco in questione non è malaccio lo saltiamo orientandoci sul precedente del quale per questioni di tempo, che a volte manca e vola pure via, non eravamo riusciti a parlare in altre occasioni. <em>Propaganda Man </em>è un bel disco, certamente inferiore a <em>Change</em> del 2003, ma a differenza di quello che era immediato per quanto concerneva la ricezione da parte dell’ascoltatore questo che forse al primo ascolto può lasciare un pochino indifferenti cresce in modo esponenziale nei successivi fino a divenire decisamente un ottimo, piacevole album. Tutte le canzoni sono firmate da lui in modo solitario o con l’aiuto di Scott Spence, Ali Ferguson e Graeme Hughes. La durata del CD è quella canonica dei vecchi LP che stavano a pelo nella facciata di una C90 e che restano tuttora i tempi più esatti per l’assimilazione di un album.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/10</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Dec 2010 16:29:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Emma Tricca]]></category>
		<category><![CDATA[Giant Sand]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Race]]></category>
		<category><![CDATA[Sacri Cuori]]></category>

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		<description><![CDATA[Per il suo progetto Sacri Cuori, il chitarrista Antonio Gramentieri ha riunito un cast da urlo: oltre alla band vera e propria che comprende, insieme a lui, John Convertino (batteria), Howe Gelb (piano, chitarra e molto occasionalmente voce), Nick Luca (piano e organo), Thoger Lund (casio) e Massimo Sbaragli (contrabbasso), uno stuolo di collaboratori del calibro di Marc Ribot [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Sacri-Cuori1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2218" title="Sacri Cuori" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Sacri-Cuori1-150x150.jpg" alt="Sacri Cuori" width="150" height="150" /></a>Per il suo progetto <strong>Sacri Cuori</strong>, il chitarrista Antonio Gramentieri ha riunito un cast da urlo: oltre alla band vera e propria che comprende, insieme a lui, John Convertino (batteria), Howe Gelb (piano, chitarra e molto occasionalmente voce), Nick Luca (piano e organo), Thoger Lund (casio) e Massimo Sbaragli (contrabbasso), uno stuolo di collaboratori del calibro di Marc Ribot e Bill Elm alla chitarra, James Chance (proprio lui!) a sax e piano, John Parish alla voce, Christian Ravaglioli all&#8217;oboe, Diego Sapignoli alle percussioni, e ci fermiamo qui. Un progetto tutto italiano insomma, che si avvale anche dell&#8217;opera di qualificati tecnici stranieri, nato sulle vie polverose del Festival &#8220;Strade Blu&#8221;, del quale Gramentieri è da tempo organizzatore. Calexico, Giant Sand e Friend Of Dean Martinez, coinvolti a vario titoli attraverso alcuni dei loro membri, rappresentano  un&#8217;indicazione più che sufficiente per inquadrare le coordinate di questo ottimo lavoro. Desert-rock quasi completamente strumentale, naturalmente, e del migliore in circolazione da tempo a questa parte. Nate come colonna sonora per il film &#8220;The Gilgamesh Tale&#8221; di Heriz Bhodi Anam, le registrazioni presenti in questo &#8220;Douglas &amp; Dawn&#8221; (499 copie numerate in vinile bianco, oltre al coupon per il download in formato MP3, per l&#8217;italianissima Interbang Records) si adattano perfettamente a quella lunga sequenza di immagini che la potenza cinematica del loro suono non faticherà ad evocare nella mente di ogni ascoltatore. Il sole accecante genera visioni che dipingono un sound il quale, partendo da una tradizionale ricetta country/blues, si colora di elementi strani, inaspettati, piccole intemperanze che enfatizzano una componente allucinogena più o meno evidente, ma mai del tutto nascosta, che altera le percezioni sensoriali e fa perdere il senso del tempo e dello spazio. Ecco allora, fra i gerani sul balcone, spuntare improvvisamente il peyote&#8230;mentre l&#8217;orizzonte assume tinte e contorni completamente diversi&#8230;</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Hugo-Race.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2227" title="Hugo Race" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Hugo-Race-150x150.jpg" alt="Hugo Race" width="150" height="150" /></a>&#8230;è sempre Interbang Records, una label da tenere decisamente d&#8217;occhio, a curare l&#8217;edizione a 33 giri (1000 copie in vinile rosso porpora, su etichetta Gusstaff la versione CD) dell&#8217;ultimo, splendido album di <strong>Hugo Race</strong> &#8220;Fatalists&#8221;, la terza pubblicazione che lo riguarda in questo fervido 2010, dopo &#8220;BKO&#8221; a nome del collettivo Dirtmusic, un progetto condiviso con Chris Brokaw e Chris Eckman, ed il lavoro solista titolato &#8221;Between Hemispheres&#8221;, improntato a soluzioni strumentali più aeree e sperimentali. Dal giorno in cui Hugo abbandonò la nativa Australia al seguito dei Bad Seeds di &#8220;From Here To Eternity&#8221; sembra passato davvero un secolo: una carriera da esiliato volontario, un&#8217;anima inquieta in pellegrinaggio continuo che lo hanno portato ad attraversare epoche e continenti, stili e movimenti, senza posare il cappello da nessuna parte, senza ferire mai fino in fondo nonostante una produzione sconfinata che vanta più d&#8217;una punta di diamante. &#8220;Fatalists&#8221; riporta Hugo alla sorgente del folk e del blues con un progetto acustico condiviso con la chitarra di Antonio Gramentieri e le percussioni di Diego Sapignoli dei Sacri Cuori, con il violino di Vicky Brown ed il contrabbasso di Eric Van Loo. Otto canzoni scarne, ombrose, per certi versi disperate, che mettono completamente a nudo lo spirito errante di Hugo nel solco di quella tradizione che da Leonard Cohen porta a Mark Lanegan o all&#8217;Howe Gelb solista. La sua voce è calda e profonda come non mai, le atmosfere sono crude ed essenziali: melodie che non concedono nulla, che non si servono di facili stratagemmi ma restituiscono, ascolto dopo ascolto, la passione e la disarmante sincerità di chi le ha messe in musica. Dall&#8217;iniziale <em>Call Her Name</em> alla conclusiva <em>Nightvision</em>, attraverso la ripresa di quella <em>In The Pines</em> (altrimenti nota come<em> Where Did You Sleep Last Night</em>) che fu anche dei Nirvana unplugged, il ritratto dolente e spietato di un artista vero, outsider per vocazione.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Giant-Sand.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2231" title="Giant Sand" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Giant-Sand-150x150.jpg" alt="Giant Sand" width="150" height="150" /></a>Lo spirito di Howe Gelb e dei suoi <strong>Giant Sand</strong> incombe in maniera nemmeno troppo velata sia sui Sacri Cuori che su Hugo Race, come del resto su buona parte di quel rock ispirato ad un deserto che è soprattutto luogo dell&#8217;anima. Insieme alla nutrita serie di ristampe volte a festeggiare il venticinquennale del debutto discografico della band, il contratto con la Fire Recordings è inaugurato anche dal nuovo &#8220;Blurry Blue Mountain&#8221; (CD e LP in edizione limitata a 500 copie in vinile blu e 500 copie picture disc), che segue a distanza di due anni il precedente &#8220;Provisions&#8221;. Come il legno sul quale è forgiata la copertina, il suono dei Giant Sand (nella stessa formazione dell&#8217;ultimo album, con Gelb affiancato dai suoi nuovi compagni di strada di origine danese) tende ormai ad una classicità che anche una buona pialla riuscirebbe difficilmente a scalfire. Sembra proprio che il confine fra i lavori solisti di Howe Gelb e quelli a nome Giant Sand sia sempre più labile se non addirittura inesistente, come se l&#8217;identificazione del grande &#8220;vecchio&#8221; con la sua creatura abbia raggiunto ormai la perfetta sublimazione. Un suono sempre più roots, sempre più americano, che da una solida matrice country rock sempre meno disposta a sporcarsi di elettricità, ingloba qualche elemento jazz, un pizzico di blues, una manciata di swing, un po&#8217; di musica di frontiera. Un disco malinconico e fuggente in cui la voce ed il ruolo di Gelb assumono sempre più quei connotati da &#8220;crooner&#8221; che stanno caratterizzando da anni la maturità artistica dell&#8217;Uomo. Musica per ore notturne non ancora rischiarate dal mattino, per vecchi locali fumosi in prossimità dell&#8217;orario di chiusura quando, dimessi gli abiti di scena, camerieri e ballerine tornano uomini e donne normali, semplici, forse un poco delusi dalla quella vita alla quale, ormai, non hanno più nulla da chiedere ma, assolutamente, senza alcun rimpianto.          </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Emma-Tricca.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2233" title="Emma Tricca" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Emma-Tricca-150x150.jpg" alt="Emma Tricca" width="150" height="150" /></a>Una delle soprese più piacevoli di questa fine 2010 è stato &#8220;Minor White&#8221;, il nuovo album di<strong> Emma Tricca</strong>, finalmente distribuito anche in Italia dopo il recente debutto sul mercato inglese. Romana di nascita, ma cittadina del mondo per scelta e vocazione, Emma si è stabilita a Londra dopo avere rimbalzato fra gli oceani, da Oxford al Greenwich Village. La sua è una musica eterna, un folk delicatissimo e suadente pizzicato sulle sei corde in perfetto fingerpicking, sostenuto da una voce parimenti carezzevole che affida alla musica sogni, speranze, visioni. Ciò che eleva queste canzoni al di sopra delle vagonate di lavori sulla stessa lunghezza d&#8217;onda è, innanzitutto, la loro qualità, mai meno che buona, e poi la voce di Emma, in grado di reggere paragoni davvero ingombranti. Se amate le melodie autunnali e non riuscite a fare a meno di Nick Drake nemmeno in piena estate, troverete in &#8220;Minor White&#8221; e nei suoi dieci confetti acustici una ragione in più per sentirvi ancora innamorati. Anche se, per esperienza, sapete già che ogni amore è destinato a finire male&#8230;</p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/9</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2010/12/12/rock-pop-le-recensioni-di-lfts9/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Dec 2010 23:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Black Mountain]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Volume]]></category>
		<category><![CDATA[Swans]]></category>
		<category><![CDATA[The Black Angels]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel frenetico passare dei dischi, dei nomi, degli anni, non ci ricordavamo quasi più di quanto bisogno ci fosse ancora di un progetto come quello dei Massimo Volume. Dal loro esordio nel 1993 con &#8220;Stanze&#8221; fino allo scioglimento nel 2002 dopo album preziosi come &#8220;Lungo i Bordi&#8221; (1995), &#8220;Da qui&#8221; (1997) e &#8220;Club Privé&#8221; (1999), erano trascorsi giusto dieci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Massimo-Volume.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2197" title="Massimo Volume" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Massimo-Volume-150x150.jpg" alt="Massimo Volume" width="150" height="150" /></a>Nel frenetico passare dei dischi, dei nomi, degli anni, non ci ricordavamo quasi più di quanto bisogno ci fosse ancora di un progetto come quello dei <strong>Massimo Volume</strong>. Dal loro esordio nel 1993 con &#8220;Stanze&#8221; fino allo scioglimento nel 2002 dopo album preziosi come &#8220;Lungo i Bordi&#8221; (1995), &#8220;Da qui&#8221; (1997) e &#8220;Club Privé&#8221; (1999), erano trascorsi giusto dieci anni, quasi quanto quelli che li hanno separati da questo inaspettato e graditissimo ritorno. Dieci anni durante i quali ci eravamo fatti prendere da altre mode ed altri modi, durante i quali avevamo imparato ad apprezzare Emidio Clementi come scrittore pensando che questa fosse ormai la sua dimensione definitiva. Poi, improvvisamente, il nome della band è tornato in circolazione per una reunion live, ma nemmeno i più ottimisti avrebbero potuto immaginare un seguito in studio con un (capo)lavoro della portata del nuovissimo &#8220;Cattive Abitudini&#8221; (Venus/La Tempesta, anche in doppio vinile). Se la disperata liricità dei testi di Emidio Clementi e la potenza evocativa del suo recitativo non sono più una novità, se il drumming preciso di Vittoria Burattini è ormai una solida certezza, quasi una cassaforte per il sound dei Massimo Volume, sono l&#8217;entrata nella formazione del nuovo chitarrista Stefano Pilia (un nome di punta dello Stivale sotterraneo che condivide questa esperienza con numerosi altri progetti) e la perfetta fusione con la sei corde storica di Egle Sommacal la vera forza del disco. Si, perchè in questo album ci sono le chitarre più belle che mi sia capitato di ascoltare da un (bel) po&#8217; di tempo a questa parte. Strumenti ora affilati ed urticanti, ora lirici ed avvolgenti, ma sempre in perfetta sincronia e scelta di tempo, in magico equilibrio e reciproco rispetto, impegnati in dialoghi dell&#8217;intensità di altri tempi (da Stills/Young ai Sonic Youth), che rappresentano il vero punto di forza del lavoro. Inutile allora perdersi in troppe citazioni: potrete elettrizzarvi con <em>Litio</em> o commuovervi con <em>Mi piacerebbe ogni tanto averti qui</em>, ma non dovete perdervi per nessun conto uno dei dieci, ma anche cinque dischi fondamentali di questo altrimenti arido 2010.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Swans.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2200" title="Swans" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Swans-150x150.jpg" alt="Swans" width="150" height="150" /></a>Un altro ritorno del quale si sentiva il bisogno è quello degli <strong>Swans</strong> di Michael Gira, a quasi quindici anni di distanza dall&#8217;ultimo album in studio, &#8220;Soundtracks For The Blind&#8221; del 1996. Un ritorno non facile visto che, come si premura di ricordare lo stesso Gira nelle note del nuovissimo &#8220;My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky&#8221; (Young God Records, CD &amp; LP), è stato possibile solo grazie ai proventi derivanti dalla vendita dal sito della label del CD/DVD &#8221;I Am Not Insane&#8221; contenente, fra l&#8217;altro, le versioni demo dei pezzi che sarebbero finiti poi nell&#8217;album, ed alla prevendita del disco in fase di realizzazione a mille valorosi fans finanziatori (Einsturzende Neubauten docet!). Triste pensare che una delle band più importanti degli anni ottanta e di parte dei novanta sia costretta in tal modo ma, si sa, indipendenza e coraggio non sempre valgono a riempire il piatto. Nel ritorno degli Swans ci sono, in parti uguali, il nichilismo apocalittico/rumorista degli esordi di &#8220;Filth&#8221; (1983) e &#8220;Cop&#8221; (1984), il disperato romanticismo e la maestosa atmosfera mistica dei capolavori gemelli della maturità, &#8220;White Light From The Mouth Of Infinity&#8221; e &#8220;Love Of Life&#8221; (1991 e 92), la dimensione più distaccata, rilassata ed intimista del successivo progetto degli Angels Of Light. Il disco, sicuramente all&#8217;altezza delle prove migliori degli Swans, non mancherà di esaltare i vecchi fans della band, anche se difficilmente riuscirà a conquistargliene di nuovi. Una musica che, nonostante le aperture, non è per tutti i palati. <em>No Words/No Thoughts</em> è un&#8217;apertura durissima, apocalittica e sconvolgente, <em>Reeling The Liars In</em> stempera i toni con una ballata folkeggiante di ampio respiro.<em> Jim</em> e <em>My Birth</em>, cupa e corale in un disperato crescendo la prima, tesa affilata ed ossessiva la seconda, sono ancora un pugno sui denti. <em>You Fucking People Make Me Sick</em>, con un cameo vocale del protetto Devendra Banhart, inizia come una tenue ballata folk, magari un po&#8217; demoniaca, per sfociare in un&#8217;orgia di intemperanze acustiche. <em>Inside Madeline</em> allinea una lunga ed inquietante intro strumentale in crescendo ad un tenue cantato, <em>Eden Prison</em> prosegue imponente, sepolcrale, ossessiva. La chiusura in discesa con <em>Little Mouth</em>, delicata e classicheggiante, è come un bicchiere d&#8217;acqua fresca al risveglio da un incubo. O forse era semplicemente un sogno un po&#8217; diverso dagli altri?</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/The-Black-Angels.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2205" title="The Black Angels" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/The-Black-Angels-150x150.jpg" alt="The Black Angels" width="150" height="150" /></a>Ho amato visceralmente i <strong>Black Angels</strong> di &#8220;Passover&#8221; (2006) e &#8220;Directions To See A Ghost&#8221; (2008) ma, forse proprio per questa ragione, non sono riuscito a reagire altrettanto bene all&#8217;ascolto del terzo capitolo della loro avvincente saga, il nuovo &#8220;Phosphene Dream&#8221;, uscito in CD e LP ormai da qualche settimana per la risorta Blue Horizon, label dal passato importante la cui esperienza si riteneva ormai archiviata per sempre. Medesimo package dei due precedenti lavori su Light In The Attic, quasi a voler sottolineare un senso di continuità nel comune progetto grafico, ma un impianto strutturale e strumentale del tutto diverso. Qualcuno ha voluto a tutti i costi vedere nella pulizia del suono, nella semplicità di fondo delle tracce, negli ammiccamenti al pop ed al garage degli anni sessanta, un passo avanti nella ricerca di una forma canzone più accessibile al gusto di un pubblico un po&#8217; meno &#8220;sfasato&#8221;&#8230;  Chi invece ha amato le lunghe dilatazioni psichedeliche dei precedenti lavori, e lo spirito più anarchico, libero e selvatico che le permeava, avrà modo di sobbalzare sulla poltrona solo con l&#8217;iniziale, splendida <em>Bad Vibrations</em>. Ma sarà una pillola dolcissima che renderà il boccone ancora più amaro. Nulla di drammatico, per carità: ne uscissero più spesso, per certi versi, di dischi così! Ma l&#8217;amante tradito dalla cortigiana prediletta, si sa, vede nera ogni sfumatura di grigio. Però, lasciatemelo dire, i coretti, le svisate d&#8217;organo, la smaccata orecchiabilità di confetti in puro spirito sixities come, per citarne soltanto un paio, <em>Sunday Afternoon</em> o <em>Telephone</em>, rimangono un po&#8217; difficili da digerire&#8230; </p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Black-Mountain.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2207" title="Black Mountain" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/12/Black-Mountain-150x150.jpg" alt="Black Mountain" width="150" height="150" /></a>Dopo un lavoro mastodontico e, per certi versi, definitivo come il precedente &#8220;In The Future&#8221; del 2008, un vero e proprio doppio di altri tempi, anche i <strong>Black Mountain</strong> hanno registrato valvole ed ingranaggi. Con il nuovissimo &#8220;Wilderness Heart&#8221;, edito in CD e vinile con coupon per il download gratuito per i soliti tipi della JagJaguwar, sono tornati ad un formato più ristretto, innanzitutto, ed hanno limato certe asperità, delimitato gli orizzonti delle proprie fughe strumentali, cercato più metodo pur mantenendo un pizzico di follia. Hanno voluto, insomma, riportare in strutture più classiche quella classicità che è già insita nel loro suono, ma lo hanno fatto senza snaturarsi, senza rincorrere improbabili chimere, senza inutili strizzatine d&#8217;occhio. Il loro hard rock psichedelico con venature progressive continua a lanciare fortissimi segnali nella potenza di brani quali <em>Rollercoaster</em>, <em>Let Spirits Ride</em>, <em>Wilderness Heart</em>, scoprendo anche dolcissime oasi bucoliche in <em>Radiant Hearts</em>, <em>Buried By The Blues</em> o nella conclusiva<em> Sadie</em>, mentre le parti vocali affidate a Stephen McBean ed alla dolcissima Amber Webber appaiono sempre più calibrate e convincenti. Chi li ha visti dal vivo nel recente tour che ha interessato anche il nostro Paese, poi, difficilmente potrà dimenticarseli.</p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/8</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 21:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
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		<description><![CDATA[OUT NOW! trasloca dalle pagine cartacee di Out Of The Darkness a quelle digitali di Rock &#38; Pop. Ecco quindi la prima infornata di segnalazioni relative ad uscite più o meno recenti, ma sempre meritevoli, e sempre piuttosto defilate rispetto alla luce dei riflettori&#8230;
Tris d’assi in casa Glitterhouse. L’ormai storica label tedesca, che proprio nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>OUT NOW! trasloca dalle pagine cartacee di Out Of The Darkness a quelle digitali di Rock &amp; Pop. Ecco quindi la prima infornata di segnalazioni relative ad uscite più o meno recenti, ma sempre meritevoli, e sempre piuttosto defilate rispetto alla luce dei riflettori&#8230;</p>
<p>Tris d’assi in casa Glitterhouse. L’ormai storica label tedesca, che proprio nel 2010 registra il  ventennale della sua prima pubblicazione, sembra oltretutto essere tornata ormai stabilmente alle pubblicazioni nel formato a 33 giri, abbandonato più o meno dai tempi gloriosi della distribuzione europea dei dischi Sub Pop: un segnale, speriamo duraturo, di un cambio di prospettiva dettato da un rinnovato gusto del pubblico che, per una volta tanto, va nella direzione auspicata. Il tempo dirà se si tratterà di qualcosa di più del solito fuoco di paglia…</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Wovenhand-Threshingfloor1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2082" title="Wovenhand-Threshingfloor" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Wovenhand-Threshingfloor1-150x150.jpg" alt="Wovenhand-Threshingfloor" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Il primo squillo di tromba è per il nuovo album di <strong>Wovenhand</strong>, “The Threshingfloor”, il sesto capitolo di una discografia che si è costantemente mantenuta su livelli medio alti, con punte di assoluta eccellenza in lavori quali l’eponimo debutto del 2002 o il più recente “Consider The Birds”, anno di grazia 2004. Per l’occasione le strade di Wovenhand e Glitterhouse Records sono tornate ad incrociarsi e, considerato questo ed i precedenti risultati, c’è da augurarsi che il matrimonio non abbia altri appannamenti. Chi ha avuto modo di conoscere David Eugene Edwards attraverso la precedente, fondamentale esperienza dei 16 Horsepower, della quale Wovenhand è la naturale emanazione, e di assistere ad una delle esibizioni dal vivo nelle quali, con incredibile generosità, spalanca le porte della sua anima con un’intensità che rasenta la sofferenza, potrebbe tranquillamente di evitare di leggere le righe che seguono. La folgorazione con il carisma dell’artista, con la sua presenza scenica, con i toni salmodianti della sua voce enigmatica e sofferente, con la sua musica ora aspra, ora delicata, mai accomodante o facilmente classificabile, è di quelle immediate e destinate a lasciare un segno che difficilmente il tempo potrà scalfire: una traccia profonda che è pura spiritualità, afflato mistico che ciascuno può e deve leggere attraverso le proprie corde, al di là dei valori “tradizionali” della fede. Per tutti gli altri l’invito è di non perdere altro tempo e cominciare pure da questo, ottimo, “The Threshingfloor”, un disco in cui si placano sia gli eccessi elettrici del precedente “Ten Stones”, sia i canoni prettamente legati alla tradizione che ebbero la loro apoteosi nel glorioso “Folklore” dei 16 Horsepower e che hanno costellato la discografia del Nostro con una presenza più o meno evidente, più o meno costante, ma mai troppo ingombrante. In questo nuovo, appassionante capitolo della saga Wovenhand si respira l’aria, inedita, di una psichedelia etnica dalla matrice prevalentemente acustica: soffiano venti asiatici, latini, balcanici, mediorentali a condire le danze lente e sinuose, ricche di pathos e atmosfera, con le quali David conduce la propria musica a spasso fra le rovine del folk americano, lo stesso fra le pareti del quale hanno più volte cercato di ingabbiarlo, in una sorta di “day after” che lascia intravedere una nuova luce. La luce di una musica avara di facili concessioni al gusto del pubblico, una musica che elargisce in proporzione a quello che chiede, una musica che non appartiene ad alcun genere: che è Wovenhand e nulla più. Una delle musiche più sincere con le quali vi possa capitare di imbattervi: una splendida, incredibile cover di <em>Truth </em>dei New Order ne sembra essere suggello ideale.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Lilium-Felt.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2083" title="Lilium-Felt" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Lilium-Felt-150x150.jpg" alt="Lilium-Felt" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Quasi in contemporanea con l’album di Wovenhand è uscito anche “Felt”, il nuovo lavoro, il terzo se non andiamo errati, del progetto <strong>Lilium</strong>, dietro al quale si nasconde Pascal Humbert, già contrabbassista nei 16 Horsepower e negli stessi Wovenhand. Qualsiasi paragone fra le due realtà, sia in merito ai principi ispiratori che agli esiti artistici, sarebbe del tutto fuori luogo, ma gli amanti delle sonorità desertiche, soprattutto di quelle più quiete ed introspettive, non resteranno delusi da questo nuovo, affascinante viaggio. Coadiuvati dalle voci suggestive di Hugo Race e Kal Cahoone, Pascal ed il socio di sempre Bruno Green (il progetto, fra pause e ripartenze, è attivo fin dal 1984) ci guidano attraverso paesaggi aridi e spettrali per mezzo di sonorità scarne ed essenziali ricche di echi e profondissimi silenzi, di corde appena pizzicate e struggenti inserti di tromba, sovente screziate da qualche leggero sfrigolio elettronico, che rappresentano la colonna sonora ideale di un deserto che è anche interiore. Un disco difficile, destinato a pochi già in partenza, che Glitterhouse pubblica coraggiosamente e proprio per questo non merita di passare inosservato.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Dirtmusic-Bko.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2084" title="Dirtmusic-Bko" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Dirtmusic-Bko-150x150.jpg" alt="Dirtmusic-Bko" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Se riuscite ad immaginare il deserto del Mojave, lo stesso nel quale muovono i sogni vagabondi dei Lilium, solcato dai venti dell’Africa sub sahariana ed animato dalle voci e dai colori di Timboctou, ed utilizzate la voce di Hugo Race quale raccordo fra le diverse coordinate geografiche e sonore, potreste riuscire in un primo, parziale tentativo di catalogazione del progetto <strong>Dirtmusic</strong>, che Chris Brokaw, Chris Eckman e lo stesso Race hanno condotto, con il recente “BKO”, ancora una volta per Glitterhouse, alla seconda prova sulla lunga distanza. “BKO” sta per Bamako, la capitale del Mali, città nella quale i Dirtmusic fanno ritorno per registrare un pugno di canzoni con il complesso tuareg dei Tamikrest un anno dopo la comune esperienza in un festival locale. Le jam comuni e l’utilizzo di strumenti tradizionali trasformano il materiale dei Dirtmusic che, pur mantenendo strutture e connotati tipicamente occidentali, nella fattispecie quelli della ruvida ballata elettrica younghiana con il deserto dell’Arizona sullo sfondo al posto dei laghi dell’Ontario, acquisiscono più o meno evidenti influssi etnici che ne mutano radicalmente la sensibilità. Il risultato è davvero di rilievo, anche e soprattutto perché alla base ci sono grandi canzoni. Il lasciapassare ideale per muovere il primo passo in questo universo affascinante potrebbe essere la cover di <em>All Tomorrow Parties</em>, il secondo brano della raccolta, abbastanza fedele all’originale nel canto e nella melodia, ma completamente stravolta sotto il profilo strumentale grazie all’incredibile tappeto percussivo ed ai sublimi innesti vocali di Fatimata Walet Oumar. Gli stessi che miscelano la sabbia dei due deserti stemperando meravigliosamente gli acidi umori elettrici della successiva, splendida <em>Desert Wind</em>. Nel mosaico di “BKO” c’è posto per tessere dai colori più tenui, nelle atmosfere vellutate e cristalline, nelle melodie dolci ed evocative di <em>Ready For The Sign</em>, <em>Unknowable</em>, <em>Collisions </em>o della conclusiva <em>Bring It Home</em>, e per le tonalità più accese di <em>Lives We Did Not Live </em>o dell’iniziale <em>Black Gravity</em>, con la quale i due umori si fondono nell’intercalare di una cantilena etnica fra le strofe del brano. Un matrimonio perfettamente riuscito anche nell’ottima, delicatissima <em>Smokin Bowl</em>. Da segnalare, infine, la presenza di un secondo dischetto, questa volta un DVD, con materiale visivo (una sorta di “make of” del lavoro oltre ai video di tre brani) e sonoro, con quattro bonus tracks inedite.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Dakota-Days.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2085" title="Dakota Days" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Dakota-Days-150x150.jpg" alt="Dakota Days" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Un altro connubio strano, ma perfettamente riuscito, è quello fra la sensibilità melodica, quasi classica, di Alberto Fabris, da anni nell’entourage del pianista Lodovico Einaudi dopo ormai remoti trascorsi indie-rock, ed il rigido schematismo teutonico del berlinese Ronald Lippok, già anima degli elettronici To Rococo Rot e dei più “umani” Tarwater. Dopo un incontro casuale i due hanno dato vita al progetto <strong>Dakota Days</strong>, che ha da poco pubblicato l’omonimo debutto per i tipi della label Ponderosa. Dodici canzoni di gran classe che sposano una “calda” matrice elettronica ai canoni di un pop rock di grande atmosfera e suggestione, e che hanno un profondo, splendido impatto nella bellissima voce di Re Mida Ronald Lippok. Una scaletta praticamente perfetta che cresce lentamente ascolto dopo ascolto, come è naturale, quasi doveroso, per brani che associano l’eleganza formale ad una sostanza che si sedimenta timidamente ma inesorabilmente. Si parte con una cover irriconoscibile di <em>Slow</em>, grande successo di Kyle Minogue, che perde ogni connotato mainstream e danzereccio per trasformarsi in un brano lento, scheletrico, quasi malato, che emana una sensualità strana e perversa, per arrivare alla conclusiva, quasi disarmonica, <em>Silver Mine</em>, attraverso un pugno di perle di rara suggestione. Ne citiamo soltanto qualcuna, come la melliflua, armoniosa <em>Planet Of The Apes</em>, la dolcissima <em>Sinners Like Us</em>, che rispolvera il nostalgico impianto orchestrale di un vecchio mellotron, <em>Without A Stone</em>, con tanto di sitar, <em>The Kiss</em>, elettrica e sexy, <em>Sometimes</em>, un country algido e schematico. Merita un cenno a parte anche la title-track, fragile ed eterea, percorsa da soffici minimalismi ed una voce sognante.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Indian-Jewelry-Totaled.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2086" title="Indian Jewelry-Totaled" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Indian-Jewelry-Totaled-150x150.jpg" alt="Indian Jewelry-Totaled" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Parlando a proposito degli <strong>Indian Jewelry </strong>poco più di un anno fa in occasione dell’allora ultimo “Free Gold!”, citammo i “My Bloody Valentine di <em>Loveless </em>immersi in un barile di acido”. Era il paragone più calzante per quella splendida tappa del loro percorso, che affogava la consueta slabbrata e drogatissima psichedelia in un oceano di stratificazioni e rarefazioni chitarristiche, in una sorta di personalissima rivisitazione dello shoegazing. Per il nuovo atto “Totaled”, edito anche questa volta da We Are Free, Erika Thrasher e Tex Kerschen hanno virato nella direzione di un post punk cupo e tenebroso, che ha le proprie radici nei Velvet Underground e le principali diramazioni nei rami più torbidi e malati del movimento, dai Public Image di “Metal Box” ai Pere Ubu di “Modern Dance”, con la supervisione nemmeno troppo occulta dei Suicide dell’omonimo debutto. Canzoni, o parvenze delle stesse, affogate in sordide spirali di synth stratificati e riverberati, percorse da voci filtrate e sommerse, da ritmi elettronici o percussioni cupe e monotone, da chitarre quasi mai in primo piano, che si limitano a percorrere le trame già solcate da quelle colate laviche senza volere o potere uscire dalle loro tracce profonde, da un pesante contorno di miasmi sonori d’ogni tipo. Un effetto d’insieme che è comunque molto superiore alla somma dei singoli denominatori e molto più lineare di quanto la loro “pesantezza” non faccia pensare –le canzoni, insomma, ci sono!-  e non mancherà certo di appassionare coloro che, come chi scrive, vedono negli Indian Jewelry e nella loro musica una delle poche risposte possibili ad un concetto moderno di psichedelia. Quasi inutile parlare dei singoli brani, visto che il disco va assorbito dall’inizio alla fine come un lungo, ininterrotto flusso creativo, ma dispiace non citare le iniziali <em>Oceans </em>e <em>Look Alive</em>, cosparsa –quest’ultima- da vapori quasi industriali, una sorta di summa dell’aria che si respirerà nell’intero lavoro, <em>Lapis Lazuli </em>e <em>Simulation</em>, con le chitarre che riescono ad alzare la testa, il quasi synth-pop della più sbarazzina <em>Tono Bungay</em>, l’effetto molto Suicide di <em>Parlous Siege And Chapel</em>, con il synth che traccia veri e propri tappeti ipnotici sporcati dalle chitarre e deturpati da una voce metallica ed impersonale, le valanghe sintetiche della conclusiva <em>Dog Days</em>, che sembrano travolgere ed affogare qualsiasi cosa per un ultimo, disperato atto.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Sleepy-Sun-Fever.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2087" title="Sleepy Sun-Fever" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Sleepy-Sun-Fever-150x150.jpg" alt="Sleepy Sun-Fever" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Gli amanti delle sonorità psichedeliche più tradizionali potranno invece tranquillamente convergere sul nuovo album degli <strong>Sleepy Sun</strong>, “Fever”, che succede al debutto di “Embrace” per i tipi di ATP Recordings, gli stessi che hanno ristampato il primo disco nel 2009 dopo l’autoproduzione quasi clandestina dell’anno precedente. Qui si respira l’aria di un <em>classic rock </em>che la band si premura di mantenere il più <em>classic </em>possibile, come se ogni estate fosse quella dell’amore ed il vento portasse ancora sogni di pace e libertà. Il disco, semplice e gradevole, poggia sui contrappunti vocali fra la voce femminile di Rachel Williams e quella maschile di Bret Constantino, sull’alternanza fra ruvide atmosfere scandite da riff sabbathiani e delicate oasi in cui, sovente nello stesso brano, il fervore elettrico si placa in momenti di dolcissima intimità (l’iniziale <em>Marina</em>, con belle aperture lisergiche nel finale), in un contesto piuttosto controllato che lascia poco spazio ai momenti di rottura (la mesta preghiera pagana di <em>Acid Love</em>, con un po’ di feedback in sottofondo). Una possibile pietra di paragone potrebbero essere i Black Mountain, anche se i Nostri sono ancora lontani dagli standard dei più navigati colleghi canadesi. Poche, comunque, le eccezioni alla formula anzidetta, fra le quali vale la pena di ricordare il folk bucolico di <em>Rigamaroo</em>, il bozzetto acustico con qualche disturbo elettrico di <em>Ooh Boy</em>, la ritmatissima, funkeggiante <em>Freedom Line</em>, che non si risparmia comunque qualche fuga acida nel finale. Da segnalare anche <em>Open Eyes</em>, uscita su singolo, fra chiaroscuri ed aperture lisergiche e la lunga, conclusiva, <em>Sandstorm Woman</em>, che sembra condensare l’intero album nei suoi dieci minuti.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/National-High-Violet.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2088" title="National-High Violet" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/National-High-Violet-150x150.jpg" alt="National-High Violet" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Una sorta di (disperato) classicismo è anche quello ormai raggiunto dai <strong>National</strong>. Dopo un lungo processo di avvicinamento che, dalle atmosfere tipicamente indie di un piuttosto caotico omonimo album di debutto del 2001, li ha portati ai meticolosi arrangiamenti orchestrali ed alle atmosfere notturne del precedente, pluri celebrato “Boxer” del 2007, attraverso le tappe intermedie di “Sad Songs…” (2003) e “Alligator” (2005), il loro sound sembra ormai puntare verso una sorta di <em>crooning </em>moderno che, come d’uopo, ha il proprio baricentro nella voce calda e baritonale del cantante Matt Berninger. Le canzoni di “High Violet”, pubblicato nei mesi scorsi dalla 4AD in cd e doppio vinile, con anche una tiratura limitata color porpora, sembrano intrappolare Frank Sinatra in rigide strutture post punk: la voce di Matt, profonda precisa e sottilmente monocorde, declama i suoi versi su un suono denso e magmatico, scuro e pulsante, tutto basso e batteria con la chitarra relegata a compiti di puro accompagnamento, intonando melodie tragiche e sofferte. All’inizio sembra un unico, ininterrotto flusso che trasporta placidamente i fantasmi di un pugno di canzoni racchiuse in un’intensa ed ossessiva cifra stilistica, poi, dopo qualche ascolto, cominciano ad emergere i singoli episodi. Anche i brani più scarni e confidenziali, come le iniziali <em>Terrible Love </em>e <em>Sorrow</em>, o le successive <em>Little Faith </em>e <em>Lemonworld</em>, rivelano anime diverse che rivendicano, ognuna, la propria identità; <em>Anyone’s Ghost </em>si apre ad una piccola esplosione ritmica, <em>Runaway </em>ad una struttura classicheggiante percorsa da sottili arpeggi chitarristici, <em>Conversation 16 </em>ad un’inedita varietà strumentale e vocale. E ancora <em>Bloodbuzz Ohio</em>, primo singolo tratto dall’album, atmosfera cupa post Joy Division, onde sonore compatte in leggero crescendo, splendida melodia vocale, e le conclusive <em>England</em>, come intuibile ballatona molto <em>english old style</em>, e <em>Vanderlyle Crybaby Geeks</em>, un lungo, romantico e avvolgente congedo. Un disco bello e trasversale, insomma, che potrà mettere d’accordo generazioni di fans diversi: da quelli di Frank Sinatra a quelli di Joy Division e dei Tindersticks migliori. Rimane semplicemente da appurare se è proprio questo che volevano fare i National da grandi o se si tratta semplicemente della nuova tappa di un discorso in costante divenire: il tempo, insomma, dirà se il termine classicità sarà destinato a far rima con staticità.</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/The-Books-The-Way-Out.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2089" title="The Books-The Way Out" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/The-Books-The-Way-Out-150x150.jpg" alt="The Books-The Way Out" width="150" height="150" /></a></p>
<p>E a loro modo classici sono ormai anche i <strong>Books</strong>, inventori di una formula che ha fatto scuola negli ultimi dieci anni, quella della cosiddetta <em>folktronica</em>, che fonde suoni acustici a samplers elettronici in un guazzabuglio di intemperanze ritmiche, vocali e sonore, melodie appena abbozzate o completamente negate, che ha stravolto, con successo, la forma canzone tradizionale stabilendo un nuovo standard intorno al quale si è costruito un genere cui si sono accodate torme di più o meno validi imitatori. Ora che il senso di novità è stato soppiantato, in molti casi, dalla ripetitività di un suono prigioniero di schemi molto più rigidi di quanto non si potesse immaginare, è spontaneo chiedersi se questa musica non abbia già espresso tutte le sue potenzialità, se esistano insomma ancora frontiere che possano essere proficuamente esplorate. Ed è normale attendersi il segnale più forte da quelli che del movimento sono stati gli indiscussi fautori. I Books sembrano però prendersi tempo, aggirare la domanda regalandoci con il ritorno di “The Way Out” (Temporary Residence), a quasi cinque anni dall’ultimo, e a parere di chi scrive più convincente, “Lost And Safe”<strong>,</strong> un ulteriore perfetto trattato della loro arte che solo a tratti si discosta dal puro esercizio di stile. Cinque anni in effetti sono tanti, addirittura un’eternità nella civiltà odierna, non solo musicale, del mordi e fuggi: un lasso di tempo tale da far pensare ad un ritorno sotto una nuova veste o ad un’onorevole deposizione delle armi. Invece niente di tutto questo: i Books continuano a fare ciò che sanno fare benissimo e, almeno in questo, offrono una valida garanzia contro gli improvvisatori. Brani come <em>We Bought The Flood, I Didn’t Know That, Free Translator </em>o <em>The Story Of Hip Hop </em>che, nel più classico stile del duo, uniscono il sentimento alla tecnologia, intrecciando gli elementi o gli stili più disparati per arrivare a confezionare un prodotto perfetto, non deluderanno certo i vecchi fans e non mancheranno, nel caso il terreno sia ancora fertile, di conquistarne di nuovi. Per le eventuali risposte bisognerà armarsi di pazienza….</p>
<p><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Pontiak-Living.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2090" title="Pontiak-Living" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Pontiak-Living-150x150.jpg" alt="Pontiak-Living" width="150" height="150" /></a></p>
<p>I <strong>Pontiak </strong>continuano a macinare un grande disco dopo l’altro mostrando, oltretutto, una prolificità tanto più invidiabile nella misura in cui continua a far rima con qualità. Circa un anno fa eravamo a tessere le lodi dell’ottimo “Maker”: da allora un “mini” album più vicino ai quaranta minuti che ai trenta, l’avvincente “Sea Voids”, e, ormai da qualche mese nei negozi, il nuovissimo “Living” per i soliti tipi della Thrill Jockey. Innanzitutto il consiglio di mettere le mani, nonostante qualche difficoltà di distribuzione, sulla splendida edizione limitata a 1.000 copie in vinile arancione, con una veste davvero de-luxe. Poi, a prescindere comunque dal formato, l’invito ad ascoltarlo. La psichedelia moderna passa obbligatoriamente da qui, non perché i Pontiak ne abbiano stravolto i canoni, ma perché oggi è davvero difficile trovare di meglio. Un genere che, nella sua forma più classica, è di per sé immodificabile, mi verrebbe da dire eterno, rivive nel trio dei fratelli Carney gli antichi splendori ed oggi è davvero difficile chiedere di più. Gli ingredienti sono sempre i medesimi: riff sabbathiani, suggestioni desertiche, impennate post-stoner, delicate oasi pinkfloydiane, atmosfere oniriche, suggestioni melodiche, aperture sperimentali che si susseguono, quasi senza soluzione di continuità, in un universo psichedelico che i Nostri sembrano voler esplorare in ogni sua sfaccettatura. Quello che contraddistingue i Pontiak è la qualità davvero superiore della loro magnifica miscela. Inutile fare citazioni perché il disco va assorbito come un unico, ininterrotto, flusso –oserei dire- spirituale. Un elemento di novità? Le chitarre acustiche…</p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS/7</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 07:21:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Anghinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
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		<category><![CDATA[Black Crowes]]></category>
		<category><![CDATA[Cheikh Lo]]></category>
		<category><![CDATA[Dennis Rea]]></category>
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		<description><![CDATA[Una nuova infornata di recensioni di dischi usciti più o meno recentemente. Fra i nostri big J.J.Cale ed Eric Clapton, Richard Thompson, il vecchio Ozzy, i Black Crowes e poi tanti altri. E che la musica tenga alto il vostro spirito!
  
J.J. CALE &#38; ERIC CLAPTON
The Road To Escondido
2006 Reprise CD
 
Cronaca di una collaborazione annunciata: doveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una nuova infornata di recensioni di dischi usciti più o meno recentemente. Fra i nostri big J.J.Cale ed Eric Clapton, Richard Thompson, il vecchio Ozzy, i Black Crowes e poi tanti altri. E che la musica tenga alto il vostro spirito!</p>
<p>  </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>J.J. CALE &amp; ERIC CLAPTON<br />
The Road To Escondido<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2043" title="jjcaleclapton" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/jjcaleclapton-150x150.jpg" alt="jjcaleclapton" width="150" height="150" /><br />
2006 Reprise CD</strong><br />
 <br />
Cronaca di una collaborazione annunciata: doveva andare a finire che prima o poi i due chitarristi si trovassero insieme a registrare un disco. D’altra parte Slowhand non ha mai fatto mistero della propria ammirazione e predilezione nei confronti del collega dell’Oklahoma, anzi, è un dato di fatto che due dei suoi maggiori successi di sempre siano proprio le versioni di <em>After Midnight</em> e <em>Cocaine</em>. In molti si erano chiesti perché non ci fosse mai stata una collaborazione tra i due e questo ottimo disco è la risposta all’interrogativo. Una risposta che gronda musica vera e diretta, come Cale ci ha sempre, o quasi, abituati ad aspettarci da lui e come Clapton ha (quasi) sempre evitato di fare nella sua carriera solista. I primi anni del nuovo decennio sono forse tra i migliori per Slowhand che ci ha consegnato una serie di luminose collaborazioni che non possono non mettere in ombra tutti i suoi prodotti laccati e perfettivi dei decenni precedenti, indirizzate più al pubblico qualunquista che a chi ama la musica per davvero. Basta pensare ai tour con Derek Trucks, ai concerti con gli Allman Brothers, al ritorno con Winwood e a quello dei Cream, o ancora ai concerti recenti con Jeff Beck. <em>The Road To Escondido </em>si inserisce magnificamente in questo filone e ci propone una quindicina di ottimi brani, alcuni nuovi, altri tratti dal repertorio passato di Cale, qualcosina a firma Clapton e un blues di Brownie McGee. Il genere è quello solito, né più né meno, nessuna novità, solo due vecchi amici in stato di grazia che hanno voglia di divertirsi e lo fanno con una maestria unica. Al loro fianco una manciata di altri amici come Albert Lee, Taj Mahal, Derek Trucks, John Mayer (che firma con Clapton <em>Hard To Thrill</em>), Billy Preston nella sua ultima performance di studio, Pino Palladino e altri. Poco importa se tra i brani nuovi<em> When The War Is Over </em>suona esattamente come <em>Call Me The Breeze</em>, poco importa se <em>Don’t Cry Sister </em>e <em>Anyway The Wind Blows</em> non sono nuovissime, il disco suona incredibilmente bene, la presenza di Clapton si fa sentire in sede di produzione, ma senza strafare, e la sua chitarra dosa sapientemente gli interventi. C’è il country e c’è lo slow blues che da sempre è il marchio di fabbrica di J.J., e ci sono soprattutto questi due ispiratissimi amici. Dall’iniziale <em>Danger </em>alla finale <em>Ride The River</em> il disco scorre senza momenti di fiacca tanto che, per quel che può valere ai nostri occhi e alle nostre orecchie, si è guadagnato pure un Grammy come miglior disco di blues contemporaneo. E non poteva essere diversamente.</p>
<p style="text-align: right;"> <em> </em> </p>
<p> </p>
<p> <br />
<strong>TRE NOVITÁ SU ETICHETTA MOONJUNE RECORDS</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sempre più versatili le proposte musicali dell’etichetta newyorchese che fa capo a Leonardo Pavkovic, innanzitutto grande fan dei Soft Machine e del movimento musicale a essi legato e il nome dell’etichetta la dice lunga in proposito. Dopo i primi dischi dichiaratamente connessi ai musicisti di quel gruppo, la Moonjune Records pubblica ora anche altri dischi che hanno la principale caratteristica di sfuggire a ogni catalogazione diretta. Non sfuggono a questa caratteristica nemmeno gli ultimi tre usciti.</p>
<p> <br />
<strong>BARRY CLEVELAND<br />
<strong>Hologrammaton<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2050" title="barry cleveland" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/barry-cleveland-150x150.jpg" alt="barry cleveland" width="150" height="150" /><br />
2010 Moonjune Records CD</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un disco di rock d’avanguardia in cui il chitarrista Cleveland si fa accompagnare da una variegata formazione che oltre alla cantante Amy X Neuburg, include una sezione ritmica e una pedal steel guitar suonata da Robert Powell (già con David Bowie e Jackson Browne). <em>Hologrammaton</em> è una sorta di concept in cui Cleveland riflette e fa riflettere sullo stato del mondo occidentale all’alba del ventunesimo secolo, stando in bilico tra momenti cupi da rock industriale e atmosfere più rilassate che costituiscono la parte miglior del disco: <em>Stars Of Sayulita</em>, <em>Abandoned Mines</em> e la cover, in puro stile Badalamenti, del brano di Malvina Reynolds <em>What Have They Done With The Rain</em>.</p>
<p> <br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>DENNIS REA<br />
<strong>Views From Chicheng Precipice<br />
2010 Moonjune Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2051" title="dennois rea" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/dennois-rea-150x150.jpg" alt="dennois rea" width="150" height="150" /></strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il prolifico chitarrista di Seattle che per la stessa Moonjune ha recentemente pubblicato con il gruppo Moraine (art rock) e con gli Iron Kim Style (free jazz) presenta ora questo personale omaggio alla Cina e al mondo orientale a cui è particolarmente legato. Un disco del tutto differente da quelli che lo hanno preceduto, differente e ugualmente affascinante, in cui la musica cinese e coreana si fondono con la strumentazione tipicamente occidentale e la chitarra elettrica di Rea, dando vita a una serie di brani che pur mantenendo molti elementi di carattere esotico vanno decisamente oltre la definizione di world music.</p>
<p> <br />
<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>TOHPATI ETHNOMISSION<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2054" title="tohpati" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/tohpati2-150x150.jpg" alt="tohpati" width="150" height="150" /><br />
<strong>Save The Planet</strong><br />
<strong>2010 Moonjune Records CD</strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come nel disco di Barry Cleveland, anche qui il tema portante del disco è lo <em>status</em> del mondo attuale, o meglio del pianeta, ma a musicarlo è stavolta un gruppo indonesiano che fa capo al chitarrista Tohpati che, accompagnato da un ensemble di connazionali, realizza un disco di fusion moderna sapientemente mediata con leggeri colpi di progressive in cui chitarre elettriche e sintetizzatori si innestano senza molestare su strumenti tipici della tradizione indonesiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>CHEIKH LO</strong><br />
<strong>Jamm</strong><br />
<strong>2009 World Circuit/ I.R.D.<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2055" title="517Vy8HvZBL__SL500_AA300_" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/517Vy8HvZBL__SL500_AA300_-150x150.jpg" alt="517Vy8HvZBL__SL500_AA300_" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <br />
Un disco formidabile. Non occorre essere dei patiti di musica africana per apprezzare l&#8217;ingegno di questo musicista senegalese, anche perché si commetterebbe una gran bella imprecisione. A differenza di molti artisti africani che propongono musica tradizionale, Cheikh Lo si schiera piuttosto a fianco di personaggi come Ali Farka Touré, o Youssou N&#8217;Dour, alla ricerca di una nuova sonorità moderna, che coinvolge strumenti e ritmi che non appartengono al patrimonio africano, ma sono tratti dal blues, dal rock, dal reggae e da molti altri generi ancora. Certo ci sono stati altri che hanno tentato questa via in precedenza, e continuano a reinterpretare la musica tradizionale dei loro paesi, fondendola con generi occidentali, ma è quantomeno raro incontrare un artista con questa varietà e questa freschezza, capace di giocare con i suoni in maniera originale e allo stesso tempo senza pretese e senza retorica. Non a caso proprio Youssou N&#8217;Dour ha creduto nelle straordinarie doti di questo <em>troubadour </em>senegalese producendo il suo primo disco 1996. Oggi a distanza di molti anni <em>Jamm </em>si presenta come un eccezionale punto di arrivo per il suo autore, soprattutto per il cantato di grandissimo pregio e per l&#8217;abilità nel cercare una sperimentazione sicuramente non delle più facili. Nella <em>title track</em>, dopo un&#8217;introduzione a base di percussioni africane, l&#8217;autore si sbizzarrisce in una brillante sovrapposizione di sonorità che va dai ritmi dal sapore cubano, alla chitarra funky, a un cantato in wolof in stile rythm and blues di grande efficacia. Allo stesso modo, in <em>Seyni</em> si può apprezzare la singolarità di un brano caribico cantato per metà in wolof; quando dopo il <em>break</em> incomincia la seconda parte in spagnolo, si ha davvero l&#8217;impressione di aver di fronte una figura di spessore che sarebbe un vero peccato liquidare come &#8220;nera africana&#8221;, per usare una definizione alla Franco Battiato. Particolarmente gradevole il finale del disco, con un brano come <em>Bourama </em>in perfetto stile afrobeat scritto a quattro mani con il sassofonista Pee Wee Ellis, che apre la strada al lento e malinconico congedo di <em>Folly Cagni</em>, una lenta ballata scandita solo dal basso, dalle percussioni e qualche accenno di chitarra: come un ritorno in Africa dopo un lungo viaggio attraverso le musiche del mondo.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Eugenio Goria</em> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>BLACK CROWES</strong><br />
<strong>Croweology</strong><br />
<strong>2010 Silver Arrow 2CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2056" title="black_crowes" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/black_crowes-150x150.jpg" alt="black_crowes" width="150" height="150" /></strong><br />
 </p>
<p style="text-align: justify;">A confermare il buono, se non ottimo stato di salute della band dei fratelli Robinson, è giunto lo scorso agosto questo sconvolgente doppio antologico. Qualcuno dirà: ma come, un’antologia? Sì un’antologia. Una raccolta in cui vengono riletti e rivestiti in versione quasi acustica una ventina di brani pescati tra i migliori del repertorio dei corvi neri. Se i dischi precedenti erano stati due spettacolari live di brani inediti registrati informalmente presso gli studi di Levon Helm, a meno di un anno questo doppio di studio con le vecchie canzoni rilette è la definitiva consacrazione della band e la testimonianza della nuova linfa infusa da quel genio della sei corde che risponde al nome di Luther Dickinson. I suoni che scarutirscono dai solchi (sì esiste anche l’edizione in vinile, triplo) di questo prodotto sono affascinanti, avvolgenti, caldi: sia che si tratti di grandi successi che di brani minori, i Black Crowes arrangiano le loro canzoni con rigore, dando spesso vita a lunghe jam su cui pianoforte e chitarre ricamano code strumentali sconosciute. Non abbiate paura di ritrovarvi davanti a un doppione, questa sorta di antologia è qualcosa di completamente nuovo, ascoltate ad esempio la nuova veste sonora di <em>Hotel Illness</em>! E tutto senza che la band perda per un solo momento il proprio status di formazione rock. Nell’intro a base di pedal steel (Donnie Herron, un altro del giro Dylan, come nel disco precedente c’era Larry Campbell, sarà un caso?) chitarra acustica e armonica di <em>Good Friday</em> sembra di ascoltare i Pink Floyd. <em>Welcome To The Good Times</em> è un altro dei brani più riusciti del disco, e che dire di <em>Thorn In My Pride</em>, <em>Bad Luck Blue Eyes Goodbye</em>, <em>Ballad In Urgency</em>? Ci sono poi <em>Cold Boy Smile</em> che appariva solo sul live dei soli Chris e Rich Robinson e la struggente <em>She</em>, un grande brano di Gram Parsons. L’unica nota dolente è che il gruppo ha annunciato, dopo aver portato a termine in dicembre il lungo tour promozionale, di voler prendersi una pausa di durata indefinita, cosa che ci lascerà per un pezzo a bocca asciutta. Dimenticavo: con la prima stampa del disco è stato distribuito un singolo contenente altri due brani registrati durante le stesse session: <em>Willin’ </em>e <em>Boomer’s Story</em>, titoli che dovrebbero dirvi qualcosa…</p>
<p style="text-align: right;"><em> Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p> </p>
<p><strong>STING</strong><br />
<strong>Symphonicities</strong><br />
<strong>2010 Deutsche Grammophon CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2057" title="sting" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/sting-150x150.jpg" alt="sting" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I riarrangiamenti sinfonici di un gruppo rock non sono certo l&#8217;idea più originale. Può sembrare una buona idea, ma ormai se ne sono viste di tutti i colori, a volte ai limiti del cattivo gusto. Eppure, questa nuova raccolta di versioni inedite dei successi di Sting non riesce a non convincere: è quasi emozionante riscoprire in una nuova chiave dei brani che ormai sembravano dei pezzi da museo come <em>Roxanne </em>o <em>Englishman In New York</em>. A rendere brillante il disco è quella sana compostezza britannica di cui Sting è maestro: invece di pompose tirate wagneriane, l&#8217;autore ha preferito un tocco più da camera, sfruttando la Filarmonica di Londra e gli altri due <em>ensemble </em>presenti<em> </em>in modo sobrio e funzionale ai brani scelti. Relativamente poco è lo spazio concesso ai vecchi successi, ma forse è meglio così: mentre <em>Roxanne</em> è un pezzo ben riuscito, ma privo dell&#8217;energia dell&#8217;originale, <em>Every Little Thing She Does Is Magic</em> lascia un po&#8217; a bocca asciutta, e anche dal grande classico <em>Englishman In New York</em> ci si aspetta in definitiva qualcosa di più; molto piacevole è invece <em>Next To You</em>, che traduce ma non altera la carica del brano. Sentendo il disco si ha cioè l&#8217;impressione che i brani più celebri non siano i più indicati per un rimaneggiamento del genere: fanno una figura di certo migliore quei brani che per il loro tono pacato e quasi meditativo calzano sicuramente di più in una veste colta e meno immediata: <em>I Hung My Head</em> è quasi meglio dell&#8217;originale, con un ritornello che trascina al primo ascolto, così come <em>I Burn For You</em>, che presenta un arrangiamento tutto da scoprire. Chiude il disco <em>The Pirate&#8217;s Bride</em>, un brano del 1996 estremamente malinconico e accattivante. Valore aggiunto dell&#8217; intero lavoro la partecipazione della cantante Jo Lawry, che proprio in questo brano dà il meglio.</p>
<p align="right"><em>Eugenio Goria</em></p>
<p> </p>
<p><strong>OZZY OSBOURNE</strong><br />
<strong>Scream</strong><br />
<strong>2010 Sony Music CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2058" title="ozzy" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/ozzy-150x150.jpg" alt="ozzy" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Decimo album in studio per l’ex leader dei Black Sabbath che a sessant’anni compiuti continua a stupire, dandoci lavori di ottima fattura come il precedente Black Rain che ha ottenuto ottimi riscontri di vendite, favoriti da tour mondiali che confermano lo stato di grazia del Prince Of Darkness, sempre vivo e vegeto malgrado decenni di abusi in ogni senso. Si tratta anche del primo album senza il grande chitarrista Zakk Wylde, con lui dall’incisione di <em>No Rest Of The Wicked </em>del 1998. Il disco è uscito in Europa lo scorso 11 Giugno con la produzione del fido Kevin Churko e, con i trainanti singoli <em>Let Me Hear Your Scream </em>e <em>Let It Die</em>, ha subito raggiunto tutte le top ten mondiali, grazie a concerti che hanno confermato l’incredibile carisma dal vivo del Mad Man e della sua band. Inciso ai Bunker Sudios di Los Angeles ci offre undici nuovi brani composti da Ozzy e Churko, e quattro col tastierista Adam Wakeman. Il resto della band è formato dal batterista di origine greca Tommy Clufetos, ex Alice Cooper e Ted Nugent, dal bassista Rob Nicholson e dal chitarrista Gus G, ex Firewind, non geniale come Zakk (un vero mito) ma graffiante e con un suono potente e aggressivo. <em>Let It Die </em>e <em>Let Me Hear Your Scream </em>sono stupende con il loro suono grintoso e coinvolgente, ma non sono da meno le durissime <em>Soul Sucker </em>e <em>Crucify</em>, o le ballate elettroacustiche <em>Time </em>e <em>Life Won’t Wait</em>, con la voce di Ozzy sempre stupenda e accattivante. Grande e basta, mai nostalgico. Al recente Ozz Festival di Boston ha avuto una interminabile standing ovation dai suoi fan.</p>
<p style="text-align: right;"> <em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p>  </p>
<p> </p>
<p><strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2059" title="hooters_cop" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/hooters_cop-150x150.jpg" alt="hooters_cop" width="150" height="150" /><br />
THE HOOTERS</strong><br />
<strong>Time Stand Still </strong><br />
<strong>2007 Hooter Music CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli Hooters, americani di Philadelphia, sono attivi fin dal 1980, sia pure con una pausa di sei anni (dal 1995 al 2001). I quattro quinti della formazione sono assieme fin dal 1983 e l’ultimo entrato in ordine di tempo, dopo vari avvicendamenti allo strumento, è il bassista Fran Smith Jr. Il gruppo del cantante/ chitarrista Eric Bazilian e del cantante/ tastierista/ fisarmonicista Rob Hyman (incredibile come assomigli al direttore del Mucchio Selvaggio Max Stefani), autore quest’ultimo di un pregevolissimo album solista assolutamente da riscoprire, Largo, ha pubblicato finora solo sette album, il penultimo dei quali (ultimo in studio) è questo <em>Time Stand Still</em>. Oltre ai tre già citati il gruppo è completato dal batterista David Uosikkinen e dal chitarrista/ mandolinista John Lilley. Questa è una band formata da provetti musicisti, molto esperti, che suonano però per il puro piacere di farlo, con un entusiasmo da debuttanti. Il suono è infatti fresco e decisamente positivo e orecchiabile. Mette di buon umore. A partire dai due gradevolissimi pezzi posti in apertura di CD, <em>I’m Alive </em>e il brano che dà il titolo a tutto il lavoro. Si prosegue con una raffinatissima cover di un vecchio successo del Don Henley solista, <em>The Boys Of Summer</em>. A parte questo brano, le composizioni portano tutte la firma della coppia Hyman/ Bazilian, e che questi siano in grado di comporre brani piacevoli e in grado di restare a lungo in testa, senza però essere commerciali nel senso deleterio del termine, è fuori discussione. Ricordate <em>Time After Time</em>, il successo di Cindy Lauper interpretato da moltissimi artisti, dalla sfortunata Eva Cassidy all’immenso Miles Davis? Bene, porta la firma di Rob Hyman. <em>Until You Dare </em>è una ballata di gran classe, <em>Morning Dew </em>è folk con chiare influenze irish. Splendida poi <em>Where The Wind May Blow </em>con le due voci che riportano agli anni ‘60 e un intro di chitarra che mi ricorda, giuro, non sono impazzito, <em>The Reaper </em>dei Blue Oyster Cult. <em>Ordinary Lives </em>è la più bella canzone che i Jayhawks non hanno mai scritto (nel testo vengono citati Il Giovane Holden e Lucy In The Sky With Diamonds). Il compito di chiudere il lavoro, prima dell’immancabile hidden track, è affidato alla lunga <em>Free Again</em>, gran ballata pianistica, interpretata al solito in modo impeccabile. Davvero molto bella. In definitiva, un disco che fa trascorrere in modo molto piacevole una cinquantina di minuti. Assolutamente consigliato. Concludo ponendomi una domanda. Si mangerà bene al ristorante/ trattoria Totaro’s?</p>
<p style="text-align: right;"><em> Gianfranco Vialetto</em>       </p>
<p> </p>
<p><strong>STEVE WALSH</strong><br />
<strong>Shadowman</strong>   <br />
<strong>2005 Muse Wrapped Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2060" title="SWalshShadow_cop" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/SWalshShadow_cop-150x150.jpg" alt="SWalshShadow_cop" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Steve Walsh è famoso per essere stato il cantante/ tastierista dei Kansas nel loro periodo di maggior fulgore. Autore di un paio di discreti album solisti, uno del 1980, <em>Dreamer Schemer</em>, e l’altro, sicuramente prescindibile, <em>Glossolalia</em>, pubblicato nel 2000. Reclutati pochi ma fidati amici come il chitarrista e bassista Josh Kosche, il batterista ex Twisted Sister Joe Franco, nonché il violinista dell’ultima incarnazione dei Kansas, David Ragsdale più, direttamente dai Symphony X, Michael Romeo se ne esce nel 2005 con un lavoro sorprendente, questo <em>Shadowman</em>. Sorprendente perché va ben oltre il canonico suono del gruppo di provenienza del nostro, inserendo molte sonorità assolutamente moderne e in linea con i tempi. Si resta piacevolmente spiazzati fin dal brano di apertura, <em>Rise</em>, che costruisce un ponte fra i Kansas e un gruppo come gli A Perfect Circe. Ancora più bello il brano che dà il titolo all’album, dura ballata hard/prog/industrial che suona come se il  Peter Gabriel dei primi album solisti avesse avuto come gruppo spalla i Nine Inch Nails. Stupenda, fino alla coda finale dove si sente il tocco delle orchestrazioni di Michael Romeo. La cosa strana di questo disco, lavoro come dicevamo di un tastierista, è che le tastiere non sono affatto dominanti, tutt’altro, ma svolgono egregiamente il loro compito al servizio delle canzoni, senza essere assolutamente invadenti. Si prosegue con alcuni grandi hard rock chitarristici come <em>Davey And The Stone That Rolled Away</em>, <em>Keep On Knockin’ </em>e la ritmatissima <em>Hell Is Full Of Heroes</em>. <em>Pages Of Old </em>è una piacevole ballata chitarristica; la lunga cavalcata <em>After</em> potrebbe provenire da uno dei primi album dei Kansas, come <em>Masque </em>o <em>Songs Of America</em>, se questi fossero pubblicati oggi, con anche alcune influenze, non disturbanti, di rock sinfonico alla Nightwish. Comunque molto bella e particolare. La chiusura è affidata al brano più convenzionale del lotto, la piacevolissima ballata <em>The River</em>, degna conclusione di un album al di là delle più rosee aspettative. Steve Walsh ha forse perso negli anni un po’ della sua estensione vocale (che l’aveva fatto invitare da Steve Hackett per cantare un paio di brani nel suo bell’album solista <em>Please Don’t T</em>ouch), ma sicuramente ha guadagnato moltissimo come maturità in fase compositiva. Speriamo si conservi a lungo così.</p>
<p style="text-align: right;"> <em>Gianfranco Vialetto</em></p>
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<p><strong>DIRE STRAITS</strong><br />
<strong>Sultans Of Swing The Very Best</strong><br />
<strong>2010 Vertigo 2CD + DVD <img class="alignright size-thumbnail wp-image-2061" title="dire straits" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/dire-straits-150x150.jpg" alt="dire straits" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La band si forma a Newcastle nel 1977 e poi si trasferisce a Londra, con David Knopfler, il fratello Mark, e gli amici John Illsey, basso e Pick Withers, drums.Iin piena era punk i Dire Straits (letterariamente “terribili ristrettezze”) riuscirono a creare una sonorità unica, unendo il classico rock &amp; roll a influenze country, jazz, swing e blues, grazie anche alla loro notevole capacità strumentale e compositiva che li fece diventare in poco tempo famosi in tutto il mondo. In particolare, i due primi album, Dire Straits e Communiquè, sono piccoli gioielli del genere, supportati da singoli che ormai fanno parte della storia della musica rock, da <em>Tunnel Of Love </em>a <em>Romeo And Juliet</em>, da <em>Local Hero </em>a <em>Sultan Of Swing</em>, solo per citarne alcuni. Questa raccolta fu pubblicata dalla Vertigo nel 1998 come album singolo con sedici brani, ovviamente i più famosi della band, oltre a due tracce live, <em>Your Latest Trick </em>e <em>Local Hero/ Wild Theme</em>. Visto il successo fu ripubblicata in doppio CD, con il disco originale sul primo e sul secondo un concerto inedito registrato a Londra nel 1996 durante il Golden Heart Tour contenente sette brani, e con versioni strepitose di <em>Romeo And Juliet</em>, <em>Sultan Of Swing </em>e <em>Brothers In Arms</em>. La ultimissima versione è questo lussuoso cofanetto con booklet allegato, a prezzo veramente contenuto, con i due CD già citati e uno stupendo DVD contenente sedici canzoni dal vivo, tratte da vari concerti con brani lunghi e dilatati, con grande spazio ai solismo dei musicisti, con Mark in grande spolvero con la sua chitarra e con la sua voce roca e personalissima: <em>Sultan Of Swing, Romeo And Juliet, Tunnel Of Love, Calling Elvis, Love Over Gold </em>e <em>Heavy Fuel </em>ci faranno sempre sognare.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniele Ghisoni</em></p>
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<p><strong>TOM FREUND </strong><br />
<strong>Collapsible Plans </strong><br />
<strong>2008 Surf Road Rcords CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2062" title="tomfreund" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/tomfreund-150x150.jpg" alt="tomfreund" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tom Freund non è uno di quei cantautori di cui si sente parlare molto dalle nostre parti. E sì che a cavallo tra gli anni ‘90 e il terzo millennio, sulle nostre coste sono approdati molti nomi di nicchia o addirittura illustri sconosciuti del cantautorato americano che senza troppa arte e parte si sono guadagnati gli onori della cronaca sulla stampa italiana. Tom Freund sarebbe sicuramente svettato orgogliosamente e giustamente sopra le loro teste. Questo <em>Collapsible Plans </em>è il suo quarto disco, ma ciò non deve far pensare che la sua carriera sia iniziata da poco, si tratta solo di uno molto rilassato, che a volte preferisce mettere sul mercato degli EP con cinque canzoni anziché attendere di averne abbastanza da fare un disco completo. Questione di punti di vista. Questo suo sforzo del 2008 lo vede collaborare col suo amico di sempre, quel Ben Harper con cui all’inizio degli anni ‘90, quando Harper era ancora uno sconosciuto, aveva registrato un vinile tutto acustico a tiratura limitata che ricalcava le orme di Taj Mahal (e qui scatta la sfida agli indefessi cacciatori di vinile, pare che la tiratura fosse di appena duemila copie). Nel disco di cui mi accingo a parlare Harper siede in veste di produttore e compare in quasi tutti i brani. Questo impreziosisce non poco un disco che comunque già di suo brilla per l’intimità delle composizioni e per le atmosfere molto tranquille, ma mai soporifere. Si tratta proprio di un bel disco, io ho dovuto darmi il mio da fare per trovarlo su ebay in edizione giapponese (!) a un ottimo prezzo. La title track, che apre il disco è già un grande assaggio della bontà di cui sopra, e poi gli altri titoli si susseguono con gusto, notevole è <em>Can’t Cry Hard Enough</em>, in cui Freund suona tutto lasciando la batteria a Michael Jerome (quello che da alcuni anni accompagna Richard Thompson), e che dire di <em>Why Wyoming</em>, in cui le voci che accompagnano Freund sono quelle di Harper e Jackson Browne (quest’ultimo anche al piano) o <em>Copper Moon </em>(con gli stessi accompagnatori). In altri brani Harper ricama con la sua national guitar, con la lap steel, suona addirittura la batteria, lasciando interventi tangibili e preziosi (<em>Without Her I’d Be Lost</em>). Il disco, nella mia edizione nipponica, contiene anche due bonus track di grande spessore: una cover di <em>Thank You</em>, quella dei Led Zeppelin, prodotta da Danny Kalb, e una versione live di <em>Copper Moon </em>in cui è ancora presente Harper. Fateci un pensierino, magari anche un po’ grosso…</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong>RICHARD THOMPSON </strong><br />
<strong>Dream Attic </strong><br />
<strong>2010 Proper CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2064" title="Dream_Attic" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/09/Dream_Attic-150x150.jpg" alt="Dream_Attic" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so se “riff” sia il termine appropriato parlando della chitarra di Richard Thompson, ma una cosa è certa l’attacco del primo brano di questa nuova fatica discografica del chitarrista inglese è proprio uno di quei tipici “riff” alla Thompson. Un grande riff iniziale per un grande disco, seppur torrenziale e lunghissimo, come da tempo Richard Thompson ci ha abituati, forse la sua prova migliore dai tempi di Mock Tudor e della colonna sonora di Grizzly Man. Questo grande artista è uno di quelli che con cadenza biennale torna nei negozi con le sue nuove canzoni, ma stavolta lo fa in modo diverso: Dream Attic è un disco dal vivo composto esclusivamente da nuovi brani. Una scelta insolita, pare dettata dal voler risparmiare sulle spese di produzione. Comunque sia, Thompson, è qui accompagnato dagli abituali partner degli ultimi anni, in particolare il polistrumentista Pete Zorn e il prodigioso e metronomico batterista Michael Jerome. Inutile dire che il disco è tutto registrato negli Stati Uniti, dal momento che i concerti europei col gruppo sono davvero mosche bianche (come le esibizioni milanesi di qualche tempo fa). Il disco è superiore alle pur positive recenti prove del chitarrista, forse per via della bontà del materiale, forse per l’impatto dell’esecuzione live. Richard è in forma notevole, la sua voce e la sua chitarra dominano il disco consegnandoci suoni sempre apprezzati e provenienti spesso da lontano. Sì, perché in questo disco i richiami al passato sono molti, sia a certe composizioni di quando girava in tandem con Linda (ascoltate <em>Burning Man</em>), sia addirittura ai fasti folk rock dei Fairport Conventin, grazie all’inserimento di strumenti tradizionali (flauti, mandolini, violino, quest’ultimo suonato da Joel Zifkin) come nella spiritosa <em>Here Comes Geordie</em>, un brano il cui testo ironizza (con la tipica maestria di Thompson) su certi eccessi di Sting (il Geordie del titolo). Il disco è disponibile anche in edizione doppia, con un bonus CD che raccoglie le tredici tracce in versione semi acustica: viene presentato come la versione demo dei brani inclusi nella parte live, ma vi assicuro che ascoltandolo si ha la sensazione di avere a che fare con brani fatti e finiti, e che brani! In questa versione <em>Dream Attic</em> ha dalla sua il fatto di durare un po’ di meno, risultando più fruibile, ma l’unica cosa innegabile che emerge dall’ascolto è che in una versione o nell’altra ci troviamo davvero davanti ad un grande disco.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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