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	<title>Late For The Sky &#187; Rock&#8217;n&#039;Pop</title>
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	<description>Il blog della Vinyl Legacy Association</description>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS 6</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:07:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Bad Company]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Thackery And The Drivers]]></category>
		<category><![CDATA[Lynyrd Skynyrd]]></category>
		<category><![CDATA[Mott The Hoople]]></category>
		<category><![CDATA[Uriah Heep]]></category>

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		<description><![CDATA[LIVE MADNESS 
a cura di Paolo Baiotti
Il mercato discografico è difficilmente controllabile. Etichette indipendenti o affiliate alle majors si moltiplicano, come le pubblicazioni di dischi incisi dal vivo. L&#8217;abitudine di registrare Instant Live e di venderli dopo i concerti ha preso piede; iniziato con jamband come Widespread Panic e Phish, il fenomeno si è ampliato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>LIVE MADNESS </strong></p>
<p><em>a cura di Paolo Baiotti</em></p>
<p>Il mercato discografico è difficilmente controllabile. Etichette indipendenti o affiliate alle majors si moltiplicano, come le pubblicazioni di dischi incisi dal vivo. L&#8217;abitudine di registrare Instant Live e di venderli dopo i concerti ha preso piede; iniziato con jamband come Widespread Panic e Phish, il fenomeno si è ampliato a gruppi di ogni genere musicale, dagli Allman Brothers ai Pearl Jam, dagli Who ai Black Crowes. Per non parlare delle reunion, ormai all&#8217;ordine del giorno. Tra le pubblicazioni più recenti ne abbiamo scelte alcune di particolare interesse per gli appassionati di classic rock e rock blues.  </p>
<p> </p>
<p><strong>BAD COMPANY<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2005" title="bad company" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/bad-company-150x150.jpg" alt="bad company" width="150" height="150" /></strong><br />
<strong>Hard Rock Live</strong><br />
<strong>2009 Image CD+DVD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nati dall&#8217;incontro di Paul Rodgers (ex Free) con Mike Ralphs (ex Mott The Hoople) sono stati una delle band più popolari degli anni &#8216;70. Classico hard rock con influenze blues e un pizzico di country, caratterizzato dalla formidabile voce di Rodgers, con la brillante sezione ritmica formata da Simon Kirke (batteria, ex Free) e Boz Burrell (basso, ex King Crimson). Hanno registrato sei albums tra il 1974 e il 1982, poi si sono sciolti. Nel 1986 Ralphs e Kirke hanno riformato il gruppo senza Rodgers, ottenendo risultati discreti. Nel 1999 c&#8217;è stata la prima reunion con Rodgers in occasione della registrazione di alcuni brani nuovi per la doppia eccellente raccolta <em>Original Bad Company Anthology</em>. Dieci anni dopo Rodgers, Kirke e Ralphs sono tornati insieme per un concerto a Hollywood Fl. recentemente pubblicato dalla Image (nel frattempo Boz è morto, sostituito da Lynn Sorensen al basso). Non mi aspettavo molto, invece il concerto è eccellente. Rodgers è in gran forma, sia fisica che vocale, confermandosi uno dei migliori vocalist in ambito rock blues. Ralphs se la cava egregiamente, affiancato dalla preziosa chitarra da Howard Leese (ex Heart) e la sezione ritmica non è da meno. La scaletta ripercorre la storia del gruppo, con sei brani tratti dall&#8217;omonimo album d&#8217;esordio tra i quali la title track, lo splendido slow <em>Seagull </em>e la trascinante <em>Can&#8217;t Get Enough</em>. Da <em>Straight Shooter </em>spiccano il singolo <em>Feel Like Makin&#8217; Love</em>, perfetta fusione di rock e melodia e la ballata <em>Shooting Star</em>. <em>Run With The Pack </em>e <em>Simple Man </em>sono le tracce migliori dal terzo disco, mentre la title track <em>Burning Sky </em>è l&#8217;unico estratto dal quarto lavoro, inferiore ai precedenti. Il DVD ha un brano in più e una buona qualità visiva. Il buon esito della reunion ha convinto la band a effettuare un tour inglese nell&#8217;aprile del 2009, seguito da dieci date estive negli Usa, replicate quest&#8217;anno.</p>
<p> </p>
<p><strong>MOTT THE HOOPLE</strong><br />
<strong>Live At HMV Apollo 2009</strong><br />
<strong>2009 Concert Live 3 CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2006" title="mott" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/mott-150x150.jpg" alt="mott" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anche i leggendari Mott The Hoople si sono riuniti dopo trentacinque anni. Tre concerti a Londra (diventati cinque) nell&#8217;ottobre del 2009 al glorioso Hammersmith Odeon, nei quali Ian Hunter (voce, piano, chitarra), Verden Allen (tastiere), Mike Ralphs (chitarra) e Overend Watts (basso) hanno commosso un pubblico quasi incredulo. Il batterista Dale Griffin, seriamente malato, ha partecipato ai bis, sostituito dall&#8217;esperto Martin Chambers. I Mott sono stati una band di culto, non hanno avuto un successo pari alle loro capacità, hanno gestito male la loro carriera a causa di problemi di management (e per i loro rapporti interpersonali turbolenti), ma hanno avuto grande influenza sul glam rock inglese degli anni &#8216;70. La carriera solista di Ian Hunter è stata alterna, con momenti di splendore (basta ascoltare il recente <em>Man Overboard</em>), mentre Mike Ralphs ha raggiunto platee immense con i Bad Company. Ma i Mott sono ancora adorati da un consistente zoccolo duro di fan e il concerto del primo ottobre, pubblicato integralmente su CD, conferma la grandezza della band e la solidità di un repertorio notevole. Forse Ian non è molto credibile a settant&#8217;anni a cantare testi da adolescente incazzato, ma se non altro è in buona compagnia! I Mott dal vivo sono sempre stati una band potente, trascinante, a tratti un po&#8217; confusionaria; caratteristiche confemate nelle due ore abbondanti del concerto londinese, aperto da <em>Hymn For The Dudes</em>, seguita dalla grintosa <em>Rock &amp; Amp</em>; <em>Roll Queen </em>e da una discreta cover di <em>Sweet Jane</em>. La prima parte molto tirata prosegue con <em>One Of The Boys </em>e <em>Moon Upstairs</em>; è il momento di rallentare con due splendide ballate, <em>The Original Mixed Up Kids </em>e la commovente <em>I Wish I Was Your Mother </em>(con Hunter all&#8217;armonica). <em>Ready For Love </em>è un omaggio ai Bad Company, poi si torna ai Mott con <em>Born Late &#8216;58 </em>(un po&#8217; caotica), seguita dall&#8217;autobiografica <em>Ballad Of Mott </em>(deliziosa) e da una travolgente <em>Angeline</em>. Il secondo dischetto si apre con il devestante medley <em>Walking With A Mountain / Jumping Jack Flash</em>, seguito da <em>The Journey </em>(uno dei capolavori della band) introdotta da una strofa di <em>Like A Rolling Stone</em>. Siamo alla parte finale del concerto, con il classico <em>The Golden Age Of Rock &#8216;n Rol</em>l, seguito da <em>Hanaloochie Boogie</em> e dal rock irresistibile di <em>All The Way From Memphis</em>. I  bis comprendono l&#8217;epica <em>Roll Away The Stone </em>e <em>All The Young Dudes</em>, superba title track dell&#8217;album omonimo prodotto da David Bowie che diede il primo grande successo alla band. La cover di <em>Keep A Knockin&#8217; </em>e la melanconica ballata <em>Saturday Gigs</em>, cantata meravigliosamente da Ian, concludono un concerto sicuramente indimenticabile per chi ha avuto la fortuna di essere presente. Il terzo dischetto comprende un video e immagini di archivio. Reperibile sul sito <span style="text-decoration: underline;">http://www.concertlive.co.uk/</span>.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p>                      </p>
<p><strong>LYNYRD SKYNYRD</strong><br />
<strong>Live From Freedom Hall </strong><br />
<strong>2010 Roadrunner CD+DVD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2007" title="lynyrd" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/lynyrd-150x150.jpg" alt="lynyrd" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La sorte continua ad accanirsi contro i gloriosi Skynyrd; l&#8217;anno scorso sono deceduti lo storico pianista Billy Powell e il bassista Ean Evans (che aveva sostituito Leon Wilkeson, anche lui mancato improvvisamente), ma la band sudista non molla. Lo zoccolo duro della formazione attuale è costituito dal chitarrista Gary Rossington, unico sopravvissuto della band originale (un po&#8217; malmesso pure lui), dal cantante Johnny Van Zant (fratello del grande Ronnie) presente dalla reunion del 1987 e dal chitarrista Rickey Medlocke, con gli Skynyrd per breve tempo anche negli anni &#8216;70. Un nuovo disco dal vivo è stato pubblicato in formato audio e video, registrato nel giugno del 2007 con Powell e Evans nella band e non è affatto brutto. Nonostante tutto i Lynyrd tengono benissimo il palco: la voce di Johnny è sempre all&#8217;altezza, Rossington cesella con la sua slide quando è necessario e Medlocke schitarra senza esagerare con il nuovo arrivato Mark Matejka (un po&#8217; troppo ai confini con il metal in alcuni frangenti): Non possiamo attenderci sorprese dal repertorio, ma non è tutto scontato. L&#8217;unico brano recente è la ballata patriottica <em>Red White And Blue</em>, e questo un po&#8217; mi spiace perchè gli ultimi album hanno qualche brano valido. Per fortuna vengono ripescate tracce meno sfruttate dal passato come le due splendide ballate <em>Simple Man </em>e <em>The Ballad Of Curtis Loew </em>o le più ritmate <em>Workin&#8217; </em>e <em>Travelin&#8217;Man</em> (con un duetto virtuale tra Johnny e Ronnie ripreso in video). Sempre commovente <em>Tuesday&#8217;s Gone</em>, fluida e coinvolgente <em>Call Me The Breeze</em>. Inevitabile la doppietta conclusiva di <em>Sweet Home Alabama </em>e dell&#8217;immortale <em>Free Bird</em>, con la prima parte lenta e soffusa impreziosita dal piano di Powell e il cambio di ritmo che precede l&#8217;infuocata e indimenticabile cavalcata chitarristica che ha reso celebre Allen Collins (oggi sostituito da Medlocke). Il pubblico della Freedom Hall di Louisville, Kentucky, gradisce ogni minuto del concerto e noi non possiamo certo smentirli. Un&#8217;aggiunta sicuramente non indispensabile alla discografia degli Skynyrd, ma che non riesco a definire superflua.   </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>URIAH HEEP</strong><br />
<strong>Live At The Sweden Rock Festival 2009</strong><br />
<strong>2010 Edel CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2008" title="heep" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/heep-150x150.jpg" alt="heep" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il chitarrista Mick Box continua a guidare gli inossidabili Uriah Heep, una delle band più longeve dell&#8217;hard rock britannico. L&#8217;attuale formazione comprende il bassista Trevor Bolder già presente negli anni &#8216;70, tornato nel 1983 dopo qualche anno di pausa, Bernie Shaw (voce) e Phil Lanzon (tastiere) nel gruppo dalla seconda metà degli anni &#8216;80. Solo il batterista Russell Gilbrock è un acquisto recente. Dunque una band esperta e amalgamata che nel 2008 ha pubblicato un album in studio, <em>Wake The Sleepers</em>, seguito da un lungo tour. Molto popolari nei paesi nordici e nell&#8217;est europeo, gli Heep sono tornati a suonare negli Usa e mantengono un seguito significativo. Dal vivo non tradiscono; hanno un repertorio consistente che alternano con qualche brano nuovo. Questo dischetto registrato il 3 giugno dell&#8217;anno scorso si apre con <em>Sunrise</em>, in bilico tra hard rock e progressive con gli intrecci tra chitarra e tastiere che hanno sempre caratterizzato il gruppo. La ritmata <em>Steelin&#8217;</em> precede il classico <em>Gypsy</em>, un riff che gli <em>headbangers</em> riconoscono all&#8217;istante. L&#8217;up tempo di <em>Look At Yourself </em>evidenzia le qualità di Bernie Shaw che riesce a riproporre anche le parti urlate di David Byron, il cantante della formazione originale. <em>Ghost Of The Ocean </em>e <em>Angels Walk With You</em>, tratte dal disco più recente, non si distinguono particolarmente; meglio l&#8217;epica <em>July Morning</em>, una delle composizioni più complesse degli Heep con cambi di ritmo e un assolo in crescendo notevole. La frenetica <em>Easy Living </em>e il bis <em>Lady In Black </em>chiudono il dischetto, di buona qualità audio pur essendo un “official bootleg”. Altri concerti sono stati registrati e possono essere acquistati sul sito <span style="text-decoration: underline;">www.concertlive.co.uk</span> .</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>JIMMY THACKERY AND THE DRIVERS</strong><br />
<strong>Live In Detroit</strong><br />
<strong>2010 Dixie Frog CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-2009" title="thackery" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/thackery-150x150.jpg" alt="thackery" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La discografia di Thackery con i suoi Drivers (formazione più volte cambiata) ha superato quota dieci. Nel corso degli anni il rock blues dei primi tempi sullo stile dei Nighthawks (band di provenienza di Jimmy) ha assunto sfaccettature diverse, con influenze rock, country, soul e surf. Questo è il secondo disco dal vivo dopo <em>Wild Night Out </em>del 1995. Registrato in un club di Auburn Hills nel novembre 2009 ha la particolarità di privilegiare tracce strumentali. L&#8217;opener <em>Don&#8217;t Lose Your Cool </em>di Albert Collins, un blues veloce swingato e trascinante, apre la serata con una serie di improvvisazioni di Jimmy, accompagnato dagli esperti Russ Wilson alla batteria e Mark Bumgarner al basso, seguito da <em>Solid Ice</em>, title track dell&#8217;album del 2007, brano d&#8217;atmosfera di gran classe con la chitarra protagonista di un primo assolo composto e di un secondo scatenato. <em>Daze In May </em>ci riporta agli anni &#8216;50 tra rockabilly e surf; leggero e scorrevole, confermando la poliedricità del musicista. Il mid tempo blues <em>Big Long Buick </em>è il primo brano cantato, mentre <em>Land Locked </em>è uno strumentale surf-rock intenso e convincente. La dura <em>Detroit Iron </em>è inferiore alle precedenti, meglio il raffinato slow <em>Love My Baby </em>di Memphis Slim (l&#8217;assolo centrale è da antologia), cantato con i giusti toni morbidi. La grintosa <em>Bomb The Moon </em>è il quinto e ultimo strumentale, forse il meno azzeccato, <em>Eat It All </em>un mid tempo con un crescendo interessante (ma la voce ha qualche limite). Si chiude alla grande con <em>Blinking Of An Eye</em>, dimostrazione dell&#8217;evoluzione di Thackery come compositore, una canzone lenta e sofferta tra soul e pop, nobilitata da un assolo eccellente.</p>
<p>( a cura di <em>Paolo Baiotti</em>)</p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS 5</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 08:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Deep Purple]]></category>
		<category><![CDATA[Huriah Heep]]></category>
		<category><![CDATA[John Hammond]]></category>
		<category><![CDATA[Jon Lord]]></category>
		<category><![CDATA[Kiss]]></category>
		<category><![CDATA[Ray Davies]]></category>
		<category><![CDATA[The Hoockie Coochie Men]]></category>

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		<description><![CDATA[A cura del nostro Daniele Ghisoni, una carrellata di recenti uscite discografiche dei protagonisti dei bei tempi che furono. Celebrazioni, ricordi, dischi nuovi ma anche e sopratutto una musica che decisamente si rifiuta di invecchiare.
URIAH HEEP
Celebration
2009 Edel CD + DVD
Per celebrare il quarantesimo anniversario della pubblicazione del primo, stupendo album Very Heavy… Very Umble, famoso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A cura del nostro Daniele Ghisoni, una carrellata di recenti uscite discografiche dei protagonisti dei bei tempi che furono. Celebrazioni, ricordi, dischi nuovi ma anche e sopratutto una musica che decisamente si rifiuta di invecchiare.</p>
<p><strong>URIAH HEEP</strong><br />
<strong>Celebration<br />
2009 Edel CD + DVD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1992" title="uriah heep" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/uriah-heep-150x150.jpg" alt="uriah heep" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per celebrare il quarantesimo anniversario della pubblicazione del primo, stupendo album <em>Very Heavy… Very Umble</em>, famoso non solo per il suono innovativo della band, ma anche per una delle copertine più macabre e inquietanti nella storia della musica rock, gli Huriah Heep, guidati da sempre dal chitarrista e mente del gruppo Mick Box, pubblicano questo <em>Celebration</em> che è stata una vera sorpresa anche per uno come il sottoscritto che li ha sempre amati alla follia. Completano la formazione attuale Bernie Shaw, voce, Phil Lanzon alle tastiere, Trevor Bolder al basso e Russell Gilbrok, drums che ha sostituito il batterista storico Lee Kerslake, che aveva lasciato per motivi di salute un paio di anni orsono. Il nucleo è lo stesso da anni: ottimi strumentisti che hanno pubblicato <em>I Wake The Sleeper</em>, il buon album di studio inciso nel 2008 dopo oltre dieci anni dal precedente. Il  cantante David Byron, grande frontman, è purtroppo scomparso da anni, dopo una breve carriera solista. Lo stupendo tastierista, arrangiatore e coautore delle più belle e famose canzoni della band, Ken Hensley, continua una prestigiosa carriera ricca di soddisfazioni. Ma se il suono è cambiato rivolgendosi a sonorità piu corpose e avvolgenti, lo spirito degli Huriah Heep non è mai venuto meno, basta ascoltare questo lavoro che ci offre ben quattordici brani. Due sono nuovi (<em>Only Human </em>e <em>Corridors Of Madness</em>) gli altri ci ripropongono canzoni immortali come <em>Sunrise, Stealin, The Wizard, Easy Livin, Lady In Black, Gypsy </em>e <em>Free And Easy</em>, tutte riproposte in una nuova versione. Stupenda la confezione in digipack del dischetto, con un booklet ricco di foto, notizie e con i testi delle canzoni. Il DVD ci offre uno stupendo concerto registrato al The Sweden Rock Festival dello scorso anno, con la band in forma smagliante che ci offre quarantacinque minuti di musica che continua e continuerà a farci sognare.</p>
<p> </p>
<p><strong>JOHN HAMMOND<br />
Rough &amp; Tough<br />
2009 Chesky Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1993" title="john hammond" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/john-hammond-150x150.jpg" alt="john hammond" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quasi cinquanta anni di carriera, forse il più grande interprete ed esecutore bianco della musica blues di tutti i tempi, riesce ancora a stupirci con un nuovo album, grazie a una voce calda e coinvolgente, un tocco chitarristico unico, unito alle sonorità stupende che riesce a trarre dalla sua armonica. Con un palmares di un Grammy Award e un WH. Handy Award, oltre a diverse nomination, il 26 giugno di quest’anno ha suonato il suo 4 millesimo concerto. Una produzione discografica enorme, oltre trenta album, iniziata nel 1962, ma con pochissimi lavori non all’altezza. Hammond è soprattutto interprete, perché ha scritto pochissimo, delle canzoni di tutti i grandi del blues, da Muddy Waters e Chuck Berry a Jimmy Reed e Son House; da Sonny Boy Williamson a Howlin Wolf, solo per citarne alcuni, ma un brano già ascoltato migliaia di volte nella sua esecuzione riesce a dare ancora nuove sensazioni che ti coinvolgono in modo unico. Quindici brani, classici senza tempo, prodotti da G.Love, nei quali John si fa aiutare da Stephen Hodges alla batteria, Marty Baloou al basso e Bruce Katz alle tastiere e John suona acoustic and 12 strings guitar, National steel e armonica. Il disco è stato registrato nel novembre del 2008 in NYC, alla St. Peter Episcopal Church. Le canzoni, quasi tutte già interpretate da John, si susseguono senza sosta, una più bella dell’altra: <em>My Mind Is Ramblin </em>del suo idolo Howlin’ Wolf, <em>She’s Though, Chattanuga Choo Choo,</em> il classico di Glen Miller davvero stupendo. Poi, <em>Statesboro Blues </em>di Willie McTell, <em>I Can Tell </em>di Bo Diddley, <em>No Place To Go, It Hurts Me Too </em>di Elmore James, <em>I Can’t Be Satisfied </em>di Muddy Waters, solo per citarne alcune. Notevole il booklet allegato, con notizie e foto, per un disco da non perdere.</p>
<p> </p>
<p> <br />
<strong>KISS<br />
Ikons<br />
2009 Mercury Box 4CD<br />
Sonic Boom<br />
2009 Mercury Box 2CD + DVD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1995" title="kiss" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/kiss-150x150.jpg" alt="kiss" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <br />
Ace Frehley, il chitarrista storico dei Kiss, ha appena pubblicato <em>Anomaly</em>, un disco in gestazione dagli anni ’90 poi rimandato per le sue vicissitudini personali, l’abbandono e il rientro nella band in varie riprese, con alcuni brani scritti e incisi recentemente, veramente un bel dischetto degno di un grande musicista. Ma ai fan della band consiglio soprattutto queste due chicche: <em>Ikons</em> è un cofanetto con oltre sessanta brani, in una bellissima confezione con un libretto che racconta la storia della band ricco di foto inedite e altre delizie. Le note si aprono con “<em>Sono quattro, quattro volti, quattro eroi, quattro icone</em>”. Ogni CD è dedicato a un componente del gruppo e raccoglie le canzoni più belle e famose dallo stesso scritte e cantate. Di Gene Simmons, detto “The Demon”, troviamo tra le altre <em>Deuce, Lager Than Life </em>e <em>Radioactive</em>. Di “The Star Child” Paul Stanley ricordo <em>Detroit Rock City, Rock Bottom, Strutter </em>e <em>Mr. Speed</em>: Di “Spaceman” Ace Freheley possiamo ascoltare <em>Talk To Me, Dark Light </em>e <em>Snow Blind</em>. Infine, “The Cat Man” Peter Criss ci offre le stupende <em>Beth, Black Diamond </em>e <em>Getaway</em>. Il box è consigliato anche per il prezzo contenutissimo.<br />
<em>Sonic Boom </em>è invece il nuovo album della band, pubblicato in concomitanza col nuovo tour che porterà il gruppo per tutto il mondo, il primo disco in studio dal 1998. Il suo ascolto ha tolto ogni dubbio sulla utilità dell’operazione: un buon album di rock and roll, undici brani nuovi composti da Simmons e Stanley, alcuni col chitarrista Tommy Thayer. I miei brani preferiti sono <em>Russian Roulette, Say Yeah </em>e <em>Hot And Cold</em>, ma anche gli altri non sono davvero male. Questo box è una edizione limitata, una confezione deluxe in ogni senso, contenente anche un CD antologico e un DVD con un concerto inedito registrato al River Plate Stadium di Buenos Aires il 9 Aprile di questo anno.</p>
<p> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DEEP PURPLE<br />
Live At Long Beach Arena<br />
2009 Purple Records 2CD<br />
Live Encounters<br />
2010 Purple Records 2CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1996" title="deep purple" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/deep-purple-150x150.jpg" alt="deep purple" width="150" height="150" /></strong><br />
 <br />
Si tratta di due stupendi concerti dei Deep Purple, uno dei quali sino a oggi assolutamente inedito, mentre il primo che fu pubblicato nel 1995 dalla King Biscuit Flower Hours col titolo <em>Deep Purple In Concert</em>, registrato durante il Tour U.S.A. del 1976 con materiale raccolto alla meno peggio, tratto sia dal concerto alla Long Beach Arena del 26 gennaio che da quello registrato a Springfield il 27 febbraio. Il gruppo con i vecchi Jon Lord e Ian Paice, orfano di Ian Gillan, Ritchie  Blackmore e Roger Glover, è in un periodo musicale di transizione, malgrado la presenza della voce di Dave Coverdale, del basso di Glenn Hughes, impegnato anche come seconda voce, oltre all’astro nascente delle chitarra Tommy Bolin, giovanissimo talento di fama mondiale che portò nuove sonorità funky jazz nel suono della band, facendo però storcere il naso ai fan più integralisti. Questo concerto, qui propostoci nella sua integrità, è l’unica testimonianza ufficiale di quel periodo troppo breve ma stupendo, con la band in forma smagliante. Le date successive furono deludenti, alcune furono sospese e altre soppresse per i problemi di droga di Glenn e Tommy. Due CD con ventuno brani, oltre un’ora e mezza di musica incredibile, con i maggiori successi della band: <em>Burn, Lady Dark, Smoke On The Water, Stormbringer</em> e <em>Higway Star</em>, con ampio spazio lasciato alla genialità di Bolin che duetta in modo stupendo soprattutto con Jon Lord anche in brani da lui composti come <em>Getting Togheter, Guitar Solo </em>e <em>Love Child</em>. Alla fine del “Came Taste The Band Tour”, promosso per promuovere l’omonimo, eccellente album, il gruppo si scioglie per soddisfare l’ambizione di mille altre avventure. Bolin riforma la sua band ma il 3 dicembre di quell’anno, dopo un concerto di apertura a Jeff Beck a Miami, si spegne a soli venticinque anni. Il secondo dischetto ci offre il concerto tenutosi allo The Spodek, a Katowice, Polonia, il 3 giugno del 1996 per oltre un’ora e mezzo di eccellente musica. Pubblicato fino a oggi solo come bootleg, presenta la band in forma stupenda: Gillan, Lord, Paice e Glover supportati da uno stupendo Steve Morse alla chitarra solista, un artista che già aveva fatto scordare anche ai fan più incalliti un certo Ritchie Blackmore, con in evidenza uno striscione con la scritta “Gillan Is God and In Morse We Trust”! In questo caso sono diciassette i brani proposti, con classici del gruppo come <em>Fireball, Black Night, Smoke On The Water</em>, e <em>Highway Star</em>. E poi, canzoni stupende come <em>Sometimes I Feel Like Screaming, Perfect Stranger </em>e <em>When A Blind Man Cried</em>. Fantastici sono anche il solo di Steve Morse <em>Cascades</em>, nel quale conferma il suo talento chitarristico, e quello di Jon Lord che si ispira alla musica classica offrendoci Bach e altre delizie della sua cultura musicale che lo ha portato ha rinunciare ultimamente ai tour con la band per dedicarsi alla musica classica orchestrale. Di rilievo alcuni brani inediti dalle session dell’eccellente album <em>Purpendicular</em>, come per esempio <em>Hey Chico </em>e <em>Rosa‘s Cantinas</em>. Eccellente la confezione del dischetto con libretto contenente biografia, discografia, notizie, foto, interviste alla band. Consiglio la versione con allegato un DVD stupendo del concerto.</p>
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<p><strong>RAY DAVIES<br />
&amp;THE CORAL CROUCH END FESTIVAL CHORUS<br />
The Kinks Choral<br />
2009 Decca CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1997" title="ray davies" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/ray-davies-150x150.jpg" alt="ray davies" width="150" height="150" /><br />
Solo un genio come Ray Davies poteva pensare a riproporre le più famose canzoni dei Kinks facendosi accompagnare da un coro liturgico, riuscendo in modo sorprendente ad amalgamare brani seminali con sonorità così diverse, unendo il sacro al profano in modo unico. Il risultato è un disco davvero particolare per la sua bellezza, nel quale Ray canta facendosi accompagnare da una rock band composta da Billy Shamely e Milton McDonald alle chitarre, Dick Nolan al basso, Toby Baron alla batteria, e da Gunnar Frick e Ian Gibbons alle tastiere. Il coro è originario di Crouch End, un sobborgo vicino a Mushwell Hill, dove Ray è cresciuto, ed è diretto da David Temple. Ray aveva già utilizzato questo coro durante l’incisione di <em>Other People‘s Lives </em>e in alcune sue esibizioni dal vivo. Dieci brani stupendi, alcuni tratti da <em>Village Green Preservation Society </em>(ottimo disco recentemente ristampato come triplo CD in edizione deluxe), ma tutti in questa versione col coro che si amalgama perfettamente alla strumentazione elettrica. Le canzoni assumono ovviamente una prospettiva musicale diversa, mantenendo però intatto il nucleo originale della melodia. Le eterne <em>You Really Go Me </em>e <em>All Day And All Of The Night</em>, dal riff chitarristico assolutamente caratterizzante, con il coro assumono un alone di magia. Stessa sorte per le melodiche <em>Days, See My Friend, Shangri -La </em>e <em>Celluloid Heroes</em> (queste ultime due sono tra le composizioni di Davies che adoro maggiormente) che continuano sempre a incantare. Anche le famosissime <em>Waterloo Sunset </em>e <em>Victoria</em> con questo arrangiamento sembrano avere una immediatezza nuova e avvolgente. Notevole anche <em>Working Man Cafè</em>, tratta dal suo ultimo, omonimo album, che fa la sua bella figura in mezzo a tanti classici. Un cenno a parte merita il medley di <em>Villane Green</em>, con <em>Big Sky/ Picture Book/ Johnny Thunder/ Do You Remember Walter? </em>e ovviamente la title track che coinvolgono in modo sorprendente. Un grande disco che non mi stanco mai di riascoltare. Una volta i dischi preferiti che riascoltavi in continuazione si consumavano, succederà anche per questo CD? </p>
<p> <br />
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<p><strong>THE HOOCHIE COOCHIE MEN WITH JON LORD<br />
Live At The Basement<br />
2009 Edel Records CD+DVD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1998" title="hoochie" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/08/hoochie-150x150.jpg" alt="hoochie" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">The Hoochie Coochie Men (da una canzone di Wilie Dixon) sono un’ottima band australiana di blues, guidata dal bassista Bob Daisley che, tornato in patria dopo una incredibile militanza di oltre trent’anni con artisti del calibro di Ozzy Osbourne, i Rainbow di Ritchie Blackmore, Ronnie James Dio, Chicken Shack, Uriah Heep e Gary Moore, solo per citarne alcuni, chiama con sé vecchi come il batterista Rob Grosser e il chitarrista Tim Gaze, già con i Rose Tattoo e Jimmy Barnes (questo ultimo cantante ex Cold Chisel, altra storica band di blues australiana). Con ospiti Mike Grubb alle tastiere e Jim Conway all’armonica pubblicano l’omonimo album che contiene spettacolari cover di classici come <em>I Just Want To Make Love To You </em>e <em>You Need Love </em>di Willie Dixon, <em>Dallas</em> di Johnny Winter, <em>The Walk </em>di Jimmy Mc Cracklin, <em>Strange Brew </em>dei Cream, oltre a proprie composizioni. Nel gennaio del 2003, il giornalista Paul Hogan (niente a che vedere con l’attore di Mr. Cocrodile Dundee) convince Jon Lord che stava dirigendo alla Opera House la Sidney Symphony Orchestra, a unirsi loro per una data al mitico Basement Club. La serata, era il 7 febbraio, davanti a pochi ma competenti appassionati, diventa un evento memorabile che sorprende anche gli organizzatori per il feeling che si instaura subito tra Jon e la band, supportata da una robusta sessione fiati. Dopo l’intro e le iniziali <em>Hideway </em>di Freddie King, <em>Green Onions </em>di Booker T. e <em>Dust My Broom </em>di Ellmore James, con Gaze stupendo alla voce e alla chitarra solista, il blues entra nel sangue e tutta la serata diventa una stupenda improvvisazione, con i musicisti che si ritrovano a meraviglia. Due ore di musica, con Jon che detta i fraseggi dal suo Hammond, con Jim Conway, personaggio stupendo, che si presenta sulla sedia a rotelle alla quale è condannato per tutta la vita, a soffiare il suo dolore  nell’armonica. Poi, ancora ospiti come l’idolo locale Jimmy Barnes, a confezionare song senza tempo come <em>When A Blindman Cries </em>e  <em>The Hoochie Coochie Men Blues</em>. Incredibile come solo una serata sia riuscita a produrre una discografia del genere da parte della benemerita Edel: prima una edizione in doppio CD, poi in CD + DVD, poi in triplo CD con tutta la serata, oltre a interviste varie. Ancora, un doppio DVD. Dimenticavo: c’è anche un altro doppio DVD, sempre di quella serata, sottotitolato Danger White Men Dancing, nel quale è ospite nientemeno che Ian Gillan in <em>Over And Over </em>e <em>If This Ain’t The Bues</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">(a cura di <em>Daniele Ghisoni</em>)</p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS 4</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Crovella]]></category>
		<category><![CDATA[Cooder Lindley Family]]></category>
		<category><![CDATA[Gwin Spencer]]></category>
		<category><![CDATA[Iron Kin Style]]></category>
		<category><![CDATA[Judas Priest]]></category>
		<category><![CDATA[Roger Len Smith]]></category>
		<category><![CDATA[The Honey Tongue Devils]]></category>
		<category><![CDATA[Tom Petty & The Heartbreakers]]></category>
		<category><![CDATA[Uriah Heep]]></category>

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		<description><![CDATA[ROGER LEN SMITH
Clear Blue Skies
2009 Big Rock Entertainment CD

Ecco un disco che non troverete con facilità nei negozi: Probabilmente non lo troverete affatto, perchè Roger Len Smith, in arte Raj è un piccolo grande cantautore senza distribuzione. Eppure il suo nome al pubblico italiano non dovrebbe suonare del tutto sconosciuto. Soprattutto a chi ha seguito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ROGER LEN SMITH<br />
Clear Blue Skies<br />
2009 Big Rock Entertainment CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1877" title="roger len smith clear blue skies" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/roger-len-smith-clear-blue-skies-150x150.jpg" alt="roger len smith clear blue skies" width="150" height="150" /><br />
Ecco un disco che non troverete con facilità nei negozi: Probabilmente non lo troverete affatto, perchè Roger Len Smith, in arte Raj è un piccolo grande cantautore senza distribuzione. Eppure il suo nome al pubblico italiano non dovrebbe suonare del tutto sconosciuto. Soprattutto a chi ha seguito il rock degli anni &#8216;90: Roger è stato almeno quattro volte nel nostro paese, al seguito di Phil Cody, in qualità di bassista, o con la propria band. Questo <em>Clear Blue Skies </em>è il suo quinto CD ed è un CD bello maturo, ben registrato, ben suonato, con belle canzoni e bei suoni: se avete avuto modo di ascoltare i suoi primi lavori la cosa risulta evidente, tangibile. Roger è cresciuto, e non poco: dal 2004 si è trasferito ad Austin, si è concentrato sulla propria carriera e suona regolarmente nel circuito texano, ma di tanto in tanto si sposta a suonare anche sulla west coast da dove era partito, e anche in altre località. Il CD che sto ascoltando si divide tra canzoni rilassate (che forse gli riescono meglio) e brani più rock ed è per così dire “benedetto” dalla partecipazione di qualche soggetto di non poca rilevanza, come Peter Rowan (che canta in tre brani), Victor Bissetti (dei Los Lobos) e il polistrumentista nonché produttore Kim Deschamps. Il disco si apre con l’accattivante <em>Blue Street Signs</em>, un brano che predispone subito bene l’ascoltatore, la successiva <em>Batten Down The Hatches </em>non è da meno. Tra i brani spicca il country spedito di <em>Rhode Island Girl </em>ben supportato dai cori di Rowan e da una bella alternanza tra banjo e dobro. Bella anche la title track da cui si evince una delle molte fonti d’ispirazione di Roger, vale a dire Tom Petty &amp; The Heartbreakers: perché, è bene dirlo, questo ragazzone dell’Illinois deve davvero molto ai numerosi artisti che ha ascoltato nel corso della sua vita, le influenze sono molte e si fanno sentire, da Petty e Zevon fino a certe sonorità delle jam band (senza mai arrivare a brani dalla lunghezza chilometrica). Quello che fa di questo disco un bel disco è anche il senso della misura, undici brani per una quarantina di minuti, il giusto insomma. Con <em>Amanda Always Told Me I’d Shine </em>ci troviamo nuovamente alle prese con un bel brano country, quasi bluegrass ma senza esagerare, e ancora fa capolino la seconda voce di Peter Rowan. Tra i brani più smaccatamente rock spicca <em>Throw Hands</em>, dall’incedere incalzante e si fa apprezzare <em>Don’t Wanna Be Alone Right Now</em> che ricorda alcune cose del vecchio compagno d’avventure Cody. I dischi di Roger Len Smith sono reperibili attraverso il catalogo on line della CD Baby: http://www.cdbaby.com/Artist/RogerLenSmith.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong>ROGER LEN SMITH<br />
New Dark Ages<br />
2007 Big Rock Entertainment CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1878" title="roger len smith new dark ages" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/roger-len-smith-new-dark-ages-150x150.jpg" alt="roger len smith new dark ages" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gran disco questo <em>New Dark Ages</em>, rispetto al suo successore pecca forse solo in eccessiva lunghezza, ma contiene canzoni, credetemi, che vale la pena di conoscere. Vale la pena anche che vi racconti un aneddoto riguardo a questo disco, che ho avuto modo di ascoltare nella sua interezza solo insieme al successivo, quando Roger me li ha spediti. All’epoca della sua uscita, un paio d’anni fa, ero relegato in casa a causa di una brutta caduta in bicicletta, barricato in compagnia di libri, dischi, DVD e naturalmente internet. Una mattina, controllando la posta quotidiana trovai una mail del giorno prima con cui Roger Len Smith partecipava agli amici il suo tour alle Hawaii e il broadcast di un’esibizione radiofonica col gruppo. Non ci misi molto a realizzare che grazie alle undici ore di fuso orario, il broadcasting sarebbe cominciato di lì a mezzora, perché alle Hawaii era ancora il giorno prima! Devo ammettere che è stato divertente poter ascoltare le canzoni di questo disco mentre Roger e il suo gruppo le suonavano dal vivo in uno studio di Maui. <em>New Dark Ages </em>si compone di sedici tracce, una delle quali (<em>Another Dawn</em>) ripetuta in chiave acustica a fine disco. Ad accompagnarlo in questo CD, il suo quarto, c’è uno stuolo incredibile di amici, a partire dal fido bassista Jay Ewell (che lo segue anche nei concerti) fino a quelli del suo periodo losangeleno, vale a dire Phil Cody (che suona l’armonica e canta nell’ottima <em>If I Had A Boat</em>), Steve Mc Cormick e Bryan Smitty Smith (entrambi nella rockeggiante <em>Holding On To My Guitar For Dear Life </em>scelta tra l’altro per rappresentare il disco in una compilation allegata alla storica rivista americana “Relix”). C’è poi, a fare da controcanto alla voce di Roger, la partecipazione, in diversi brani, a partire dalla travolgente apertura di <em>You Don’t Get It</em>, Jennifer Stills, il cui cognome dovrebbe dirvi tutto trattandosi della sorella di Chris, nonché figlia di Stephen e di Veronique Sanson. La Stills fa una bella parte anche su <em>Holding On To My Guitar For Dear Life</em>, lungo brano cadenzato sottolineato da un lancinante assolo di McCormick, e su <em>Isn’t A Pity</em>. <em>Bio Willie Diesel </em>è una canzone dedicata all’impegno ecologista di Willie Nelson. C’è poi l’ottima <em>Cold Night In Lowell</em>, e la memorabile <em>The Best </em>retta e sottolineata da uno struggente intervento alla pedal steel di Eric Heywood, sicuramente il miglior suonatore di questo strumento per quanto riguarda la sua generazione. Il disco si conclude in gloria con un altro gran brano, <em>If I Had A Boat</em>, in cui Roger divide le sorti vocali con Cody e con la versione solitaria di <em>Another Dawn</em>, che nulla ha da perdere se paragonata con l’altra versione, più country-folk, posta a metà disco.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1860" title="crovella" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/crovella3-150x150.jpg" alt="crovella" width="150" height="150" /></strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>BEPPE CROVELLA<br />
Waht’s Rattlin’ On The Moon<br />
2010 Moonjune CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un tributo alla musica di Mike Ratledge, nome di riferimento del progressive britannico da parte di Beppe Crovella, nome storico del progressive italico. Alla base di questo disco c’è la passione del boss della Moon June Records per i Soft Machine e per certi suoni a metà strada tra jazz e rock progressivo, passione che lo ha spinto a sfidare Crovella, tastierista con alle spalle una lunghissima militanza nel gruppo Arti &amp; Mestieri, colonne sonore e molto altro a rivisitare le composizioni scritte da Ratledge per i Soft Machine. Il risultato è questo disco composto di tre parti ben distinte: la prima e principale è una sorta di lunga suite ottenuta da Crovella assemblando i brani originali e rileggendoli con le sue tastiere, mellotron, Wurlitzer, Hammond, Fender Rhodes, Farfisa e quant’altro. A questa prima parte composta di dieci capitoli, se ne aggiungono altre due ispirate alla composizione e alla musica di Ratledge. La prima intitolata <em>Before The Moon</em>, riguardante la genesi del progetto, la seconda realizzata successivamente e chiamata logicamente <em>After The Moon</em>, con tanto di brano ai due Soft Machine scomparsi Elton Dean e Hugh Hopper.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>COODER/LINDLEY FAMILY<br />
Live At The Vienna Opera House<br />
1995 www.davidlindley.com 2 CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1861" title="David_Lindley_-_Cooder-Lindley_Family_Live_At_The_Vienna_Opera_House" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/David_Lindley_-_Cooder-Lindley_Family_Live_At_The_Vienna_Opera_House1-150x150.jpg" alt="David_Lindley_-_Cooder-Lindley_Family_Live_At_The_Vienna_Opera_House" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre la critica musicale in toto si sta adoperando ad incensare (forse in modo eccessivo) il recente disco dei Chieftains con Ry Cooder, scopro questa doppia pubblicazione ufficiale reperibile solo attraverso il sito di David Lindley. Si tratta di uno dei numerosi prodotti di Lindley che da anni ha perso ogni fiducia nei confronti dell’industria discografica e a chi vuole i suoi dischi non concede alternativa che procurarseli tramite web, a prezzo peraltro non sempre accessibile. Questo doppio realizzato dai due vecchi amici, Ry Cooder e David Lindley appunto, risale a uno dei tour effettuati con i figli al seguito, Joachim Cooder, percussionista e batterista, e Rosanne Lindley, cantante e chitarrista. Il risultato è quello che ci si può immaginare dal connubio, una serie di notevoli brani provenienti dai repertori di entrambi, con le chitarre protagoniste a 360° e i due marpioni che si divertono come i matti. Probabilmente il tipo di disco che i fan dei due vorrebbero poter trovare nei negozi, testimonianza di una serata particolarmente ispirata in cui tra slide, bajo sexto, bouzouki, mandolini e altri strumenti a corda viene rivisitato un repertorio che va dalla tradizione al moderno passando per classici immortali. Il pubblico molto compito dell’Opera House di Vienna sembra apprezzare, e vorrei vedere se fosse il contrario: il Chuck Berry di <em>Promised Land</em>, lo Zevon di <em>Play It All Night Long</em>, i classici <em>Goodnight Irene</em> e <em>Vigilante Man</em>, l’Elvis di <em>Little Sister </em>e <em>All Shook Up</em>, Merle Haggard, la colonna sonora di <em>Paris Texas</em>. Non manca davvero nulla in questo doppio disco, nemmeno la possibilità di far cantare qualcosa alla figlia di Lindley, che rivela di possedere una buona voce con profonde venature blues.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>GWIN SPENCER<br />
Addicted To The Motion<br />
2003 Good Foot Records CD</strong> <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1862" title="gwin_spencer[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/gwin_spencer11-150x150.jpg" alt="gwin_spencer[1]" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo che ci siano in giro molte donne che suonano la chitarra elettrica come Gwin Spencer. Questa brillante musicista originaria del Mississippi, ma cresciuta a Memphis, col dna giusto, dunque, ha fatto sua la lezione dei grandi artisti che hanno caratterizzato la musica di questa città, filtrando tutto attraverso la lezione di Hendrix e di alcuni chitarristi bianchi della scuola britannica. Certo, la sua carriera discografica è piuttosto sparuta ma molto valida. L’esordio avvenne negli anni &#8216;90 coi miracolosi Mother Station, di cui reggeva le sorti insieme alla poderosa cantante Susan Marshall (titolare poi di tre dischi da solista e di numerose collaborazioni). Poi il silenzio, per quasi dieci anni, per tornare con questa produzione indipendente: dodici tracce piene di grinta, grandi brani d’impronta rock (la title track, <em>Take A Little Bit</em>, <em>Yesterday &amp; Days Before</em>), ballate più lente (<em>Waht Else Could I Say </em>e <em>Slave</em>), tutto caratterizzato dalla vena compositiva di Gwin, che anche nei Mother Station era autrice delle canzoni. Il disco ha forse i limiti dell’autoproduzione, ma neppure in maniera eccessiva, l’uso di alcuni sample da parte del tastierista e produttore Eddie Wohl, paiono talvolta fuori posto, o forse troppo timidi per essere considerati voluti stilisticamente, ma la chitarra e il cantato della Spencer aiutano a superare l’impatto con questi limiti. Gli interventi sulla sei corde sono sempre convincenti, mai ripetitivi e la voce non è mai scontata, pur non essendo quella della sua ex collaboratrice Susan Marshall. C’è poi un’unica cover nel disco, una cover notevole del classico di Bill Withers <em>Ain’t No Sunshine</em>, riproposta in modo originale e personale, senza strafare, senza far rimpiangere la versione dell’autore, e scusate se è poco. Unico rimpianto la scarsa reperibilità del disco e il fatto che risalga ormai a sette anni fa e non ci siano notizie di nuove sortite della Spencer.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>IRON KIM STYLE<br />
Iron Kin Style<br />
2010 Moonjune Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1863" title="iron_kim_style[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/iron_kim_style11-150x150.jpg" alt="iron_kim_style[1]" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo quintetto di Seattle (a vederli nella fotografia all’interno della copertina potrebbero essere un qualunque gruppo di quella città, con tanto di camicia a quadrettoni) a dispetto della provenienza e dell’aspetto è ben lontano dai suoni tipici della città del nord ovest Americano di fronte a Vancouver. Il loro verbo musicale è sì legato a suoni ben sperimentati, ma si tratta di quelli del jazz rock con più d’un riferimento a gente come Miles Davis, Terje Rypdal e altri. Sottolineato dalla tromba (a tratti western, come nella bella <em>Don Quixotic</em>, contrappuntata da un robusto suono di basso) di Bill Jones, il disco si lascia andare attraverso dieci composizioni non troppo ostiche in cui ha buona parte il chitarrista Dennis Rea, musicista dal lungo curriculum. Ma oltre alla passione per il jazz rock (beninteso suonato con modernità) questi cinque ragazzi sembrano raccogliere in parte anche il testimone di un certo modo di fare musica delle jam band (quello più legato a certe incursioni alla Garcia delle jam spaziali, come ad esempio in Adrift). Non ultimo c’è poi il riferimento alla propaganda politica nord coreana, a partire dal nome del gruppo che fin dal titolo richiama il figlio del celeste timoniere Kim Il Sung, Kim Jong Il, ritratto in un fotomontaggio insieme alla band. La copertina del disco deve il suo art work ai manifesti di propaganda e tra i titoli troviamo <em>Mean Streets Of Pyongyang</em>, <em>Dreams Of Our Dear Leader </em>e <em>Jack Out The Kims</em>. Da prendere in considerazione.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>JUDAS PRIEST<br />
Nostradamus<br />
2009 SONY 2CD <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1864" title="judas priest" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/judas-priest1-150x150.jpg" alt="judas priest" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La band si forma nel 1969 a Birmingham con il cantante Rob Halford, il bassista Ian Hill e i chitarristi Glenn Tipton e K.K. Dowing, mentre nella loro lunga e travagliata esistenza alla batteria si alterneranno vari musicisti. Grazie al loro omonimo hit single <em>Metal Gods </em>creeranno un particolare filone nella storia della heavy metal music. Chi ha amato il chitarrismo duro e sanguigno che ci ha dato album stupendi come <em>Sin After Sin</em>, prodotto dal mitico bassista dei Deep Purple Roger Glover, <em>British Steel </em>e <em>Killing Machine </em>qui troverà altri suoni, in quanto la band ci offre un concept album incredibile, un progetto ambizioso e di non facile ascolto ma che mi ha entusiasmato. Il disco è dedicato ovviamente alla figura inquietante e misteriosa di questo personaggio incredibile che ancora oggi divide la critica sulla attendibilità delle sue profezie: profeta, visionario o cialtrone? ci propone gli avvenimenti della sua vita, raccontata in prima persona. Infatti, la prima canzone <em>Prophecy</em> inizia con “<em>I Am Nostradamus …</em>”, le rivelazioni , la persecuzione, l’esilio, la solitudine, le visioni, fino alla morte, con messaggi lasciatisi ancora oggi incomprensibili. La band si presenta nella sua line up originale, con in aggiunta Scott Travis alla batteria e Don Airey alle tastiere, stupendo session man già con Colosseum, Black Sabbath, Gary Moore, Ozzy Osbourne, Whitesnake, Jethro Tull, Thin Lizzy e i Deep Purple dell’ultimo periodo a sostituire un certo Jon Lord, e scusate se è poco. Le registrazioni iniziano nel 2006 agli Old Smithy Studios di Londra, e produrranno diciotto brani che saranno rimixati nell’aprile dell’anno seguente, quando la band decise di pubblicare il lavoro come doppio CD e triplo LP. La rivista “Billboard” lo ha definito un gioiello della musica Heavy Metal Symphonic: stupendi impasti vocali, chitarre incredibili, una base ritmica ossessiva, le tastiere che ci riportano ad atmosfere dark classicheggianti. Per averne un’idea pensate ai Carmina Burana di Carl Orff, con Rob Halford, incredibile vocalist, coadiuvato da notevoli cori. Cosa consigliarvi? Ascoltatelo e basta! Brani come <em>Prophecy</em>, <em>Revelations</em>, <em>Death</em> e <em>Solitude </em>sono stupendi, con tastiere e chitarre sintetizzate che creano un suono unico. <em>Nostradamus </em>e <em>Visions </em>hanno raggiunto le classifiche dei Top Single in UK. La confezione è sontuosa con un booklet contenente testi, notizie e foto stupende. L’unico limite è la lunghezza, forse un doppio CD può essere esagerato, ma il prezzo è abbordabile.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>THE HONEY TONGUE DEVILS<br />
All Tall And The Melting Moon<br />
2005 Feedback Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1865" title="htdevils" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/htdevils1-150x150.jpg" alt="htdevils" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Accattivanti, è questa la prima cosa che viene in mente ascoltando il primo disco (un secondo pare essere in gestazione) di questa band californiana che fa capo a M. Laurit e Bobby Joyner. Ricordo di averli sentiti la prima volta attraverso internet, incuriosito dal fatto che a produrli fosse Jonny Kaplan, altro notevole personaggio, transitato qualche anno fa anche nel nostro paese. Al di là delle indiscutibili doti del gruppo, va detto che la produzione di Kaplan fa la sua buona e bella parte nella riuscita di questo disco, perennemente in bilico tra suoni delicati e nervosa elettricità. Al pari del suo produttore, il gruppo si incanala decisamente nel filone rock /americana (anche se odio abbastanza queste etichettature) con le lezioni del cosmic country ben fissate in testa e filtrate attraverso altre stimolanti esperienze. La partenza è di quelle che entrano in testa subito: <em>Down Here </em>e <em>Days Behind </em>hanno la marcia giusta per farsi ascoltare e trascinare l’intero CD. Ma quando crediamo di aver capito da che parte i diavoli dalla lingua mielosa vadano a parare, i suoni mutano ed entrano le chitarre acustiche, contrappuntate dalle tastiere di Skip Edwards (ospite di lusso al pari di Doug Pettibone): <em>Low Down Wind </em>conquista e ancor meglio fa <em>Grey Day</em>, in cui le parti vocali vengono divise da Joyner col producer, la cui voce inconfondibile caratterizza il brano. Se <em>Sunday Morning Blackout </em>e <em>Beautiful Mess </em>sono intrise di suoni più duri, con tanto di richiami palesemente hard rock, la title track profuma di psichedelica all’inglese. Per riportare poi tutto a casa con la finale e intimista <em>My Divine</em>, a due voci con l’organo a fare da tappeto alle chitarre. Non credo che questo disco sia reperibile nei negozi, ma attraverso il web non faticherete a procurarvene una copia, merita davvero lo sforzo…</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>TOM PETTY &amp; THE HEARTBREAKERS<br />
The Live Anthology<br />
2009 Reprise 4CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1866" title="tom petty" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/tom-petty1-150x150.jpg" alt="tom petty" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo ammetto, quando lo scorso autunno ha cominciato a girare la notizia di questo box, sono stato assalito da un sacco di perplessità: Tom Petty negli ultimi anni non ha certo lesinato quanto a pubblicazioni dal vivo (se pur sempre in formato DVD). Inoltre pur essendo nota la bontà live del suo gruppo (testimoniata da bei bootleg e dal ricordo della sua unica toccata e fuga italiana al seguito di Dylan nel 1987) l’unico live ufficiale sfornato dal rocker di Gainesville era al di sotto delle aspettative. Alla fine mi sono fatto convincere dal mio amico Bobbi (un pettyano sfegatato) e anche alla luce del buon prezzo (usato su Amazon, un vero affare!) mi sono procurato il box nella sua edizione più spartana, quella con quattro dischetti, per quasi quattro ore di ottima musica, suonata con bravura quasi unica. Già, la versione più spartana, perché ne esiste una deluxe, che costa tre o quattro volte tanto, quelle cose fatte apposta dalle case discografiche per succhiare ancor più soldi a noi pochi acquirenti superstiti. Mi sono rifiutato di cadere in questo tranello! Ma veniamo al box. Soldi ben spesi, come si suol dire. I quattro dischi dal vivo sono davvero la summa della carriera discografica degli Heartbreakers, che si dimostrano una volta per tutte una delle migliori band americane di tutti i tempi. Quarantotto canzoni suddivise un po’ per tutti i periodi, prese da concerti differenti (alla faccia dei puristi che vanno in cerca del concerto completo), con una manciata di cover di levatura, spartano booklet, come la confezione vintage, con tutto quello che c’è da sapere (date, luoghi e nomi). Come ha detto il mio amico Bobbi: “Adesso credo che non comprerò altro di Tom Petty” (io però so che ci cascherà e prenderà anche l’imminente disco di studio). Ma questo box è davvero ciò che bisogna avere di Tom Petty, perché ci sono tutte le canzoni che ci si aspetta di trovare, perché la vera dimensione di Petty e del suo gruppo è quella dal vivo e qui tutto viene confermato. Da <em>American Girl </em>a <em>It’s good To Be King</em>, da <em>Southern Accents </em>a <em>The Waiting</em>, passando per <em>Mary Jane’s Last Dance</em>, <em>Spike, Refugee, Wildflowers</em>, la sempreverde <em>Breakdown</em>. Persino l’odiosa <em>Learning To Fly </em>nella versione dal vivo esce affascinante. E qua e là omaggi sparsi a Booker T, Grateful Dead, ai film di 007, Fleetwood Mac, Bo Diddley e altri padri ispiratori. Nel bonus CD si celebrano anche i Byrds, ma attenzione, la <em>Billy The Kid</em>, ivi contenuta, è il brano composto da Petty per il suo <em>Echoes</em>, e non, come qualche poco avveduto recensore nazionale ha scritto, probabilmente senza aver ascoltato il disco(!), quella di Bob Dylan (che per altro si intitola semplicemente <em>Billy</em>). Lasciatevi conquistare e affascinare da questo box. Ne vale davvero la pena.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>URIAH HEEP<br />
Future Echoes Of The Past<br />
2001 Phantom/Classic Rock Legenda 2CD <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1867" title="uriahfuture_cov" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/06/uriahfuture_cov1-150x150.jpg" alt="uriahfuture_cov" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di gruppi di hard rock classico, gli Uriah Heep vengono sempre trattati qui in Italia come band di secondo piano. Ed è un’ingiustizia, perché l’ensemble di Mick Box, storico chitarrista nella band fin dagli esordi, è tutt’altro che una seconda scelta, e dal debutto <em>Very ‘Eavy … Very Umble </em>che risale ormai a quarant’anni fa agli ultimi <em>Wake The Sleeper </em>del 2008 e <em>Celebration</em> dell’anno successivo, hanno dispensato varie perle degne di essere riscoperte. Questo <em>Future Echoes Of The Past</em>, doppio live del 2001, è testimonianza del tour in Germania, nazione in cui i nostri hanno sempre goduto di largo seguito, di fine 1999, con registrazioni prese dalle date del 29 e 30 novembre ad Aschaffenburg e Monaco di Baviera. La formazione è quella classica degli ultimi anni della band con Mick Box alla chitarra, il batterista storico Lee Kerslake (ora non più nel gruppo per motivi di salute e sostituito da Russell Gilbrook), il bravissimo bassista Trevor Bolder, forse uno dei più sottovalutati nella storia dell’hard rock, nel gruppo dal 1976 con una pausa fra il 1980 ed il 1983 in cui alla quattro corde c’era Bob Daisley ed il tastierista Phil Lanzon ed il cantante Bernie Shaw entrati nel 1986. La scaletta è un giusto ed equilibrato mix fra pezzi storici e altri più nuovi, e fra questi la parte del leone, come ovvio, la fanno quelli tratti da quello che all’epoca era l’ultimo lavoro in studio del gruppo, il valido <em>Sonic Origami </em>del 1998. Brani come le iniziali e trascinanti <em>Between Two Worlds </em>e <em>I Hear Voices</em>, la ballata <em>Question</em>, le ariose <em>Heartless Land </em>e <em>Shelter Fron The Rain </em>non sfigurano affatto davanti ai classici del passato e mettono in luce una band ancora in forma e con molte cose da dire. Classici che peraltro portano titoli come <em>July Morning </em>e <em>Look At Yourself </em>(con un Phil Lanzon in gran spolvero che in un paio di passaggi mi porta alla mente, ma forse ho alzato un po’ il gomito, un brano di Joe Jackson, che con gli Heep non c’azzecca nulla) del 1971, l’immancabile <em>Gypsy, Easy Livin’ </em>tratta da quel <em>Demons And Wizards </em>che può essere considerato il loro capolavoro, o <em>Sweet Freedom </em>dall’album omonimo del 1973, o quella meraviglia di dolcezza che porta il titolo di <em>Rain</em> tratta da <em>The Magician’s Birthday</em>. A chiudere il tutto due gioielli degli esordi. Da <em>Salisbury </em>ecco <em>Lady In Black</em>, che inizia acustica e ha un crescendo da brividi con un immenso Trevor Bolder al basso e, bonus track registrata al sound check del concerto di Monaco, una versione molto intensa e sentita di <em>Come Away Melinda</em> dritta dal loro esordio . Riscopriamo gli Uriah Heep, magari partendo proprio da questo ottimo doppio dal vivo, le soddisfazioni sono garantite.</p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS 3</title>
		<link>http://www.lateforthesky.org/2010/03/30/1630/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 15:25:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ducoli]]></category>
		<category><![CDATA[Barnetti Bros. Band]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Musselwhite Band]]></category>
		<category><![CDATA[Danny Joe Brown]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Pitts Band]]></category>
		<category><![CDATA[Keb' Mo']]></category>
		<category><![CDATA[Luther Allison]]></category>
		<category><![CDATA[Luther Dickinson & The Sons Of Mudboy]]></category>
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		<category><![CDATA[Tinsley Ellis]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla redazione, una nuova infornata di recensioni
CHARLIE MUSSELWHITE BAND
Rough Dried – Live At The Triple Door
2008 Henrietta Records CD
Per gli appassionati di blues Charlie Musselwhite è una leggenda. La sua carriera si è sviluppata per più di quarant&#8217;anni, a partire da Stand Back (Vanguard, 1967) ed è passata attraverso successi, collaborazioni prestigiose, dischi per le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla redazione, una nuova infornata di recensioni</p>
<p><strong>CHARLIE MUSSELWHITE BAND<br />
Rough Dried – Live At The Triple Door<br />
2008 Henrietta Records CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1631" title="rough_dried" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/rough_dried-150x150.jpg" alt="rough_dried" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Per gli appassionati di blues Charlie Musselwhite è una leggenda. La sua carriera si è sviluppata per più di quarant&#8217;anni, a partire da <em>Stand Back </em>(Vanguard, 1967) ed è passata attraverso successi, collaborazioni prestigiose, dischi per le migliori etichette specializzate (Vanguard, Arhoolie, Alligator, Telarc) e anche un paio per la Virgin. Armonicista straordinario e cantante dalle qualità non indifferenti che gli hanno consentito di aprirsi ad altri generi come il jazz e la world music, ha superato momenti difficili per i soliti vizi di troppi artisti, trovando una stabilità solo nell&#8217;età matura. Gli album più recenti <em>Sanctuary</em> e <em>Delta Hardware </em>hanno ampliato il suo consenso in ambito world music; questo <em>Rough Dried</em>, un live registrato a Seattle nel 2007 e pubblicato per la sua etichetta personale (reperibile sul sito www.charliemusselwhite.com) invece presenta il lato più tradizionale, trattandosi di un concerto di classico e incontaminato blues di Chicago. Accompagnato dall&#8217;ottimo chitarrista Kid Anderson e da una sezione ritmica formata da Randy Bermudes (basso) e June Core (batteria), Charlie dà il meglio sia nei brani più ritmati come i boogie <em>River Hip Mama </em>e <em>Strange Land</em>, sia in un paio di slow da applausi, <em>Wild Wild Woman </em>e la splendida <em>She May Be Your Woman</em>. Le influenze jazz sono evidenti nella lunga ed improvvisata <em>Movin&#8217; And Groovin&#8217; </em>e nel classico blues <em>Overtook Me</em>. La voce di Musselwhite esprime passione ed anima, mentre l&#8217;armonica ha una varietà di toni e di volumi raggiunta forse dal solo Paul Butterfield tra gli armonicisti bianchi. Per capirlo basta ascoltare l&#8217;ultimo brano del dischetto, lo strumentale <em>Christo Redemptor</em>, la “signature song” di Charlie, composta dal pianista e produttore jazz Duke Pearson per Donald Byrd, uno slow dolente e sofferto, espressivo e raffinato, pubblicato originariamente sul primo disco di Musselwhite, ma trasformato nella versione definitiva in <em>Tennessee Woman </em>(Vanguard &#8216;69). Questa esecuzione live non è da meno e chiude in modo splendido un disco che meriterebbe una più ampia distribuzione.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>TINSLEY ELLIS<br />
Speak No Evil<br />
2009 Alligator CD</strong> <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1644" title="tinsley" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/tinsley-150x150.jpg" alt="tinsley" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1957 ad Atlanta, Tinsley Ellis è da anni una sicurezza per gli appassionati di rock-blues. Dopo l&#8217;apprendistato con gli Heartfixers negli anni &#8216;80, ha intrapreso con <em>Fanning The Flames </em>(Alligator 1989) una carriera solista che attraverso una dozzina di album e migliaia di concerti lo ha visto scalare le posizioni, diventando uno dei musicisti roots americani più in vista. Dal blues delle origini (influenzato dal soul) si è gradualmente spostato verso un rock permeato di sapori sudisti, sempre rispettoso delle tradizioni soul e blues. E se il suono della sua chitarra è rimasto fedele alle distorsioni dei Cream o di Stevie Ray Vaughan, la voce è migliorata, pur conservando dei limiti di espressività e dinamicità. <em>Speak No Evil </em>è il suo album più recente, inciso con i fedelissimi The Evil One (basso) e Jeff Burch (batteria), una sezione ritmica potente al punto giusto e con un paio di ospiti alle tastiere. Dopo una partenza fin troppo tirata con <em>Sunlight Of Love </em>e <em>Slip And Fall</em>, il dischetto trova un equilibrio con il mid-tempo <em>Speak No Evil </em>e con la morbida <em>It Takes What It Takes</em>. Il gusto per la melodia è evidente nel riff insinuante di <em>Cold Love, Hot Night </em>e nell&#8217;ottima ballata <em>Loving For Today</em>, mentre <em>The Night Is Easy</em> e la psichedelica <em>Amanda</em> profumano di Cream. Lo strumentale <em>Rockslide</em> chiude il disco ricordandoci che Tinsley è un eccellente chitarrista anche alla slide.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>THE DICTATORS<br />
Every Day Is Saturday<br />
2007 Norton Records CD</strong> <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1633" title="DICTATORS" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/DICTATORS-150x150.jpg" alt="DICTATORS" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Definiti l&#8217;anello di congiunzione tra i New York Dolls e i Ramones, i Dictators hanno rappresentato alla perfezione l&#8217;anima del rock stradaiolo newyorkese a cavallo tra la durezza dell&#8217;hard rock e l&#8217;essenzialità del punk, con una buona dose di umorismo e spruzzi di surf music. Se amate il suono di Lou Reed, Blue Oyster Cult, Patti Smith, Flaming Groovies o Television, oltre alle band sopra indicate, non potete non apprezzarli. Sono nati nei primi anni &#8216;70, hanno pubblicato tre dischi in studio senza raccogliere il meritato riconoscimento e si sono sciolti nel 1979, ma qualche anno dopo si sono ritrovati e sono ancora saltuariamente attivi. A sorpresa la indie Norton ha pubblicato una splendida raccolta di brani inediti (demos, versioni alternate, un paio di b-sides) all&#8217;altezza della fama della band. Eccellente il primo demo registrato negli studi della Columbia nel 1973, con il rock energetico di <em>Weekend</em>, l&#8217;inedita <em>Backstreet Boogie</em>, il garage rock di <em>Master Race Rock </em>e <em>Fireman&#8217;s Friend</em>, la brillante cover di <em>California Sun</em>. Divertente la versione del tradizionale <em>America The Beautiful </em>del 1976, seguita dal potenziale hit <em>Sleeping With The TV On</em>, una melodia meritevole di maggior fortuna. Notevoli i demo di <em>Bloodbrothers </em>(terzo ed ultimo album per la Elektra) con brani potenti come <em>Minnesota Strip </em>e <em>I Stand Tall</em>, l&#8217;intensa <em>Faster And Louder</em>, il rock n&#8217;roll <em>Borneo Jimmy </em>e la trascinante <em>Stay With Me</em>. Non sfigurano neppure i brani degli anni &#8216;90 come <em>Loyola</em> e la piacevole <em>What&#8217;s Up With That?</em> Una raccolta molto curata anche nelle annotazioni dei musicisti, il chitarrista Scott Kempner (poi leader dei Del-Lords), il bassista e principale compositore Andy Shernoff e il mitico cantante Handsome Dick Manitoba, un personaggio dell&#8217;underground newyorkese da tempo proprietario di uno dei migliori bar musicali di Brooklyn, che raccontano con dovizia di particolari ed aneddoti divertenti non solo le sessions del disco, ma anche un&#8217;epoca del rock americano.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>MARSHALL TUCKER BAND<br />
Way Out West! Live From San Francisco 1973<br />
2010 Shout/Ramblin&#8217; CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1645" title="mtb" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/mtb-150x150.jpg" alt="mtb" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Dagli archivi della MTB spunta un live registrato a San Francisco durante il tour dell&#8217;album d&#8217;esordio, quando la gloriosa formazione della Carolina del Sud fece da supporto agli Allman Brothers. Una band affamata, ancora grezza, a tratti imprecisa (specialmente il cantante Doug Gray), ma a proprio agio sul palcoscenico, con un Toy Caldwell protagonista assoluto alla chitarra. Cinque brani dall&#8217;omonimo primo album, due dall&#8217;ancora inedito <em>A New Life </em>e una cover che sarà pubblicata sul doppio <em>Where We All Belong</em>. Senso della melodia innnato con una fusione cristallina di country, rock, blues e un po&#8217; di jazz, queste sono le caratteristiche della band che esegue futuri classici come <em>Take The Highway </em>e la fluida <em>Can&#8217;t You See </em>e brani meno noti come la grintosa <em>Hillibilly Band</em>, il delizioso country-rock <em>See You Later, I&#8217;m Gone </em>e il piacevole up- tempo <em>Another Cruel Love</em>. Spiccano una torrenziale <em>Everyday I Have The Blues</em>, con un suono più duro rispetto a versioni successive, continui cambi di ritmo e un formidabile assolo slow di Caldwell e la conclusiva <em>24 Hours At A Time</em> con chitarra, flauto e sax che si alternano negli assoli, guidando i compagni in un&#8217;ardita cavalcata sudista. Un&#8217;aggiunta gradita e per nulla superflua al prestigioso catalogo di una band storica.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>JOE PITTS BAND<br />
One More Day<br />
2009 Kijam Records CD <img class="alignright size-thumbnail wp-image-1647" title="pitts" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/pitts1-150x150.jpg" alt="pitts" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo album in studio per il chitarrista dell&#8217;Arkansas, già leader dei Liquid Groove Mojo. Dopo l&#8217;esordio solista di <em>Just A Matter Of Time</em>, seguito dal live <em>One Night Only</em>, il nuovo album mostra dei progressi evidenti sia nella scrittura che negli arrangiamenti. Il punto debole resta la voce, anonima e poco incisiva, a differenza della chitarra suonata in scioltezza e con la sicurezza dettata dalla conoscenza di più generi musicali. Se è vero che Pitts resta fedele al rock blues dei primi anni &#8216;70, influenzato da Jeff Beck e dai Cream, tuttavia non mancano in <em>One More Day </em>tracce più melodiche, anzi sono la maggioranza come <em>Soul Satisfying</em>, la riflessiva title track con un bell&#8217;assolo di slide, la ballata <em>Multicolored Memories </em>(avvolgente tappeto di tastiere ed eccellente assolo), la ritmata <em>Boulevard Of Dreams </em>con venature pop molto piacevoli, il raffinato slow blues <em>You Said You Loved Me </em>e la swingata <em>Lie To Ya&#8217; Mama</em>. L&#8217;opener <em>Lowdown, Mean And Dirty</em>, la potente <em>Voodoo Trane </em>dalle cadenze hendrixiane e la conlcusiva <em>Hellhounds On Rose Hill </em>ricordano maggiormente gli album precedenti, ma forse sono i brani meno convincenti di un compact soddisfacente, chiuso da una traccia nascosta, una cover di <em>Down Along the Cove </em>di Bob Dylan eseguita con pertinenti accenti sudisti.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>SHANGAI NOODLE FACTORY<br />
The Second Nature Of Shanghai Noodle Factory<br />
2009 Autoprodotto CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1648" title="second nature" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/second-nature-150x150.jpg" alt="second nature" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Chiusa l&#8217;esperienza con i southern rockers Voodoo Lake, il chitarrista e cantante Max Arrigo ha formato i Shanghai Noodle Factory (titolo di un brano dei Traffic) con Diego Tuscano (voce), Alessandro Picciuolo (basso) e Roberto Tassone (batteria). L&#8217;esordio della formazione è un disco molto promettente, arricchito dalle partecipazioni di Jono Manson, Joe Pitts e Dave Moretti. Influenzato da band storiche come Cream e Free e più recenti come Gov&#8217;t Mule e Black Crowes, il quartetto è sulla buona strada per raggiungere ottimi livelli qualitativi. Le grintose covers di <em>Come Into My Kitchen </em>con un puntuale lavoro di slide di Max (molto migliorato come chitarrista) e di <em>Good Morning Little Schoolgirl </em>con l&#8217;armonica di Moretti e un ottimo assolo di chitarra confermano le influenze sopra indicate, ma i brani originali non sono da meno. L&#8217;opener <em>Mama&#8217;s Pride </em>ha evidenti venature sudiste, mentre <em>Hard Times Are Coming </em>ha un riff accattivante e una sezione strumentale psichedelica degna dei migliori Black Crowes. <em>Long Way From Home </em>è un mid-tempo blues con la slide in primo piano e una sapiente improvvisazione, mentre <em>Never Know </em>è una ballata piacevole con accenti psichedelici che ricordano i Gov&#8217;t Mule. Si chiude con l&#8217;acustica <em>The Moon Is Knocking</em>, preceduta dalla grintosa <em>Second Nature</em>, cantata da Jono Manson e dal rock blues di <em>Son Of The Witch</em>. Un esordio apprezzabile che, per le caratteristiche del suono proposto, è destinato a ottenere maggiori riconscimenti fuori dai nostri confini, dove la band ha già ricevuto positive recensioni.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>KEB&#8217; MO&#8217;<br />
Live &amp; Mo<br />
2009 Yolabelle CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1649" title="keb" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/keb-150x150.jpg" alt="keb" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Giunto al nono album, il musicista californiano ha lasciato la Sony e pubblicato il primo disco autoprodotto, composto da quattro brani inediti in studio e da sei brani registrati dal vivo Forse era più logico pubblicare un live, magari con qualche traccia in più (visto lo spazio a disposizione), ma evidentemente l&#8217;artista voleva amalgamare le diverse origini dei brani che si distinguono solo per qualche applauso sfumato. Partito come bluesman, Keb&#8217;Mo&#8217; ha ampliato il suo raggio d&#8217;azione già negli anni &#8216;90 e si può considerare con Eric Bibb e Guy Davis il principale esponente di un genere a cavallo tra folk, blues e soul con qualche venatura pop, maggiormente evidente nei dischi del chitarrista di Los Angeles. Proprio l&#8217;eccessiva leggerezza, l&#8217;estrema pulizia del suono e un&#8217;unifomità ritmica (con netta prevalenza di mid-tempo) sono i difetti che i detrattori di Keb&#8217;Mo&#8217; evidenziano a ogni nuova uscita. In realtà, era naturale che un&#8217;artista dotato di una voce calda e melanconica e con un innato senso per la melodia cercasse una strada in qualche modo più commerciale rispetto al blues o al folk. Il rischio è di esagerare e di smarrire le proprie radici; talvolta Keb&#8217;Mo&#8217; non riesce a evitarlo, ma i suoi dischi sono molto gradevoli e raffinati. Nel nostro caso non mancano un paio di tracce un po&#8217; inconsistente come il soft pop <em>Victims Of Comfort </em>e l&#8217;ottimistica <em>Brand New America </em>ed in qualche momento la perfezione formale prende il sopravvento come in <em>The Action</em>, ma prevalgono i brani di sostanza, tra i quali preferisco <em>Perpetual Blues</em>, la melanconica ballata <em>One Friend</em>, l&#8217;errebi di <em>Government Cheese </em>con una discreta presenza di fiati e la riflessiva e intensa <em>Shave Yo&#8217; Legs</em>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LUTHER DICKINSON &amp; THE SONS OF MUDBOY<br />
Onward And Upward<br />
2009 Memphis International CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1650" title="dickinson" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/dickinson-150x150.jpg" alt="dickinson" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Jim Dickinson, noto musicista e produttore (ha collaborato con Rolling Stones, Bob Dylan, Flamin&#8217; Groovies, Green On Red, Mudhoney e tanti altri) ci ha lasciato il 15 agosto del 2009 a Memphis. Non è stato un artista compiacente, ha sempre cercato di superare gli steccati e di creare o produrre musica non convenzionale. E ha cresciuto due figli anch&#8217;essi musicisti di ottimo livello, Cody e Luther, ovvero due terzi dei North Mississippi Allstars. Luther da un po&#8217; gira anche con i Black Crowes, mentre Cody ha formato i tostissimi Hill Country Revue. Tre giorni dopo la morte del padre, Luther ha raccolto qualche suo amico (Jimbo Mathus e Shannon Mcnally) e un paio di ex compari del padre (Sid Selvidge e Jimmy Crosthwait membri con Jim di Mudboy &amp; The Neutrons) e ha improvvisato una session in suo onore negli studi di famiglia, i Zebra Ranch. Il tutto è stato registrato e pubblicato su compact dalla famiglia Dickinson. Dodici brani, due composti da Luther, gli altri classici della tradizione gospel e spiritual, ascoltati in chiesa o nei vecchi dischi di Fred Mc Dowell. Brani già eseguiti dai grandi della musica americana (Joan Baez, Johnny Cash, Elvis Presley, Hank Williams, Merle Haggard, Willie Nelson, Mahalia Jackson), in versioni scarne e minimali, tra country, bluesgrass, blues in stile Fat Possum, con la voce a tratti incerta, la slide di Luther e pochi strumenti di accompagnamento. Una dolente <em>Keep Your Lamp Trimmed &amp; Burning</em>, una sussurrata <em>Angel Band</em>, l&#8217;autografa <em>Up Over Yonder </em>e lo spiritual <em>Back Back Train </em>sono le tracce che mi hanno colpito di più. Un disco da centellinare con attenzione e pazienza quando si ha la disposizione d&#8217;animo adeguata.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LUTHER ALLISON<br />
Songs From The Road<br />
2009 Ruf CD+DVD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1651" title="luther allison" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/luther-allison-150x150.jpg" alt="luther allison" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><br />
Tra i grandi chitarristi della seconda generazione del blues di Chicago con Buddy Guy, Otis Rush e Magic Sam, Luther Allison (nato nel 1939) ha avuto una carriera non facile. Dopo l&#8217;esordio su Delmark è stato uno dei pochi bluesman a incidere per la Motown negli anni &#8216;70, ma i suoi dischi sono passati inosservati. A tratti pià vicino alle sonorità di chitarristi rock come Hendrix, è stato molto apprezzato in Europa e si è stabilito per anni in Francia. Solo negli anni &#8216;90 ha firmato per la Alligator e ha trovato il giusto riconoscimento in patria. Nel luglio del 1997 gli fu diagnosticato un tumore incurabile che lo uccise un mese dopo. Alcuni dei suoi dischi migliori sono stati pubblicati postumi, lo strepitoso doppio <em>Live In Chicago </em>(Alligator &#8216;99), la ristampa di <em>Luther&#8217;s Blues </em>con bonus tracks (Motown 2001) e questo <em>Songs From The Road </em>registrato al Festival del Jazz di Montreal il 4 luglio del 1997, uno dei suoi ultimi concerti. Una voce tosta, grintosa e ben modulata, un registro di chitarra esplosivo a cavallo tra rock e blues, un suono con influenze multiformi (soul, funky, reggae, rhythm and blues), una band nella quale spicca la seconda chitarra di James Solberg (che affianca Luther anche nella scrittura di molti brani), un repertorio che alterna tracce più o meno veloci, con venature rock e funky compongono il mosaico di un dischetto eccellente che raggiunge vertici assoluti nello slow da antologia <em>Cherry Red Wine </em>e nella potente cover di <em>It Hurts Me Too</em>. Da non trascurare la visione del DVD, che comprende sei brani presenti anche sul CD e l&#8217;inedita <em>Move From The Hood</em>, ma ci consente soprattutto di vedere in azione un musicista che sul palco non si risparmiava ed era dotato di un felling incredibile con il suo pubblico. Oltre a una lunga intervista, il DVD contiene un tributo ad Allison, l&#8217;estratto di un documentario in preparazione sul musicista con testimonianze e immagini inedite molto interessanti.<br />
<em> </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong>ALESSANDRO DUCOLI<br />
Piccoli animaletti<br />
2010 RNRCW CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1640" title="ducoli_piccoli_animaletti001[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/ducoli_piccoli_animaletti0011-150x150.jpg" alt="ducoli_piccoli_animaletti001[1]" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Ducoli e Ligabue, il pittore. Alessandro Ducoli inesauribile e alle prese con un nuovo disco in italiano dopo il recente live in duo con Kutov e il disco in inglese dello scorso anno realizzato sotto il nickname di Cletus Cobb. Una delle cose che entusiasmano ascoltando questo artista e che spiazzano anche quando si crede di conoscerlo abbastanza, è la sua capacità di fare un disco che non ha nulla a che vedere col precedente (<em>Artemisia Absinthium</em>, la sua penultima fatica in italiano) per quanto riguarda le sonorità. Questo <em>Piccoli animaletti </em>arriva in una scintillante confezione cartonata con ben due booklet (uno con le note e i testi e l’altro con dei raccontini legati ai brani), impreziosita dalle riproduzioni di dipinti di Ligabue messi gentilmente a disposizione gratuitamente dalla fondazione che si occupa del pittore padano. Ma non facciamoci ingannare, non è la bella confezione a fare bello il disco. Il vero tesoro di questo CD è il suo contenuto musicale, come dovrebbe essere per tutti i dischi. Una manciata di composizioni firmate per lo più col chitarrista Mario Stivala, ma anche col pianista Andrei Kutov (abituale sparring partner del Ducoli nelle serate live), entrambi presenti in studio, insieme a Ellade Bandini, Michele Gazich, Max Gabanizza, Mirko Spreafico e altri più o meno abituali compagni d’avventura. Qualcuno, forse Ducoli stesso, sostiene che il Ducoli dovrebbe centellinare maggiormente la propria arte, pubblicare meno dischi, non inflazionare il sottobosco indipendente con i suoi molti dischi, ma questo lo snaturerebbe, sarebbe come imbrigliare un fiume un piena continua. Ecco dunque una serie di canzoni, alcune fatte e finite, altre semplici raccordi tra un brano più lungo e l’altro, dedicate ad animali reali e ad altri invece di fantasia. Con la voce del Ducoli al servizio di brani d’ispirazione rock come l’iniziale <em>La malura </em>(ottima) e altri dall’andamento magnificamente spezzato come <em>I miei cento difetti </em>e <em>Il carro</em>, per non dire della title track e di <em>Rattus</em> in cui il nostro si fa accompagnare da un coro di bambini. Tra le perle del disco ci sono poi <em>Il mulo </em>impreziosita da un bel solo di chitarra finale, <em>Una nuova città</em>, la jazzata <em>Il Laccabue </em>(con espliciti riferimenti a Ligabue) e il conclusivo brano fantasma cantato in dialetto camuno. Per informazioni e reperibilità del disco: http://www.merendinemusica.com.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>BARNETTI BROS. BAND<br />
Chupadero<br />
2010 Eccher Music CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1641" title="barnetti_brothers[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/barnetti_brothers1-150x150.jpg" alt="barnetti_brothers[1]" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente la mia recensione sarà un’eccezione nel mare di lodi e di entusiasmi che l’uscita di questo disco ha suscitato, ma in tutta sincerità, pur contenendo alcune pregevoli canzoni, trovo che questo <em>Chupadero</em> sia un disco riuscito a metà. Certo, il suono è impeccabile, sia nelle ballate più tipiche della frontiera che in altri brani di differente ispirazione (mi viene in mente il grande tappeto di organo nella <em>Ballata di Hannah Snell</em>), ci sono alcune composizioni di grande spessore, ma non tutto funziona a dovere. Certo la produzione di Jono Manson e la presenza di Andrew Hardin, Tom Russell, Terry Allen hanno gran parte nel risultato sonoro, ma con certi “sidemen” sarebbe quasi impossibile fare un brutto disco. Mi spiego: il problema che mi rende perplesso è legato alle voci di questo disco, da una parte c’è quella di Manson, non sfruttata al meglio, chi conosce la sua carriera solista può capire cosa mi riferisco, e c’è quella di Massimiliano Larocca, non male, dall’altra ci sono quella più flebile di Andrea Parodi e quella davvero priva di estensione di Massimo Bubola. Un peccato, perché Bubola è uno dei massimi autori nel panorama italiano, capace di comporre brani intensi e grandiosi, ma la voce proprio non c’è. E cantando in prima persona rende un cattivo servizio a quanto scrive e al disco che ha inciso insieme ai compadres che qui lo acompagnano. La prova lampante è nell’inizio di questo disco, una versione in inglese della sua <em>Camice rosse</em>, qui ribattezzata <em>Cops And Mosquitos </em>(gran titolo) e affidata alle corde vocali di Manson e Terry Allen. Una canzone che non avrebbe sfigurato nel canzoniere di De Andrè (che con Bubola non a caso ha lavorato molto). Così come <em>Son passator cortese </em>sarebbe stata bene nelle corde vocali di Marino Severini (Gang). Le canzoni di Bubola sono senza dubbio le migliori del disco, ma solo <em>Cops And Mosquitos </em>riesce a brillare grazie al fatto di essere cantata da altri. Larocca dal canto suo propone un bel brano dedicato al brigante Tiburzi e duetta con Parodi nella grande versione in italiano del classico di Townes Van Zant <em>Pancho And Lefty</em>. I fratelli Barnetti affidano alla gran voce di Tom Russell la versione in inglese del brano di Luigi Grechi <em>Il bandito e il campione</em>, che qui diventa <em>Sante y Girardengo </em>ma se dal punto di vista dell’interpretazione canora non c’è nulla da eccepire, non ho trovato convincente l’arrangiamento. Una menzione al brano dedicato a Dion, <em>L’angelo del Bronx</em>, anche se Jono Manson che canta in italiano (con buona pronuncia peraltro) è un po’ difficile da mandare giù.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>DANNY JOE BROWN<br />
Danny Joe Brown &amp; The Danny Joe Brown Band<br />
1981 Epic LP– 2009 Rock Candy CD</strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1642" title="djbrown" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2010/03/djbrown-150x150.jpg" alt="djbrown" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nato nell&#8217;agosto del 1951 a Jacksonville, Danny Joe è stato il cantante della formazione originale dei Molly Hatchet. Con la band sudista ha inciso i primi due album, l&#8217;omonimo esordio e il brillante <em>Flirtin&#8217; With Disaster</em>, che catapultò nel 1979 il gruppo nella top twenty americana vendendo oltre due milioni di copie. Pochi mesi dopo Brown lasciò la band, ufficialmente per innegabili motivi di salute (soffriva di diabete), ma probabilmente anche per dissidi con il manager Pat Armstrong. A questo punto il cantante contattò il chitarrista Bobby Ingram con il quale aveva suonato in gioventù nei Rum Creek e insieme scelsero gli altri componenti della nuova band, Steve Wheeler e Kenny McVay alla chitarra, John Galvin alle tastiere, Buzzy Meekins al basso e Jimmy Glenn alla batteria. Dopo un intenso periodo di prove la formazione riuscì a ottenere un contratto con la Epic e un produttore di prestigio come Glyn Johns (Rolling Stones, Who, Eric Clapton). Registrato nei Compass Studios di Nassau, Bahamas, il primo e unico album della Danny Joe Brown Band fu inciso come ai vecchi tempi, in venti giorni senza troppe sovraincisioni e con tutti i musicisti contemporaneamente in studio. Un disco simile al suono dei primi Molly Hatchet, ma di gran lunga superiore a <em>Beatin&#8217; The Odds</em>, il grezzo e pesante terzo album della band e al successivo <em>Take No Prisoners</em>, entrambi con il monocorde Jimmy Farrar alla voce. La grintosa <em>Sundance</em> apre la prima facciata, un mid-tempo caratterizzato dalla slide di Ingram e dalla tipica voce roca di Danny Joe, quasi un ringhio a suo modo scorrevole ed armonioso. <em>Nobody Walks On Me </em>ha un&#8217;intro skynyrdiana e il suono dei migliori Hatchet, <em>The Alamo </em>è un up-tempo orgoglioso con le chitarre in evidenza (la voce è mixata un po&#8217; bassa come in altri brani), mentre <em>Two Days Home </em>è un po&#8217; scontata. Il fulcro del disco è la poderosa <em>Edge Of Sundown</em>, un epico brano classicamente sudista con un&#8217;introduzione pianistica, un bel riff di chitarra, cambi di ritmo, cori alla Outlaws, senso della melodia e chitarre che impazzano nel finale. <em>Beggar Man </em>apre alla grande il secondo lato, seguita dalla trascinante <em>Run For Your Life </em>e dalla prevedibile <em>Hear My Song</em>, salvata dal piano e dalla slide. Anche <em>Gambler&#8217;s Dream </em>non mi convince, troppo vicina a un hard rock di maniera, meglio la conclusiva <em>Hit The Road</em>, con cambi di ritmo e assoli di chitarra incisivi. Il disco non ottenne un successo folgorante, vendendo circa duecentomila copie, ma la band fece da supporto a Blackfoot, Henry Paul e Foghat, creando un discreto interesse. Tuttavia, la Epic convinse Brown a tornare con i Molly Hatchet, che nel frattempo avevano perso molti consensi e il secondo album, in parte già pronto, non fu mai completato. In seguito anche Ingram e Galvin entrarono negli Hatchet (e ne fanno ancora parte), mentre Danny Joe si è ritirato dalle scene alla fine degli anni &#8216;90 a causa di un infarto ed è morto il 10 marzo del 2005. Un plauso alla Rock Candy che ha recentemente ristampato l&#8217;album in compact disc, con un&#8217;attenta rimasterizzazione e un booklet molto curato.<br />
<em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS 2</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 09:29:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Anghinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Cheap Wine]]></category>
		<category><![CDATA[Felice Brothers]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Redaelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Nils Lofgren]]></category>
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		<description><![CDATA[Nuovo appuntamento con le recensioni di dischi più o meno nuovi arrivate in redazione e curate da Sonia Cheyenne Villa, Ronald Stancanelli e Paolo Crazy Carnevale. A tutti buona lettura, ma soprattutto tantissimi auguri per il prossimo anno da parte di tutti noi. E che il vinile invada i vostri scaffali e vi rimanga per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Nuovo appuntamento con le recensioni di dischi più o meno nuovi arrivate in redazione e curate da Sonia Cheyenne Villa, Ronald Stancanelli e Paolo Crazy Carnevale. A tutti buona lettura, ma soprattutto tantissimi auguri per il prossimo anno da parte di tutti noi. E che il vinile invada i vostri scaffali e vi rimanga per sempre!</p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong><strong>CHEAP WINE<br />
Spirits<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1198" title="cheapwine" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/cheapwine-150x150.jpg" alt="cheapwine" width="150" height="150" /><br />
2009 Venus CD</strong></p>
<p>I Cheap Wine sono un gruppo di Pesaro che ha deciso di acquisire un sound americano, una scelta probabilmente costata molto cara per potere andare avanti. È sicuramente più facile cantare in italiano e fare musica più commerciale, piuttosto che continuare su questa linea, forse solo per pochi, ma sicuramente affezionati fan a cui, a ogni album, se ne aggiungono di nuovi. Il primo lavoro è un mini di cinque tracce uscito nel 1997. La loro carriera inizia però dal loro secondo lavoro <em>A Better Place </em>del 1998. Il disco ricorda le atmosfere dei Green On Red (da una loro canzone prendono infatti il loro nome) e la voce di Marco sembra quella di Steve Wynn dei Dream Syndicate. Segue nel 2000 <em>Ruby Shade</em>, e da quest&#8217;album iniziano a inserire nel booklet interno i testi con la traduzione in italiano. Nel 2002 esce <em>Crime Stories </em>con copertina e artwork del batterista Francesco “Zano” Zanotti il quale, avendo scelto altre strade, non fa più parte della band ed è stato sostituito nell’ultimo album da Alan Giannini. Nel 2004 tocca a <em>Moving</em> che è, a mio parere, uno dei lavori migliori della band. Dal primo pezzo all’ultimo non ha un attimo di cedimento, la chitarra di Michele, soprattutto nel brano che chiude l&#8217;album, è a dir poco struggente. Si arriva poi a <em>Freak Show </em>del 2007, e finalmente giungiamo al superbo lavoro del 2009, <em>Spirits</em>, che è stato pubblicato verso la fine di settembre in confezione digipack e che, ovviamente, ho comprato il giorno stesso in cui è uscito. Appena preso il disco in mano, mi sono soffermata a osservarlo e ho subito notato sulla copertina la moltitudine di bottiglie impolverate le quali mi hanno fatto supporre che si trattasse di qualcosa di diverso, di più profondo. Apro la custodia, metto il CD nel lettore e iniziano a fuoriuscire dalle casse i primi accordi di <em>Just Like Animals </em>e successivamente gli ultimi di <em>Pancho &amp; Lefty</em>. Sono sembrati una manciata di secondi, da tanto sono piacevoli e orecchiabili, invece degli effettivi quarantanove minuti e rotti per undici tracce! Il commento comune di tutti quelli a cui mi sono rivolta è stato: “un album che non ha niente da invidiare ai dischi dei più stimati artisti, forse meno rock, ma più intimista e maturo degli ultimi lavori, un vera svolta, uno tra i migliori album del 2009!”. La sera stessa decido di riascoltarlo, ma questa volta per approfondire con i testi in mano. <em>Man In The Long Black Coat </em>di Bob Dylan e <em>Pancho &amp; Lefty</em> di Townes Van Zandt sono le due cover dell’album e sono eseguite divinamente, in particolar modo la prima. Infatti, sostengo che siano davvero in pochi quelli che sono riusciti a interpretarla con tale trasporto e sentimento. Poi c’è <em>Alice</em>, bellissimo pezzo strumentale e <em>Dried Leaves </em>a parer mio uno dei brani più belli dell’album. Per quanto mi sia subito piaciuto, penso non si possa completamente comprendere fino a quando non si ha davvero bisogno di riorganizzare la propria mente e se si mette, come ho fatto io, come colonna sonora ai propri pensieri, il melodico suono coinvolgerà mente e spirito, entrambi questa volta. Lo si assimila in tutti i suoi aspetti più nascosti e da quell’ascolto sembrerà quasi un altro disco. Penso che per cogliere la vera essenza di questo album si debba essere soli, seduti con un buon bicchiere di vino, quando si ha bisogno di riflettere. Con questo disco credo si siano davvero superati, il genere è chiaramente sempre il loro, ma il livello che hanno raggiunto non può certo lasciare indifferenti. Sinceri complimenti a questo gruppo italiano/ americano che riesce a coinvolgere con sempre più passione il proprio pubblico.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Sonia Cheyenne Villa</em></p>
<p style="text-align: left;"><em> </em></p>
<p style="text-align: left;"> <strong>FELICE BROTHERS<br />
Yonder Is The Clock<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1200" title="yonder" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/yonder-150x150.jpg" alt="yonder" width="150" height="150" /><br />
2009 Team Love Records CD</strong></p>
<p>Tra le note liete di questo fine anno, sicuramente un posto d’onore lo hanno occupato i Low Anthem ma, vorrei aggiungere un altro gruppo recentemente scoperto, anche se hanno già pubblicato vari CD. Il crinale è quello dei Low Anthem anche se i Fratelli Felici sono ancora qualche curva indietro. La prima cosa che salta agli occhi, curiosando nel libretto, è che appunto i primi tre musicisti del gruppo si chiamino appunto Felice essendo senza ombra di dubbio fratelli ma è col quarto che ci viene da sorridere essendo il suo nome di battesimo Christmas. Di conseguenza Felice Natale a tutti e andiamo ad ascoltare e riascoltare il CD. La cover è molto spartana, su carta riciclata, e ricorda tantissimo, ancora direte voi, quella dei Low Anthem. La strumentazione adottata dal gruppo non è citata nella copertina del disco, comunque si tratta di strumenti acustici con fisarmonica e piano a tessere. Tutti i pezzi sono accreditati a i fratelli Felice escluso un traditional che da loro stessi è comunque arrangiato. Le canzoni sono molto minimali, troviamo anche qualche strumentale, e si trascinano con scarno abbellimento musicale che ha dalla sua un certo fascino, sicuramente non hanno la potenzialità intellettuale di un gruppo come i Cowboy Junkies o la grinta dei Low Anthem, ma in questa loro strada del dolore percorsa con affanno ma ricercatezza gettano le basi per catturare con immediatezza un loro pubblico. <em>Sailor Song </em>sussurrata come un lamento d’oltreoceano o del mondo perduto si lascia traversare da una incipiente fisarmonica e quando la voce si fa giungere all’ascoltatore par un Tom Waits entrato nell’ade che manda un canto, un messaggio dal mondo dei defunti. Strascicatamente vetrosa una voce ci narra di Katie Dear in modo così realista che par di vederla di fronte a noi con la sua mappa stradale persa nel diluvio della sue esistenza, mentre giunge a noi che pendiamo da questo racconto che ci porta al successivo, quello del pollo che corre ma che deve correre di più, con l’inasprimento dei toni che non sono quelli dei Pogues ma la direzione sicuramente si. Introdotta da un cappello strumentale <em>Run Chicken Run </em>sveglia l’incauto ascoltatore che magari s’era perso tra i meandri anestetici di questo inizio dei Fratelli Felice che sin’ora di felice ben poco aveva. Meno male che è arrivato il chicken che ci sveglia tutti, attenti o distratti che fossimo. Sicuramente si può dire tanto di questo disco, con idee indubbiamente contrastanti, ma non che non sia un lavoro fascinoso e che ogni ascolto lo renda più palesemente vicino a noi. <em>All When We Were Young</em> nasconde tra i solchi le prime soffici e acustiche elucubrazioni di un Neil Young giovanissimo e come il brano vira e s’arricchisce ci si rende conto che ci troviamo dinanzi a un lavoro che col tempo avrà la sua collocazione e, se ci siamo chiesti qualcosa, avremo anche la sua risposta. <em>Boy From Lawrence County </em>la risposta la da, è un bel disco, invernale, intimo, interiore, interno, scavato dentro e a fondo. Con una trama dipanata tra viottoli riottosi e bugigattoli nodosi ecco un album straordinariamente in tema coll’oggi che ci sovrasta, non sai da dove venga ne dove vada, ma ti piace seguirlo.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>GIULIO REDAELLI<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1201" title="CONNEMARA" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/CONNEMARA-150x150.jpg" alt="CONNEMARA" width="150" height="150" /><br />
Connemara<br />
2008 F-Net CD</strong><br />
Questo è decisamente un ottimo disco per coloro che amano i suoni acustici con un orientamento verso le sonorità nord-americane o irlandesi. Giulio Redaelli, musicista lecchese di grande talento e già autore nel 2001 dell’album <em>Blue Eyed Duckling </em>si ripresenta con un lavoro dal titolo appunto decisamente irlandese. <em>Connemara</em> è un disco prevalentemente acustico- strumentale ove spiccano le chitarre suonate ordinatamente da Redaelli. Il Connemara è un massiccio montuoso dell’Irlanda occidentale con una limitata altitudine, non supera i mille metri, ma con un aspetto montuoso molto intenso dovuto sia al modellamento glaciale sia all’inesistente vegetazione. Il CD si avvale della collaborazione di ottimi musicisti come Socrate Verona al violino e viola, Dario Tanghetti alle percussioni, Nicola Oliva al basso e chitarra ritmica, Gisella Romeo al violoncello, Franco D’Auria alla batteria e delle voci di Elisabetta Rosa e Marco Gallo. Redaelli ci tiene a far sapere che nel CD non vi sono parti campionate ma tutto è genuinamente dal vivo. Per aiutare il lettore possiamo dire che lo stile del dischetto ricorda musicisti come il talento genovese Beppe Gambetta e anche, ma in minor misura, il didascalico toscano Untemberger o artisti stranieri quali Stefan Grossman o Leo Kottke. Tanto per non essere smentiti, tra le cover del disco una è proprio un brano di Kottke, la piacevole <em>The Ring Stealing</em>. Le altre tre sono <em>What A Wonderful World</em> di Armstrong, <em>Maple Leaf Rag </em>di Scott Joplin e <em>Doc’s Guitar </em>di Doc Watson, non Wotson come segnato sull’ultima di copertina. Il resto è a firma dello stesso Redaelli, così come gli arrangiamenti delle cover succitate. Molto suggestiva, <em>Puzzle</em> mentre evoca nostalgia la bella riproposizione del brano di Armstrong cantato da Elisabetta Rosa. Il dischetto della media e giusta durata, ovvero circa cinquanta minuti, è il trionfo del fingerpicking ove si esalta la grande produzione acustica musicale in un susseguirsi di brani uno più piacevole dell’altro e dai quali si evince la splendida padronanza allo strumento dell’artista lombardo. Arrangiato dallo stesso Redaelli, è stato registrato mixato e masterizzato all’Acoustic Design Studio di Milano ed è lavoro meritorio di notevole conoscenza e diffusione. Consigliato vivamente. Vi ricordo anche l’ottimo <em>For Guitars Clan </em>che Redaelli assieme ad altri musicisti ha inciso nel 2007 e che noi abbiamo recensito sul numero 92 di “Late for the sky” a pagina 48. Per erudirvi maggiormente vi consiglio una puntatina su <a href="http://www.giulioredaelli.com">www.giulioredaelli.com</a>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong><strong>GREG HARRIS<img class="alignright size-full wp-image-1202" title="therecord" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/therecord.jpg" alt="therecord" width="140" height="140" /><br />
The Record<br />
2009 Autoprodotto CD</strong><br />
I più se lo ricorderanno tra le file dei Flying Burrito Brothers a cavallo tra anni ‘70 e anni ‘80, periodo in cui Greg Harris ci ha consegnato anche alcuni dischi come solista che si erano fatti notare (soprattutto i primi due <em>Acoustic </em>e <em>Electric</em>) per la loro bontà. Harris in quegli anni ha girato anche in Italia, col chitarrista piemontese Ricky Mantoan e con il gruppo di cui facevano parte anche Skip Battin e Gene Parsons, ma la sua carriera discografica è andata poi via via inaridendosi e al momento della pubblicazione di questo nuovo disco, prodotto e distribuito in modo assolutamente indipendente, erano almeno dieci anni che non si sentiva parlare di lui. Si tratta di un ritorno graditissimo, soprattutto alla luce del fatto che il disco ci riconsegna Harris al top della forma, alle prese con un repertorio ispirato e con una serie di sonorità che ci confermano la grandezza di questo artista quando impugna una chitarra, elettrica o acustica che sia. Unico altro chitarrista del disco infatti è suo figlio Jesse Jay, quello dei Rancho Deluxe, che ricambia qui il favore al padre che aveva preso parte all’ottimo, secondo CD del gruppo, recensito in questo stesso sito. Quello che entusiasma maggiormente in questa produzione sono i bei suoni di chitarra che gli Harris sanno mettere insieme, al servizio di un gusto musicale che sta in bilico tra il country rock di matrice californiana e certe atmosfere più vicine allo swing. Personalmente preferisco i brani country-rock, con la voce di Harris sempre bene in mostra, quella voce che mi aveva conquistato fin da primo ascolto quando avevo comprato il live giapponese dei Flying Burrito Brothers, in cui cantava alcuni brani in maniera vibrante. Tra i brani si fanno subito apprezzare <em>The Gilded Palace Of Sin</em>, brano che fin dal titolo fa capire dove Greg stia andando a parare, e l’intro di chitarra è una citazione che conferma le promesse dal titolo, siamo in piena atmosfera FBB. Un altro gran brano è <em>The Long Road To Nowhere</em>, in cui Greg duetta alla chitarra col figlio. Tra le cose più d’atmosfera, con batteria spazzolata, c’è <em>The Sunday News</em>, country jazz in cui Harris snocciola una serie di assoli con l’acustica che ne confermano la statura come chitarrista. C’è anche una lenta ballata, <em>Mexico</em>, scritta in tandem con Rick Danko, ai tempi del Byrds Tribute Tour a cui i due presero parte nel 1985, con Gene Clark. <em>Murriettas Gold </em>è un altro bel brano acustico, su cui Harris interviene col mandolino, altro strumento di cui è maestro. All’amico Skip Battin, scomparso ormai da alcuni anni, è dedicata <em>Evergreen Blueshoes</em>, notevole composizione ispirata al gruppo in cui Skip suonava prima di entrare nei Byrds. Il disco, quaranta minuti di durata, si conclude con lo strumentale <em>Dale’s Tune</em>. E a confermare il buono stato di salute del nostro, le ultime notizie riguardano l’intenzione di Harris di venire a suonare in Italia l’anno venturo, probabilmente nientemeno che insieme a Gene Parsons!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em><strong>MORAINE<br />
Density<br />
2009 Moonjune Records CD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1203" title="moraine" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/moraine-150x150.jpg" alt="moraine" width="150" height="150" /></strong></p>
<p>Interessante questo disco, che si discosta notevolmente dai miei ascolti abituali: si tratta di una nuova produzione della casa discografica newyorkese diretta da Leonardo Pavkovic, sempre attenta, oltre alle ristampe di interessante materiale d’archivio riguardante la famiglia Soft Machine, alle nuove tendenze musicali. È il caso di questo disco strumentale del quintetto Moraine, capeggiato dal chitarrista Dennis Rea, che si propone con una bella miscela di suoni che qualcuno ha definito, a ragione, “heavy chamber music”. Il disco offre una manciata di composizioni eseguite da un’anomala formazione in cui chitarra elettrica, basso e batteria si fondono con violoncello e violino, dando origine ha un sound originale, a volte sperimentale (<em>Uncle Tang’s Cabinet Of Dr. Caligari</em> e <em>Staggerin’</em>), a tratti orientato verso il jazz-rock di stampo zappiano (<em>Nacho Sunset</em>), con improvvise virate verso la psichedelica di stampo western (<em>Disillusioned Avatar</em>), e assunzione di toni talvolta epici infusi dal cello di Ruth Davison e dal violino di Alicia Allen (<em>Kuru</em>) che provvedono anche alle influenze cameristiche (<em>Reveng Grandmother</em>), il tutto sempre senza perdere di vista il sound caratterizzante le mosse del gruppo. Ogni brano potrebbe essere parte di una ideale colonna sonora che ha l’apprezzabile qualità di lasciarsi ascoltare senza costringere l’ascoltatore a torturanti sforzi mentali spesso associati a questo genere musicale.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>NILS LOFGREN<br />
Sings Neil Young<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1204" title="LOFGREN" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/LOFGREN-150x150.jpg" alt="LOFGREN" width="150" height="150" /><br />
2009 Hypertension CD</strong></p>
<p>Avevamo precedentemente recensito il tributo dei Rusties a Neil Young, ci accingiamo adesso a presentarvi quello operato dal fido Nils Lofgren, una vita col canadese e un’altra vita con Bruce Springsteen. Quindici canzoni in fase delicatamente acustica che abbracciano, e su questo non nutrivamo dubbi alcuni, il primo periodo o repertorio del musicista canadese ormai naturalizzato per usucapione yankee. Il disco è semplicemente suonato o al piano o alla chitarra acustica da Lofgren in modo pacato, sereno e decisamente suggestivo, e registrato in perfetta calma e solitudine in quel di casa sua. Fanno capolino tra i solchi, e la sua voce si trova notevolmente a suo agio con detto repertorio, splendidi tasselli della nostra esistenza che amammo e mai perdemmo come <em>Birds, Long May You Run, The Loner, Winterlong </em>e <em>Like A Hurricane </em>che in veste spoglia e acustica ci delizia oltre l’immaginabile. In effetti, un brano leggermente più recente l’abbiamo e si tratta di <em>Harvest Moon</em>. Fa piacere che in questo splendido celebrativo lavoro di passione e amore sia verso Young che verso una musica, anzi delle canzoni senza tempo, Lofgren abbia recuperato un reale capolavoro come <em>Don’t Be Denied</em>, brano facente parte dell’unico album che Neil Young per le sue solite paturnie non ha mai fatto pubblicare su CD, ovvero quel <em>Time Fades Away </em>che è uno dei capisaldi della sua discografia. Molto bella la riproposizione di <em>World On A String </em>ove ancora una volta si evidenzia la bravura di Lofgren allo strumento mentre un plauso sincero alla sua voce che a volte un po’ fuori luogo nei brani elettrici qua si trova meravigliosamente a suo agio. Teneramente bluesy la versione di <em>Mr. Soul </em>che appiana ricordi di lontana misura e proseguendo nell’ascolto del dischetto ci rendiamo conto che questo omaggio è opera non solo di mero e puro tributo a un amico, ma anche un album decisamente bello, ben suonato e ben cantato. Sicuramente uno dei suoi migliori lavori da un po&#8217; di tempo a questa parte. Bella e suggestiva la copertina cartonata. Solare e afrodisiaca come sempre <em>Winterlong</em>, uno dei brani più soavemente profumati che ci sia stato dato di sentire nella nostra lunga carriera di musicofili un po esterofili. Produzione a cura di David Briggs e dello stesso Lofgren il tutto su Hypertension, etichetta minore degna di ovvia lode.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
<p> </p>
<p><strong>URIAH HEEP</strong></p>
<p><strong>Celebration</strong></p>
<p><strong>2009 Edel CD+DVD</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Per celebrare il quarantesimo  anniversario della pubblicazione del primo <a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/huria-heep.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1581" title="Huriah Heep" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/12/huria-heep-150x150.jpg" alt="Huriah Heep" width="150" height="150" /></a>stupendo album  “Very Heavy … Very Umble”, famoso non solo per il suono innovativo della band, ma anche per una delle copertine piu’  macabre ed inquietanti nella storia della musica rock , gli Huriah Heep, guidati da sempre dal chitarrista e mente del gruppo Mick Box, pubblicano questo “Celebration”, una vera sorpresa anche  per uno come il sottoscritto che li ha sempre  amati alla follia.</p>
<p>Completano la formazione attuale Bernie Shaw, vocals, Phil Lanzon, keys, Trevor Bolder, bass e Russell Gilbrok, drums che ha sostituito il batterista storico Lee Kerslake, che aveva lasciato per motivi di salute un paio di anni or sono; il nucleo è lo stesso da anni, ottimi strumentisti che hanno pubblicato “I Wake The Sleeper”, il buon album di studio inciso nel 2008 dopo oltre dieci anni dal precedente. Il  cantante David Byron, grande  front man, è purtroppo scomparso da anni; dopo una breve carriera solista, Ken Hensley, lo stupendo  tastierista, arrangiatore e coautore delle piu’ belle e famose canzoni della band, continua una prestigiosa carriera ricca di soddisfazioni .</p>
<p>Ma se il suono è cambiato rivolgendosi a sonorità più corpose ed avvolgenti, lo spirito degli Huriah Heep non è mai venuto meno, basta ascoltare questo lavoro che ci offre ben quattordici brani. Un paio di inediti,  “Only Human” e “Corridors Of Madness”;  mentre gli altri brani ci ripropongono canzoni immortali come  “Sunrise”, “Stealin”, “The Wizard”, “Easy Livin”, “Lady In Black”, “Gypsy”   e “Free And Easy”, tutte riproposte in una nuova versione .</p>
<p>Stupenda la confezione  in digypack del dischetto con un booklet ricco di foto , notizie   e con i testi delle canzoni; il DVD ci offre uno splendido concerto registrato al The Sweden Rock Festival dello scorso anno , con la band in forma smagliante  che ci offre quarantacinque minuti di musica che continua e continuerà a farci sognare .</p>
<p style="text-align: right;"> <em>Daniele Ghisoni</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em></p>
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		<title>Rock &amp; Pop, le recensioni di LFTS</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 08:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Cobb & The Other Apostles]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Cocker]]></category>
		<category><![CDATA[John Hammond]]></category>
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		<category><![CDATA[Zachary Richard]]></category>

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		<description><![CDATA[La rubrica &#8220;Rock&#38;Pop&#8221; sino a ieri presente nelle pagine del nostro Organo Ufficiale ha traslocato nel nostro sitoblog. Questo per almeno due motivi: primo, per non far invecchiare eccessivamente i contributi sulle novità discografiche (novità nel senso latefortheskyiano del termine, ovvero &#8220;novità si fa per dire&#8221;); secondo, per recuperare qualche pagina sulla rivista e dedicarla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">La rubrica &#8220;Rock&amp;Pop&#8221; sino a ieri presente nelle pagine del nostro Organo Ufficiale ha traslocato nel nostro sitoblog. Questo per almeno due motivi: primo, per non far invecchiare eccessivamente i contributi sulle novità discografiche (novità nel senso <em>latefortheskyiano</em> del termine, ovvero &#8220;novità si fa per dire&#8221;); secondo, per recuperare qualche pagina sulla rivista e dedicarla all&#8217;approfondimento. Pubblicheremo quindi in questo spazio le varie recensioni delle (per noi) più interessanti uscite discografiche. Buona lettura.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>COBB &amp; THE OTHER APOSTLES<img class="alignright size-thumbnail wp-image-884" title="cobb001" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/cobb001-150x150.jpg" alt="cobb001" width="150" height="150" /><br />
I Leave My Place To The Bitches<br />
2009 RNRCW CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quello che colpisce maggiormente nei prodotti discografici targati Alessandro Ducoli, sia che si tratti di lavori come quelli con i Bartolino’s o altri gruppi con cui da sfogo ai suoi impulsi cantautorali, sia che si tratti di dischi dall’impianto più dichiaratamente rock (il disco che sto recensendo e quelli degli Sanishjohnny), è l’incredibile spontaneità, che li attraversano dall’inizio alla fine. Ducoli è un genuino su tutti i fronti, uno che fa dischi perché gli piace farli, forse sotto sotto accarezza anche il sogno di ritagliarsi una fetta di fama o successo, ma in realtà non ne ha bisogno, perché la mole di dischi che ha prodotto in poco più di dieci anni di attività gli è già valsa comunque un bel posto tra i musicisti degni di rispetto. Ducoli è un generoso in tutti i sensi, perché c’è bisogno di dischi come questo, un disco pieno di energia, sicuramente più da band rispetto al precedente, che peraltro godeva di una magia tutta sua e per certi versi mi aveva forse colpito di più. Forse ora manca l’effetto sorpresa, ma in compenso c’è una classe da vendere, e come sempre l’urgenza di dire delle cose, a partire dal concetto, anzi dal fatto reale da cui il disco prende il titolo: una triste considerazione sul fatto che la maggior parte dei bar in cui il nostro era solito esibirsi sono diventati locali da spogliarello, nella migliore delle ipotesi. E allora ecco spiegato perché Ducoli/Cobb lascia il suo posto alle signorine, nei confronti delle quali peraltro non nasconde una certa simpatia. Un disco quasi interamente elettrico: rispetto a Easylove, il suo predecessore, ci sono forti venature funk, dall’iniziale title track (uno shuffle) alla successiva Like a Rolling Stones (dal titolo fuorviante). Il riferimento sembrano essere gli anni ‘70, soli di chitarra squarcianti, tastiere penetranti, una voce femminile al posto giusto, come nell’ottima Straight Up Coffee. Piace anche la nonchalance con cui Ducoli/Cobb, quasi a sottolineare questo dualismo di identità, passa dalla lingua inglese all’italiano nel corso della stessa canzone. E soprattutto piace pensare che in una remota valle dell’alta Italia ci sia qualcuno con le palle di continuare a fare la musica in cui crede con tanta costanza e prolificità. E vale la pena di tessere le lodi di House In The Woods, il brano che conclude questa ennesima fatica del nostro: non ho dubbi che se Neil Young ascoltasse questa canzone direbbe che l’avrebbe voluta scrivere lui, lui che nel suo ultimo disco non è riuscito a includerne nemmeno una che sia bella solo la metà di questa.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>JOE COCKER<img class="alignright size-thumbnail wp-image-863" title="cocker_woodstock[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/cocker_woodstock1-150x150.jpg" alt="cocker_woodstock[1]" width="150" height="150" /><br />
Live at Woodstock<br />
2009 A&amp;M CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo dico subito: della location di questo concerto non mi importa nulla. Sarà magari solo per ragioni anagrafiche, ma il mito di Woodstock mi è arrivato addosso già sdrucito e invecchiato, come un bel sogno di altri sognatori ormai trasformato in incubo. Qui può bastare ricordare che all’indomani della sua strepitosa performance al celebre festival Joe Cocker era passato dal rango di giovane promessa a quello di superstar, vittima predestinata di tante e tali pressioni commerciali da portarlo in pochissimi anni allo sfascio psicofisico (quel vacuo sguardo da tossico impietosamente ritratto in certe copertine degli anni ’70!). Importa invece che dopo 40 anni questa resta, appunto, una performance strepitosa. La fisicità dei ruggiti di Joe è quella di un ragazzo tutto sensualità e sentimento che fa evadere il rhytm and blues dalle prigioni in cui stava rinchiuso – le poltroncine di velluto dei night club, le luci basse delle sale da ballo, ma anche i teatri dai quali i soul brothers &amp; sisters avevano appena cominciato a cercare di fuggire – per riportarlo in mezzo agli esseri umani “di mente e di cuore” come avrebbe detto Joni Mitchell. Stiamo parlando di entertainment, sia chiaro, e la scaletta dei brani eseguiti lo dimostra senza possibilità di dubbio: tre soli brani originali, e poi due cover della premiata copia soul Ashford &amp; Simpson, una di Ray Charles, tre brani di Dylan (su tutti, una Just Like A Woman da spezzare il cuore), la Feelin’ Allright dei Traffic e a finire la beatlesiana With A Little Help From My Friends trasformata in un inno tutto anima e viscere. Una tipica scelta di repertorio, insomma, da “cantante di successo”, come miliardi di mestieranti. A fare la differenza, è innanzi tutto il cuore di Joe, la convinzione con cui le pulsazioni vengono messe in sintonia con la voglia di vita e di felicità di chi ascolta, e poi i musicisti, forse tecnicamente non eccelsi (però alle tastiere c’è Chris Stainton, destinato con merito a un luminoso futuro), ma dal feeling immenso. Uno dei pochi dischi di Woodstock che ancora oggi ha senso ascoltare: qui c’è il Joe Coker migliore, quello che col cuore gonfio di sentimento, i sensi tesi ad afferrare la felicità per riempirsene l’anima e le roche ombreggiature della voce ha incarnato, come forse nessun bianco in tutta la storia della nostra musica, lo spirito del rhytm and blues: la vita come ritmo di passione e sensualità, sofferto eppure gioioso, inesorabilmente risucchiato dal gorgo della morte.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Luciano Salvati</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>JOHN HAMMOND<img class="alignright size-thumbnail wp-image-864" title="hammond" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/hammond-150x150.jpg" alt="hammond" width="150" height="150" /><br />
Rough &amp; Tough<br />
2009 Chesky Records CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quasi cinquanta anni di carriera, forse il più grande interprete ed esecutore bianco della musica blues di tutti i tempi, Hammond riesce ancora a stupirci con un nuovo album, grazie a una voce calda e coinvolgente, un tocco chitarristico unico unito alle sonorità stupende che riesce a trarre dalla sua armonica. Con un palmares di un Grammy Award e un WH Handy Award, oltre a diverse nomination, il 26 giugno di quest’anno ha suonato il suo 4.000° concerto. Una produzione discografica enorme, oltre trenta album, iniziata nel 1962 ma con pochissimi lavori non all’altezza. Hammond è soprattutto un grande interprete, perché ha scritto pochissimo, delle canzoni di tutti i grandi del blues, solo per citarne alcuni Muddy Waters, Chuck Berry, Jimmy Reed, Son House, Sonny Boy Williamson e Howlin‘ Wolf, ma un brano già ascoltato migliaia di volte nella sua esecuzione riesce a regalare ancora nuove sensazioni che ti coinvolgono in modo particolare. Quindici brani, classici senza tempo, prodotti da G.Love, nei quali John si fa aiutare da Stephen Hodges, drums, Marty Baloou al basso e Bruce Katz alle tastiere, mentre John suona acoustic and 12 strings guitar, National steel e armonica. Il disco è stato registrato nel novembre del 2008 in NYC, alla St. Peter Episcopal Church. Le canzoni, quasi tutte già interpretate da John, si susseguono senza sosta, una più bella della altra: My Mind Is Ramblin’ del suo idolo Howlin’ Wolf, She’s Though, Chattanuga Choo Choo, il classico di Glen Miller davvero stupendo, Statesboro Blues di Willie McTell, I Can Tell di Bo Diddley, No PlaceTo Go, It Hurts Me Too di Elmore James, I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, solo a titolo di esempio. Notevole il booklett allegato con notizie e foto. Un disco da non perdere.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniele Ghisoni </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ZACHARY RICHARD<br />
Last Kiss<img class="alignright size-thumbnail wp-image-865" title="ZACH RICH" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/ZACH-RICH-150x150.jpg" alt="ZACH RICH" width="150" height="150" /><br />
2009 Artisti Garage CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Amiamo svisceratamente Zachary Richard da tempo immemorabile e chi ci segue da tempo ben lo sa. Zach, dopo alcuni ottimi album in lingua francese per i cui giudizi riferentesi agli ultimi vi rimandiamo al numero 92 torna a fare un disco il lingua inglese. Ci siamo già soffermati precedentemente sulle motivazioni che possono spingere il cantante canadese ora a optare per l’uso dell’idioma francese, ora per quello anglofono evitando quindi di ripeterci. Per la precisione erano comunque diciassette anni che un suo CD non veniva proposto nell’idioma inglese e se i precedenti in tal lingua non ci avevano entusiasmato più di tanto, a parte Snake Bite Love del 1992, qua troviamo un lavoro che risente del pathos dei suoi LP francofoni ma con la riuscita capacità di coniugarlo appunto con la lingua inglese, e trattasi di un lavoro splendido. È ovvio che la lingua francofona abbia quel quid di pathos in più che la caratterizza ma Last Kiss, questo il titolo del nuovo album, è lavoro intenso e lancinante come nelle sue migliori pagine del passato. Eric Sauviat è protagonista alla chitarra mentre, tra gli ospiti, abbiamo Celine Dion nel bel duetto su Acadian Driftwood di Robbie Robertson. Le restanti undici canzoni sono tutte a firma Richard e vi ritroviamo Au bord de Lac Bijou già ripresa in Italia da Fabrizio Poggi, unica canzone qua proposta in francese. Freddy Koella al mandolino, violino e steel ci fa capire che trattasi della stessa già pubblicata precedentemente da Richard e un ascolto più attento ci conferma che è la stessa apparsa su Cap Enrage nel 1996. Peccato, ovviamente pensavamo fosse una nuova versione. Non sappiamo il riscontro che questo disco in inglese potrà avere sugli acquirenti di tal lingua e anche se da sempre Zachary lo preferiamo quando canta in francese questo è sicuramente un lavoro tra i più suggestivi della sua discografia, anche se ancora una volta a e ormai definitivamente, purtroppo crediamo, dobbiamo rassegnarci al fatto che non viene assolutamente più da lui usata la fisarmonica! Si poteva scegliere una foto di copertina migliore poiché questa rende impietosamente evidente il passare degli anni, e trattasi inoltre di foto decisamente mediocre. Molto più affascinante quella col cappello che fa mostra di se nella seconda pagina del libretto accluso e che, se usata in copertina, avrebbe maggiormente reso giustizia al disco. Come di consueto, i testi raccontano con maestria della sua terra e delle sue vicende. Un gran bel disco tristemente invernale orientato mestamente anche sul trascorrere del tempo, ma quello del trascorrere del tempo e della nostalgia era caratteristica primaria anche del suo splendido penultimo lavoro, Lumiere dans le Noir. (<em>Per Rosi, passata come una meteora</em>…).</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LOW ANTHEM<img class="alignright size-thumbnail wp-image-866" title="low[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/low1-150x150.jpg" alt="low[1]" width="150" height="150" /><br />
Oh My God, Charlie Darwin<br />
2008 Bella Union (Usa, Europa 2009) </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Disco dell’anno? Questo Oh My God, Charlie Darwin ha nel primo ascolto, e soprattutto nei successivi, un impatto devastante come fu quello di tanti anni fa ascoltando i novelli Cowboy Junkies. Arrivano da Providence nel Rhode Island e sono Ben Knox Miller, Jeffrey Prystowsky e Jocie Adams. Questo album ha venduto circa 7000 copie semplicemente con l’interesse che il passa parola data la loro indubbia bravura ha generato. Chi li ha visti dal vivo e ha poi comprato il loro CD ne ha parlato, e così via sino a che, alla fine, è stato appena pubblicato anche in Europa per la Bella Union. Credo che chi li ascolterà ne resterà affascinato e sicuramente un ulteriore passaparola positivo si creerà anche da noi. I primi 5000 CD erano numerati a mano e una prima parte degli stessi addirittura con la copertina dipinta a mano da Miller che è anche pittore. Molteplici e variegati gli strumenti utilizzati nel gennaio 2008 quando il disco è stato registrato, anche una cetra, tabla, e un organo a pompa. Realmente è difficile citare un brano a discapito di un altro ma certamente To Ohio e Charlie Darwin si ergono tra le canzoni più belle che abbiamo ascoltato in questo 2009. Le voci sono perfette e così ogni singolo strumento. Nulla è lasciato al caso come nada es fuera de lugar o desordenado. I brani si alternano tra dolci ballate acustiche e sincopati ritmi elettrici. Appena finisce, la durata è quella canonica degli LP di una volta, circa 42 minuti, viene voglia immediatamente di riascoltarlo e l’unica cosa che può dispiacere per un lavoro di questo tipo è il non avere tra le mani un vinile con bella grande e rigida copertina cartonata ma un semplice piccolo dischetto digitale. Uno dei dischi più belli che ho ascoltato ultimamente, probabilmente il migliore, che non mi stancherà di consigliarvi di acquistare esortandovi, se l’effetto sarà lo stesso che ha fatto su di me, di continuare un meritato passa parola. Crediamo possa realmente essere disco dell’anno e in attesa (pare che sarà così, che vengano anche in Italia) di andare a vederli, ci accingiamo a riascolatre Charlie Darwin per l’ennesima volta. Il loro precedente CD What The Crow Brings è uscito nell’ottobre del 2007. Esiste anche un album datato 2006 dal titolo Low Anthem edito in un paio di centinaia di copie vendute direttamente da loro ma è stato poi da loro stessi ritirato con nessuna intenzione di mai più ripubblicarlo. Benvenuto quindi a questo combo che pensiamo in un immediato futuro farà sicuramente ancor parlare di se. Quattro stellette se non qualcosa di più.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-880" title="loreley" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/loreley1-150x150.jpg" alt="loreley" width="150" height="150" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARILLION<br />
Recital Of The Script<br />
2009 Emi 2 CD<br />
Live From Loreley<br />
2009 Emi 2 CD </strong><br />
Tra il 1983 e il 1987 i Marillion sono stati il gruppo di riferimento per gli appassionati di rock progressivo. Nella loro scia hanno cercato di emergere altre band principalmente britanniche (Pendragon, I.Q., Pallas, Twelfth Night), ma solo i Marillion hanno ottenuto un notevole riscontro commerciale almeno in Europa. Guidati dal carismatico cantante <img class="alignright size-thumbnail wp-image-881" title="marillion" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/marillion-150x150.jpg" alt="marillion" width="150" height="158" />Fish, con Steve Rothery alla chitarra e Mark Kelly alle tastiere, Pete Trewavas al basso e Mike Pointer alla batteria hanno pubblicato lo splendido album d&#8217;esordio Script For A Jester&#8217;s Tear nel 1983. Recital Of The Script ci permette di rivivere uno dei momenti migliori di quel periodo, la seconda data all&#8217;Hammersmith Odeon di Londra del 19 aprile, ultima serata di un tour trionfale. Parzialmente pubblicato in versione video, il concerto viene stampato per la prima volta integralmente in due dischetti. Oltre a versioni eccellenti dei brani dell&#8217;album, tra i quali spiccano la title track, un classico del prog con cambi di ritmo perfetti e un&#8217;interpretazione cristallina di Fish, la complessa The Web, la melodia indimenticabile di Chelsea Monday con Rothery in primo piano e la drammatica Forgotten Sons, vengono eseguite le b-sides Charting The Single e Three Boats Down From The Candy e il primo singolo Market Square Heroes. Ma, soprattutto, come bis possiamo riascoltare la suite Grendel, pubblicata originariamente come b-side, un brano mitico per i fan e mai troppo amato dalla band, forse un po&#8217; acerbo e derivativo (alcuni passaggi ricalcano fortemente i Genesis), ma interpretato teatralmente da Fish che, come il suo idolo Peter Gabriel, usava costumi e maschere sul palco. Quattro anni dopo la band è in una fase molto diversa, come spiega Fish nelle interessanti note del booklet. Dopo il successo crescente culminato con Misplaced Childhood, un album concept perfetto salito in cima alle classifiche europee spinto dai singoli Kayleigh e Lavender, le fatiche di tour intensivi, un quarto disco meno riuscito (Clutching At Straws) e contrasti tra i musicisti hanno minato l&#8217;equilibrio interno. Quando il 18 luglio del 1987 i ragazzi salgono sul grande palco di Loreley davanti a ventimila fan per uno dei concerti più significativi del tour, la tensione è al massimo. La voce di Fish non è più quella degli esordi; gli sforzi richiesti dal repertorio della band, i troppi concerti e stravizi di ogni tipo hanno ridotto la sua autonomia (non a caso Cori Josias lo affianca come corista). I Marillion sono ancora una band in forma, anzi tecnicamente sono migliorati, ma hanno perso in freschezza. Anche questo concerto è stato pubblicato negli anni ‘80 in videocassetta e poi in DVD, ma non integralmente. Il cadenzato opener Slainte Mhath, una complessa White Russian e la deliziosa ballata Sugar Mice rappresentano bene il nuovo album nel primo dischetto, alternate ai classici Incubus e Fugazi, oltre alla inevitabile Script For A Jester&#8217;s Tear. Il secondo compact si apre con la sequenza Hotel Hobbies/ Warm Wet Circles/ That Time Of The Night, seguita dalla prima facciata di Misplaced Childohood e dalla trascinante The Last Straw. I bis comprendono Garden Party e Market Square Heroes con l&#8217;attiva partecipazione del pubblico. Pochi mesi dopo Fish lascia la band per intraprendere una carriera solista che non riuscirà mai a decollare, mentre i Marillion lo sostituiscono con Steve Hogarth e cambiano gradualmente genere musicale, virando verso un pop rock un po&#8217; freddo, non privo di spunti interessanti. Lasciata la Emi sono diventati indipendenti, hanno un sito internet molto ben gestito e uno zoccolo duro di appassionati, ma le emozioni suscitate negli anni ‘80 restano nel cuore dei fan che li hanno seguiti e apprezzati in quel periodo irripetibile.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Baiotti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>MIAMI &amp; THE GROOVERS<img class="alignright size-thumbnail wp-image-870" title="GROOVERS" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/GROOVERS-150x150.jpg" alt="GROOVERS" width="150" height="150" /><br />
Merry Go Round<br />
2008</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Noi che siamo fruitori, la rivista e questo sitoblog ne sono esempio lampante, di musica straniera non possiamo non dare atto al gruppo dei Miami And The Groovers di avere fatto un album, vabbeh chiamamolo CD, di enorme impatto, immediato e dirompente. È un lavoro che potrebbe senza alcuna riserva essere uscito dal New Jersey e di New Jersey nostrano si tratta. Lorenzo Semprini, lead vocal, chitarre e armonica, Claudio Giani al sassofono, Marco Ferri alla batteria, Beppe Ardito alla chitarra elettrica, Luca Fabbri al basso e Alessio Raffaelli alle tastiere e fisarmonica omaggiano i propri ascoltatori di un album a cento miglia all’ora tra campagne e praterie. I ragazzi, arrivano chi dall’Emilia chi dalla Romagna, ci verrebbe di dire tra la via Emilia e l’East, e hanno masticato nel loro percorso da Southside Johnny a John Cafferty passando tra le maglie di Willie Nile, Murray McLauchlan, Elliott Murphy, non disdegnando certo l’ascolto di Springsteen o dei nostrani Rocking Chairs. Tredici brani di spumeggiante ritmo e di cinematografica espressione quasi tutti a firma di Semprini o da solo o in coppia con vari compagno di gruppo. Il CD è dedicato a Warren Zevon e tra gli artisti ospiti ci fa piacere trovare amici di come Joel Guzman, gia fisarmonicista con Joe Ely, Jono Manson, cantautore ormai ubicato dalle nostre parti e Marc Reinsman all’armonica. Se i primi brani seguono le coordinate degli artisti su citati, My Sweet Rose sta tra i Lucky Seven e i Black Sorrow e i nostri amici, qua con Guzman, sono a cavallo del confine muovendosi mirabilmente nella Sun Belt. Ma non finisce qua, poiché un pezzo come The Time Has Come ci porta nelle praterie dei Green On Red e la passione che trasuda sia da questo brano che dal resto finora ascoltato ci porta lontano e ci fa sognare e ben sperare se escono qua dischi di siffatto livello. Poi il genere sarà di nicchia, la distribuzione magari non facile, il pubblico non sarà nell’ordine delle migliaia di fan ma ce ne fossero di prodotti di siffatta levatura. Noi li abbiamo incontrati e poi sentiti suonare e quando ne avremo l’occasione saremo di nuovo li perché questo è il nuovo che avanza. Questo CD è stato preceduto nel 2005 da Dirty Roads, bel titolo per un album del quale contiamo di parlarne quanto prima. La produzione è affidata allo stesso Semprini e la registrazione effettuata a Trebbiantico, mixato a Ravenna e ulteriori tracce inserite tra San Marino e gli States. La voce, molto bella, di Semprini a tratti ricorda Graziano Romani e non smetteremo mai di ringraziare l’Emilia Romagna per tutta la buona musica donataci in questi anni. I brani si susseguono e in Sliding Doors la chitarra trasversalmente ci ricorda il suono di Philip Donnelly. Un album che più va avanti più ci piace. Non c’è una canzone minore o di riempitivo, tutto è ben dosato e ogni pezzo trascina con passione il seguente. Andate sul sito di questo gruppo sia per procurarvi il CD che per scoprire quando e dove suoneranno la prossima volta. (<a href="http://www.miami-groovers.com">www.miami-groovers.com</a>).</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
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<p><strong>MUDDY WATERS<img class="alignright" title="MUDDY" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/MUDDY-150x150.jpg" alt="MUDDY" width="150" height="150" /><br />
The Johnny Winter Sessions 1976 – 1981<br />
2009 Raven Records CD </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi pensava che non ci fosse più materiale interessante di Muddy si sbagliava di grosso. Infatti, la australiana Raven pubblica questo bellissimo CD che riguarda un periodo particolarmente importante per uno dei padri del blues di Chicago, in quanto segnava il passaggio dal blues canonico, quello della Chess Records ormai in declino, a quello contaminato dalla musica rock, derivato dal british blues britannico. Muddy entra in studio con uno dei più grandi chitarristi bianchi di blues, Johnny Winter, l’albino dall’anima nera (detto anche Silver Train, dalla canzone che gli avevano dedicato i Rolling Stones). Con Muddy e Johnny alcuni dei più grandi musicisti di blues, alcuni giovanissimi, altri già allora leggende viventi. Eccoli: Pinetop Perkins al piano, James Cotton, Jerry Portnoy e Walter Horton all’armonica; alle chitarre Jimmy Rogers, Bob Margolin e Luther Guitar Jr. Johnson. Alla batteria Willie Big Eyes Smith. Al basso Calvin Jones e Charlie Calmese. Diciannove brani stupendi prodotti da Winter e pubblicati sui quattro album di Muddy per la Blue Sky: Hard Again, I ‘m Ready, King Bee e Muddy Mississippi Waters, oltre a Walking Through The Park, pubblicata nell’album Nothing But The Breeze di Johnny Winter e Trouble No More, pubblicata solo nella ristampa in CD deluxe di Muddy Mississippi Waters. Musica che gronda lacrime e sudore, un suono grezzo e sporco come quello dei Rolling Stones ma sempre fresco e attuale. Muddy esegue tutte le parti vocali e Johnny tutti gli assolo, inarrivabile alla slide, mentre gli altri musicisti sono semplicemente superlativi. Canzoni di eterna bellezza composte da Waters come Rock Me, 33 Years, I Can’t Be Satisfied e Crosseyed Cat, si alternano a classici come Mannish Boy di Bo Diddley, Good Morning Little Scoolgirl di Sonny Boy Willamson, I Want To Be Loved di Willie Dixon, I‘m A King Bee di Slim Harpo e Mean Old Frisco di Arthur Big Boy Crudup. Vista la elegante edizione con un esauriente booklet allegato e la ottima incisione è consigliato anche a chi ha già tutto di Muddy, ma soprattutto a chi vuole conoscerlo.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniele Ghisoni </em></p>
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<p><strong>PAOLO NUTINI<br />
Sunny Side Up<img class="alignright size-thumbnail wp-image-872" title="NUTINI[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/NUTINI1-150x150.jpg" alt="NUTINI[1]" width="150" height="150" /><br />
2009 Atlantic CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><br />
Oltre ai Low Anthem, un altro nome che mi ha eccitato particolarmente è stato quello di tal Paolo Nutini, artefice di un disco decisamente interessante, coinvolgente e particolarmente suggestivo. Il giovanotto ha una particolare voce, a tratti quasi un soul man, molto più matura della sua età e inizialmente, infatti, si pensava trattarsi di un artista di mezza avanzata età. Invece, dalle foto che lo ritraggono nel libretto pare possa avere poco meno di trent’anni. Sunny Side Up, questo il titolo di un lavoro che assembla vari brani che abbracciano disparati generi tra cui non possiamo esimerci dal citare ovviamente un pop di alta fattura, (Coming Up Easy) un country di buonissima levatura, (Simple Things) pezzi di eccellente cantautorato (le ottime Candy e Worried Man) e allegri momenti tra le terre d’Albione e le Highlands scottish (Chamber Music). In altri frangenti le tematiche musicali abbracciano un lento inno quasi da cerimonia funebre (Keep Rolling), alcuni istanti mescolano pop con reggae (10/10) altri si rivolgono alle classiche ballate (Growing Up Beside You) mentre qualcosa vibra tra suoni sfumatamente blues (Pencil Full Of Lead e No Other Way), e infine una spruzzata di soul jazz che non guasta (High Hopes). Un lavoro molto interessante che andremo ulteriormente a scoprire quando nel mese di novembre Nutini arriverà qua da noi con una manciata di date che si annunciano decisamente interessanti. L’artista scozzese che aveva esordito nel 2006 con These Streets è prodotto da Ethan John che ha anche lavorato anche con Ray Lamontagne, trait d’union questo con i Low Anthem che hanno recentemente suonato appunto con lui. Come dicevamo, un disco dalle molteplici sfaccettature, tutte affascinanti e godibili che per essere completato ha avuto bisogno di viaggi tra studi di registrazione ubicati da Los Angeles a New York e dal Galles alla verde Irlanda. Tutti i brani sono a sua firma e un cenno al disegno di copertina che riporta a cover splendide degli anni passati.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ronald Stancanelli</em></p>
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<p><strong>RYAN ADAMS &amp; THE CARDINALS<img class="alignright size-thumbnail wp-image-873" title="R.Adams_Everybody_cov.[1]" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/R.Adams_Everybody_cov.1-150x150.jpg" alt="R.Adams_Everybody_cov.[1]" width="150" height="150" /><br />
Everybody Knows<br />
2007 Lost Highway CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A scorrere la produzione discografica di Ryan Adams, prima con i Whiskeytown e poi come solista, si potrebbe pensare di aver a che fare con un cinquantenne con circa venticinque anni di carriera alle spalle. Invece, Ryan di anni ne ha solo trentacinque e Faithless Street, debutto dei Whiskeytown, risale solo al 1995. Decisamente iperattivo il nostro amico, dei cui album solisti ho ormai perso il conto, e anche un tantino sopravvalutato dalla critica perché, per forza di cose, in mezzo a tante pubblicazioni ce ne sono di sicuramente validissime, ma anche altre molto più noiose. Heartbreaker, Gold e Cold Roses ad esempio mi erano sicuramente piaciuti, mentre i due capitoli di Love Is Hell o Demolition (in realtà una raccolta di outtake) un po’ meno. E non aiuta certo a essere più indulgenti nei suoi confronti il suo carattere, in quanto l’ego di Ryan Adams è inversamente proporzionale alla sua simpatia, come si può facilmente intuire dalle varie interviste lette sulle riviste di settore. Oltre a pubblicare dischi a suo nome, l’irrequieto cantautore americano si dedica anche alla produzione di lavori altrui (ottimo il suo intervento in Songbird di Willie Nelson) o come talent scout (vedi il lancio in grande stile dell’amico Jesse Malin). In questa sede vorrei spendere due parole su un EP del 2007, Everybody Knows, composto da un paio di inediti e alcuni brani pescati fra la sua torrenziale discografia e reinterpretati per l’occasione, e a mio parere fra i migliori dischi da lui pubblicati. Solo otto canzoni per trentacinque minuti di durata totale per questo dischetto, venduto comunque a prezzo speciale, ma non c’è un solo brano da buttare. Con lui sono i Cardinals, ormai il suo gruppo fisso, nei quali milita anche un certo Neal Casal alla chitarra e cori, che non è sicuramente l’ultimo arrivato, autore di pregevoli lavori a suo nome, Fades Away e Diamone Time su tutti. Inoltre, il vecchio amico Brad Pemberton alla batteria, il tastierista Jamie Candiloro, responsabile anche della splendida produzione del CD, con in più Chris Fenstein al basso e Jon Graboff alla pedal steel. Le canzoni. Oltre alla bella title track, uno dei brani di punta del suo album precedente, Easy Tiger, le mie preferite sono le ballate mid-tempo Follow The Lights, sublime country rock, e If I Am A Stranger, già sentita in Cold Roses, ma qui è migliore, la trascinante This Is It, che si trovava in versione diversa nell’album Rock’n’Roll, la particolare cover di Down In A Hole degli Alice In Chains, gruppo apparentemente distante anni luce dai consueti standard di Ryan Adams, e la pianistica Dear John, scritta assieme a Norah Jones e dedicata a John Lennon. In sostanza, quindi, un dischetto che mi sento di consigliarvi assolutamente e che dimostra che se il suo autore, con un po’ di umiltà, puntasse più alla qualità che alla quantità, potrebbe entrare nel novero dei grandi.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Gianfranco Vialetto</em></p>
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<p><strong>RAMBLIN’ JACK ELLIOTT<img class="alignright size-thumbnail wp-image-875" title="ramblin jack" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/ramblin-jack-150x150.jpg" alt="ramblin jack" width="150" height="150" /><br />
A Stranger Here<br />
2009 Anti CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo confesso, ho la tendenza a storcere il naso quando leggo le recensioni che incensano eccessivamente il ritorno sulle scene di un grande vecchio. Spesso mi sembrano dettate dalla nostalgia, o addirittura dal senso del dovere di chi scrive: dover parlar bene per forza di un artista dalla leggendaria carriera. Ramblin’ Jack mi è sempre stato simpatico come personaggio, mi piace ricordarlo al fianco di Dylan nella Rolling Thunder Revue, ma per il resto l’ho sempre reputato uno cresciuto all’ombra di Guthrie e poi, pur essendone più vecchio, del grande ebreo (il cui ultimo disco non piace affatto). Qualche anno fa mi ero lasciato tentare da un suo celebratissimo disco di duetti per la Hightone, ma l’avevo trovato null’altro che piacevole. Con queste premesse, quando ho letto di questa pubblicazione della Anti, mi sono sorti molti dubbi, ma non ho saputo resistere, per fortuna, perché stavolta c’è davvero da gridare al miracolo. Finora uno dei dischi migliori dell’anno, forse della decade. Dieci blues tradizionali che più tradizionali non si può. Dal reverendo Gary Davis a Blind Willy Johnson. Il segreto della bellezza di questo disco sta probabilmente nella produzione intelligentemente essenziale di Joe Henry, che ci mette molto del suo per garantire un risultato da record. Elliott poi fa la sua parte cantando questi vecchi blues come non lo avevamo mai sentito cantare prima, con una rara intensità e con la voce più giusta che potesse esserci. Pochi compagni in studio, David Hidalgo, Van Dyke Parks, Greg Leisz, tutti tesi a costruire un sound penetrante come non se ne sentiva da quando Ry Cooder incise i suoi primi dischi. Sarà la presenza di Parks, forse, ma questo disco ricorda davvero molto i suoni dei primi tre dischi del chitarrista di Los Angeles, sia per il risultato che per gli intenti. Tra le perle del disco vanno senz’altro citate Death Don’t Have No Mercy e Soul Of A Man, ma piacciono molto tutti i brani come il country blues Richland Women Blues di Mississippi John Hurt, How Long Blues, la tristissima Grinnin’ In Your Face.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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<p><strong>RANCHO DELUXE<img class="alignright size-thumbnail wp-image-876" title="rancho_deluxe" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/rancho_deluxe-150x150.jpg" alt="rancho_deluxe" width="150" height="150" /><br />
True Freedom<br />
2009 Rancho Deluxe CD</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono ben chiari i criteri dell’industria discografica, ma non c’è di che stupirsi: il fatto che dischi come questo possano girare solo grazie all’autoproduzione la dice davvero lunga. True Freedom è la seconda prova di questo duo californiano dalle grandi risorse, si tratta di un signor disco ben sorretto dalle composizioni di Mark Adams (autore principale) e Jesse Jay Harris (sopraffino chitarrista e polistrumentista), figlio, quest’ultimo, di quel Greg Harris che sul finire degli anni ‘70 seppe infondere nuova linfa ai riformati Flying Burrito Brothers, rivestendo il mitico live giapponese del1978 di un gran suono chitarristico e della propria voce graffiante. I Rancho Deluxe sembrano proprio figli di quel suono, un gran bel country-rock californiano caratterizzato da ottimi suoni di chitarra, dove le acustiche si mescolano bene con la Telecaster (Jesse Jay) e con la pedal steel di Jaydee Maness restituendoci sonorità che temevamo passate a miglior vita. Le canzoni sono molto convincenti, con un bel treno di ritmo (alla batteria c’è nientemeno che Don Heffington che ha suonato con Dylan e con i Lone Justice), con le belle tastiere di Skip Edwards e qua e là la partecipazione di papà Harris che passa dalla chitarra al violino e al mandolino come ai tempi dei FBB. Maintenance Man è un gran brano con una bella e lunga coda strumentale con le chitarre a dettar legge, Ghost Town, breve ma spedita, è un honky tonk con le chitarre giuste e il piano che saltella qua e là. Negli strumentali Bone Rock Breakdown e Templeton Gap Jesse Jay Harris ha modo di sbizzarrirsi e dimostrare di che pasta è fatto il suo suono, degno figlio di papà Greg e con la lezione di Clarence White ben fissata in testa. Mercy Me è un altro brano convincente che richiama molte cose, Semi Cool Cube si muove più sui toni da ballata e nel finale gioca bene sugli intrecci delle chitarre che sono le vere protagoniste del disco. La title track è invece un brano di largo respiro, con una bella introduzione strumentale e con toni molto più rilassati rispetto alla maggior parte dei brani e belle armonie vocali. L’augurio è che questa band possa avere un futuro, perché di suoni come questi c’è davvero molto bisogno…</p>
<p style="text-align: right;"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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<p><strong>RAY DAVIES &amp; THE CORAL<br />
CROUCH END FESTIVAL CHORUS<img class="alignright" title="davis" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/davis-150x150.jpg" alt="davis" width="150" height="150" /><br />
The Kinks Choral<br />
2009 Decca CD </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Solo un genio come Ray Davies poteva pensare a riproporre le più famose canzoni dei Kinks facendosi accompagnare da un coro liturgico, riuscendo in modo eccellente ad amalgamare brani seminali con sonorità così diverse, unendo il sacro al profano in modo unico. Il risultato è un disco davvero unico per la sua bellezza, nel quale Ray canta facendosi accompagnare da una rock band composta da Billy Shamely e Milton McDonald alle chitarre, Dick Nolan al basso, Toby Baron alla batteria e Gunnar Frick e Ian Gibbons alle tastiere. Il coro è originario di Crouch End, un sobborgo vicino a quello di Mushwell Hill dove Ray è cresciuto, ed è diretto da David Temple. Ray aveva già utilizzato questo coro nella incisione di Other People‘s Lives e in alcune sue esibizioni dal vivo. Dieci brani stupendi, alcuni tratti da Village Green Preservation Society (disco stupendo, recentemente ristampato come triplo CD in edizione deluxe), ma tutti in questa versione col coro che si amalgama perfettamente alla strumentazione elettrica, assumono una prospettiva musicale diversa, mantenendo intatto il nucleo originale della melodia. Le eterne You Really Go Me e All Day And All Of The Night, dal riff chitarristico unico e irripetibile, con il coro assumono un alone di magia. Lo stesso dicasi per le melodiche Days, See My Friend, Shangri -La e Celluloid Heroes (queste ultime due sono tra le composizioni di Davies quelle che adoro) che continuano sempre a incantare. Anche le famosissime Waterloo Sunset e Victoria con questo arrangiamento sembrano avere una immediatezza nuova e avvolgente. Notevole è anche Working Man Cafè, tratta dal suo ultimo, omonimo album, che fa la sua bella figura in mezzo a tanti classici. un cenno a parte merita il medley di Villane Green, con Big Sky, Picture Book, Johnny Thunder, Do You Remember Walter? e ovviamente la title track che coinvolgono in modo sorprendente. Un grande disco che non mi stanco mai di riascoltare! Una volta i dischi preferiti che riascoltavi in continuazione si consumavano, succederà anche per questo CD?</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniele Ghisoni</em></p>
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<p><strong>THE HOOCHIE COOCHIE MEN WITH JON LORD<img class="alignright size-thumbnail wp-image-878" title="hookie" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/hookie-150x150.jpg" alt="hookie" width="150" height="150" /><br />
Live At The Basement<br />
2009 Edel Records CD + DVD </strong></p>
<p style="text-align: justify;">The Hoochie Coochie Men (da una canzone di Wilie Dixon) sono un’ottima band australiana di blues guidata dal bassista Bob Daisley che, tornato in patria dopo una incredibile militanza di oltre trent’anni con artisti del calibro di Ozzy Osbourne, i Rainbow di Ritchie Blackmore, Ronnie James Dio, Chicken Shack, Uriah Hep e Gary Moore, solo per citarne alcuni, chiama con sé i vecchi amici Rob Grosser, batteria e Tim Gaze, chitarra, già con i Rose Tattoo e Jimmy Barnes (questo ultimo cantante ex Cold Chisel, altra storica band di blues australiana). Con ospiti Mike Grubb alle tastiere e Jim Conway all’armonica pubblicano l’omonimo album che contiene spettacolari cover di classici come I Just Want To Make Love To You e You Need Love di Willie Dixon, Dallas di Johnny Winter, The Walk di Jimmy Mc Cracklin, Strange Brew dei Cream, oltre a proprie composizioni. Nel gennaio del 2003 il giornalista Paul Hogan (niente a che vedere con l’attore di Mr. Cocrodile Dundee) convince Jon Lord, che stava dirigendo alla Opera House la Sidney Symphony Orchestra, a unirsi loro per una data al mitico Basement Club. La serata, era il 7 febbraio, davanti a pochi ma competenti appassionati, diventa un evento memorabile che sorprende anche gli organizzatori per il feeling che si instaura subito tra Jon e la band, supportata da una robusta sessione fiati. Dopo l’intro e le iniziali Hideway di Freddie King, Green Onions di Booker T. e Dust My Broom di Ellmore James, con Gaze stupendo alla voce e alla chitarra solista, il blues entra nel sangue e tutta la serata diventa una stupenda improvvisazione, con i musicisti che si ritrovano a memoria. Due ore di musica, con Jon che detta i fraseggi dal suo Hammond, con Jim Conway, personaggio stupendo, che si presenta sulla sedia a rotelle alla quale è condannato per tutta la vita a soffiare il suo dolore nell’armonica. Poi, ancora ospiti come l’idolo locale Jimmy Barnes e via a canzoni senza tempo come When A Blindman Cries e The Hoochie Coochie Men Blues. Incredibile come in solo una serata la benemerita DEL sia riuscita a produrre una discografia del genere: prima una edizione in doppio CD, poi in CD+DVD, quindi in triplo CD con tutta la serata e interviste varie, poi un doppio DVD! Dimenticavo un altro doppio DVD, sempre di quella serata, sottotitolato Danger White Men Dancing nel quale è ospite niente meno che Ian Gillan in Over And Over e If This Ain‘t The Bues.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniele Ghisoni </em></p>
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<p><strong>THE POPES<img class="alignright size-thumbnail wp-image-879" title="cover Popes" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/11/cover-Popes-150x150.jpg" alt="cover Popes" width="150" height="150" /><br />
Outlaw Heaven<br />
2009 Townsend Records CD</strong></p>
<p style="text-align: left;">Come nelle migliori storie di fuorilegge irlandesi ubriaconi e poeti è finalmente uscito il nuovo album dei Popes, l’ormai epica band fondata dal leggendario e immancabile Shane McGowan nel 1991, durante una pausa dei suoi fidi Pogues. A distanza di cinque anni dall’ultima uscita discografica del gruppo, Release The Best, comprendente la riedizione del precedente disco, il primo senza Shane, Holloway Road, più un CD live di un concerto londinese, ecco Outlaw Heaven un ennesima bella prova della band irlandese. La voce a tratti waitsiana del fuorilegge Paul “Maddog” McGuinness e il ritmo indiavolato e pieno di whiskey dei suoi Popes ci riportano quel suono così tanto amato da noi orfani dei primi Pogues o degli indimenticabili Thin Lizzy. Proprio dall’esperienza di quattro mesi come ospite della prigione di Sua Maestà di Pentonville e dai suoi eccessi con droghe e whiskey nasce il paradiso del fuorilegge, ironica ma intensa visione di McGuinness sulla sua permanenza in prigione, scrivendo ed eseguendo le bozze di alcune di queste canzoni proprio a un suo compagno di cella. Outlaw Heaven è un ruvido disco rock, un mix a tratti rosso sangue e caotico di punk, rockabilly e irish music prodotto dagli stessi Popes con l’aiuto in sala di registrazione del vate McGowan e del suo fidato Spider Stacy che appaiono anche come ospiti in tre canzoni. Il viaggio nel particolare paradiso di McGuinness si apre con Black Is The Colour che inizialmente ricorda le atmosfere folk per poi scatenarsi in riff alla Metallica con la voce roca di “Maddog” Paul che ci apre la porta della sua cella. Seguono la bella Let The Bells Ring Out e la stupenda Angels Are Coming, una ballata degna di sua maestà Shane, ruvida e dolce in perfetto stile irish con il banjo, il mandolino e il violino di Fiachra Shanks e Ben Gunnery in evidenza. La band ci porta piacevolmente a Outlaw Heaven, la title track dove Paul Mc Guinness duetta con i suoi amici Shane &amp; Spider e il risultato è una splendida canzone in perfetto stile tradizionale irish alla maniera dei Pogues con un riff quasi western in sottofondo alle voci che si rincorrono in un crescendo irresistibile per poi trasportarci alla delicata e intensa Boys &#8211; They Don’t Cry, altro brano da non tralasciare dopo un solo ascolto. Dopo la rockeggiante e tradizionale You’re Gonna Shine e la tormentata e ritmica Crucified i gagliardi Popes e i loro illustri amici ci consigliano di “non lasciare che i bastardi ci mettano sotto” nell’ovviamente poetica e intensa Bastards. Non troviamo il romanticismo e la poesia di Shane McGowan ma la convinzione, la forza e il fuoco scorrono nelle liriche di questo lavoro del gruppo irlandese, come dimostrano la rabbia del brano seguente Underneath The Blue Sky e la quiete tra le corde del violino e la voce quasi narrante di McGuinness di Slip Away delizioso preludio alla straordinaria song di chiusura dell’album. Loneliness Of A Long Distance Drunker non può che essere cantata dalla voce impastata e ruvida di Shane McGowan, sempre eccezionale per come conduce la canzone tra spigoli vigorosi e liriche tipicamente irlandesi.<br />
Una chiusura degna di un grande disco ricco dello stream of whiskey irlandese e di ricordi, Bobby Sands, Robert Johnson, James Joyce, John Dillinger e “Lord Fucking Nelson” tra i brani e molti nomi leggendari di “fuorilegge” che ci hanno lasciato come John Belushi e Syd Barret o MalcolmX e Frank Sinatra nell’ultima pagina del booklet. Bentornati!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Michele Marcolla</em></p>
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		<title>Crosby, Stills &amp; Nash &#8220;Demos&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 18:23:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Crosby Stills & Nash]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
 
 
Crosby, Stills &#38; Nash:  DEMOS   2009 Rhino CD
Quasi a sorpresa, mentre tutti sono concentrati sugli infiniti (in tutti i sensi) archivi del collega canadese, o attendono l’annunciato disco di Stills con Hendrix o il CSN prodotto da Rick Rubin, arriva questo agile dischetto accreditato ai tre maestri della voce. Disco godibilissimo, diciamolo subito, disco da [...]]]></description>
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<p style="text-align: center;"><strong> <img class="aligncenter" title="csn_demos" src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/10/csn_demos3-150x150.jpg" alt="csn_demos" width="150" height="150" /></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Crosby, Stills &amp; Nash: </strong><strong> <strong>DEMOS  </strong><em> 2009 Rhino CD</em></strong></p>
<p>Quasi a sorpresa, mentre tutti sono concentrati sugli infiniti (in tutti i sensi) archivi del collega canadese, o attendono l’annunciato disco di Stills con Hendrix o il CSN prodotto da Rick Rubin, arriva questo agile dischetto accreditato ai tre maestri della voce. Disco godibilissimo, diciamolo subito, disco da avere, diciamo subito anche questo, ma anche disco che desta qualche perplessità. Sì, perché, di fatto, in questi dodici demo di brani di Crosby, Stills &amp; Nash ce n’è uno solo, quello d’apertura, una versione acustica di <em>Marrakesh Express</em>, una canzone che non ho mai amato molto, preferendole sempre <em>Pre-Road Downs</em>, per rimanere al Nash del primo disco in trio. Il brano successivo, per quanto l’etichetta precisi che il disco si compone di tracce mai pubblicate, è l’ottima, splendida, acustica versione di <em>Almost Cut My Hair</em> che era già stata inserita nel triplo di Crosby pochi anni fa. Forse in differente (ma quanto trattandosi di chitarra e voce?) missaggio. Tocca poi a Stills in solitudine, per una versione della sempre apprezzabile <em>You Don’t Have To Cry</em>, cui fa seguito <em>Deja Vu</em> con Crosby ispiratissimo. Nash torna a far capolino con un demo di <em>Sleep Song</em>, quindi di nuovo Stills con <em>My Love Is A Gentle Thing</em>, un inedito totale che fa la sua bella figura. <em>Be Yourself </em>è un brano che Nash firma con Terry Reid e che avrebbe poi messo sul suo primo disco solo. <em>Music Is Love</em> è la stessa che apre il primo disco di David Crosby, senza le sovraincisioni effettuate poi da Neil Young. Il brano è già notevole così, con le voci di Crosby e Young che si rincorrono mentre sotto Nash armonizza. Forse rispetto alla versione conosciuta, questa fa emergere di più le chitarre e la voce del canadese. Forse. <em>Singin’ Call </em>è un’anticipazione del brano che poi Stephen metterà nel suo secondo disco solista, con la chitarra acustica che da sempre sogniamo, mentre <em>Long Time Gone</em> vede Crosby e Stills, prima di sodalizzare con Nash, si tratta però della stessa versione apparsa nel box di Crosby quindi valgono le stesse osservazioni e perplessità fatte per <em>Almost Cut My Hair</em>. Il disco si chiude con la pianistica <em>Chicago</em> e per la sempre ben accetta <em>Love The One You’re With</em>, che in questa versione si avvicina a quella di <em>4 Way Street, </em>spogliata dei pur ottimi arrangiamenti con cui Stills l’aveva rivestita nel suo primo disco. Un disco sicuramente per amanti del genere, ma non solo. Confezione curata ma essenziale che nella grafica richiama quella del disco d’archivio di Stills uscito un paio d’anni fa.</p>
<p> </p>
<p align="right"><em>Paolo Crazy Carnevale</em></p>
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		<title>Pere Ubu &#8220;Long Live Père Ubu!&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 18:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco_Tagliabue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rock'n'Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Pere Ubu]]></category>

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Pere Ubu: LONG LIVE PERE UBU!  2009 Cooking Vinyl  CD   
Lo avevamo preannunciato che qualcosa stava bollendo in pentola e, puntuale, pochi giorni dopo aver chiuso l’articolo, arriva la notizia che il 15 settembre uscirà il nuovo album dei Pere Ubu. “Long Live Père Ubu!” presenta gli Ubu [...]]]></description>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/10/llpu.jpg"><img class="size-full wp-image-784  aligncenter" title="Long Live Père Ubu! " src="http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/10/llpu.jpg" alt="Long Live Père Ubu! " width="285" height="285" /></a></p>
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<p><strong>Pere Ubu: LONG LIVE PERE UBU!  </strong><em>2009 Cooking Vinyl  CD</em><strong>   </strong></p>
<p>Lo avevamo preannunciato che qualcosa stava bollendo in pentola e, puntuale, pochi giorni dopo aver chiuso l’articolo, arriva la notizia che il 15 settembre uscirà il nuovo album dei Pere Ubu. “Long Live Père Ubu!” presenta gli Ubu nella stessa formazione di “Why I Hate Women” con un paio d’ospiti d’eccezione: la celebre cantante soul-jazz Sarah Jane Morris, che affianca David Thomas alla voce, ed il manipolatore elettronico Gagarin in un ruolo piuttosto difficile da inquadrare, ma certo non di primissimo piano. Cominciamo subito con il dire che “Long Live Père Ubu!” non è il “solito” disco dei Pere Ubu. Purtroppo.</p>
<p>Trentacinque anni fa David Thomas battezzò la propria band Pere Ubu ispirandosi al personaggio principale della pièce teatrale “Ubu Roi” di Alfred Jarry, padre della Patafisica e fra i precursori del Teatro dell’Assurdo. Il legame fra le astrazioni musicali intorno alle quali il cantante andava modellando la propria creatura, e quelle di cui si serviva il teatro-non teatro di Jarry per prendere a pugni lo spettatore, era evidentemente tale da giustificare una delle ragioni sociali più bizzarre ed anti-comunicative di sempre per una rock band. Una vera e propria corrispondenza di amorosi sensi sulla cui natura Thomas ha scantonato per molti anni, senza mai dare una spiegazione esatta riguardo al suo vero significato. Fino a quando, il 24 e 25 aprile 2008 alla Queen Elizabeth Hall di Londra, ha finalmente deciso di confrontarsi con la propria storia, e fors’anche con il proprio destino, portando in scena “Bring Me The Head Of Ubu Roi”, un adattamento teatrale del testo di Alfred Jarry che aveva ispirato il nome della band. Più che un adattamento si tratta, in effetti, di una vera e propria riscrittura dell’opera, che è stata “attualizzata” ed in un certo senso anche proiettata nel futuro dalla vigorosa penna di Thomas. Sul palco tocca al corpulento leader, naturalmente, il ruolo di Père Ubu, personaggio abbietto e meschino costretto dall’odiosissima moglie (Mere Ubu, Sarah Jane Morris), manovrata da un’assurda volontà di riscatto, ad uccidere il proprio re per dare a tutti dimostrazione di forza e di potere. Non ce la farà, naturalmente, e passerà il resto dei suoi giorni nascosto in una squallida caverna a rimuginare sugli errori commessi.</p>
<p>Più musical che opera rock, “Long Live Père Ubu!” è un album che deve necessariamente allineare alla propria dimensione musicale quella più prettamente teatrale, in un legame per forza di cose indissolubile, così come la voce di Thomas è costantemente affiancata a quella della Jane-Morris, formando un’accoppiata strana all’idea della quale, quantomeno, non siamo mai stati abituati dalle produzioni precedenti dei Pere Ubu. Ma, oltre che l’ispirazione, sono anche i contenuti che fanno di “Long Live Père Ubu!” un album diverso dai “soliti” album dei Pere Ubu e, considerando che negli ultimi anni/lustri lo standard era rappresentato da capolavori o poco meno, il lettore accorto forse ha già capito dove vogliamo andare a parare. Siamo probabilmente alle prese con un’opera di transizione, con un album che viaggia parallelo rispetto alla discografia principale degli Ubu, anche se le dichiarazioni di Thomas il quale, forse per la prima volta, si dichiara completamente soddisfatto del proprio lavoro, lasciano presagire il peggio o, nella migliore delle ipotesi, un’accorta strategia promozionale. Diciamo che, quasi sicuramente, “Long Live Père Ubu!” chiude un ciclo, o allo stesso modo ne apre un altro, tracciando comunque, se non la quadratura del cerchio, un punto di approdo abbastanza importante nella storia degli Ubu. E, speriamo, di (veloce) ripartenza. Il suo referente più diretto, almeno in termini musicali, potrebbe essere il Tom Waits di “Frank’s Wild Years”, anche se in quel progetto le canzoni avevano un autonomia maggiore rispetto alla loro dimensione teatrale. “Long Live Père Ubu!”, invece, non può essere letto disgiuntamente da essa e, questo, a parere di chi scrive, più ancora della qualità non sempre ispirata delle tracce che lo compongono, ne rappresenta il limite maggiore. E’ altrettanto chiaro poi che dai Pere Ubu ci si aspetta sempre il meglio, complici le meraviglie a cui hanno abituato i propri ascoltatori, e anche una piccola sensazione di amaro in bocca ha lo stesso effetto di un semplice cerchio al capo per chi non sa nemmeno cosa sia il mal di testa.</p>
<p>Eppure l’inizio, nel segno di una <em>Ubu Overture</em> tutta chitarre e grugniti, ritmi meccanici e furiose folate di theremin, è in perfetto stile Ubu, ma già con <em>Song Of The Grocery Police, Banquet Of The Butchers </em>e <em>March Of Greed</em> siamo in una nefasta atmosfera da musical con brani semplici e diretti cantati a due voci. <em>Less Said The Better</em>, tutta rutti ed elettronica scarnificata, è francamente imbarazzante, mentre <em>Big Sombrero (Love Theme), Bring Me The Head </em>e<em> Slowly I Turn</em> sembrano rivisitare un po’ troppo da vicino l’universo di Tom Waits. <em>Road To Reason </em>e <em>Watching The Pigeons </em>sono gli unici due brani dalla struttura più marcatamente rock, mentre <em>The Story So Far</em> è un lungo jazz noir recitato a due voci su una base molto lenta e scarna tormentata da una selva di effetti. <em>Snowy Livonia </em>dura poco più di un minuto ma è perfetta sul piano strumentale, e l’altro minuto e mezzo di <em>Elsinore &amp; Beyond</em> altro non è che uno smilzo dialogo di chiusura, magari già da dietro il sipario. Che, speriamo, si rialzi in fretta e bene, perché quando anche le certezze cominciano a scricchiolare…non rimane che buttarsi in politica.</p>
<p align="right"><em>Marco Tagliabue</em></p>
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