THE TESKEY BROTHERS – Live At The Forum

Teskey Brothers Live At The Forum (1)[422]

The Teskey Brothers – Live At The Forum (Decca/Universal 2020)

I due dischi di studio usciti negli anni scorsi avevano puntato i fari sull’incredibile capacità di questa band australiana di fare rivivere sonorità che in parte erano state dimenticate o comunque avevamo creduto essere ad appannaggio di artisti americani o americani adottati nel vecchio continente, vengono in mente Sharon Jones o Charles Bradley, con la differenza che questi australiani sono giovani, e di parecchio.

Con Live At The Forum, i Teskey Brothers ci consegnano un lavoro ancor più completo, intriso di soul e rhythm’n’blues che si fonde con una massiccia dose di rock sudista della miglior scuola. Un risultato inatteso, visto e considerato che non sono americani né tanto meno hanno la pelle nera. Gli elementi ci sono tutti, dalle buone composizioni cantate da Josh Teskey (con una voce che in almeno un paio di occasioni ricorda davvero molto da vicino quella di Otis Redding) alla base strumentale che oltre che di una sezione ritmica come si deve gode degli intrecci tra la chitarra solista di SamTeskey, la pedal steel di James Gilligan e le tastiere suonate da Olaf Scott. Senza dimenticare la sezione fiati.

So Caught Up mette subito di buon umore l’ascoltatore , ci sono tutti gli elementi necessari, poi il disco decolla con Carry You e con la slow ballad Rain, in cui il paragone con Otis calza alla grande; nonostante la giovane età sia il cantante che i musicisti sanno da che parte andare a parare e se forse le canzoni ricordano sempre qualcosa di già ascoltato, la loro bontà non può essere messa in discussione.

Il piano elettrico di Scott e una lunga introduzione parlata di Josh ci pongono al cospetto di una versione molto sofferta e sentita della lennoniana Jealous Guy che ricorda molto i Black Corwes migliori: il pezzo è uno di quelli stra-ascoltati ma la band australiana lo affronta con sapienza, senza fare rimpiangere alcuna delle versioni già note del brano, che qui va quasi a sfociare in San Francisco, una delle composizioni di punta di Run Home Slow, il secondo disco del gruppo (2019), una versione lentissima, con Josh che canta sorretto da organo, pedal steel e dalle voci dei coristi.

Voltando il disco, ascoltiamo i Teskey Brothers virare verso un southern rock di stampo allmaniano, tre soli brani di cui i primi due rasentano i dieci minuti: il primo è Honeymoon, uno slow blues in cui possiamo apprezzare la perfetta intesa tra la pedal steel e l’elettrica, con stoppate e riprese su cui la voce di Josh è quanto mai a proprio agio, lo sviluppo della parte centrale del disco sembra trasformare il Forum di Melbourne nel Fillmore newyorchese.

Paint My Heart è appena poco più breve, ma non da meno: si apre con un bel botta e risposta tra chitarra e armonica (le note di copertina dimenticano però di dirci chi sia a suonarla), poi si fa largo un hammond che prepara l’entrata della voce, che diventa lo strumento principale del brano, perfettamente in bilico tra Otis e Chris Robinson: poi entrano i fiati e il brano diventa a tutti gli effetti una ballata soul di ottima fattura. A chiudere il disco un aversione editata di Louisa, forse il brano che sa maggiormente di già ascoltato, un boogie con l’armonica a comandare le danze.

In realtà del disco circolano almeno sette dizioni differenti: in origine avrebbe dovuto uscire per il Record Store Day, in versione doppia e colorata, poi il lockdown ci ha messo lo zampino e il risultato sono state diverse pubblicazioni, una in CD e le altre in vinile, anche con copertine diverse, in vinile bianco, o in vinile blu, doppie, singole. La versione giunta a casa mia è quella europea in unico vinile nero, in quelle doppie e sul CD però la succitata Louisa dura oltre nove minuti.

Fidatevi però, anche nell’edizione abbreviata, il disco è una garanzia!

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