SOFT MACHINE – Live At The Baked Potato

Soft Machine Live At Backed Potato[283]

SOFT MACHINE – Live At The Baked Potato (DYAD Records 2019/ distribuzione Moonjune Records 2020)

Soft Machine? Ebbene sì. Dal 2015 la formazione che aveva pubblicato dischi ed effettuato lunghi tour col nome di Soft Machine Legacy, ha deciso di lasciare a casa il suffisso Legacy e di esibirsi usando tout court il nome storico, nonché di incidere il primo disco in studio sotto questo nome dal lontano 1981.

E proprio nei mesi scorsi, in piena pandemia il quartetto attuale ha dato alle stampe un eccellente live (che rispolvera anche il logo storico del gruppo in copertina) tratto dal tour con cui quel disco di studio, Hidden Details, era stato promosso, tour che celebrava contemporaneamente il cinquantenario dall’uscita del primo disco della formazione di Canterbury.

Si tranquillizzino i puristi, il disco come dicevo è eccellente, una fotografia della voglia di suonare del gruppo e del mai cessato interesse di un pubblico affezionato: va da sé che sono cambiati gli spazi e i gusti, ma gli attuali Soft Machine continuano ad essere alfieri di un jazz rock virato al prog, alla fusion e alla psichedelia più colta, confermando quelle caratteristiche che negli anni sessanta/settanta li avevano fatti diventare autentica formazione di culto, sperimentatori ad oltranza. Non dimentichiamo che il gruppo non ha mai avuto una formazione stabilissima, vi sono transitati numerosi musicisti e a ben vedere, nel 1972 della formazione originale era rimasto il solo Mike Ratledge, gli altri erano già tutti passati ad altri progetti e sperimentazioni, sempre etichettate, dal loro luogo di provenienza, come Canterbury Sound.

Ma pur senza membri fondatori nella line-up i nuovi Soft Machine non sono perfetti sconosciuti estranei al gruppo (come invece è per i nuovi Burrito Brothers ad esempio, che sono davvero tutti nuovi, pur avendo realizzato un disco a sua volta incredibilmente eccellente): qui militano come si diceva gli stessi artisti che nel 2010 come Soft Machine Legacy (in cui in un primo tempo avevano militato anche Hugh Hopper ed Elton Dean) dettero alle stampe un bel live inciso in Europa intitolato Live Adventures, vale a dire John Etheridge (chitarrista a partire dal 1975), Roy Babbington (bassista subentrato a High Hopper già nel 1973 e il batterista John Marshall (entrato in formazione all’inizio del 1972). Come si vede, tre che hanno comunque una loro storia sotto il nome Soft Machine, il gruppo si completa con Theo Travis, tastierista e addetto ai fiati, ultimo arrivato ma assolutamente in linea col sound del gruppo.

Il live in questione è stato registrato in un piccolo club di Los Angeles nel febbraio del 2019 e allinea una scaletta che giustamente va a ripescare sia nel repertorio storico che dalle ultime produzioni, privilegiando, per quanto riguarda la scelta dei brani vecchi, composizioni di Ratledge.

Si parte con una breve overture di tastiere firmata da Travis per introdurre Out Bloody Rageous (Pt.1), di Ratledge appunto, che stava sul terzo disco del gruppo, quello stesso in cui appariva Moon In June la composizione di Robert Wyatt da cui prende il nome (guarda un po’) la casa discografica di Leonardo Pavkovic, che distribuisce questo live.

Sideburn è firmata dal batterista Marshall ed è ovviamente una vetrina per il suo strumento, come andava di moda negli anni settanta, oggi questi assoli di batteria suonano sempre un po’ eccessivi e fuori luogo. Meglio Hazard Profile (Pt 1), composta da Karl Jenkins per l’ottavo album del gruppo, mentre con firma Hugh Hopper troviamo Kings And Queens dal quarto disco uscito nel 1971 (come probabilmente sapete, i primi sette dischi del gruppo erano intitolati col numero progressivo di uscita). Di nuovo di Jenkins è la notevole Tale Of Taliesin pubblicata su Softs nel 1976. La formazione sembra decisamente in gran forma e a proprio agio con questo materiale, e d’altra parte tre quarti dei musicisti qui impegnati lo erano anche su Softs.

Heart Off Guard, Broken Hill e Fourteen Hour Dream è invece una tripletta dal più recente disco di studio, quello del 2018, inciso dalla stessa formazione di questo live, i primi due sono firmati dal chitarrista, e si sente, nel terzo invece l’autore è Travis. Quel che appare evidente è che comunque, nonostante le decadi che separano queste composizioni da quelle precedenti, la continuità di sound è pressoché inalterata e inavvertibile.

C’è quindi spazio per un ulteriore brano di Ratledge, The Man Who Waved At Trains, da Bundles del 1975, con grande lavoro di tutti gli strumenti, ma in particolare evidenza è l’opera di Travis al flauto e alle tastiere.

Ed è proprio lui a chiudere in gloria il disco con due brani tratti di nuovo dal disco del 2018, la lunga Life On Bridges con intro di sax su cui si innestano poi tutti gli altri strumenti, e l’ottimo tour de force jazz-rock quasi zappiano di Hidden Details, da cui il recente disco prende il titolo.

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