JAKOB DYLAN & Others – Echo In The Canyon/O.S.T.

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JAKOB DYLAN & Others – Echo In The Canyon/O.S.T. (BMG 2019)

Dylan plays The Byrds: così potremmo, parafrasando il titolo di un disco del gruppo californiano, definire buona parte del contenuto di questa colonna sonora uscita lo scorso anno. Solo che il Dylan in questione non è il Bob che i Byrds “coprirono” abbondantemente nel corso della loro carriera, bensì suo figlio Jakob, quello dei Wallflowers. Il disco, uscito sia in vinile che in formato digitale, è il commento ad un documentario realizzato un anno prima da Andrew Slater ed incentrato sulla scena musicale e artistica orbitante nell’area sviluppatasi intorno alle pendici del Laurel Canyon, a Los Angeles, nella seconda metà degli anni sessanta.

Ci aveva già pensato il fotografo Henry Diltz qualche anno fa a documentare quel periodo usando molto materiale tratto dai suoi archivi e coinvolgendo molti dei protagonisti dell’epoca. In questo nuovo lavoro Jakob Dylan funge da padrone di casa nelle interviste effettuate appositamente per la pellicola (si potrà dire ancora pellicola?) e, a parte, è la voce principale nelle rivisitazione dei brani incisi per il commento sonoro: una manciata di canzoni dell’epoca prese dai repertori dei protagonisti di quel periodo magico. Ci piace immaginare, vista la sua presenza nel film, che probabilmente avrebbe dovuto far parte della partita anche Tom Petty e che solo la sua prematura scomparsa non gliel’abbia consentito. Il disco è una fedele trasposizione di sonorità profumate di passato, ma suonate col gusto del presente, con l’accompagnamento quasi in ogni brano di un ospite che ne divide le sorti vocali col leader: c’è anche una house band che ricrea suoni e atmosfere con accuratezza, una band guidata dal polistrumentista e produttore Fernando Perdomo.

L’inizio è affidato a Go Where You Gonna Go dal repertorio dei Mamas And Papas, canzone riletta con gran gusto da Jakob con l’aiuto della voce di Jade Castrinos, voce di Edward Sharpe and the Magnetic Zeros, che non fa assolutamente rimpiangere quella dell’immensa (in tutti i sensi) Cass Elliot. Poi è subito la volta di una delle ben cinque canzoni dei Byrds riprese nel disco, ovviamente non una canzone firmata dal padre di Jakob, bensì The Bells Of Rhymney (composta da Pete Seeger, ma l’arrangiamento è indubitabilmente quello byrdsiano), con Beck come seconda voce adattissima a riprodurre le armonie necessarie. Il terzo è di nuovo un brano dei Byrds, You Showed Me, stavolta firmato da Gene Clark e Roger McGuinn, con la sontuosa voce di Cat Power: una cover più che riuscita, l’atmosfera è ricreata magicamente, con qualche tocco in più (l’originale era poco più che un demo risalente a prima dell’uscita del debutto dei Byrds), e rende omaggio e giustizia ad un songwriter mai abbastanza lodato qual era Clark. Con Josh Homme dei Queens of The Stone Age, Jakob rilegge poi, sempre con grande effetto, She, tratta dal secondo disco dei Monkees, prima di buttarsi insieme alla delicata Fiona Apple nella ripresa di In My Room dei Beach Boys, e sembra davvero di essere di nuovo alla corte del miglior Brian Wilson. Goin’ Back è un brano di Carole King e Gerry Goffin che ha avuto più versioni, quella di riferimento è però quella dei Byrds: c’è di nuovo Beck, davvero a suo agio qui, a condividere la voce con Dylan e poi c’è un’accuratezza nel suono davvero impeccabile. Perdomo si occupa di varie chitarre, del sitar, ci sono anche organo Hammond e harpsichord ad irrobustire il tutto… Una versione non scontata. Gli Association erano una formazione parecchio in voga nella Los Angeles dell’epoca, mai troppo considerati in seguito, parecchio melodici, rimasti ancorati ad un suono datato quando la California stava infiammandosi per altre soluzioni musicali: la loro Never My Love è riproposta da Dylan con l’ausilio di una superlativa Norah Jones. Poi tocca ad un altro brano dei Byrds, di McGuinn per l’esattezza: It Won’t Be Wrong stava sul secondo disco del quintetto e per la sua ripresa, molto energica, viene affiancata a Dylan di nuovo la voce di Fiona Apple, stavolta in chiave più rock rispetto al duetto sul brano dei Beach Boys. Tra le band di quella scena musicale non vanno senz’altro scordati i Love di Arthur Lee, per una solida riproposta di No Matter What You Do, dal loro disco d’esordio come sparring partner alla voce c’è la grintosa Regina Spektor che aiuta il leader a costruire una bella cover di una band troppo presto finita nel dimenticatoio e ricordata soltanto per il suo album Forever Changes.

E se fin qui Jakob Dylan si era affidato solo a musicisti della sua generazione o comunque più giovani, con Questions tira in ballo un paio di pezzi di pezzi da novanta da far venir giù i muri. Questions è un brano che i Buffalo Springfield avevano inciso nel loro disco d’addio, e la tentazione di coinvolgerne addirittura l’autore era troppo irresistibile ma non abbastanza, così, oltre a Stephen Stills (impegnato alla solista) Dylan ha chiamato anche Eric Clapton (che oltre a condividere con Stills la parte solista accompagna Dylan alla voce): il risultato è indiscutibilmente riuscito, le chitarre sono riconoscibili ovviamente e determinanti, si capisce che rispetto agli altri brani siamo già nel momento in cui la scena di Laurel Canyon si stava ulteriormente elettrizzando. Le voci di Jade Castrinos e Justine Bennett fanno da rinforzo, il tappeto d’organo creato da Jordan Summers è fondamentale.

Poi tocca di nuovo riprendere in mano i Beach Boys, con un brano ripreso da Pet Sounds: una versione essenziale quella di I Just Wasn’t Made For These Times, senza troppi fronzoli, con orchestra sintetizzata, l’organo, un paio di chitarre, una spolverata di basso e percussioni e l’inattesa voce di Neil Young a duettare col capobanda. E a proposito di Neil Young, non poteva mancare un suo brano in un disco del genere: ecco così, dal secondo disco dei Buffalo Springfield una versione di Expecting To Fly molto rispettosa dell’originale, con tappeti di chitarre d’ogni tipo intessuti da Perdomo, da Geoff Pearlman, e dalla pedal steel dell’eccezionale Greg Leisz, mentre torna alla voce Regina Spektor.

La chiusura è epocale, con l’ennesimo brano dei Byrds, stavolta con la firma di David Crosby: What’s Happening? stava su Younger Than Yesterday e la versione è qui cantata dal solo Dylan, con un arrangiamento strepitoso basato su un background di chitarre che vede di nuovo schierati Fernando Perdomo, Geoff Pearlman e Andrew Slater, c’è poi di nuovo Greg Leisz, impegnato qui anche all’acustica e al banjo, ma per la parte di chitarra solista Dylan è ricorso alla mitica “old black”, la Gibson nera di Neil Young, suonata ovviamente dal canadese in persona: che dire? Quasi un voluto riferimento a quanto Crosby e Young (e un altro paio di tizi) avrebbero fatto poco dopo insieme… sempre dalle parti di Laurel Canyon.

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